XLI.Mazzarino ed Enrichetta.
Il ministro si alzò e si fece sollecito a ricevere la regina d’Inghilterra. La raggiunse in mezzo alla galleria che precedeva il gabinetto.
Ei dimostrava tanto maggior rispetto a quella sovrana senza seguito nè vestiario di lusso, in quanto che aveva da farsi qualche rimprovero sulla sua avarizia e sul suo cattivo cuore.
Ma i supplicanti sanno forzare il proprio volto ad assumere qualunque sembianza, e la figlia di Enrico IV sorrideva venendo dinanzi a colui che abborriva e disprezzava.
«Ah! fece tra sè Mazzarino, che viso dolce! venisse mai a chiedermi danaro a prestito?»
E diede un’occhiata di mal umore al suo forziere; tirò anche in dentro il castone del magnifico diamante il di cui fulgore attraeva gli sguardi sulla sua mano che d’altronde era bianca e ben fatta. Disgraziatamente quell’anello non aveva la virtù di quello di Gygés che rendeva il suo padrone invisibile quando faceva l’atto allora fatto da Mazzarino.
Ora, il ministro avrebbe bramato assai di essere invisibile in quell’istante, giacchè indovinava ch’Enrichetta si recasse da lui a domandargli qualche cosa: tosto che una regina da esso trattata tanto male compariva col sorriso sul labbro, invece che in tuono minaccioso, arrivava di certo a supplicare e non altro.
«Signore, disse l’augusta visitante, sul primo avevo idea di ragionare dell’affare che qui mi conduce colla regina mia sorella, ma ho riflettuto che le faccende politiche riguardano innanzi a tutto gli uomini.
«Vostra Maestà creda pure, rispose il ministro, che ella mi confonde con questa lusinghiera distinzione.
«È assai grazioso, pensò la regina; che avesse capito tutto?»
Erano nel gabinetto. Mazzarino fece sedere Enrichetta, e poi le disse:
«Date gli ordini vostri al più rispettoso dei vostri servi.
«Ohimè! ella replicò, ho perduta l’abitudine di dar ordini, e ho preso quella di far delle preghiere. Ed una vengo ad avanzare a voi, ben fortunata se può essere esaudita.
«Vi ascolto, signora.
«Si tratta della guerra che il re mio consorte sostiene contro i suoi sudditi ribelli. Forse ignorate che in Inghilterra v’hanno continui combattimenti, ed altri ve ne avranno tra poco, molto più decisivi che sinora non fossero?
«Lo ignoro del tutto. (Ed il ministro si stringeva nelle spalle nel pronunziare queste parole) eh! le guerre nostre occupano abbastanza il tempo e la mente di un povero ministro inetto ed infermo quale io sono.
«Or bene, io dunque vi dirò che Carlo I mio sposo è alla vigilia d’impegnare un’azione decisiva. In caso di perdita (Mazzarino fece un movimento).... bisogna preveder tutto.... in caso di perdita, desidera ritirarsi in Francia e viver quivi da semplice suddito. Che dite di tal progetto?»
Mazzarino aveva ascoltato senza che alcuna fibra del suo viso manifestasse l’impressione ch’ei risentiva; intanto il suo sorriso si manteneva al solito finto e carezzevole, ed allorchè Enrichetta ebbe terminato, ei rispose con la voce più melliflua che potesse:
«E credete, signora, che la Francia agitata e bollente com’è per sè stessa, sia un porto di salvezza per un re balzato dal soglio? La corona sta digià poco solida sulla testa al re Luigi XIV, come potrebbe egli sopportare un duplice peso?...
«Codesto peso non è stato molto grave in quanto concerne me, interruppe Enrichetta, ed io non chiedo che pel mio consorte si faccia più di ciò che per me fu fatto. Vedete che siamo re assai modesti!
«Oh! voi, signora, si affrettò a soggiungere Mazzarino onde troncare le spiegazioni che vedeva prossime, per voi è tutt’altro; una figlia di Enrico IV, una figlia di quel re, grande, sublime....
«Lo che non v’impedisce di ricusare ospitalità al suo genero, non è così? Eppure dovreste ricordarvi che quel re, grande, sublime, proscritto un giorno secondo ora sarà il mio marito, andò a chiedere soccorso all’Inghilterra, e questa glielo diede: vero è però che la regina Elisabetta non era sua nepote.
«Peccato! fece Mazzarino imbrogliato da quella logica sì semplice, Vostra Maestà non mi capisce; giudica male le mie intenzioni, e senza dubbio perchè mi spiego poco bene in francese.
