CAPITOLO VIII.Il re e la regina imprendono un viaggio alle frontiere. — L'autore gli accompagna. — In qual modo abbandoni il paese, e particolarità che si riferiscono a ciò. — Suo ritorno nell'Inghilterra.
Il re e la regina imprendono un viaggio alle frontiere. — L'autore gli accompagna. — In qual modo abbandoni il paese, e particolarità che si riferiscono a ciò. — Suo ritorno nell'Inghilterra.
Il re e la regina imprendono un viaggio alle frontiere. — L'autore gli accompagna. — In qual modo abbandoni il paese, e particolarità che si riferiscono a ciò. — Suo ritorno nell'Inghilterra.
Io ebbi sempre un forte presentimento che avrei ricuperata un giorno o l'altro la mia libertà, benchè fosse impossibile il congetturare per quali vie, o il concepire a tal uopo verun divisamento con qualche fondata speranza di buon successo. Il bastimento a bordo del quale io avea fatto il mio viaggio, era il primo che fosse mai capitato a veggente di quella costa; anzi i sovrani aveano dati stretti ordini che, se mai altra volta ne comparisse un secondo, fosse tosto tirato alla spiaggia e, con tutta la sua ciurma ed i passeggieri, condotto in una carretta alla metropoli. Il re soprattutto propendea grandemente a trovarmi una moglie della mia statura, a fine di propagarene' suoi dominii la nostra razza, ma io credo sarei piuttosto morto che sottomettermi alla disgrazia di lasciare dei posteri da essere tenuti in gabbia ad uso di canerini, e forse col tempo mercanteggiati attorno al regno per servire di curioso trastullo alle famiglie dei gran signori. Certo io veniva trattato con grande affabilità, io mi vedeva il favorito di due possenti monarchi, accarezzato da tutta la corte; ma era quel genere di accarezzamento che digrada la dignità dell'uomo. In oltre, io non avea mai potuto dimenticarmi i cari domestici pegni ch'io mi era lasciati addietro. Io desiderava trovarmi fra gente con cui poter conversare da pari a pari, e camminare per campi e strade ove non dover temere ad ogni passo di essere schiacciato a guisa d'un ranocchio o d'un cagnolino di latte. Ma la mia liberazione venne più presto ch'io non me l'aspettava, e d'una maniera veramente non comune; il come e le circostanze di un tale avvenimento mi accingo ora a narrare.
Io era già rimasto due anni in quella contrada, ed al principio circa del terzo, la Glumdalclitch ed io accompagnavamo il re e la regina in un viaggio alla costa meridionale del regno. Io veniva trasportato secondo il solito nella mia cassetta daviaggio che, come già altrove ho descritto, era un convenientissimo gabinetto, largo in circa dodici piedi. Ordinai che, alla cima di esso, il mio letto pensile venisse assicurato ai quattro lati con cordicelle di seta, e ciò per evitare le scosse, quando un servo mi portava dinanzi a lui sul suo cavallo, come qualche volta io lo desiderava; su questo letto ancora io sovente m'addormentava lungo il cammino. Alla soffitta di tal mia stanza portatile io aveva fatto praticare dall'ebanista della regina un pertugio di fianco, dell'estensione di circa un piede quadrato, perchè nella calda stagione ne venisse l'aria mentre io dormiva; questo pertugio io chiudeva ed apriva a volontà mediante un'asse che correva innanzi e indietro entro una scanalatura.
