I.

La vita di Gionatan Swift è un soggetto inesausto di vezzo e d'istruzione per tutti coloro cui piace meditare le vicissitudini degli uomini celebri pei loro talenti e per la loro rinomanza. Privo d'ogni sussidio al suo nascere, debitore del suo sostentamento e della sua educazione alla fredda e non curante carità di due zii, non distinto per laurea conseguita a veruna università, abbandonato per molti anni al patrocinio impotente del cavaliere Guglielmo Temple, le prime pagine della storia di Swift presentano il quadro del genio umiliato e deluso nelle sue speranze. A malgrado di tutti questi svantaggi, egli pervenne adessere l'anima d'un ministero britannico, il più abile difensore di un sistema di amministrazione, l'intimo amico di quanti personaggi notabili per nobiltà od ingegno vissero sotto il regno della regina Anna.

Gli avvenimenti degli ultimi anni della sua vita offrono un'antitesi non meno sorprendente. Avvolto nella disgrazia de' suoi protettori, vittima della persecuzione, costretto a bandirsi dall'Inghilterra e a disgiugnersi dai suoi amici, salì tutt'in un tratto a tal grado di popolarità che lo rese l'idolo dell'Irlanda e il terrore di quanti governarono quel reame. Nè meno straordinaria è la sua vita privata. Amò, teneramente riamato, due delle più belle ed avvenenti donne della sua età; pur era ne' suoi destini il non unirsi con nessuna di esse in un nodo fortunato e tranquillo, e il vederle l'una dopo l'altra scendere nella tomba, lasciandogli il convincimento che morivano dal cordoglio di saper deluse le loro speranze e il loro amore mal compensato.

I talenti di Swift, sorgente della sua rinomanza, il cui splendore avea per sì lungo tempo formato la sorpresa e il diletto de' suoi contemporanei, vennero appannati dalle infermità, pervertiti dalle passioni nella proporzione dell'avvicinarsi del termine de' suoi giorni, e prima che vi arrivasse erano già inferiori a quelli del più volgare degli uomini.

La vita di Swift è pertanto una lezione importante per gli uomini celebri; essa insegna loro che, se per una parte il genio non dee mai lasciarsi sconfortare dalla sventura, la rinomanza, comunque grande ella sia, non dee mai incoraggiare la presunzione. Nel leggere la storia di quest'uomo illustre, tutti coloro i quali non sortirono dalla natura le fulgide qualità del suo ingegno, o mancarono d'occasioni per farle valere, si convinceranno che la felicità umana non dipende o da una grande influenza politica o da una gloria abbagliante.

Gionatan Swift, dottore in teologia e decano di San Patrizio a Dublino, discendea da un ramo cadetto della famiglia degli Swift della contea d'York, stanziatasi in questa provincia da molti anni.

Il padre di lui era il sesto o settimo dei figli di Tomaso Swift, vicario di Goodrich; la numerosa prole avuta da questo ecclesiastico, e la tenuità del patrimonio che le lasciò, non hanno permesso il notare con maggiore esattezza l'ordine della sua discendenza. Il decano ne racconta egli stesso che suo padre ebbe qualche impiego amministrativo nell'Irlanda.

Gionatan nacque a Dublino in una casipola posta nella Corte d'Hocys, che gli abitanti di quel quartiere additano tuttavia alla curiosità dei viaggiatori. La sua infanzia venne contrassegnata da un avvenimento in qualche modo corrispondente ad altro occorso al padre di lui, la culla del quale poco dopo il suo nascere fu portata via dai soldati: questa volta la cosa involata fu lo stesso fanciullo, ma i rapitori non furono soldati.

La nudrice di Gionatan, nativa di Whitehaven, era stata richiamata nel suo paese da un parente moribondo, dal quale ella si aspettava un legato. Affezionata oltre ogni dire al bambino affidato alle sue cure, se lo portò via con sè senza renderne consapevole la madre, che lo seppe più tardi. Rimase tre anni a Whitehaven, perchè in vista della gracile di lui salute, la madre stessa non volle si rischiasse un secondo viaggio, e preferì lasciarlo alla buona donna che avea dato sì grande prova, ancorchè bizzarra, d'amarlo. Questa cordialissima balia mise tanta sollecitudine nell'educare il suo allievo, che, quando tornò a Dublino, sapea compitare; a cinque anni leggeva la Bibbia.

Partecipe dell'indigenza di una madre ch'egli amava teneramente, visse delle beneficenze d'uno zio, di nome Godwin, stato di dipendenza che parve sin dall'infanzia aver prodotta una profonda impressione su l'altero animo di Gionatan; fin d'allora principiò a manifestarsi in lui quello spirito di misantropia che perdè soltanto col perdere le morali sue facoltà. Nato dopo la morte del padre, si avvezzò di buon'ora a riguardare come infausto il giorno della sua nascita, nè tralasciò mai nel suo anniversario di leggere quel passo della Scrittura in cui Giobbe deplora ed impreca l'ora nella quale fu annunziata nella sua casa paterna la nascita d'un maschio.

Di sei anni fu mandato alla scuola di Kilkenny, fondata e dotata dalla famiglia d'Ormond. Si mostra tuttavia agli stranieri il suo leggio, ov'egli aveva intagliato il proprio nome con un temperino.

Giunto all'età di quattordici anni, venne trasferito da Kilkenny al collegio della Trinità di Dublino. Apparisce dai registri locali che vi sia stato ricevuto comepensionarioil 21 aprile 1682; ebbe per maestro Sante Giorgio Ashe. Sotto la medesima data venne ammesso nella stessa qualità il cugino di lui, Tomaso Swift, onde i due cognomi eguali portati a registro senza i nomi di battesimo hanno fatto nascere qualche incertezza sopra alcuni più minuti particolari della biografia del decano.

Ammesso all'università; si pretese che desse opera agli studii più in voga a quell'epoca, alcuni dei quali al genio di lui mal s'affacevano; invano gli fu raccomandato l'applicarsi a quella che allora chiamavasi logica, e che veniva riputata la regina delle scienze; Swift sentì una naturale repugnanza per gli Smiglecius, i Keckermannus, i Burgersdicius e altri gravi dottori che sappiamo appena oggidì se abbiano mai esistito. Il suo maestro non riuscì mai a fargli leggere due pagine di quei dotti dalla desinenza inus, e d'altra parte era indispensabile l'avere almeno una tintura dei comentarii d'Aristotele per uscir dell'esame con buon successo. Ma a ciò non badando il giovinetto Swift trasandava, come gli studii aristotelici, tutti gli altri che non gli garbavano. Se leggeva, lo facea meno per addottrinarsi che per divertirsi, e scacciar da sè i pensieri malinconici. Ma tal genere di letture era necessariamente variato; convien dire per altro che avesse letto assai, perchè avea già messo in carta un abbozzo del suoTale of a tub,[1]che fece vedere al suo collega Waryng. Che dobbiamo concludere da ciò? Che uno studente svogliato del secolo decimosettimo potea, mercè le letture di passatempo fatte in ore d'ozio, acquistar nozioni da far trasecolare uno studente attento dei nostri giorni.[2]

Manchiamo d'indizii certi per giudicare su l'estensione del sapere di Swift, possiamo soltanto affermare che era variato. Gli scritti di lui danno a vedere che la storia e la poesia, antiche e moderne, gli furono famigliari; nol vediamo mai imbarazzato nelcitare ad appoggio del soggetto da lui trattato i brani dell'opere classiche più adatti a rischiararlo. Benchè non mostrasse fare un gran caso delle proprie nozioni, e incolpasse la propria negligenza ed ignoranza dell'aver perduto un grado d'università, benchè non risparmiasse veementi censure a coloro che accordavano una patente di dotto a chi non aveva dedicata la maggior parte della propria vita allo studio, pure non apprezzava molto uno studente il cui solo merito fosse la diligenza.

