V.Presso la chiesa di Santo Ambrogio, sul terminare di Via dei Pilastri, occorre una casa che fu già di Giustino Canacci, mercante fiorentino. — Qui nella sera del primo novembre 1637 una giovane donna (quella dessa della quale abbiamo veduto il ritratto nelle mani della signora Veronica) si stava soletta seduta davanti una tavola in una sala vasta e fredda, accanto alla porta di una camera. Al primo aspetto pareva intieramente assorta nell’opera che aveva fra mano, senonchè esaminando come ora l’ago si arrestasse a mezzo punto, ora volasse con direzione diversa affatto a quella che avrebbe dovuto tenere,e l’affannoso anelito del seno, e il sudore cui ella sovente per tutto il volto e sul collo si asciugava, e il repentino sollevare della testa, e a chiusi occhi agitarla a destra e a sinistra, sicchè i bei ricci biondi continuavano ad oscillare anche dopo il quietarsi del capo, a guisa di catenelle di oro pendenti da un lampadario; chiunque, dico, comecchè dotato di mediocre levatura, avrebbe potuto con giuramento affermare: — in quel cuore non abita la pace!Una voce belante, che muoveva dall’interno della stanza presso la quale stava seduta la bella Caterina, si fece sentire dicendo:“Caterina, mi fa male sentirti sola in cotesta diacciaia; — perchè non vieni di qua in camera, chè staresti a migliore agio? Questo anno il freddo ci è caduto addosso più presto del solito, e più pungente...”“Giustino mio, non vi date pena per me. Il lume vi recherebbe fastidio, e il rumore del lavoro vi guasterebbe il sonno. Riposate, — procurate chiudere gli occhi almeno stanotte.”“Non importa; tanto del pane della vita i tre quarti io me li sono mangiati. — Per uomo della età mia ogni minuto è tempo di morire. — Prendersi pensiero di me egli è come seminare grano in Gonfolina. — Vieni... vieni, levati da quel freddo costà.”“Se alcuna cosa vi abbisognasse, Giustino, parlate; — sto qui per servirvi: ove poi lo diciate a mio riguardo, gran mercè; — lasciatemi stare... io sudo...”“Sta pure, figliuola mia! Ah! benedetta la gioventù...”La giovane donna s’ingegna ad alitare più basso. Sovente accosta l’orecchio alla porta, spiando se il vecchio dorma, e poi alza la faccia a consultare l’orologio a pendolo appeso alla parete dirimpetto a lei, e pareche non senza brivido ella veda avvicinarsi la lancetta ad un’ora fatale. Quinci rimuove lo sguardo, e pieno di ansietà lo fissa sopra la porta che dà adito alle scale, e così continua in quel moto, che vorrei dire triangolare.L’amore affina i sensi, e questo è provato. La Caterina ha udito un suono: il suo cuore non s’ingannerà. Chiunque altro non lo avrebbe sentito, — ma io lo ripeto — la donna innamorata davvero sembra quasi divina nelle sue sensazioni. — Sorge, — e come quegli uccelli che in andando si aiutano coll’ale, ella tocca appena il pavimento indirizzandosi alla porta della casa.Nè desiderio punto minore stringeva certamente lo aspettato, conciossiachè all’aprirsi dell’uscio egli si trovasse in pronto di svilupparsi dal tabarro, e tendere le braccia alla Caterina, ove la povera donna innamorata lasciò cadersi vinta dalla grande forza di amore.Godete! — Nato fra speranze, desiderii, e paure, nudrito di amplessi e di baci, sempre è l’amore seguitato dal fastidio, spesso dal pentimento, qualche volta dal rimorso. Godete! — All’amore vostro terrà dietro il castigo; ma nessuno potrà togliervi questi momenti. Potenza umana o divina tenterebbero invano far sì, che essi non sieno stati. Nella miseria, che vi circonderà come una notte senza stelle, la memoria di quei momenti vi sarà un fuoco di Santo Elmo. No, rammentarci del tempo felice nella miseria non è dolore. La gioia, frettolosa pellegrina dell’anima, le lascia in partendo la memoria, e questa di anno in anno si diffonde tanto più cara quanto più si discosta dal suo principio, in quella guisa medesima che nella superficie delle acque percosse tanto più si dilatano le ruote quanto meglio si allontanano dal punto della commozione. — La memoria è quasi un eco del piacere, che forse non tace neanche dentro al sepolcro. Dalla coltre dell’etico, dalla prigionedel condannato, la memoria alata trascorre su i campi aperti, e si mesce co’ raggi matutini del sole, o si riposa su i calici aperti dei fiori, assorbendone il profumo, o beve la lacrima pianta dalla madre quando benedisse suo figlio, o si diffonde su i labbri della donna amata inebbriandosi di sorriso, o le cadendo sul seno gode a sentirsi balzellare dal palpito di un cuore al quale ella pure rimase estremo, — arcano, — e consacrato conforto. — Finchè l’anima conserva la memoria delle cose a lei più caramente dilette, l’Angiolo della speranza la ricopre con le amorose sue ali.Quando ebbe posa quello ardente affetto, e fu concesso agli amanti l’ufficio della parola, la Caterina favellò prima dicendo:“Iacopo, vieni qua, — riposati. — Santa Vergine, come sei bagnato!” — E qui l’amorosa gli toglieva il mantello. “O che si è guasto il tempo?”“Si apparecchia una notte d’inferno.”