Giunti al termine del nostro viaggio, il re giudicò a proposito passare alcuni giorni in un suo palazzo situato in vicinanza di Flanflasnic, città non più distante di diciotto miglia dalla spiaggia. La Glumdalclitch ed io ci sentivamo poco bene; quanto a me, m'avea sol preso un piccolo raffreddorre, ma la povera giovinettaera in sì mal essere che dovea rimaner confinata nella sua camera. Io non ne potea più dalla voglia di veder l'oceano, unica sperabile scena della mia liberazione, se pure era possibile. Finsi star peggio ancora di quello ch'io stava in realtà, e chiesi la permissione di andar a prendere l'aria fresca del mare in compagnia d'un paggio, cui m'ero grandemente affezionato, ed alla custodia del quale io veniva sovente affidato. Non mi scorderò più mai la renitenza della Glumdalclitch a lasciarmi andare, e il dirompimento di pianto in cui diede, quasi fosse presaga di quanto era per accadere. Il paggio, presomi seco entro la mia cassetta, fece un passeggio di circa mezz'ora verso la riva del mare, ove, quando fummo, gli ordinai che mi ponesse a terra; quivi, alzata una delle mie saracinesche, mandai un'occhiata ansiosa all'oceano; poi, sentendomi proprio male, dissi al paggio di voler dormire un sonnicello che capivo m'avrebbe giovato. Gettatomi sul mio letto pensile, il paggio ne chiuse le finestre per tenermi riparato dall'aria. Non tardai ad addormentarmi, ed il mio custode ed il paggio, non s'immaginando mai che verun pericolo mi sovrastasse, andarono a girare fra quegli scogli in cerca d'uova d'uccelli, così almeno io congetturo, perchè poco prima io gli avea veduti dalla mia finestra coglierne due o tre da una crepaccia. Desto d'improvviso da una furiosa strappata data all'anello attaccato per la comodità del trasporto alla mia cassetta, mi sentii levato in aria a grandissima altezza, indi portato in avanti con sorprendente velocità. La prima scossa era stata sì violenta, che mancò poco non mi balzasse fuori del letto, ma in appresso il moto della mia prigione divenne bastantemente uniforme. Mandai ripetute grida con quanto di voce io aveva, ma tutto indarno. Guardando verso le finestre io non vedeva altro che nubi e firmamento. Finalmente, udito uno strepito su la mia testa simile ad un battere d'ali, cominciai a capire in qual tristissima posizione io mi trovassi, e che sicuramente un qualche uccello aveva afferrato col rostro l'anello della cassetta, e mi portava sì in alto per lasciarmi cadere sopra uno scoglio, a guisa di testuggine entro il suo guscio, poi trarne fuori le povere mie carni e divorarsele; perchè l'accorgimento e l'odorato di quegli uccelli li fa atti a scoprire la loro preda a grandi lontananze ed ancor meglio riparata che nol fossi io da due dita di parete di legno.
Di lì a poco sentii aumentarsi con grande celerità lo strepito e lo sbattimento dell'ali, onde la mia casa portatile si sventolava per tutti i versi come un'insegna di bottega quando spira più gagliardo il vento. Udii un suono come di bôtte menate sul volatile mio rapitore, perchè io era certo non poter essere nient'altro fuorchè un uccello che si tenesse col rostro l'anello della mia gabbia; poi in un subito, mi sentii cadere perpendicolarmente all'ingiù per la durata circa d'un minuto, ma con tale incredibile prestezza che perdei quasi del tutto la respirazione. La mia caduta fu fermata da un tremendo tonfo, che rintronò più romorosoal mio orecchio della cateratta del Niagara[24], dopo di che rimasi affatto al buio per un altro minuto; poi la mia casa tornò ad alzarsi quanto bastava perchè potessi vedere la luce dalla cima delle finestre. Allora m'accorsi di essere caduto nel mare. La mia cassetta vi galleggiava, ma, grazie al peso del mio corpo, alle mie suppellettili che conteneva e alle larghe bande d'acciaio fermate ai quattro angoli della cima e del fondo per rinforzarla, pescava cinque piedi sott'acqua. Io supposi allora, e tuttavia continuo a supporlo, che