Intantochè Swift continuava così il corso de' suoi studii a seconda de' propri capricci, avrebbe dovuto interrompere anche questi, atteso la morte del suo zio Godwin (dalla quale apparve che nemmeno gli affari domestici di chi lo manteneva in collegio, erano splendidissimi), se non avesse trovato un novello soccorritore in un altro zio paterno Dryden Guglielmo Swift, che nell'aiutarlo mise un po' più d'impegno e di discernimento del fratello Godwin; il male era che il suo patrimonio non gli permetteva di essere gran fatto più liberale del defunto. Ad ogni modo Swift ne ha sempre benedetta la memoria, ed ha parlato di lui come del migliore de' suoi congiunti. Raccontava spesse volte un incidente occorsogli mentre era in collegio, incidente di cui fu l'eroe un suo cugino, Willoughby Swift, figlio di Dryden Guglielmo.

Gionatan Swift, in un momento di tal penuria che non gli lasciava avere un soldo in borsa, sedea pensieroso nella sua camera, donde vide nel cortile un marinaio che pareva chiedesse conto della stanza di uno studente. Gli saltò in pensiere che quest'uomo potesse essere incaricato d'un qualche messaggio inviatogli da suo cugino Willoughby, in quel tempo negoziante stanziato in Lisbona. Stava accarezzando una simile idea, allorchè, apertosi l'uscio della sua camera, gli si offre alla vista il marinaio, che trattasi di tasca una grande borsa di cuoio piena di danaro, lo versa sopra una tavola, additandolo effettivamente per un presente del cugino Willoughby. Swift, fatto estatico, offre al messaggere una parte del suo tesoro che l'onesto marinaio non volle accettare.

Da quel momento Swift, che avea conosciute le disgrazie dell'indigenza, fermò il proposito di regolare le sue tenui rendite in guisa da non vedersi più mai ridotto a simili estremità. Infatti mise tanto ordine nel suo sistema di vivere, che, come appariscedai suoi giornali che si sono conservati, ha potuto render conto esatto a un dipresso della sua spesa annuale, cominciando dal tempo della sua dimora in collegio, e venendo al momento in cui perdè l'uso delle mentali sue facoltà.

Nel 1688 scoppiò la guerra in Irlanda: Swift allora toccava il ventunesimo anno; leggiero di borsa, se non d'istruzioni, in concetto di mancare anche di queste, col credito in oltre d'insubordinato e accattabrighe connesso col suo carattere, senza avere un solo amico che potesse proteggerlo, fargli buona accoglienza, agevolargli i mezzi di vivere, diede un addio in tal momento e sotto tali auspizi al collegio di Dublino. Mosso, è da credersi, più da tenerezza filiale che da nessuna speranza, s'avviò alla volta dell'Inghilterra, donde cercò tosto sua madre, che dimorava allora nella contea di Leicester. Mistress Swift, che si trovava anch'essa in uno stato di dipendenza ed angusto, gl'insinuò di sollecitare la protezione del cavaliere Guglielmo Temple, la cui moglie le era parente, e che avea conosciuto la famiglia degli Swift; infatti, Tomaso Swift, cugino del nostro autore, era stato cappellano del cavaliere Guglielmo.

La domanda fu fatta, e venne ben accolta; ma su le prime Guglielmo Temple non diede alcuna notabile prova di fiducia e di affezione al suo protetto. Il perfetto statista, l'amabile letterato non fu probabilmente soddisfatto gran che del carattere irritabile e delle nozioni imperfette del novello commensale. Ma le preoccupazioni sfavorevoli del cavaliere si andarono gradatamente diminuendo. Swift era fornito di uno spirito osservatore, e questo spirito, un po' prima, un po' dopo, dovè acquistargli grazia presso l'illustre patrocinatore; oltrechè, Swift in allora accrebbe le proprie nozioni con uno studio continuato cui dedicava otto ore di ciascun giorno. Un tempo sì ben impiegato e congiunto colle facoltà intellettuali che Swift possedea, lo resero ben presto un inestimabile tesoro pel signor Temple, col quale convisse due anni. La cattiva salute di Swift lo costrinse ad interrompere i suoi studi. Una indigestione gli aveva indebolito lo stomaco ed assoggettato lui a certi vaneggiamenti che lo trassero una volta in punto di morte, e dei quali sperimentò le infauste conseguenze per tutto il resto della sua vita. Vi fu un tempo in cui si trovò sì ridotto in mal essere, che cercò l'Irlanda colla speranza ditrovar qualche miglioramento nel clima nativo; ma deluso in tale espettazione, tornò a Moor-Park, ove dedicava allo studio gl'intervalli che gli lasciava liberi quella specie d'infermità.

Dopo questo suo ritorno, il cavaliere Temple gli diede il massimo contrassegno di confidenza, col permettergli di essere presente ai suoi intertenimenti segreti col re Guglielmo, ogni qual volta il monarca si trasferiva a Moor-Park, onore che il cavaliere Temple doveva all'intrinsichezza antica tra lui e Guglielmo statolder d'Olanda, che Temple riceveva con rispettosa famigliarità, e che contraccambiava con suggerimenti costituzionali. Ogni qual volta la gotta confinava in letto Temple, Swift aveva l'illustre incarico d'accompagnare il monarca; tutti i biografi di questo poeta hanno ripetuto che il re Guglielmo gli offerse il comando d'una compagnia di cavalleria, e gl'insegnò ad apparecchiare gli sparagi alla foggia olandese; non accettò quel comando. Sarebbe un'ingiustizia il tacere al leggitore qual vantaggio Swift potesse ritrarre dal secondo di tali regii favori; esso consisteva nell'abilità di mangiare la testa e la coda di questo frutto degli orti. Ma vantaggi ben più rilevanti lusingarono l'ambizione di lui; gli fu fatta sperare una promozione nella carriera ecclesiastica, cui s'era dedicato per inclinazione e per la prospettiva che gli si schiudeva dinanzi. La grande fiducia di cui veniva onorato in allora giustificava cotali espettazioni. Il cavaliere Guglielmo Temple gli affidò la commissione di presentare al re Guglielmo i motivi per cui gli sarebbe tornato a conto l'acconsentire al partito che voleva triennale la durata del parlamento; e Swift di fatto sostenne l'opinione del suo commettente, giovandosi di parecchi argomenti tolti dalla storia medesima dell'Inghilterra; ciò non ostante il re persistette nella sua opposizione, onde alla Camera dei Comuni il partito venne respinto per l'influenza della corona. Tal si fu la prima relazione che Swift ebbe con la Corte, ed era solito dire co' suoi amici essere stata questa il rimedio che lo guarì dalla sua vanità; da quanto apparisce, avea fatto grandi conti sul buon esito della sua negoziazione, e d'altrettanto più grave fu la sua amarezza al vederla andata a vuoto.

