E’popolatissimo quel Paese, contenendo cencinquanta Città, sì grandi che piccole, e un numero prodigioso di Villaggj. Per formar a chi legge una qualche idea di quelle Città, mi contenterò di fargli la descrizione della Capitale. Ella è traversata pel mezzo da una Riviera che la divide in due parti eguali. Vi si annoverano più di ottanta mila Case, e a un di presso secento mila Abitatori. Per treGovglungs(che presso poco sono cinquanta quattro migliaInglesi) stendesi la sua lunghezza; ed è larga dueGonglungsemezzo; come io stesso in una Carta delineata per ordine espresso del Re, e che a tal effetto fu spiegata in terra, ne ho tolte le misure.
Il Palagio del Re non è già un Edifizio regolare; bensì molte fabbriche unite insieme, il cui circuito gira sette miglia, o circa. Dugento quaranta piedi di altezza, e lunghe e larghe a proporzione, sono le principali Stanze.Glumdalclitch, ed io, avevamo un Cocchio, entro il quale allo spesso la Governatrice di lei la prendeva per veder la Città, o le botteghe; ed io era sempre della compagnia accomodato nel mio cassettino; tutto che la buona ragazza mi togliesse fuori quante fiate io il desiderava; e mi tenesse in sua mano, perchè scorgere potessi le Case, ed il Popolo, quando per le strade noi passavamo.
Oltra il cassettino grande, in cui d’ordinario era io portato, la Regina lavorar ne fece per me un altro più picciolo, di circa dodici piedi in quadro, e di altezza di dieci, per viaggiare con maggior comodità: e questo, perchè il primo non potea ben addatarsi al grembiule diGlumdalclitch, e serviva di troppo imbarazzo nel Cocchio. Questa nuova moda di Gabinetto da viaggio, era un quadrato perfetto; tre lati di cui aveano, cadauno, una finestra nel mezzo, e ciascuna finestra una rete di fil ferro, per riparo di qualunque accidente ne’lunghi cammini. Nel quarto lato non aveavi finestra veruna; bensì due poderosi ritegni, onde il Cocchiere attaccava la mia piccola camera con un cinturone di cuojo a traverso del corpo di lui, quando mi prendeva la voglia d’uscirmene all’aria. Incombenza tale era appoggiata a qualche saggio e posato servidore; fosse che io accompagnassi il Re, e la Regina, ne’loro viaggj; o che visita facessi a qualche Ministro di Stato, o a qualche Dama della Corte, quando accadeva cheGlumdalclitchindisposta si trovasse: essendo che guari non istetti ad essere conosciuto, e rispettato dagli Uffiziali della Corona; non tanto, secondo il mio credere, pel merito mio, quanto per la confidenza che mi testimoniava Sua Maestà. In viaggio, quand’io mi sentiva faticato dalla Carrozza, un servidore a Cavallo legava il mio cassettino con una fibbia, e collocava la innanzi a se sopra un guanciale; e allora poteva io vedere il paese da tre parti per le mie finestre. Io aveva in quello studiolo un letto da campagna, e un picciolo materasso appeso alla fronte, due sedie, e un tavolino, raccomandati con madrevitti al soffitto, perchè il muovimento del cavallo, o del cocchio, non gli rovesciasse. Tutto che violentissimi que’generi di muovimenti, men disagiavano me che chiunque altro, il quale non fosse stato avvezzo, come io l’era, agli agitamenti del mare.
Ogni volta che mi prendeva l’umore di veder la Città, sempre ciò seguiva nel mio Gabinetto da viaggio, cheGlumdalclitchentro una sedia portatile teneva nel suo grembiule. Da qua tr’uomini era portata questa sedia, e scortata da due altri con la livrea della Regina. Il Popolo che frequentemente avea inteso a parlar di me, affolavasi d’intorno alla mia lettiga; e la mia balietta molto spesso si compiaceva di ordinar a’portatori di arrestarsi, mi pigliava in sua mano, perchè più distintamente ognuno mi ravisasse.
Io moriva di voglia di ammirare un famoso Tempio situato nella Capitale; e in ispezieltà la Torre, la quale passava per la più eminente del Regno. Mi vi condusse un giornoGlumdalclitch,ma cosa vera posso asserire, che molto restai deluso nella mia espettazione; mercè che l’altezza non trascendeva i tre mila piedi; il che, ben riflettutasi la differenza che vi ha fra il taglio di quel Popolo, e quel o degliEuropei, non è poi un grande argomento di stupore; anzi, se non m’inganno, in fatto di proporzione col campanile diSalisbury, è quella molto inferiore. Ma, per non inferire torto veruno a una Nazione, a cui per tutta la mia vita professerò grand’obblighi, confessar si dee, che ciò che in altezza manca a quella famosa Torre, sofficientemente è risarcito dalla bellezza, e dalla fortezza di lei. Presso che cento piedi sono grosse le sue muraglie, e son costrutte di pietre dure; essendo ogni pietra di quaranta piedi in quadro, e tutte da tutti i lati adorne di simulacri degli Dei, e degl’Imperadori. Misurai un dito auriculare che era caduto da una di quelle statue, e il trovai appuntino di quattro piedi e un police di lunghezza. InviluppolloGlumdalclitchin un fazzoletto, e lo portò in casa per unirlo ad altre bagattelluzze ond’ella diveniva pazza, come è solito delle fanciulle di sua età.
E’forza convenire che la Cucina del Re è un magnifico Edifizio, eretto in forma di volta, ed alto quasi che secento piedi. Il forno maggiore non è però sì largo come la cupola della Chiesa di S. Paolo; avendo io a bella posta, dopo il mio ritorno, prese le misure di questa. Che se entrar volessi in una specifica relazione delle suppellettili di cucina, de’pignati, de’caldaj, de’pezzi di carne che giravano agli spiedi, e d’altre cose di simil genere, si stentarebbe a credermi; per lo meno, una critica alquanto rigida taccerebbemi di esagerazione; che è solita della maggior parte de’Viaggiatori. Con tutto ciò, ben lungi dal meritarmi questa spezie di censura, temo di aver urtato nell’altro eccesso: e che se mai questo viaggio è traddoto nella lingua diBrobdingnag,(chè è il nome generale di quel Regno) e trasferito nel Paese, il Re ed il Popolo non si lagnino che io ingiuriati gli abbia, impicciolendogli in grazia della verisimilitudine. Di rado sua Maestà, nelle sue stalle ha un maggior numero di secento Cavalli; i quali, generalmente parlando, an cinquanta e quattro, e sessanta piedi di altezza. Ma, quando ella esce in certi giorni solenni, e scortata da cinquecento cavalli, che certamente era il più magnifico spettacolo onde io essere stato possa testimonio di vista; avendo ancora veduta una parte delle sue milizie schierate in battaglia, come nel progresso avrò l’opportunità di narrare.
Differenti Avventure ch’ebbe l’Autore. Sentenza d’un criminoso eseguita. L’Autore dà saggio della propia abilita nell’Arte Nautica.
IN un modo aggradevolissimo passato avrei il mio tempo in quella Regione, se la mia picciolezza non mi avesse esposto a parecchie Avventure per me pericolosissime, tutto che assai ridicole in se medesime. Ne farò il racconto di alcune. Ricreavasi soventeGlumdalclitchne’Giardini della Corte portandomi nel mio più picciolo cassettino, donde ella talvolta mi traeva per mettermi a terra. Mi rammento che il Nano della Regina ci seguì un giorno in que’Giardini; e che avendomi la mia balia messo a terra, come trovavami solo con esso lui accosto di alcuni alberi nani, (eran questi de’pomieri,) non potei trattenermi dal praticargli qualche malizioso motteggio sul rapporto che aveavi fra quegli alberi e lui, chiamandosi eglino, a caso, in loro lingua, nel modo stesso che nella nostra. Per tutta risposta, colse il bricconcello la congiuntura che io mi stessi sott’una di quelle piante; e allora si mise egli a scuoterla sì forte, che una dozzina di mele cadde d’intorno a me: ma fra tutte, una ve ne fu, che piombando sulla mia schiena in tempo che io mi abbassava, fece che in sul terreno io dessi ben bene del naso: nè occorre farsene le maraviglie; poichè que’pomi anno co’nostri la proporzione medesima, che gli Abitanti del Paese anno con noi. Ecco tutto il male ch’ebbi; ed io stesso implorai a favore del Nano, perchè gastigato ei non fosse a motivo di un tale scherzo, da me medesimo, per altro, promosso.
