XX.Entra in funzioni Grimaud.

XX.Entra in funzioni Grimaud.

Sicchè Grimaud si presentò alla torre di Vincennes con l’esteriore suo favorevole. Il signor di Chavigny si piccava d’aver l’occhio infallibile, lo che potrebbe indurci ad opinare che realmente fosse figliuolo di Richelieu che aveva in eterno codesta pretensione: quindi esaminò attentamente il postulante,e congetturò che i sopraccigli accosti, le labbra sottili, il naso ricurvo e i grossi pomelli di Grimaud fossero indizi perfetti. Gli disse soltanto dodici parole, e Grimaud ne rispose quattro.

«Ecco, fece Chavigny, un giovanotto come si deve; andate a farvi accettare da la Ramée, dicendogli che fate ottimamente al caso mio».

Grimaud voltò le calcagna, e andò a passare sotto l’inspezione assai più rigorosa di la Ramée. Ciò che rendeva costui più difficile si era che Chavigny sapeva di potersi riposare su di lui, ed egli voleva poter riposarsi sopra Grimaud.

Aveva Grimaud per l’appunto le qualità capaci di dare nel genio ad un birro il qual desideri un sottobirro; dimodochè dopo mille interrogazioni che ottennero appena un quarto di risposta, la Ramée affascinato da quella sobrietà di parole si stropicciò le mani ed arruolò il Grimaud.

«Gli ordini? chiese quest’ultimo.

«Eccoli. Non lasciar mai solo il detenuto, levargli qualunque arnese pungente e tagliente, impedirgli di far de’ cenni alle genti di fuori e troppe ciarle co’ suoi guardiani.

«Non v’è altro?

«Niente altro pel momento. Nuove circostanze, se ve ne saranno, daranno luogo a nuove istruzioni.

«Bene» fece Grimaud.

Ed entrò dal duca di Beaufort.

Questi stava occupato a pettinarsi la barba. La barba, ei se la lasciava crescere, ugualmente che i capelli, per far dispetto a Mazzarino mostrando la sua miseria e alterando la sua trista figura. Però, essendogli sembrato, pochi giorni innanzi, di su dalla torre, di riconoscere in fondo ad una carrozza la bella Montbazon, la di cui memoria gli era tuttavia cara, non voleva essere per lei qual era per Mazzarino, e nella speranza di rivederla aveva chiesto un pettine di piombo, che gli era stato concesso.

Il Beaufort aveva domandato il pettine di piombo, perchè alla guisa di tutti i biondi egli era di pelo un po’ rossiccio, e pettinandoselo veniva a tingerlo più cupo.

Grimaud capitato colà adocchiò il suddetto pettine posato dal principe sul tavolino, e lo prese facendo una riverenza.

Il duca guardò attonito quella figura singolare.

La figura si mise in tasca il pettine.

«Ehi! olà! che roba è questa? gridò il duca, e chi è quel birbante?»

Grimaud non fiatò, ma fe’ un altro saluto.

«Sei tu mutolo?» esclamò il duca.

L’altro ammiccò di no.

«Dunque, chi sei? rispondi, te lo comando! disse il Beaufort.

«Guardiano, pronunziò Grimaud.

«Guardiano? strillò il principe, oh bene! non mancava altro alla mia raccolta che questo muso da forca!... Ehi! la Ramée! qua, qua gente!»

Venne la Ramée. Disgraziatamente pel duca, questo fidandosi di Grimaud stava in procinto di trasferirsi a Parigi; era già nel cortile, e tornò su malcontento.

«Che v’è egli, mio principe? domandò.

«Che mascalzone è quello che mi piglia il pettine e se lo mette nella sua saccoccia sporca?

«È una delle vostre guardie, monsignore, un giovane pien di merito, e che, ne sono certo, apprezzerete come facciamo il signor di Chavigny ed io.

«Perchè mi prende il pettine?

«Ma davvero, poi, disse la Ramée, perchè prendete il pettine di monsignore?»

Grimaud si cavò di tasca il pettine, ci passò sopra il dito, e guardando, e mostrando la zanna si limitò a profferire questa parola:

«Pungente.

«È vero! fece la Ramée.

«Che dice quella bestia? chiese il duca.

«Monsignore, dice che dal re vi è proibito qualunque arnese pungente.

