CAPO IV.

CAPO IV.

Foresta famosa in Finlandia. Indole dei lupi che vi abitano. Incendii ed uragani che la devastano. Cammino pericoloso, e mal passo sul ghiaccio. Altro ghiaccio più spaventoso. Wasa: descrizione di questa città.

Foresta famosa in Finlandia. Indole dei lupi che vi abitano. Incendii ed uragani che la devastano. Cammino pericoloso, e mal passo sul ghiaccio. Altro ghiaccio più spaventoso. Wasa: descrizione di questa città.

Abbandonando Yervenkil entrammo in una foresta famosa in Finlandia, tanto per l’altezza delle piante, quanto per la sua profondità, dicendosi che va oltre le 80 miglia inglesi. I lupi sono i soli animali, che ivi possano temersi: non assaltano mai l’uomo; ma non risparmierebbero mai il suo cavallo senza la presenza di lui; e quando sono veramente affamati si uniscono in truppe, e danno addosso furenti a quelli che strascinano le slitte. Guai se allora la slitta si rovescia! Scappato il cavallo, e rimasto l’uomo abbandonato sulla terra, essi precipitansi sopra di lui, e sel divorano. Noi non ne vedemmo alcuno.

Queste foreste sono scure a cagione dei fitti rami che s’intrecciano insieme sulle cime di quelle piante gigantesche; e la temperatura n’èassai dolce. Ma tutto colà è muto; se non che tanto silenzio vien rotto dallo scoppio, che il gelo cagiona nel corpo de’ grossi fusti. E non è questo l’aspetto unico che presentano. Noi vedemmo gl’immensi guasti di uragani terribili, e d’incendii spaventosi. Montagne, valli, spazii di più miglia coperti di boschi, sono frequentemente esterminati dalle fiamme. Onde quest’incendii? La poca cura de’ paesani, che non abbandonano mai la pipa transitando per queste foreste; e una scintilla che cada sopra foglie secche, ajutata da leggiero venticello, può esserne una cagione. Oltre ciò i paesani soventi volte accendono de’ fuochi o per riscaldarsi, o per cuocere le loro vivande; e trascurano poi di estinguerli partendone. La seconda cagione è riposta nelle leggi del paese. In parecchi distretti i paesani traggono i legnami dalle foreste reali pagando una certa tassa: in altri hanno la facoltà di tagliarne; ma sono multati, se oltrepassano i limiti. Più: quando una foresta della Corona s’incendia i paesani hanno il diritto di abbattere, e di portar via gli alberi attaccati dal fuoco. Avviene adunque che se i paesani mancano di legname, o se la quantità loro assegnata non basta ai loro bisogni, l’interesse loro li spinge a metter fuoco ai boschi della loro vicinanza, essendo allora liberi adappropriarsi quanti alberi mai vogliono. Io vidi in questa foresta un esempio dei terribili guasti di uno di questi incendii. Le fiamme aveano divorato il bosco per una estensione di sei in sette miglia. Non può vedersi spettacolo più tristo. Non solo si tratta che presentinsi allo sguardo tronchi e rimasugli d’alberi confusamente giacenti sul suolo, e interamente ridotti in carboni; ma ve n’ha molti altri ancora ritti in piedi, che le fiamme hanno spogliati dei loro rami, e della loro scorza dalla cima fino alle radici. Alcuni sono stesi tutti interi sulle brage estinte: altri semplicemente inclinati appoggiano i loro neri scheletri ai vicini, morti anch’essi, ma senza essersi smossi dalla prima loro positura. In mezzo poi a tanta ruina se ne osservano de’ giovani pieni di sanità, di succhio, e di forza, i quali sembrano nudrirsi delle ceneri de’ loro padri, e vanno crescendo per rimpiazzare la generazione scomparsa. Ma eguale terribil guasto fanno anche gli uragani.

È impossibile concepire come i venti possano penetrare attraverso della fitta volta, che ad essi codesti boschi oppongono. Si sarebbe tentati a credere che questi uragani fossero tante di quelle formidabili trombe descritte da altri Viaggiatori, e che trionfano di ogni resistenza. Alberi di un volume enorme sono strappatidalla terra, e mostrano nude le loro profonde radici: pini che tre uomini non potrebbero abbracciare, e i cui tronchi impunemente sfiderebbero le più furiose tempeste dell’Oceano, ivi sono piegati come un debole giunco; ed abbassano nella polvere la superba loro fronte. I colossi in apparenza più indomabili sono precisamente quelli, che i venti maltrattano con maggior violenza.

In estate si batte una strada praticata in mezzo della foresta; ma in inverno i paesani vanno più a dirittura che possono, attraversando fiumi e laghi sulle loro slitte. Ed usano poi, perchè nissuno si smarrisca in codeste profonde e tenebrose foreste, ove pei primi trovino una buona strada, marcarne tutti gli alberi con un colpo di accetta, come fanno i selvaggi di America. Codeste strade però sono cattive perchè sassose ed aspre: e le scosse che le slitte soffrivano, ci defatigavano non mediocremente; e dovevamo andar lenti. Fummo sollevati da questo flagello incontrandoci in un lago, che i nostri cavalli attraversarono colla rapidità di un uccello. Non senza pericolo però: perciocchè da ogni parte il ghiaccio scoppiava; e noi tremavamo all’aspetto delle crepature, che ad ogn’istante il peso delle slitte faceva divergere in raggi all’intorno di noi. Noi non ci saremmoesposti a tante angustie, se andando per terra non avessimo sofferto mille volte di più.

