CAPO II.
Partenza da Stockholm per Grisselhamn. Condizione di chi fa questo viaggio. Traversata sul ghiaccio del mare ed accidenti occorsi. Vitelli marini. Paesano svedese e suoi ragionamenti. Isole di Aland e loro abitanti.
Partenza da Stockholm per Grisselhamn. Condizione di chi fa questo viaggio. Traversata sul ghiaccio del mare ed accidenti occorsi. Vitelli marini. Paesano svedese e suoi ragionamenti. Isole di Aland e loro abitanti.
Ai 16 di marzo del 1799 il sig.Acerbipartì sulle 7 ore da Stockholm, ben avviluppato egli e i suoi compagni in pellicce di pelli d’orso della Russia, colla testa, le mani e le gambe difese da berretta, da guanti e da stivali foderati di pelli, per difendersi dal freddo, accolti entro a slitte di paesani, la vettura meglio conveniente di ogni altra, e ch’erano sicuri di poter trovare ad ogni posta sino ad Abo. Essi giunsero la sera a Grisselhamn, villaggio distante da Stockholm 69 miglia all’incirca. Nulla di notabile trovarono in questa corsa per un suolo nè montuoso, nè piano totalmente, se non sia una quantità di volpi, le une ferme, le altre tranquillamente moventisi sulla superficie nevosa, senza paura, e senza diffidenza di sorte: solo che, mentre imperterrite guardavano le nostre slitte al momentoche queste passavano o si fermavano, davansi alla fuga. Per fare poi che si arrestassero, bastava trarre un fischio, chè allora volgevansi indietro; e fissavano gli occhi su chi avea fischiato.
Chi viaggia da Stockholm a Grisselhamn, dice il sig.Acerbi, non deve pensare nè a pranzo, nè a merenda, nè a dormire. La ragione è chiara: per tutta questa strada non v’è ombra d’osteria; e i paesani, le cui capanne s’incontrano, sono povera gente, che non ha più che del pane, del latte e de’ salumi: cose, che i viaggiatori non possono apprezzare gran fatto. Il pane è in forma di bracciatelle, fatto di segala e d’orzo, ed insipidissimo: rari poi sono i pomi di terra, non avendo costoro fino al presente imparato il modo pur tanto facile di preservarli dal gelo. La birra e l’acquavite sono per essi oggetti di lusso. Si contentano adunque, oltre quel pane e il latte, di carne salata, o di pesce salato od affumicato.
Grisselhamn è una piccola città di posta, ove tanto d’inverno, quanto di estate i viaggiatori si fermano nel loro cammino da Svezia in Finlandia. In inverno il passo per mare è pericoloso, se la stagione non sia mitissima; ed invece bisogna andare per terra a Tornea. Nulla di notabile è in Grisselhamn; non commercio,non manifatture, non casa ove alloggiare; e la casa sola che sia fatta di mattoni, è quella del maestro di posta, circondata di casupole di legno.
Quando un viaggiatore vuol passare d’inverno in Finlandia, attraversando il golfo sul ghiaccio, i paesani l’obbligano a raddoppiare il numero de’ cavalli, che avea al giungere in Grisselhamn. Noi dovemmo dunque uniformarci all’uso, il quale non è altrimenti un’angheria, ma l’effetto di una precauzione prudente. Questa formidabile traversata sopra una immensa pianura di ghiaccio è di 43 miglia, 30 delle quali si fanno senza toccar terra. Un siffatto viaggio sopra tanto vasto spazio di mare gelato offre per un abitante de’ paesi meridionali un colpo d’occhio straordinario; e confesso che prima di conoscerlo, me n’avea fatto un’idea falsissima. M’aspettava semplicemente di avere a scorrere una pianura senz’altro limite che quello dell’orizzonte, il cui uniforme aspetto m’ispirerebbe una fastidiosa melanconia, e la cui superficie non mi presenterebbe nissun pericolo. Ma come e quanto la mia sorpresa, l’ammirazione, mista d’inquietezza, e dirò pur di terrore, ivano crescendo a mano a mano che ci andavamo allontanando dal luogo, da cui eravamo partiti! Questo mare gelato, dapprimatutto liscio come un cristallo, insensibilmente diventava disuguale, aspro, ondeggiato, in quanto esprimeva i flutti, che ne aveano solcata la superficie. Vedevasi, per dir così, la mano dell’inverno, che toccata l’acqua schiumante, l’avea in un istante fermata, indurita, convertita in ghiaccio; e di ghiaccio fattine i cavalloni, che dianzi la procella alzava furiosamente: in varii siti que’ cavalloni ammucchiati gli uni sopra gli altri, presentavano l’aspetto di enormi rupi, le cui fronti scoscese, come sospese in aria, prendevano la somiglianza di piramidi e di guglie, e minacciavano di cadere al basso, e di coprir tutto sotto le loro ruine. Quindi per quanto l’occhio potesse discernere, non vedevansi che colossi di un cristallo trasparente, spezzati e dispersi, ove coperti di bianchissima neve, ove splendenti per la riflessa luce, ed ove mostrantisi tinti di azzurro: nel complesso loro formando un terribile spettacolo di spavento e di orrore.
