CAPITOLO V.

CAPITOLO V.Casi curiosi occorsi all'autore. — Giustizia fatta di un delinquente. — L'autore dà prova di sua perizia nella navigazione.

Casi curiosi occorsi all'autore. — Giustizia fatta di un delinquente. — L'autore dà prova di sua perizia nella navigazione.

Casi curiosi occorsi all'autore. — Giustizia fatta di un delinquente. — L'autore dà prova di sua perizia nella navigazione.

Io me la sarei anche passata bene in questo paese se la picciolezza della mia statura non m'avesse fatto scopo a diversi scherni ed esposto a varie piccole molestie che m'accingo a narrare. La prima di queste mi occorse innanzi che quel paggio nano a voi noto avesse lasciato il servigio della regina. La Glumdalclitch mi portava spesse volte ne' reali giardini, entro la mia cassetta più piccola, donde talora mi pigliava fuori portandomi in mano o ponendomi a terra perchè facessi un poco di moto. Accadea la seconda di talicose, quando il paggio ed io ci trovammo vicini in un boschetto di pomi nani. Non mi potei stare dal far prova del mio spirito traendone il tema dall'allusione che tra quelle piante ed i pigmei veniva notata a Brondingnag come in Europa.

Il monello non la volle finita così, ma colto il momento ch'io era proprio tutto sotto un di quegli alberi, si diede a squassarlo su la mia testa con quanta avea forza, onde mi sentii rombare all'orecchio una dozzina di quelle mele grosse ciascuna come una botte di Bristol, e una di queste, venutami su la schiena, mentre io mi raggricchiava dalla paura, buttommi con la faccia distesa per terra. Per altro non mi feci alcun male, ed anche il paggio la passò netta, perchè essendostato io che lo aveva instigato, ebbi la rettitudine di farmi intercessore del suo perdono.

Un'altra volta la balietta m'avea lasciato sopra un'aiuola di zolle intantochè ella passeggiava in qualche distanza da me con la sua governante. In quel tempo venne a cader d'improvviso una grandine sì dirotta che mi stese boccone, e mi fece tali ammaccature su tutto il corpo come se fosse stato percosso da altrettante palle di pallacorda. Pure m'ingegnai tanto, che andando carpone per amore della mia faccia, giunsi a ripararmi fra i ramicelli del timo, che orlavano l'aiuola dalla parte opposta al vento, ma ne rimasi sì pesto dalla testa ai piedi che dieci giorni continui non potei più mostrarmi attorno. Nè in tutto ciò havvi di che stupire, perchè la natura serbando in que' paesi la medesima proporzione in tutte le sue operazioni, ognuno di que' grani di grandine è diciotto volte più grosso d'uno de' nostri, e ve lo posso guarentire su l'esperienza, perchè ebbi la curiosità d'istituirla pesando prima una palla di quella grandine poi un'altra della nostra a suo tempo.

Ma un caso ben altrimenti pericoloso mi avvenne in quello stesso giardino, quando la mia picciola balia credendo avermi deposto in luogo sicuro, mi ci lasciò solo com'io sovente ne la pregava per restarmene alcuni istanti con l'unica compagnia de' miei pensieri. Io era dunque lì solo e fuori della mia cassetta o gabbia, che quel giorno la Glumdalclitch avea lasciata a casa per non avere il fastidio di portarsela in mano, mentre ella passeggiava da tutt'altro lato con l'aia ed alcune signorine di sua conoscenza. Io non potea più nè esser veduto nè sentito da lei, allorchè un piccolo bracco bianco spettante ad uno di que' capi giardinieri, entrato nel giardino, capitò a caso in vicinanza del luogo ove la balietta mi aveva posato. Sentitomi al fiuto, mi fu subito addosso, e presomi in bocca, mi portò diritto, menando allegramente la coda, alla casa del suo padrone, ove con tutta gentilezza mi pose a terra. Per buona sorte era un cane sì ben ammaestrato, ch'io stetti fra i suoi denti senza che ne riportassi il menomo sconcio non solo nelle mie carni ma nemmeno ne' miei vestiti. Ciò non ostante il povero giardiniere, che mi conosceva ottimamente, e mi mostrava molta benevolenza, ebbe una mala paura. Presomi gentilmente nelle sue due mani, mi domandò come mi sentissi; ma io era sì sbalordito e privo di respiro che non fui buono di dire unaparola. Mi bastarono per altro pochi minuti a riavermi, ed allora il giardiniere mi riportò sano e salvo fra le mani della mia balietta, che in questo intervallo era tornata al luogo ove mi aveva lasciato, e si dava alla disperazione non trovandomi più e non sentendomi rispondere per quanto forte ella mi chiamasse. Sgridò severamente il giardiniere per ciò che era colpa sol del suo cane: nondimeno l'affare venne sopito, nè fu mai saputo alla corte, perchè la Glumdalclitch avea troppa paura della collera della regina, e per parte mia, a dir vero, non credevo guadagnarci troppo nel mio buon nome se tale storiella si divulgava.

