XXIV.San Dionigi.

XXIV.San Dionigi.

Principiava ad esser giorno quando Athos si alzò e si fece vestire. Dalla sua pallidezza maggiore del consueto, e dai segni che lascia sul volto la veglia, si scorgeva che doveva aver passata quasi tutta la notte senza dormire. Contro l’abitudine di quest’uomo tanto fermo e deciso, esisteva in quella mattina in tutta la sua persona qualche cosa di lento e d’irresoluto.

Egli è che si occupava ai preparativi di partenza di Raolo e cercava di acquistar tempo. Prima forbì da sè una spadache trasse da un astuccio di cuojo profumato, esaminò se la impugnatura era ben in guardia, e se la lama reggeva a questa assai solidamente.

Dipoi gettò in fondo ad una valigia destinata al giovanetto un sacchetto pieno di luigi, chiamò Olivain (il lacchè che lo aveva accompagnato da Blois), e gli fece fare davanti a sè i fagotti, invigilando che vi fossero tutti gli oggetti necessarj ad uno che si mette in campagna.

Ed avendo impiegato un’ora circa in tali diligenze, aprì l’usciale che conduceva in camera del visconte e vi entrò leggermente.

Il sole digià brillante penetrava nella stanza dalla larga finestra di cui Raolo, tornato tardi, aveva trascurato di chiudere le portiere la sera precedente. Dormiva esso ancora, con la testa graziosamente posata sul braccio. I lunghi capelli neri gli cuoprivano per metà la bella fronte umida tuttavia di quel vapore che scorre in placide perle giù per la guancia dello stanco fanciullo.

Athos si avvicinò, e chinatosi in atto ricolmo di tenera malinconia, stette lunga pezza a considerare il giovanetto dal labbro sorridente, dalle palpebre quasi chiuse, di cui i sogni dovevano essere dolcissimi e lieve il sonno, tanto era l’affetto e la sollecitudine che poneva l’angiolo suo protettore nella tacita sua custodia. A grado a grado Athos si lasciò trasportare dall’incanto della sua meditazione al cospetto di quella gioventù sì ricca e pura, e a lui ricomparve la gioventù sua propria, seco recando tutte le sue soavi rimembranze, le quali sono piuttosto fragranze che pensieri. Da quel passato al presente correva un abisso. Ma l’immaginazione ha il volo dell’angiolo e del lampo; varca i mari ove noi fummo presso a naufragare, le tenebre in cui si perderono le nostre illusioni, i pregiudizj in cui si sommerse la nostra felicità. Ei riflettè che la prima parte della sua vita era stata distrutta da una donna; riflettè atterrito a quanta influenza aver possa l’amore sovra ad una organizzazione sì delicata e vigorosa a un tempo stesso.

Ricordandosi tutto ciò ch’egli aveva sofferto, previde ciò che soffrir poteva Raolo, e l’espressione della profonda e tenera pietà penetratagli in cuore si risvegliò nell’umido sguardo che ei tenne fisso sul fanciullo.

Nel momento Raolo si destò, con quel risveglio scevro da nuvoli, da tenebre e da fatiche che caratterizza certi naturali delicati al pari di quello degli augelli. I suoi occhi si fermarono su quelli di Athos, ed egli senza dubbio comprese quanto passava nell’interno dell’uomo che attendeva il suodestarsi nella guisa in cui un amante attende quello della sua bella, giacchè gli corse nello sguardo l’espressione di un amore infinito.

«Eravate costì, signore! disse in tuono del massimo rispetto.

«Sì, Raolo, era qua, rispose il conte.

«E non mi svegliavate!

«Volevo lasciarvi ancor qualche momento del vostro buon sonno; dovete essere stanco della giornata di jeri prolungatasi tanto tardi.

«Oh! quanto siete buono!

«Come vi sentite?

«Benissimo, e quieto e in forze.

«Egli è che crescete tuttora; continuò Athos con interesse paterno e da uomo già maturo, e le fatiche all’età vostra son doppie.

«Ah! vi chiedo scusa, signore, disse Raolo confuso da tanta premura, ma fra un momento sarò vestito».

Athos chiamò Olivain, e dopo dieci minuti, il suo pupillo con la puntualità che gli era stata trasfusa da lui già avvezzo al servizio militare, si trovò bell’e pronto.

«Adesso, disse il visconte al domestico, occupatevi del mio bagaglio.

«Il vostro bagaglio vi aspetta, gli rispose Athos; io ho fatto fare la valigia sotto i miei occhi, e nulla vi mancherà. Dev’essere digià posta addosso ai cavalli, ugualmente che la sacca del servitore, se il mio comando si è eseguito esattamente.

