LXXXI.I tre luogotenenti del generalissimo.

LXXXI.I tre luogotenenti del generalissimo.

Secondo era stabilito, e nell’ordine fra di loro convenuto, Athos ed Aramis usciti dalGran Carlomagnos’incamminarono verso il palazzo del duca di Bouillon.

Era notte oscurissima, e quantunque inoltrata nelle ore di maggior silenzio e solitudine, cominciavano ad echeggiare quei clamori che destano trasalita una città assediata. Ad ogni passo s’incontravano barricate, a tutte le svolte delle strade catene stese, in ciascun vicolo dei bivacchi; s’incrociavano le pattuglie ricambiandosi la parola d’ordine, i messaggeri spediti dai vari capi traversavano le piazze; e finalmente si facevano dialoghi animatissimi, e che indicavano l’agitazione degli spiriti, fra i pacifici abitanti, i quali se ne stavano affacciati alle finestre e i loro concittadini più bellicosi che correvano per le vie con la partigiana in spalla o l’archibugio al braccio.

Athos ed Aramis non aveano fatto cento passi senza essere trattenuti dalle sentinelle messe alle barricate, che lor chiedevano la parola d’ordine; ma rispondevano che andavano dal signor di Bouillon per dargli una notizia importante, ed allora quelle si erano contentate di dare ad essi una guida, la quale col pretesto di accompagnarli e agevolar loro il passo era incaricata di sorvegliarli. E la guida si era mossa precedendoli e cantarellando:

Ce brave monsieur de BouillonEst incommodé de la goutte....

Ce brave monsieur de BouillonEst incommodé de la goutte....

Ce brave monsieur de Bouillon

Est incommodé de la goutte....

nuovissimo componimento del genere deitrioletsfrancesi, non so di quante stanze in cui ciascuno aveva la sua parte.

Giunti nelle vicinanze della casa di Bouillon, s’imbatterono in una piccola comitiva di tre a cavallo, che avevano tutte le parole possibili, poichè andavano senza scorta, e quando arrivavano alle barricate non avevano da far altro che ricambiarecon coloro che ne stavano a guardia certi detti bastanti a far sì che si lasciassero tirare innanzi con tutta la deferenza senza dubbio dovuta al loro rango.

All’aspetto di quei tali, Athos ed Aramis si fermarono.

«Oh oh! vedete, conte? disse Aramis.

«Sì, rispose Athos.

«Che vi pare di quei tre cavalieri?

«E a voi?

«Che siano i nostri.

«Non v’ingannate, ho riconosciuto benone di Flamarens.

«Ed io, di Chatillon.

«In quanto all’altro col ferrajuolo scuro....

«Era il ministro.

«In persona.

«Come diamine si azzardano così, nei dintorni del palazzo di Bouillon? fece Aramis».

Athos sorrise senza rispondere.

Di là a cinque minuti bussavano al portone del principe.

Al portone faceva guardia una sentinella, come si costuma per i soggetti rivestiti di gradi superiori; nel cortile era pure un piccol corpo di guardia pronto ad obbedire agli ordini del luogotenente del principe di Conti.

A forma di quel che diceva la canzone il duca di Bouillon aveva la gotta e stava a letto; non ostante questa grave malattia, che da un mese gl’impediva di cavalcare, cioè da quando era assediata Parigi, fece dire, però, ch’era disposto a ricevere i signori conte di la Fère e cavaliere d’Herblay.

I quali furono tosto introdotti. L’ammalato era nella sua camera, coricato, ma circondato dall’apparecchio più militare che potesse immaginarsi: da per tutto, sospesi alle muraglie, spade, pistole, usberghi e archibugi, e agevolmente si scorgeva che il signor di Bouillon, appena non avesse più la podagra, darebbe non poca briga e molestia ai nemici del Parlamento. Intanto con sommo suo rincrescimento, conforme ei diceva, gli toccava starsene in letto.

«Ah! signori, esclamò visti ch’ebbe i due visitanti e tentando per sollevarsi un tantino uno sforzo che gli fe’ fare una boccaccia pel dolore terribile, siete fortunati, voi altri! potete montare a cavallo, andare e venire, combattere, per la causa del popolo. Ma io, vedete pure, sono confitto su queste lenzuola!.... Uh maledetta gotta! aggiunse con una nuova smorfia, maledettissima gotta!

