PREFAZIONE.

PREFAZIONE.Non fu la carità delnatio locoquella che m’indusse a raccogliere queste foglie morte innestandovene alcune fresche, per allontanarne per quanto fosse possibile l’aria di funerale. Meglio sarebbe stato consacrarle a Vulcano!... Però considerando come la Italia sia tanto dalle sue antiche glorie scaduta, che spenti ormai o prossimi a spegnersi i suoi famosi scrittori, abbia bisogno annoverare uomini, quale io mi sono, tra i suoi fregi letterari, e così ostentare vetri per gemme, e orpello per oro, non volli che altri mi togliesse subietto di speculazione mio malgrado. Non credo avere fatto meglio che altri: ma finalmente il male che ci viene da noi stessi ci offende meno, imperciocchè siamo convinti di non averlo fatto a posta e con animo intento alla ingiuria. Ciò premesso, discorrerò brevemente delle diverse operette che compongono questo volume.AllaVeronica Cybo, Duchessa di San Giuliano, quando prima venne alla luce in Toscana, usaronoonesti modi e liete accoglienze;[2]poco dopo essendosi provata a presentarsi sotto altra veste,[3]le fecero il viso dell’uomo di arme, ond’ella, che è per sua natura sdegnosa e fiera molto, esulò dalla patria; e datasi a girare pel mondo, trovò ospitale accoglienza.... figuratevi dove? — A Vienna! Ma però la costrinsero a pagare caro prezzo la ricevuta ospitalità, perchè ebbe a porre giù i suoi panni italiani, e vestirsi alla tedesca.[4]Così abbigliata osò affacciarsi di nuovo alla Italia: le fecero festa nella capitale della Lombardia, e presero a tradurla in italiano. Era già stampata questa traduzione e pronta a comparire in pubblico, quando un Lombardo che si occupa talora delle cose di questadivisa dal mondo e ultima Toscana, avvertì il libraio che laVeronica Cyboera nata e scritta in Italia. Se fosse nata, non dirò francese o inglese, ma chinese o tartara, gl’Italiani lo avrebbero per avventura saputo; ma noi chiusi dai medesimi monti e dai medesimi mari, noi parlanti una stessa favella, siamo così gli uni agli altri famigliari, che Pisa ignora quello si fa a Lucca. I signori Tendler e Schaefer, editori domiciliati a Vienna e a Milano, in buon tempo avvisati, si disposero rendere allaDuchessai suoi panni italiani: però sembra che a mala voglia vi si piegassero, perchè laDuchessanella loro edizione offre una favella che non è tedesca nè italiana, comecchè partecipi di ambedue,a modo di que’ dannati che si tramutano nello Inferno del Dante:Nè l’un nè l’altro già parea quel ch’era:Come procede innanzi dall’ardorePer lo papiro suso un color bruno,Che non è nero ancora, e ’l bianco muore.(XXV, 63-66.)Adesso poi, dopo non meritato esilio, laDuchessatorna esultando ai luoghi del suo nascimento, e tutta commossa sospira questi versi dolcissimi:Bella Italia, amate sponde,Pur vi torno a riveder;Trema in petto, e si confondeL’alma oppressa dal piacer.E come accade a ogni uomo, e più a ogni donna aspettata a qualche convegno, che per le scale si aggiusta i veli, e con le dita dà una giravolta ai bei cincinni di oro, — o vogli di ebano, — così ella ha curato correggere locuzioni e frasi per comparire tutta in punto e bene azzimata alla festa.La Serpicinaricorda amarezza più acerba: non il bando del libro, ma sì dello scrittore. Certo non fu esilio nel Ponto, nè potevano i luoghi ispirarmi iTristi; nonostante il cuore dell’uomo non si strappa dal seno della famiglia e da ogni cosa più caramente diletta senza che soffra; egli si abbarbica con fibre tanto sottili e dilicate, che male si può traslocare altrove senza vestigio di lagrime e di sangue! E non conto nulla le guaste fortune, i negozi perduti, ei danni appena riparabili. Pensando poi come mi avvenisse questo per avere pagato un debito di lode che la mia città teneva verso un suo figlio riuscito prestantissimo Capitano,[5]mi prese supremo fastidio della terra ingrata, ed aveva deliberato ripararmi in Inghilterra; ma nel luogo del mio esilio, per ordinario freddo e pieno di neve, in cotesto anno spirarono dolcissimi aliti, onde io sovente ebbi a ringraziare Dio che mitigava il vento allo agnello tosato; anzi giù nella valle, ove possiede una terra la duchessa Di Altemps, sul finire di febbraio nacquero rose, sicchè i cari ospiti, la vigilia della mia partenza dal paese, mi convitarono e nella salvietta mi fecero trovare con somma mia maraviglia una rosa rubiconda e odorifera; e mentre io la guardava fisso, uno degli astanti, consapevole del mio disegno di abbandonare la patria, così mi favellava:E tu poeta, lascerai la terraDelle rose nudrice a mezzo il verno?E veramente non per virtù di fiori, imperciocchè sapessi come anticamente a Sibari soffocassero con le rose per estremo supplizio, ma nel pensiero che male avrei potuto trovare altrove tanto affetto e tanto gentile modo per esprimerlo, deposto giù ogni rancore dall’animo, mutai consiglio, e statuiva vivere e morire nella patria; e tu, o terra che cuopri le ossa di mio padre e di tutti quelli che ho amato,avrai anche le mie; e finchè vivo ogni mia facoltà pel tuo bene, e morente l’ultimo sospiro, perchè molto mi sei cara per le gioie che mi desti, — ma a mille doppi più assai pei dolori che mi costi. —Da cotesto giorno pensando sopra la sentenza del Tintore, mi è venuto fatto confrontarla con quella che diceva il conte Piero Noferi: —Quando si hanno i colombi in colombaia bisogna sapere schiacciare loro il capo, — e