Un altro giornoGlumdalclitchlasciommi sopra una motta di prato assai liscia, tempo che ella se ne stava spasseggiando in qualche distanza con la sua Governatrice; ed ecco nello stesso instante una grandine sì gagliarda, che ne fui improvvisamente gettato a terra. In tale costituzione, operava essa grandine le più dolorose contusioni per tutto il mio corpo; nulladimeno procurando di mettermi al coperto, mi ricovrai in quattro zampe sotto una spalliera di Cedri, ma così ammaccato da’piedi perfino alla testa, che vi volle più di dieci giorni innanzi che senza dolore potessi muovermi. Che se vi ha qualche incredulo di questo fatto, spero che sia per prestarvi fede, quando gli avrò detto che in quel paese i grani della tempesta son mille, e ottocento volte più grossi di que, che cadono inEuropa: cosa più che certa, poichè io medesimo gli ho pesati, e misurati.
Ma nel Giardino stesso mi accadde un accidente, di gran lunga più pericoloso, un giorno che la piccola mia Nutrice, supponendo di avermi adagiato in un luogo ove io nulla dovessi temere, del che assai spesso ne la pregava; affine di darmi in preda con libertà a’miei pensieri; ed avendo collocato il mio cassettino a terra per non aver l’incomodo di portarlo, erasi renduta in un altro sito del Giardino con la sua Governatrice, ed altre Dame di sua conoscenza. In tempo di sua lontananza, un picciolo braccio, che apparteneva a un de’principali Giardinieri, entrato a fortuna nel Giardino, venne alla mia volta. Mi fiutò appena, che corse sopra di me, mi prese in bocca, mi portò al suo padrone, e mi pose bellamente a terra. Per la più grande delle buone fortune, e gli era stato sì bene instruito, che in portandomi fra i suoi denti, non mi cagionò verun male, e neppure daneggiò i miei vestiti. Ma il povero Giardiniero che ben mi conosceva, e che mi amava assaissimo, non se la passò senza una furiosa paura. Mi pigliò fra le sue mani, e mi chiese come me ne stessi; ma era sì enorme il mio spavento, e mi trovava così sfiatato, che una sola parola pronunziar non potei. Pochi minuti dopo me ne rinvenni; ed egli mi portò sano e salvo alla mia Nutrice, che in quel tempo si era restituita al luogo ove lasciato mi avea, e che stava in una terribile angoscia per non vendermi comparire, e perchè io non rispondeva alle sue affannose chiamate. Acremente rimbrottò ella il Giardiniero, per aver lasciato andar il Cane; ma la cosa restò sepolta, nè alla Corte mai si seppe cosa veruna del successo, temendoGlumdalclitchche la Regina non si adirasse contra di lei: e per quello tocca a me, usai di discretezza, perchè sembravami che l’Avventura non mi facesse troppo onore.
Un tal accidente risolver fece la mia Nutricina di non perdermi mai più d’occhio. Era già molto tempo che io temeva d’un somigliante disegno di lei: e perciò mi era indotto ad occultarle alcuni minuti miei sgraziati avvenimenti, in tempo che mi trovava solo. Un Nibbio che volava sopra il Giardino, piombò un giorno sopra di me; e se, dopo di aver data coraggiosamente mano alla spada, cacciato non mi fossi in un folto cespuglio, senza altro, asportato egli mi avrebbe fra suoi artigli.
Un altra volta mi sprofondai fino al collo in un buco di topinara, e fui costretto di dire una bugia per mascherare il vero motivo, onde i miei vestiti si erano tutti guasti. E infine un altra volta mi ruppi la dritta gamba urtando in un guscio di lumaca, su cui ebbi la disgrazia di cadere in tempo che me ne stava spassegiando solo, e che pensava alla mia povera Patria.
Non saprei dire quale de’due prevalesse in me, il piacere, o la mortificazione, quand’io osservava ne’miei solitari passeggj che i più piccioli Uccelli non ispaventavansi nel vedermi; anzi in distanza d’una sola verga andavano in busca di vermi, e di altri alimenti, con tanta sicurezza, come non avessero assai vicino anima vivente. Non mi dimenticherò mai che un tordo fu così sfrontato, che col suo becco mi asportò fuor delle mani un pezzo di focaccia, cheGlumdalclitchdata mi avea per farmene la merenda. Quand’io volea prendere alcuno di quegli Uccelli, essi coraggiosamente mi risistevano, procuravano di pugnermi le dita, e un momento dopo rintracciavano d’intorno a me de’vermi, o delle lumache, con l’indifferenza medesima, e con la medesima tranquillità di prima. Ma un giorno dato di piglio a un grosso bastone, colsi un fanello con un colpo sì forte, e di misura sì giusta, che rovesciatolo a terra, il presi con le due mani pel collo, e in aria di trionfo alla mia Nutrice il recai. Con tutto questo, come l’uccello non era che stordito dalla percossa, si riebbe, e con tanta forza si dibattè, che più d’una volta fui al cimento di abbandonare la preda; ma accorso subito in mio ajuto un servidore, torcè il collo al fanello, che per ordine della Regina fu il giorno dietro imbandito pel mio pranzo: Quest’Uccello, per quanto può la memoria servirmi, era poco pochetto, più grande che i Cigni nostriInglesi.
Le Damigelle d’onore pregavano soventeGlumdalclitchdi andare ne’loro Appartamenti; e di condurmi con esso lei, per goder del piacere di vedermi, e di toccarmi. Talvolta mi adagiavan elleno per lungo nel loro seno; cosa, che enormemente mi disgustava; mercè che per vero dire, non suonavano di troppo buon odore; il che non asserisco con la malizia di discreditare quelle amabili Fanciulle, per cui nodrisco la più possibile considerazione; ma credo che la mia picciolezza la cagion fosse della finezza del mio odorato; e che quelle illustri persone sembrassero sì saporose agli Amanti loro, quanto a’giovaniInglesile nostre Donzelle. E in fine, io trovai che il loro naturale odore riusciva assai più soffribile di quello de’loro profumi. Sempre mi rammenterò, che uno de’miei intimi amici diLilliput,un giorno che faceva un grandissimo caldo, e che io avea fatto molto esercizio borbottava d’un odore eccessivamente ingrato che esalava dal mio corpo, tutto che al pari di chi che sia io non patisca d’una somigliante incomodità. Ma conghietturo che l’odorato di lui fosse altrettanto fino a riguardo mio, come il mio l’era a riguardo degli Abitanti diBrobdingnag.E su tal proposito non posso dispensarmi dal rendere una sonora giustizia alla Regina mia Signora, e alla picciola mia NutricinaGlumdalclitch; e dal dichiarare amplamente che inInghilterranon vi ha Dama, più ch’esse esente dal diffetto testè mentovalo.
Il più che mi spiaceva di quelle Damigelle d’onore quando la mia balia mi conduceva nel loro Appartamento si è, che elleno mi trattavano senza nè pur ombra di complimenti, e come una Creatura assolutamente senza conseguenza. Non vi ha foggia di libertà che non la prendessero me presente: e ben mi sarebbe cosa impossibile l’esprimere il disgusto che la maggior parte di quelle libertà mi cagionava. Una di loro fra l’altre la qual era d’un umore estremamente allegro, facea di me tutto ciò che le saltava in capo, e avvisavasi delle più scherzevoli pazzie del mondo; onde io tuttavia ne prendeva poco gusto, che pregaiGlumdalclitcha non più espormivi.
Un giorno un Gentiluomo, che era Nipote della governatrice della mia balia, venne; e pregò entrambe di andar a vedere una Esecuzion di giustizia. Avea il reo ucciso un intimo amico di quel Gentiluomo.Glumdalclitchfinalmente si lasciò cogliere dalla proposizione, tutto che contra suo genio, perchè per natura era molto compassionevole: E per quanto tocca me, non ostante che in ogni tempoio abbia avuto dell’orrore per ispettacoli di questa sorta, la curiosità di vedere qualche co a di assai straordinario la vinse sopra la mia inclinazione. Stava il paziente legato ad un sedile sopra il palco, e con un solo colpo di spada, lunga quaranta piedi, fugli levata la testa. Il sangue, che delle vene, e delle arterie uscì, era in tanta quantità, ed elevavasi a una tale altezza, che in suo confronto si sarebbono svergognati igetti d’AcquadiVersaillesed il campo, in cadendo sovra del palco, diede un sì gran colpo, che io ne tremai, ancorchè lontano un mezzo miglioInglese.
