— Il vostro disturbo vi sarà pagato e bene, — disse Lodovico. — Mi basta aver il permesso di poter far qualche scavo, vi farò rimettere tutto a posto e non avrete alcun danno.
— Però mi permetterete di star presente a questi scavi; sapete, ho la mia merce nel sotterraneo.
— Non ho nulla in contrario, — disse Lodovico, — e vi prometto che se troveremo un tesoro sarà tutto per voi.
— Quand'è così, fate pure, — disse l'oste, — purchè sia tutto terminato prima di sera. Capite bene, la sera ho qui molti avventori e non vorrei....
— Ma anche subito, — rispose Lodovico, — fatemi, vi prego, chiamare degli uomini del mestiere.
— È meglio intanto andare a colazione, — disse Valentina.
— Se credono, — disse l'oste, — possono far colazione qui, mia moglie è una buona cuoca e vi preparerà vivande squisite, io poi ho un vino di Valpolicella che può far resuscitare i morti.
— Volentieri, — disse Lodovico, coll'intenzione di tenersi buono l'oste, ed anche perchè si sentiva attratto da quei luoghi, — se avete una stanza appartata dove poter stare tranquilli, accetto, così dopo ci mettiamo all'opera.
L'oste mostrò uno stanzino che apriva soltanto nelle grandi occasioni, quando venivano dei forestieri di riguardo, e serviva la sera ad una compagnia di signori che solevano riunirsi per fare la partita e bere qualche buona bottiglia di vino.
— Va benissimo, — disse Lodovico,— anche tu, Giulia, dovresti restare con noi.
— Vi ringrazio, — rispose la cugina, — ma la mamma starebbe in pensiero; ritornerò dopo per vedere se avete scoperto nulla; queste ricerche mi interessano, mi sembrano storie da romanzo.
Sì dicendo uscì pensando a quei cugini tanto originali che si contentavano di mangiare in una volgare osteria e si erano certo fitti in capo di trovare un tesoro. Era impaziente di raccontare quel fatto alla madre e alle vicine; infine erano divertenti e davano argomento di discorrere, e poi molto alla buona, anzi troppo, e rideva in cuor suo all'idea che si era tanto sgomentata all'annunzio del loro arrivo, temendo fossero troppo esigenti.
Valentina e Lodovico, seduti a tavola nel loro camerino, trovarono che in nessun grande albergo erano stati serviti con maggior premura, e da un pezzo nonrammentavano d'aver mangiato con tanto piacere.
L'oste e la moglie erano tutti affaccendati per servirli, pronti ad ogni piccolo cenno; essi avevano scelto cibi semplici: pollo, uova, salato, e avevano trovato tutto squisito. Il vino vecchio di Valpolicella, quello delle grandi occasioni, che l'oste aveva voluto far loro gustare, così frizzante e saporito, li aveva ristorati e messi di buon umore; e gli dissero:
— È proprio vero; questo vostro vino rallegra e riscalda; ma sapete che vi ordinerò di mandarmene in Piemonte, nel paese del vino?
L'oste a quegli elogi gongolava dalla gioia e non solo avrebbe fatto scoperchiare il sotterraneo, ma tutta la casa, per contentare un signore così compito.
Egli stesso s'incaricò di far venire i muratori, e quando tutto fu pronto domandò a Lodovico da qual parte si dovesse incominciare a togliere le pietre del pavimento. Fosse il vino che avesse dato a Lodovico una specie di chiaroveggenza, o le vive imagini del suo cervello, parlò del luogo dove si trovava come se ci fosse sempre vissuto e disse:
— Una volta ci doveva essere una scala che conduceva dall'appartamento della casa direttamente nel sotterraneo.
— Me ne ricordo, — disse l'oste; — quella porta fu chiusa quando presi in affitto la bottega e la cantina. Venite, — continuò; e preso un lanternino lo condusse, attraverso ad una serie di cantine buie, in un ambiente un po' più vasto e più alto degli altri. Avvicinatosi ad una parete soggiunse: — Doveva esser qui la porta, c'è ancora qualche traccia.