“Già... dev’essere; — la burrasca dei morti.”E il giovane crollando il capo, e ridendo, si pose a sedere sopra un lettuccio, e recatasi su le ginocchia la Caterina, che cingendogli di un braccio il collo prese a comporgli i lunghi capelli, continuava il colloquio interrogando:“O che cosa hanno che fare i morti con la burrasca?”“Che cosa vi abbiano a fare io per me non saprei; ma egli è certo che nella notte dei morti succede sempre la burrasca. Io mi ricordo avere udito da sante donne raccontare, come la misericordia di Dio conceda durante questa notte che i defunti, lasciate le antiche sepolture, tornino a visitare i luoghi donde si sono dipartiti: e quelli che furono buoni si valgono della grazia per visitare i loro diletti, e prevenirli della lieta o rea fortuna, o con qualche sapiente consiglio ammonirli;i tristi poi si spargono per l’aria e s’impadroniscono del fulmine, del tuono e dell’uragano: — allora o si rovesciano sul mare, e la mattina tu vedi sopra la sponda una vedova e un cadavere, — o percorrono la terra, e presa la forma di perfidi fuochi folleggiano davanti al pellegrino smarrito, e lo spingono giù nel dirupo, ove non pochi monticelli di terra sormontati da croci accennano i sepolcri dei poveri precipitati.“Speriamo,” continuando a sorridere, interruppe il giovane, “speriamo che a noi risparmieranno la visita; ed io che li so dabbene e discreti molto, ho fede che si accorgeranno come anche un morto sarebbe di troppo fra noi. Noi ci bastiamo soli... n’è vero, Caterina? Ora di’, Caterina, dacchè non ci vedemmo hai tu sempre pensato a me?”“E tu a me, Ciapo?”“Io sì... in fede di cav... del cavaliere San Giorgio; — ma e tu?”“Io no; — ho pensato, e lungamente, ad altrui!”“Ed osi dirmelo? Così presto dunque tu cotanto pudica le altre femmine imiti? E non aborrisci...?”Mentre in questo modo favella, si toglie dal collo il braccio della Caterina, e lo respinge indispettito. — La Caterina, mesta ridendo, ritorna placidamente ad abbracciarlo, e dice:“Ho pensato all’anima di mia madre...!”“Perchè hai pensato a tua madre?”“Ma dimmi piuttosto tu perchè non hai pensato alla tua? Non sono tutti i morti domani? — Guai a chi non può pensare a sua madre! O ciò avviene per colpa sua, ed è un tristo; o per colpa di lei, ed egli è uno sventurato.”“Dunque l’amavi molto questa tua madre...?” si affretta ad interrompere il giovane, a cui forse l’osservazionedella Caterina suscitava la memoria di una colpa, — o di un dolore.“Se l’amavo! Eppure non tanto quanto ella si meritava! — Misericordia! che lampo!” esclama improvvisamente la Caterina facendosi il segno della salute; — “ah! che spavento! È stata una saetta...”“Per poco non ha rotto tutte le vetrate!”“Questo non può succedere, perchè la domenica delle Palme vi posi con le mie mani l’ulivo benedetto; — ha battuto vicino però: — forse nel campanile di Santo Ambrogio. — Ciapo, di grazia, va a chiudere le imposte... fa piano, sai... bada di non lo svegliare;.... ho paura...”Il giovane si leva, e cauto va ad appagare il desiderio della donna.“Caterina!” — suona all’improvviso la voce belante del vecchio Giustino, — “hai avuto paura?”“Oh che sono nata ieri? — Oh che non ho sentito altri tuoni in questo mondo?”“Va, tu sei una valorosa fanciulla! Ma, Dio mio, ove sarà mai quel tristo di Baccio? Egli è uno sciagurato, ma pure mio sangue.”“E dove volete che sia, se non all’osteria delGiardino?[11]— E poi, ha tanto orrore dell’acqua, che in qualche luogo e’ si sarà riparato di certo.” — E tutto questo ella diceva con voce che s’ingegnava rendere festosa, ed ostentando una contentezza che veniva smentita dal pallore del suo volto.Ciapo si ricondusse pianamente al fianco della donna amata, e stettero per lunga ora in silenzio.Continua la tempesta. Di tempo in tempo un rovinío di grandine colpisce in pieno dentro le finestre minacciando mandarle a soqquadro.La Caterina riprende:«Se l’amavo! se meritava amore! Povera madre mia! Senti, Ciapo!... Fatti più in qua, ed ascoltami bene. — Mio padre fu mercante nell’arte di Por Santa Maria.[12]Felice un tempo ebbe amici; poi cominciò a declinare, ed io mi ricordo, tuttochè bambinella mi fossi, udirlo sovente rammaricarsi non già del suo, ma del pubblico male. La Toscana, diceva, non essere per risorgere più mai: Olandesi ed Inglesi occupare il commercio della Spagna e del Portogallo; le manifatture loro rendere inutili le nostre; empirsi Livorno di gente nuova, per esercitare un commercio che toglieva ai Toscani; provvedimenti fallaci e instabili impoverire il popolo; tutti volere dissimulare il danno, siccome al primo apparire della peste, ma si manifesterebbe ad un tratto l’abisso del male, e senza rimedio[13]: e come disse accadde. — Fallito, infelice, gli vennero meno gli amici: — la bocca (perchè del cuore non può parlarsi) dei curiali fu muta pel mercante improvvidamente onesto. Egli moriva sotto il peso dell’angoscia, e della infamia... La madre mia, senza aiuto nel mondo, restrinse il vivere, si accomodò in una soffitta qui sopra, assunse abito conveniente alla durezza del tempo, e così potè per qualche mese schermirsi dalla estrema miseria. Se parola alcuna le sfuggiva di rammarico o di desiderio (povera madre!), era per me. La domenica, nel vedere dal finestrino giù nella via, donne e donzelle recarsi a messa in Santo Ambrogio