Fu spezialmente tra Tuokola e Gumsila, che trovammo la strada sul fiume estremamente spaventosa; e saremmo periti senza dubbio senza il soccorso di due paesani, che ci servirono di guida spontaneamente, indicandoci i luoghi ove il ghiaccio era ancora forte per sostenerci. Tra que’ due villaggi il fiume è di una singolare rapidità; e la forza della corrente in alcuni siti rendea il ghiaccio di una tessitura più tenera. Bisognava per esser sicuri conoscer bene la direzione della corrente; e le nostre guide precedendoci nella loro slitta c’incoraggiavano. Giungemmo ad un sito ove noi credemmo somma imprudenza il tentare il passaggio: ma o ritornare per sei, o sette miglia indietro, e rimetterci su quella diabolica strada che non avevamo potuto proseguire, o andare avanti qui; e trattavasi di far saltare una barriera ai nostri cavalli, e di tirare la slitta sopra un mucchio di pietre finchè potessimo riguadagnare il ghiaccio di quel fiume. Preferimmo questo partito: i cavalli attraversarono la barriera: noi ci ajutammo ad alzare la slitta, e a portarla dall’altra parte; ed in appresso ci rimettemmo sul ghiaccio presso un mulino. Ma qual desolante sorpresa! Ci si presentò un pericolo cento voltemaggiore: il ghiaccio non era più attaccato alle sponde del fiume; e bisognava abbandonarci alla crosta rimasta in mezzo dello stesso, e sotto la quale sentivamo la corrente gorgogliare con fracasso. Le nostre guide si esposero le prime al pericolo; e superato che l’ebbero, ci dissero che l’avremmo con un poco di coraggio superato anche noi; e che quando avessimo passato il mal luogo, nulla più era a temere. Dicevano bene; ma il terrore non ci abbandonava. Ci risolvemmo di arrampicarci colle ginocchia sopra un monticello di ghiaccio, il quale pareva a noi che ne impedisse il cammino; e ci lasciammo scivolare dall’altra parte per giungere alla nostra slitta, che ci aspettava colà. Le nostre guide risero della nostra paura, e del partito che prendemmo; e riusciti in bene ridemmo di noi medesimi anche noi. Que’ buoni Finlandesi dissero che non avevamo più bisogno di loro, e congedaronsi: noi volevamo gratificarli con qualche moneta; e parvero stupefatti della esibizione.

Fin qui avevamo veduto il ghiaccio coperto di uno strato di neve piuttosto sporca, che ne nascondeva la trasparenza; e ci faceva quasi dimenticare che camminassimo sul liquido elemento. Che nuova paura quando dovemmo attraversare un fiume, il cui ghiaccio era talmente diafano, che vedevamo non solo la correntee profondità dell’acqua, ma fin anco i più piccoli pesci che vi guizzavano dentro? Nel primo momento, nuovo essendo per noi il fenomeno, ci credemmo perduti: vedevamo l’abisso che stava per ingojarci; e il cavallo medesimo atterrito anch’esso si fermò; e non voleva più muoversi. Se non che l’impulsione ricevuta nella sua corsa lo spinse avanti, e sdrucciolando sulle sue quattro gambe scorse lo spazio di ventiquattro in trenta piedi. La cosa non era per noi la più dilettevole. D’onde veniva mai questa singolare diafaneità? Dall’azione de’ raggi solari e del vento. Così almeno ho creduto io. Il vento avea spazzata la neve, e nettata la superficie del ghiaccio: il sole alla fine di marzo e al principio di aprile, avendo acquistata forza, avea fusa ed appianata la superficie, che da prima era alquanto scabra. Questa superficie fusa durante il giorno, tornando a congelarsi la notte formava allora uno specchio liscio perfettamente; ed era sì diafana, che se non avessimo vedute le crepature perpendicolari, che ci facevano vedere la spessezza del ghiaccio, non avremmo potuto distinguerlo dall’acqua che vi correva sotto. Non posso dire il terrore sofferto in quella circostanza; noi cercammo di liberarcene chiudendo gli occhi. Quando però il fiume non avea chela profondità di pochi piedi, godemmo del piacere di considerare i ciottoli, di cui era coperto il suo letto, e di spaventare i pesci che ci stavano sotto i piedi.

Prima di arrivare a Wasa avemmo qualche altro incomodo; e fummo obbligati a fermarci ad un piccol luogo detto Sillampe, che serve di posta. Ivi facemmo buona stazione.

Wasa è la prima città che trovasi entrando nella Ostro-Botnia. Le case sono tutte di legno, e la più parte di un piano solo. Essa è situata al 64.º grado di latitudine, e lontana da Stockholm 1144 miglia.Gustavo IIIle diede un consiglio supremo di giustizia pel Nord della Finlandia; e costruì per residenza di questo consiglio un superbo edifizio di 210 piedi lungo, largo di 71, ed alto di 99: ha due piani, una facciata magnifica; ed è posto sul pendío di una collina presso la città; ed è un edifizio in pietra. Quel Re molte altre cose avea fatte per la prosperità e l’accrescimento di Wasa. Essa si estende attualmente per la lunghezza di 4,800 piedi, e di 3,000 in larghezza, con 17 strade tutte larghe e dritte. Ha bei viali d’alberi, una scuola, una chiesa, una farmacia, un orto botanico, una fabbrica di panni, una di tabacco, una d’olio di vitelli marini, tre di corami, due di tinture, e due per fonderela pece. Ottimo è il nuovo porto sostituito all’antico; ed è considerabile il suo commercio co’ forestieri, esportando catrame, pece, tavole, e travicelli, e segala, e burro, e carne bovina, e sevo, e pelli, ed olio di pesce, ecc. Nelle sue vicinanze ha due sorgenti di acque minerali; ed ha infine una comoda strada aperta nel 1775 attraverso di varie parrocchie, la quale porta al Savolax[1].


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