«Monsignore, disse Athos, veniamo d’Inghilterra e toccando Parigi è stata nostra prima cura di portarci a domandar notizie della vostra salute.

«Grazie, grazie mille!.... la salute? cattiva, come osserverete.... maledetta gotta!.... Ah! siete arrivati d’Inghilterra? e il re Carlo sta bene, per quanto ho inteso poco fa.

«È morto, monsignore, disse Aramis.

«Veh! fece attonito il duca.

«Morto sopra il patibolo, condannato dal Parlamento.

«È impossibile!

«E giustiziato alla nostra presenza.

«Ma dunque che mi diceva di Flamarens?

«Di Flamarens! esclamò Aramis.

«Sì, è uscito adesso di qua.

«Con due compagni? domandò Athos sogghignando.

«Sì, con due compagni, rispose il duca».

Indi con qualche inquietudine seguitò:

«Gli avete forse incontrati?

«Ma sì.... mi pare, per la strada, replicò Athos».

E guardò sorridendo Aramis, che dal canto suo osservò lui pure alquanto meravigliato.

«Maledettissima gotta! ripetè il signor di Bouillon che pativa assai.

«Monsignore, continuò Athos, in verità ci vuol tutta la vostra divozione alla causa parigina per rimanere, incomodato come siete, alla testa delle armate; tanta perseveranza produce in noi sincera ammirazione.

«Che volete, signori miei? bisogna pure (e voi due ne siete un esempio, voi sì prodi e zelanti, a cui il mio caro collega duca di Beaufort è debitore della libertà e fors’anco della vita) bisogna pure sacrificarsi alle pubbliche faccende. E perciò, lo vedete, io mi sacrifico. Bensì vi confesso che ho esaurita tutta la mia forza. Il cuore è buono, buona è la testa, ma questa podagra briccona mi ammazza, e non vi nego che se la corte rendesse paghe le mie domande, d’altronde giustissime, poichè non chiedo se non una indennizzazione promessami dall’antico ministro stesso quando mi fu tolto il mio principato di Sedan, se mi si dessero dominj del medesimo valore; se mi si risarcisse del non godimento di quella mia proprietà dacchè mi fu tolta, cioè da diciotto anni, se a quelli della mia casa si accordasse il titolo di principi; se il mio fratello di Turenne fosse rimesso in possesso del suo comando; mi ritirerei immediatamente nelle mie terre, e lascerei la corte ed il Parlamento aggiustarsi fra loro come meglio potessero.

«Ed avreste ragione, monsignore, rispose Athos.

«Voi pensate così; non è vero, signor conte di la Fère?

«Assolutamente.

«E anche voi, signor cavaliere d’Herblay.

«Pienissimamente.

«Or bene, vi confesso, che secondo ogni probabilità, mi appiglierò a questo partito. Nel momento appunto la corte mi fa alcune proposte, e da me solo dipende l’accettarle. Le avevo rigettate finora, ma poichè uomini della vostra fatta mi dicono che ho torto, e specialmente giacchè questa maladetta gotta mi mette nell’impossibilità di giovare alla causa parigina, affè! ho voglia di seguitare il vostro consiglio e accogliere la proposta avanzatami dal signor di Chatillon.

«Accettatela, principe, disse Aramis.

«Oh sì! anzi mi dispiace di averla quasi sprezzata questa sera.... ma domani v’è conferenza e vedremo».

I due amici riverirono il duca.

«Andate, signori, questi continuò, dovete essere stanchi dal viaggio. Povero re Carlo! ma in sostanza egli ne ha un po’ di colpa, e ciò che deve consolarci si è che la Francia non ha da farsi alcun rimprovero in questa occasione, ed ha fatto tutto quanto ella poteva per salvarlo.

«Oh! di questo siamo noi testimoni, replicò Aramis, particolarmente il signor di Mazzarino!....

«Ecco, io ho caro che gli facciate una tale testimonianza; in fondo ha del buono, il ministro, e se non fosse forestiero, gli si renderebbe giustizia.... Ahi! gotta maladettissima!»

Athos ed Aramis uscirono, ma le grida del signor di Bouillon li accompagnarono sino nell’anticamera; era evidente ch’ei soffriva come un dannato.

Aramis arrivato al portone domandò:

«Ebbene, Athos, che ne pensate?

«Di che?

«Per diana! del signor di Bouillon.