ornate di belle vesti sfoggiate e di pendagli di oro, guardava me costretta a rimanermi in casa per mancanza di panni, e sospirava.... poi mi era attorno, mi acconciava i capelli, e quando a suo senno mi aveva lisciata e composta, recandosi in mano i miei ricci, con orgoglio materno esclamava: — Di così fatti fregi non vende mica il merciaio... — Così soffrendo ogni disagio giungemmo al maggio del 1630, in cui la peste,devastata la Lombardia, si sparse per la Toscana dalla parte di Bologna, e con la peste la fame. Pensa tu qual fosse vita la nostra! Tra le percosse, ella... la madre mia, — e le maledizioni; — per la persona malconcia, e nel volto; — urtando urtata, morsa mordendo, le riusciva procurarsi qualche alimento dalle canove aperte dal granduca a sollievo del popolo. — Certo giorno io l’aspettai invano; ella non venne fino a sera. Poco nudrita il giorno innanzi, io sentiva lo strazio della fame, sicchè udito appena il rumore dei suoi passi mi feci a capo di scala gridando: Madre mia, muoio di fame! — Ed ecco, ch’ella estenuata dalla inedia si sforza salire le scale due scalini per volta, arriva palpitante, e gittato un tozzo di pane sopra la tavola si abbandona sul letto. Io, come mi consiglia la fame, non bado a lei, finchè divorato il tozzo intero, non mi sentendo sazia le domando se altro ne avesse portato. La povera madre proruppe in pianto; ed io, che mi accorsi della mia durezza, piansi lacrime di pentimento. Si fece buio: la buona anima di mia madre volle che mi coricassi, e mi confortò raccomandarmi al Signore, assicurandomi che migliore ventura mi aspettava domani. — Mi coricai, supplicando Gesù e la Madonna si degnassero guardarci con misericordia. — Mia madre accese una lampada, e si pose a filare, ma le labbra aride non avevano umore per bagnare il filo, le dita deboli non sostenevano la fatica; spesso sbadiglia convulsa, non le regge la testa. Allo improvviso il lume accenna spegnersi; ella si reca a stento all’armario, e preso l’orciuolo fa atto di rovesciarlo dentro la lucerna... l’orciuolo era vuoto! — tornò a sedere, fissò gli occhi nella fiammella moribonda, e prese a dire:— In questa guisa si morrà domani la mia Caterina: io non ne posso più: non mi sono sdigiunata tutt’oggi; con i miei piedi di casa non uscirò più; il mondo èpieno di Ruth, ma i Bootz si trovano soltanto nel Testamento vecchio. — Devono essere pur grandi i miei peccati, Dio mio, dacchè mentre la vostra misericordia alimenta il passero sul letto, veste il giglio della valle, mitiga il freddo all’agnello tosato, consente poi che ci travagli tanta miseria! — Si spense il lume, e poco dopo rovesciando dalla seggiola percosse svenuta sul pavimento! — Balzo di letto, e brancolando la rinvengo diaccia come un cadavere. Mal sapendo quello che io mi faccia, coperta della sola camicia prorompo fuori di casa gridando: — è morta! — Nessuno si mosse: vi fu anzi chi temendo non fosse morta di peste turò perfino il foro delle serrature della porta di casa. — Giustino solo aperse l’uscio alle mie strida, e tolta una lucerna venne a vedere mia madre. — Buon Giustino! la rilevò con le sue braccia da terra senza paura di peste, la pose sul letto, la ristorò, ci sovvenne... — Gesù e Maria! (prorompe la Caterina forte stringendosi alla vita dello amato, e nascondendo la faccia nel seno di lui) — ma che i fulmini hanno tolto di mira questa casa?”“Su via, paurosa; rammentati dei versi del signor Tasso, che leggemmo ieri:Pera il mondo e rovini; a me non caleSe non di quel che più piace e diletta;Che se terra sarò.... terra anche fui...”“Rammentati piuttosto di una preghiera,” replicò Caterina, ponendogli la mano sopra la bocca, “e ingegnati recitarla devotamente.”Segue nuovo silenzio, rotto soltanto dal monotono scrosciare della pioggia.“E se ora,” preoccupata da profonda idea, dopo uno spazio ben lungo di tempo, riprese la Caterina, — “e se ora mi si presentasse davanti l’anima della madre mia,che fino all’anno passato con voti ardentissimi invocavo, e a sedersi su la sponda del letto, e a trattenersi in geniali colloqui, e a non mi lasciare supplicavo... se ora mi si presentasse davanti, ove celerei la mia faccia svergognata....?”“Caterina! qui sul mio cuore...”“Così pratichi gl’insegnamenti di tua madre? In questo conto tieni i miei ricordi? la fama incontaminata, che unico retaggio ricevesti dai tuoi, in questo modo conservi? questa è la riconoscenza pel povero vecchio che ti ha raccolto nella sua famiglia, che non ti potendo chiamare figliuola volle darti il nome di sposa? Egli ti salvò la vita, tu lo paghi col disonore. E credi che Dio tolleri simili misfatti? E pensi che il delitto sia per apportarti contentezza? No; ogni germe produce il suo frutto: alla tua colpa si aspetta il rimorso in questa vita, l’inferno nell’altra. — O madre mia!”“Caterina, perchè tormentarti così? Non crearti fantasmi per averne spavento. Tu vai esagerando il benefizio di questo tuo vecchio. — Che cosa ha egli fatto, che tutti i vecchi avari non facciano? Si è impadronito di un tesoro; e nè lo gode, nè, astioso, vorrebbe che altri se lo godesse. Per un poco di pane pretende egli dunque il sagrifizio della tua così florida giovanezza? Sta a vedere, che anche morto stenderà dal sepolcro una mano scarna, e intenderà tenerti sempre per sua. Ti lascerà forse da vivere, ma a patto che tu ti mantenga sterile e sola; — a patto che tu stia nel mondo com’egli sta nella fossa...”