con l’altra di Luca di Maso Albizzi: —Chi spicca lo impiccato, lo spiccato impicca lui,[6]— ambedue dirette a Monsignore Silvio da Cortona per indurlo a incrudelire contro i cittadini di Firenze che nel 1527 si erano resi a patto; e mi parvero scellerate queste due massime, non giusta quella del Tintore, perchè mettere le mani nel sangue dell’uomo non mi capacitava potesse costituire mai diritto legittimo dell’uomo: finalmente dopo molto meditarvi sopra, ho dovuto dare ragione al Tintore: —Dei serpenti, quando capitano sotto il calcagno, è carità schiacciare la testa.DeiNuovi Tartufinon dico parola: i tempi hanno reso il racconto più opportuno di quello che non avrei mai sperato, — o piuttosto temuto. Vedo una gente la quale a modo dei sacerdoti di Cibele saltando insanisce, fino a strapparsi le forze della virilità. Origène si castravapropter regna cœlorum; questi si castrano per andare a tenere compagnia a Piero Soderini nel Limbo. L’avventura degli antichi Abderitanii quali, narra Luciano, stettero ebbri tre giorni interi, ha cessato comparire favola, poichè la ubbriachezza di un popolo può durare, e i nuovi esperimenti lo mostrano, ancora degli anni. Intanto tra queste tenebre ove è mestieri procedere a tastoni io vo gridando le parole di Cristo: —Guardatevi dai falsi profeti: — voi li riconoscerete dai frutti loro. — Colgonsi uve dagli spini o fichi dai triboli? — Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, noi abbiamo profetizzato in tuo nome, ed in tuo nome cacciato demoni, e fatto in tuo nome molte potenti operazioni: ma io allora protesterò loro: — io non vi conobbi giammai: dipartitevi da me, voi tutti operatori d’iniquità.E intendami chi vuol, che m’intendo io, come scrive Messere Francesco Petrarca.IDiscorsiin parte sono estratti dalloIndicatore Livornese, povero foglio morto di male di gocciola, o, come adesso si dice, di apoplessia fulminante. Cotesto povero foglio pareva avesse più debiti della lepre, e gli fu forza soccombere. Se quelli che disfanno sapessero quanto sia agevole rovinare, e quanto arduo costruire, prima di cancellare una cosa ci guarderebbero due volte. LoIndicatore Livorneseavrebbe creato una opinione tra gente che non ne possiede veruna; avrebbe somministrato adito per farsi conoscere ai giovani ingegni che poi andarono dispersi; li avrebbe con la emulazione fecondati;avrebbe messo ognuno al suo posto disfacendo vecchie reputazioni così di capacità come d’integrità salite sopra un trono di mozziconi di lumencristi o di diplomi accademici; avrebbe studiato le ragioni del commercio, sviluppato teorie di pubblica economia, diminuito e forse anche estinto (se pure è possibile mai!) il regno dei pedanti; avrebbe promosso il pubblico insegnamento lasciato per somma sventura in balía di uomini per la più parte ignorantissimi, o tali che balenano su l’orlo estremo della ragione come funambuli sul canapo senza contrappeso... Insomma avrebbe fatto del bene. — Certamente il foglio non procede senza peccati, ed ebbe le sue colpe; ma elle erano cose da perdonarsi, considerando che lo governavano giovani procaci, baldanzosi, e inesperti del mondo; ma non fu bel modo certo quello di correggere figliuoli forse un po’ inquieti col dare loro di una mazza sul capo, e distenderli morti.Della utilità del povero foglio mi giovi referire questo soltanto, che, dopo lo scritto intorno leSepolture di Santo Jacopole disoneste associazioni cessarono; e che dopo lo scritto intorno aiMerini, i Toscani avvertiti si volsero a questo genere d’industria, e con quale e quanta efficacia lo dica l’Opera recentemente pubblicata sopra le nostre Maremme dal Dottore Antonio Salvagnoli.[7]E se loIndicatore Livorneseviveva, forse non sarebbero state non che consumate, immaginate letante insidie alle fortune private all’ombra di bugiarde speculazioni, per cui oggi i capitali inorriditi rifuggono dal concorrere a promuovere le utili imprese; no, il credito nostro non sarebbe andato disperso, non perdute le forze per cui le Consorterie operano monumenti colossali, nè si sarebbero svaligiati i capitalisti sopra i progetti di strade a vapore col mezzo delle azioni e promesse di azioni, come altra volta grassavansi i viaggiatori sopra le pubbliche vie con pistole e tromboni; — no, non avrebbero neanche osato far capolino tali che appartengono alla cittadinanza degli onesti come i panarecci alla mano, o le stincature alle gambe, o..............; lutto della città, e vergogna perfino a coloro che non affatto buoni ebbero la incautela di abbassarsi alpunto di accoglierli compagni.LeIllustrazionisoltanto mi offrono materia di piacevole ricordo. Egregi Artisti, tra i quali a causa di onore devo nominare il Professore Perfetti, Bonaini livornese e Chiossone, dettero opera a incidere i quadri dellaI. e R. Accademia delle Belle Artidi Firenze: essi a proprie spese condussero la impresa a quel punto in cui oggi con ammirazione universale si vede. — Degna ed egregia gente! Eglino nel concetto di fare cosa che tornasse onorata alla patria si messero in cammino come Abramo, e confidando in Dio e nel proprio coraggio esclamarono col Patriarca:Deus providebit!