XIII.Sant'Onofrio.

Riveder la luce del sole dopo la prigionia, respirar l'aria libera a pieni polmoni dopo parecchi giorni d'ospedale è soddisfazione di vita nuova, è respiro di giovinezza!

Non eravamo liberi, no, tutt'altro! anzi avevamo la certezza di andare a star peggio; ma per il momento quella boccata d'aria, la vista libera della natura ampiamente serena, del cielo purissimo, ci ricreava lo spirito come la promessa di giorni migliori.

Mentre si attendeva sulla porta dell'ospedale un delegato militare il quale ci dovea scortare, si fece crocchio di curiosi intorno a noi. Ci guardavano e squadravano da capo a piedi come si guarderebbero gli zingari, ad una rispettosa distanza. Le nostretoilettesda Lazzari resuscitati o fors'anco la presenza delle guardie li teneva in riserbo.

A Sant'Onofrio fummo collocati parte nelle sale superiori, parte nelle inferiori. Quell'ospedale improvvisato accoglieva circa centonovanta feriti, dei quali novanta nelle due corsie del primo piano e cento circa nelle sale del pianterreno.

Da un riassunto istorico-clinico pubblicato dal dottor Bianchi nel 1871 sulla cura dei garibaldini prigionieri feriti nel 1867 e ricoverati all'ospedale di Santo Spirito in Roma, risultano i seguenti dati:

Dei feriti, cinque erano romani di Roma, cinque della provincia, trentatre della Toscana, diciannove dell'Umbria, trentatre delle Marche, ventotto delle Romagne, diciannove dell'Emilia, ventitre della Lombardia, sei del Piemonte, sei della Liguria,sei delle provincie venete, tre del Trentino, un inglese ed un russo.

Rispetto alle lesioni, centocinquantuno erano feriti di arma da fuoco, sedici erano feriti per arma da punta, nove per semplici contusioni o distrazioni, dieci erano affetti da malattie mediche e provenienti dalle prigioni del palazzo Salviati, due non avevano lesioni e due cessarono, come dissi, di vivere poco dopo giunti all'ospedale senza che si potesse precisamente conoscere il gravissimo loro stato.

La maggior parte delle ferite, come si vede, erano di arma da fuoco e aveano colpito le estremità inferiori.

Dei feriti centotrentasei guarirono ovvero partirono in lodevoli condizioni (io fra questi) e cinquantaquattro morirono. La mortalità fu dunque del 27 per cento.

E per i medici aggiungerò che la morte fu cagionata: per ventiquattro, da ferite trasfosse di vario genere; per due, da ferite penetranti nell'addome con lesione del retto e della vescica; per nove, da ferite penetranti nel petto, con grave lesione polmonare; per dodici, da fratture semplici; per cinque da fratture comminute, e due spirarono appena portati all'ospedale.

E basti delle cifre.

Appena entrato nella corsia, mi sentii chiamare per nome. Mi volsi e riconobbi il maestro elementare. Tosto mi pregò di scrivergli altre lettere, non avendo potuto trovare un nuovo segretario.

Chi venendo dalla Città Leonina imbocchi la Lungara, a pie' della salita che guida a Sant'Onofrio, di fronte al manicomio, vedrà un locale abbastanza ampio che allora aveva la forma di un granaio, specialmente nel piano superiore. Ora venne ristaurato e ripulito e vi si è allogata la ditta Calzone e C., la quale vi stabilì un suo laboratorio di cartonaggio.

Questo era il nuovo ospedale improvvisato. Il mio letto stava al piano superiore sull'angolo e portava, se ben ricordo, il numero ventiquattro.

Si fece presto conoscenza coi nuovi amici, specialmente coi vicini. Fra questi rammento il capitano marchese Ronco di Genova, gentiluomo distinto e soldato valoroso. Si era segnalato in tutte le campagne dell'indipendenza, rimanendo però sempre incolume. A Mentana invece era stato colpito nel momento in cui si credeva meno esposto, mentre stava ragionando con un suo amico, senza pensare menomamente a pericoli. La sua conversazione era piacevole, perchè colto ed arguto parlatore. Pochi anni dopo seppi con vero cordoglio da un comune amico che era morto, non però per la ferita o per conseguenze riportatene.