“Tu se’ bel parlatore, Ciapo mio; ma vedi, qui dentro, Dio ha posto un tal senso che resiste ad ogni fallace argomento. — Morire di sete, — implorare la tazza della carità, — ottenerla, — e contaminarla... oh! ella è cosa piena di abominazione...”“Amiamoci, Caterina,” stringendosela nelle braccia il giovane appassionato favellava, siccome quello che conosceva essere l’amplesso irresistibile argomento in amore, “amiamoci con tutte le potenze dell’anima. Il paradiso è albergo delle anime innamorate...”“Sì, ma di quelle che intesero il diritto amore: le altre vanno senza fine sbattute dalla procella giù nell’inferno...”“Dov’è l’inferno?...”Un terribile fragore rompe le parole del giovane. Le finestre si spalancano. I frantumi dei vetri mandano suoni sparsi, acuti e prolungati, finchè il vento, dopo averli percossi in mille guise e in mille oggetti, li trasporta lungi di là. I telai scassinati vanno in pezzi battendo sul pavimento e pei muri. Un turbine di grandine inonda la stanza. Mobili, lume, ogni cosa sossopra; e poco dopo, dai fianchi del cielo orribilmente squarciati, un tuono che scuote dai fondamenti la casa, e una fiamma di fuoco che allaga la stanza.Per le ossa dei due amanti scorre un gelo di orrore: forte l’uno l’altra abbracciando, — mentre volgono attorno lo sguardo atterrito, — ecco si presenta uno spettro avvolto per entro un lenzuolo, co’ capelli bianchi scarmigliati, che agita, — agita la destra levata in atto di maledizione.Dopo un istante, tenebre.Ma per quel buio, accompagnata dal rombo del tuono si ascolta una voce, e al punto stesso un oggetto coglie la Caterina in mezzo della fronte. — La voce diceva:“Caterina, perchè hai tu contaminato i miei capelli bianchi? — A che mai tanta fretta? Se tu aspettavi un poco, ti saresti serbata innocente, ed io morivo in pace. — Adesso scendo nel sepolcro disperato, ma senza amarezza contro di te. — Prendi il mio testamento: io tilascio donna di te, e delle cose mie. Possa perdonarti Dio, com’io con tutte le viscere dell’anima mia ti perdono. — E tu, che ho conosciuto soltanto per la disperazione che versi in questa ultima ora su l’anima mia, — che ho veduto al chiarore del fulmine, — se l’amerai sempre di amore, — se me la renderai contenta... va... io mi parto dal mondo perdonando anche a te...”Indi a poco, rumore di orme vacillanti, come dì uomo che tentenna per cadere, — e di caduta.Comecchè i due amanti non avessero membro che per paura non tremasse, pure trovarono il coraggio di accorrere nella stanza delle fantesche: tolsero le lucerne, e tornarono accompagnati dai famigli a vedere quello che fosse avvenuto. Allo affacciarsi nella sala, il vento spegne nuovamente tutti i lumi; tornarono da capo per essi, e questa volta più cauti, adoperando i debiti riguardi li mantennero accesi.Raccolsero il misero Canacci disteso sul pavimento, e lo riposero a letto.Ciapo, accostandogli il lume al volto, vide uscirgli dalle narici una spuma sanguigna, — la bocca torta, — il colore pavonazzo, — gli occhi fissi, invetrati,Ciapo sentì raccapricciarsi di nuovo ribrezzo, e male sostenendone la vista si trasse in disparte mormorando:“Egli... ha bisogno del prete che gli raccomandi l’anima...”La Caterina pareva presa da catalessia. Come Niobe mutata in pietra, immobile accanto al letto non piangeva, non parlava; neanche il seno le palpitava: la forza tremenda dell’incubo la dominava intera.Senza tabarro, senza cappello, Ciapo vola alla chiesa di Santo Ambrogio pel prete; e il prete col Viatico, l’Olio santo, e la lanterna, gli tenne dietro correndo.Il curato alza l’estremo lembo della coltre, accostail rovescio della mano ai piedi del giacente, e li sentendo gelati sporge in fuori il labbro inferiore con tale un garbo, che poteva tradursi così: — questo è un negozio finito.Allora vestì il roccetto, e si adattò la stola, dispose tutti i suoi arnesi, e prima dì cominciare gli uffici del suo ministero prese la lanterna, lo guardò bene nel volto, e vide come travagliasse il giacente quel moto convulso che attenua la gola, e scompone i muscoli del mento e dei labbri: — segno certissimo dell’agonia.“Gli è il male di gocciola,” disse volgendosi ai circostanti, “ma di quello pretto davvero.” — E poi curvatosi verso l’orecchio destro del moribondo: — “Signor Giustino,” prese a gridare con voce piena, “o signor Giustino, la mi sente? la mi riconosce? la mi stringa la mano se mi ravvisa... via! — E’ non v’è tempo da perdere...”E gli amministrò la estrema Unzione.Finite le preghiere in latino, riprese il curato a gridargli all’orecchio in italiano:“Gesù, Giuseppe e Maria, vi raccomando l’anima mia; — ma lo dica, signor Giustino, lo dica di cuore.”E Giustino mandò dalle fauci un suono roco, e spirò.“Povero signor Giustino... è passato.”La Caterina sempre pallida, e immobile.Ciapo appoggiato ad una delle colonne del letto, tutto chiuso nei suoi pensieri, non dava ascolto.