La cantina era fatta a vôlta, intorno alle pareti c'erano alcune botti di grandezze diverse, poste in fila, come schieredi soldati, in ordine di battaglia; in un angolo bottiglie, fiaschi vuoti un po' in disordine, nell'aria un odore di vino dava una specie di ebbrezza al cervello.
Lodovico non s'accorse di nulla; disse soltanto:
— È qui, ricordo benissimo, il luogo è un po' mutato, ma in terra a sinistra ci deve essere una pietra con infisso un anello di ferro per sollevarla. È là che dovranno cercare; soltanto ci vorrà un po' di illuminazione.
— È presto fatto, — disse l'oste.
Dopo averli lasciati un istante, ritornò con un pacco di candele, e incominciò ad infilarle nei colli delle bottiglie vuote.
— Vedrete che illuminazione, lasciate fare. — Posò le candele accese sopra le botti; e sopra alcune tavole di legno; attaccò due lanterne alla vôlta, e quando gli parve che ci fosse abbastanza luce, andò a chiamare gli uomini affinchè simettessero all'opera. Vennero, armati di zappe e di picche.
— Prima in quell'angolo, — disse Lodovico; — cercate se trovate un anello di ferro.
Mentre frugavano e picchiavano in tutti gli angoli, Valentina non fiatava, le pareva di sognare. Quell'illuminazione fantastica, quegli uomini intenti ad un lavoro rude, suo marito in piedi colla faccia accesa che dava ordini esatti e precisi, le faceva l'effetto di trovarsi sotto terra, in qualche miniera o nelle viscere d'un monte e che Lodovico fosse un capo da cui dipendesse l'esito d'una grande impresa.
Quegli uomini picchiavano colle picche, cercavano carponi l'anello di ferro che Lodovico diceva esistere, come se l'avesse veduto, ma non trovavano nulla.
— Cercate meglio, — diceva l'ingegnere, — ci dev'essere, almeno una traccia.... non trovate nulla? cercherò io, — e si mise carponi a toccare il terreno con crescente ansietà, — ah, ecco, — disse finalmente, — sentite qui, questo solco, questa specie d'incavo, qui era l'anello di ferro, ed ora alzate la pietra.
Non era cosa facile; l'umidità e il tempo avevano formato intorno alla pietra una specie di cemento durissimo, che non cedeva facilmente ai colpi di piccone.
Gli Arcelli erano impazienti, pareva che quegli uomini mettessero un tempo interminabile nella loro opera di distruzione.
— Presto, presto, — diceva Lodovico, — come siete lenti!
E quegli uomini picchiavano con maggior violenza, mettendo in quel lavoro tutto lo sforzo di cui erano capaci; avevano già fatto una fessura nella pietra ma procedevano lentamente come se si trattasse d'infrangere un masso di granito.
— Coraggio, avanti, forza, provate a cacciare una leva nella fessura.
— Bisogna picchiare ancora e molto, prima di sollevare la pietra, — dicevano gli operai.
— Se vi riuscite, avrete una buona mercede.
Quelle parole pareva avessero dato agli operai nuovo vigore e ripresero il lavoro con maggior lena.
Come parevano eterne quelle ore ai due sposi impazienti!
Finalmente la pietra si mosse e un urlo di gioia uscì dalle labbra di tutti.
La pietra era pesante e, quantunque stanchi, fecero uno sforzo supremo per sollevarla; l'abisso era scoperchiato.
Lodovico si avvicinò, ma dovette subito ritrarsi, un tanfo asfissiante usciva da quell'apertura.
— Scoperchiate ancora, che l'aria entri, se vogliamo poi entrare noi pure.
E levarono con maggior facilità un'altra pietra.
— Io posso entrare, — disse un operaio, — noi siamo abituati a queste cose, in ogni caso legatemi ad una corda; se mi sentirò male vi darò uno strappo e mi solleverete.
— Per carità, state attenti, — raccomandò Valentina, — si fa presto ad asfissiarsi.
— Non c'è pericolo, — disse l'operaio più coraggioso, — tenete la corda, ecco, son pronto, — e sì dicendo scomparve nella buca.
Gli altri, e più di tutti Lodovico e Valentina, stavano attenti, silenziosi, coll'ansietà di chi attende un avvenimento insolito. Ad un tratto si udì uscire un'esclamazione.