Tale disastro lo pose anche in qualche rotta col suo protettore, onde se ne tornò in Irlanda, proveduto nondimeno d'unimpiego che gli assicurava un onorario di cento lire sterline. I vescovi cui si volse per essere ordinato prete, gli domandarono un certificato di buona condotta durante la sua dimora presso il cavaliere Guglielmo Temple. La condizione era spiacevole; per ottenere un tale ricapito gli conveniva sottomettersi, chiedere scusa pei torti che aveva e per quelli che non aveva. Prima di ridursi a ciò volle pensarci tre mesi; finalmente si risolvè; la sua domanda venne esaudita, e probabilmente questa circostanza fu il primo passo verso la riconciliazione seguita in appresso tra lui ed il suo protettore. In meno di dodici giorni ottenne il certificato ch'egli desiderava; le patenti in virtù delle quali è ordinato diacono, portano la data del 18 ottobre 1694, quelle del suo sacerdozio sono del 13 gennaio 1795. È a credersi che il cavaliere Guglielmo Temple unisse al chiestogli certificato una commendatizia presso lord Capel, in allora vicerè dell'Irlanda, perchè non appena Swift fu ordinato prete, venne nominato alla prebenda di Kilroot, nella diocesi di Connoor, che dava una rendita di circa cento lire sterline l'anno, dopo di che si ritirò alla sede del suo beneficio a far la vita del parroco di villaggio.

Una tal vita sì diversa da quella ch'egli conduceva a Moor-Park, ove godea della società di quante persone eranvi più distinte per genio o per natali, gli divenne ben tosto insipida e stucchevole. In questo mezzo Temple, privo della vicinanza di Swift, sentiva anch'egli la perdita che aveva fatta, onde gli manifestò il suo desiderio di vederlo restituirsi a Moor-Park. Intantochè Swift esitava prima di abbandonare il genere di vita che aveva scelto per riassumere quello da cui s'era distolto, una circostanza sommamente atta a far comprendere quanto fosse dotato di un'indole benefica, sembrò stabilire la sua determinazione. In una delle sue corse di diporto aveva imparato a conoscere un ecclesiastico, col quale, avendolo trovato ed istrutto e modesto e morigerato, si legò in amicizia. Quel povero prete, padre di otto figli, non ritraeva dalla sua prebenda maggior rendita di quaranta lire sterline. Swift, che non aveva cavalli, chiese in prestito all'amico il suo cavallo nero, senza dirgli a qual fine, e se ne valse per recarsi a Dublino, ove rassegnò la sua prebenda di Kilroot, ottenendo che gli fosse surrogato nell'usufrutto della medesima il novello suo amico. Dilatò la fronte il buon prete,tanto il consolò la notizia di essere nominato ad un benefizio, ma appena seppe che spettava al suo benefattore, dal quale veniva rinunziata in favor suo la prebenda conferitagli, la sua gioia prese una espressione di sorpresa e di riconoscenza sì commovente, cui lo stesso Swift fu tanto sensibile, che confessa non aver mai provata al mondo una contentezza più viva come in quel giorno. Quando Swift partì alla volta di Moor-Park, il suo successore lo pregò aggradire il presente di quel cavallo che il primo non ricusò per paura di dare col suo rifiuto una mortificazione al donatore. Montato per la prima volta su d'un cavallo che potesse dir proprio, e con ottanta lire sterline nella sua borsa, Swift prese la via dell'Inghilterra, ove giunto ripigliò a Moor-Park l'antico incarico di segretario privato del cavaliere Guglielmo Tempie.

Mentre Swift consacravasi interamente al suo gusto per la letteratura, mentre e questa e l'amicizia del suo illustre mecenate sembravano promettergli il più ridente avvenire, egli s'apparecchiava da sè medesimo, senza avvedersene, una sequela di disgrazie pel rimanente de' suoi giorni. Durante il suo soggiorno a Moor-Park fece la conoscenza di Ester Johnson, più conosciuta sotto il poetico nome di Stella.

Swift, troppo fidandosi nel suo temperamento freddo ed incostante, che, secondo lui, lo avrebbe salvato dai contrarre impegni di cuore imprudenti, aveva risoluto di non pensare ad ammogliarsi se non quando si fosse procacciati saldi e sicuri mezzi di sussistenza; conscio in oltre a sè stesso della propria incontentabilità, prevedea possibile il caso di differir tanto una tale risoluzione, che lo sopraggiugnesse prima la morte. Laonde, allorchè il suo nobile amico credea scorgere in lui i sintomi d'una amorosa passione, egli rispondeva queste apparenze altro non essere che l'effetto del suo umore attivo, inquieto e bisognoso sempre di nuovi alimenti; essere sempre suo stile il cogliere la prima occasione di divagamento che gli si offriva; trovarla talvolta in una galanteria insignificante; così accadere nella corrispondenza interpostasi tra esso e la giovinetta di cui si parlava.

«È un'assuefazione,» dicea, «dalla quale son padrone di staccarmiquando me ne verrà il talento, e che abbandonerò sul più bello senza dolermene di sorta alcuna.»

A questa specie d'amore ne succedè un altro ben più serio; Giovanna Waryng, sorella del suo amico di collegio che abbiamo dianzi commemorato, da lui chiamata, con una ricercatezza poetica, fredda anzichè no, Varina, si era conciliate le attenzioni di lui durante il soggiorno che avea fatto in Irlanda.

Una lettera scritta da esso quattro anni dopo alla stessa persona, portava l'impronta di sentimenti ben diversi dai primi; Varina era sparita; scriveva a miss Waryng; ma durante l'intervallo di quattro anni potevano esser accadute ben molte particolarità a noi sconosciute; e sarebbe forse un'ingiustizia il giudicar severamente la condotta di Swift, che la resistenza ostinata di Varina non avea predisposto ad una subitanea offerta di capitolazione[3].

La morte del cavaliere Guglielmo Temple pose fine a quella fortunata e tranquilla esistenza che Swift avea goduto pel corso di quattro anni a Moor-Park. Il cavaliere Guglielmo, che aveva saputo valutare l'amicizia disinteressata di Swift, gli lasciò un legato in danari, oltre ai suoi manoscritti, che senza dubbio Swift apprezzava molto di più.[4]

Poco appresso, Swift si trasferì nell'Irlanda in compagnia di lord Berkeley. Dopo alcune dissensioni avvenute tra lui e questo lord, ottenne il benefizio di Saracor: ma non tardò a gettarsi di nuovo dalle cure ecclesiastiche in quelle della politica.

Nel 1710 si restituì in Inghilterra, ove allora incominciarono le sue ostilità contra i whigh e la sua lega con lord Harley e col ministero.