Presso la chiesa di Santo Ambrogio, sul terminare di Via dei Pilastri, occorre una casa che fu già di Giustino Canacci, mercante fiorentino. — Qui nella sera del primo novembre 1637 una giovane donna (quella dessa della quale abbiamo veduto il ritratto nelle mani della signora Veronica) si stava soletta seduta davanti una tavola in una sala vasta e fredda, accanto alla porta di una camera. Al primo aspetto pareva intieramente assorta nell’opera che aveva fra mano, senonchè esaminando come ora l’ago si arrestasse a mezzo punto, ora volasse con direzione diversa affatto a quella che avrebbe dovuto tenere,e l’affannoso anelito del seno, e il sudore cui ella sovente per tutto il volto e sul collo si asciugava, e il repentino sollevare della testa, e a chiusi occhi agitarla a destra e a sinistra, sicchè i bei ricci biondi continuavano ad oscillare anche dopo il quietarsi del capo, a guisa di catenelle di oro pendenti da un lampadario; chiunque, dico, comecchè dotato di mediocre levatura, avrebbe potuto con giuramento affermare: — in quel cuore non abita la pace!
Una voce belante, che muoveva dall’interno della stanza presso la quale stava seduta la bella Caterina, si fece sentire dicendo:
“Caterina, mi fa male sentirti sola in cotesta diacciaia; — perchè non vieni di qua in camera, chè staresti a migliore agio? Questo anno il freddo ci è caduto addosso più presto del solito, e più pungente...”
“Giustino mio, non vi date pena per me. Il lume vi recherebbe fastidio, e il rumore del lavoro vi guasterebbe il sonno. Riposate, — procurate chiudere gli occhi almeno stanotte.”
“Non importa; tanto del pane della vita i tre quarti io me li sono mangiati. — Per uomo della età mia ogni minuto è tempo di morire. — Prendersi pensiero di me egli è come seminare grano in Gonfolina. — Vieni... vieni, levati da quel freddo costà.”
“Se alcuna cosa vi abbisognasse, Giustino, parlate; — sto qui per servirvi: ove poi lo diciate a mio riguardo, gran mercè; — lasciatemi stare... io sudo...”
“Sta pure, figliuola mia! Ah! benedetta la gioventù...”
La giovane donna s’ingegna ad alitare più basso. Sovente accosta l’orecchio alla porta, spiando se il vecchio dorma, e poi alza la faccia a consultare l’orologio a pendolo appeso alla parete dirimpetto a lei, e pareche non senza brivido ella veda avvicinarsi la lancetta ad un’ora fatale. Quinci rimuove lo sguardo, e pieno di ansietà lo fissa sopra la porta che dà adito alle scale, e così continua in quel moto, che vorrei dire triangolare.
L’amore affina i sensi, e questo è provato. La Caterina ha udito un suono: il suo cuore non s’ingannerà. Chiunque altro non lo avrebbe sentito, — ma io lo ripeto — la donna innamorata davvero sembra quasi divina nelle sue sensazioni. — Sorge, — e come quegli uccelli che in andando si aiutano coll’ale, ella tocca appena il pavimento indirizzandosi alla porta della casa.
Nè desiderio punto minore stringeva certamente lo aspettato, conciossiachè all’aprirsi dell’uscio egli si trovasse in pronto di svilupparsi dal tabarro, e tendere le braccia alla Caterina, ove la povera donna innamorata lasciò cadersi vinta dalla grande forza di amore.
Godete! — Nato fra speranze, desiderii, e paure, nudrito di amplessi e di baci, sempre è l’amore seguitato dal fastidio, spesso dal pentimento, qualche volta dal rimorso. Godete! — All’amore vostro terrà dietro il castigo; ma nessuno potrà togliervi questi momenti. Potenza umana o divina tenterebbero invano far sì, che essi non sieno stati. Nella miseria, che vi circonderà come una notte senza stelle, la memoria di quei momenti vi sarà un fuoco di Santo Elmo. No, rammentarci del tempo felice nella miseria non è dolore. La gioia, frettolosa pellegrina dell’anima, le lascia in partendo la memoria, e questa di anno in anno si diffonde tanto più cara quanto più si discosta dal suo principio, in quella guisa medesima che nella superficie delle acque percosse tanto più si dilatano le ruote quanto meglio si allontanano dal punto della commozione. — La memoria è quasi un eco del piacere, che forse non tace neanche dentro al sepolcro. Dalla coltre dell’etico, dalla prigionedel condannato, la memoria alata trascorre su i campi aperti, e si mesce co’ raggi matutini del sole, o si riposa su i calici aperti dei fiori, assorbendone il profumo, o beve la lacrima pianta dalla madre quando benedisse suo figlio, o si diffonde su i labbri della donna amata inebbriandosi di sorriso, o le cadendo sul seno gode a sentirsi balzellare dal palpito di un cuore al quale ella pure rimase estremo, — arcano, — e consacrato conforto. — Finchè l’anima conserva la memoria delle cose a lei più caramente dilette, l’Angiolo della speranza la ricopre con le amorose sue ali.
Quando ebbe posa quello ardente affetto, e fu concesso agli amanti l’ufficio della parola, la Caterina favellò prima dicendo:
“Iacopo, vieni qua, — riposati. — Santa Vergine, come sei bagnato!” — E qui l’amorosa gli toglieva il mantello. “O che si è guasto il tempo?”
“Si apparecchia una notte d’inferno.”
“Già... dev’essere; — la burrasca dei morti.”
E il giovane crollando il capo, e ridendo, si pose a sedere sopra un lettuccio, e recatasi su le ginocchia la Caterina, che cingendogli di un braccio il collo prese a comporgli i lunghi capelli, continuava il colloquio interrogando:
“O che cosa hanno che fare i morti con la burrasca?”