— Avete trovato? — gridò Lodovico.
— Sì, un involto.... c'è dentro qualche cosa, non capisco, è duro, pare di legno.
— Su, su, vediamo.
— Ecco, sento come una palla.
— Su, su, presto, — diceva l'oste.
Lodovico non parlava, aveva il cuore che pareva gli scoppiasse, teneva Valentina per mano, stretta come in una morsa di ferro.
Valentina era trepidante. Nessun ricercatore di città sepolte avea mai provato il sentimento d'aspettazione ansiosa che essa provava in quel momento. L'operaio salì recando in mano un teschio.
— Dio mio! — esclamò l'oste, — altro che tesori!
— Ancora, ancora, — disse Lodovico, — scendete, portate il resto, ci dev'essere un altro teschio e poi altre ossa ancora, due scheletri ci devono essere.
— Siete forse un mago? — disse l'oste, — ma che cosa avverrà? crederanno che qui sia stato assassinato qualcuno e la mia bottega ne scapiterà.
— Non temete, — disse Lodovico, — questi scheletri son là sepolti da cinquant'anni; nè voi nè io eravamo nati in quel tempo.
— E come fate a sapere?
— Non so, mi son fatto un sogno.
Altre ossa erano uscite dal sotterraneo, poi carte, pezzi di giornale e l'involto di tela ammuffito: erano due scheletri come aveva detto Lodovico, però gli operai dicevano di dover dichiarare all'autorità la scoperta fatta.
— Fate pure, tanto io voglio chiedere il permesso di dar a quelle ossa degna sepoltura, — disse Lodovico.
Intanto fece collocare le ossa in una cassa, in un angolo tranquillo che formava quasi una nicchia, per poter attendere il permesso del municipio prima di muoverle dal posto dove erano state trovate.
L'oste era avvilito; s'aspettava di veder scintillare oro ed argento, e invece dovea tenersi chissà per quanti giorni quella funebre compagnia; si sentiva venire i brividi al pensarci, e si pentiva d'aver dato il permesso a Lodovico di far delle ricerche nella sua casa.
Si consolò quando l'Arcelli gli mise in mano una bella somma di danaro, e gli promise di ritornare il giorno dopo.
— E me li lascerete molto in deposito? — disse accennando agli scheletri.
— No, li farò portar via al più presto possibile; vi raccomando intanto che non sieno profanati, chiudete a chiave il sotterraneo.
L'oste rabbonito dal ricco dono promise ogni cosa, e Lodovico e Valentina uscirono e s'avviarono verso casa, colla testa piena d'idee che si confondevano, si accavallavano nel cervello e un bisogno di espandersi e di parlare e dar sfogo al cumulo di pensieri da cui erano oppressi.
Il salotto della zia Teresa non era mai stato così animato come in quella sera in cui gli Arcelli erano infervorati a raccontare le impressioni della giornata e la lugubre scoperta.
Tutti insieme cercarono di ricostruire il dramma che si era svolto nella vecchia casa. Non dubitarono che i due scheletri avessero appartenuto alla piccola Elisa ed a qualche suo innamorato.
Certo il marito, tornato a casa dopo una lunga assenza, forse irritato di non esser riuscito nella sua missione patriottica e col cuore d'italiano ferito vedendo che gli avvenimenti non erano favorevoli, trovando la moglie in stretto colloquio con uno dei giovani che egli aveva mandato dal Veneto, acciecato dall'ira, li aveva uccisi entrambi e poscia nascosti nel sotterraneo che serviva di ripostiglio alle carte politiche e compromettenti.
La zia Teresa aggiungeva delle notizie preziose che mostravano la verità del fatto. Essa era entrata per la prima in casa del fratello dopo la partenza di lui; dal disordine trovato, da alcune macchie di sangue sul terreno, dalla scomparsa dei due giovani e dalla fuga del fratello, aveva intuito la verità; ma per non accusare nessuno, l'aveva tenuta sepolta nel cuore, come il sotterraneo aveva tenuto nascosti i cadaveri: ora non c'era più dubbio, doveva essere accaduto precisamente come pensavano; ma quello che imbarazzava la zia Teresa era che Lodovico avesse scoperto quel segreto custodito con tanta cura.
