VIII.

VIII.La vigilia di Natale del 1637, verso le ore dieci di notte fu aperta con molta precauzione la impannata della osteria delGiardino...Ella era pure magnifica cosa l’aspetto della osteria delGiardinoin quella benedetta serata! — Sei od otto tavole imbandite con tovaglie bianchissime, arnesi lucidi, bicchieri scintillanti, e fiaschi con la stoppa in cima, a guisa del pennacchio bianco che portava Enrico IV su l’elmo quando disse ai suoi cavalieri: — Contemplatelo fisso; voi lo vedrete sempre nella via dell’onore.[16]Arrogi, un fuoco da casa del diavolo, — attizzato però allo scopo innocente di arrostire capponcelli e pippioni, che parevano si struggessero proprio da giubbilo di sapersi riservati a così fausti destini; imperciocchè sia destino dei pippioni, capponcelli e simili concludere la vita loro infilati e arrostiti siccome insegna la esperienza, — la quale, secondo che ne avverte Aristotele, è maestra suprema delle cose.Ma gli attori mancavano al dramma. In quel momento essi stavano in chiesa, ove con molta devozione attendevano alle cose dell’anima. —Omnia tempus habent: vi è tempo di piangere, e vi è tempo di ridere; vi è tempodi digiunare, e tempo di mangiare: — e questo si trova scritto nell’Ecclesiaste.E poi (voi lo sapete), qualsivoglia solennità religiosa o civile domestica o politica, si conclude sempre col mangiare. Vi nasce un figlio, e convitate a mangiare; — morite, ed ha luogo il banchetto funebre; — togliete moglie (veramente il condurre donna andava innanzi al morire, ma ormai è scritto, e non vo’ cancellare), e ricorre il pranzo nuziale. La mensa e la tomba riuniscono tutte le opinioni. A mensa convengono come a centro comune tutti i raggi delle umane voglie. Mirabeau e Danton, dopo le sedute dell’Assemblea Legislativa e della Convenzione, colà si riposavano; — colà, dopo le ambagi del congresso di Vienna, Metternich e Talleyrand convenivano; — colà non raggiri, non dissimulazioni, non discordie, non astii: mangiavano tutti, e mangiavano di buona fede. — A mensa sarebbero stati d’accordo Fra Paolo Sarpi e il cardinale Pallavicino; il cardinale Bellarmino e Martino Lutero, a cui, per quello che si legge, Enrico duca di Brunswick dopo la Dieta di Vormazia mandò in regalo un gran boccale pieno di birra per beverselo a pranzo! — Cicalava mai tanto quel Martino Lutero![17]Dalla impannata sbuca una testa coperta con un cappello di forma conica a larghe falde. Una falda — ciglio, occhio, e gran parte della guancia celava; l’altra appena mezza fronte cuopriva, senonchè una piuma nera calando giù attraversava la faccia, — quasi un frego tirato in prevenzione sul pudore, ove mai si fosse avventurato a comparire colà.Perlustrato dello sguardo lo interno della osteria, gli occorse in un canto Bartolommeo Canacci, il quale con un mazzo di carte fra le mani stava giuocando da sè alla bassetta. Allora comparve la intera persona dell’affacciatoalla impannata: — quasi gigante, avvolto fino al mento in larghissimo mantello, s’incammina alla volta del Canacci, e gli giunge accanto in quella ch’egli esclamava:“Ahi! sorte ladra: io mi butterei via, — mi sbattezzerei: — ora che giuoco da me non perdo mai...”L’incognito lascia con tutto il peso del corpo cadersi sopra la panca, e forte battendo con la mano aperta sopra la tavola, grida:“Oste! — Vino...”Baccio dette un balzo tale, che per poco non cadde riverso: carte, stoviglie, e gli altri arnesi saltarono all’aria; l’oste solo sprofondato nei misteri dell’arte non si mosse dal camino, e persuaso ch’e’ fosse un povero avventore, senzapiegar collo nè mutar costa, rispose:“Da quanto? da due soldi il boccale?”“Senza fede! — serba il tuo aceto per la settimana santa, sozzo can rinnegato, e a me porta del vino, — e del meglio; — hai capito?”“I’ ci ho del Chianti, del Pomino, dell’Artimino, del Carmignano, e del vin Santo,” riprese l’oste diplomatico tutto di un fiato, fingendo non avere inteso del discorso dello incognito tutte quelle parti che non gli tornavano, “dell’aleatico poi da resuscitare un morto...”“Del meglio, ciarliero, — e basta.”L’oste recò un bicchiere, e un fiasco panciuto e vermiglio che sembrava un senatore.“Ch’è questo? Un bicchiere solo? Il gentiluomo per avventura non beve?” interroga lo incognito additando il Canacci.Bartolommeo con certe sue smorfie si schermiva da quella gentilezza profferta a modo d’insolenza, dicendo:“Troppa grazia è la vostra, padrone mio riverito... — in verità io non vorrei...”“Eh via!” interruppe l’oste, che trovava il suo conto a cotesto invito; “accettate: — quando le proferte si partono dal cuore non si vogliono rifiutare. — Non vedete che faccia di Cesare ha questo gentiluomo? — E se menasse vino, voi vi berreste anche l’Arno.”