Dopo esser stata per tanti giorni inquieta e avvilita, nell'animo di Giulia era subentrata la speranza e le pareva che tutto dovesse esserle favorevole. Arrivata a Milano trovò l'articolo che riguardava Ugo pubblicato sul giornale e questo le fu come di buon augurio e le infuse non solo la speranza ma la certezza della riuscita.
Era come un giocatore di scacchi che avendo fatto per caso una buona mossa vede svolgere il suo gioco trionfalmente fino alla fine.
Prima di tutto andò dall'avvocato Alberti, un buon amico nel quale riponevapiena fiducia, e saputo di che si trattava la rassicurò e si mise a sua disposizione.
Poi mandò il giornale coll'articolo che nominava il professore, segnato con una striscia azzurra al signor Carlo, al dottore, a tutti i conoscenti e aldottor B., direttore della casa di salute.
— È come un avanguardia, — disse all'avvocato, — è per prepararlo alla nostra visita.
Nel pomeriggio si recarono in persona a parlare col dottor B.
Era un uomo alto, serio, colla barba nera e gli occhi penetranti che pareva volessero entrare nell'anima e scoprire i più occulti pensieri. Abituato a vivere in mezzo ai pazzi e squilibrati di mente, vedeva in tutti gli uomini il germe della follìa e calcolava tutti pazzi, fino a prova contraria.
Quando l'avvocato Alberti e Giuliachiesero di Ugo Arlandi dicendo che era tutt'altro che pazzo egli stentava a persuadersene.
— È tranquillo, educato, — disse, — non dà noia a nessuno, anzi pare intelligente e la sua conversazione è piacevole, ma sul più bello vien fuori col voler trovare l'anima del mondo e ciò mi rende molto titubante se si deve tenerlo ancora in osservazione. Noi che siamo esperti in queste cose, — sappiamo che quando una parte del cervello è molto sviluppata, ciò è a scapito degli altri centri cerebrali che sono deficienti; vorrei mostrarvi dei veri pazzi che hanno un'idea fissa ma nel resto ragionano meglio di noi.
L'avvocato Alberti gli mostrò come tutti i giornali si occupavano del professore, il quale aveva dei nemici, e disse che la zia Giulia non avrebbe lasciato nessun mezzo per liberare il nipote; se fosse stato il caso sarebbe anche ricorsaal procuratore del re e avrebbe provocata una perizia.
Il dottore li assicurò che, appena avuta la convinzione che il professor Ugo fosse sano di mente, sarebbe stato il primo a non volerlo tenere più a lungo nel suo stabilimento.
Non poteva però prendere una risoluzione senza scrivere al signor Carlo che gli aveva affidato il figlio, e se la risposta fosse favorevole potevano esser tranquilli che Ugo sarebbe stato libero.
Giulia sperava di vedere quello stesso giorno il nipote, ma il dottore non lo permise, dicendole che l'avrebbe presto riveduto.
Essa si rassegnò ad attendere ancora un paio di giorni, ma intanto non rimase inoperosa e combinò un piano di battaglia come un esperto generale!
Ecco in che modo il signor Arlandi, mentre era sempre inquieto e pensierosoper la partenza di Giulia, si vide capitare prima il giornale coll'articolo che parlava del professore, poi una lettera del dottore dove diceva che gli pareva che il signor Ugo, passata la scossa nervosa del primo momento fosse abbastanza equilibrato, una lettera dell'avvocato che lo esortava a far uscire il figlio dalla casa di salute e finalmente una di Giulia, nella quale faceva intravvedere che se non lasciava parlare il suo cuore paterno, l'autorità si sarebbe intromessa nelle sue faccende domestiche.
Era tanto di cattivo umore il signor Arlandi, tanto poco contento di sè stesso che quando ricevette quella pioggia di lettere si sentì lo spirito un po' più sollevato e volle fare a modo suo senza dir nulla alla moglie e senza consultarla. Scrisse al dottor B. di lasciar pure andar libero il figlio colla zia Giulia, alla quale mandò un telegramma dicendole che li aspettava presto tutti.
Finalmente gli era caduta la benda dagli occhi e s'era accorto del mal'animo della moglie verso Ugo e, pentito d'averlo fatto rinchiudere ingiustamente nella casa di salute, voleva a furia di affetto fargli dimenticare quel momento di debolezza ed era impaziente di rivederlo e in un abbraccio affettuoso cancellare il passato.