La Regina, la quale assai sil compiaceva del racconto de’miei Viaggj di Mare, e che non perdeva opportunità di divertirmi quando me ne stava di mala voglia,mi dimandò un giorno se m’intendessi del reggere una vela, un remo, e se converrebbe alla mia sanità l’esercitarmi alcuna volta nel vogare. Le risposi che io me ne intendeva assai bene; e che non ostante che il mio impiego stato sia quello di Chirurgo del Vascello, nientedimeno, chiedendolo la necessità, io sovente avea fatta la funzione di semplice Marinajo. Ma che concepire io non poteva come ciò si avesse dovuto eseguire nel suo Paese, ove i più piccioli Navilj erano del caglio de’nostri maggiori Vascelli di guerra. Ella mi replicò che io solamente pensassi come il mio picciolo bastimento costruto esser dovesse, che il suo falegnameadempierebbe gli ordini miei in tal proposito; e che ella stessa si piglierebbe la cura di farmi allestire un luogo addattato alla mia navigazione. L’Operajo, che era espeito nel suo mestiere, compiè nello spazio di dieci giorni una Scafa, tale che io ordinata l’avea, e agevolmente capace di dieciEuropei.
Tanto se ne compiacque, e trovolla sì gentile la Regina, che collocata la nel suo grembiule, corse a mostrarla al Re, che comandò fosse riposta in una cisterna piena d’acqua, e se ne facesse, standovi io dentro, la pruova. Ma la Regina fatto avea per l’addietro un altro progetto. Avea ella ordinato al Falegname di formare una spezie di Truogolo che avesse trecento piedi di lunghezza, che cinquanta fosse largo, ed otto profondo. Questo Truogolo, dopo di essere stato ben impeciato perchè tenesse all’acqua, fu messo a terra in un Appartamento esteriore del Palazzo. In minore spazio di mezz’ora poteano facilmente due servidori empiere d’acqua quella macchina; e quivi entro me ne stava ricreandomi a far andar avanti, e indietro, a forza di remi, la mia Scafa; non potendosi, per altro, esprimere il godimento della Regina, e delle Dame; in ammirando la mia destrezza, e la mia agilità. Alcune volte io mi metteva alla vela; e allora l’unica mia occupazione si era di tenermi al timone, in tempo che le Dame, co’ventaglj loro, mi somministravano il vento a misura del mio bisogno; e quando erano stanche; i Paggj andar facevano la mio Scafa col soffiar nella vela, nel mentre che io faceva pompa della mia abilità, governando ad orza, e a poggia, secondo che me ne dava il capricio. Finito il mio esercizio,Glumdalclitchportava sempre il mio Vascello nel suo stanzino, e il pendeva a un chiodo per asciugarsi. Un giorno, uno de’servidori che erano incaricati di riempire due volte per settimana d’acqua fresca il mentovato Truogolo, senza avvedersene, misevi un grosso ranocchio, che, secondo tutte le apparenze, si era intruso nella secchia di lui, nell’attignere l’acqua. Il ranocchio non si lasciò mai vedere innanzi che io fossi posto entro il Truogolo con la mia Scafa; ma scopertossi da esso un luogo ove poteva riposarsi, vi si rampicò, e talmente fecela piegare da un fianco, che perchè non si rovesciasse sossopra, fui obbligato di gettarmi all’altro fianco per servirle di contrappeso. Entrato che fu il ranocchio, venne con un solo salto da una estremità della Scafa perfino al mezzo, e poscia sopra la mia testa dal davanti al di dietro spruzzando sulla mia faccia, e su’miei vestiti di quella vischioso materia, onde sempre abbondano questi Animali. La mole delle sue membra fece io il trovassi la bestia più spaventevole del Mondo; non ostante, supplicaiGlumdalclitchdi lasciarmi terminare, solo, la querela che io avea con esso. Per un mese continuo lo stregghiai molto bene con un de’miei remi; e alla fine a saltar fuori della Scafa lo sforzai.
Ma il maggior pericolo che in quel Regno io abbia corso, mi venne da una una Scimal, la quale apparteneva ad uno degli Scrivani d’Uffizio.Glumdalclitch,avendo qualche cosa a fare, o a rendere qualche visita, nel suo Gabinetto rinchiusomi avea. Come regnava un gran calore, avea ella lasciata la finestra del Gabinetto aperta, e altresì le finestre e la porta del mio cassettino più grande, in cui per ordinario io mi tratteneva; essendo molto spazioso, ed eziandio assai comodo. Me ne stava asportato da un profondo pensiero; quando all’improvviso intesi qualche cosa che all’uscio del Gabinetto faceva strepito, e che saltellava da un luogo all’altro. Con tutto lo spavento che io aveva indosso, procurai, senza levarmi dal mio sedile, di spirare ciò che fosse: e vidi allora quell’infame bestia, che dopo di aver fatti alcuni salti, e molte sgambettate, accostossi al mio cassettino, che mi parve che ella risguardasse con suo piacere. Ritirai mi nell’angolo più rimoto del cassettino medesimo; ma la Scimia che non lasciava una finestra che per mettersi, un instante dopo, in su d’un’altra, tanta paura ella mi fece, che non ebbi la prontezza di spirito di nascondermi sotto il letto, come avrei potuto assai facilmente. Finite le sue contemplazioni frammescolate di morfie, finalmente mi ravvisò; e avanzando per la porta una delle sue zampe, come appunto fanno i gatti quando si trastullano con un sorcio, tutto spesse volte cambiassi di luogo per non essere afferrato, mi colse alla fine pel lembo del mio vestimento, (ch’era d’un panno fortissimo, ed assai massiccio del Paese,) e mi trasse fuori del cassettino. Mi pigliò nella sua zampa d’avanti, e mi tenne come una balia il suo bambino in positura di dargli il latte; e precisamente come vidi fare la razza, medesima d’animale co’gattucj inEuropa: e quando io cercava scuotermi, sì forte colei mi teneva, che giudicai miglior partito il non fare un menomo muovimento. E’assai probabile cosa che ella mi prendesse per qualche scimmiotolo della sua spezie, mercè che in tempo che mi teneva con una zampa, mi accarezzava con l’altra. Uno strepito che la bestia sentì alla porta del Gabinetto, come se alcuno volesse entrarvi, interuppe cotale divertimento: ed ella presto saltossene sulla finestra ond’era entrata, quindi su’tegoli e sulle grondaje, camminando in tre zampe, e tenendomi nella quarta, finchè all’alto del Palagio arrivata fosse.Glumdalclitchl’avea veduta saltando fuori della finestra, e aveva gettato un grido che fu da me sentito. Trovavasi la povera ragazza in una furiosa commozione. Tutta la Regia in un istante si mise sossopra; e i servidori si affrettavano di rintracciar delle scale. Molte centinaja di persone scorgevano distintamente la scimia sul tetto del Palagio che mi teneva fralle sue braccia, e mi accarrezzava come un piccino de’suoi. Uno spettacolo sì curioso rider faceva la maggior parte degli astanti; e, per dir vero, non saprei troppo biasimargli, perchè egli è certo, che all’eccezione di me, ognuno rinveniva la cosa perfettamente ridicola. Pensarono alcuni di voler gettar delle pietre all’animale per isforzarlo a venir a basso; ma espressamente fù ciò proibito: e gran buona sorte per me; poche senza questo, per un eccesso di amore, avrebbesi potuto ben accopparmi.
Inalberatesi le scale, molti uomini vi salirono per soccorrermi, il che appena vedutosi dalla scima, ed altresì l’impossibilità di fuggirsene con la sua preda camminando con sole tre zampe, mi adagiò ella sopra un bucato tegolo, e se ne andò. Ivi me ne ristetti per qualche tempo in distanza di trecento verghe da terra, aspettando ad ogni momento che il vento mi gittasse a basso, oppure che qualche capogiro rotolar mi facesse da’tegoli in una grondaja. Ma un de’servidori della mia Nutrice, il qual era un obbligantissimo giovane, si rampicò perfino a me, e dopo di avermi posto in una saccoccia de’suoi calzoni, mi portò a terra sano, e salvo.
Lo sbigottimento, e il dolore, cagionatimi da quella brutta bestia, mi produssero una malattia, che per quindici giorni mi tenne obbligato al letto. Il Re, la Regina, e tutti i principali Signori della Corte, mandavano, tutti i dì, per sapere dello stato mio, e la Regina in persona, in tempo della mia infermità, volle avere la compiacenza di farmi molte visite.