«Ah! ribattè Beaufort, siete forse impazzito, la Ramée? se me lo deste voi stesso!

«E feci male, perchè nel darvelo, Altezza, contravvenni agli ordini».

Il principe guatò con collera Grimaud, che aveva restituito a la Ramée l’oggetto della questione, e borbottò:

«Prevedo che quel furfante mi darà noja assai!»

Infatti, in carcere non v’hanno sentimenti intermedj: uomini e cose, tutto vi è amico o nemico; s’ama e si odia qualche volta con ragione, ma più ancora per istinto. Ora, pel motivo semplicissimo che alla prima occhiata Grimaud era piaciuto a Chavigny e la Ramée, per questo, i suoi pregi di faccia al governatore ed al birro diventando difetti in faccia al prigioniero, ei dovea subito spiacere a Beaufort.

Bensì Grimaud non volle tosto al primo giorno romperla col detenuto: egli aveva bisogno non di una repugnanza repentina, ma di un odio bello e buono e tenace. Per lo che si ritirò, cedendo il posto a quattro custodi, i quali avendofatto colazione potevano riassumere il loro servizio appresso al principe.

Il signor di Beaufort dal canto suo aveva da preparare una burla di cui faceva gran caso: aveva chiesto dei gamberi per la colazione dell’indomani, e divisava di occuparsi tutta la giornata a metter su una piccola forca, onde appiccare il più bello di tutti in mezzo alla stanza. Il color rosso che doveva dargli la cottura aumenterebbe l’illusione, e così egli godrebbe della soddisfazione d’impiccare Mazzarino in effigie, aspettando che fosse impiccato in realtà, senza però che alcuno potesse a lui rimproverare di aver giustiziato altro che un gambero.

Lavorò assiduo all’apparecchio dell’esecuzione. In carcere si rimbambisce, e il signor di Beaufort era di tal carattere da subire più di chiunque questo inconveniente. Andò a passeggiare al solito, strappò due o tre ramoscelli destinati ad aver parte nella sua scena buffonesca, dopo aver cercato di molto trovò un pezzo di bicchiere rotto (del che si mostrò contentissimo), e tornato in camera sfilacciò un fazzoletto.

Nessuno di questi atti sfuggì all’attenzione di Grimaud.

La mattina dipoi la forca fu pronta; e per poterla piantare in mezzo alla stanza il signor di Beaufort ne affilava una delle punte col suo pezzo di vetro.

La Ramée lo guardava con la curiosità di un padre che pensi di scoprire tra poco un nuovo balocco da dare a’ suoi figliuoli, ed i quattro custodi con quell’aria d’indolenza che formava in allora, come oggi pure, il carattere principale della fisonomia del soldato.

Quando entrò Grimaud, il duca aveva posato il pezzo di bicchiere; sebbene non avesse ancora terminato di assottigliare il piede del patibolo, aveva sospesa l’operazione per legare il refe alla punta opposta.

Il principe diede a Grimaud un’occhiata che manifestava qualche resto del mal umore della sera precedente, ma siccome gioiva anticipatamente del risultato che avrebbe la sua invenzione, così non gli badò più altrimenti.

Se non che quando ebbe finito di fare un nodo fisso ad una cima del filo ed all’altra un nodo scorridojo, quando ebbe dato uno sguardo al piatto di gamberi e scelto il più maestoso, si girò per andare a pigliare l’avanzo di bicchiere, e questo era sparito.

«Chi mi ha preso il vetro?» domandò il duca aggrottando le ciglia.

Grimaud ammiccò esser egli stesso.

«Come! tu? e perchè?

«Ma davvero, chiese la Ramée, perchè avete preso il vetro di Sua Altezza?»

Grimaud che aveva in mano il nuovo oggetto di contesa ci passò sopra il dito, e disse:

«Tagliente.

«È giusto, monsignore! fece la Ramée, capperi! che prezioso custode abbiamo acquistato!

«Signor Grimaud, disse Beaufort, per vostro bene vi scongiuro a badare di non trovarvi mai a portata della mia mano».

Grimaud fece una riverenza e si ritirò in fondo alla camera.

«Zitto, zitto, monsignore! seguitò la Ramée, datemi codesto palo, e ve lo affilerò col mio coltello.