Egli allora raccontò il male che finodall'infanzia l'aveva travagliato, e come la sua medichessa, Valentina, con una divinazione quasi soprannaturale, fosse riuscita a colpire nel segno.
— E vedete, — soggiunse tutto pieno d'entusiasmo per la giovane sposa, — i migliori medici avevano sbagliato, nessuno aveva trovato l'origine del mio male; ci voleva una medichessa per veder giusto, e poi ci sono ancora quelli che vorrebbero tener la donna rinchiusa fra le domestiche pareti, quando può adoperare l'intelligenza con tanto vantaggio dell'umanità! Anch'io, vedete, forse per atavismo, nel vedere il sesso gentile invadere il nostro campo, ero contrario alla donna indipendente; ma mi sono ricreduto; non so se essa potrà riuscire in ogni scienza, ma nella medicina potrà raggiungere delle altezze inesplorate; è una scienza nella quale ci vuole una specie di divinazione, e la donna la possiede meglio di noi, sicchè può far molto bene. Valentina ha questa qualità in sommo grado, e ne ho avuto la prova, sicchè io spero che vorrà esercitare la sua professione per il bene dell'umanità.
Valentina era orgogliosa della stima e degli elogi del marito ma crollò il capo e disse:
— Per ora regnano ancora i vecchi pregiudizi; non potrei esercitare la mia professione per mancanza di clienti!
— Ma ci sono i poveri e quelli che hanno perduta la fede nel loro medico e amano le cose nuove, poi, quando sapranno il mio caso ch'io proclamerò al mondo intero, vedrai....
— In ogni modo verrà pubblicato questo fatto che prova una delle mie teorie, — disse Valentina, — è un trionfo per me, che chiamavano romanziera della scienza; sarà sempre un documento storico; soltanto non basta trovare una malattia, bisogna guarirla e ancora non possiamo cantar vittoria.
— Tu sei più incontentabile di me, — disse Lodovico. — Ero talmente avvilito del mio male incomprensibile, che soltanto l'idea che ne conosco l'origine e che io espio una colpa del nonno mi fa più tranquillo.
— Ma e come può aver conosciuto un fatto accaduto molti anni prima della sua nascita? — chiese Giulia.
— È questa la prova della mia teoria, — disse Valentina, — i centri cerebrali impressionati da un fatto atavico. Egli non vide nè seppe nulla, ma sua madre bimba di quattro anni è stata testimone inconsapevole della scena, che non poteva comprendere, ma che s'è infissa nel cervello infantile incancellabilmente e forse sarà stata un'ossessione per tutta la sua esistenza; quell'immagine l'ha trasmessa nel cervello del figlio, dove non si sa inche modo si è mutata in incubo opprimente.
— Quante cose sapete, — disse la zia Teresa. — Se poteste guarirmi!
— Tenteremo un po' d'elettricità, — rispose Valentina, — insegnerò a Giulia a dare la corrente e potrà portare un po' di calore e di vita alle membra intorpidite: ciò vi recherà certo qualche sollievo.
Poi parlarono del passato e del modo di ottenere il permesso per poter dare sepoltura alle ossa dissepolte. Giulia aveva molte conoscenze fra gl'impiegati del municipio e se ne sarebbe incaricata con tutto il piacere per essere utile ai cugini pei quali incominciava a sentire un po' di simpatia.
Con quei discorsi era già passata l'ora in cui la zia Teresa soleva coricarsi, e Valentina si alzò per salire al suo appartamento affinchè la vecchia potesse riposare.
Data la buona notte, raggiunsero le loro stanze, ma non avevano voglia di dormire; erano troppo eccitati dagli avvenimenti della giornata e avevano la mente infiammata e rigurgitante di pensieri e d'imagini.
Apersero la finestra e uscirono sul balcone per respirare l'aria fresca della notte.
La piazza era deserta e silenziosa; la colonna col leone di San Marco e Madonna Verona e il capitello veneziano s'ergevano in mezzo all'ombra come fantasmi. La luna presso al tramonto mandava una luce diafana e pallida, rischiarando un angolo della piazza.