Quando dopo il mio ristabilimento fui presso il Re per attestargli i propj miei doveri, e ringraziarlo di tutte le sue beneficenze, fecemi egli qualche motteggio sopra l’Avventura, unica cagione dell’incomodo mio. Mi dimandò ciò che pensassi, e quali specolazioni fossero le mie, in tempo che la Scimia mi teneva fralle sue zampe; e di qual tempera avessi trovata l’aria che respirasi in su del tetto del Palazzo?Qual partito avreste preso, egli aggiunse,se somigliante cosa fossevi accaduta nel Paese vostro? Risposi a Sua Maestà, che inEuropanon abbiam noi la razza di simili bestie; e che altre non ve ne sono, fuor di quelle che per curiosità vi si trasportano; ma che erano tuttavia sì picciole, che agevolmente avrei potuto tener faccia con una dozzina, se avuta avessero la temerità d’assalirmi. Che quanto al mostruoso animale, (poichè senza esagerazione egli era del taglio d’un Elefante,) che aveami praticato uno scherzo così incivile; se il mio spavento mi avesse lasciato l’uso libero della mia spada, (nel così dire io messi la mano sull’impugnatura, non senza un’aria d’intrepidezza,) quando egli avanzava la sua zampa nella mia camera, gli avrei forse impressa una tal ferita, che ci non avrebbe mancato di ritirarla, per lo meno così presto, come sporgevala. Fu espressa con un tal tuono questa risposta, che bastevolmente spiegava la mia indignazione per la proposta ingiuriosa che mi si faceva: E pure non servì ella che ad eccitare uno schiamazzio di ridere vie più oltraggioso. Patj la tentazione di andar in collora; ma le ne diedi lo sfratto; riflettendo che il presumere di farci valere presso que’con cui è impossibile in qualunque modo di misurarci, è la più pazza di tutte le follie.
Non passava giorno ond’io non regalassi di qualche ridicola scena la Corte, e tutto cheGlumdalclitchmi amasse teneramente, non lasciava di narrar alla Regina tutto ciò che poteva promuovere il riso di lei a sole mie spese. Un giorno la sua Governatrice l’avea condotta a una lega dalla Città, per farle prendere un poco d’aria, trovandosi alquanto incomodata. Ancor io tenni accompagnata la mia Nutricina in quel Viaggio; ed ella essendo uscita della Carrozza, ripose il mio picciolo cassettino a terra in un viottolo. Spasseggiar io volea; ma per disgrazia mi abbattei in una bovina, sopra cui m’era forza di far un salto, per superarla. Mi accinsi ad effettuarlo; ma sì mal ci riuscj, che precisamente vi saltai nel mezzo, e mi vi profondai perfino alle ginochia. Me ne trassi nella maniera migliore; e un servidore a piedi, così così col suo fazzoletto mi asciugò; mercè che sì diabolicamente io mi trovava letamato, cheGlumdalclitchmi tenne nella mia cassetta finchè a casa fummo ritornati: ove immediate ne fu reccato alla Regina il ragguaglio della mia Avventura; il che per alcuni giorni a costo mio, fece scoppiar dalle risa tutta la Corte.
L’Autore, con ogni sorta di mezzi procura di guadagnarsi la benevolenza del Re, eDella Regina. Da saggio della propia abilità nella Musica. Informasi il Re dello stato dell’Europa, e l’Autore soddisfa ampiamente alla curiosità di lui. Riflessioni del Re sopra quanto gli ha raccontato l’Autore.
UNa, o due volte per settimana mio costume si era di trovarmi al levarsi dal letto del Re; e con poche fiate fui presente quando il suo barbiere il radeva; il che, innanzi che mi avvezzassi, mi sembrava uno spettacolo orribile: poichè il raso io era triplicamente luogo quanto una falce comune. Secondo il costume del Paese. Sua Maestà si facea radere due volte in sette giorni. Ottenni, una volta, dal barbiere un poco della saponata che adoprata egli avea, e trattine quaranta, o cinquanta peli, gli accomodai in un pezzo di legno cheera formato in ischiena di pettine; ove, un’aguglia, io avea profondati alcuni buchi in eguale distanza. Si industriosamente assettai gli peli in questi bucci, che mi riuscì di farmi un pettine, onde servir mi potenva in difetto del mio, i cui denti, poco men che tutti, erano rotti: non essendovi per altro, verun Artefice nel paese, che avesse l’abilità di lavorarmene un altro. Quest’esperimento un secondo me ne suggerì, che mi tenne a bada per molti giorni. Pregai le Dame della Regina di mettermi a parte alcune pettinaturede’capelli di Sua Maestà, onde in poco tempo n’ebbi una quantità ragionevole. Dopo ciò, feci venir da me il Falegname mio amico, il quale già, una volta per sempre, ricevuto avea l’ordine di travagliarmi in picciolo qualunque cosa che fosse di mio gusto, e gli dissi di far due sedie, della grandezza stessa di quelle del mio cassettino, ma che non avessero nè il fondo, nè lo schienale. Aveva io l’intenzione d’intrecciar i capelli in maniera che servir potessero di spalliere, e di sedili; a un di presso, come le sedie a fondo di canna che si praticano inInghilterra. Compiuta che fu ogni cosa, ne regalai la Regina, che ripor le fece nel suo Gabineto, ove ella mostravale come rarità, e per dir vero, ni un vi fu che di maraviglia non ne restasse preso. Dissemi la Regina che mi sedessi sopra una di quelle scranne; ma a patto veruno ubbidirle non volli, protestando che piuttosto sofferte avrei mille morti, che di collocaro una parte sì indecente del mio corpo, sopra que’preziosi capelli, che servito aveano d’ornamento alla testa di Sua maestà. De’capelli medesimi formai altresì una galante picciola borsa, che in lunghezza non tirava più che cinque piedi, col nome della Regina a lettere d oro, di cui con permissione della Principessa ne feci un presente aGlumdalclitch. Veramente, anzi che per l’uso, serviva quella borsa per sola mostra, non avendo forza bastevole per sostenere il peso delle più massicce monete, e perciò la fanciulla alcune picciole leggierissime bagattelluzze solamente vi riponeva.
Il Re, che di Musica si dilettava all’ultimo grado, ordinava frequentemente de’concerti alla Corte, a’quali talvolta assisteva ancor io, accomodato sopra una tavola entro il mio cassetino. Ma era sì confusamente strepitosa quella Musica, che mi riusciva impossibile di distinguerne i tuoni. Ardisco pur di asserire, che tutte le trombe, e tutti i tamburi d’un Esercito, quando si suonassero, e si battessero tutti in una volta in un Appartamento medesimo, non arriverebbono a far tanto strepito, quanto ne fanno quelle sorte di armonie. Il mio metodo si era di far mettere il mio cassettino il più lungi che era possibile da’Musici; e poscia di chiuderne le porte, e le finestre; dopo di che io trovava assai sopportevole la loro Musica.
Essendo giovane, io aveva alquanto appreso a suonar di spinetta: Una ne tenea in sua cameraGlumdalclitch,e un Mastro andava a darlene la lezione due volte per settimana. Dico che era una spinetta; perchè quel musicale strumento molto le rassomigliava, e per la figura, e pel modo di servirsene; mi venne in pensiero di ricreare il Re, e la Regina, suonando su quello strumento un’ariettaInglese.Ma, oh quanto sudai per riuscirvi! mercè che la spinetta era lunga più di sessanta piedi, e ogni chiave, d’un piede larga; cosicchè in istendendo tetto il mio braccio, io non ne poteva scorrere più che cinque, e oltracciò sarei stato obbligato di dare de’furiosi colpi di pugno per abbassarle, e tanto e tanto non ne avrei ottenuto l’intento. Ecco quale fu la mia invenzione. Allestj due bastoni tondi, più grossi da una parte che dall’altra, e ricoprj la loro estremità più grossa con un pezzo di pelle di sorcio, affinchè in battendo non restasse danneggiata la parte superior delle chiavi, e che lo strepito de’colpi, ingratissimamente non si confondesse col suono che la spinetta renduto avrebbe. Al d’avante di quello strumento collocossi un banco più basso di quattro piedi che le chiavi, ed io fui adagiato su questo banco. Vi scorsi sopra, ora da un canto, ora dall’altro battendo co’miei due bastoni le chiavi necessarie, e procurando di suonare una Giga, che parve fosse intesa con gran piacere dalle loro Maestà: ma posso realmente dire che a’giorni miei non ho praticato un sì violento esercizio; e pure mi fu impossibile di scorrere più di sedici chiavi, e per conseguenza di toccare il basso, ed il soprano insieme, come fanno altri Musici; il che avrebbe aggiunta una nuova gentilezza alla mia Giga.
Il Re, che, come il dissi, era un Principe di somma abilità, e spiritosissimo, spesse volte mi facea portare nel mio cassettino, e riporre sopra una tavola nel Gabinetto di lui; dopo di che mi comandava di prendere un de’miei seggi, che i faceva mettere con esso meco al di sopra del cassettino, in distanza di tre verghe dalla sponda; il che più o meno, mi costituiva a livello della faccia di Sua Maestà. In questo modo godei di molte conversazioni con esso lei. Presi un giorno la libertà di dirle, che il dispregio che Ella testimoniava per l’Europae pel rimanente della Terra, non mi sembrava va accordarsi con quel maraviglioso discernimento, che io sempre avea in lei ravvisato. Che i gradi d’intelligenza non erano regolati secondo la grandezza de’corpi: Che pel contrario osservavasi nel mio Paese, che le persone più grandi, per ordinario, n’erano le men provvedute: Che fra gli animali, le Api, e le Formiche, passavano per le più industriose, e le più sagaci. E che tal che io le pareva, mi lusingava di poter renderle qualche segnalato servigio. Mi ascoltò il Re con attenzione, e di là in poi, egli formò di me un giudizio del tutto opposto. Pregommi di dargli una idea, la più esatta che potessi, del Governo dell’Inghilterra; imperocchè, diceva egli, per quanto sieno comunemente intestate le Nazioni de’propj loro costumi, sarebbegli un gran piacere di apprendere qualche cosa che egli imitare potesse.