l'augello volato via con la mia casa fosse stato inseguito da due o tre altri e costretto lasciarmi cadere per difendersi contra gli altri ansiosi di divider seco la preda. Le bande di ferro fermate sul fondo, chè erano quelle le più forti, mantennero senza dubbio l'equilibrio della cassetta mentre cadeva, onde non andò ad infrangersi obbliquamente con la superficie del mare. Ogni parte di essa ottimamente connessa e le imposte della porta tanto ben serrate che non avevano altro moto fuor del piccolo alzarsi ed abbassarsi dei cardini, tennero sì mondo il mio gabinetto che ben poc'acqua ci potè penetrare. Io venni a grande stento fuor del mio letto pensile, dopo essermi prima riuscito tirare addietro quell'asse scorrevole, congegnata, come vi dissi, in modo di lasciare passar l'aria; senza di ciò io rimanea pressochè soffocato. Oh! come mi augurava io in quel momento di essere con la mia cara Glumdalclitch da cui una sola ora mi avea diviso per tanta lontananza! E posso dire con verità che, in mezzo anche a tanta disgrazia, non seppi starmi dal pensare alla mia povera balietta e dall'angosciarmi all'idea del rammarico ch'ella sentirebbe. Probabilmente nessun viaggiatore ha gemuto sotto il peso di calamità e rischi maggiori di quelli che mi premevano in tal congiuntura: io era esposto da un istante all'altro a veder fatta in pezzi la mia cassetta, o per lo meno capovolta dal primo soffio di vento o dal primo cavallone che si sollevasse. Il rompersi d'una sola lastra delle mie finestre era una morte immediata per me; nè null'altro potea salvarle fuor delle forti gratedi ferro postevi al di fuori per andar contro agl'incidenti del viaggio. Io vedea già l'acqua stagnare in più d'una fenditura e ne atterriva, benchè le falle non fossero considerabili e m'ingegnassi turarle il meglio ch'io potea. Io non era buono d'alzare il coperchio del mio gabinetto, il che avrei certamente fatto se mi fosse stato possibile, perchè, sedendomi su la cima, mi sarei salvato almeno alcune ore di più, che restando confinato, per così esprimermi, nella stiva. Ma quand'anche mi fossi sottratto a que' pericoli per un giorno o due, che cosa poteva io aspettarmi fuor d'una miserabile morte? Rimasi quattro ore in questa agonia, aspettandomi, e per dir vero augurandomi, che ciascun momento fosse l'ultimo della mia vita.
Devo aver descritto altrove al mio leggitore, come due forti caviglie fossero infitte a quel lato della mia cassetta che non aveva finestre, e come lo staffiere solito a portarmi con la mia casa sopra le spalle raccomandasse a queste la coreggia che reggea tutto il peso, affibbiandosela indi alla cintura. In quel mio stato di desolazione, parvemi udire un romore come di raschiamento alla parte dov'erano infitte le caviglie; e poco dopo principiò a parermi che la mia piccola casa fosse spinta o rimorchiata per traverso al mare, perchè a quando a quando io m'accorgea di certa altalena che faceva ora abbassare, ora alzar l'acqua al di sopra della cima delle mie finestre onde io rimaneva quasi affatto all'oscuro, la qual cosa infuse inme alcune vaghe speranze di un soccorso, ch'io per altro non sapea figurarmi nè come nè donde mi potesse venire. Mi provai a spacciare dalla vite, che le fermava sempre al pavimento, una delle mie scranne, poi non senza fatica tornai a stabilirla con la sua vite direttamente sotto l'asse scorrevole di cui vi ho parlato, e che, come dissi, io avea prima tirata addietro. Montato su quella scranna ed accostato il volto quanto potei al pertugio, mi diedi ad implorare aiuto con tutta la forza della mia voce ed in quante lingue io sapeva parlare. Legato indi il mio fazzoletto al bastone ch'io avea sempre con me, passai fuor del pertugio questo stendardo, e lo feci sventolare molte volte, affinchè, se qualche bastimento o naviglio fosse stato lì in vicinanza, i marinai avessero potuto congetturare che qualche povero sgraziato era chiuso entro quella cassetta.