«Con ogni precisione e secondo la vostra volontà, signor conte, avvertì Olivain, e i cavalli attendono.

«Ed io stava a dormire! esclamò Raolo, mentre voi avevate la bontà di provvedere a tutte queste cose! ma davvero mi colmate di tratti d’immensa bontà!

«Sicchè mi amate un poco, almeno io lo spero, replicò Athos con molta commozione.

«Oh! signore, disse Raolo, che per non manifestare tutta la sua tenerezza faceva sforzi onde pativa oltremodo; mi è testimone Iddio che vi amo e vi venero!

«Badate di non dimenticar roba alcuna, fece Athos figurando di cercarsi attorno per celare la sua agitazione.

«No, no.... signore».

Il lacchè, accostatosi allora ad Athos con un tal qual titubanza, gli disse piano:

«Il signor visconte non ha spada, perchè jeri sera vossignoria mi fece portar via quella ch’ei si era levata.

«Va bene, ci penso io», rispose il padrone.

Raolo non mostrò accorgersi del breve dialogo. Scese guardando ad ogni poco il conte per conoscere se era giunto l’istante dell’addio; ma Athos non faceva moto.

Arrivato sul verone, il giovine vide tre corsieri.

«Oh! esclamò esultante, dunque mi accompagnate?

«Voglio condurvi un poco in là, disse il conte».

E negli occhi al garzoncello brillò sommo giubilo, e saltò egli svelto a cavallo.

Athos si pose lentamente sul suo dopo aver dette poche parole sotto voce al servo, il quale invece di andar subito appresso, salì di nuovo a casa. Raolo, contentissimo di essere insieme col conte, non si accorse di niente, o di niente parve almeno si accorgesse.

I due gentiluomini presero dal Ponte Nuovo, continuarono su per gli scali, o piuttosto da quel che si chiamava inallora l’Abreuvoir Pépin, e rasente alle mura delGran Castelletto. Quando entravano nella contrada di San Dionigi li raggiunse il lacchè.

Fecero il tragitto in silenzio. Il giovanetto capiva che si approssimava il momento della separazione: la sera innanzi il conte aveva date diverse istruzioni per cose che lo riguardavano nel corso della giornata. D’altronde i suoi sguardi divenivano ognora più affettuosi, e così pure le poche parole ch’ei si lasciava sfuggire. Tratto tratto gli usciva di bocca una riflessione o un consiglio, e la sua favella dava indizio di estrema premura.

Oltrepassata la porta San Dionigi, e mentre erano arrivati all’altura dei Certosini, Athos diede un’occhiata al palafreno di Raolo.

«Badate, disse al giovane, avete la mano grave; ve l’ho detto più volte, e non dovreste dimenticarlo, giacchè è un gran difetto in un cavallerizzo. Vedete! il vostro cavallo è digià stanco e butta la spuma, intanto che il mio sembra uscito or dianzi dalla scuderia. Gl’indurite la bocca stringendogli di troppo il morso, e non potete più farlo agire colla prontezza necessaria. La salvezza di un cavalcante dipende talora dalla sollecita obbedienza dell’animale ch’egli ha sotto. E fra otto giorni, rifletteteci, non avrete da manovrare alla cavallerizza, ma sibbene sul campo di battaglia».

In un subito però, e per non dare soverchia importanza alla sua osservazione, ei soggiunse:

«Guardate, Raolo, che bella pianura per inseguire le pernici!»

Il fanciullo approfittava della lezione, ed ammirava la delicatezza con cui venivagli data.

«L’altro giorno notai anche un’altra cosa, riprese Athos, cioè che nello sparare la pistola tenevate il braccio troppo steso. Con questo la botta va meno sicura, e realmente mancaste il bersaglio tre volte su dodici.

«E voi lo coglieste tutte e dodici, rispose sorridendo Raolo.

«Perchè piegavo il pugno, e riposavo così la mano sul gomito. Mi capite bene, mio caro?

«Oh sì; dipoi ho tirato da me solo, attenendomi a questo suggerimento, ed ho avuto buonissimo esito.

«Ecco, ricominciò Athos, anco battendovi di scherma incalzate di soverchio l’avversario. È difetto proprio dell’età vostra, lo so, ma il movimento del corpo in ciò troppo frequente scompone sempre la spada dalla linea, e se aveste che fare con un uomo di sangue freddo, vi fermerebbe al primo vostro passo con una semplice svolta del ferro, o pure con una botta diritta.