Nè poche erano le difficoltà, poche le fatiche che i conduttori e i cavalli andavano incontrando per ritrovare la strada sovente perduta in mezzo ai tanti giri e alle tante diversioni, ch’erano obbligati di fare per iscansare que’ gruppi di ghiaccio, che qua e là sorgevano per attraversarci il cammino. A malgrado poidi tutte le cure della prudenza, e di tutte le precauzioni della paura, ad ogn’istante le nostre slitte rovesciavansi; e servivano or l’una, or l’altra di segnale alla carovana perchè si arrestasse. Ma una circostanza impossibile a prevedersi venne ad accrescere i nostri pericoli. La vista delle nostre lunghe pellicce fatte di lupo o d’orso di Russia, e l’odore che n’esalava, spaventarono qualcuno de’ cavalli a tanto, che li trasse a furore. Accadde ciò singolarmente quando rovesciata la slitta, occorrendo di uscirne per drizzarla, venivamo ad avvicinarci a’ cavalli, i quali per cagione di quelle pellicce confondendoci cogli animali, da cui erano tratte, dibattevansi tra le stanghe e le redini, mordevano il freno, cercavano in ogni maniera di fuggire con immenso spavento de’ viaggiatori e de’ conduttori. In quel frangente il paesano per paura di perdere il suo cavallo in mezzo a tanto deserto, s’incatenava, dirò così, alla briglia; e piuttosto che separarsi dal cavallo, lasciavasi a costo della vita strascinare per que’ rottami di ghiaccio, le cui punte sovente gli aprivano larghe ferite sulle membra; e durava in quella funestissima condizione, fin tanto che stanco il cavallo pe’ suoi inutili sforzi, e scoraggiato dai crescentiostacoli, si fermasse. Allora noi rientravamo nelle slitte, mentre il conduttore istruito dalla esperienza prendeva in fine la precauzione di bendare gli occhi al cavallo. Uno però di questi animali, il più selvatico e focoso della carovana, spaventato scappò; e ci toccò vedere il povero suo conduttore, che dopo essersi lasciato strascinare attraverso de’ ghiacci per lunga corsa, non potendo più resistere ai dolori che lo laceravano, ne abbandonò la briglia. Fatto allora libero quel cavallo raddoppiò la rapidità della corsa; imperciocchè il rumore, che per rimbalzi fra que’ ghiacci faceva la slitta, che seco traeva, accrescendo il suo spavento, pareva che gli prestasse vere ali alla fuga. Noi lo seguimmo lungo tempo cogli occhi, a misura che andava internandosi nell’orizzonte; e lo vedevamo di tratto in tratto sulle sommità de’ flutti gelati come una macchia nera, la quale insensibilmente s’impiccioliva, finchè in ultimo disparve affatto. Allora poi conoscemmo come la prudenza voleva che si avesse qualche cavallo di più per siffatte occorrenze; e conoscemmo nel tempo stesso ne’ pericoli di quella traversata quanto una tale precauzione fosse stata negletta. Il padrone di quel cavallo montò sopra una slitta di riserva, sperando di ritrovarlo correndo sulle traccie diesso; e noi continuammo il nostro viaggio verso le isole di Aland, prendendo, per quanto ci era possibile, il mezzo de’ passi più spianati, non però senza esserci rovesciati di nuovo, e senza essere ancora in pericolo di perdere l’uno o l’altro de’ nostri cavalli: cosa che ci avrebbe messi in un estremo imbarazzo.