Come si prevedeva, a Sant'Onofrio si era caduti in peggio d'assai quanto al trattamento. Mancava anzitutto la schietta cortesia del capitano Galliani; il vitto era ben altro da quello dello spedale militare; il servizio era fatto da inservienti di piazza o da infermieri salariati ben diversi dai militari. Cotesti infermieri ci frodavano atrocemente sulle spese e sulle commissioni. Il locale pure era basso ed opprimente e le finestre da un lato sovrastavano ad un letamaio od immondezzaio. Quindi le condizioni igieniche infelicissime. Da ultimo avevamo peggiorato anche quanto a libertà e perfino quanto all'assistenza delle suore. Quelle di Santo Spirito appartenevano alle dame di S Vincenzo, volgarmente detteCappellone, dall'enorme cuffia a vela inamidata che portano in testa. Erano disinvolte, andavano venivano, e facevano le faccende loro con alacrità e senza inceppamenti o pastoie di regole e di prescrizioni. Queste di Sant'Onofrio, oltre all'avere un vestito incappucciato e chiuso, sembravano impacciate anche nel camminare, procedevano lente lente, nè potevano accostarsi al letto di un ammalato se non a due a due; avean l'aspetto gesuitico e per colmo erano brutte ed antipatiche. Seppi di poi che tra queste e quelle di Santo Spirito esisteva un odio implacabile, che non cessò finchè leCappellonenon furono sfrattate dall'ospedale e mandate lontano.

Di queste ultime, ripeto, non posso dire che bene, e ricorderò sempre la madre superiora, ottima dama belga, che parlava distintamente l'italiano, disinvolta, franca, intelligente e di florido e piacevolissimo aspetto.

Questo mi è rimasto talmente impresso, che pochi anni sono, ossia circa ventisei anni più tardi, trovandomi un giorno tra una corsa e l'altra fermo alla stazione di Catania e adocchiando un crocchio di suore che, reduci da chi sa quali lidi, si salutavano fra loro cordialmente, fra l'agitarsi di quelle candide cuffie che sembravan vele di navigli spiegate, mi colpì una fisonomia che fra me stesso giuravo di aver veduta altre volte, benchè certo forse dovesse essere di molto mutata dal tempo.

Il fischio importuno della vaporiera mi impedì di fissare più oltre il placido sorriso della suora, ma quando era proprio il momento del partire, un lampo dei passati ricordi mi fe' trovare vivo e presente, fra le traccie d'una incipiente vecchiaia, il sorriso gentile della mia amabile infermiera d'un tempo. Il treno già si moveva ed istintivamente non potei a meno di mandarle colla mano un amichevol saluto. La suora chinò gli occhi. La poveretta l'avrà creduto uno scherzo ed era invece il saluto della riconoscenza che un antico suo ammalato le mandava.

La malinconia dei frati e la vista di gendarmi in permanenza a guardia delle sale incutevano del pari un'uggia desolante. I frati cappuccini stessi che per il loro spirito d'abnegazione e di carità e per la povertà volontaria acquistano agevolmente la popolare confidenza, in quelle corsie e tra gli ammalati avean alcunchè di sinistro. Quel vederli soltanto intorno a moribondi ed a morti metteva ribrezzo. Ve n'era uno poi che avea un ceffo tanto ributtante ch'io avrei giurato che prima che frate fosse stato masnadiero.

I meno antipatici fra tutti erano ancora gli zuavi di guardia. Venivano a tenerci compagnia e noi ce ne servivamo liberamente come di galoppini per comperar cibarie, frutta, vino, poichè diffidavamo di quella schiuma d'infermieri che ci stavano attorno.