«Caro mio, quel che ne pensa iltrioletdella nostra guida:

Ce pauvre monsieur de BouillonEst incommodé de le goutte....

Ce pauvre monsieur de BouillonEst incommodé de le goutte....

Ce pauvre monsieur de Bouillon

Est incommodé de le goutte....

«E perciò, fece Aramis, vedete che non gli ho aperto bocca sull’oggetto che qui ci conduceva.

«E avete operato con prudenza; gli avreste mosso un nuovo attacco di podagra. Si vada dal signor di Beaufort».

E i due amici si avviarono al palazzo di Vendome.

Suonavano le dieci quando essi vi giungevano.

Il palazzo di Vendome era custodito non meno, e presentava un aspetto non meno guerresco di quello di Bouillon.V’erano sentinelle, corpo di guardie nel cortile, armi e fasci, cavalli sellati legati agli anelli. Due cavalieri, ch’escivano allorchè Athos ed Aramis entravano dovettero far fare un passo indietro ai loro palafreni acciò questi passassero.

«Ah ah! signori, disse Aramis, ma l’è assolutamente la nottata degl’incontri, e dichiaro che avremmo grande sfortuna se dopo di esserci incontrati così spesso, stassera, non pervenissimo ad incontrarci domani.

«Oh! in quanto a codesto, rispose Chatillon (ch’era egli insieme con Flamarens partito allora da casa di Beaufort) potete star quieto; se c’incontriamo di notte senza cercarci, tanto più c’incontreremo di giorno cercandoci.

«Lo spero, fece Aramis.

«Ed io ne son sicuro, ribattè il duca».

Di Flamarens e di Chatillon proseguirono la lor via, e Athos ed Aramis anzi smontarono.

Avevano appena infilate le briglie dei loro cavalli alle braccia dei lacchè, e si erano sbarazzati dei ferrajuoli, che a loro avvicinossi un tale, e guardatili un momento al dubbio lume di un lanternino appeso in mezzo al cortile diè un grido di sorpresa, e corse a gettarsi fra le loro braccia.

«Conte di la Fère! urlò colui, cavaliere d’Herblay! come mai siete in Parigi?

«Rochefort! dissero insieme ambedue.

«Sì, di certo! Siamo giunti dal Vendomese or sono quattro o cinque giorni, e ci accingiamo a dar da fare ben bene al Mazzarino. Siete sempre dei nostri, mi figuro?

«Più che mai. E il duca?

«È indemoniato contro il ministro. Vi sono noti i successi del nostro caro duca? È il vero re di Parigi; non può andar fuori senza arrischiare di esser soffocato.

«Ah! tanto meglio; disse Aramis, ma ditemi, non sono i signori di Flamarens e di Chatillon quelli usciti poc’anzi di qui?

«Giusto! hanno avuto udienza dal duca; vengono da parte del Mazzarino, senza dubbio, ma avranno trovato a chi parlare, ve lo garantisco.

«Manco male, rispose Athos; e non si potrebbe aver l’onore di vedere Sua Altezza?

«E perchè no? subito! sapete che per voi è sempre visibile. Venite con me, io reclamo il bene di presentarvi».

Rochefort andò avanti. Furono aperte tutte le porte: a lui ed ai due amici. Trovarono essi il signor di Beaufort sul punto di porsi a tavola. Le mille occupazioni della giornata avevano ritardata sino allora la sua cena; ma per quanto fosse gravela circostanza, il duca ebbe appena uditi i nomi annunziatigli da Rochefort, che si alzò dalla sedia che precisamente accostava alla mensa, ed avanzatosi con impeto incontro ai due colleghi disse loro:

«Ah per bacco! ben venuti, signori miei. Siete qua a prender parte alla mia cena, non è così? Boisjoli, avvertite Noirmont che ho due commensali. Lo conoscete, Noirmont, eh signori? è il mio maestro di casa, il successore di Mastro Marteau, che fa gli ottimi pasticci a voi noti. Boisjoli, di’ che ne mandi uno fatto da lui, ma non del genere di quello che aveva preparato per la Ramée.... Grazie a Dio! non abbiamo più bisogno di scale, di funi o di pugnali.

«Monsignore, rispose Athos, non istate a disturbare per noi il vostro illustre maggiordomo, del quale ci sono cogniti i molti e svariati talenti. Questa sera, con licenza di Vostra Altezza, avremo soltanto l’onore di domandarle nuove di sua salute e ricevere i di lei comandi.