Questo incidente trasse la Glumdalclitch nel proposito di non lasciarmi allontanare da' suoi occhi, ed ebbi lungo tempo paura che lo mantenesse, ond'io quando vidi che se n'era scordata, ebbi la massima cura di nasconderle tutte le piccole disgrazie che m'andavano accadendo allorchè mi si lasciava in balia di me stesso. Una volta un nibbio che svolazzava pel giardino, venne a posarmisi incontro, e se non avessi fatto presto a brandire il mio coltello, ed a rintanarmi tra le frasche di una spalliera, certamente m'avrebbeportato via fra i suoi artigli. Un'altra volta camminando sopra un monticello fatto di fresco da una talpa, cascai fino al collo entro la buca donde l'animale avea scavata la terra; ed anzi stampai una piccola bugia, non degna or d'essere ricordata, per addurre la scusa de' miei panni insudiciati alla Glumdalclitch. M'accadde parimente di pigliare una contusione allo stinco della mia gamba destra contro al guscio di una lumaca su cui intoppai camminando solo ed assorto in pensieri che tutti si volgevano alla mia diletta Inghilterra.

Non so dirvi se mi desse più diletto o umiliazione il vedere che in que' miei solitari diporti i piccioli augelli non si mostravano punto impauriti di me; mi saltellavano alla distanza d'un braccio cercando gl'insetti o gli altri cibi di cui erano ghiotti con tanta indifferenza e placidezza come se non si fosse trovata anima vivente presso di loro. Mi ricordo d'un tordo che si prese la libertà di portarmi via di mano col suo becco un pezzo di focaccia datomi allora allora per la mia colezione dalla Glumdalclitch. Se io mi provava ad acchiappare qualcuno di questi uccelli, mi si rivoltavano bravamente cercando di beccarmi le dita ch'io nondimeno aveva sempre il giudizio di non esporre di troppo in tal mio esperimento, dopo del quale gli uccelli stessi se ne tornavano placidamente, e come se nulla fosse stato, alla loro caccia d'insetti. Un giorno per altro, provvedutomi d'un buon batacchio, lo lanciai con sì giusta mira ad un fanello, che lo stramazzai come morto, onde presolo pel collo con entrambe le mani lo portai in trionfo alla mia balietta. Ma l'uccello era sol tramortito, sì che riavendosi, mi percuotea con entrambe le ali maladettamente la testa ed il collo. Notate ch'io lo teneva alto quant'erano lunghe le mie braccia per paura de' suoi artigli; e più volte fui lì lì per lasciarlo andare; ma venni presto levato d'impaccio da uno degli staffieri assegnatine, che, preso il fanello, gli diede l'ultima stretta di collo, sì che nel giorno seguente mi fu imbandito al mio desinare per comando della regina. Per quanto mi ricordo, quell'animaletto era alquanto più grosso di uno dei nostri cigni.

Le damigelle d'onore invitavano spesse volte nei loro appartamenti la Glumdalclitch pregandola a portarmi seco per procurarsi il piacere di guardarmi ed accarezzarmi. Sovente mi mettevano nudo come Dio m'ha fatto, e mi stendeano per tutta la mia lunghezza entro la capacità de' loro seni, cosa che mi dava nonpoco disgusto, perchè per la giusta verità dalla loro cute emanava un odore niente piacevole. Non dico questo coll'intenzione di pregiudicare quelle eccellenti signorine, alle quali professo ogni maniera di rispetto: ma la colpa era dell'organo del mio odoratopiù acuto in proporzione della mia piccolezza; e capisco benissimo che quelle egregie gentildonne non saranno apparse sgradevoli ai loro amanti, o l'una all'altra di loro, più di quanto ciò accada fra le miledi della nostra Inghilterra. In fin dei conti io mi rassegnava anche meglio al loro odor naturale che a quello artefatto dei profumi de' quali se talvolta esse usavano, io era sicuro di svenire. Del resto, quanto all'acutezza dell'odorato che segue la proporzione inversa della grandezza degl'individui, mi ricorderò sempre d'un mio intrinsico amico di Lilliput, il quale si prese la libertà di lamentarsi, presente me, del puzzo che esalava dalla mia cute, allorchè in un giorno estivo io mi era molto affaticato; e sì fra tutti gl'individui della mia razza credo esser quello cui si possa meno attribuire una simile imperfezione. Bisogna dire che la facoltà dell'odorato lilliputtiano fosse dilicata rispetto a me come lo era in me rispetto ai Brondingnaghesi. In ordine a ciò, non posso dispensarmi dal rendere una giustizia alla regina ed alla mia balietta. Sapeano di buono quanto mai possa saperne la più dilicata damina dell'Inghilterra.