La sua nomina al decanato di San Patrizio fu sottoscritta il 23 febbraio 1715, e nei primi giorni del successivo giugnoSwift partì da Londra per andare a prendere possesso di un benefizio che a' suoi occhi era tutt'al più, come lo ha detto spesse volte, un onorevole esilio. Di fatto niuno sarebbesi mai aspettato che l'inaudito favore in cui fu avuto dal governo lo condurrebbe unicamente al godimento d'un benefizio in Irlanda, allontanandolo da quegli stessi ministri, i quali essendo soliti consultarlo, oltre alle delizie che ritraevano dalla sua società, ne impiegavano i talenti a difendere la loro causa. Senza dubbio non fu minore del cruccio la sorpresa prodotta in Swift da un simile tratto, sorpresa tanto più giusta, perchè alcuni anni prima gli stessi ministri aveano ricusato di nominarlo vescovo d'Irlanda pel bisogno in cui si vedeano di tenerselo appresso.

Mistress Johnson aveva abbandonata la patria e compromessa la propria fama per dividere il destino dell'uomo amato fin d'allorquando questo destino non presentava alcuna prospettiva di divenir luminoso. Quand'anche non vi fosse stata una stipulazione di nozze, tanti sagrifizi fatti da questa donna per lui avrebbero dovuto per Swift tener luogo d'una solenne promessa di matrimonio. Pure Swift ci pensava sì poco, che pregò il suo antico istitutore ed amico Sante Giorgio Ashe, allora divenuto vescovo di Clogher, a cercare di scoprire quali fossero i motivi della malinconia che opprimeva Stella; i motivi erano tali quali doveva rappresentarli a Swift la sua coscienza medesima; egli non aveva altro che un mezzo per farla convinta di amarla tuttavia e per metterla in salvo dalle dicerie della calunnia. La risposta di Swift alla comunicazione del suo vecchio istitutore si fu: aver egli, Swift, stabilite due risoluzioni rispetto al matrimonio, l'una di non ammogliarsi finchè non si fosse assicurato un patrimonio sufficiente, l'altra di non pensare a ciò se non in un'età nella quale egli potesse ragionevolmente sperar di vedere collocati convenientemente i propri figli; non creder egli che fosse abbastanza indipendente la propria sussistenza; essere tuttavia molestato da debiti; quanto agli anni, avere già passata l'età in cui aveva risoluto di non contrarre più nozze; che nondimeno avrebbe sposata Stella, purchè il loro matrimonio fosse tenuto segreto, e sotto patto di continuare a vivere separati ed osservando la stessa circospezione di prima. A queste dure condizioni Stella si rassegnò, perchè se non altro la liberavano daisuoi scrupoli, e calmavano i gelosi timori da lei concepiti che Swift potesse una volta o l'altra sposare la sua rivale. Swift e Stella vennero uniti in nozze nel giardino del decanato dal vescovo di Clogher, correndo l'anno 1716.

Seguita appena, a quanto sembra, la cerimonia, Swift fu in preda ad una spaventosa agitazione di spirito. Delany (a quanto si è saputo da un amico della stessa vedova di Swift), chiamato a dire la sua opinione su questa stravaganza, raccontò di avere ai giorni in circa in cui le nozze erano seguite, notata in Swift una straordinaria cupa malinconia confinante col delirio, che si portò quindi presso l'arcivescovo King per notificargli i propri timori. Mentre entrava nella biblioteca di questo prelato, Swift ne usciva precipitosamente con fisonomia stralunata, e gli passò da vicino senza dirgli nulla. Trovò l'arcivescovo dolente, e chiestogliene il motivo, udì rispondersi: «Voi avete incontrato l'uomo il più infelice che viva sopra la terra; ma guardatevi dal farmi nessuna interrogazione su l'origine della sua disgrazia». Giova soggiugnere la conclusione che Delany dedusse da tutto ciò; secondo esso, Swift sarebbe dopo il matrimonio venuto a scoprire di essere parente in prossimissimo grado della Stella, e ne avrebbe fatta allora la confidenza all'arcivescovo; ma le espressioni del prelato non indicano nulla di simile; oltrechè v'ha delle prove positive che tal parentado non poteva sussistere.

Dopo la celebrazione delle predette nozze, Swift stette diversi giorni senza vedere nessuno. Uscito del suo ritiro, continuò a vivere serbando la stessa circospezione con la Stella a fine di allontanare ogni sospetto d'intrinsichezza con essa, quasi che una tale intrinsichezza non fosse stata d'allora in poi e legittima e lodevole. Ancorchè dunque la Stella continuasse ad essere la diletta ed intima amica di Swift, ancorchè ella facesse i convenevoli della sua mensa, non vi comparve giammai che in qualità di persona convitata; fedele di lui compagna, ne era l'infermiera in tempo di malattia, ma non mai formalmente moglie, ed anzi cotali nozze rimanevano un segreto per la generalità.

Gli affari della sua chiesa cattedrale, scompigliati dalla resistenza del suo capitolo, e talvolta ancora dall'intervento dell'arcivescovo King, impiegavano molta parte del suo tempo, ma tali difficoltà vennero insensibilmente appianate dal convincimentodivenuto universale delle rette intenzioni del decano e del disinteressato di lui zelo pel mantenimento dei diritti e degl'interessi della sua chiesa; laonde coll'andar del tempo acquistò tal preponderanza nel capitolo, che ben di rado le proposte fatte da lui trovarono oppositori. La bisogna delle investiture ecclesiastiche e delle loro rinovazioni gli diede lunghe occupazioni in appresso. Dee credersi ciò non ostante che in tutto quel tempo Swift non lasciasse affatto da un lato lo studio; si sono trovate alcune osservazioni ch'egli scriveva in quel tempo sopra Erodoto, Filostrato ed Aulo Gellio, le quali danno a supporre che s'intertenesse assai nella lettura di quegli antichi, ciò che s'accorda con le molte pagine in bianco che si sono vedute intromesse ad arte nella legatura dei volumi su i quali ha lasciate delle annotazioni. È naturale l'immaginarsi che non avesse dimenticato gli scrittori classici, quand'anche d'altra parte non fosse noto che, durante il suo soggiorno a Gaulstown, il poema di Lucrezio era la lettura sua favorita. Il catalogo dei libri che componeano la sua biblioteca e le note di lui manoscritte sono la più autentica prova dello squisito suo gusto.

Cotali studi non bastavano ad un uomo che aveva presa una parte sì operosa nella politica durante la sua dimora nell'Inghilterra. Si è creduto, ed è assai probabile, che in quel tempo Swift abbia concepito il disegno deiViaggi di Gulliver. Si trova il germe di tale opera famosa neiViaggi di Martino Scriblero, probabilmente divisati prima che la proscrizione avesse sgominato il club letterario. L'aspetto, sotto cui Swift considerava i pubblici affari dopo la morte della regina Anna collima coi tratti satirici deiViaggi di Gulliver. Oltrechè, in una lettera a Vanessa allude al caso occorso a Gulliver con la scimia di Brobdingnac, e si trae dalla stessa corrispondenza, che nel 1722 Swift leggeva parecchie relazioni di viaggi. Egli racconta a mistress Whiteway, ciò che ha ripetuto in appresso, di aver tolti dall'opere dei viaggiatori tutti i termini marinareschi delGulliver. È pertanto credibile che iViaggi di Gulliversieno stati abbozzati nel tempo da noi indicato, ancorchè vi si trovino commemorate delle particolarità che si riferiscono alla politica di un'epoca posteriore.