«Voi? domandò il duca ridendo.

«Io, sì: non era questo che volevate?

«Certo... veh! così sarà più ridicola!... a voi, mio caro la Ramée».

Il birro, che non aveva capita l’esclamazione del principe, assottigliò con tutto garbo il piede del palo.

«Bravo! fece il Beaufort, adesso fatemi un buco in terra, intanto ch’io vo a prendere il paziente».

L’altro posò un ginocchio al suolo e fece la buca.

Frattanto il duca attaccò il gambero al refe.

Poi fissò il patibolo nel pavimento, dando in uno scroscio di risa.

Rise anche la Ramée, ma senza sapere di che; e le guardie vi si unirono in coro.

Grimaud fu il solo che non ridesse. Si avvicinò a la Ramée, e additandogli l’animaletto che girava in cima al filo, gli disse:

«Ministro.

«Appiccato da Sua Altezza duca di Beaufort! continuò il principe smascellandosi dalle risa, e da messer Jacopo Crisostomo la Ramée birro del re».

Il qual birro inorridito cacciò un urlo, si scagliò verso il palo, lo levò di terra, e lo ridusse a pezzetti, e questi buttò via dalla finestra. Ed altrettanto stava per fare del gambero, mentre era fuori di sè, ma Grimaud glielo prese di mano.

«Buono da mangiare», esso disse.

E se lo ripose in saccoccia.

Questa volta il duca si era divertito tanto che quasi perdonò a Grimaud la parte da lui fatta. Però, nel corso della giornata riflettè all’intenzione avutasi dal guardiano, e questa in fondo gli parve pessima, e sentì accrescersi in petto l’odio contro di lui.

Frattanto, con sommo dolore di la Ramée, la storia del gambero fece molto strepito nell’interno della torre ed anche fuori. Il signor di Chavigny, che in cuore aborriva il ministro, si diè premura di confidare l’aneddoto a due o tre amici, che subito lo divulgarono.

E ciò tenne allegro per due o tre giorni il signor di Beaufort.

Il duca aveva osservato fra’ suoi custodi un uomo di buon aspetto, e lo accarezzava tanto più quanto ad ogni istante aveva maggior rancore contro Grimaud. Una mattina, che aveva preso in disparte quell’uomo, ed era riuscito a parlargli qualche tempo da solo a solo, capitò Grimaud, esaminò quel che là succedeva, ed accostatosi rispettosamente ai due interlocutori pigliò per un braccio il guardiano.

«Che volete?» gli domandò brutalmente il duca.

Grimaud accompagnò il custode quattro passi in là, e gli disse:

«Andate».

Quegli obbedì.

«Oh! esclamò il principe, mi siete insopportabile, vi castigherò».

Grimaud s’inchinò ossequiosamente.

«Vi romperò le ossa!» gridò il principe esacerbato.

Grimaud ossequiosamente s’inchinò.

«Signore spione, continuò il duca, vi strozzerò con le mie mani!»

Grimaud salutò camminando all’indietro.

«E questo, non più tardi di adesso!» soggiunse il signor di Beaufort, che pensava esser meglio finirla subito.

E stese i due pugni verso Grimaud.

Grimaud si contentò di spinger fuori il guardiano e chiuder l’uscio.

Al tempo stesso sentì le mani del signor di Beaufort che gli si abbassavano sulle spalle come due tanaglie di ferro, ma in vece di chiamare o difendersi si limitò a portarsi lentamente l’indice a pari altezza delle labbra, ed a profferire a mezza voce sotto un graziosissimo sorriso:

«Zitto!»

Erano cose sì rare in Grimaud un gesto, un sorrisetto e una parola, che Sua Altezza si fermò in tronco, giunta al massimo grado di stupefazione.

Grimaud approfittò del momento per cavarsi dalla fodera della casacca un bel bigliettino con sigillo signoresco, a cui la lunga permanenza ne’ suoi abiti non aveva fatto perdere del tutto il buon odore, e senza pronunziare un accento lo porse al signor duca.

Il quale, vieppiù maravigliato, lasciò libero Grimaud, pigliò il biglietto, e riconosciutone il carattere, esclamò:

«Madama di Montbazon!»

Grimaud col capo ammiccò di sì.