La cosa di cui stentavo più a capacitarmi quando la mia balietta mi conduceva in visita presso quelle damigelle d'onore, era il vedere come mi credessero una creatura di stucco, e rispetto a loro credeano bene, come avrete fra poco il motivo di capirlo. Si mettevano affatto ignude alla mia presenza, e poichè m'aveano posto in piede su le loro tavolette, si cavavano la camicia mettendomi in mostra l'intero loro corpo, che per altro era un vero antidoto contra le tentazioni, e per questo ho detto che non s'ingannavano nel credermi rispetto a loro un uomo di stucco. Figuratevi qual cosa deliziosa a vedersi da vicino quelle loro, non pelli, ma cuoia di tutti i colori, spruzzate qua e là di nei larghi come un tagliere, irte di folti peli grossi quanto gli spaghi, per non dir nulla del resto di que' loro fusti. Non si facevano alcuno scrupolo ad esonerarsi alla mia presenza di quanto aveano bevuto, si sarà trattato per lo meno del liquido di due botti, entro pitali della capacità all'incirca di tre tonnellate. La più leggiadra di quelle damigelle d'onore, una pazzerella fantastica che aveva appena sedici anni, si prendea lo spasso di mettermi a cavalcione dei capezzoli delle colossali sue zinne, e di far mille altre stramberie su le quali mi perdonerà il leggitore se non mi diffondo di più. La conclusione è ch'io rimasistomacato al segno di raccomandarmi alla Glumdalclitch affinchè studiasse qualche pretesto per non condurmi più da quelle signorine.

Un giorno, un giovine nipote dell'aia della mia balietta venne a domandar loro se voleano vedere giustiziare un malfattore. Era questi condannato a morte per avere ucciso un amico di chi faceva questa proposta. La Glumdalclitch si lasciò indurre ad essere di brigata, per altro assai contro sua voglia per essere una fanciulla naturalmente tenerissima di cuore; e quanto a me, benchè io abbia mai sempre abborrito tal genere di spettacoli, mi lasciai tentare dalla curiosità di vedere qualche cosa di assai straordinario. Il delinquente era legato ad una scranna collocata sopra un palco innalzato a tal fine, ed il carnefice gli troncò la testa d'un colpo con una sciabola lunga all'incirca quaranta piedi. Le vene e le arterie mandarono un zampillo sì copioso ed alto di sangue che, sintantochè durò, il gran gitto d'acqua di Versaglies non era da paragonarsegli. Il capo cadendo sul tavolato del palco fece tale strepito che diedi in uno scrollo io, benchè lontano dal luogo dell'esecuzione un buon mezzo miglio inglese.

La regina, avvezza ad udirmi parlare spesse volte de' miei viaggi di mare, e sollecita di procurarmi divagamenti ogni qual volta vedeami malinconico, mi domandò se io sapessi come si faccia a maneggiare una vela od un remo, e se un piccolo esercizio di remigare non sarebbe stato utile alla mia salute. Le risposi sapere io ottimamente maneggiare e remi e vele, perchè, se bene la mia professione fosse quella di chirurgo e medico d'armata, pur sovente in casi d'urgenza avea dovuto prestarmi agli ufizi di comune marinaio. Ma le dissi ad un tempo ch'io non vedeva come ciò potesse farsi negli stati di sua maestà, ove la più piccola barchetta superava in grandezza uno de' nostri bastimenti da guerra di primo ordine; che per conseguenza una navicella, qual io avrei potuto governarla, non avea mai avuta esistenza ne' loro fiumi. Sua maestà soggiunse che, ove avessi voluto dare il disegno d'un bastimento, il suo regio ingegnere me lo avrebbe costrutto, ed ella poi s'incaricava di provedermi d'un luogo ove metterlo all'acqua. Quell'ingegnere era un abilissimo meccanico pratico e, ben istrutto da me, ebbe fabbricata in tre giorni una navicella di diporto con tutto il suo sartiame, atta a trasportar comodamente otto Europei.

