LXXI.Remember.

LXXI.Remember.

Terminata la confessione, Carlo I. comunicò, e poi chiese di vedere i suoi figli. Suonavano le dieci ore, talchè conforme egli aveva detto non era lungo il ritardo.

Non ostante, il popolo era già pronto: sapeva che per le dieci era fissata l’esecuzione, si affollava nelle strade adjacenti al palazzo, ed il re cominciava a distinguere quel fragore lontano che producono la moltitudine e il mare quando sono agitati, quella dalle passioni e questo dalle tempeste.

Giunsero i figli del re: prima la principessa Carlotta, indi il duca di Glocester, cioè una fanciulletta bella bionda, e molle il ciglio di lacrime, e un fanciullo di otto o nove anni, in cui l’occhio asciutto e il labbro rialzato disdegnosamente già indicavano la nascente fierezza. Il ragazzo aveva pianto tutta la notte, ma davanti a tutta quella gente non piangeva più.

Carlo si sentì struggere il cuore all’aspetto di quelle due creature, che viste non aveva da più di due anni, e che rivedeva soltanto sul punto di morire. Gli corse al ciglio una lacrima, e si volse per asciugarla, imperocchè voleva mantenersi forte dinanzi a coloro a’ quali lasciava un sì pesante retaggio di pene e di sventura.

Parlò prima alla bambina, e traendola a sè, le raccomandò la pietà, la rassegnazione e lo amor figliale; poscia prese il giovane duca di Glocester, e fattolo sedere sulle sue ginocchia onde potere a un tempo stesso stringerlo al cuore e baciarlo in volto, gli disse:

«Figliuol mio, voi vedeste per le strade e nelle anticamere molte genti che venivano qui. Quelle genti troncheranno la testa a vostro padre. Non lo dimenticate giammai. Forse un giorno, mirandovi presso di loro ed avendovi in loro potere, diviseranno farvi re con esclusione del principe di Galles o del duca d’York vostri fratelli maggiori, che sono l’uno in Francia e l’altro io non so dove; ma voi non siete il re, nè tale potete divenire se non mediante la morte di essi. Giuratemiadunque di non lasciarvi porre la corona sinchè a questa non abbiate legittimo diritto.... chè un giorno, ascoltatemi bene, figlio mio, se ciò faceste, un giorno, eglino atterrerebbero tutto, capo e corona, ed allora voi non potreste morire quieto e senza rimorsi siccome io muojo.... Giurate».

Il ragazzo stese la piccola sua mano fra quelle del genitore, e rispose:

«Sire, giuro a Vostra Maestà....»

Carlo lo interruppe.

«Enrico, disse, chiamami tuo padre.

«Padre mio, vi giuro che mi uccideranno prima che farmi re.

«Bene Enrico.... Adesso abbracciatemi, ed anche voi Carlotta, e di me non vi scordate.

«Oh no! mai! mai! esclamarono i due giovanetti cingendo il collo a Carlo con le loro braccia.

«Addio.... addio, figli miei, disse il re, Juxon, guidateli altrove; il loro pianto mi torrebbe il coraggio di morire».

Juxon levò i poveri bambini dalle braccia del loro padre, li consegnò a quelli che ivi gli aveano condotti.

Al loro uscire si apersero le porte, ed ebbe accesso tutta la gente.

Il re vedendosi solo fra mezzo alla turba di guardie e di curiosi che cominciavano a riempire la camera, si rammentò che il conte di la Fère era lì vicinissimo sotto il pavimento della stanza, non potendo vederlo e forse sempre sperando.

Tremava che il minimo rumore sembrasse ad Athos un segnale, e che questo rimettendosi al lavoro si scuoprisse da per sè. Procurò quindi di stare immobile, e col suo esempio fece rimanere in riposo gli astanti.

Il re non s’ingannava: Athos era veramente sotto a’ suoi piedi; ascoltava, s’inquietava di non udire il segnale; a volte nella sua impazienza riprincipiava a rompere la pietra, ma per timore di essere inteso si fermava subito.

Durò due ore sì terribile inazione. Regnava nella regia camera silenzio di morte.

Athos allora si decise a ricercare la causa della mesta e tetra tranquillità che sola turbava l’immenso strepito della folla. Schiuse un poco il parato che nascondeva il loro fatto, e scese sul primo piano nel palco. Più su della sua testa appena quattro pollici era l’intavolato che si estendeva al livello della piattaforma e che faceva il patibolo.

Il rumore che fino a quel punto aveva udito confusamente, ormai giungendogli cupo e minaccioso, lo fe’ balzare di spavento. Andò fin sull’orlo del palco, scostò il panno nero alla altezza dell’occhio, e vide vari cavalieri raccolti sulla terribilemacchina; più là di questa, una fila di partigianieri, dopo moschettieri, poi le prime file del popolo, che simile ad un oceano agitato mugghiava e ribolliva.

«Che sarà accaduto? disse fra sè Athos più tremante che il panno di cui stropicciava le pieghe, il popolo accorre, i soldati sono sotto le armi, e fra gli spettatori che tutti tengono fissi gli occhi alla finestra, io vedo d’Artagnan! che attende mai? che guarda? Gran Dio! che abbiano lasciato fuggir via il boja?»