Nessun essere vivente rompeva quel silenzio solenne. La città vetusta era immersa in un sonno tranquillo.
Valentina e Lodovico godevano quella tranquillità, riposavano da una giornata piena di avvenimenti e respiravano convoluttà l'aria fresca che pioveva come una carezza sulla loro faccia infocata.
Parlavano del solito argomento di quella giornata memorabile e della tomba che dovevano erigere alle vittime della tragedia passata. Essi decisero per una semplice arca di marmo che racchiudesse tutti e due gli scheletri e sopra scolpire semplicemente il verso:Amor condusse noi ad una morte, senza nome e senz'altra indicazione.
Forse avrebbe colpito l'imaginazione di qualche anima innamorata e sarebbero venuti a visitare la tomba misteriosa come ad un pellegrinaggio o come andavano a quella di Giulietta. Poi trovavano che come le frutta della terra, l'amore in quella città doveva essere più intenso; anche a loro pareva di amarsi meglio là in quella quiete, in quella piazza addormentata, vedendo disegnarsi nell'ombra la casa dei Capuleti. Si tenevano abbracciati come se fossero nel primo giorno del matrimonio e parlavano incessantemente facendo progetti per l'avvenire.
Dovevano tutti e due lavorare con tutte le loro energie per inalzarsi sopra la moltitudine, lasciare una traccia luminosa nella scienza ed essere degni l'uno dell'altro. Egli avrebbe voluto coll'elettricità tramutare la faccia del mondo, e lei colla scienza sollevare l'umanità sofferente. Egli confessava che il suo per Valentina non era soltanto amore, ma ammirazione, dopo che essa era stata tanto chiaroveggente; gli pareva d'aver accanto un essere superiore e n'era orgoglioso e avrebbe voluto che tutti s'inchinassero ad adorare la sua Valentina.
Erano in quello stato estatico che fa dimentichi di tutto e di tutti; furono scossi da un rintocco che partì dall'orologio della torre dei Lamberti e si sparse nel silenzio della notte come una sfida;tacquero, trattennero il fiato per contar l'ora.
Uno, due, tre, quattro.
I due giovani si guardarono in faccia esterrefatti. Un solo pensiero attraversò il loro cervello. Erano proprio le quattro, l'orologio dovette ribattere i rintocchi perchè ne fossero persuasi. Già da due ore l'ora fatale era passata e Lodovico per la prima volta non aveva avuto la crisi del male.
Non trovarono la voce per esprimere il loro pensiero, tanta era la commozione che provavano nell'anima; ma si gettarono nelle braccia l'uno dell'altro colle lagrime agli occhi.
La malattia era vinta inaspettatamente, la sorpresa era stata troppo imprevista e la gioia tanto grande che quasi la sua intensità diventava una sofferenza. Quando potè parlare, Lodovico chiese a Valentina:
— E sarà vinta per sempre? Tu chesai tutto, dimmi che cosa succede dentro di me.
— Quello che speravo, che la scienza mi suggeriva, ma, sai bene, in tutte le cose recondite che avvengono nel nostro organismo c'è la parte misteriosa, imprevista, e perciò non è così certo l'esito come quello dei vostri calcoli matematici. Una piccola parte del tuo cervello era piena della tragedia degli avi, e ad una cert'ora quell'imagine prendeva il sopravvento, e scoppiava come una bomba al contatto colla miccia infocata; oggi tutto il tuo cervello è stato riempito da quelle imagini, ed è avvenuto l'equilibrio; un masso compatto schiaccia, diviso in piccoli frammenti riesce leggero; ora non c'è alcuna ragione per cui il tuo male si rinnovi; è svelato il mistero e più non esiste.
— È vero, — così deve essere, — rispose Lodovico, — mi sento mutato, mipare che una vita nuova incominci per me; è strano, non mi sento stanco, non ho voglia di dormire, i pensieri lieti mi riscaldano il cervello. Valentina, restiamo qui per vedere spuntare l'alba d'un giorno che segnerà un'era nuova nella mia vita.
La giovane medichessa, sorpresa del suo trionfo, che non s'aspettava, chinò il capo in segno di assentimento, e rispose:
— Sì, restiamo pure, le ore felici bisogna viverle e non obliarle nel sonno.