Nell'anno 1720, Swift abbandonò le sue occupazioni ed i suoi passatempi per mostrarsi di bel nuovo sul politico aringo, nonper dir vero in forma di avvocato e panegirista di un ministero, ma qual difensore intrepido ed incessante d'un popolo oppresso. Mai fuvvi nazione che più dell'Irlanda abbisognasse di un simile difensore. La prosperità di cui dessa aveva goduto sotto gli Stuardi, era stata interrotta da una guerra civile, l'esito della quale avea costretto il fiore della nobiltà e degli ufiziali militari nazionali ad andar banditi dalla loro patria. La popolazione cattolica di quel reame, eccitando diffidenza, veniva tacciata della più assoluta incapacità.

Il parlamento d'Inghilterra, che si era arrogata l'autorità di crear leggi per l'Irlanda, se ne prevaleva per restrignerne in tutti i modi possibili il commercio e per assoggettarla al regno dell'Inghilterra, da cui la tenea dipendente. Gli statuti del decimo e dell'undecimo anno del regno di Guglielmo III vietavano l'asportazione delle mercanzie di lana in qualunque luogo che non fosse l'Inghilterra o il principato di Galles, in conseguenza della qual legge le manifatture irlandesi soggiacquero ad una perdita che fu valutata un milione di lire sterline.

Non surse nella camera dei comuni un'unica voce per combattere quelle massime altrettanto contrarie alla politica, quanto tiranniche e degne d'una piccola corporazione di bottegai di villaggio, non mai del senato antiveggente d'un popolo libero. Col voler seguire tali principii, si accumulavano ingiustizie sopra ingiustizie, al che si aggiugneva l'insulto, col vantaggio per gli aggressori di poter atterrire gli oppressi popoli dell'Irlanda e ridurli al silenzio col gridarli ribelli e giacobiti. Swift contemplava questi mali con tutta l'indegnazione d'un carattere inclinato per natura ad opporsi alla tirannide. Pubblicò leLettere del Pannaiuolo, invigorite dalla forza della ragione, scintillanti di spirito, maestrevoli per l'arte con cui vengono ordinati e presentati i ragionamenti e collocati i frizzi a lor posto.

La popolarità di Swift fu quella di tutti quegli uomini che in un'epoca critica e decisiva hanno avuta la fortuna di prestare alla patria loro un grande servigio. Per tutto il tempo in cui gli fu dato uscire di casa, le benedizioni del popolo lo accompagnarono; per ogni città donde passava, riceveva l'accoglienza che sarebbesi fatta ad un principe. Al primo avviso di un pericolo che sovrastasse alDECANO(titolo che era divenuto il sinonimo diSwift), tutti accorrevano in sua difesa. Walpole si era posto in mente di far arrestare Swift; un prudente amico gli chiese se avesse diecimila uomini da dare di scorta al messo che porterebbe il mandato d'arresto.

Le fragilità umane di Swift, se bene atte di loro natura a dar pascolo al cicaleccio maligno del volgo, venivano coperte dal pietoso rispetto di un'affezione filiale. Tutti i vicerè dell'Irlanda che, comprendendo fra essi l'affabile Cartenet e l'altero Dorset, non poteano del certo amare la politica di Swift (forse non ne amavano nemmeno la persona), si videro costretti a rispettarne la politica ed a capitolare col suo zelo. Lo scadimento delle mentali di lui facoltà fu un lutto per quella intera contrada; il dolore del suo popolo lo accompagnò nel sepolcro, e sono ben pochi gli autori irlandesi che non abbiano tributato alla memoria di Swift un tale omaggio di gratitudine sì giustamente dovutogli.

IViaggi di Gullivercomparvero dopo il ritorno di Swift nell'Irlanda, accompagnati da quel mistero ch'egli faceva quasi sempre intervenire nella pubblicazione delle sue opere. Aveva abbandonata l'Inghilterra nel mese di agosto, e in data all'incirca contemporanea il manoscritto delGulliverfu gettato da un calesse nella bottega del libraio Motte.

IlGullivervenne pubblicato nel successivo novembre con diversi cangiamenti e stralci che vi praticò la timidezza dell'editore. Swift se ne dolse ne' suoi carteggi, e riprovò le alterazioni mediante una lettera che venne inserita nelle edizioni successive.[5]Il pubblico nondimeno non vide nulla di troppo timido in quello straordinario romanzo allegorico, che produsse una universale impressione, e fu letto da ogni classe di persone, cominciando dai ministri e scendendo fino alle maestre di fanciulli. Ciascuno voleva a tutti i costi conoscerne l'autore, e persino gli amici di Swift, quali erano Pope, Gay, Arbuthnot, gli scrissero come se avessero dei dubbi su tal particolare.

Non ne aveano sicuramente, e se bene si sieno valsi di terminiatti a trarre in inganno alcuni biografi, che hanno credute reali le loro dubbiezze, tutti i predetti dotti, dal più al meno, conoscevano l'opera prima che fosse pubblicata. La loro perplessità era ostentata, o facessero così per prestarsi al capriccio di Swift, o fors'anche per timore di veder le loro lettere intercette, e di trovarsi costretti a deporre contra l'autore, se mai l'opera di lui avesse destato in più efficace guisa il dispetto del ministero.

Non fuvvi forse giammai alcun libro che venisse più ricercato da ogni ceto di persone. I lettori spettanti all'alte classi della società vi ravvisavano una satira personale e politica; il volgo, avventure di proprio gusto; gli amici del genere romanzesco, il maraviglioso; i giovani vi ammiravano lo spirito; i gravi personaggi vi trovavano lezioni di morale e di politica; la vecchiezza posta in non cale e l'ambizione delusa vi leggeano le massime di un'amara e viva misantropia.

L'orditura della satira varia nelle diverse sue parti. Il viaggio a Lilliput è un'allusione alla Corte e alla politica dell'Inghilterra; il cavaliere Roberto Walpole, dipinto nel personaggio del ministro Flimnap,[6]non la perdonò più mai all'autore, e ne è una prova la sua costante opposizione a quanti partiti furono posti per richiamare nell'Inghilterra il decano.

Le fazioni dei wigh e dei tory vengono additate dai calcagnini alti e bassi: i papisti ed i protestanti daipiattuovianie dagliantipiattuoviani(pag.52,63). Il principe di Galles, che vedeva ugualmente di buon occhio i wigh ed i tory, rise di gusto al leggere il temperamento d'un calcagnino alto e d'un calcagnino basso, adottato dall'erede presuntivo della corona di Lilliput. Il regno di Blefuscu, in cui l'ingratitudine della Corte lilliputtiana costringe Gulliver a cercare, se non vuole aver cavati gli occhi, un rifugio, è la Francia, ove la sconoscenza della Corte inglese obbligò ripararsi il duca d'Ormond e lord Bolingbroke. Le personeistrutte delia storia segreta del regno di Giorgio I, comprenderanno facilmente le altre allusioni. Lo scandalo fatto nascere da Gulliver col metodo adottato per estinguere (p.64) l'incendio dell'imperiale palazzo, allude alla disgrazia della regina Anna, incorsa dall'autore per aver composto laFola (Tale of a tub), di cui la Corte si ricordò per fargliene un delitto, senza sapergli grado che l'opera stessa avea, siccome la Corte lo desiderava, resi importanti servigi all'alto clero. Noteremo parimente che la costituzione e le norme di educazione pubblica dell'impero di Lilliput vengono proposte siccome modelli, e che la corruttela introdottasi nella Corte non avea data più antica degli ultimi tre regni scorsi. Quanto alla costituzione dell'Inghilterra, tale era effettivamente il sentimento dell'autore.