Ad un tratto fuvvi sulla piazza il rullo funebre del tamburo. Di sopra al suo capo si sentivano passi gravi e prolungati. Gli sembrò che qualche riunione simile ad una processione immensa calpestasse i pavimenti di Whitehall. Di lì a poco udì scricchiolare la tavola del palco. Diede un ultimo sguardo su la piazza, e l’attitudine degli spettatori gli palesò ciò che tuttora impedivagli d’indovinare un’ultima speranza in fondo al cuore rimastagli.

Era cessato il bisbiglio esterno. Tutti tenevano attente le ciglia verso la finestra di Whitehall; labbra schiuse, respiri trattenuti, indicavano l’aspettativa di un tremendo spettacolo.

Lo strepito dei passi, che Athos si era sentito sopra alla testa dal luogo ch’egli occupava sotto l’appartamento del re, si riprodusse sul palco, il quale cedè al peso in tal modo che le tavole toccarono quasi il capo al misero gentiluomo. Erano evidentemente due file di soldati che si collocavano al loro posto.

Nel medesimo istante una voce al gentiluomo ben nota, nobile voce, di sopra a lui pronunciò queste parole:

«Signor colonnello, io bramo di parlare al popolo».

Athos raccapricciò: era il re sul patibolo quel che così favellava.

In fatti, Carlo, bevute alcune goccie di vino ed assaggiato un pane, stanco di attendere la morte, si era deciso improvvisamente a andarle incontro, ed avea dato il segnale della marcia.

Allora era stata aperta del tutto la finestra che dava sulla piazza, e di fondo alla vasta stanza il popolo avea potuto vedere avanzarsi tacitamente prima un uomo immascherato che dalla scure che aveva in mano egli aveva riconosciuto pel carnefice; questi, appressatosi al ceppo, vi posava la mannaja.

E tale era il primo rumore inteso da Athos.

Poi, dietro a quell’uomo, pallido sì, ma tranquillo, e che camminava con tutta fermezza, Carlo Stuart, il quale s’inoltrava fra mezzo a due preti, e seguitato da parecchi ufficiali superiori, incaricati di presiedere all’esecuzione, e scortato dadue file di partigianieri che si schierarono su’ due lati del palco.

L’aspetto dell’immascherato provocò lungo bisbiglio. Ciascuno era curioso di saper chi fosse quel carnefice incognito presentatosi così appuntino perchè potesse aver luogo il terribile spettacolo promesso al popolo, mentre questo credeva che lo spettacolo fosse differito all’indomani; sicchè ognuno se lo era divorato con gli occhi, ma tutto quanto avean potuto vedere si era esser egli un uomo di media statura, vestito interamente a nero, il qual pareva di già alquanto attempato, perocchè l’estremità della barba un po’ grigia gli oltrepassava la maschera che cuoprivagli il volto.

Però alla vista del re, sì giusto, sì nobile, tosto ripristinavasi il silenzio, in guisa che da tutti fu udito il desiderio ch’ei manifestava di favellare al popolo.

E di certo a questa domanda l’individuo a cui ell’era diretta aveva risposto con un cenno affermativo, poichè con voce salda e sonora che andò in fondo al cuore ad Athos, il re incominciò la sua parlata.

Spiegava desso alla gente ivi adunata la propria condotta, e le dava de’ consigli pel bene dell’Inghilterra.

«Oh! fra sè diceva Athos, è mai possibile ch’io oda ciò che odo, e vegga ciò che veggo? è mai possibile che Dio abbia abbandonato il suo rappresentante sulla terra a tal segno da lasciarlo morire tanto miseramente? Ed io che non l’ho visto! ed io che non gli ho detto un addio!»

S’intese un rumore simile a quello che avrebbe prodotto l’istrumento di morte rimosso sopra al ceppo.

Il re sospese il discorso.

«Non toccate la scure! disse egli».

E riprincipiò l’arringa d’onde l’aveva interrotta.

Terminata questa, fu di sopra alla testa del conte un gelido silenzio. Ei si teneva sulla fronte la mano, e tra la mano e la fronte cadevano goccie di sudore abbenchè l’aria fosse diacciata.

Quel silenzio dava indizio degli estremi preparativi.

Il re, dopo finito di parlare, avea volto su la moltitudine uno sguardo pien di misericordia, e staccato l’ordine che portava, e ch’era la stessa placca di diamanti inviatagli dalla regina, lo consegnò al prete che accompagnava Juxon. Indi si levò di seno una piccola croce parimente di diamanti, che pure gli proveniva da Enrichetta.

«Signore, disse al sacerdote ch’era insieme con Juxon, io terrò in mano questa croce sino all’ultimo mio momento; voi me la torrete allorchè io sarò morto.

«Sì, sire, rispose una voce, presto riconosciuta da Athos per quella di Aramis».