Quante volte, e con quale brama io non mi sono augurata in quel momento l’eloquenza d’un Cicerone, o d’un Demostene, per celebrar degnamente tutte le lodi, onde è degna a sì giusto titolo la cara mia Patria!
Cominciai il mio discorso dall’informanre Sua Maestà, che i nostri Stati consistevano in due grand’Isole, che formavano tre possenti Regni sotto un solo Sovrano, non comprese le nostre Colonie d’America. Insistei lungo tempo sopra la fertilità del nostro Territorio, e sopra la tempera del nostro Clima. La trattenni poscia sopra la Costituzione d’un ParlamentoInglese, formato, in parte, da un Corpo illustre, dinominato, la Casa de’Pari, che era d’Uomini d’un Sangue il più nobile,e di Famiglie le più antiche del Regno. Le parlai della straordinaria sollecitudine che sempre prendevasi della loro educazione, affin di rendergli idonei ad essere Consiglieri nati del Re, e del Regno; ad aver parte nella PotestàLegislativa; ad esser Membri della Corte più alta di Giustizia, le cui decisioni sono inappellabili; e a difendere con la loro saggezza, e col loro valore la loro Patria, e il loro Re, contra tutti gl’imprendimenti de’loro nemici: Che eran eglino l’ornamento, e il Baluardo del loro Paese, degni successori degl’Illustri lor Avoli, la cui virtù non aveano giammai smentita: Che ad essi, come Membri ad un medesimo Corpo, erano uniti Personaggj d’una eminente pietà, sotto il titolo di Vescovi, onde la peculiar funzione si era d’invigilare al sostegno della Religione, e all’instruzione del Popolo: Che erano sempre scelti dal Re, e da’più saggj Ministri di lui, fra que’che si distinguevano nel Sacerdozio per la purità de’propj costumi, e per la profondità della propia erudizione.
Che l’altra parte del Parlamento consisteva in un’Assemblea, detta la Casa de’Comuni, e composta di Gentiluomini, e di ben agiati Borghesi,liberamenteeletti dal Popolo medesimo, a cagion della loro abilità, e del loro zelo pel vantaggio della Patria: Che questi due Corpi formavano insieme una delle più Auguste Assemblee dell’Europa; e che in essi, congiuntamente col Principe, la Sovrana autorità risiedeva.
Le spiegai allora ciò che sieno le nostre Corti di Giustizia: Che que’che vi presiedono sono Interpreti venerabili delle Leggi, chiamati a mantenerci i nostri Diritti, e i nostri Possessi, a punir il delitto, e a proteggere l’innocenza. Le parlai della prudenza nell’uso de’nostri Erarj, e della grandezza delle nostre Forze, tanto marittime, che terrestri. Le feci l’enumerazione del nostro Popolo, calcolandone i molti milioni che aveavene di differenti Sette in materia di Religione, o di differenti Partiti in fatto di Politica. Non ommisi i nostri divertimenti; per dir brieve, nulla dimenticai di tutto ciò che io credeva poter far onore alla diletta mia Patria. E diedi fine con un Compendio Storico di quanto è accaduto, da un secolo in quà, o più o meno, di più riguardevole inInghilterra.
Come si vede, era assai vasto l’Argomento: perciò vi vollero molte udienze; ognuna delle quali durò alcune ore, innanzi di poter votarla. Con grande attenzione mi ascoltò sempre il Re; e comechè non m’interropesse mai, non lasciò tuttavia passare cosa veruna senza riflessione, come con le quistioni susseguentemente propostemi, il diede a conoscere.
Detta che ebbi ogni cosa, mi fece Sua Maestà un gran numero di dimande, e di obbiezioni fu cadaun Articolo. M’interrogò sopra la maniera che praticavasi per coltivar i talenti dello spirito, e del corpo della nostra gioventù Nobile; e in qual genere d’occupazioni passava ella la prima, e la più disciplinabile parte della sua vita: Che si faceva, quando estinguendosi qualche Famiglia Nobile, bisognava riempiere il posto nella Casa de’Pari? Quali caratteri eran richiesti in que’che erano investiti del titolo diLord: Se il genio della Corte, una somma di dannajo presentata a qualche Dama, o l’idea di rinforzare un partito opposto all’interesse pubblico, n’erano sovente le cagioni, creditrici di tali sorte di distinzioni? Fin a qual segno que’Signori eran versati nella conoscenza delle Leggi del loro Paese? Che conveniva che fossero ben eglino d’una grande abilità per poter decidere inappellabilmente quistioni, che risguardavano la vita, e i beni de’loro Concittadini: Se sempre rinvenivano molto esenti dalla taccia d’avarizia, e bastevolmente superiori al bisogno, perchè i regali, o altri criminosi motivi, non avessero la forza di corrompergli? Se i Signori, chiamati a mantenere la Religione, erano sempre innalzati al posto che occupavano, per motivo della loro capacità nelle materie che concernono la lor Professione, o della santità della loro vita? Se in tempo che essi non erano che semplici Cappellani, non disonoravansi mai con una vil compiacenza pe’soro Signori, di cui forse continuavano a seguir servilmente i sentimenti, dopo di essere stati ammessi a quell’Assemblea sì Augusta.
Il Re poscia desiderò d’essere instruito de’mezzi che si mettevano in pratica per essere eletto Membro della Casa de Comuni. Se uno Straniere non potea forse, a forza di denajo, farsi scegliere, con preferenza a un Signor del Paese, o a qualche Gentiluomo qualificato del contorno? Come poteva darsi, che ognuno sollecitasse con tanta premura il carattere di Membro di quella Ragunanza, (giacchè io gli avea detto che un tal intento sempre gli costava caro,) senza mercede di sorta, nè pensione veruna; essendo che, ei diceva, è troppo eminente un somigliante grado di virtù, perchè sempre possa essere sincero, e legittimo? Insiste poscia di sapere precisamente, se que’Gentiluomini zelanti, non istudiavano risarcirsi delle cure, e de’dispendj stati obbligati di fare, in sacrificando il Ben pubblico? A tali quistioni ei ne aggiunse un gran numero d’altre, che io penso non essere necessità di ripetere.
In proposito a quanto io gli avea detto delle nostre Corti di Giustizia, mi pregò Sua Maestà di darlene specificazioni sopra alcuni Articoli; nel che mi fu agevole di contentarla, perchè una volta mi trovai in risico d’essere interamente ruinato per una tediosa lite che ebbi nella Cancelleria, e che ho anche perduta con tutte le spese. Chiesemi quanto tempo s’impiegava, per ordinario, in decidere se giusta, o ingiusta fosse una cosa, e qual fosse il prezzo dell’ottenimento di questa decisione? Se gl’Avvocati aveano la libertà di difendere Cause notoriamente ingiuste? Se la Setta di Religione, o il Partito di Politica, non entrava mai nella bilancia della Giustizia, per farla chinare o dall’una, o dall’altra parte? Se tutti gli Avvocati eran uomini generalmente conoscitori delle Leggi dell’Equità; o solamente di alcune particolari costumanze della Città loro, della loro Provincia, o della loro Nazione? Se in tempi diversi aveano talvolta sostenute due contrarie sentenze in medesimo affare? Se componevan eglino una povera o ricca Comunità? Se riceveano qualche pecuniario riconoscimento per aver trattata, o consultata una Causa? E particolarmente se nell’inferior Senato ammettevansi mai come Membri?