Benchè le mie grida rimanessero senza risposta, io m'accorgea per altro che la mia cassetta continuava a moversi in una costante direzione, finchè, trascorsa una buon'ora, dalla parte delle caviglie, quella cioè che era sguarnita di finestre, sentii che la mia casa urtò in qualche cosa di resistente. Temei fosse uno scoglio, chè il conquassamento della cassetta era divenuto più gagliardo; indi ascoltai uno strepito come di una gomona al di sopra del coperchio, e tal raschiamento come se qualcuno la facesse passare entro l'anello della cassetta ch'io sentii alzarsi gradatamente ad un'altezza per lo meno tre volte maggiore di quella della prima sua posizione. Allora tornai a mandar fuori quel mio stendardo ch'io m'era fatto con un fazzoletto e un bastone ed a gridareAiuto!sì spietatamente, che la mia voce era divenuta non vi so dir quanto rauca. In risposta ascoltai un grido ripetuto tre volte che m'empiè di tale esultanza qual può concepirla soltanto chi l'ha provata. Udii allora un calpestio di piedi su la mia testa, ed una voce sonora che dal pertugio parlava in inglese:
— «Se v'è qualche creatura umana laggiù, parli!
— «Sono un Inglese, gridai; condotto dalla mia trista fortuna alla più orrenda fra quante calamità possano succedere ad una creatura umana. Deh! per quanto avete di più sacro, o di più caro, liberatemi da questo carcere!
— «Siete salvo a quest'ora, la voce mi rispose, perchè quelvostro naviglio è legato al nostro bastimento, e il carpentiere verrà tosto a segare tanta larghezza di coperchio quanta basti a tirarvi fuori di lì.
— «Che bisogno c'è di segare? io risposi, si perderebbe troppo tempo. Non avete a far altro che mandare un uomo della vostra ciurma; con un dito che metta entro l'anello, leva su dal mare tutta questa baracca, la mette nel bastimento, poi nella stanza del capitano».
Alcuni di quelli, all'udire un proposito sì stravagante, mi giudicarono un pazzo, altri si diedero a sghignazzare. Che volete? Non m'era anche entrato in testa ch'io mi trovava finalmente fra uomini della mia statura e sol dotati della mia forza. Giunto il carpentiere, in pochi minuti aperse con la sega un foro di quattro piedi quadrati, donde calò una scaletta a mano, ch'io salii, ed in appresso fui ricevuto a bordo in una condizione la più deplorabile.
I marinai immersi nello stupore, mi faceano mille interrogazioni, alle quali in quello stato mio avea tutt'altro che voglia di rispondere. Io era per parte mia confuso alla vista di tanti pigmei, perchè tali mi sembravano dopo avere per sì lungo tempo avvezzati i miei occhi agli sterminati oggetti ch'io m'era lasciati addietro.Ma il capitano, signor Tomaso Vilcocks, onesto e degno mercante di provincia, vedendomi presto a svenire, mi condusse nel proprio gabinetto, ove, datomi un cordiale, volle che mi buttassi sul suo letto per pigliare un riposo di cui si vedeva in me grande il bisogno. Prima ch'io venissi ad addormentarmi, e sempre durandomi quella confusione d'idee, feci capire al capitano come avessi lasciato nella mia cassetta diverse cose di valore che sarebbe stato un peccato se fossero andate disperse: un letto pensile, un elegante letto da campo, due scranne, una tavola, un gabinetto tappezzato da tutti i lati, o piuttosto trapuntato di seta e bambagia; aggiunsi che se si fosse compiaciuto mandare un di sua gente a levare quel gabinetto per essere trasportato nella sua stanza, gliene avrei aperti tutti i ripostigli e fatto vedere le mie cose preziose. Il capitano, all'udirmi spacciare tante stramberie, concluse che assolutamente io doveva aver perduto il giudizio. Nondimeno (io suppongo per tenermi buono) promise dare ordini in conformità de' miei desiderii, anzi portatosi sul ponte, mandò veramente alcuni de' suoi piloti abbasso nel mio gabinetto, donde costoro (lo seppi più tardi) portarono via ogni mio mobile e spogliarono di tutti gli addobbi le pareti; ma le scranne, l'armadio ed il fusto del letto essendo fermati a vite sul pavimento, furono molto danneggiati dalla loro ignoranza che gl'indusse a strapparli via con mal garbo e a forza di braccia. Spaccatene allora diverse tavole per uso del bastimento e tenutisi per sè quanto fece al loro caso, ne gettarono in mare l'ignudo carcame che, a motivo degl'intacchi sofferti nel fondo da tutti i lati, rimase a dirittura sommerso. Da vero ebbi un gran gusto di non essermi trovato presente a tale saccheggio; son persuaso che m'avrebbe punto al vivo un tale spettacolo attissimo a ricondurmi alla memoria alcuni punti della mia storia dei due anni scorsi che avrei di tutto buon grado dimenticati.