NelViaggio a Brobdingnagla satira è di un'applicazione più generale, ed è difficile lo scoprirvi cose che si riferiscano agli avvenimenti politici ed ai ministeri dell'epoca in cui venne pubblicato. Il fine di tale opera si è indicare le opinioni che adotterebbe su gli atti ed i sentimenti dell'uomo un essere fornito di un'indole fredda, ponderata, filosofica e d'un'immensa forza fisica. Il monarca di quei figli di Titani è la figura di un re patriota, indifferente a quanto è di mera curiosità, freddo per quanto è solamente bello, ed unicamente interessato a ciò che concerne l'utilità generale ed il bene pubblico. I rigiri e gli scandali di una corte europea sono agli occhi di un tal principe altrettanto odiosi negli effetti, quanto spregevoli nei loro motivi. La duplice antitesi offerta da Gulliver, che da Lilliput, ov'era un gigante, arriva in mezzo ad una schiatta d'uomini fra i quali non è più che un pigmeo, è di un effetto felice. Se vogliamo, si ripetono necessariamente le stesse idee, ma poichè cangiano d'aspetto nella parte rappresentata dal narratore, ciò merita piuttosto il nome di continuazione che di replica.

V'ha alcuni tratti intorno alla corte di Brobdingnag che sono sembrati applicabili alle damigelle d'onore della corte di Londra, per le quali, a quanto sembra, Swift non professava una infinita venerazione.

Arbuthnot, uno degli scienziati di quei giorni, si chiariva contra ilViaggio a Laputa, in cui vedeva probabilmente uno scherno versato su la Società reale. Egli è certo che vi si trovano alcuneallusioni ai più reputati filosofi di quell'epoca. Pretendesi fino che vi sia un frizzo scoccato contra Isacco Newton. L'ardente patriota non aveva dimenticato che questo filosofo pronunziò il suo voto in favore della moneta erosa di Wood. Un sartore di Laputa dopo essersi valso d'un quadrante e delle proprietà di certa curva per prendere la misura di un abito a Gulliver, gli porta un vestito senza garbo che non gli si affaceva nè poco, nè assai; vuolsi che ciò alluda ad un errore da attribuirsi piuttosto al tipografo di Newton, il quale, aggiugnendo, ove non andava, uno zero ad un calcolo astronomico dello stesso Newton su la distanza del sole dalla terra, aumentava questa distanza a tal segno, che nemmeno il sole avrebbe potuto più illuminarci. Gli amici di Swift credeano parimente che l'idea del percussore (colui che avea l'incarico di suscitare con una bacchetta le idee dei grandi di Laputa) gli sia stata suggerita dalle distrazioni abituali di Newton. Il nostro decano solea dire a Dryden Swift: «Il signor Isacco Newton è l'uomo di compagnia più insulso che si trovi sopra la terra. Se lo interrogate su qualche quistione anche ovvia, fa girar e rigirare circolarmente le idee nel cervello un gran pezzo prima che vi dia una risposta.» Swift, nel far questo racconto, s'andava descrivendo colla mano due o tre circoli su la fronte.[7]

Ma benchè Swift abbia forse mostrato men rispetto di quanto ne era dovuto al più grande filosofo della sua età, e benchè in molti de' suoi scritti sembri avere in lieve conto le matematiche, la satira di Gulliver è piuttosto vôlta contra l'abuso della scienza, che contra la scienza in sè stessa. Iprogettistidell'accademia di Laputa ci vengono presentati come uomini che con una leggiera tintura delle matematiche pretendevano perfezionare le ideali loro costruzioni meccaniche a furia di ghiribizzi fantastici e di storture di mente. Vivevano ai giorni di Swift molti individui di tale razza che abusavano della credulità degl'ignoranti, li rovinavano, e per la loro imperizia indugiavano i progressi della vera scienza. Nel mettere in derisione taliprogettisti, zimbello alcunidelle loro mezze nozioni, altri effettivi impostori, da lui presi in tanta avversione da che furono lo sterminio del suo zio Godwin, ha accattato molti tratti, e probabilmente l'idea generale di Rabelais, ove nel libro V, capitolo XVIII, Pantagruel passa in rassegna le occupazioni dei cortigiani di Quintessenza, regina di Eutelechia (Perfezione intellettuale).

Swift ha parimente posti in ridicolo certi professori di scienze speculative dedicatisi allo studio di quanto veniva denominato in allora magia fisica e matematica; studio che non fondato su verun saldo principio, non indicato o comprovato dall'esperienza, penzolava tra la scienza ed il misticismo; di tal genere furono l'alchimia, la fabbricazione di figure di bronzo parlanti, d'augelli di legno volanti, di polvi simpatiche, di balsami efficaci senza applicarli alle ferite, ma bensì all'arma che le aveva fatte, d'ampolle di essenza atte a concimare iugeri sopra iugeri di terreno, e d'altre simili meraviglie predicate da impostori, i quali trovavano sfortunatamente i creduli che ne divenivano le vittime. La macchina del buon professore di Lagado, intesa ad affrettare i progressi delle scienze speculative, ed a comporre libri su tutti gli argomenti senza verun soccorso di genio o di sapere, era una allusione derisoria all'arte inventata da Raimondo Lullo, e perfezionata da quelle belle teste de' suoi comentatori, o al così intitolato metodo meccanico, la cui mercè Cornelio Agrippa, uno fra i discepoli di Lullo, s'arrogava il provare «che ciascun uomo può discutere su qualsivoglia argomento e, con un certo numero di nomi propri, di sostantivi e di verbi, tirare in lungo con molto splendore e sottigliezza una tesi, sostenendo ad un tempo due pareri contrari sopra la stessa quistione.»

Certamente al giorni di Swift un galantuomo poteva credersi trasportato in seno alla grande accademia di Lagado, allorchè leggeva laBreve e grande arte della dimostrazione, consistente nell'adattare il soggetto da trattarsi ad una macchina composta di diversi circoli fissi e mobili. Il circolo principale doveva essere immobile, e vi si leggevano i nomi delle sostanze e di tutte le cose che potevano somministrare un soggetto, comeangelo, terra, cielo, uomo, animale, ec. Entro questo circolo fisso ne veniva introdotto un altro mobile su cui stavano scritti gl'incidenti, così chiamati dai logici, comequantità, qualità, relazione, ec. Inaltri circoli apparivano gli attributiassolutierelativi, ec., con leformoledelle quistioni. Girando i circoli in modo di far cadere gliattributisu la quistione proposta, doveva derivarne un guazzabuglio di così detta logica meccanica, che Swift senza dubbio aveva di mira nel descrivere la sua famosa macchina per comporre libri. Quante volte infatti vi erano stati ciarlatani che istituivano esperienze per portare al massimo grado della perfezione l'Arte dell'Arti(chè così fu chiamata). Mediante un tal metodo di comporre e di ragionare, Kircher che ha insegnato cento arti diverse di tal natura, ha rinnovellata e perfezionata, egli dicea, la macchina di Lullo; il gesuita Knittel ha composta su lo stesso stampo laStrada reale di tutte le scienze ed arti; sopra un egual sistema Bruno ha inventato l'arte della logica; e Kuhlman fa dubitare se siate desto, o sogniate, quando annunzia la sua macchina che conterrà non solamente l'arte delle cognizioni universali, o il sistema generale di tutte le scienze, ma eziandio quella di saper le lingue, di comentare, criticare, imparare la storia sacra e profana, di conoscere le biografie d'ogni specie, senza comprendervi laBiblioteca delle Biblioteche, ove si contiene l'essenza di quanti libri furono pubblicati. Quando si era arrivato a tanto che uomini reputati dotti millantavano con prosopopea ed in un sufficente latino la possibilità d'acquistare tutte le immaginabili cognizioni coll'aiuto d'uno stromento meccanico, assai somigliante ad un fanciullesco balocco, era tempo che la satira facesse giustizia di tante orride fanfaluche. Non è pertanto la scienza ciò che Swift ha cercato di mettere in ridicolo, ma bensì gli studi chimerici cui talvolta era stato compartito il nome di scienza.