Difficilmente può figurarsi la tristezza che infonde la solitudine di quell’immenso campo di ghiaccio. In sì vasto spazio niun essere vivente si presentò a’ nostri sguardi; non uomo, non quadrupede, non volatile: ivi la natura era morta. Che abbandono! che isolamento! che silenzio! Qualche volta venti in contrasto tra loro cozzando impetuosi su quelle rupi gelate, mettevano un fischio profondo, che propagavasi nello spazio, e vi si estingueva: qualche volta l’aria condensata in quelle masse gelate si apriva violenta una strada, e le spezzava con orribil rimbombo, che in un momento rompeva il cupo silenzio spaventosamente, e in un momento quel silenzio repristinavasi, e diventava più terribile. A tante cagioni di malinconia che opprimeva l’anima, a tanti pericoli che ad ogni passo moltiplicavansi, bisogna aggiungere l’incontro frequente di profonde crepature, che presentano all’occhio l’abisso delle acque coperte di ghiacci. Desolanteè l’apparizione di quelle crepature, massimamente perchè non aspettate; e talune obbligano a fare un ponte di tavole per valicarle.
Noi abbiam detto che in queste orribili solitudini tutta la natura presentasi come morta. Ciò non è esatto. V’hanno creature viventi, che ne amano il soggiorno; e queste sono lefoche, o direm meglio, i vitelli marini. Nelle caverne de’ ghiacci depongono i frutti de’ loro amori; ed insegnano a’ loro piccoli a sopportare i rigori della più cruda stagione. Le madri ve li depongono nudi affatto, come sono nati; e i padri hanno cura di assicurarsi di qualche apertura, per la quale possano avere pronta comunicazione coll’acqua. Al comparire di un cacciatore corrono a salvare sè stessi, le loro femmine, la loro prole per quella via. Fuori di quel pericolo, per quell’apertura vanno a procacciar cibo per sè e per la famiglia; e questo cibo è pesce. La maniera con cui i maschi fanno quell’apertura, è singolare. Nè denti, nè zampe v’hanno parte: servonsi del solo loro alito caldo, che dirigono diligentemente e con intensa perseveranza sul medesimo punto, onde scioglierne il ghiaccio. I paesani delle isole vicine sono i più fieri nemici di queste bestie; perciocchè quando essi ne scuoprono qualcheduna, si mettono in imboscata aqualche distanza, appiattati dietro ad un masso di ghiaccio; e muniti di fucile e di bastone ivi aspettano lafocaveduta discendere nell’acqua, sapendo che deve ritornare di sopra per respirare. È allora che le tirano addosso, e l’ammazzano. E come qualche volta avviene che l’acqua del buco si geli subito che l’animale ne sia uscito, allora vi corrono sopra co’ bastoni, non dandogli tempo di aprirsi l’adito all’acqua impiegando il suo alito. In questo assalto sì pericoloso per lui, l’animale impiega tutto il coraggio, che la natura gli ha dato: morde co’ denti i bastoni degli aggressori, e talvolta ne attacca le persone medesime. Ma il cacciatore si ride della resistenza oppostagli; molto più che lafocaè troppo lenta ne’ suoi movimenti; e la costituzione delle sue membra la rende poco atta ad operare sopra una superficie solida.
Dopo tante fatiche, ed alcune meno importanti avventure, noi facemmo riposare i nostri cavalli a metà del cammino; e finalmente abbordammo alla piccola isola detta Signilskar. Essa è nuda interamente, e non abitata che da qualche paesano e da un offiziale del telegrafo ivi posto per corrispondere con quello di Grisselhamn, il primo che fosse stabilito nella Svezia. Questa isoletta è una delle molte,che sparpagliate in quella parte del golfo prendono collettivamente la denominazione di Aland. Signilskar è distante in linea retta da Grisselhamn 35 miglia all’incirca. Ma il giro che noi avevamo dovuto prendere nel nostro viaggio ce ne avea fatto impiegare forse dieci di più.
Eravamo per partire da Signilskar, quando vedemmo di ritorno il cavallo che era fuggito. Quell’animale faceva pietà per lo stato miserabile in cui dopo tanto strappazzo si trovava. Ma era fiero ancora come prima, e come prima intollerante della vista e dell’odore delle nostre pellicce. Dovemmo cercare di stargli lontani, onde non s’inquietasse di nuovo.