«Sì, sì, conforme voi faceste spessissimo, ma non tutti hanno la vostra destrezza ed il vostro coraggio.

«Che vento fresco!... è un ricordo dell’inverno.... Appunto, se andate al fuoco, e vi andrete perchè siete raccomandato ad un generale assai portato pella polvere, sovvenitevi in un impegno da solo a solo, secondo accade sovente a noi altri di cavalleria, di non essere mai il primo a tirare: chi tira primo tocca di rado l’altro, perchè va col timore di essere disarmato davanti ad un nemico armato; indi quando quegli vibra il colpo, fate che il vostro cavallo s’impenni: è questa una manovra che due o tre fiate mi ha salvata la vita.

«Ed io l’adoprerò, quando non fosse che per gratitudine.

«Oh! fece Athos, non sono cacciatori di contrabbando coloro che son laggiù arrestati?... Ma un altro avviso importante: se siete ferito, se cadete di sella e vi rimane ancora un po’ di forza, toglietevi dalla linea che ha seguitata il vostro reggimento; diversamente esso può esser ricondotto indietro e voi calpestato dai cavalli. In ogni caso, qualora siate ferito, scrivetemi sul momento o fatemi scrivere; c’intendiamo di ferite, noi altri!»

E il conte così dicendo sospirava.

«Grazie, rispose Raolo commosso.

«Eccoci a San Dionigi», balbettò Athos.

Erano appunto alla porta della città custodita da due sentinelle. Una di esse disse all’altra:

«Ecco ancora un giovine gentiluomo che mi ha la cera di andare all’armata».

Athos si volse: tutti quei che si occupavano anche in modo indiretto di Raolo prendevano tosto per lui il maggiore interesse.

«Da che ve ne avvedete? domandò al soldato.

«Dal suo aspetto, colui rispose, e poi egli è dell’età voluta; per oggi è il secondo.

«È già passato stamane uno simile a me? richiese Raolo.

«Sì signore, di nobil figura e in bellissimo equipaggio; mi è sembrato figliuolo di qualche gran signore.

«Sarà per me un compagno di viaggio, disse il giovanetto ad Athos, ma ohimè! non mi farà obliare quello che io perdo.

«Non credo che lo raggiungiate, replicò il conte, perchè io ho da parlarvi qua, e ciò che ho da dirvi esigerà forse tanto tempo che quel gentiluomo vi preceda di molto.

«Come vi piace, signore».

Così favellando i due traversavano le strade che erano piene di gente a motivo della solennità della festa, ed arrivavano di faccia alla basilica ove dicevasi una prima Messa.

«Smontiamo, fece Athos, e voi Olivain, custodite i cavalli e date a me la spada».

E presa la spada che il servo gli porgeva entrò assieme col visconte.

Athos offerse l’acqua benedetta a Raolo. In certi cuori di padri v’è un poco di quel premuroso amore che ha per l’amante sua l’innamorato.

Il giovinetto toccò al conte la destra, salutò, e si fece il segno della croce.

Athos disse poche parole ad uno dei custodi, il quale dopo un inchino si avviò verso i sotterranei.

«Venite, Raolo, disse Athos, e seguitiamo quell’uomo».

Il guardiano aprì il cancello delle tombe regie, e stette sul gradino più alto, mentre i due forestieri discendevano. Le profondità della scala sepolcrale erano rischiarate da una lampada d’argento posta sull’ultimo gradino, e precisamente sotto quel lume stava avvolto in un ampio manto di velluto paonazzo con umili gigli d’oro, un catafalco sorretto da cavalletti di ebano.

Raolo, preparato a quella situazione dallo stato del proprio cuore ricolmo di mestizia, dalla maestà dei tempio che aveva tutto percorso, era sceso con passo lento e solenne; e si teneva in piedi e nuda la testa dinanzi a quella spoglia mortale dell’ultimo re, la quale non doveva andare a raggiungere gli avi suoi se non quando il suo successore verrebbe a raggiungere lui stesso, e che pareva restasse colà per dire all’umano orgoglio, facile tanto ad esaltarsi sul trono: «Polve terrestre, ti aspetto».

Fuvvi un momento di silenzio.