Passò in oltre ad altre quistioni sopra l’amministrazione del pubblico Erario. Convien certamente dicevami Sua Maestà, che vi abbia tradito la vostra memoria; poichè non faceste montare che cinque, a sei milioni per anno le vostre Tasse, e qualche volta al doppio le vostre spese. Ella avea in ispezieltà fatta attenzione a quest’Articolo, perchè sperava, così ella diceva, che la cognizione della nostra condotta potesse giovarle molto, e tenerla lontana dagli abbaglj ne’suoi calcoli. Mi dimandò chi erano i nostri Creditori? E dove prenderemmo dannajo per pagargli? Stupiva che spesse volte portata avessimo la guerra, sempre gravosa, sì lontano dal nostro Paese. E’forza, diceva, che siate un Popolo molto rissoso, o che abbiate confinanti molto cattivi, e che per necessità i vostri Generali, più ricchi divengono che i vostri Re. Mi dimandò quali affari noi avevamo fuori delle nostre Isole, se eccettuansi il Commerzio, e la difesa delle nostre spiagge? Soprattutto si faceva incredibili maraviglie per intendermi parlare d’un Esercito mercenario, mantenuto nel mezzo della Pace, e nel seno d’un Popolo libero. Opposemi, che se eravamo noi governati di nostro assenso da uomini non che servivano che a metterci in iscena, non poteva Sua Maestà concepire di chi avevamo noi paura, o contro a chi pensavamo di batterci: e m’interrogò da chi meglio fosse difesa la casa d’un Particolare; se da lui stesso, da’suo figliuoli, e dal resto di sua famiglia; oppure da una mezza dozzina di vagabondi a caso presi nelle strade, e miseramente pagati; in tempo che possono eglino guadagnar mille volte più, scannando coloro che anno l’imprudenza di destinargli in lor guardie.
Nulla di più ameno riuscivale quanto la mia Aritmetica, nel far entrare nell’enumerazione del nostro Popolo, le differenti Sette di Religione, e le Fazioni diverse dentro lo Stato. Prostava Sua Maestà di non iscoprirvi ragione veruna, perchè que’che anno opinioni pregiudiziali al Pubblico fossero obbligati di cangiare, o obbligati non fossero di occultarle: E che come sarebbe una Tirannia in un Governo l’esigere la prima di queste cose, era una debolezza il non far osservar la seconda: imperocchè è ben permesso a un uomo il tener in Casa de’veleni, ma non già di vendergli per Cordiali.
Ella notò, che fra’passatempi della nostra Nobiltà, e di altre qualificate persone, io del giuoco parlato avea. Desiderò di sapere a qual età si cominciava, per ordinario, a prendere un tale ricreamento, e quando vi si rinunziava? Quale porzione di tempo vi si perdeva, e se mai il giuoco arrivava a ruinare una famiglia. Se taluni della plebaglia con la loro desterità potevano alcune volte far acquisto di ricchezze immense, e riddure gli stessi Nobili nella lor dipendenza; altresì inspirar loro, con la loro amistà, ignobili e codardi sentimenti, e costrignerli, per le sofferte perdite, ad apprendere e a saggiare sugli altri l’infame industria cheruinati gli avea?
Inorridiva Sua Maestà per la Storia che io aveale rappresentata del mio Paese nel corso del passato secolo, aggiugnendo, che ciò non era che una concatenazione di conspirazioni, d’omicidj, di ribellioni, di stragi, di rivoluzioni, di esilj; effetti i più esecrabili, che l’avarizia, la fazione, l’ipocrisia, la crudeltà, la perfidia, la rabbia, la viltà, l’odio, l’invidia, e l’ambizione, produrre possano.
In un’altra Udienza, racapitolò il Re tutto ciò che io detto gli avea, e comparò le risposte che io gli avea fatte, con le dimande ch’egli mi avea promosse. Prendendomi poscia fralle sue mani, e piacevolmente accarezzandomi, mi disse queste parole che io non mai dimenticherò, e neppur la maniera onde furono pronunziate. "Picciolo amico mioGrildrig, voi avete fatto un eccellente Panegirico del vostro Paese. Dimostrativamente avete pruovato, che l’ignoranza, l’infingardia, e il misfatto, possono talvolta intrudersi per necessità nel governo d’un Regno: Che le Leggi son meglio interpretate da quegli che vi anno più d’interesse, e più di abilità nell’oscurarle, e nel diluderle: Scuopro fra voi altri, alcuni tratti d’un ottimo Governo nella prima sua instituzione; ma di molto scancellati dall’abuso, e dalla corruttela: Da tutto il vostro racconto sideduce, che nè pure una sola virtù fra necessaria per essere innalzato ad alcuna delle vostre Cariche, molto meno; che gli uomini vi sieno annobiliti da’propj lor meriti; che sia avanzato agli onori ri il Sacerdozio in considerazione della pietà o del sapere; i Soldati per la loro condotta, o pel loro valore; i Giudizi per la loro integrità; i Senatori pel loro amore verso la Patria, o i Consiglieri per la loro saggezza. Quanto a voi, continuò il Re, che passata avete la maggior parte della vostra vita nel viaggiare, penso che abbiate sfuggite molte di queste inconvenienze. Ma per quanto io posso raccogliere dalla vostra relazione, e dalle risposte che vi ho estorte con grande stento, costretto sono di conchiudere, che il grosso della vostra Nazione è il più tristo, e il più odibile picciol verme, e cui la Natura abbia mai permesso di strisciarsi sulla superficie della Terra."
Amor dell’Autore per la sua Patria. Ei fu al Re un’assai vantaggiosa obblazione, la quale tuttavia è rigettata. Ignoranza del Re in fatto di Politica. Angusti limiti onde ristringonsi le Scienze di quel Paese. Leggi, e Militari affari di quel Regno. Quali turbolenze l’agitarono.
NON aveavi che un amor estremo per la verità, che indur mi potesse a rispondere alle quistioni del Re con tanta schiettezza, con quanta io l’avea già fatto. Vane sarebbermi riuscite le rimostranze del mio resentimento, perchè sempre sarei comparuto ridicolo, e perciò soffogar dovetti nel mio cuore la passione, e lo sdegno, in tempo che la cara, ed Augusta mia Patria era trattata in un modo così ingiurioso. Ne patì tanta Afflizione, quanta ne può patire chi legge. Ma era così curioso quel Principe; e con tanta precisione m’interrogava su cadaun articolo, che peccato avrei contra le Leggi della pulitezza, e soprattutto contra quelle della gratitudine, se non gli avessi data tutta la più possibile soddisfazione. Con tutto ciò, dir deggio per mia discolpa, che procurai di diludere industriosamente molte delle dimande di lui, e che sopra cadaun particolare, io dava un tornio assai più vantaggioso, di quel che il potea permettere l’esatta verità: avuta avendo io sempre pel mio Paese quella lodevole parzialità, che con tanta giustiziaDiogini di Alicarnassoracomanda uno a uno Storico. Con tutto il mio cuore avrei voluto occultare i difetti della mia Nazione, e riporvi in loro luogo le virtù nella loro luce più luminosa. Questa si era la mia intenzione nelle moltiplici conversazioni che ebbi con quel Monarca; ma per disgrazia, nè al mio genio, ne agli sforzi miei corrispose l’avvenimento.
Ma ciò che perfino a un tal qual segno compor dee l’Apologia di quel Principe si è, ch’egli viveva interamente separato dal resto del mondo; dal che provenivano che non avea notizie di sorta delle maniere, e delle costumanze delle altre Nazioni. Questa spezie d’ignoranza e sempre una sorgente feconda diprevenzioni, e produce necessariamente non so qualilimitazioni d’idee, e di concepimenti, onde noi, del pari che i più colti Popoli dell’Europa, siamo del tutto esenti. E, per vero dire, la cosa sarebbe ben dura, se le conoscenze, che un Principe sì rimoto ha della virtù, e del vizio, servir dovessero di regola per tutto il Genere umano.
Per confermar il mio detto, e per mostrar con maggior chiarezza i miserabili effetti d’una educazione circonscritta da termini troppo angusti, voglio in questo punto far parte a’miei Leggitori d’un fatto, che forse agevolmente essi non potranno credere.
Per insinuarmi di bene in meglio nella buona grazia di sua Maestà, le parlai d’un ritrovamento scoperto da tre, o quattro secoli, più o meno, in qua, consistente nella manipolazione di certa polvere, un cui intero ammassamento, fosse pur grande quanto una montagna, saltava in aria, e in un istante restava consumato, con un fracasso più terribile di quello d’un tuono; e ciò immediate che una sola, soletta, scintilla vi volava al disopra: Che una certa quantità di questa polvere sequestrata con uno stopacciolo entro una canna di ferro, era valevole di cacciare una palla, pur di ferro, o di piombo, con una violenza, e una sì prodigiosa velocità, che non aveavi cosa che ne potesse sostenere lo sforzo: Che parimente vi erano di queste palle, che essendo sparate, rovesciavano non solamente file di Soldati intere con un sol colpo, ma abbattevano altresì in ruina le più massicce muraglie e sprofondar facevano de’Vascelli montati da molte migliaja d’uomini: Che quando queste palle erano unite insieme con una catena, fracassavano gli alberi, le antenne; in una parola, tutto ciò ch’esse riscontravano: Che spesse volte mettiamo questa polvere entro gran palle di ferro votte, che con arte, e con l’ajuto d’una certa macchina, sappiam lanciare dentro una Città assediata, e che con tal mezzo restava ucciso un gran numero di assediati nemici, e quasi tutte le loro Case erano ridotte in cenere: Che mi eran molto ben noti gl’ingredienti nella composizione della polvere stessa; che essi non costavano troppo, e non erano rari; Che per altro io mi comprometteva d’insegnare agli Operaj di Sua Maestà l’Arte di costruire quelle canne, d’una grandezza proporzionata a tutti gli altri oggetti che erano nell’Imperio di lei; e che le maggiori, più che i cento piedi di lunghezza eccedere non dovevano: Che venti, o trenta delle canne stesse, cariche con quantità convenevole di polvere, e di palle, poteano rovesciare in poche ore le muraglie della più forte Città del suo Regno, o mettere sossopra la Capitale, se mai ella si staccasse dalla dovuta sommessione agli ordini supremi di Sua Maestà. Io feci al Re quest’obblazione; supplicandolo di accettarla come un fievole contrassegno di quel riconoscimento; che le beneficenze di lui eccitato in me aveano.