— Io non ho potutogiovarvi come avrei desiderato, o egregi Artisti; non fu per mancanza di buon volere ma di potere, e prendo qui occasione di ringraziarvi solennemente perchè richiamandomi ai dilettissimi studi delle opere dei nostri divini maestri, mi forniste occasione per distrarmi alquanto dalle cure moleste, e di srugginirmi un po’ il cervello. La vostra impresa, opera d’intelligenza e di amore, merita premio di lode e di guadagno; e come già conseguiste la prima larghissima, così non può mancarvi il secondo, se gl’Italiani non hanno tanto smarrito il bene dello intelletto da preferire per ornamento delle loro stanze a questa preziosa effigie delle arti italiane i molti aborti delle litografie francesi.LeTraduzionieVolgarizzamentidi poesie liriche sono come fiori di ghirlanda disfatta, o piuttosto non intrecciata. Divisava un giorno, e non ne ho per anche deposto il pensiero, adoperandovi ancora, come vi adoperai, l’aiuto di amici, raccogliere le principali liriche di tutti i popoli del mondo antichi e moderni, allo scopo di mostrare che le passioni umane si manifestarono sempre a un di presso nella medesima forma: così tra la serventese provenzale di Sere Blacasso e la canzone slava di Eiuduco moribondo, tra l’Ode di Omero ai Vasai e l’Ode di Schiller dettaLa Campana,la Fidanzata di Corintodel Goethe e il racconto della fidanzata di Corinto di Flegone, apparisce quasi una fratellanza; e lasciandodei sentimenti, le immagini, le metafore suonano quasi le stesse; o Vitalis, comunque non uscito da Stoccolma e da Upsala, descrive i prodigi dell’Oriente come i poeti Arabi e i Persiani. Dalle quali considerazioni io proponeva trarre una conseguenza, che il poeta è sacro ingegno sublimato da Dio, cittadino del mondo e spirito universale, che sotto il mantello che lo cuopre, secondo affermava il Canning, più spesso che non si crede troviamo il capitano, il legislatore e il rigeneratore di popoli.Questo disegno mi è venuto meno per virtù delle solite incursioni e del relativo saccheggio dei saccomanni, cagnotti, berrovieri e simile altra geldra di buona e cappata gente. Mi dicono, che chiedendo potrei redimere le spoglie innocentissime; ma io preferisco ch’esse si rimangano onorato trofeo colà dove stanno appese. Mi sta fitta in mente la risposta che dava Vittorio Alfieri a coloro che lo consigliavano di supplicare il Generale Miollis affinchè gli venissero restituiti i libri rapitigli in Francia.I Bianchi e i Nerifurono il secondo passo tentato sopra l’arduo cammino. Persuadendolo gli amici, feci rappresentare cotesto Dramma qui nella mia città, fra mezzo ai miei concittadini, nella fiducia che avrebbero accolto con benevolenza il giovanetto che schivo dei sollazzi della sua età vegliava le nottiper rendere so stesso con la sua patria onorati.Horresco referens! — Ebbe plauso uguale a quello che fecero i demoni alla orazione di Satana giù nello Inferno quando egli referì la caduta dell’uomo, quantunque i miei concittadini non fossero tramutati in serpenti.ExpectingTheir universal shout, and high applauseTo fill his ear: when, contrary, he hearsOn all sides, from innumerable tongues,A dismal universal hiss, the soundOf public scorn.(Milton, I. 10.)No: i miei concittadini rimasero uomini! L’orgoglio di autore non fu ferito, o se ferito, presto sanato mercè gli egregi scritti di Elia Benza sopra cotesto Dramma; ma mi scese invincibile dentro al cuore la repugnanza di commettere opere di arte alla brutalità di malevoli o stolti, come gl’Imperatori Romani esponevano i condannati alle fiere. Forse più che ad altro io mi sentiva chiamato pel Teatro; così ne fui distolto per sempre. A me parve in cotesta sera il Teatro Carlo-Lodovico il Pandemonio descritto dal Milton nell’avventura riferita poco anzi: «Terribile fu il fragore del fischio nella sala stipata da mostri di molti capi e di molte code; scorpioni, aspidi, anfesibene crudeli, ceraste armate di corna, idre, elopi funesti, e dispadi: no, tanto sciame di rettili non cuoprì la terra cruenta del sangue della Gorgone o la Isola di Ofiusa.»E ponendo da parte lo scherzo, non farà maraviglia se io partecipassi il sentimento di Gualtiero Scott, il quale supplicato di combattere con l’autorità del suo nome e la potenza della parola, la Riforma proposta da Lord Grey, sentendosi accolto nella Camera dei Comuni come Satano dai demoni, avvertì sorridendo il membro di Parlamento che gli sedeva accanto: «Bene avvisai astenermi dal Teatro, perchè mi accorgo che le mie orecchie non avrebbero potuto assuefarsi a cotesta musica.»Qui cesso, che parmi avere oltre il giusto favellato delle cose mie: però non inutilmente; avvegnachè i giovani scrittori vedano come il mio cammino sopra il sentiero delle lettere umane sia stato uguale a quello di Cristo sul Golgota. Non moto, non passo che io non abbia segnato con una goccia di sudore e di sangue: spesso caddi sotto la croce, ma mi rilevai da me stesso, e tornai a portarla, e la porto senza soccorso di Cireneo. Io non auguro ai giovani scrittori lunghe sventure, ma prego Dio che li guardi dai facili trionfi. Le sventure sono le midolle di lione con le quali lafiera divina[8]nudriva l’alunno Achille; e il carcereAffinando il pensier ne fa una lima.Di questo la giovane generazione degli scrittori che ci terrà dietro vada convinta, che i fiori provati alle rugiade di acqua forte non temono inclemenzadi rigido cielo, nè lusinga di perfido sole: crescono, e si spandono per virtù propria.Il dolore formava parte principalissima di educazione presso gli Spartani. L’arco di Ulisse non si tende da braccia di eunuchi.F.-D. Guerrazzi.