“Che cosa vi abbiano a fare io per me non saprei; ma egli è certo che nella notte dei morti succede sempre la burrasca. Io mi ricordo avere udito da sante donne raccontare, come la misericordia di Dio conceda durante questa notte che i defunti, lasciate le antiche sepolture, tornino a visitare i luoghi donde si sono dipartiti: e quelli che furono buoni si valgono della grazia per visitare i loro diletti, e prevenirli della lieta o rea fortuna, o con qualche sapiente consiglio ammonirli;i tristi poi si spargono per l’aria e s’impadroniscono del fulmine, del tuono e dell’uragano: — allora o si rovesciano sul mare, e la mattina tu vedi sopra la sponda una vedova e un cadavere, — o percorrono la terra, e presa la forma di perfidi fuochi folleggiano davanti al pellegrino smarrito, e lo spingono giù nel dirupo, ove non pochi monticelli di terra sormontati da croci accennano i sepolcri dei poveri precipitati.
“Speriamo,” continuando a sorridere, interruppe il giovane, “speriamo che a noi risparmieranno la visita; ed io che li so dabbene e discreti molto, ho fede che si accorgeranno come anche un morto sarebbe di troppo fra noi. Noi ci bastiamo soli... n’è vero, Caterina? Ora di’, Caterina, dacchè non ci vedemmo hai tu sempre pensato a me?”
“E tu a me, Ciapo?”
“Io sì... in fede di cav... del cavaliere San Giorgio; — ma e tu?”
“Io no; — ho pensato, e lungamente, ad altrui!”
“Ed osi dirmelo? Così presto dunque tu cotanto pudica le altre femmine imiti? E non aborrisci...?”
Mentre in questo modo favella, si toglie dal collo il braccio della Caterina, e lo respinge indispettito. — La Caterina, mesta ridendo, ritorna placidamente ad abbracciarlo, e dice:
“Ho pensato all’anima di mia madre...!”
“Perchè hai pensato a tua madre?”
“Ma dimmi piuttosto tu perchè non hai pensato alla tua? Non sono tutti i morti domani? — Guai a chi non può pensare a sua madre! O ciò avviene per colpa sua, ed è un tristo; o per colpa di lei, ed egli è uno sventurato.”
“Dunque l’amavi molto questa tua madre...?” si affretta ad interrompere il giovane, a cui forse l’osservazionedella Caterina suscitava la memoria di una colpa, — o di un dolore.
“Se l’amavo! Eppure non tanto quanto ella si meritava! — Misericordia! che lampo!” esclama improvvisamente la Caterina facendosi il segno della salute; — “ah! che spavento! È stata una saetta...”
“Per poco non ha rotto tutte le vetrate!”
“Questo non può succedere, perchè la domenica delle Palme vi posi con le mie mani l’ulivo benedetto; — ha battuto vicino però: — forse nel campanile di Santo Ambrogio. — Ciapo, di grazia, va a chiudere le imposte... fa piano, sai... bada di non lo svegliare;.... ho paura...”
Il giovane si leva, e cauto va ad appagare il desiderio della donna.
“Caterina!” — suona all’improvviso la voce belante del vecchio Giustino, — “hai avuto paura?”
“Oh che sono nata ieri? — Oh che non ho sentito altri tuoni in questo mondo?”
“Va, tu sei una valorosa fanciulla! Ma, Dio mio, ove sarà mai quel tristo di Baccio? Egli è uno sciagurato, ma pure mio sangue.”
“E dove volete che sia, se non all’osteria delGiardino?[11]— E poi, ha tanto orrore dell’acqua, che in qualche luogo e’ si sarà riparato di certo.” — E tutto questo ella diceva con voce che s’ingegnava rendere festosa, ed ostentando una contentezza che veniva smentita dal pallore del suo volto.
Ciapo si ricondusse pianamente al fianco della donna amata, e stettero per lunga ora in silenzio.
Continua la tempesta. Di tempo in tempo un rovinío di grandine colpisce in pieno dentro le finestre minacciando mandarle a soqquadro.
La Caterina riprende:
«Se l’amavo! se meritava amore! Povera madre mia! Senti, Ciapo!... Fatti più in qua, ed ascoltami bene. — Mio padre fu mercante nell’arte di Por Santa Maria.[12]Felice un tempo ebbe amici; poi cominciò a declinare, ed io mi ricordo, tuttochè bambinella mi fossi, udirlo sovente rammaricarsi non già del suo, ma del pubblico male. La Toscana, diceva, non essere per risorgere più mai: Olandesi ed Inglesi occupare il commercio della Spagna e del Portogallo; le manifatture loro rendere inutili le nostre; empirsi Livorno di gente nuova, per esercitare un commercio che toglieva ai Toscani; provvedimenti fallaci e instabili impoverire il popolo; tutti volere dissimulare il danno, siccome al primo apparire della peste, ma si manifesterebbe ad un tratto l’abisso del male, e senza rimedio[13]: e come disse accadde. — Fallito, infelice, gli vennero meno gli amici: — la bocca (perchè del cuore non può parlarsi) dei curiali fu muta pel mercante improvvidamente onesto. Egli moriva sotto il peso dell’angoscia, e della infamia... La madre mia, senza aiuto nel mondo, restrinse il vivere, si accomodò in una soffitta qui sopra, assunse abito conveniente alla durezza del tempo, e così potè per qualche mese schermirsi dalla estrema miseria. Se parola alcuna le sfuggiva di rammarico o di desiderio (povera madre!), era per me. La domenica, nel vedere dal finestrino giù nella via, donne e donzelle recarsi a messa in Santo Ambrogio ornate di belle vesti sfoggiate e di pendagli di oro, guardava me costretta a rimanermi in casa per mancanza di panni, e sospirava.... poi mi era attorno, mi acconciava i capelli, e quando a suo senno mi aveva lisciata e composta, recandosi in mano i miei ricci, con orgoglio