“Vattene, oste, al camino, e bada allo arrosto. — Gentiluomo!” riprese l’incognito dopo aver bevuto il primo bicchiere di vino, “dal colore dei vostri panni mi accorgo che la sventura vi ha visitato.”“In pochi giorni ho sepolto il testatore; ma qui non istà il maggiore male: in pochi giorni ho sepolto ancora la eredità... Questa sconsacrata bassetta mi ha portato via in meno di una settimana meglio di mille ducati...”“Eh! ma i mezzi non mancano per poterli rifare; — a casa — Bevete!”“Grazie! — E come? Finchè la matrigna dura, ella è donna e madonna di tutto. — Dei contanti finchè ne ho trovati ne ho presi... ma ora?”“Oh che il duca di San Giuliano sta sul tirato?”“I’ penso che abbiano tolto con meno fatica i denti a Santa Apollonia, di quello che ci vuole per cavare di sotto al duca un fiorino. E poi la Caterina fa la superba...”“Lascia le anguille per gli storioni, eh?”“No, in fe’ di Dio! la non è donna da questo. — Ma torniamo a noi. Sapreste voi, gentiluomo, indicarmi una medicina contro il male del debito?”“Senti, Baccio, tu non mi conosci; ma io posso, e voglio aiutarti: io ti sono amico, e intendo liberarti da tanti guai...”“Davvero?”“Davvero.”— E qui cominciò tra loro un colloquio a voce bassa, nel quale lo incognito parve, dai gesti che faceva, proponesseal Canacci qualche cosa di enorme, perchè questi accennava risoluto di no; ma lo incognito sempre addosso con parole ardenti ed atti concitati; e il Canacci cominciava a balenare, poi pareva si accomodasse: alla fine, piuttosto per non mostrare troppo facile sconfitta, che per opporre resistenza vera, osservò:“Ma il paretaio del Nemi?”“Coteste reti prendono le lodole, non le aquile: le leggi sono tela da ragnateli; le mosche rimangono, i bovi le rompono...”“Se l’essere bue bastasse, io mi terrei fatato meglio di Orlando; ma, e quelle quattro schiappe?”“E’ ti saranno rese quattro volte tanto...”“Sì eh? nel paese dei Baschi o di Bengodi, ove le montagne sono di formaggio parmigiano?”“No; su quel di Massa, con vigne ed oliveti, che fanno olive grosse come castagne...”“Anche uno scrupolo! — Cacciarla cosìex abruptonell’altro mondo, come un pallon grosso in guadagnata...!”“Diavolo! faremo le cose da cristiani; le daremo tempo d’acconciare bravamente, a modo e a verso, le cose dell’anima. Parola di Margutte! Ma ormai è tempo che tu venga a parlare da te stesso con Madonna.”“Oste! — págati...”E gettò uno scudo d’oro di Massa su la tavola, che l’oste prese divotamente con due dita, avendosele prima ben forbite al grembiule, e contandogli il resto parlava:“Colendissimo padrone mio! Ora che ella ha saggiato del mio buon vino, non mi faccia torto. — La ci degni della sua persona: troverà gentiluomini piacevoli, e da pari suo. — Questo è uno scudo d’oro di Massa, n’è vero? Ecco qua le armi — Cybo, Medici e Malaspina; — glielo baratterò meglio che in zecca.” — Ed avvertendocome lo incognito non gli badasse, aggiungeva: — “Di grazia, illustrissimo, la badi qui, che dal gran fuoco l’ho le traveggole; e per cosa al mondo i’ non le vorrei affibbiare moneta scadente, — molto più che adesso sono spariti quei beipavoli bariledel duca Alessandro di eterna memoria:[18]— crazie, che le paiono scaglie di muggine... — Tre giuli ella spende, e sette dieci: — ogni cosa muta in questo mondo: — guardi! e sei, sedici: — tutto peggiora: — e mezzo, sedici e mezzo, che a tanto le ragguaglio il suo scudo.” — E così favellando s’ingegnava a divertire l’attenzione dello straniero, vuotandosi intanto le tasche di quante crazie rotte e monete tosate vi aveva raccolto da anni a questa parte.Margutte, stesa la mano su quel mucchio di moneta disperata, sogghignando rispose:“Oste, molto maggiore Santo che non se’ tu ha detto — Quello che fu sarà, — ed io ci credo. Vedi. — Una volta certo oste, come te, mi barattò uno scudo d’oro di Massa lire undici, e queste lire me le rese in moneta che scapitava d’un quarto. Tu hai cominciato come il tuo collega a cambiarmi lo scudo per undici lire, mentre in zecca danno bene undici lire, ma di oro, le quali con l’aggio del sette per cento fanno undici lire, soldi sedici e denari sei, in moneta di argento.[19]— Adesso vediamo la tua moneta...”“L’avverta ch’i’ ho le traveggole... io l’ho tenuto avvertito.”“Senza fede! Ve’, che ferriera! — Apprendi, oste, che allorquando il tuo diavolo nasceva, il mio andava ritto alla panca. — To’, — ed impara...” E stretto nel pugno il mucchio glielo gittò nel viso, aggiungendo: — “questa è la mancia!”E si alzò conducendo seco il Canacci.L’oste trasognato lo accompagnava fino all’usciocol berretto in mano, non sapendo dire altro, che:“Illustrissimo, si persuada... — le traveggole....” E quando si fu bene assicurato che era lontano, asciugandosi la fronte mormorò:“A casa del diavolo! — che già deve essere casa sua.”Da quella sera in poi non fu più veduto il Canacci.