Non fu la carità delnatio locoquella che m’indusse a raccogliere queste foglie morte innestandovene alcune fresche, per allontanarne per quanto fosse possibile l’aria di funerale. Meglio sarebbe stato consacrarle a Vulcano!... Però considerando come la Italia sia tanto dalle sue antiche glorie scaduta, che spenti ormai o prossimi a spegnersi i suoi famosi scrittori, abbia bisogno annoverare uomini, quale io mi sono, tra i suoi fregi letterari, e così ostentare vetri per gemme, e orpello per oro, non volli che altri mi togliesse subietto di speculazione mio malgrado. Non credo avere fatto meglio che altri: ma finalmente il male che ci viene da noi stessi ci offende meno, imperciocchè siamo convinti di non averlo fatto a posta e con animo intento alla ingiuria. Ciò premesso, discorrerò brevemente delle diverse operette che compongono questo volume.

AllaVeronica Cybo, Duchessa di San Giuliano, quando prima venne alla luce in Toscana, usaronoonesti modi e liete accoglienze;[2]poco dopo essendosi provata a presentarsi sotto altra veste,[3]le fecero il viso dell’uomo di arme, ond’ella, che è per sua natura sdegnosa e fiera molto, esulò dalla patria; e datasi a girare pel mondo, trovò ospitale accoglienza.... figuratevi dove? — A Vienna! Ma però la costrinsero a pagare caro prezzo la ricevuta ospitalità, perchè ebbe a porre giù i suoi panni italiani, e vestirsi alla tedesca.[4]Così abbigliata osò affacciarsi di nuovo alla Italia: le fecero festa nella capitale della Lombardia, e presero a tradurla in italiano. Era già stampata questa traduzione e pronta a comparire in pubblico, quando un Lombardo che si occupa talora delle cose di questadivisa dal mondo e ultima Toscana, avvertì il libraio che laVeronica Cyboera nata e scritta in Italia. Se fosse nata, non dirò francese o inglese, ma chinese o tartara, gl’Italiani lo avrebbero per avventura saputo; ma noi chiusi dai medesimi monti e dai medesimi mari, noi parlanti una stessa favella, siamo così gli uni agli altri famigliari, che Pisa ignora quello si fa a Lucca. I signori Tendler e Schaefer, editori domiciliati a Vienna e a Milano, in buon tempo avvisati, si disposero rendere allaDuchessai suoi panni italiani: però sembra che a mala voglia vi si piegassero, perchè laDuchessanella loro edizione offre una favella che non è tedesca nè italiana, comecchè partecipi di ambedue,a modo di que’ dannati che si tramutano nello Inferno del Dante:

Nè l’un nè l’altro già parea quel ch’era:Come procede innanzi dall’ardorePer lo papiro suso un color bruno,Che non è nero ancora, e ’l bianco muore.(XXV, 63-66.)

Nè l’un nè l’altro già parea quel ch’era:

Come procede innanzi dall’ardore

Per lo papiro suso un color bruno,

Che non è nero ancora, e ’l bianco muore.

(XXV, 63-66.)

Adesso poi, dopo non meritato esilio, laDuchessatorna esultando ai luoghi del suo nascimento, e tutta commossa sospira questi versi dolcissimi:

Bella Italia, amate sponde,Pur vi torno a riveder;Trema in petto, e si confondeL’alma oppressa dal piacer.

Bella Italia, amate sponde,

Pur vi torno a riveder;

Trema in petto, e si confonde

L’alma oppressa dal piacer.

E come accade a ogni uomo, e più a ogni donna aspettata a qualche convegno, che per le scale si aggiusta i veli, e con le dita dà una giravolta ai bei cincinni di oro, — o vogli di ebano, — così ella ha curato correggere locuzioni e frasi per comparire tutta in punto e bene azzimata alla festa.

La Serpicinaricorda amarezza più acerba: non il bando del libro, ma sì dello scrittore. Certo non fu esilio nel Ponto, nè potevano i luoghi ispirarmi iTristi; nonostante il cuore dell’uomo non si strappa dal seno della famiglia e da ogni cosa più caramente diletta senza che soffra; egli si abbarbica con fibre tanto sottili e dilicate, che male si può traslocare altrove senza vestigio di lagrime e di sangue! E non conto nulla le guaste fortune, i negozi perduti, ei danni appena riparabili. Pensando poi come mi avvenisse questo per avere pagato un debito di lode che la mia città teneva verso un suo figlio riuscito prestantissimo Capitano,[5]mi prese supremo fastidio della terra ingrata, ed aveva deliberato ripararmi in Inghilterra; ma nel luogo del mio esilio, per ordinario freddo e pieno di neve, in cotesto anno spirarono dolcissimi aliti, onde io sovente ebbi a ringraziare Dio che mitigava il vento allo agnello tosato; anzi giù nella valle, ove possiede una terra la duchessa Di Altemps, sul finire di febbraio nacquero rose, sicchè i cari ospiti, la vigilia della mia partenza dal paese, mi convitarono e nella salvietta mi fecero trovare con somma mia maraviglia una rosa rubiconda e odorifera; e mentre io la guardava fisso, uno degli astanti, consapevole del mio disegno di abbandonare la patria, così mi favellava:

E tu poeta, lascerai la terraDelle rose nudrice a mezzo il verno?