Ma invece di Ugo ebbe la sorpresa di veder arrivare l'avvocato Alberti per sistemare gli affari del professore, che desiderava esser padrone di adoperare la sua sostanza come meglio credeva e di fare nel suo laboratorio tutti gli esperimenti necessari senza che nessuno ci trovasse a ridire.
Il signor Carlo trovò giusto ildesidariodel figlio e diede all'avvocato le più ampie spiegazioni sulla sua amministrazione; solo si mostrò dispiacente di lasciar la casa dove era vissuto tanti anni e che apparteneva ad Ugo il quale l'aveaereditata dalla madre, ma l'avvocato avea avuto raccomandazioni di accomodare le cose in modo che il signor Carlo non avesse il rammarico di abbandonare la casa, gli concesse di poterne abitare una parte, ma che ognuno fosse padrone in casa sua. Poi parlarono di Ugo e raccontò che si era trattenuto a Milano perchè i suoi ammiratori volevano festeggiarlo ed indurlo a fare una conferenza sopra i suoi studî. Così finirono per lasciarsi buoni amici.
La signora Savina quando seppe che il marito aveva tutto combinato senza dirle nulla, rimase esterrefatta e andò su tutte le furie. Come! Ugo era libero e poteva capitare da un momento all'altro! Poi s'impadroniva della casa e non lasciava loro che un appartamento in un angolo come un'elemosina! E pensare che in cuor suo, sperando che il professore non dovesse più ritornare, avea fatto il progetto di occupare il laboratorio così ben esposto al sole, per stendervi la biancheria, poi dare lo studio a Mario e accomodarsi un appartamento più spazioso e più comodo; dichiarò al marito che non voleva vivere in una casa esposta al pericolo di un'esplosione, poi avea bisogno di spazio e non si sarebbe acconciata a ridursi in poche stanze.
Il signor Carlo le disse ch'era padrona di andare dove voleva, anche nella catapecchia che abitava prima del matrimonio; in quanto a lui sarebbe rimasto vicino al figlio. Infine Ugo era il padrone ed era inutile facesse tanto chiasso.
Essa non fiatò più, ma si consolò pensando che sarebbe invece andata a Milano con Mario per farlo studiare, in modo che un giorno potesse eclissare nella scienza il professor Ugo.
Quel giorno che Ugo si trovò libero e assieme alla zia Giulia, che riguardava come il suo angelo salvatore, camminava per le vie popolose di Milano, gli parea di rivivere; i suoi affari erano affidati bene nelle mani dell'avvocato Alberti, poteva dedicarsi interamente alla scienza, l'avvenire si presentava pieno di promesse e non s'era mai sentito tanto contento. Giulia gli dava dei consigli, bisognava cambiar sistema, dovea vivere un po' più in mezzo al mondo e farsi conoscere. Ormai era passato il tempo degli eremiti, e tutti i suoi studî non avrebbero servito a nulla se non fossero stati messi allaluce del sole, come non serve il danaro, che l'avaro tiene rinchiuso nel forziere.
Essa era disposta ad aiutarlo con tutto il cuore e con tutta la sua energia, ma egli doveva lasciarsi dirigere da lei.
Prima di tutto dovea mostrare di non essere uno squilibrato, e non gliene sarebbe mancata l'occasione, e poi procurare che il suo valore venisse riconosciuto dal mondo.
— Dimmi quello che devo fare, io ti ubbidirò ciecamente, — diceva Ugo, — ma come posso farmi conoscere se non ho fatto ancora nulla? Forse se non fossi stato rinchiuso tutto questo tempo il mio nome sarebbe associato a quello degli scienziati che hanno scoperto il radio, ma invece il destino avverso non ha voluto; per conto mio, sono contento che il radio sia stato trovato; io non ho ambizione, amo la scienza e il suo progresso mi preme più di tutto.
— Tu sei troppo modesto, — disse Giulia, — a me preme che il tuo valore sia apprezzato e mi occuperò io stessa di farti conoscere; intanto devi presentarti alle redazioni dei giornali e ringraziare quelli che hanno parlato di te; so che ciò è per te un grande sacrifizio ma devi farlo per ubbidirmi.