Attraversando le isole di Aland si trovano case, ove prendere nuovi cavalli; e si viaggia parte sul ghiaccio del mare, e parte sulla neve che cuopre il terreno. Tra le due poste di Heralsby e di Skorpas trovasi posta sopra una rupe la famosa fortezza di Castelholmen, tutta cinta dall’acqua fuorchè ove una lingua di terra l’attacca all’isola. Questa fortezza occupa parecchie pagine della storia di Svezia.
Tra le isole di Vergata e di Kumlinge noi avemmo per guida un paesano di circa 55 anni, il quale ci sorprese tanto per la decenza e giocondità del suo conversare, quanto pel buonsenso delle sue osservazioni. Egli, ben diverso da’ suoi compatrioti, costantemente taciturni ed incapaci di dare il minimo indizio di curiosità ai viaggiatori, con una civiltà rara per un uomo di sua condizione e di que’ climi, ci andava facendo molte domande sul nostro paese, sulla situazione di esso, sulla natura del governo, sul clima, sulle produzioni naturali e sopra altre interessanti materie. Il piacere da noi provato in udirlo uguagliava la sorpresa di tanta sua intelligenza. Ed avendo egli udito che noi eravamo d’Italia, mostrò qualche stupore, aggiungendo nello stesso tempo qualmente egli sapeva che l’Italia allora era involta in gran guerra; e che un guerriero che metteva spavento dappertutto, la scorreva vittorioso. Ognuno comprende di chi egli parlasse. Noi gli domandammo quante miglia credess’egli che l’Italia fosse lontana da Aland; ed egli confessò di non potercelo dire; ma credeva che l’Italia fosse assai più lontana che la Danimarca. E quando gli dicemmo che l’Italia era di là dalla Danimarca trecento buone leghe svedesi, ci guardò con grande sorpresa; e dopo un breve silenzio replicò che non concepiva che motivi ci conducessero a venire nel suo paese, e a spendere tanti risdalleri in poste. I suoi discorsi particolarmente battevanosul clero, ch’egli si compiaceva di mettere in ridicolo con quella vena di buon umore che è il sintomo ordinario di un buon criterio. Egli era grande ammiratore diGustavo III, con cui ci diceva aver discorso; e non v’è dubbio che non lo divertisse. Nè mai perdendo di vista il suo argomento favorito, cioè di satirizzare sul clero, vi ritornava sopra costantemente terminato che avesse alcuna digressione, che noi avevamo la compiacenza di ascoltare.Gustavo III, diceva egli, era un grand’uomo, un gran re; e nondimeno egli non pretendeva la metà del rispetto e della venerazione, che da noi richiede il nostro clero. Questo clero predica la umiltà; ma intanto egli spinge l’orgoglio al di là di quanto possa mai credersi. I nostri parrochi godono di buone prebende; vivonsi in una beata tranquillità; e per non avere disturbi prendono a giornata de’ preti poveri, che facciano per loro le domeniche quello che dovrebbero fare eglino medesimi. In quanto a loro non fanno altra cosa che starsi quietamente sdrajati sulle loro careghe, e ricevere gli omaggi de’ paesani che passano vicini ad essi. E sappiate bene che codesta oziosità loro non dee imputarsi a poca capacità e dottrina; perciocchè se sorga qualche quistione sul pagamento delle decime, imposta ch’essimettono sul prodotto de’ nostri sudori, si fanno presto conoscere pei più dotti e più sensati uomini del mondo. Nè sono eglino soltanto buoni aritmetici; ma sanno di più sulle dita tutte le leggi, tutti gli editti, e tutti gli statuti del regno.