Il principe lacerò sollecito la sopraccarta, si passò una mano sugli occhi, tant’era il bagliore che provava, e lesse quanto segue:

«Mio caro duca«Potete fidarvi totalmente al bravo uomo che vi consegnerà il presente, essendo egli il domestico di un gentiluomo ch’è tutto nostro, e ce lo ha garantito come esperimentato mediante venti anni di costante fedeltà. Ha aderito ad entrare al servizio del vostro birro e rinchiudersi con voi a Vincennes, onde disporre e secondare la vostra fuga, della quale noi ci andiamo occupando.«Si avvicina il momento della liberazione. Abbiate pazienza e coraggio, pensando che non ostante il tempo e la lontananza tutti gli amici vostri vi serbano ancora i sentimenti che per voi nudrivano.Vostra affezionatissimaMaria de Montbazon.P. S. Firmo per intiero, giacchè sarebbe troppa vanità il supporre che dopo cinque anni di assenza riconosceste le mie iniziali».

«Mio caro duca

«Potete fidarvi totalmente al bravo uomo che vi consegnerà il presente, essendo egli il domestico di un gentiluomo ch’è tutto nostro, e ce lo ha garantito come esperimentato mediante venti anni di costante fedeltà. Ha aderito ad entrare al servizio del vostro birro e rinchiudersi con voi a Vincennes, onde disporre e secondare la vostra fuga, della quale noi ci andiamo occupando.

«Si avvicina il momento della liberazione. Abbiate pazienza e coraggio, pensando che non ostante il tempo e la lontananza tutti gli amici vostri vi serbano ancora i sentimenti che per voi nudrivano.

Vostra affezionatissima

Maria de Montbazon.

P. S. Firmo per intiero, giacchè sarebbe troppa vanità il supporre che dopo cinque anni di assenza riconosceste le mie iniziali».

Per un poco il duca restò sbalordito. Quel che cercava da un quinquennio senza aver mai potuto trovarlo, cioè un servo, un ajuto, un amico, gli cadeva giù dal cielo in un botto allorchè meno se lo aspettava. Guardò Grimaud con istupore, e tornò a leggere da cima a fondo la lettera.

«Oh cara Maria!» balbettò dopo ch’ebbe finito, «dunque era dessa che avevo veduta in carrozza! come! pensa ancora a me dopo cinque anni di separazione! Questa, cospetto! è una costanza che non si vede se non nell’Astrea!»

Indi volgendosi a Grimaud:

«E tu, brav’uomo, gli domandò, acconsenti ad ajutarci?»

Quegli fe’ segno di sì.

«E venisti qui espressamente per questo?»

Ripetuto il medesimo cenno.

«Ed io che ti voleva strozzare!» esclamò il signor di Beaufort.

Grimaud sogghignava.

«Ma aspetta!» disse il principe.

E si frugò nel taschino.

«Aspetta! continuò, e rinnuovava la prova riuscita inutile la prima volta, non sarà detto che rimanga non premiato tanto zelo per un nepote di Enrico IV!».

I movimenti del duca di Beaufort indicavano le migliori intenzioni del mondo, ma una delle precauzioni prese a Vincennes erasi quella di non lasciargli danari.

Per lo che Grimaud ch’ebbe visto il rincrescimento del duca, si levò dalla saccoccia una borsa piena d’oro e la presentò a lui.

«Ecco, disse, quel che voi cercate».

Beaufort aprì la borsa per vuotarla nelle mani di Grimaud, ma questi scosse la testa e indietreggiando un poco, disse:

«Grazie, monsignore, sono pagato».

Passava il duca da una ad altra sorpresa. Porse la mano a Grimaud, costui gliela baciò rispettosamente. Grimaud aveva preso alquanto delle maniere alla grande di Athos.

«E adesso, domandò di Beaufort, che faremo?

«Monsignore, sono le undici antimeridiane; alle due chiedete di fare una partita alla palla con la Ramée e mandate due o tre palle per disopra ai bastioni.

«Ebbene? e poi?

«E poi, vi aggrapperete al muro, e griderete a un uomo che lavora nei fossi di rimandarvele.

«Capisco», rispose il principe.

Apparve somma soddisfazione in viso a Grimaud; il poco uso ch’ei faceva della favella gli rendeva difficile il conversare.