Il Re, in udire la descrizione di queste terribili macchine, e dell’uso che io gli proponeva di farne, fu sorpreso da un orrore che non può esprimersi. Concepir non potea come un insetto sì debole, e sì minuto come me, (furono queste le stesse espressioni di lui) avea l’animo di pascersi d’idee sì inumane, e sì poco restar commosso, in parlando della disolazione, e della strage, che aveagli io detto essere gli ordinarj effetti di queste macchine sterminatrici, di cui certamente, diceva egli, qualche maligno Genio, e nemico dell’Uman Genere, dovea esserne stato il primo ritrovatore: Che per quello apparteneva a lui, ei protestava, che tutto che i nuovi scuoprimenti, sieno nell’Arte, o nella Natura, gli cagionassero un singolare diletto, contenterebbesi piuttosto di perdere la metà del suo Regno, che di apprendere un arcano sì abbominevole, onde proibivami se mi era cara la vita, di tenergliene discorso mai più.
Strano effetto di quellalimitazine d’ideee di quellapicciolezza d’oggetti, di cui parlai! Chi mai potrà credere che un Principe, il quale, per altro, possiedeva tutte le qualità che producono la venerazione, l’amore, e la stima; e il cui sapere, la saggezza, e la bontà, il rendevano l’ammirazione, e le delizie de’suoi Suggetti; per unpicciolo vano scrupolo, che noi inEuropanon sappiamo neppur che sia, lascisi scappare l’inestimabile opportunità di rendersi il Signore assoluto della vita, della libertà, e de’beni del suo Popolo? Ciò però che io ne dico, non è con intenzione di censurare gli altri talenti di quel Monarca, il quale, a cagion del teste mentovato avvenimento resterà molto pregiudicato nello spirito d’un LeggitoreInglese.Ma solamente disegno mio si è, di far osservare quanto massiccj sono i granchj che si prendono, quando non si riduce laPolitica in iscienza; come il praticano i più gran Genj dell’Europa. Mercè che molto bene mi risovvengo, che un giorno disputando col Re, gli dissi che fra noi si avea composta una infinità di Volumi sopra l’Arte di governare; ma che contro alla mia intenzione, io gli diedi una picciolissima idea della nostra capacità. Ei mi protestò di avere un sommo dispregio per tutto ciò che chiamasiMisterio,Raffinamento, edImbroglio, sia in un Principe, sia in un Ministro. Non potea comprendere cosa io intendessi perSegreti di Stato, purchè di qualche Nazione rivale, o nemica, non si trattasse. Ristrigneva la Scienza del Governo inlimiti molto angusti, circonscrivendola al buon senio, alla giustizia, alla clemenza, e alla pronta spedizione delle Cause sì criminali che civili, con alcuni altri comuni luoghi che non meritano riflessione: e stranamente pensava, che chiunque potea fare che due cannelle di biada, o due festuche d’erba crescessero sopra un mucchietto di terra, ove per l’addietro non cresceva che un solo, prestava alla sua nazione il maggiore de’più essenziali servigi.
Sono assai difettuose le conoscenze di quel Popolo, non consistendo che nella Morale, nella Storia, nella Poesia, e nelle Matematiche; nel che confessar si dee ch’egli è eccellente. Ma l’ultima di queste Scienze non è impiegata che negli usi della vita, e nel miglioramento dell’Agricoltura, e di tutte l’Arti Meccaniche. Per quello concerne le Idee, l’Entità, e le Astrazioni, non fu possibile il fargli concepir ciò che esse fossero.
Niuna Legge di quel Paese dee eccedere in parole il numero delle lettere del loro Alfabeto, che non sono più che venti e due. Ma per dir vero, poche ve ne ha di una tale intera lunghezza. Ne più semplici e più chiari termini son elleno espresse; ed è così stupida quella Nazione, che non sa interpretarle che in un solo senso. Anzi è un Capitale delitto il presumere di spiegar una Legge con una comentazione. Quanto alla spedizione delle Cause civili, e criminali, son sì pochi presso lei gli processi, che contra ragione ella vanterebbesi d’essere abilissima nell’una, o l’altra di queste cose.
Da un tempo immemorabile quanto i Chinesi ebbero que’Popoli l’arte della Stampa; ma le Librerie loro non abbondano di Volumi, imperocchè quella del Re, la quale passa per una delle maggiori, non ne contiene a un di presso che mille, adagiati in una Galleria di mille e dugento piedi di lunghezza, avend’io la permissione di valermi di qualunque Volume. Il Falegname della Regina avea formata in una delle stanze diGlumdalclitchuna maniera di scala alta venti e cinque piedi, e ogni gradino di cui, cinquanta piedi era lungo. Alla muraglia facea io appoggiare quel Libro che io volea leggere; salendo poscia alla sommità della scala, dava principio dalla prima linea della pagina, camminando per fianco, finchè fossi pervenuto al termine della linea; dopo di che, quando bisognava, io scendeva un gradino, facendo sempre l’esercizio medesimo perfino al fondo della pagina.
Chiaro, maschio, e sonoro è lo stile di quella Nazione, ma non fiorito; perchè ella sfugge di servirsi di espressioni soverchie. Furon da me letti molti de’loro Autori; particolarmente que’che trattano della Storia, o della Morale; e fra gli altri con mio inesplicabile gusto, scorsi da capo a’piedi un vecchio Trattatello che trovasi sempre nella camera da letto diGlumdalclitch,e che apparteneva alla Governatrice di lei, Dama di gravità, e che non leggeva se non libri di Morale, e di divozione. Trattava questo libro della debolezza del Genere umano, e non era tenuto in pregio che dalle Donne, e dal semplice Volgo. Portommi la curiosità a vedere ciò che dir poteva su quest’argomento un Autore di quel Paese. Per appunto questo Scrittore toccò que’medesimi comuni luoghi, che sì perfettamente son noti a’Dottori nostri in Morale; rimostrando come l’uomo è un picciolo animale, spregevole, ed incapace d’ajutarsi da se medesimo, e di difendersi contra l’ingiurie dell’aria, e contra il furore delle bestie feroci: Quanto egli e inferiore in forza a una creatura, in velocità ad un’altra, a una terza in prudenza, e a una quarta in industria. Aggiugne; che in questi ultimi tempi la Natura avea degenerato dal primo suo vigore, e che altro più non produceva che piccioli aborti in comparazione de’decorsi secoli. Dice, ch’è assai probabile, che non solo la spezie degli uomini primitivamente fosse più grande, ma che eziandio ne’primi tempi vi deggiono essere stati de’Giganti, come da un canto l’attestano la Storia, e la Tradizione, e come dell’ossa prodigiose che si son trovate, lo dimostrano dall’altra. Pretende che le Leggi della Natura ricercavano, che al principio noi fossimo stati fatti d’una molto più robusta costituzione, e molto men suggetti a restar distrutti da piccioli accidenti, da un tegolo cadente da una casa, o da una pietra lanciata da un fanciullo. Da somiglianti ragionamenti tra e l’Autore molte morali conseguenze, di grand’uso per la direzion del vivere, ma che farebbe inutile di quì registrare. Quanto a me; non potei di meno di ammirare quanto general fosse il talento di rigirar le letture in moralità, e l’inclinazione degli uomini a lagnarsi della Natura. E ben penso, che dopo una esatta perquisizione, tali sorte di lamentanze, sì poco fondate sarebbono fra noi, come l’erano fra gli Abitanti diBrobdingnag.