«Parlate in italiano. La regina Maria dei Medici nostra madre ne insegnò quell’idioma innanzi che Richelieu vostro predecessore la mandasse a morire nell’esiglio. Se alcun che è pur rimasto di quel grande e sublime re Enrico del qualetestè faceste menzione, oh! deve meravigliare al sommo di codesta ammirazione profonda per lui congiunta a così poca pietà per la sua famiglia».
A Mazzarino colavano dalla fronte grosse goccie di sudore.
«Anzi, signora, ripigliò senza accettare l’offerta della sovrana di esprimersi in altra lingua, questa ammirazione è tanto grande e verace, che se il re Carlo I, che Iddio lo salvi da ogni disgrazia! venisse in Francia, io gli esibirei la mia casa, sì, la mia; ma ohimè! sarebbe un ricovero poco sicuro. Un giorno o l’altro il popolo incendierà questa abitazione come fece con quella del maresciallo d’Ancre. Povero Concino Concini! eppure ei voleva soltanto il bene della Francia.
«Sì, Eccellenza, come voi», fece ironicamente la regina.
Mazzarino finse di non capire il doppio senso della frase detta da lui stesso, e continuò a commiserare la sorte di Concino Concini.
«Ma insomma, che mi rispondete? domandò Enrichetta impazientitasi.
«Ah signora! egli esclamò più intenerito che mai, Vostra Maestà mi permetterebbe di darle un consiglio? bene inteso che innanzi di prendermi tanto ardire, comincio dal pormi ai piedi della Maestà Vostra per ciò che a lei piaccia.
«Dite pure; il consiglio di un uomo sì prudente come voi siete deve essere indubitatamente buonissimo.
«Credete a me, signora, il re deve difendersi sino alla fine.
«Lo ha fatto, e quest’ultima battaglia che è per dare con mezzi di gran lunga inferiori a quelli de’ suoi nemici, prova che non ha intenzione di arrendersi senza aver pugnato; ma in conclusione, nel caso che fosse vinto?...
«In tal caso, so che ardisco di troppo esternando a Vostra Maestà la mia opinione, ma io penso che il re non deve abbandonare il suo regno; si dimenticano presto i re assenti: s’ei passa in Francia, è perduta la sua causa.
«Ma allora, se questo è il vostro parere, se veramente vi interessate a lui, mandategli qualche soccorso in uomini e in danari, perchè io nulla posso più fare a suo pro; per aiutarlo ho venduto sino all’ultimo diamante che possedevo; nulla più mi rimane, e voi lo sapete meglio di chiunque. Se mi fossero restate delle gioje, avrei col prodotto di queste comperata la legna necessaria per riscaldar me e mia figlia in questo inverno.
«Ah! replicò il ministro, Vostra Maestà, non sa qual domanda mi faccia! Dal giorno in cui un soccorso di esteri entra al servizio di un re onde porlo nuovamente sul trono,si viene a riconoscere ch’ei non abbia più ajuto nell’amore dei suoi sudditi.
«Alla sostanza, signor Mazzarino, alla sostanza! disse la regina infastidita di seguire quello spirito scaltrissimo nel laberinto di parole fra cui si smarriva, rispondetemi o sì o no. Se il re persiste a rimanere in Inghilterra, gli invierete dei soccorsi? se viene in Francia, gli darete ospitalità?
«Signora, conchiuse il ministro ostentando la maggiore franchezza, spero mostrare adesso a Vostra Maestà quanta sia la mia devozione per lei, e quanto io brami di terminare un affare che tanto le sta a cuore; dopo di che, mi figuro che ella non dubiterà più del mio zelo a servirla».
Enrichetta si mordeva le labbra, e si agitava smaniosa sulla sedia ov’era assisa.
«Ebbene, che farete? sentiamo, parlate!
«Vado immediatamente a consultare la regina su questa questione, e indi rimetteremo subito la cosa al Parlamento.
«Col quale voi siete in guerra, non è così? Incaricherete come relatore Broussel? Eh basta, basta, signor mio! Vi comprendo, ed ho agito male. Andate infatti al Parlamento, poichè da quel Parlamento nemico del re sono venuti alla figlia del grande, del sublime Enrico IV, che tanto ammirate, i soli sussidj che le abbiano impedito di morir di fame e di freddo in questo inverno!»
Ed Enrichetta si alzò in atto di maestosa indignazione.
Il ministro stese le mani giunte verso di lei.
«Ah signora! mio Dio, come poco mi conoscete!»