Egli fece un atto come per andarsene.

«Ma, seguitò il duca, non vuoi accettar nulla?

«Vorrei che Vostra Altezza mi facesse una promessa.

«E quale? di’ pure.

«Che quando scapperemo, io passi sempre e dappertutto il primo; giacchè se ripigliano Vostra Altezza, il maggior rischio per lei è di esser rimessa nella sua prigione, mentre a me, se mi acchiappano, il meno che possa succedere è di essere impiccato.

«È giusto, replicò il duca, e da gentiluomo sarà fatto come tu richiedi.

«Ora, proseguì Grimaud, non ho da domandarvi più altro che una cosa, monsignore, ed è di farmi l’onore di aborrirmi quanto prima.

«Procurerò», disse il duca.

Fu bussato.

Il principe si mise in tasca biglietto e borsa, e si gettò sul letto. Si sapeva esser quello il suo compenso nei momenti dinoja. Grimaud andò ad aprire. Era la Ramée che veniva dalle stanze del ministro dov’era accaduta la scena già da noi narrata.

La Ramée diede intorno uno sguardo indagatore, e veduti sempre i medesimi sintomi di antipatia fra il prigioniero e il custode sorrise d’interna soddisfazione.

E poi disse a Grimaud:

«Bene, mio caro, benone. È stato parlato di voi dianzi in buon luogo, e spero che abbiate presto delle notizie che non vi spiaceranno».

Grimaud salutò in un modo che cercò di rendere grazioso, e si ritirò conforme soleva quando giungeva il suo superiore.

«Ebbene, monsignore! disse la Ramée con la sua risata grossolana, fate sempre muso al povero giovanotto?

«Ah! siete voi, la Ramée? rispose il duca, affè gli era tempo che veniste. Mi ero buttato sul letto, ed avevo voltato il viso verso il muro per non cedere alla tentazione di mantener la promessa con istrangolare quello scellerato di Grimaud.

«Dubito però assai, ribattè il birro, spiritosamente alludendo alla mutolezza del suo subalterno, che abbia dette a Vostra Altezza cose spiacevoli.

«Lo credo, per Diana! un mutolo d’Oriente! vi giuro ch’era tempo che veniste, ed avevo premura di rivedervi.

«Troppa bontà, monsignore, seguitò la Ramée sensibile al complimento.

«Sì, in coscienza, continuò il principe, oggi mi sento sì poco agile che non vi divertireste a guardarmi.

«Dunque faremo una partita alla palla, propose macchinalmente la Ramée.

«Se non v’incresce.

«Sono ai comandi di Vostra Altezza.

«Gli è, caro mio, che siete molto garbato, e vorrei rimanere eternamente a Vincennes per avere la soddisfazione di passare la mia vita con voi.

«Monsignore, io credo che non sarà colpa del ministro se non si compiono le vostre brame.

«Come, come? lo avete visto da poco in qua?

«Mi ha mandato a chiamare stamane.

«Davvero! per parlarvi di me?

«E di chi volete che mi parli? se siete propriamente il suo tormento, il suo incubo, monsignore!»

Il duca sogghignò amaramente.

«Ah! disse, se accettaste le mie offerte!

«Eh via! Altezza, si torna a discorrere di questo? ma ecco, non siete ragionevole!

«La Ramée, vi ho detto e vi ripeto, che farei la vostra fortuna.

«E con che cosa? appena usciate di carcere saranno confiscati i vostri beni.

«Appena io esca di carcere sarò padrone di Parigi.

«Zitto là! zitto! posso sentire cose simili, io? Bella conversazione da tenersi a un ufficiale regio! Comprendo, monsignore, che mi toccherà a cercare un secondo Grimaud!

«Animo, non ne parliamo più. Sicchè, fra te e il ministro si è tenuto proposito di me? La Ramée, un giorno ch’ei ti mandi a chiamare, dovresti indossare le mie vesti, io andrei in vece tua, lo strozzerei, e da gentiluomo! se tu esigessi questo patto, tornerei in prigione.

«Monsignore, mi accorgo che mi toccherà far venir qui Grimaud!

«Orsù, ho torto.... E che ti ha detto l’assassino?