Nella caricatura deiprogettisti, Swift lascia trapelare le idee che lo affezionavano, mentre scriveva, alla fazione dei tory. Quando leggiamo la storia malinconica deglistrulldbrugg(degl'immortali stanchi in formidabil guisa della loro immortalità), siamo condotti all'epoca in cui l'autore concepì quella indifferenza per la morte che a miglior diritto avrebbe sentita negli ultimi anni della sua vita scompagnati dalla ragione.[8]

Alcune severe diatribe contra la natura umana, non hanno potuto essere inspirate se non dall'ira che, come il medesimo Swift lo ha confessato nel comporsi il suo epitafio da sè, rodea da lungo tempo il suo cuore.

Confinato in un paese ove la specie umana era divisa in piccioli tiranni[9]ed oppressi schiavi, idolatra della libertà e dell'indipendenza che vedeva ad ogni istante calpestate, l'energia de' suoi sentimenti, fattasi omai incapace di freno, gli fece prendere in orrore una specie di viventi capaci gli uni di commettere, gli altri di sopportare tante ingiustizie. Non perdiamo di vista la sua salute che declinava ogni giorno, la sua felicità domestica distrutta dalla morte di una compagna da lui amata e dall'affliggente spettacolo del pericolo che minacciava la vita di un'altra donna statagli non meno cara, i giorni di lui appassiti nel loro autunno, la certezza di dover finire i suoi anni in un paese venutogli in avversione per non esser quello ove aveva concepite sì lusinghiere speranze, e dove avea lasciati i migliori fra i suoi amici. Questa totalità di circostanze può fargli perdonare una misantropia generale, che per altro non chiuse mai il cuore di Swift alla beneficenza. Tali considerazioni che non si restringono alla persona dell'autore, sono anche una specie d'apologia alla sua opera, la quale, ad onta del rancore che l'ha suggerita, offre una lezione morale. Certamente Swift non s'è inteso pignere in tutti gli enti fantastici della sua immaginazione l'uomo rischiarato dalla religione o anche dai soli lumi naturali della ragione; ma l'uomo digradato dal torpore volontario delle sue facoltà intellettuali, e dall'essersi fatto schiavo dei propri istinti, l'uomo sfortunato che vediamo nelle classi ultime della società, quando si abbandona all'ignoranza ed ai vizi ch'ella produce. Considerata la cosa sotto un tale aspetto, il ribrezzo inspirato da alcuni quadri debb'essere utile alla morale.

Non per ciò arriveremo ad affermare che la moralità dello scopo giustifichi la nudità del dipinto, nè l'artista, il quale ne ha presentato l'uomo nello stato di digradazione che lo accosta ai bruti. I moralisti dovrebbero imitare i Romani, che sottoponendo a pene pubbliche la generalità dei delitti, punivano con castighi segreti gli oltraggi fatti al pudore.

A malgrado d'inverisimiglianze giudicate tali or dalla ragione, or dalla preoccupazione, iViaggi di Gulliverdestarono un universale interesse; lo meritavano e per la novità e per l'intrinsico loro merito. Luciano, Rabelais, More, Bergerac, Alletz, e parecchi altri scrittori avevano ideato l'artifizio di far raccontare ad alcuni viaggiatori le scoperte da essi fatte in regioni ideali. Ma tutte le utopie immaginate per l'addietro si fondavano su puerili finzioni, o divenivano impalcamento ad un sistema d'impraticabili leggi. Era serbato a Swift il condire la morale della sua opera col sale della facezia, il farne sparire l'assurdo col frizzo della satira, il dare agli avvenimenti i più inverisimili l'aspetto della verità mercè il carattere e lo stile del narratore. Il carattere dell'immaginario viaggiatore Gulliver è esattamente quello di Dampier e d'ogni altro testardo navigatore di quell'età, che fornito di coraggio e di comune discernimento, dopo avere solcati rimoti mari, riportava a Portsmouth o a Plymouth i suoi pregiudizi inglesi, e raccontava gravemente e alla buona quanto avea veduto e quanto gli era stato fatto credere nei paesi percorsi. Un tal carattere è cotanto inglese che difficilmente gli stranieri lo possono valutare. Le osservazioni di Gulliver non sono mai più acute o profonde di quelle d'un capitano di bastimento mercantile o d'un chirurgo dellaCitydi Londra che torni da una lunga corsa marittima.

Robinson Crusoè, che racconta avvenimenti ben più prossimi alla realtà, non è forse superiore a Gulliver per la gravità e semplicità della sua narrazione.

La persona di Gulliver si scorge disegnata con tal verità che un marinaio affermava di aver conosciuto il capitano Gulliver; null'altro esservi di sbagliato fuorchè il luogo del suo domicilio, che era a Wapping, non a Rotherhithe. Una tal lotta tra la facilità naturale e semplicità dello stile e le meraviglie raccontate, è quanto produce uno dei grandi vezzi di questa memorabile satiradelle imperfezioni, delle follie e dei vizi della specie umana; i calcoli esatti, che vengono istituiti nelle due prime parti contribuiscono a dar qualche verisimiglianza alla favola. Suol dirsi che ogni qual volta nella descrizione di un oggetto naturale le proporzioni sono ben conservate, il maraviglioso prodotto dall'impicciolimento o ingrandimento enorme dell'oggetto stesso è meno sensibile allo spettatore. Certo è che in generale la proporzione è un attributo essenziale della verità, e che, quando una volta il lettore ha ammessa l'esistenza degli uomini che il viaggiatore narra di aver veduti, egli è difficile il ravvisare veruna contradizione nel suo racconto; sembra al contrario che i personaggi in cui Gulliver si è scontrato, si comportino precisamente come lo avrebbero dovuto nelle circostanze ove gli ha immaginati l'autore. In ordine a che, il maggior elogio che possa citarsi deiViaggi di Gulliver, è la critica stessa fattagli da un dotto prelato irlandese:È tutt'uno; Swift non m'indurrà mai a credere che tali uomini, tali animali, tali alberi abbiano avuata una esistenza reale. Vi è parimente una grand'arte nel far vedere come Gulliver, per l'influenza degli oggetti dai quali è attorniato arrivando a Lilliput e a Brobdingnag, perda a gradi a gradi le idee che aveva sulle proporzioni di statura, e adotti quelle dei pigmei o dei giganti fra' quali visse.