E tu poeta, lascerai la terra

Delle rose nudrice a mezzo il verno?

E veramente non per virtù di fiori, imperciocchè sapessi come anticamente a Sibari soffocassero con le rose per estremo supplizio, ma nel pensiero che male avrei potuto trovare altrove tanto affetto e tanto gentile modo per esprimerlo, deposto giù ogni rancore dall’animo, mutai consiglio, e statuiva vivere e morire nella patria; e tu, o terra che cuopri le ossa di mio padre e di tutti quelli che ho amato,avrai anche le mie; e finchè vivo ogni mia facoltà pel tuo bene, e morente l’ultimo sospiro, perchè molto mi sei cara per le gioie che mi desti, — ma a mille doppi più assai pei dolori che mi costi. —

Da cotesto giorno pensando sopra la sentenza del Tintore, mi è venuto fatto confrontarla con quella che diceva il conte Piero Noferi: —Quando si hanno i colombi in colombaia bisogna sapere schiacciare loro il capo, — e con l’altra di Luca di Maso Albizzi: —Chi spicca lo impiccato, lo spiccato impicca lui,[6]— ambedue dirette a Monsignore Silvio da Cortona per indurlo a incrudelire contro i cittadini di Firenze che nel 1527 si erano resi a patto; e mi parvero scellerate queste due massime, non giusta quella del Tintore, perchè mettere le mani nel sangue dell’uomo non mi capacitava potesse costituire mai diritto legittimo dell’uomo: finalmente dopo molto meditarvi sopra, ho dovuto dare ragione al Tintore: —Dei serpenti, quando capitano sotto il calcagno, è carità schiacciare la testa.

DeiNuovi Tartufinon dico parola: i tempi hanno reso il racconto più opportuno di quello che non avrei mai sperato, — o piuttosto temuto. Vedo una gente la quale a modo dei sacerdoti di Cibele saltando insanisce, fino a strapparsi le forze della virilità. Origène si castravapropter regna cœlorum; questi si castrano per andare a tenere compagnia a Piero Soderini nel Limbo. L’avventura degli antichi Abderitanii quali, narra Luciano, stettero ebbri tre giorni interi, ha cessato comparire favola, poichè la ubbriachezza di un popolo può durare, e i nuovi esperimenti lo mostrano, ancora degli anni. Intanto tra queste tenebre ove è mestieri procedere a tastoni io vo gridando le parole di Cristo: —Guardatevi dai falsi profeti: — voi li riconoscerete dai frutti loro. — Colgonsi uve dagli spini o fichi dai triboli? — Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, noi abbiamo profetizzato in tuo nome, ed in tuo nome cacciato demoni, e fatto in tuo nome molte potenti operazioni: ma io allora protesterò loro: — io non vi conobbi giammai: dipartitevi da me, voi tutti operatori d’iniquità.

E intendami chi vuol, che m’intendo io, come scrive Messere Francesco Petrarca.

IDiscorsiin parte sono estratti dalloIndicatore Livornese, povero foglio morto di male di gocciola, o, come adesso si dice, di apoplessia fulminante. Cotesto povero foglio pareva avesse più debiti della lepre, e gli fu forza soccombere. Se quelli che disfanno sapessero quanto sia agevole rovinare, e quanto arduo costruire, prima di cancellare una cosa ci guarderebbero due volte. LoIndicatore Livorneseavrebbe creato una opinione tra gente che non ne possiede veruna; avrebbe somministrato adito per farsi conoscere ai giovani ingegni che poi andarono dispersi; li avrebbe con la emulazione fecondati;avrebbe messo ognuno al suo posto disfacendo vecchie reputazioni così di capacità come d’integrità salite sopra un trono di mozziconi di lumencristi o di diplomi accademici; avrebbe studiato le ragioni del commercio, sviluppato teorie di pubblica economia, diminuito e forse anche estinto (se pure è possibile mai!) il regno dei pedanti; avrebbe promosso il pubblico insegnamento lasciato per somma sventura in balía di uomini per la più parte ignorantissimi, o tali che balenano su l’orlo estremo della ragione come funambuli sul canapo senza contrappeso... Insomma avrebbe fatto del bene. — Certamente il foglio non procede senza peccati, ed ebbe le sue colpe; ma elle erano cose da perdonarsi, considerando che lo governavano giovani procaci, baldanzosi, e inesperti del mondo; ma non fu bel modo certo quello di correggere figliuoli forse un po’ inquieti col dare loro di una mazza sul capo, e distenderli morti.