Dormii alcune ore, ma continuamente disturbato da sogni che mi trasportavano nel paese di recente abbandonato e fra i tremendi rischi cui m'ero sottratto. Nondimeno allo svegliarmi mi trovai grandemente riavuto. Erano otto ore della notte all'incirca quando il capitano ordinò che s'imbandisse tosto la cena sembrandogli che avessi già fatto un digiuno lungo anche di troppo. M'intertenne con molta affabilità, avvertendomi per altrodi dismettere certo fare stravagante e certi propositi che sentivano di pazzia; soggiunse poi che, quando saremmo stati soli, avrebbe udito volentieri da me la storia de' miei viaggi, e soprattutto il motivo per cui io mi era trovato in balia dell'acqua entro quella mostruosa cassetta.
«La vidi, egli mi diceva, al mezzodì di questa mattina mentre guardavo in lontananza col mio cannocchiale; anzi io l'avea presa per un bastimento, ch'io mi prefiggea raggiugnere, giacchè non mi era molto giù di mano, con la speranza di poter comprare un po' di biscotto, provisione di cui comincio a trovarmi corto. Ma venutovi più vicino e accortomi del mio errore, mandai il mio scappavia per sapere che cosa stesse così galleggiando sul mare. Con che spavento i miei piloti vennero ad avvisarmi di aver trovata una casa che nuotava! Mi diedi a ridere credendoli pazzi, e venni io stesso nel palischermo ordinando loro di portar seco una gomona ben gagliarda. Essendo tranquilla la giornata, feci più volte co' remi il giro esterno di quella vostra casa, ne osservai le finestre, le inferrate che le riparavano, e quelle due caviglie infitte nel lato tutto d'asse che non dava passaggio alla luce. Allora comandai alla mia gente di portarsi a quella parte, di attaccarvi la gomona ad una delle due caviglie e di rimorchiare quella che chiamavano vostra casa. Quando fu giunta qui, feci passare un'altra gomona per l'anello posto in cima al coperchio a fine di sollevarla con l'aiuto di carrucole, ma i miei piloti non furono buoni d'alzarla più di due o tre piedi. Videro per altro quelvostro bastone su cui sventolava un fazzoletto sporgente fuori del buco superiore, e ne dedussero che qualche povera creatura era rinchiusa lì entro.
— «E non vedeste, io chiesi, o voi, o qualcuno de' vostri, svolazzare, all'incirca nel tempo stesso, per l'aria nessun uccello di smisurata grandezza?
— «Di smisurata grandezza? Mentre eravate addormentato io parlava del caso vostro co' miei piloti, e un di questi ha veramente detto di aver veduti tre uccelli che volavano a tramontana, ma non ha notato che fossero di proporzioni maggiori delle solite a vedersi».
Ciò, suppongo, era da attribuirsi alla grande altezza in cui si saranno trovati e il grifagno mio rapitore e i suoi avversari. Certo il capitano non intese a che proposito gli avessi fatta simile inchiesta.
— «E, continuai, giusta i vostri computi, quanto saremo noi lontani ora da un continente?
— «Io crederei all'incirca un centinaio di leghe.