Dopo di che Athos alzando la mano, e additato il sepolcro, disse:

«Questa incerta sepoltura è quella di un uomo debole e senza alcuna grandezza, e che pur non ostante ebbe un regno pieno di avvenimenti.... perchè al disopra di questo re vegliava lo spirito di un altro uomo, come la lampada che qui mirate veglia sopra alla bara e le dà la luce. Quegli era re vero; l’altro non era che una larva in cui egli poneva l’anima sua. E bensì, tanto è possente presso di noi la maestà monarchica, che quell’uomo non ebbe tampoco l’onore di una tomba ai piedi di colui per la cui gloria adoprò la sua vita, imperocchè, e di ciò vi sovvenga, o Raolo, s’ei fece piccolo il re, fe’ ben grande la regale dignità. Codesto regno passò; il ministro temuto, terribile, odiato dal suo padrone, calò nella tomba, traendovi seco il re, cui non voleva lasciar viver solo, per tema al certo che distruggesse l’opera sua, dacchè un re non erige, non edifica, se non quando abbia seco o Dio, o lo spirito di Dio. Allora però, tutti considerarono la morte di Richelieu come una salvezza, ed io pure, tanto sono ciechi i contemporanei! spesso mi opposi ai disegni del gran uomo che teneva nelle sue mani la Francia, e che secondo queste apriva o stringeva, la soffocava o le dava aria a suo talento. Se non ci annientò me e gli amici miei, nella tremenda ira sua, fu di sicuro onde oggi io potessi dirvi: Raolo, sappiate sempre rispettare il re e la regale dignità. Raolo, ei mi sembra di vedere il vostro avvenire come traverso ad un nuvolo. Esso è, per quanto io creda, migliore del nostro. All’opposto da noi, che avemmo un ministro senza re, voi avrete un re senza ministro. Quindi potrete servire, amare e rispettare il sovrano. Se il sovrano divien mai un tiranno, imperciocchè il sommo potere ha tali vertigini che lo spingono talvolta alla tirannide, servite, amate e rispettate in lui la dignità regale, quella scintilla che fa la polve tanto grande e santa, che noi, pur gentiluomini d’alto grado, siamo sì poco davanti a quel corpo steso sull’ultimo gradino di questa scala com’è il corpo medesimo dinanzi al trono del Signore.

«Adorerò Iddio, disse Raolo, rispetterò la regia potestà, e se muojo procurerò di morire pel re, pella potestà regia e per Dio. Vi intesi io bene, o signore?»

Athos sorrise.

«Siete d’indole nobilissima, rispose, ed eccovi la vostra spada».

Raolo pose in terra un ginocchio, ed il conte seguitò:

«La portò mio padre, leale gentiluomo; io la portai, equalche volta le feci onore quando in mia mano era l’elsa e mi pendeva al fianco il fodero. Se la vostra destra è ancor debole per maneggiare questa spada, meglio così! avrete maggior tempo onde imparare a non isguainarla se non quando essa debba mostrarsi.

«Signore, replicò il giovanetto, tutto io vi devo, ma questo brando è il più prezioso di tutti i vostri doni; lo terrò, ve lo giuro, come si spetta ad un uomo riconoscente».

E accostate all’impugnatura le labbra la baciò rispettoso.

«Alzatevi, visconte, ed abbracciamoci», disse Athos.

Raolo si gettò con trasporto nelle sue braccia.

«Addio, balbettò il conte che si sentiva venir meno il cuore, addio, e pensate a me.

«Oh sempre! oh, in eterno! sì, lo giuro, e se mi avvenga qualche sciagura, il vostro nome sarà l’ultima mia parola, e la memoria di voi l’ultimo mio pensiero».

Athos risalì in fretta onde celare la sua emozione, diede una moneta d’oro al custode delle tombe, s’inchinò davanti all’altare, e corse al loggiato della chiesa, fuori del quale Olivain attendeva con gli altri due cavalli.

«Olivain, gli disse, additando il budriere di Raolo, stringete la fibbia di questa spada ch’è troppo lenta. Bene.... Adesso accompagnerete il signor visconte fintanto che Grimaud vi abbia raggiunto, ed allora lo lascerete seco. Intendete, Raolo? Grimaud è un vecchio servo pieno di coraggio e di prudenza, egli vi seguirà.

«Come vi piaccia, mio signore.

«Animo, a cavallo, ch’io vi vegga partire».

Raolo obbedì.

«Addio Raolo, addio, figlio caro!

«Addio, signore, addio, mio benefattore!

Athos fe’ un cenno colla mano, chè non osava parlare, e Raolo si allontanò tenendo nella destra il cappello.

Athos rimase immobile a guardarlo sinchè ei disparve alla svolta di una strada. Allora gettata ad un villico la briglia del suo corsiero, salì piano i gradini, rientrò in chiesa, andò ad inginocchiarsi nel luogo più oscuro, ed ivi pregò.


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