E per appagare la zia, Ugo si presentò alle direzioni dei giornali e n'ebbe le accoglienze più liete; tutti gli chiesero notizie dei suoi studî, chi voleva degli articoli sulle irradiazioni dei metalli, cosa di cui tanto si parlava, chi invece tentava persuaderlo a tenere una conferenza per farsi conoscere; molti volevano intervistarlo, egli si schermiva, sarebbe ritornato volontieri subito in campagna per continuare le sue ricerche; ma lo pregavano con tanta insistenza che non sapeva a qual partito appigliarsi.
Quando Giulia seppe quello che si desiderava da lui, non gli lasciò più pace; fare una conferenza era la più bella occasione per riabilitarsi e mostrare come la sua mente fosse chiara ed equilibrata.
— Ma come faccio, — diceva, — a prepararmi in pochi giorni?
— Ti aiuterò io, — soggiungeva Giulia, — lascia fare a me.
E intanto ordinò a Vincenzo di venire a Milano con tutte le note che il professore avea lasciate nel cassetto della scrivania, poi volle che Ugo scrivesse ai giornali che accettava di tenere una conferenza come desideravano, a beneficio dell'ospedale dei bambini e della fanciullezza abbandonata, e che il nome della conferenza sarebbe stato «l'anima del mondo».
— Come suona bene! — disse Giulia. — Non ti senti la volontà di metterti al lavoro?
— E se faccio fiasco? Sai che quandoho un pubblico davanti a me, mi manca la voce.
— Non c'è bisogno d'improvvisarla; per la prima volta, la conferenza puoi leggerla, e quando si ha davanti la carta non si vede il pubblico. Io prevedo un trionfo.
— Non ho ambizione.
— Non importa, l'ho io per te, e poi quando il tuo nome sarà conosciuto lavorerai con maggior lena, la fama è come una scintilla che dà eccitamento al lavoro, lo illumina e lo riscalda. Poi nel tuo caso da lei può dipendere la tua vita privata. Credi tu che la signora Savina ti avrebbe fatto rinchiudere in una casa di pazzi, se invece di essere il professor Ugo, umile, ignorato, che viveva all'ombra del suo laboratorio, fossi stato l'illustre scienziato di cui il nome e le scoperte fossero note a tutto il mondo?
Ugo diceva che la zia era accecatadall'affetto che aveva per lui e esagerava le sue qualità, però aveva deciso di seguire i suoi consigli, solo si contentò di chiedere una settimana di tempo per preparare la conferenza, e si mise all'opera perchè riuscisse degna dell'aspettazione.
Giulia era sempre più orgogliosa delle feste che si facevano al nipote; tutti i giornali parlavano di lui, il suo nome ed i suoi studî, la sua vita erano già conosciuti dal pubblico, si sapeva che i suoi ultimi esperimenti erano stati interrotti da uno scoppio avvenuto nel suo laboratorio che l'avea tenuto ammalato di nervi per molto tempo e ciò lo rendeva più interessante.
Egli non capiva come tutti conoscessero tanti fatti intimi della sua vita, e Giulia che senza dirgli nulla era stata l'ispiratrice di quelli articoli, rideva in cuor suo della sorpresa del nipote e si contentava di mandare i giornali al signor Carlo, alla signora Savina e a tutti i conoscenti; e in quei giorni di lavoro e preparazione febrile viveva come in un sogno e le pareva di aver trovato un nobile scopo alla sua operosità: quello di aiutare il nipote nella sua opera.
Il giorno della conferenza del professor Arlandi la sala del ridotto della Scala si andava popolando di belle signore, di giovanotti eleganti e di uomini serii e studiosi.
Era una settimana che i giornali parlavano dell'Arlandi e tutti desideravano vedere il giovane professore che dava tante speranze per l'avvenire della scienza.
Poi la conferenza era a beneficio didue istituzioni cittadine, utili e benefiche, ed anche quelli che non si occupavano di studî serii avevano voluto andarvi per moda, per filantropia e per trovarsi cogli amici e conoscenti.
La ricerca dei biglietti era stata enorme e nella sala gremita di pubblico si sentiva il bisbiglio foriero d'un'impaziente aspettazione.