Allora Carlo, che sino a quel punto era stato a testa coperta, si levò il cappello e lo gittò vicino a sè; poscia si sciolse uno per uno tutti i bottoni del giubbetto, se ne spogliò e lo buttò accanto al cappello. E perchè faceva freddo, chiese la vesta da camera, la quale gli venne data.

Tutti questi preparativi eransi fatti con una calma che incuteva terrore. Avreste detto che il re fosse per distendersi nel suo letto e non già in una bara.

Alfine tirandosi in su i capelli con la mano, domandò al boja:

«Vi daranno forse impaccio? in tal caso si potrebbero fermare con una cordellina».

Carlo accompagnò queste parole con un’occhiata che pareva volesse penetrare sotto il volto posticcio dell’incognito.... e l’occhiata secura e nobile costrinse colui a girarsi da parte.... Ma esso a tergo allo sguardo profondo del re trovò quello ardentissimo di Aramis.

Carlo osservando ch’ei non rispondeva, ripetè la richiesta.

«Basterà, disse l’uomo con voce burbera, che li tiriate da un lato sul collo».

Il re con ambe le mani si spartì i capelli, e considerato attentamente il ceppo disse:

«Quel ceppo è molto basso; non ve ne sarebbe uno più alto?

«È il solito, replicò l’immascherato.

«Credete tagliarmi la testa con un sol colpo? fece il re.

«Spero di sì, rispose l’esecutore».

Nellospero di sìeravi una tale intonazione che fe’ rabbrividire tutti quanti tranne il sovrano.

«Va bene, questi soggiunse, ed ora, tu, o boja, ascolta».

Il travestito mosse un passo verso il re, e si appoggiò sulla scure.

«Non voglio che tu mi sorprenda; continuò Carlo, io m’inginocchierò per pregare; sicchè non dar peranche il colpo.

«E quando lo darò?

«Allorchè io poserò il collo e stenderò le braccia dicendo:Remember(rammentatevi) allora dà pure liberamente».

Il travestito fece un piccolo inchino.

«Ecco il momento di abbandonare il mondo, disse il re a quei che gli erano attorno, signori, io vi lascio in mezzo alla procella, e vi precedo in quella patria che non conosce procelle: addio».

Guatò Aramis, e gli fe’ col capo un cenno particolare.

«Adesso, seguitò, allontanatevi e lasciatemi far sommessamente la preghiera. Fatti da parte tu pure (disse all’immascherato); è per un sol momento, e so che sono cosa tua, ma rammentati di non percuotere se non dopo il segnale».

Carlo s’inginocchiò, si fece il segno della croce, accostò la bocca ai tavoloni quasi avesse voluto baciare la piattaforma; indi appoggiandosi da una mano al pavimento e dall’altra al ceppo disse in francese:

«Conte di la Fère, siete voi costì, e posso parlare?»

Quegli accenti corsero direttamente al cuore di Athos e lo punsero come un ferro freddissimo.

«Sì, Maestà, egli rispose tremando.

«Amico fedele, cuor generoso, soggiunse Carlo, non potei essere da te salvato, non dovevo esserlo. Ora, quando anche dovessi commettere un sacrilegio, io ti dirò: Sì, ho parlato agli uomini, ho parlato a Dio, parlo a te per l’ultimo. Per sostenere una causa che ho creduta sacra, ho perduto il trono dei padri miei e distrutto il patrimonio de’ miei figli. Mi resta un milione in oro, l’ho sotterrato nelle cantine del castello di Newcastle al momento di lasciare quella città. Quel danaro, tu solo sai ch’esiste; fanne uso quando crederai che sia tempo pel maggior bene del figliuol mio primogenito. E adesso, conte di la Fère, ditemi addio.

«Addio, Maestà santa e martire, balbettò Athos gelando di terrore».

Vi fu breve silenzio, durante il quale parve ad Athos che il re si alzasse e cambiasse posizione.

Poi con voce piena e sonora, in maniera da essere udito non solo sul palco ma ben anco su la piazza, il re disse:

«Remember».

Appena aveva terminato di profferire questa parola un colpo terribile scosse il pavimento del palco; la polvere uscita dal panno acciecò il misero gentiluomo. Mentre questi per un moto macchinale alzava gli occhi e la testa, gli cadde sulla faccia una goccia calda. Athos retrocedè inorridito e nel medesimo istante le goccie si convertirono in uno scroscio nero che sprillò sul pavimento.

Athos cascato ginocchioni rimase alquanto come colpito da impotenza e demenza. In breve dal romorìo che scemava, ei comprese che si allontanava la folla: stette ancora un momento fermo, mutolo, in costernazione. Indi volgendosi, andò ad attuffare la cima del suo fazzoletto nel sangue del re martire: poscia, siccome la moltitudine si allontanava sempre più, egli scese, ruppe il panno, si cacciò fra mezzo a due cavalli,si mischiò fra il volgo del quale indossava il vestimento, e fu il primo ad arrivare alla taverna.

Salito alla propria camera, si guardò allo specchio, vide che aveva sulla fronte una larga macchia rossa, vi si portò la mano, e la ritolse piena del sangue del re, e svenne.


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