Della utilità del povero foglio mi giovi referire questo soltanto, che, dopo lo scritto intorno leSepolture di Santo Jacopole disoneste associazioni cessarono; e che dopo lo scritto intorno aiMerini, i Toscani avvertiti si volsero a questo genere d’industria, e con quale e quanta efficacia lo dica l’Opera recentemente pubblicata sopra le nostre Maremme dal Dottore Antonio Salvagnoli.[7]

E se loIndicatore Livorneseviveva, forse non sarebbero state non che consumate, immaginate letante insidie alle fortune private all’ombra di bugiarde speculazioni, per cui oggi i capitali inorriditi rifuggono dal concorrere a promuovere le utili imprese; no, il credito nostro non sarebbe andato disperso, non perdute le forze per cui le Consorterie operano monumenti colossali, nè si sarebbero svaligiati i capitalisti sopra i progetti di strade a vapore col mezzo delle azioni e promesse di azioni, come altra volta grassavansi i viaggiatori sopra le pubbliche vie con pistole e tromboni; — no, non avrebbero neanche osato far capolino tali che appartengono alla cittadinanza degli onesti come i panarecci alla mano, o le stincature alle gambe, o..............; lutto della città, e vergogna perfino a coloro che non affatto buoni ebbero la incautela di abbassarsi alpunto di accoglierli compagni.

LeIllustrazionisoltanto mi offrono materia di piacevole ricordo. Egregi Artisti, tra i quali a causa di onore devo nominare il Professore Perfetti, Bonaini livornese e Chiossone, dettero opera a incidere i quadri dellaI. e R. Accademia delle Belle Artidi Firenze: essi a proprie spese condussero la impresa a quel punto in cui oggi con ammirazione universale si vede. — Degna ed egregia gente! Eglino nel concetto di fare cosa che tornasse onorata alla patria si messero in cammino come Abramo, e confidando in Dio e nel proprio coraggio esclamarono col Patriarca:Deus providebit!— Io non ho potutogiovarvi come avrei desiderato, o egregi Artisti; non fu per mancanza di buon volere ma di potere, e prendo qui occasione di ringraziarvi solennemente perchè richiamandomi ai dilettissimi studi delle opere dei nostri divini maestri, mi forniste occasione per distrarmi alquanto dalle cure moleste, e di srugginirmi un po’ il cervello. La vostra impresa, opera d’intelligenza e di amore, merita premio di lode e di guadagno; e come già conseguiste la prima larghissima, così non può mancarvi il secondo, se gl’Italiani non hanno tanto smarrito il bene dello intelletto da preferire per ornamento delle loro stanze a questa preziosa effigie delle arti italiane i molti aborti delle litografie francesi.

LeTraduzionieVolgarizzamentidi poesie liriche sono come fiori di ghirlanda disfatta, o piuttosto non intrecciata. Divisava un giorno, e non ne ho per anche deposto il pensiero, adoperandovi ancora, come vi adoperai, l’aiuto di amici, raccogliere le principali liriche di tutti i popoli del mondo antichi e moderni, allo scopo di mostrare che le passioni umane si manifestarono sempre a un di presso nella medesima forma: così tra la serventese provenzale di Sere Blacasso e la canzone slava di Eiuduco moribondo, tra l’Ode di Omero ai Vasai e l’Ode di Schiller dettaLa Campana,la Fidanzata di Corintodel Goethe e il racconto della fidanzata di Corinto di Flegone, apparisce quasi una fratellanza; e lasciandodei sentimenti, le immagini, le metafore suonano quasi le stesse; o Vitalis, comunque non uscito da Stoccolma e da Upsala, descrive i prodigi dell’Oriente come i poeti Arabi e i Persiani. Dalle quali considerazioni io proponeva trarre una conseguenza, che il poeta è sacro ingegno sublimato da Dio, cittadino del mondo e spirito universale, che sotto il mantello che lo cuopre, secondo affermava il Canning, più spesso che non si crede troviamo il capitano, il legislatore e il rigeneratore di popoli.