— «Ho paura ci sia uno sbaglio di calcolo, almeno d'una metà, perchè non lasciai il paese donde venni, se non due ore prima di cascar nel mare».
All'udir questo, tornò a confermarsi nell'opinione che m'avesse dato volta il cervello, onde mi consigliò d'andarmi a gettar sul letto che m'avea fatto apparecchiare.
— «Vi sono obbligato, mio signore, ma io mi sono abbastanza ristorato grazie ai vostri buoni trattamenti ed al conforto della vostra compagnia. V'assicuro poi che sono nel mio sano giudizio più di quanto io ci sia mai stato in mia vita».
Allora poi si fece serio da vero, e così mi parlò:
— «Venitemi schietto, figliuolo. La vostra mente è conturbata dalla coscienza d'un non so quale enorme delitto, di cui la giustizia di qualche sovrano v'ha castigato esponendovi al mare entro quella cassa. Non è cosa nuova che anche in altri paesi alcuni rei di atroci delitti sieno stati abbandonati al mare entro bastimenti sdrusciti e privi di provvisioni. Non vi dirò certo che non mi dispiaccia di essermi preso a bordo un uomo tanto perverso; ciò nondimeno vi do la mia parola che sarete tragettato sano e salvo al primo porto che toccheremo».
Ed a comprovarmi sempre più che il suo sospetto non mancavadi fondamento, mi enumerò tutte le particolarità che lo avevano avvalorato, vale a dire i discorsi stravaganti da me tenuti prima co' marinai, poscia con lui medesimo intorno alla mia cassa ed alle suppellettili che vi si contenevano, la mia guardatura stralunata e la totalità del mio contegno durante la cena.
Lo pregai armarsi di pazienza tanto d'udir la mia storia che gli raccontai fedelmente cominciando dal punto in cui mi partii dall'Inghilterra e venendo a quello del nostro presente scontro. E poichè la verità si apre per forza la strada nelle menti degli uomini ragionevoli, quel degno galantuomo, che, oltre ad un rettissimo discernimento, aveva ancora qualche tintura di dottrina, rimase immediatamente convinto dal candore e dalla veracità che spiravano da' miei detti. Ciò non ostante, per autenticarli viemeglio col fatto lo pregai ordinare che fosse portato lì il mio armadio di cui io aveva in tasca la chiave; del resto delle suppellettili m'avea già detto egli stesso qual uso avessero fatto i suoi marinai. Apertolo in sua presenza, gli mostrai la raccoltina di rarità da me unite nel paese donde così prodigiosamente potei liberarmi. Quivi era il famoso pettine che avea per denti i peli della barba del re, ed un altro della stessa dentatura, ma ricurvo per tenere imprigionati i capelli affinchè non mi cadessero su le spalle, e fabbricato col ritaglio dell'unghia del dito grosso d'un piede dello stesso re. Vi si trovava parimente una raccolta di spilli e d'aghi di tutte le lunghezze tra un piede ed un mezzo braccio, quattro pungoli di vespa che parevano altrettanti agutelli di un ebanista; vi erano pure alcuni altri pettini armati di punte di capelli della regina, ed un anello d'oro che questa si tolse un dì dal suo dito mignolo, e fattaci passar entro la mia testa, volle che in quel prezioso collarino io serbassi una memoria del suo regale favore.
Io pregava anzi il capitano ad accettarlo qual contrassegno di riconoscenza alle bontà da lui usatemi; ma egli assolutamente lo ricusò. Gli mostrai anche un callo ch'io avea tagliato di mia propria mano dal piede di un damigella d'onore; era grosso come una mela appia, e venuto a tal durezza che, di ritorno in Inghilterra, lo scavai riducendolo in forma di calice da me incastrato in appresso in un piede d'argento. Per ultimo gli feci osservare le brache ch'io calzava allora, e che erano venute fuori dalla pelle di un sorcio.