materno esclamava: — Di così fatti fregi non vende mica il merciaio... — Così soffrendo ogni disagio giungemmo al maggio del 1630, in cui la peste,devastata la Lombardia, si sparse per la Toscana dalla parte di Bologna, e con la peste la fame. Pensa tu qual fosse vita la nostra! Tra le percosse, ella... la madre mia, — e le maledizioni; — per la persona malconcia, e nel volto; — urtando urtata, morsa mordendo, le riusciva procurarsi qualche alimento dalle canove aperte dal granduca a sollievo del popolo. — Certo giorno io l’aspettai invano; ella non venne fino a sera. Poco nudrita il giorno innanzi, io sentiva lo strazio della fame, sicchè udito appena il rumore dei suoi passi mi feci a capo di scala gridando: Madre mia, muoio di fame! — Ed ecco, ch’ella estenuata dalla inedia si sforza salire le scale due scalini per volta, arriva palpitante, e gittato un tozzo di pane sopra la tavola si abbandona sul letto. Io, come mi consiglia la fame, non bado a lei, finchè divorato il tozzo intero, non mi sentendo sazia le domando se altro ne avesse portato. La povera madre proruppe in pianto; ed io, che mi accorsi della mia durezza, piansi lacrime di pentimento. Si fece buio: la buona anima di mia madre volle che mi coricassi, e mi confortò raccomandarmi al Signore, assicurandomi che migliore ventura mi aspettava domani. — Mi coricai, supplicando Gesù e la Madonna si degnassero guardarci con misericordia. — Mia madre accese una lampada, e si pose a filare, ma le labbra aride non avevano umore per bagnare il filo, le dita deboli non sostenevano la fatica; spesso sbadiglia convulsa, non le regge la testa. Allo improvviso il lume accenna spegnersi; ella si reca a stento all’armario, e preso l’orciuolo fa atto di rovesciarlo dentro la lucerna... l’orciuolo era vuoto! — tornò a sedere, fissò gli occhi nella fiammella moribonda, e prese a dire:
— In questa guisa si morrà domani la mia Caterina: io non ne posso più: non mi sono sdigiunata tutt’oggi; con i miei piedi di casa non uscirò più; il mondo èpieno di Ruth, ma i Bootz si trovano soltanto nel Testamento vecchio. — Devono essere pur grandi i miei peccati, Dio mio, dacchè mentre la vostra misericordia alimenta il passero sul letto, veste il giglio della valle, mitiga il freddo all’agnello tosato, consente poi che ci travagli tanta miseria! — Si spense il lume, e poco dopo rovesciando dalla seggiola percosse svenuta sul pavimento! — Balzo di letto, e brancolando la rinvengo diaccia come un cadavere. Mal sapendo quello che io mi faccia, coperta della sola camicia prorompo fuori di casa gridando: — è morta! — Nessuno si mosse: vi fu anzi chi temendo non fosse morta di peste turò perfino il foro delle serrature della porta di casa. — Giustino solo aperse l’uscio alle mie strida, e tolta una lucerna venne a vedere mia madre. — Buon Giustino! la rilevò con le sue braccia da terra senza paura di peste, la pose sul letto, la ristorò, ci sovvenne... — Gesù e Maria! (prorompe la Caterina forte stringendosi alla vita dello amato, e nascondendo la faccia nel seno di lui) — ma che i fulmini hanno tolto di mira questa casa?”
“Su via, paurosa; rammentati dei versi del signor Tasso, che leggemmo ieri:
Pera il mondo e rovini; a me non caleSe non di quel che più piace e diletta;Che se terra sarò.... terra anche fui...”
Pera il mondo e rovini; a me non cale
Se non di quel che più piace e diletta;
Che se terra sarò.... terra anche fui...”
“Rammentati piuttosto di una preghiera,” replicò Caterina, ponendogli la mano sopra la bocca, “e ingegnati recitarla devotamente.”
Segue nuovo silenzio, rotto soltanto dal monotono scrosciare della pioggia.
“E se ora,” preoccupata da profonda idea, dopo uno spazio ben lungo di tempo, riprese la Caterina, — “e se ora mi si presentasse davanti l’anima della madre mia,che fino all’anno passato con voti ardentissimi invocavo, e a sedersi su la sponda del letto, e a trattenersi in geniali colloqui, e a non mi lasciare supplicavo... se ora mi si presentasse davanti, ove celerei la mia faccia svergognata....?”
“Caterina! qui sul mio cuore...”
“Così pratichi gl’insegnamenti di tua madre? In questo conto tieni i miei ricordi? la fama incontaminata, che unico retaggio ricevesti dai tuoi, in questo modo conservi? questa è la riconoscenza pel povero vecchio che ti ha raccolto nella sua famiglia, che non ti potendo chiamare figliuola volle darti il nome di sposa? Egli ti salvò la vita, tu lo paghi col disonore. E credi che Dio tolleri simili misfatti? E pensi che il delitto sia per apportarti contentezza? No; ogni germe produce il suo frutto: alla tua colpa si aspetta il rimorso in questa vita, l’inferno nell’altra. — O madre mia!”
“Caterina, perchè tormentarti così? Non crearti fantasmi per averne spavento. Tu vai esagerando il benefizio di questo tuo vecchio. — Che cosa ha egli fatto, che tutti i vecchi avari non facciano? Si è impadronito di un tesoro; e nè lo gode, nè, astioso, vorrebbe che altri se lo godesse. Per un poco di pane pretende egli dunque il sagrifizio della tua così florida giovanezza? Sta a vedere, che anche morto stenderà dal sepolcro una mano scarna, e intenderà tenerti sempre per sua. Ti lascerà forse da vivere, ma a patto che tu ti mantenga sterile e sola; — a patto che tu stia nel mondo com’egli sta nella fossa...”