Quando vide finita la navicella, la regina ne fu sì esultante che postasela in grembo la portò al re, il quale, in via d'esperimento, la fece tosto varare entro un rinfrescatoio pieno d'acqua. Ma quivi io non potea maneggiare i miei due remi per mancanza di spazio. Fortunatamente la regina avea già prima di ciò formato un altro divisamento, ed ordinato all'ingegnere di fabbricarle un truogolo di legno lungo trecento piedi, largo cinquanta, e profondo otto. Questo truogolo, incatramato a dovere per assicurarlo dalle falle, fu posto sul pavimento e rasente la parete di una stanza terrena che guardava la parte esterna del palazzo. Era proveduto verso il fondo d'una cannella per farne uscir l'acqua, allorchè questa infracidiva, e bastavano due servi a tornarlo entro una mezz'ora ad empire. Entro questo truogolo, remai spesse volte, tanto per diporto mio quanto per dar sollazzo alla regina ed alle sue dameche credettero impiegate bene le loro ore nell'ammirare la mia abilità e perizia navale. Qualche volta io metteva la mia vela, nè in tal caso aveva altro a fare che governare il timone, intantochè le dame mi procuravano una brezza co' loro ventagli. Quando erano stanche, venivano in vece alcuni paggi che spigneano la vela col fiatarci sopra, intantochè io dava saggi della mia abilità marinaresca governando come più mi piaceva la mia nave e di tribordo e di babordo. Terminato il mio nautico esercizio, la Glumdalclitch si portava la nave nel suo gabinetto, ove la attaccava ad un chiodo tanto che si rasciugasse.

In tale diporto mi occorse un caso che non mi costò per poco la vita; perchè un de' paggi avendo già posta entro al suo truogolo la mia nave, l'aia della Glumdalclitch pensò usare atto grazioso alla sua pupilla ed a me col prendermi su con le sue mani e mettermi entro al mio legno. Il diavolo fece che ella, senza averne, come potete credere, l'intenzione, mi lasciasse schizzar fuori delle sue mani, e sarei caduto da un'altezza niente altro che di quaranta piedi se, per vero miracolo, non mi avesse fermato uno spillo puntato al busto della buona signora e conficcatosi con la capocchia tra il legaccio de' miei calzoni e la mia camicia sì che stetti sospeso a mezza vita in aria finchè venne la balietta a levarmi d'angoscia.

Un'altra volta il servitore, che avea l'incarico di rinovare l'acqua del mio truogolo ogni tre giorni, fu poco avveduto al segno di non accorgersi d'un rospo che si era cacciato nel suo secchio e di lasciarlo penetrare insieme con l'acqua entro alla conca. L'animale rimase appiattato finchè fossi messo a bordo; ed allora, trovato che quella barca sarebbe stata una comoda nicchia per lui, ci si arrampicò per di sotto facendola pendere tanto da una banda, ch'io, senza conoscere il motivo di un tale sbilancio, dovetti tirarmi con tutta la persona dall'altro lato per far contrappeso e non andar capovolto con la mia nave nell'acqua. Finalmente il brutto rospaccio ci fu dentro, e fatta a saltelloni mezza la lunghezza della barca, mi saltò su la testa e le spalle imbrattandomi e faccia e panni con l'odiosa sua bava. Sapete che brutti animali sono i nostri rospi; ingranditene le proporzioni, ed avrete un'idea del mostro con cui avevo che fare. Ciò non ostante non permisi alla buona Glumdalclitch d'intromettersi in questa lotta, ed afuria di bastonar la bestiaccia, la costrinsi a saltar di nuovo giù della barca.