La vigilia di Natale del 1637, verso le ore dieci di notte fu aperta con molta precauzione la impannata della osteria delGiardino...

Ella era pure magnifica cosa l’aspetto della osteria delGiardinoin quella benedetta serata! — Sei od otto tavole imbandite con tovaglie bianchissime, arnesi lucidi, bicchieri scintillanti, e fiaschi con la stoppa in cima, a guisa del pennacchio bianco che portava Enrico IV su l’elmo quando disse ai suoi cavalieri: — Contemplatelo fisso; voi lo vedrete sempre nella via dell’onore.[16]

Arrogi, un fuoco da casa del diavolo, — attizzato però allo scopo innocente di arrostire capponcelli e pippioni, che parevano si struggessero proprio da giubbilo di sapersi riservati a così fausti destini; imperciocchè sia destino dei pippioni, capponcelli e simili concludere la vita loro infilati e arrostiti siccome insegna la esperienza, — la quale, secondo che ne avverte Aristotele, è maestra suprema delle cose.

Ma gli attori mancavano al dramma. In quel momento essi stavano in chiesa, ove con molta devozione attendevano alle cose dell’anima. —Omnia tempus habent: vi è tempo di piangere, e vi è tempo di ridere; vi è tempodi digiunare, e tempo di mangiare: — e questo si trova scritto nell’Ecclesiaste.

E poi (voi lo sapete), qualsivoglia solennità religiosa o civile domestica o politica, si conclude sempre col mangiare. Vi nasce un figlio, e convitate a mangiare; — morite, ed ha luogo il banchetto funebre; — togliete moglie (veramente il condurre donna andava innanzi al morire, ma ormai è scritto, e non vo’ cancellare), e ricorre il pranzo nuziale. La mensa e la tomba riuniscono tutte le opinioni. A mensa convengono come a centro comune tutti i raggi delle umane voglie. Mirabeau e Danton, dopo le sedute dell’Assemblea Legislativa e della Convenzione, colà si riposavano; — colà, dopo le ambagi del congresso di Vienna, Metternich e Talleyrand convenivano; — colà non raggiri, non dissimulazioni, non discordie, non astii: mangiavano tutti, e mangiavano di buona fede. — A mensa sarebbero stati d’accordo Fra Paolo Sarpi e il cardinale Pallavicino; il cardinale Bellarmino e Martino Lutero, a cui, per quello che si legge, Enrico duca di Brunswick dopo la Dieta di Vormazia mandò in regalo un gran boccale pieno di birra per beverselo a pranzo! — Cicalava mai tanto quel Martino Lutero![17]