Quando entrò il professor Ugo, pallido, alto, col volto giovanile e le labbra velate da due baffetti biondi, elegante nel suo vestito nero, inappuntabile, timido nei movimenti, ciò che lo rendeva ancora più simpatico e interessante; gli sguardi del pubblico si posarono sopra di lui, cessarono i bisbigli e tutti attesero attenti ad ascoltare.
Egli incominciò con voce chiara, tremante, incerta un po' sul principio, ma mano mano che proseguiva si faceva più vibrante e colorita a parlare delle meraviglie della scienza e dei mezzi che permettevano di fare continuamente nuove scoperte. Parlò delle irradiazioni potenti date da certe sostanze come il radio che si trovano nascoste in diversi minerali e che sono tali da sconvolgere le idee che si avevano fino ai nostri tempi sui movimenti della materia e degli atomi.
Spiegò come quel metallo mandasse irradiazioni fortissime senza perder nulla del suo peso e fosse d'una forza tale da distruggere tessuti vitali anche attraverso a qualche ostacolo, ciò per mostrare come non fosse un sogno la teoria per la quale avea sempre combattuto ed ora desiderava esporre ad un pubblico così attento ed intelligente.
Egli avea sempre pensato ad un elemento racchiuso nel centro della terra in un luogo inaccessibile agli uomini, ch'egli chiamava anima del mondo, egli la imaginava una forza indistruttibile, eterna,tale da far sentire la sua azione attraverso gli strati densi del nostro globo, fino a spargersi in piccole particelle nell'etere che lo circonda.
— Io imagino, — disse, — il mondo come un corpo umano, i sassi sono le ossa, le acque che lo bagnano nell'interno e alla superficie sono il sangue che scorre nelle vene e le arterie del nostro organismo; e come il cuore nell'uomo, così ci deve essere nel centro del mondo un focolare di vita e calore, un fluido invisibile che partendo dal centro avvolge la terra in una rete vibrante, come i nervi avvolgono il nostro corpo; precisamente come l'elettricità, una forza che esiste, si domina, ce ne serviamo, ma della quale non si riesce a spiegare la vera essenza.
E dopo aver parlato delle caverne, una volta popolate da esseri fantastici ed ora invece da esseri invisibili che il microscopio ci ha rivelato, assicurò che quando altri strumenti più perfetti verranno in aiuto dei nostri sensi più raffinati, si apriranno nuovi orizzonti alla scienza e terminò dicendo essere convinto che nel mondo, in noi stessi vi è una parte indistruttibile, eterna, e come da un rozzo minerale si sprigiona una scintilla che non si consuma, come da certe vibrazioni del cervello i pensieri si rinnovano continuamente e il mondo è avvolto da onde eteree delle quali non si conosceva l'esistenza prima di Hertz e di Marconi; così molte forze e molte verità devono ancora esserci rivelate; ci sembra essercircondatida misteri che la scienza infaticabile deve svelare e lo scienziato è come colui che ha trovato le tracce d'un tesoro nascosto e non riposa finchè non lo abbia messo alla luce del sole.
Animandosi nel suo dire divenne eloquente, aveva il dono di trasfondere lasua persuasione nell'uditorio e di suggestionarlo.
Infatti tutti si sentivano trasportati nelle regioni elevate della scienza e del pensiero come se da una corrente magnetica fossero legati all'oratore. Quando ebbe terminato un lungo e clamoroso applauso echeggiò nella vasta sala, alcuni conoscenti circondarono il professore stringendogli la mano e congratulandosi della sua parola efficace e colorita, altri s'avvicinavano per conoscerlo; egli era umile, confuso nel suo trionfo e avrebbe voluto andarsene, quando vide farsi avanti correndo, rovesciando le sedie, un signore rimasto tutto il tempo della conferenza nascosto in un angolo senza parlare pendendo dalle labbra dell'oratore.
Il rumore delle sedie fece volgere Ugo da quella parte e lasciando gli ammiratori che lo circondavano s'avviò in fretta ad incontrare quel signore che veniva verso di lui.
— Babbo, — disse, — come, tu qui?
— Ho letto nei giornali, — rispose il signor Carlo, ma era tanto commosso che non potè trovar la voce per dire di più e si gettò fra le braccia del figlio.
Quando potè riavere il fiato, gli disse: — Come hai parlato bene! Non avrei creduto mai, ma mi perdoni, non è vero? Non mi serbi rancore di quello che è avvenuto?