Io ripeto qui parola per parola il discorso di codesto paesano per dare una idea del modo di pensare sopra una materia che interessa, come per tutto altrove, il popolo di queste contrade. Ma quello che ci rendeva più sorprendente la intelligenza di codest’uomo, egli è che non avea avuta alcuna educazione, nè letto alcun libro, di modo che quanto diceva, tutto era parto della sola sua testa. Il nostro filosofo della natura mesceva ne’ suoi discorsi qualche osservazione meteorologica. Così, p. e., prediceva una estate assai tarda dietro alcune macchie da lui osservate sulla da noi detta Via Lattea. Ci riferì pur anco alcuni aneddoti della guerra di Finlandia fatta daGustavo III; e ci disse che la battaglia di Hogland sarebbe stata più decisiva in favore degli Svedesi, se tutti gli ordini fossero stati eseguiti convenientemente; ma che il principeFedericonon potè mandare la flottiglia in soccorso della squadra, che mancava di munizioni. La quale circostanza veramente è una delle più notabiliin tutta la storia di quella guerra, confermatami da persone, ch’erano al fatto di ben sapere le cose, e sulle quali non può cadere sospetto di nissuna specie.
Le isole di Aland non sono meno di 80, e per la più parte piccole e deserte. Sono situate tra il golfo di Botnia e quello di Finlandia, e si stendono dal 59.º grado e 47 minuti di latitudine, fino al 60 e mezzo: la loro longitudine è dal 56.º grado e 57 minuti, al grado 39.º e minuti 47. Aland, che dà il nome a tutte, ha 20 miglia di lunghezza, e ne ha di larghezza 16. Il mare che circonda l’isola di Aland, gela rare volte; e gelava in addietro meno frequentemente che oggidì. Credesi da alcuni, che i forti agghiacciamenti, pe’ quali si può transitare a piedi e nelle slitte, succedano ogni dieci anni. In generale gli abitanti di queste isole vivono lungamente: coltivano frumento, segala, orzo, avena; fanno la pesca delle aringhe; e si alimentano di pane di frumento e di segala, di pesce fresco, o salato, di latte, di burro, di formaggio e di carne: usano molto la carne del vitello marino; ed è per essi un piatto squisitissimo quello che chiamanoskarkroppe, fatto di fette di carne concie con farina e con lardo. È loro particolar costume il maritarsi verso la metàdella estate, con che pretendono di provare che non hanno bisogno di aspettare la raccolta delle messi per porsi in istato di mantenere la loro famiglia. Il vestito degli uomini consiste in un corto soprabito, il quale alla domenica per lo più è di panno turchino. I giovani portano calzette di cotone, ed alcuni di loro hanno un orologio: le donne hanno una gonella ed un grembiale di cambellotto, di cotone o di tela dipinta, e qualche volta di seta: di seta nera in generale è il loro abito da lutto e di cambellotto la gonnella. In testa portano de’ berretti; e si coprono il seno con parecchi fazzoletti di seta: stando poi in casa usano panni fabbricati nel paese; e ne hanno di varie sorti. Le maritate s’empiono le dita di anelli, essendo questa la loro più evidente passione. Ma in Aland si veggono meno cucchiai e nappi di argento che presso i contadini di Finlandia. Le abitazioni di quest’isolani sono comunemente di legname, coperte di scorza di betulla; e nell’interno ben illuminate e pulite. La mancanza d’acqua corrente fa che usino molini a vento.
In quanto al carattere degli Alandesi è giusto dire che sono ingegnosi, vivaci ed obbliganti: che sul mare spiegano molta destrezza ad ogni uopo, e coraggio: costumati poi e buonia segno, che si è osservato qualmente dal 1749 fino al 1793 sette sole persone furono convinte di delitto capitale; e non vi seguirono che sette omicidii. Questo popolo non è per nulla inclinato alla superstizione; ma viene accusato d’essere litigioso; il che non so su qual fondamento.
Queste isole non hanno nè orsi, nè scojattoli; e l’alce, che in addietro era comune, vi è scomparso affatto. Bensì vi sono lupi che vi provengono dalla Finlandia attraversando il mare quando è gelato. Noi non ne abbiamo incontrati, ma ne abbiamo vedute le traccia nelle foreste. Vi sono parimente volpi, martori, armellini, lepri, talpe, sorci di varie specie: rare sono le lontre; e frequenti sulle coste i vitelli marini. Di uccelli si contano più di cento specie, e molte specie di pesci. I naturalisti possono avere largo campo di esercitarsi sugl’insetti proprii di queste isole; e i botanici sulle piante. Ma pochi minerali trovansi nelle montagne d’Aland, le quali sono principalmente formate di una specie di granito rosso. Gli Alandesi curano poco le api, ed hanno torto.