Per non protrarre di troppo queste considerazioni eccito soltanto il leggitore a notare con quale infinita maestria, per rendere più solleticante la satira, le azioni vengano ripartite fra quelle due razze di esseri immaginari. A Lilliput i rigiri, i brogli politici, che sono la principale faccenda dei cortigiani in Europa, trasportati in una corte di omettini alti sei dita, divengono un oggetto di ridicolo, intantochè la leggerezza delle donne e i pregiudizi delle corti europee, che l'autore presta alle dame di palazzo del regno di Brobdingnag, divengono nauseanti mostruosità presso una nazione di sterminata statura. Con queste arti e mille altre, dalle quali trapela il tocco del grande maestro, e delle quali sentiamo l'effetto senza arrivare a scoprirne la causa se non in forza di una lunga analisi, Swift ha convertito una fola buona per le balie in un romanzo cui niun altro può essere paragonato sia per la maestria della narrazione, sia pel vero spirito della satira che vi domina. Voltaire, che quando uscì questo romanzotrovavasi in Inghilterra, lo esaltò ai suoi compatrioti; raccomandando loro di farlo tradurre. L'abate Desfontaines si prese l'assunto di una tale versione. Le perplessità, le paure, le apologie di questo Desfontaines si leggono nella singolare introduzione che egli premise al suo lavoro; prefazione ben atta a dare un'idea su lo spirito e le opinioni di un letterato francese di quell'età.

L'abate Desfontaines crede accorgersi che quest'opera dà un calcio a tutte le regole; chiede grazia per le stravaganti fole che egli si è ingegnato di vestire alla francese; confessa che a certi tratti deiViaggi di Gulliversi sentiva cader di mano la penna, tanto grandi erano l'orrore e la sorpresa che lo comprendeano al vedere sì audacemente violata dall'autore satirico inglese ogni buona creanza.[10]Paventa non vadano a cadere su la corte di Versaglies alcune frecciate scoccate dalla penna di Swift, si affaccenda con mille circollocuzioni a protestare che la totalità del romanzo è allusiva aitorize aiwigts(chiama così i tory e i wigh) da cui èinfestato il fazioso regno dell'Inghilterra. Conchiude assicurando i suoi leggitori di aver non solamente cangiati molti incidenti onde accomodarli al gusto dei suoi compatrioti; ma di aver omesse le particolarità nautiche ed una quantità diminuzzame tanto detestabile nell'originale.[11]A malgrado di questa ostentazione di gusto prelibato e di dilicatezza, la versione di cui si parla è tollerabile. L'abate Desfontaines fece la sua palinodia per aver tradotta un'opera secondo lui sì difettosa; col pubblicare unaContinuazione dei Viaggi di Gulliver, in uno stile tutto suo e affatto diverso da quello del suo prototipo.[12]

Anche in Inghilterra è stata pubblicata unaContinuazione dei Viaggi di Gulliver, un preteso terzo volume. È questa il piùimpudente accozzamento di pirateria e di falsità ch'uomo si sia mai fatto lecito nel mondo letterario. Mentre vi era chi sosteneva essere stata composta dall'autore del veroGulliverquestaContinuazione, si scoperse che non era nemmeno l'opera del suo imitatore, ma la cattiva copia d'un romanzo francese affatto oscuro, ed intitolato laStoria dei Severambi.

Indipendentemente dalle indicate continuazioni, era impossibile che un'opera di tanto grido non facesse nascere la voglia d'imitarla, di farne la parodia, di pubblicarne la chiave; com'era impossibile che non somministrasse inspirazioni a qualche poeta; che non fruttasse al suo autore ora encomi, ora satire, in somma tutto quanto per solito si connette con un trionfo popolare, non omesso lo schiavo incatenato al carro, le cui grossolane ingiurie ricordano all'autor trionfante ch'egli è sempre uomo.

IViaggi di Gulliverdoveano sempre più aumentare, siccome accadde, il favore di cui godeva il loro autore alla corte del principe di Galles. Ricevè lettere le più cortesi, le più affettuose e sparse anche di amichevoli lepidezze su Gulliver, su gl'Yahoo, su gli abitanti di Lilliput. Nel partirsi dall'Inghilterra, Swift avea chiesto alla principessa e a mistress Howard un picciolo dono, un pegno che attestasse qual differenza entrambe ponevano tra l'autore deiViaggi di Gullivere un ordinario pretazzuolo. Non pretendeva che il regalo della principessa oltrepassasse in valore dieci lire sterline, nè una ghinea quello di mistress Howard. La principessa promise un dono di medaglie che non furono mai spedite. Mistress Howard, più memore della parola data, spedì a Swift un anello; alla lettera che lo accompagnava Swift rispose a nome di Gulliver, ed aggiunse alla sua risposta una picciola corona d'oro che rappresentava il diadema di Lilliput. La principessa accettò un taglio di drappo di seta, di manifattura irlandese, del quale si fece una veste. Nella sua corrispondenza, Swift torna un po' troppo spesso su questo presente; e vi è gran luogo di credere che se il principe fosse salito sul trono, Gulliver, valendoci dell'espressione di lord Peterborough,avrebbe fatto dar del gesso ai suoi scarpini, ed imparato a ballar su la corda per diventar vescovo.

Swift era uomo d'alta statura, robusto e ben fatto. Aveva occhi turchini, carnagione bruna, sopracciglia nere e folte, un naso piuttosto aquilino, lineamenti che esprimevano tutta l'austerità, l'altezza e l'intrepidezza del suo carattere.

In sua giovinezza passava per bellissimo uomo; in vecchiezza, la fisonomia, benchè severa, ne era nobile e dignitosa. Aveva il dono di parlare in pubblico con facilità e calore: il talento delle sue risposte apparve sì atto alle discussioni politiche, che i ministri della regina Anna dovettero più d'una volta esser dolenti perchè non riuscirono a farlo sedere al banco dei vescovi nella Camera dei pari. I governatori inglesi spediti in Irlanda ne temettero l'eloquenza non men della penna.

I suoi modi sociali erano facili ed affabili, nè privi d'una certa tinta d'originalità; ma sapeva sì bene adattarli alle circostanze, che si voleva universalmente averlo di brigata. Anche allorchè gli anni e le malattie ne ebbero alterato la flessibilità dello spirito e l'equanimità del carattere, continuò ad essere accetta e desiderata la sua compagnia. Il suo conversare riusciva interessante non solo per la cognizione che avea del mondo e dei costumi, ma per le facezie non prive di frizzo colle quali condiva le sue osservazioni e le storielle che raccontava. Secondo Orrery, fu questa l'ultima delle prerogative intellettuali che lo abbandonò; s'accôrse per altro da sè il nostro decano che a proporzione dell'indebolirsi della sua memoria ripetea troppo spesso le stesse cose. Del resto il suo far conversevole, le sue risposte pungenti, i suoi frizzi, vennero considerati come impareggiabili; benchè, come accade a tutti quelli che sono soliti a dominare con certo dispotismo la brigata, si scontrasse talvolta in resistenze inaspettate che lo riducevano al silenzio.

Era tenerissimo dei giuochi di parole. Uno dei più felici che sieno forse mai stati fatti fu l'applicazione del verso di Virgilio:


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