Per quello risguarda i militari affari di que’Popoli, mi an eglino assicurato che l’Esercito del loro Re consisteva in cento settanta e sei mila Fanti, e in trenta e due milla Cavali, se pure il nome di Esercito convenir possa a un Corpo formato di Mercatanti collettizj di differenti Città, e di Fattori di campagna, i cui Comandanti sono semplicemente persone di qualità, senza paga, e senza ricompensa. Negar non si può che eglino assai bene intendono l’Esercizio, e che in eccellenza sono disciplinati; nel che non si rinviene poi un gran merito; mercè che come mai potrebbe essere la faccenda altrimenti, in un Paese, ove cadaun Castaldo è sommesso al padrone della sua Terra, e ogni Cettadino a’Magistrati della sua Città, eletti perisquittinosecondo la pratica diVenezia?
Vidi di frequente la milizia diLorbrulgruda fare l’Esercizio in un gran campo presso della Città. Vi si potea annoverare venti e cinque mila Pedoni, e a un di presso sei mila Cavalli: riuscendomi, per altro, impossibile di numerargli con esattezza, a cagion del terreno che essi occupavano. Un Cavaliere, montato sopra un Cavallo di ragionevole taglio, avea in altezza più di cento piedi. M’incontrai un giorno di vedere tutti i Cavalieri di quel Corpo, nell’istante che il Comandante loro ne dava l’ordine, sguainare le loro spade tutti in una volta, e vibrarle nell’aria.Uno spettacolo di tal fatta, avea un non sò che di sorprendente, superiore a qualunque esagerazione. Fra lo stesso, come se sei mila balini avessero lampeggiato in diverse parti del Cielo in un tempo medesimo.
Tentavami la curiosità di sapere, come mai quel Principe, nel cui Paese era impossibile di penetrare, potesse essersi avvertito di raccogliere Eserciti, o di far instruire il suo Popolo nella Militar Disciplina. Ma pel soccorso della conversazione, e per la letura delle loro Storie; ben presto ne restai appagato; imperocchè dopo moki secoli, quegli Abitanti sono stati assaliti dalla medesima malattia, onde tante altre Nazioni sono suggette; voglio dire, che la Nobiltà si era applicata a rintracciarvi troppo potere, il Popolo troppa libertà, è il Principe troppo assoluto dominio. Per vero dire, avevasi provveduto con sagge Leggi a tutte queste inconvenienze: ma queste Leggi sovente erano state infrante dal alcuno de’tre Partiti; dal che, più d’una volta, n’erano prodotte guerre civili; l’ultima delle quali era stata felicemente terminata dall’Avolo del Principe Regnante, con una generale composizione: e la Milizia, il cui numero allora si era fissato di consentimento de’tre Partiti, dopo quel tempo si era tenuta esattamente nel suo dovere.
Il Re e la Regina fanno un giro verso le Frontiere, e l’Autore ha l’onore d’accompagnargli. In qual modo ei ritirossi da quel Regno. Ritorna inInghilterra.
IO sempre avea presentita una forte lusinga di dover un giorno ricuperare la mia libertà, tutto che impossibile mi riuscisse di concepire con quali mezzi, o di formare alcun progetto che avesse l’ombra menoma di apparenza di poter ottenerne l’intento. Il Vascello, su cui io era stato, era il primo che si fosse giammai veduto sopra le spiaggie di quel Paese, e il Re avea dati gli ordini più precisi, che se qualche altro ve ne comparisse, tutto si facesse per prenderlo, e che con tutta la ciurma, e tutti i passeggieri, si conducesse sopra una carretta aLorbrulgrud. Desiderava con sommo ardore Sua Maestà di aver qualche femmina dello stesso mio taglio, pel cui mezzo si potesse conservar la mia spezie: Ma io credo che avrei piuttosto sofferte mille morti, che espormi al risico di lasciar dietro a me una posterità, che fosse stata, o messa in gabbia come uccelletti di Canaria, o forse venduta a persone di carattere; non tanto, veramente, per farne degli schiavi, quanto delle curiosità. Confesso che io era trattato assai gentilmente, essendo il Favorito d’un gran Re, e le delizie di tutta la sua Corte: Ma con tutto questo, la figura che io faceva non mi sombrava convenire alla dignità del mio temperamento. Riuscivami impossibile il dimenticare quegli altri me medesimo, che nella mia Patria io avea lasciati, e mi moriva di voglia di trovarmi in mezzo d’un Popolo, con cui avessi una spezie d’uguaglianza, e in un Paese, ove spasseggiar potessi con libertà, senza temere d’essere schiacciato come un cagnuolo, o come un ranocchio. Ma più presto di quell’avrei sperato, sopravvenne il momento della mia liberazione, in un modo onninamente straordinario. Eccone la Storia, e tutte le circostanze con la più esatta verità.
Due anni già erano scorsi da che mi trovava nel Paese; e nel principiar del terzoGlumdalclitch, ed io, accompagnammo il Re, e la Regina in un giro che fecero le loro Maestà verso la spiaggia meridionale del Regno. Secondo il solito, io era portato nel mio cassettino da viaggio, che come già il dissi, era un galantissimo stanzino di docici piedi di larghezza; ed io avea ordinato, che con funi di seta egualmente lunghe mi si appiccasse una picciola materassa all’alto de’quattr’angoli dello stanzino stesso, affine di non risentirmi tanto dello scuotimento, quando un servidore mi portasse d’innanzi a lui marciando a cavallo; e altresì per dormirvi con tutto l’agio, quando mi trovassi in cammino. Nel tavolato superiore del cassettino, verso il sito della materassa ove io adagiava il capo, avea fatto fare all’Artefice un buco, o finestrino d’un piede in quadro, donde mi venisse qualche respiro d’aria mentre dormiva in tempo di caldo, e potevasi questo buco chiudere, o aprire con una picciola tavola, che da me con una ribalta alzavasi, e si abbassava.
Compiuto che fu da noi il nostro giro, giudicò opportuno il Re di andar a spassarsi per alcuni giorni in un Palagio che egli aveva presso diFlanflasnic,Città situata a diciotto migliaInglesidella Marina:Glumdalclitch, ed io, eravamo estremamente lassi: per la mia parte, avea guadagnata una buona infreddatura; ma la povera ragazza si trovava così male, che non poteva lasciar la stanza. Era grande la mia impazienza di rivedere l’Oceano, sola, ed unica strada che mai si poteste aprire al mio scampo. Feci sembiante d’essere incomodato più che non l’era, e chiesi la permissione d’andarmene al lido per respirarvi alquanto d’aria, con un Paggio cheio molto amava, e con cui talvolta io avea stretta gran confidenza. Non mi si svanirà mai dalla memoria la repugnanza ch’ebbeGlumdalclitchall’assentire a questa mia andata; nè la maniera ond’ella raccomandommi al Paggio di aver cura di me, struggendosi nel tempo stesso in lagrime, come se presentisse qualche cosa di ciò che stava per avvenire. Mi portòil Paggio nel mio cassettino perfin che arrivammo alla spiaggia; e allora gli dissi di ripormi a terra; ove alzata una delle mie invetriate, per qualche tempo gl’infelici miei sguardi sopra il mare vagarono. Me la passava male; sicchè mi dichiarai col mio conducitore, che volentieri riposato avrei alquanto sopra la mia matterassa, sperando che un poco di sonno mi avrebbe molto giovato. Mi vi corcai, e il Paggio chiuse la finestra, per timore che entrandovi l’aria, non m’incomodasse. Poco stetti, che m’addormentai; e tutto ciò che posso conghietturare si è, che nel frattempo del mio dormire, il Paggio, non immaginandosi mai che potessi correre risico di sorta, stava spassandosi nell’andar in busca d’uova d’Uccelli nelle fessure delle roccie; ricreamento, che io già avea veduto prendersi da lui, in tempo che per anche stavamente alla finestra. Chechè ne fosse in tal proposito; fui all’improvviso risvegliato da un violento colpo che sentj sopra l’anello fitto sopra la superior parte della mia cassetta, perchè mi si potesse portare più agevolmente. Mi avvidi che il cassettino si elevava molt’alto nell’aria, e che poscia con una prodigiosa velocità discendeva. Pensai che il primo scuotimento mi gettasse dalla materassa; ma di poi fu più regolato il moto. Molti furono i gridi mie, ma egualmente inutili, e guatando dalle mie finestre, che Cielo e che nuvole veder non seppi. Intesi precisamente al disopra della mia testa uno strepito somigliante a uno sbattimento d’ale, e solo allora cominciai ad accorgermi dell’orribilità della mia situazione. Indovinai che un’Aquila preso avea nel suo rostro l’anello della mia cassetta, con disegno di lasciarla cadere sopra una rupe, come una testuggine nella sua scaglia, e dappoi trarne il mio corpo per divorarlo: Essendo che, è sì ammirabile l’odorato di quest’animale, ch’ei sente la sua preda in una distanza assai grande quando anche più nascosta ella fosse che non l’era io, infra tavole che non aveano di grossezza due pollici.