Ma il più grave pericolo ch'io m'abbia corso in quel regno, mi derivò da una scimia, di cui era proprietario un guattero delle reali cucine. La Glumdalclitch mi avea serrato entro al suo gabinetto intanto che andò fuori di casa o per affari propri o per far qualche visita. La stagione in quel tempo essendo caldissima, erano state lasciate aperte le finestre del gabinetto e quelle ancora dello sportello della mia gabbia più grande, ove io preferiva rimanere e per la sua ampiezza e per le sue maggiori comodità. Mentre io sedeva quietamente meditando al mio tavolino, udii uno strepito alla finestra del gabinetto, poi qualche cosa che saltellava su e giù per la stanza. Ancorchè tutto ciò mi ponesse in qualche apprensione, pure m'arrischiai a metter la testa fuor della finestra più vicina della mia gabbia, senza per altro movermi dalla scranna, ed allora vidi un bizzarro animale che facea qua e là strani salti,finchè finalmente venne vicino alla mia stanza che pareva eccitasse in lui grande curiosità e vaghezza, perchè faceva capolino allo sportello ed a tutte le finestre di essa. Io mi rannicchiai al più rimoto angolo di quel mio appartamento o gabbia, ma la paura mi avea tanto preoccupato che non ebbi assai prontezza di spirito per nascondermi sotto al mio letto come avrei facilmente potuto.

Dopo molto tempo impiegato dall'animale nello spiare, nel ghignare, nel battere i denti, finalmente mi scoperse. Allora cacciò una zampa dentro allo sportello, come avrebbe fatto un gatto nel dare la caccia ad un sorcio. Io aveva un bello scansarmi cambiando sempre di posto, venne l'istante che afferrò il lembo del mio giustacuore, che, essendo di seta di quel paese, era resistente e forte abbastanza per non lacerarsi, onde, padrone di quel lembo, riuscì a tirarmi fuori dello sportello. Presomi tosto con la sua zampa destra d'avanti, mi alzò su come una nutrice che voglia dare il latte ad un bambino, e come ho veduto praticare ad altre scimiein Europa con qualche gattino. Facendo io sforzi per liberarmi, mi dava sì poderose strette che giudicai più prudente partito il rassegnarmi alla sua volontà. Ho buone ragioni per credere che la scimia m'avesse preso per un fanciullo della sua specie, ed infatti con l'altra zampa d'avanti mi accarezzava spesse volte la faccia nella più gentile maniera. Ma, in mezzo a questi suoi spassi, venne interrotta da un strepito fatto alla porta del gabinetto come da qualcuno che volesse aprirlo, onde spiccò un salto su la finestra dond'era entrata, e di lì su i piombi e le grondaie, poi s'arrampicò sul tetto contiguo al nostro, ma camminando con tre zampe e continuando sempre a tenermi stretto con l'altra. Udii l'acuto grido della Glumdalclitch nel momento ch'io veniva portato via. Quella povera creatura non sapeva che cosa fare dalla disperazione; tutta quella parte di palazzo era sossopra; i servi corsero in cerca di scale a mano. La scimia intanto si faceva vedere da un centinaio di persone che stavano nel cortile, seduta su l'orlo del tetto e sempre tenendomi a guisa d'un bambino con una delle sue zampe d'avanti, e con l'altra cacciandomi a forza in bocca cibi biasciati che si traeva fuori dalle sue ganasce; e siccome io non appetiva gran che tal genere di pietanze, mi batteva s'io mi mostrava schifiltoso a mangiarle. Figuratevi il ridere che facea quella gentaglia da basso; e non so da vero se si potesse con giustizia darle torto, perchè la mia posizione di quel momento era tale da far ridere ogni galantuomo, eccetto me. Alcuni di quei del cortile si diedero a lanciar sassi insù con la speranza di far venire a basso la scimia, ma fortunatamente vi fu chi vietò loro questo espediente; era infatti il più bello e sicuro per farmi fracassar le cervella.

Si corse con scale a mano, e diversi uomini le salivano quando la scimia, vedendo ciò e ridotta quasi affatto alle strette perchè non poteva speditamente involarsi con sole tre zampe, mi lasciò andare sopra una tegola, e fece da sè la sua ritirata. Stetti per qualche tempo seduto su la mia tegola ad un'altezza di cinquecento braccia da terra aspettandomi ad ogn'istante di essere soffiato via dal vento o, siccome non mi girava poco la testa, di ruzzolare le cento volte da una tegola all'altra sinchè finalmente precipitassi da una grondaia. Per fortuna, un buon figliuolo, staffiere della Glumdalclitch, arrampicatosi fino a quel tetto, e postomiin un borsellino de' suoi calzoni, mi portò sano e salvo a terra.