— Non parliamo di queste malinconie, ho tutto dimenticato, — disse Ugo.
E lo presentò a quelli che lo circondavano, che gli fecero feste dicendogli che doveva essere orgoglioso di avere un simile figliuolo. Poi l'invitarono ad un banchetto che volevano dare per festeggiare il professore.
Il signor Carlo non sapeva quasi più d'esser su questa terra, provava un'ebbrezza, una gioia come non aveva mai provato nella sua vita, e sarebbe statocompletamente felice se non avesse sentito il rimorso di aver fatto rinchiudere il figlio, che avea mostrato tanto ingegno, in una casa di salute. Quel rimorso offuscava la sua gioia e avrebbe dato parecchi anni di vita perchè quel fatto non fosse avvenuto. Egli seguiva il figlio glorioso come attratto da una forza superiore, lo vedeva stimato e ammirato, gli pareva fino di trovare in lui un mutamento, circondato come era dall'aureola del trionfo.
Anche Giulia s'era unita al crocchio che circondava Ugo, tutta orgogliosa di aver contribuito a quella giornata trionfale.
Quando la sera si ritrovarono riuniti al Cova, al banchetto che gli ammiratori avevano voluto offrire ad Ugo, al signor Carlo pareva d'esser nel mondo dei sogni; con quella sala illuminata, la tavola scintillante di cristalli e d'argenti e coperta da lunghe corone di fiori che la rendevano allegra. Quelli che non potevano avvicinarsi al professore s'accostavano a lui e gli domandavano ragguagli sull'infanzia e giovinezza del figlio, quasi quasi gli pareva d'essere un uomo importante e d'entrarci per qualche cosa nella riuscita di Ugo; era espansivo, parlava del professore con entusiasmo esagerandone le doti del cuore e dell'ingegno, voleva stordirsi per far tacere il rimorso che l'opprimeva.
Al momento dei brindisi si acclamò il professor Ugo come speranza della scienza, ed egli rispose poche parole ringraziando d'esser stati tutti tanto buoni ed indulgenti per lui, e brindò alla scienza che toglie il velo che offusca la verità e al padre che avea lasciato la pace della casa tranquilla per venire alla sua festa.
Un evviva dedicato al signor Carlo fece eco a quelle parole, e quando ilfiglio gli fu vicino e gli toccò il bicchiere due lagrimoni gli scendevano sulle guance.
— È troppo, è troppo, — diceva, — mi fa male.
Ma il professore non dimenticò nemmeno la zia Giulia che se ne stava in un angolo quasi nascosta fra le giubbe nere e si avvicinò a lei con un sorriso chiamandola il suo buon genio, il suo angelo tutelare.
Tutti gli sguardi si posarono sopra la fanciulla che avea il volto raggiante dalla gioia contenta della vittoria ottenuta.
Quando più tardi si ritrovarono riuniti nella camera dell'albergo, Ugo affermava che non sarebbe riuscito a far nulla senza l'aiuto di Giulia, e il signor Carlo nell'entusiasmo di quella giornata trionfale diceva:
— Questa è la vita! sono stato fin'ora un cattivo padre; ma voglio farne ammenda; senti, Ugo, voglio essere il tuo aiutante ed essere iniziato nei misteri del tuo laboratorio.
— E se succede uno scoppio?
— Ebbene, moriremo assieme.
— Ma non sai che c'è laggiù qualcuno che non te lo permetterebbe?
— Chi? Mia moglie? Me n'ero dimenticato, ma essa è stata ingiusta con te ed ora per castigo verrà a Milano con Mario e noi resteremo liberi.
Giulia ed Ugo si diedero un'occhiata espressiva, ma non osarono dir nulla, nè pensare a malinconie; tutto in quel giorno doveva andar loro a seconda, e forse sarebbero stati tutta la notte a parlare dell'avvenire che si mostrava adorno di promesse.
Ma Giulia alzandosi tutto ad un tratto disse:
— Ed io che dimenticavo la mia missione? Non devo far conoscere al mondoil professor Ugo? Vado subito a scrivere pei giornali la relazione della conferenza da spargere ai quattro venti, e vi assicuro che la prima copia sarà mandata alla signora Savina Arlandi.