«Oh! per la salute, ottima. Una salute che ha resistito a cinque annate di Bastiglia con la compagnia obbligata di messer di Chavigny, è capace di tutto. Per comandi, cospetto! vi confesso che sarei in un grande impiccio per conferirveli, sendo che ciascuno dà i suoi dal canto suo, e se si va avanti così io finirò con non darne più affatto.

«Davvero? disse Athos, eppure credevo che il Parlamento contasse sopra la vostra unione.

«Oh sì! la nostra unione è bella, veh! Con il duca di Bouillon, tanto tanto.... ha la podagra e non si leva dal letto, v’è da intendersi; ma col signor d’Elboeuf e i suoi figliuoli che son tanti elefanti.... Signori miei, sapete il componimento (triolet) sopra il duca d’Elboeuf?

«No monsignore.

«Propriamente?»

Il duca si mise a cantare:

Monsieur d’Elboeuf et ses enfantsFaut rage à la place Royale.Il vont tous quatre piaffants,Monsieur d’Elboeuf et ses enfants.Mai sitot qui il faut battre aux champs,Adieu leur humeur martiale,Monsieur d’Elboeuf et ses enfantsFont rage à la place Royale.

Monsieur d’Elboeuf et ses enfantsFaut rage à la place Royale.Il vont tous quatre piaffants,Monsieur d’Elboeuf et ses enfants.Mai sitot qui il faut battre aux champs,Adieu leur humeur martiale,Monsieur d’Elboeuf et ses enfantsFont rage à la place Royale.

Monsieur d’Elboeuf et ses enfants

Faut rage à la place Royale.

Il vont tous quatre piaffants,

Monsieur d’Elboeuf et ses enfants.

Mai sitot qui il faut battre aux champs,

Adieu leur humeur martiale,

Monsieur d’Elboeuf et ses enfants

Font rage à la place Royale.

«Ma, soggiunse Athos, spero non sia così del Coadjutore.

«Eh sì! con il Coadjutore è anche peggio. Invece di starsene fermo a cantare iTe Deumper le vittorie che noinon riportiamo, o per quelle in cui siamo sconfitti, sapete che cosa fa?

«No.

«Mette su un reggimento al quale dà il suo nome: il reggimento di Corinto. Fa luogotenenti e capitani nè più nè meno che un maresciallo di Francia, e colonnelli quanti ne fa il re.

«Sì, replicò Aramis, ma quando bisogna battersi mi lusingo che stia attaccato al suo arcivescovado?

«Niente affatto! Ecco dove sbagliate, mio caro d’Herblay. Allorchè è d’uopo battersi, si batte, talmentechè siccome la morte di suo zio gli ha dato un seggio nel Parlamento, adesso ce lo troviamo di continuo fra’ piedi, al Parlamento, al consiglio e nelle battaglie. Il principe di Conti è generale in pittura.... e che pittura! un principe gobbo, gli è come dire un sacco di noci. Ah! vanno male le faccende, signori miei, vanno male!

«Sicchè, monsignore, Vostra Altezza è scontenta? fece Athos e barattava un’occhiata con Aramis.

«Scontenta? Dite pure, conte, che la mia Altezza è per le furie, a segno che io dico a voi, ad altri non lo manifesterei, a segno che se la regina riconoscesse i torti che ha meco, se richiamasse mia madre esule, se mi desse in sopravvivenza l’ammiragliato ch’è del mio signor padre e che mi è promesso per l’epoca della sua morte, ebbene! non sarei lontano da avvezzare dei cani a cui insegnerei ad accennare che vi sono ancora in Francia ladroni più grandi che il signor di Mazzarino».

Non più uno sguardo solo, ma sguardo e sorriso, si ricambiarono Athos et Aramis, ed ancorchè non gli avessero incontrati avrebbero indovinato essere stata colà di Chatillon e di Flamarens. E quindi non fecero motto della presenza in Parigi di Mazzarino.

«Monsignore, disse Athos, noi siamo soddisfatti. Venendo a quest’ora da Vostra Altezza, non avevamo altro scopo se non se di dar prova della nostra devozione e dichiararle che stavamo a sua disposizione come i suoi servitori più fedeli.

«Come i miei più fidi amici, signori cari; me lo avete già dimostrato, e se mai mi riconcilio con la corte, spero provarvi ch’io pure sono rimasto amico vostro come di quei signori.... come diavolo li chiamate?.... d’Artagnan e Porthos.