Dalla impannata sbuca una testa coperta con un cappello di forma conica a larghe falde. Una falda — ciglio, occhio, e gran parte della guancia celava; l’altra appena mezza fronte cuopriva, senonchè una piuma nera calando giù attraversava la faccia, — quasi un frego tirato in prevenzione sul pudore, ove mai si fosse avventurato a comparire colà.

Perlustrato dello sguardo lo interno della osteria, gli occorse in un canto Bartolommeo Canacci, il quale con un mazzo di carte fra le mani stava giuocando da sè alla bassetta. Allora comparve la intera persona dell’affacciatoalla impannata: — quasi gigante, avvolto fino al mento in larghissimo mantello, s’incammina alla volta del Canacci, e gli giunge accanto in quella ch’egli esclamava:

“Ahi! sorte ladra: io mi butterei via, — mi sbattezzerei: — ora che giuoco da me non perdo mai...”

L’incognito lascia con tutto il peso del corpo cadersi sopra la panca, e forte battendo con la mano aperta sopra la tavola, grida:

“Oste! — Vino...”

Baccio dette un balzo tale, che per poco non cadde riverso: carte, stoviglie, e gli altri arnesi saltarono all’aria; l’oste solo sprofondato nei misteri dell’arte non si mosse dal camino, e persuaso ch’e’ fosse un povero avventore, senzapiegar collo nè mutar costa, rispose:

“Da quanto? da due soldi il boccale?”

“Senza fede! — serba il tuo aceto per la settimana santa, sozzo can rinnegato, e a me porta del vino, — e del meglio; — hai capito?”

“I’ ci ho del Chianti, del Pomino, dell’Artimino, del Carmignano, e del vin Santo,” riprese l’oste diplomatico tutto di un fiato, fingendo non avere inteso del discorso dello incognito tutte quelle parti che non gli tornavano, “dell’aleatico poi da resuscitare un morto...”

“Del meglio, ciarliero, — e basta.”

L’oste recò un bicchiere, e un fiasco panciuto e vermiglio che sembrava un senatore.

“Ch’è questo? Un bicchiere solo? Il gentiluomo per avventura non beve?” interroga lo incognito additando il Canacci.

Bartolommeo con certe sue smorfie si schermiva da quella gentilezza profferta a modo d’insolenza, dicendo:

“Troppa grazia è la vostra, padrone mio riverito... — in verità io non vorrei...”

“Eh via!” interruppe l’oste, che trovava il suo conto a cotesto invito; “accettate: — quando le proferte si partono dal cuore non si vogliono rifiutare. — Non vedete che faccia di Cesare ha questo gentiluomo? — E se menasse vino, voi vi berreste anche l’Arno.”

“Vattene, oste, al camino, e bada allo arrosto. — Gentiluomo!” riprese l’incognito dopo aver bevuto il primo bicchiere di vino, “dal colore dei vostri panni mi accorgo che la sventura vi ha visitato.”

“In pochi giorni ho sepolto il testatore; ma qui non istà il maggiore male: in pochi giorni ho sepolto ancora la eredità... Questa sconsacrata bassetta mi ha portato via in meno di una settimana meglio di mille ducati...”

“Eh! ma i mezzi non mancano per poterli rifare; — a casa — Bevete!”

“Grazie! — E come? Finchè la matrigna dura, ella è donna e madonna di tutto. — Dei contanti finchè ne ho trovati ne ho presi... ma ora?”

“Oh che il duca di San Giuliano sta sul tirato?”

“I’ penso che abbiano tolto con meno fatica i denti a Santa Apollonia, di quello che ci vuole per cavare di sotto al duca un fiorino. E poi la Caterina fa la superba...”

“Lascia le anguille per gli storioni, eh?”

“No, in fe’ di Dio! la non è donna da questo. — Ma torniamo a noi. Sapreste voi, gentiluomo, indicarmi una medicina contro il male del debito?”

“Senti, Baccio, tu non mi conosci; ma io posso, e voglio aiutarti: io ti sono amico, e intendo liberarti da tanti guai...”