Io era quasi soffocato dalle porcherie di cui m'aveva ingozzato la scimia, ma la mia cara balietta me le trasse fuori di bocca con un piccolo spillo, il che, promosso in me il vomito, mi portò qualche sollievo. Ma ero sì debole ed avevo sì affrante le coste per le strette datemi da quella maladettissima bestia, che dovetti rimanermene in letto un buon paio di settimane. Il re, la regina, tutta la corte mandavano ogni giorno ad informarsi su lo stato di mia salute, ed il primo anzi mi onorò di parecchie visite finchè durò la mia malattia. La scimia venne accoppata, e messo un editto affinchè nessuno di questi animali potesse più essere tenuto entro i recinti dell'imperiale palazzo.

Quando, rimesso affatto in salute, mi presentai al re onde attestargli la mia gratitudine per le bontà usatemi, egli se la godè un buon pezzetto alle mie spalle sul casetto occorsomi. Mi chiedea quali fossero i miei pensieri, le mie risoluzioni quando mi tenea con una delle sue zampe la scimia; se m'aveano gradito i manicaretti che m'avea somministrati quell'animale; se mi parea che facesse buona tavola; se la fresca aria del tetto non avesse giovato ad aguzzarmi l'appetito. Mi domandò indi come mi sarei levato d'impaccio nel mio paese se un incidente simile mi fosse avvenuto. Risposi a sua maestà che in Europa non conoscevamo d'altre scimie fuor quelle che venivano portate da altri paesi, poi tanto piccole, che io bastava contra una dozzina di esse se lor fosse venuto il ghiribizzo di prendersi meco delle libertà. Soggiunsi di più che nemmeno l'enorme scimione con cui io aveva avuto che fare (per dir vero era grosso come un elefante), nemmen quello mi avrebbe dato fastidio se lo smarrimento dell'istante mi avesse lasciato pensare a far uso del mio coltello quando ficcò una zampa nella mia camera. — «Altrimenti» dissi facendo il fiero e battendomi la mano su l'impugnatura dell'arma che nominai, «avrebbe avuta da me tal lezione da non parergli vero di fuggir di lì più presto che non ci era venuto.» Proferii queste frasi col fermo accento d'uom geloso della propria fama, e che non vorrebbe per tutto l'oro del mondo veder revocato in dubbio il proprio coraggio. Ciò non ostante tutto il mio bel dire non mi fruttò altro che una sonora risata de' circostanti, i quali, ad onta di tutto il rispetto inspirato loro dalla presenza di sua maestà, non se ne sepperorattenere; la qual cosa mi condusse a fare una considerazione, quanto cioè perda il tempo e la fatica quell'uomo che s'immagina farsi ammirare da chi è fuor d'ogni sfera di confronto con lui. Tuttavia, dopo il mio ritorno in Inghilterra, mi è toccato spesse volte veder rinovato il caso della presente parabola, allorchè qualche spregevole galuppo, senza il menomo titolo di nascita, di forma, d'ingegno o almeno di senso comune, ha voluto darsi aria d'importanza e mettersi a pari co' più grandi personaggi del regno.

Non passava giorno ch'io non provedessi la corte di casetti per farla ridere, e la stessa Glumdalclitch, benchè mi volesse un bene dell'anima, non si stava, la briccona, di far noti a sua maestà que' miei scerpelloni che la potessero divertire. Mi ricordo d'un giorno che non essendo ella di servigio a corte e condotta dalla sua aia a prendere aria ad un'ora di distanza, o sia una trentina di miglia lontano dalla città, smontò di carrozza con l'aia, e posò la mia cassettina da viaggio dinanzi al sentiere d'un campo. Quivi, uscito della mia nicchia portatile, mi posi a passeggiare, e trovandomi inciampato il passo da una bovina, mi prese il ghiribizzodi far prova della mia agilità col varcarla di un salto. La misura del mio salto fu tolta con tanta aggiustatezza che mi trovai sprofondato nel mezzo di essa. Uscitone al guado, non senza qualche difficoltà, toccò ad uno staffiere lo sgradevole incarico di nettarmi alla meglio col suo fazzoletto, perchè vi lascio immaginare com'ero concio. La mia balia poi mi confinò tosto entro la mia gabbia; ma fosse qui finita la cosa! Appena tornati a casa, la regina venne esattamente informata di quanto era occorso; gli staffieri divulgarono l'avvenimento per ogni dove; quanti giorni si continuò in corte ridendo sempre a mie spese!


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