«D’Artagnan e Porthos?

«Ah! sì.... appunto così.... Dunque m’intendete, conte di la Fère, m’intendete, cavaliere d’Herblay: tutto e per sempre vostro».

Athos ed Aramis fecero una riverenza e se ne andarono.

«Caro Athos, disse Aramis, credo, Dio mi perdoni, che abbiate aderito ad accompagnarmi solamente per darmi una lezione.

«Aspettate, rispose l’altro, sarete a tempo ad accorgervene quando usciremo dal Coadjutore.

«Dunque andiamo all’arcivescovado».

E si diressero verso la Città-Vecchia.

Partendo di là trovarono le strade allagate, e dovettero prendere una barchetta. Erano più dell’undici ore, ma si sapeva non esservi ora prefissa per presentarsi dal Coadjutore, la di cui somma attività faceva all’occorrenza di giorno notte, e di notte giorno.

Il palazzo arcivescovile sorgeva di fondo all’acqua, e dal numero di battelli legati intorno a questo, vi sareste creduti, non in Parigi ma a Venezia. Quei battelli andavano su e giù, incrociandosi in ogni senso, inoltrandosi nel labirinto delle vie di Città-Vecchia, o allontanandosi nella direzione dell’arsenale o dell’argine di S. Vittorio, ed allora nuotavano come in un lago. Alcuni erano misteriosi e tenuti in gran silenzio, altri illuminati e clamorosi. I due camerati si cacciarono tra quella quantità di schifi ed approdarono essi pure.

Tutto il pian terreno dell’arcivescovado era inondato, ma si erano adattate ai muri certe specie di scale, e tutto il cambiamento resultato dall’allagamento si riduceva ad entrare dalle finestre anzichè dalle porte.

Ed in tal guisa Athos ed Aramis penetrarono nell’anticamera, la quale era piena di lacchè, perchè una dozzina di signori stavano ad aspettare nella sala d’ingresso,

«Ehi! fece Aramis, ma vedete un poco, Athos: questo sciocco Coadjutore vuol egli aver il piacere dì farci fare anticamera?

«Amico mio, rispose Athos, le genti vanno prese con tutti gl’inconvenienti della loro situazione. Oggi egli è uno dei sette o otto re che regnano in Parigi, ed ha una corte.

«Sì, ma noi non siam mica cortigiani.

«E perciò gli faremo dare i nostri nomi, e se nel riceverli non dà una risposta convenevole, lo lasceremo occupato negli affari della Francia e ne’ suoi. Non v’è altro che chiamare un servitore e mettergli in mano mezza doppia.

«Oh! appunto.... esclamò Aramis.... non m’inganno.... sì.... no.... ma certo!.... Bazin, venite qua, furfante!»

Bazin, che precisamente passava in aria maestosa, si voltò inarcando le ciglia a guardare chi fosse l’impertinente che lo chiamava in simil maniera. Ma non sì tosto ebbe ravvisatoAramis, il tigre diventò agnello, ed accostatosi ai due gentiluomini disse:

«Che! siete voi, signor cavaliere! voi, signor conte! tutti due qui nel momento ch’eravamo tanto inquieti per voi!.... Oh! ho pur caro di rivedervi!

«Va bene, messer Bazin, disse Aramis, da banda i complimenti. Veniamo per parlare al signor Coadjutore, ma abbiamo tal fretta che ci necessita parlargli subito.

«E come! subito, davvero.... non si fanno già attendere signori della vostra specie.... ma soltanto adesso gli è in conferenza segreta con un certo signor di Bruy.

«Di Bruy! gridarono insieme i due colleghi.

«Sì, l’ho annunziato io stesso, e mi ricordo esattamente il suo nome. Lo conoscete? soggiungeva Bazin interrogando Aramis.

«Mi pare di conoscerlo.

«Io non posso dire altrettanto, giacchè era sì bene inviluppato nel ferrajuolo, che per quanto io mi sia ostinato non ho potuto scorgergli la minima parte del viso. Ma ora entrerò per annunziarvi, e forse questa volta sarò più fortunato.

«È inutile, disse Aramis; per questa sera rinunziamo a vedere il signor Coadjutore: non è vero, Athos?

«Come volete, rispose il conte.