Questo disegno mi è venuto meno per virtù delle solite incursioni e del relativo saccheggio dei saccomanni, cagnotti, berrovieri e simile altra geldra di buona e cappata gente. Mi dicono, che chiedendo potrei redimere le spoglie innocentissime; ma io preferisco ch’esse si rimangano onorato trofeo colà dove stanno appese. Mi sta fitta in mente la risposta che dava Vittorio Alfieri a coloro che lo consigliavano di supplicare il Generale Miollis affinchè gli venissero restituiti i libri rapitigli in Francia.

I Bianchi e i Nerifurono il secondo passo tentato sopra l’arduo cammino. Persuadendolo gli amici, feci rappresentare cotesto Dramma qui nella mia città, fra mezzo ai miei concittadini, nella fiducia che avrebbero accolto con benevolenza il giovanetto che schivo dei sollazzi della sua età vegliava le nottiper rendere so stesso con la sua patria onorati.Horresco referens! — Ebbe plauso uguale a quello che fecero i demoni alla orazione di Satana giù nello Inferno quando egli referì la caduta dell’uomo, quantunque i miei concittadini non fossero tramutati in serpenti.

ExpectingTheir universal shout, and high applauseTo fill his ear: when, contrary, he hearsOn all sides, from innumerable tongues,A dismal universal hiss, the soundOf public scorn.(Milton, I. 10.)

Expecting

Their universal shout, and high applause

To fill his ear: when, contrary, he hears

On all sides, from innumerable tongues,

A dismal universal hiss, the sound

Of public scorn.

(Milton, I. 10.)

No: i miei concittadini rimasero uomini! L’orgoglio di autore non fu ferito, o se ferito, presto sanato mercè gli egregi scritti di Elia Benza sopra cotesto Dramma; ma mi scese invincibile dentro al cuore la repugnanza di commettere opere di arte alla brutalità di malevoli o stolti, come gl’Imperatori Romani esponevano i condannati alle fiere. Forse più che ad altro io mi sentiva chiamato pel Teatro; così ne fui distolto per sempre. A me parve in cotesta sera il Teatro Carlo-Lodovico il Pandemonio descritto dal Milton nell’avventura riferita poco anzi: «Terribile fu il fragore del fischio nella sala stipata da mostri di molti capi e di molte code; scorpioni, aspidi, anfesibene crudeli, ceraste armate di corna, idre, elopi funesti, e dispadi: no, tanto sciame di rettili non cuoprì la terra cruenta del sangue della Gorgone o la Isola di Ofiusa.»

E ponendo da parte lo scherzo, non farà maraviglia se io partecipassi il sentimento di Gualtiero Scott, il quale supplicato di combattere con l’autorità del suo nome e la potenza della parola, la Riforma proposta da Lord Grey, sentendosi accolto nella Camera dei Comuni come Satano dai demoni, avvertì sorridendo il membro di Parlamento che gli sedeva accanto: «Bene avvisai astenermi dal Teatro, perchè mi accorgo che le mie orecchie non avrebbero potuto assuefarsi a cotesta musica.»

Qui cesso, che parmi avere oltre il giusto favellato delle cose mie: però non inutilmente; avvegnachè i giovani scrittori vedano come il mio cammino sopra il sentiero delle lettere umane sia stato uguale a quello di Cristo sul Golgota. Non moto, non passo che io non abbia segnato con una goccia di sudore e di sangue: spesso caddi sotto la croce, ma mi rilevai da me stesso, e tornai a portarla, e la porto senza soccorso di Cireneo. Io non auguro ai giovani scrittori lunghe sventure, ma prego Dio che li guardi dai facili trionfi. Le sventure sono le midolle di lione con le quali lafiera divina[8]nudriva l’alunno Achille; e il carcere

Affinando il pensier ne fa una lima.

Affinando il pensier ne fa una lima.

Di questo la giovane generazione degli scrittori che ci terrà dietro vada convinta, che i fiori provati alle rugiade di acqua forte non temono inclemenzadi rigido cielo, nè lusinga di perfido sole: crescono, e si spandono per virtù propria.

Il dolore formava parte principalissima di educazione presso gli Spartani. L’arco di Ulisse non si tende da braccia di eunuchi.

F.-D. Guerrazzi.


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