“Tu se’ bel parlatore, Ciapo mio; ma vedi, qui dentro, Dio ha posto un tal senso che resiste ad ogni fallace argomento. — Morire di sete, — implorare la tazza della carità, — ottenerla, — e contaminarla... oh! ella è cosa piena di abominazione...”
“Amiamoci, Caterina,” stringendosela nelle braccia il giovane appassionato favellava, siccome quello che conosceva essere l’amplesso irresistibile argomento in amore, “amiamoci con tutte le potenze dell’anima. Il paradiso è albergo delle anime innamorate...”
“Sì, ma di quelle che intesero il diritto amore: le altre vanno senza fine sbattute dalla procella giù nell’inferno...”
“Dov’è l’inferno?...”
Un terribile fragore rompe le parole del giovane. Le finestre si spalancano. I frantumi dei vetri mandano suoni sparsi, acuti e prolungati, finchè il vento, dopo averli percossi in mille guise e in mille oggetti, li trasporta lungi di là. I telai scassinati vanno in pezzi battendo sul pavimento e pei muri. Un turbine di grandine inonda la stanza. Mobili, lume, ogni cosa sossopra; e poco dopo, dai fianchi del cielo orribilmente squarciati, un tuono che scuote dai fondamenti la casa, e una fiamma di fuoco che allaga la stanza.
Per le ossa dei due amanti scorre un gelo di orrore: forte l’uno l’altra abbracciando, — mentre volgono attorno lo sguardo atterrito, — ecco si presenta uno spettro avvolto per entro un lenzuolo, co’ capelli bianchi scarmigliati, che agita, — agita la destra levata in atto di maledizione.
Dopo un istante, tenebre.
Ma per quel buio, accompagnata dal rombo del tuono si ascolta una voce, e al punto stesso un oggetto coglie la Caterina in mezzo della fronte. — La voce diceva:
“Caterina, perchè hai tu contaminato i miei capelli bianchi? — A che mai tanta fretta? Se tu aspettavi un poco, ti saresti serbata innocente, ed io morivo in pace. — Adesso scendo nel sepolcro disperato, ma senza amarezza contro di te. — Prendi il mio testamento: io tilascio donna di te, e delle cose mie. Possa perdonarti Dio, com’io con tutte le viscere dell’anima mia ti perdono. — E tu, che ho conosciuto soltanto per la disperazione che versi in questa ultima ora su l’anima mia, — che ho veduto al chiarore del fulmine, — se l’amerai sempre di amore, — se me la renderai contenta... va... io mi parto dal mondo perdonando anche a te...”
Indi a poco, rumore di orme vacillanti, come dì uomo che tentenna per cadere, — e di caduta.
Comecchè i due amanti non avessero membro che per paura non tremasse, pure trovarono il coraggio di accorrere nella stanza delle fantesche: tolsero le lucerne, e tornarono accompagnati dai famigli a vedere quello che fosse avvenuto. Allo affacciarsi nella sala, il vento spegne nuovamente tutti i lumi; tornarono da capo per essi, e questa volta più cauti, adoperando i debiti riguardi li mantennero accesi.
Raccolsero il misero Canacci disteso sul pavimento, e lo riposero a letto.
Ciapo, accostandogli il lume al volto, vide uscirgli dalle narici una spuma sanguigna, — la bocca torta, — il colore pavonazzo, — gli occhi fissi, invetrati,
Ciapo sentì raccapricciarsi di nuovo ribrezzo, e male sostenendone la vista si trasse in disparte mormorando:
“Egli... ha bisogno del prete che gli raccomandi l’anima...”
La Caterina pareva presa da catalessia. Come Niobe mutata in pietra, immobile accanto al letto non piangeva, non parlava; neanche il seno le palpitava: la forza tremenda dell’incubo la dominava intera.
Senza tabarro, senza cappello, Ciapo vola alla chiesa di Santo Ambrogio pel prete; e il prete col Viatico, l’Olio santo, e la lanterna, gli tenne dietro correndo.
Il curato alza l’estremo lembo della coltre, accostail rovescio della mano ai piedi del giacente, e li sentendo gelati sporge in fuori il labbro inferiore con tale un garbo, che poteva tradursi così: — questo è un negozio finito.
Allora vestì il roccetto, e si adattò la stola, dispose tutti i suoi arnesi, e prima dì cominciare gli uffici del suo ministero prese la lanterna, lo guardò bene nel volto, e vide come travagliasse il giacente quel moto convulso che attenua la gola, e scompone i muscoli del mento e dei labbri: — segno certissimo dell’agonia.
“Gli è il male di gocciola,” disse volgendosi ai circostanti, “ma di quello pretto davvero.” — E poi curvatosi verso l’orecchio destro del moribondo: — “Signor Giustino,” prese a gridare con voce piena, “o signor Giustino, la mi sente? la mi riconosce? la mi stringa la mano se mi ravvisa... via! — E’ non v’è tempo da perdere...”
E gli amministrò la estrema Unzione.
Finite le preghiere in latino, riprese il curato a gridargli all’orecchio in italiano:
“Gesù, Giuseppe e Maria, vi raccomando l’anima mia; — ma lo dica, signor Giustino, lo dica di cuore.”
E Giustino mandò dalle fauci un suono roco, e spirò.
“Povero signor Giustino... è passato.”
La Caterina sempre pallida, e immobile.
Ciapo appoggiato ad una delle colonne del letto, tutto chiuso nei suoi pensieri, non dava ascolto.