Non mi riuscì indurlo a ricevere altro dono fuor quello del dente d'un regio staffiere, su cui gli vidi fermare l'occhio con maggiore curiosità, e di cui credei vederlo singolarmente invaghito. I ringraziamenti che mi fece nell'accettarlo, eccedeano da vero il merito di simile bagattella. Era un dente strappato in fallo da un chirurgo mal pratico allo stesso staffiere, servo addetto al servigio della Glumdalclitch, il quale si dolea del male di denti. Il dentestrappato in vece era sanissimo, e fu da me accuratamente rimondato, lavato e riposto nel mio armadio; la sua lunghezza era d'un piede, il diametro di quattro dita.
Soddisfattissimo il capitano dell'ingenuità della relazione ch'io gli feci, mi disse:
— «Spero bene che, tornato al vostro paese, vorrete farvi un merito verso il genere umano col metterla in iscritto e pubblicarla.
— «Signore, gli risposi, il mondo è proveduto sì a sazietà di tali storie di viaggi, che nulla di questo genere omai viene ammesso se non è d'una novità straordinaria; e credo bene stia in ciò il motivo per cui certi autori consultano meno ne' loro racconti la verità che l'interesse proprio o la propria vanità, o anche il bisogno di dare spasso a qualche leggitore ignorante. Or vedete che la mia storia non contiene se non comunissimi avvenimenti, ed è priva in oltre dell'adornamento che potrebbero darle le descrizioni di piante, alberi, uccelli ed altri animali esotici, o vero delle barbare costumanze e dell'idolatria dei selvaggi, mercanzia di cui ringorgano i fondachi di tutti gli scrittori di tal sorta d'opere. Nondimeno vi ringrazio della buona opinione che avete di me, e vi prometto che non tralascerò di meditare la gentile vostra proposta.
— «Voglio dirvi, soggiunse il capitano, una cosa che mi fa meraviglia, ed è l'udirvi parlar sì forte. Il re e la regina del paese donde venite erano forse duri d'orecchio?
— «Eh! signor no; ma devo soggiugnervi che dopo le abitudini da me contratte in due e più anni di tempo, è altrettanta quanto la vostra la mia meraviglia nell'udir voi e la vostra gente parlare affatto sotto voce, e darmi non poca fatica a capir quel che dite. Dipignetevi bene la mia posizione quando io entrava in dialoghi nel paese che ho abbandonato. Io era col mio interlocutore nello stato di chi, da star su la strada, parlasse ad uno che si fosse posto su d'un campanile, semprechè non fossi stato messo sopra una tavola o tenuto in mano dall'interlocutore medesimo. E questa meraviglia che riguarda l'udito, l'ho anche provata rispetto alla vista; quando la prima volta son venuto a bordo del vostro bastimento, voi e la vostra gente mi parevate... mi vergogno a dirlo quel che mi parevate... meno assai che pigmei! E sappiate bene che, quando ero alla corte di Brobdingnag, io non avea più ilcoraggio di guardarmi nemmeno nello specchio, tanto ero divenuto uno spregevole insetto a' miei occhi a furia di confrontarmi con quegli sterminati miei ospiti.
— «Ah! è per questo che, cenando meco, non solamente guardavate tutto con occhio di stupore, ma vi trattenevate a stento dal ridere, il qual contegno, ve lo confesso, io attribuiva a qualche sconcerto accaduto nel vostro cervello.
— «Era giustissima la vostra congettura; anzi non so da vero come io abbia fatto a non dare in uno scoppio di risa al vedere que' vostri tondi non più larghi d'una monetina d'argento da tre soldi, un piede di porco grosso come una briciola, bicchieri che pareano gusci di nocciuola (con questa proporzione proseguii descrivendogli tutti i suoi vasellami e stoviglie). È ben vero, continuai, che la regina aveva ordinata una fornitura di tutte le cose necessarie al mio uso, ma le mie idee si modellavano su tutto il rimanente degli oggetti che mi stavano intorno, e dissimulavo a me stesso la mia picciolezza come altri dissimulano a sè stessi i propri difetti».
Il capitano comprese ottimamente la forza del mio scherzo, e mi rispose con uguale giocondità.