«Sì sì, ha da trattare di affari troppo grandi col signor di Bruy.

«E lo devo avvisare che le signorie vostre erano venute?

«Non occorre, no, fece Aramis; Athos andiamo».

I due amici, passando in mezzo alla turba di servidori, si partirono dal palazzo seguiti da Bazin che dava indizio della loro importanza mediante i suoi ossequiosi saluti.

«Or bene, chiese Athos ad Aramis quando furono entrambi nella barca, cominciate a credere che avremmo fatta una trista burla a tutti coloro arrestando Mazzarino?

«Athos mio, siete la saggezza in carne ed ossa», replicò Aramis.

Ciò che maggiormente avea prodotto impressione ne’ due camerati, sì era il poco peso che davasi nella corte di Francia ai terribili avvenimenti, i quali aveano avuto luogo in Inghilterra, e che a loro sembravano meritevoli di occupare l’attenzione di tutta Europa.

Di fatti, tranne una misera vedova ed una regia orfanella, che piangevano in un canto del Louvre, pareva che nessuno sapesse come fosse estinto un re, Carlo I, e questo re fosso morto di recente sul patibolo.

I due compagni si erano fissato l’appuntamento per la mattinaseguente a dieci ore, giacchè quantunque fosse notte molto avanzata quando giungevano alla porta del palazzo, Aramis, adducendo aver da fare parecchie visite, aveva lasciato Athos solo.

Al tocco delle dieci della domane si erano riuniti. Athos era fuori anch’esso fino dalle sei.

«Avete avuta qualche notizia? domandò Athos.

«Nessuna; d’Artagnan non si è visto in verun luogo, e Porthos non è ancora comparso. E da voi?

«Niente.

«Diamine!

«Realmente, continuò Athos, questo ritardo non è naturale; hanno presa la strada più diretta, e in conseguenza avrebbero dovuto arrivare prima di noi.

«Aggiungete, osservò Aramis, che d’Artagnan ci è ben noto per la prontezza del suo operare, e non è uomo da aver perduto un’ora sapendo che lo attendiamo.

«Se ve ne rammentate, si proponeva di esser qui al 5 di questo mese.

«E siamo al 9. Scade stasera il termine stabilito.

«Che avete idea di fare? chiese Athos, se questa sera non abbiamo nuove?

«Per Bacco! darci a cercarlo.

«Bene!

«Ma Raolo?...» seguitò Aramis.

Sulla fronte del conte passò un piccolo nuvolo.

«Raolo, egli disse, mi dà molta inquietudine; jeri ricevè un messaggio dal signor Principe, andò a trovarlo a Saint-Cloud, e non è tornato.

«Non avete veduta madama di Chevreuse?

«Non era in casa. E voi, Aramis, se non isbaglio, dovevate recarvi dalla signora di Longueville.

«Ci sono stato.

«Ebbene?

«Nemmeno essa era in casa, ma almeno aveva lasciato l’indirizzo della sua nuova dimora.

«Dov’era?

«Indovinate, ve lo do fra mille.

«Come ho da indovinare dov’è a mezzanotte, perchè mi figuro che nel dividervi da me vi siate presentato alla sua abitazione, dov’è a mezzanotte la più bella ed attiva di tutte le dame della Fronda?

«Al palazzo comunitativo, caro mio!

«Che! è ella forse nominata a prevosto dei mercanti?

«No, ma si è fatta regina provvisoria di Parigi, e nonavendo ardito di primo botto andare a stabilirsi al Palazzo Reale o alle Tuileries, si è accomodata al Palazzo dalla Comunità, dove darà quanto prima un erede o maschio o femmina al carissimo duca.

«Non mi avevate dato parte di questa circostanza, disse Athos.

«Davvero! sarà stata mia dimenticanza: scusatemi.

«Adesso, chiese Athos, che faremo di qui a stasera? siamo in ozio, se non m’inganno.

«Vi scordate che abbiamo la bisogna bell’e pronta?

«Dove?

«Dalla parte di Charenton, cospettaccio! ho speranza, dietro la promessa avutane, d’incontrare colà un certo di Chatillon che aborrisco da gran tempo.

«E perchè?

«Perchè è fratello di un tal signore di Coligny.

«Ah sì? non ci pensavo.... il quale pretese l’onore di essere vostro rivale. Fu assai crudelmente punito di tanta audacia, mio caro, e dovrebbe già bastarvi.