«Monsignore, vi meno buona questa parola perchè fa rima con Mazzarino.... Che mi ha detto? di sorvegliarvi.

«E perchè sorvegliarmi? richiese inquieto il duca.

«Perchè un astrologo ha prognosticato che scappereste.

«Ah! un astrologo lo ha prognosticato! ripetè Beaufort quasi tremando.

«Eh sì, Dio buono! in parola d’onore, non sanno che diamine ideare per tormentare le genti come quegl’imbecilli di stregoni.

«E che hai risposto all’illustrissimo?

«Che se l’astrologo faceva del lunarj, lo consigliavo a non comprarli.

«Perchè?

«Perchè, per fuggire bisognava diventare un fringuello o uno scricciolo.

«E hai ragione pur troppo!... Andiamo a giuocare alla palla, la Ramée.

«Domando scusa a Vostra Altezza, ma occorre che mi conceda una mezz’ora.

«E perchè?

«Perchè il signor Mazzarino ha più superbia di voi, quantunque non sia di nascita tanto buona, e si è scordato d’invitarmi a colazione.

«Or bene, vuoi ch’io ti faccia portar da mangiare qui?

«No, no; avete da sapere che il pasticciere che stava dirimpetto al castello, e si chiamava maestro Marteau....

«Ebbene?

«Otto giorni sono vendè il suo negozio a un pasticciere di Parigi, al quale pare che i medici abbiano ordinata l’aria di campagna.

«E che m’importa?

«Un momento! talchè questo maledetto pasticciere ha davanti alla bottega un mucchio di robe che fanno venire l’acquolina alla bocca.

«Ghiottone!

«Eh! non siamo mica ghiottoni, rispose la Ramée, perchè si ha caro di mangiar bene. Sta nella natura dell’uomo di cercare la perfezione tanto nelle sfogliate come nelle altre cose. Ora quel manigoldo, quando mi ha visto fermare dinanzi la sua mostra, mi è venuto incontro con la lingua tutta infarinata, dicendo: — Signor la Ramée, mi avete da procurare per avventori i prigionieri della torre; ho comprato lo stabilimento dal mio predecessore, perchè mi assicurava che provvedeva il castello, eppure, sul mio onore, da otto giorni che son qua, il signor di Chavigny non ha fatto prendere da me un biscottino. — Ma, gli ho risposto, forse il signor di Chavigny avrà paura che le vostre paste non siano buone. — Che non sian buone! ecco, signor la Ramée, voglio farvene giudice, e ora subito. — Non posso, devo andare assolutamente alla torre. — Andate pei fatti vostri, giacchè avete premura, ma tornerete fra mezz’ora. — Fra mezz’ora? — Sì: avete fatto colazione? — No davvero. — Dunque, ecco un pasticcio che vi aspetterà, con una bottiglia di Borgogna vecchio.... — Sicchè, monsignore, capite ch’essendo a digiuno, bramerei con licenza di Vostra Altezza....»

E la Ramée fece un inchino.

«Va pure, imbecille! disse il duca, ma bada che ti do una sola mezz’ora.

«Posso promettere al Marteau che sarete suo avventore?

«Sì, purchè non cacci de’ funghi nei pasticci: tu sai che i funghi del bosco di Vincennes sono micidiali alla nostra famiglia».

La Ramée uscì senza por mente all’allusione, e dopo cinque minuti l’ufficiale di guardia entrò col pretesto di far onore al principe tenendogli compagnia, ma in realtà per eseguire gli ordini del ministro, il quale conforme ci è noto, raccomandava di non perdere di vista il prigioniero.

Ma il duca, nei cinque minuti ch’era stato solo, aveva avuto agio di rileggere il biglietto di madama di Montbazon, da cui gli rimaneva provato che gli amici non lo dimenticavano ed anzi si occupavano della sua liberazione; egli ignorava con qual modo, ma si proponeva di finire con far parlare Grimaud, in cui aveva tanto maggior fiducia, in quanto che ormai comprendeva tutta la sua condotta, e capiva non aver esso inventate le sue piccole persecuzioni contro di lui,se non per togliere a’ guardiani ogni sospetto d’intelligenza seco.

Tale astuzia diede al signor di Beaufort una ottima idea del giudizio di Grimaud, ed egli risolse di fidarsene interamente.


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