— «Credo per altro che i vostr'occhi sieno più grandi della vostra pancia, perchè, per essere stato digiuno un'intera giornata, non ho veduto in voi un proporzionato appetito. Oh! da vero (disse continuando nella vena del buon umore) avrei pagato volentieri cento sterlini per vedere la vostra casa nel becco di quell'uccellaccio, poi la vostra caduta da tanta altezza nel mare, spettacolo al certo sorprendentissimo e meritevole che il programma ne venga trasmesso a tutti i secoli avvenire».
La comparazione di Fetonte era sì ovvia che non seppe stare dall'incastrarla nelle sue arguzie, ma per parte mia non fui buono d'ammirar molto questo concetto.
Il capitano, che veniva da Tonchino, s'accigneva al suo ritorno per l'Inghilterra dirigendosi a greco (nord-est), trovandosi allora ad una latitudine di 44, ad una longitudine di 143. Ma scontratici in un vento di commercio[25], due giorni dopo che m'ebbe a bordo, veleggiammo per lungo tempo ad ostro, e costeggiando laNuova Olanda, governammo a ponente libeccio (west-sud-west) finchè ci fummo lasciato sottovento il Capo di Buona Speranza. Felicissimo fu il nostro viaggio, ma non noierò il leggitore coll'offerirgliene il giornale. Il capitano si fermò ad uno o due porti, mandando il suo scappavia a far provista d'acqua dolce. Io nondimeno non uscii mai del bastimento finchè non fummo giunti alle Dune, il che accadde al 3 giugno 1706, nove mesi circa dopo la mia liberazione da Brobdingnag. Io volea lasciare le mie suppellettili per guarentire il pagamento del mio nolo; ma il buon capitano non ne volle di sorta alcuna. Licenziatici affettuosamente l'uno dall'altro, mi feci promettere dal mio liberatore che sarebbe venuto a trovarmi in mia casa a Redrift, poi presi a nolo un cavallo ed una guida per cinque scellini che il capitano medesimo mi prestò.
Postomi appena in cammino, le case, gli alberi, il bestiame mi pareano sì piccoli che cominciai a credere di essere un'altra volta a Lilliput. Avevo paura di andare addosso co' piedi a quanti viandanti io incontrava; anzi, gridando che si facessero da una banda pernon essere schiacciati, rischiai una o due volte di farmi rompere la testa per la mia impertinenza.
Arrivato a casa mia, che dovetti farmi insegnare, e venuto un servitore ad aprirmi, mi sbassai, come fa un'oca entrando dal portello del pollaio, per paura di batter la testa al volto superiore. Corsami incontro mia moglie per abbracciarmi, mi chinai al di sotto delle sue ginocchia pensando che altrimenti ella non sarebbe arrivata alla mia faccia. Mia figlia s'inginocchiò per domandarmi la paterna benedizione, ma io non la vidi finchè non si fu alzata, tanto io m'era avvezzato a guardare sessanta piedi al di sopra di me; poi per istrignermela fra le braccia andai a prenderla per la cintura.
Io guardava d'in su in giù i miei servitori ed uno o due amici che si trovavano lì, come s'io fossi stato un gigante, eglino pigmei. Diedi torto a mia moglie della sua soverchia economia, perchè ella e sua figlia, resesi quasi invisibili, si erano lasciate languir di fame senza un perchè. In somma, io diceva e faceva cose sì strambe che la pensarono tutti come il capitano al primo vedermi. Vi dico queste particolarità per portarvi un esempio della forza dell'abitudine e de' pregiudizi che ne derivano.
Non passò gran tempo che la mia famiglia ed io cominciammo ad intenderci scambievolmente, ma mia moglie protestò che non m'avrebbe più mai lasciato correre il mare, benchè la mia mala sorte avesse predisposto che nemmen mia moglie potesse impedirmelo, come il leggitore vedrà fra poco. Intanto io do qui termine alla seconda parte degli sfortunati miei viaggi.