«Sarà, ma che volete? a me non basta.... son uno di quelli che serbano rancore.... Del resto, intendete che non siete minimamente obbligato a tenermi compagnia.

«Eh via! fece Athos, voi scherzate!

«Allora poi, se siete deciso ad accompagnarmi, non v’è tempo da perdere. È battuto il tamburo, ho incontrato i cannoni che partivano, ho veduto i borghesi schierarsi in battaglia sulla piazza della Comunità; di certo fra poco vi sarà combattimento verso Charenton, conforme jeri ci disse il duca di Chatillon.

«Avrei creduto, seguitò Athos, che le conferenze della scorsa notte avessero variato d’alquanto codeste bellicose intenzioni.

«Sì, ma non ostante vi sarà zuffa, quando appunto non fosse che per meglio mascherare le conferenze stesse.

«Povere genti, che vanno a farsi ammazzare perchè sia restituito Sedan a Bouillon, perchè si dia in sopravvivenza l’ammiragliato a di Beaufort, e perchè il Coadjutore sia cardinale!

«Animo, animo, Athos! convenite che non sareste tanto filosofo, se non dovesse trovarsi mischiato Raolo a tutto quel parapiglia.

«Può essere che abbiate detto il vero, rispose Athos.

«Or dunque, si vada dov’è battaglia, continuò Aramis, è il mezzo certo di ritrovare d’Artagnan, Porthos, e chi sa? anco Raolo.

«Ahimè!

«Amico mio, disse Aramis, adesso che siamo a Parigi, credete a me, vi convien perdere codesta abitudine di sospirar sempre. Alla guerra! cospettone, alla guerra! Non siete più uomo da spada?... eh eh! guardate que’ bei borghesi che passano! è roba da dar animo, per Diana! E quel capitano, vedete mo’, ha un portamento quasi militare!

«Escono dalla via del Montone.

«Preceduti da’ tamburi, come veri soldati.... Oh! osservate quel briccone! come si tentenna e si archeggia sui fianchi!

«Uh! fece Grimaud.

«Che c’è, domandò Athos.

«Planchet, signor mio!

«Jeri tenente, disse Aramis, oggi capitano, domani senza dubbio colonnello, fra otto giorni il manigoldo sarà generale di Francia.

«Domandiamogli qualche notizia», propose Athos.

E i due amici si appressarono a Planchet, il quale più superbo che mai di esser veduto in funzione, si degnò di spiegare ai due gentiluomini qualmente aveva ordine di prendere posizione sulla Piazza Reale con duecento uomini formanti la retroguardia dell’esercito parigino, e di là avviarsi inverso Charenton quando occorresse.

Siccome Athos ed Aramis andavano dalla stessa parte, così fecero scorta a Planchet sino al suo posto.

Planchet fe’ manovrare abilmente i suoi uomini sulla Piazza Reale, e li schierò dietro una lunga fila di borghesi situata nella strada e nel sobborgo di Sant’Antonio, attendendo il segnale della pugna.

«Sarà calda la giornata! disse Planchet in tuono guerriero.

«Sì, fece Aramis, ma è lontano di qua il nemico.

«Signore, si abbrevierà la distanza, rispose un capodieci».

Aramis lo salutò, e voltosi ad Athos lo avvertì:

«Non ho genio ad accamparmi in Piazza Reale con tutte quelle genti. Volete che andiamo avanti? vedremo meglio le cose.

«E poi qui non verrebbe già a cercarvi il signor di Chatillon, non è così? Dunque si vada innanzi, mio caro.

«Non avete dal canto vostro da dire due paroline al signor di Flamarens?

«Amico, replicò Athos, io ho presa una risoluzione, cioè di non più sguainare il brando se non ci sono assolutamente costretto.

«E da quando in qua?

«Da che levai fuori il pugnale.

«Oh bella! un altra rimembranza di messer Mordaunt? Eh, mio caro, non vi mancherebbe più altro che di provar rimorso di aver ucciso colui!

«Zitto! disse Athos ponendosi un dito sulla bocca con quel mesto sorriso ch’era proprio di lui solo, non discorriamo più di Mordaunt, ci porterebbe disgrazia».

E diè di sprone verso Charenton, rasentando il sobborgo, e poi la valle di Fécamp tutta piena di borghesi armati.

Già s’intende che Aramis lo seguitava a mezza lunghezza del cavallo.


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