“Davvero?”

“Davvero.”

— E qui cominciò tra loro un colloquio a voce bassa, nel quale lo incognito parve, dai gesti che faceva, proponesseal Canacci qualche cosa di enorme, perchè questi accennava risoluto di no; ma lo incognito sempre addosso con parole ardenti ed atti concitati; e il Canacci cominciava a balenare, poi pareva si accomodasse: alla fine, piuttosto per non mostrare troppo facile sconfitta, che per opporre resistenza vera, osservò:

“Ma il paretaio del Nemi?”

“Coteste reti prendono le lodole, non le aquile: le leggi sono tela da ragnateli; le mosche rimangono, i bovi le rompono...”

“Se l’essere bue bastasse, io mi terrei fatato meglio di Orlando; ma, e quelle quattro schiappe?”

“E’ ti saranno rese quattro volte tanto...”

“Sì eh? nel paese dei Baschi o di Bengodi, ove le montagne sono di formaggio parmigiano?”

“No; su quel di Massa, con vigne ed oliveti, che fanno olive grosse come castagne...”

“Anche uno scrupolo! — Cacciarla cosìex abruptonell’altro mondo, come un pallon grosso in guadagnata...!”

“Diavolo! faremo le cose da cristiani; le daremo tempo d’acconciare bravamente, a modo e a verso, le cose dell’anima. Parola di Margutte! Ma ormai è tempo che tu venga a parlare da te stesso con Madonna.”

“Oste! — págati...”

E gettò uno scudo d’oro di Massa su la tavola, che l’oste prese divotamente con due dita, avendosele prima ben forbite al grembiule, e contandogli il resto parlava:

“Colendissimo padrone mio! Ora che ella ha saggiato del mio buon vino, non mi faccia torto. — La ci degni della sua persona: troverà gentiluomini piacevoli, e da pari suo. — Questo è uno scudo d’oro di Massa, n’è vero? Ecco qua le armi — Cybo, Medici e Malaspina; — glielo baratterò meglio che in zecca.” — Ed avvertendocome lo incognito non gli badasse, aggiungeva: — “Di grazia, illustrissimo, la badi qui, che dal gran fuoco l’ho le traveggole; e per cosa al mondo i’ non le vorrei affibbiare moneta scadente, — molto più che adesso sono spariti quei beipavoli bariledel duca Alessandro di eterna memoria:[18]— crazie, che le paiono scaglie di muggine... — Tre giuli ella spende, e sette dieci: — ogni cosa muta in questo mondo: — guardi! e sei, sedici: — tutto peggiora: — e mezzo, sedici e mezzo, che a tanto le ragguaglio il suo scudo.” — E così favellando s’ingegnava a divertire l’attenzione dello straniero, vuotandosi intanto le tasche di quante crazie rotte e monete tosate vi aveva raccolto da anni a questa parte.

Margutte, stesa la mano su quel mucchio di moneta disperata, sogghignando rispose:

“Oste, molto maggiore Santo che non se’ tu ha detto — Quello che fu sarà, — ed io ci credo. Vedi. — Una volta certo oste, come te, mi barattò uno scudo d’oro di Massa lire undici, e queste lire me le rese in moneta che scapitava d’un quarto. Tu hai cominciato come il tuo collega a cambiarmi lo scudo per undici lire, mentre in zecca danno bene undici lire, ma di oro, le quali con l’aggio del sette per cento fanno undici lire, soldi sedici e denari sei, in moneta di argento.[19]— Adesso vediamo la tua moneta...”

“L’avverta ch’i’ ho le traveggole... io l’ho tenuto avvertito.”

“Senza fede! Ve’, che ferriera! — Apprendi, oste, che allorquando il tuo diavolo nasceva, il mio andava ritto alla panca. — To’, — ed impara...” E stretto nel pugno il mucchio glielo gittò nel viso, aggiungendo: — “questa è la mancia!”

E si alzò conducendo seco il Canacci.

L’oste trasognato lo accompagnava fino all’usciocol berretto in mano, non sapendo dire altro, che:

“Illustrissimo, si persuada... — le traveggole....” E quando si fu bene assicurato che era lontano, asciugandosi la fronte mormorò:

“A casa del diavolo! — che già deve essere casa sua.”

Da quella sera in poi non fu più veduto il Canacci.


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