Ma la regina, senza nemmeno voltarsi dalla parte di quello che spargeva finte lacrime, s’incamminò sino all’uscio del gabinetto, lo aperse, ed in mezzo alle numerose guardie dell’Eccellenza, ai cortigiani assidui a farle la corte, al lusso di una regina rivale, andò a prendere per mano di Winter, rimasto solo, in piedi ed isolato.... povera sovrana ormai decaduta davanti alla quale tutti s’inchinavano ancora per mera etichetta, ma che infatti non aveva più che un braccio su cui potesse appoggiarsi.
«Non importa, disse Mazzarino quando fu solo, mi ha dato non poco tormento, e mi tocca una parte assai difficile.... Io però non ho detto niente nè all’uno nè all’altra.... Uhm! il Cromvello è un terribile cacciatore di re; compiango i suoi ministri, qualora arrivi mai a prenderne.... Bernouin!»
Comparve Bernouin.
«Si veda subito se il giovane con il giubbetto nero e i capelli corti che dianzi introduceste da me è tuttora in palazzo».
Bernouin uscì.
Mazzarino impiegò il tempo della sua assenza a girare di nuovo in fuori il castone dell’anello, a stropicciare il brillante, ad ammirarne la bellissima acqua, e siccome aveva ancora negli occhi una lagrima che gli offuscava la vista, scosse il capo per farla cadere.
Tornò Bernouin con Comminges ch’era di guardia.
«Monsignore, disse quest’ultimo, mentre accompagnava il giovane di cui Vostra Eccellenza fa ricerca, egli si è accostato alla porta coi cristalli della galleria, ed ha guardato con meraviglia qualche cosa, sicuramente il bel quadro di Raffaello che le sta dirimpetto: poi ha pensato un poco, ed ha scesa la scala. Mi è sembrato di vederlo montare sopra un cavallo grigio ed uscire dal cortile del palazzo. Ma Vostra Eccellenza non va dalla regina?
«A che fare?
«Il signor di Guitaut, mio zio, mi ha detto adesso che Sua Maestà aveva ricevuto notizie dall’armata.
«Va bene, vado subito».
Nell’istante capitò il signor di Villequier; veniva infatti a chiamare il ministro a nome della regina.
Comminges avea veduto bene, e Mordaunt aveva agito precisamente com’egli raccontava. Traversando la galleria paralella a quella co’ cristalli adocchiò di Winter, il quale attendeva ch’Enrichetta avesse terminate le sue trattative.
A tal vista Mordaunt si fermò ritto, non già ad osservare il quadro di Raffaello, ma come affascinato dall’aspetto di un oggetto tremendo; gli si dilatarono le pupille, gli corse un brivido in tutte le membra, pareva che volesse penetrare fra quell’argine di vetro che lo separava dal suo nemico, imperocchè se Comminges avesse abbadato all’espressione di odio con cui il giovane fissava il ciglio sopra di Winter, di leggieri si sarebbe accorto che quel signore inglese era suo mortale nemico.
Ma egli si fermò, e certamente per riflettere, poichè invece di lasciarsi trasportare dal suo primo impulso, ch’era di andare direttamente incontro a milord di Winter, scese lentamente la scala, uscì dal palazzo a testa bassa, si pose in sella, si trasse col cavallo sul canto della via Richelieu, ed ivi con gli occhi fissi sul cancello, attese che dal cortile si partisse la carrozza della regina.
Nè fu lunga la sua aspettativa, mentre Enrichetta erasi trattenuta da Mazzarino appena un quarto d’ora; ma il quarto d’ora parve un secolo a lui che aspettava. Finalmente la grave macchina che in allora chiamavasi carrozza venne fuoricon gran rumore, e di Winter sempre a cavallo si chinò di nuovo allo sportello per discorrere con Sua Maestà.
I cavalli si mossero di trotto, s’incamminarono al Louvre, ed ivi entrarono. Innanzi di partirsi dal convento dei Carmelitani, Enrichetta aveva detto alla sua figlia che venisse ad attenderla al palazzo, dove aveva dimorato per molto tempo, e indi da lei abbandonato perchè la lor miseria pareva ad esse più grave ancora nelle sue sale dorate.
Mordaunt seguitò il cocchio, e quando lo ebbe veduto entrare sotto l’arcata oscura, andò col suo corsiero ad accostarsi ad un muro su cui stendevasi l’ombra, e restò immobile in mezzo alle modanature di Giovanni Goujon, non dissimili da un bassorilievo che rappresenti una statua equestre.
Aspettava, conforme avea già fatto al palazzo reale.