Gli zuavi uscivan quasi tutti da buone famiglie ed avean perciò modi cortesi ed umani. D'altronde il fanatismo stesso che li spingeva a Roma da lontano per farsi schioppettare in difesa della religione, li induceva poi in nome di questa a prestarsi in soccorso della sventura e ad esercitare in tal modo una delle così dette opere di misericordia che, com'è noto, accrescono il merito dei buoni cristiani.

Avevano pantaloni larghi e saccoccie ampie e però, quando uscivano per le compere, ritornavanocolle tasche letteralmente imbottite e donde traevano fondaci interi di commestibili, pane, abbacchio, vitello arrosto, salumi, bottiglie, formaggio, frutta; uno solo portava da desinare per quattro.

Questi desinari a nostre spese erano talvolta indispensabili perchè il vitto dell'ospedale era per verità molto meschino. Per quanto noi si pregasse e scongiurasse il medico visitante di assegnarci nelle sue prescrizioni giornaliere iltutto vitto, ilvino generosoe laminestra particolare, in complesso tutto si risolveva in un brodo allungato, un bocconcino di bollito ed un bicchiere di vino. Per chi avea d'uopo di rimettersi in forze era senza dubbio un foraggio scarso. Perciò quelli che non avean mezzo di provvedersi altrimenti, la facevano magra.

Un caso fortuito ci apprese però il segreto d'ottenere miglior trattamento. Frati e monache riuscirono un giorno a persuadere uno dei feriti più aggravati a fare la confessione e la comunione.

Volle la fortunata sorte che il ferito migliorasse. Non è a dire se frati e monache gridassero al miracolo! E da quel giorno l'ammalato fu ricolmo di carezze e le suore incaricate della distribuzione del vitto andarono a gara per ben trattarlo. Gli portavano brodi, pasticcetti, frutta, limonate.

Tanto bastò perchè molti imitassero l'esempio di colui, sicchè in un attimo ci furono nel nostro ospedale conversioni in gran copia; e i preti,come è naturale, menarono di queste conversioni rombazzo non piccolo, ciò che torna a severo biasimo dei nostri. Comperarsi un vantaggio a prezzo d'ipocrisia è riprovevole e neanche la burla può servire di scusa.

Chi si procacciò invece un miglior trattamento con sistema del tutto opposto fu un professore di scienze naturali, allora tenente di stato maggiore. Il casetto merita d'esser ricordato, ma è difficile riprodurre la scena: bisognerebbe aver conosciuti i tipi.

Era costui uomo di carattere piuttosto bilioso e di temperamento irritabile: tutto lo infastidiva, tutto lo inquietava; era scrupolosissimo dell'ordine e della pulizia, ma amante de' suoi comodi, sofistico, esigente.

Una delle prime sue cure, appena arrivato all'ospedale, fu di farsi fare il bucato e di mutarsi i panni dal capo ai piedi, di farsi rattoppare le scarpe e tenersele sempre lucide, di lustrarsi la catenella dell'oriolo, di costruirsi a fianco del letto una piccola toeletta, di rimpannucciarsi alla meglio provvedendosi d'una cravatta, d'un colletto e d'un cappello nuovi. Anche al vitto ci teneva, e però esigeva il pane cotto in punto, il bollito magro, la minestra particolare, il vino generoso, e via dicendo.

Un giorno, chiamato da molti fra noi che avevano bisogno di mutare copricapo, venne il cappellaioin corsia ed avendone portati parecchi, li depose tutti su di un letto che tosto fu attorniato da compratori, fra i quali il professore in parola. Mentre tutti stavano negoziando, ecco scoccare il mezzodì, ora in cui le suore distribuivano il vitto. Una di esse, come di solito, precedeva posando sul letto d'ogni ferito un piatto di peltro; teneva dietro un'altra la quale deponeva nel piatto un pezzo di bollito. Le razioni erano numerate una per ammalato, non una di più, non una di meno.

Essendo andata in lungo la contrattazione dei cappelli, qualcuno dei vicini di letto, approfittò, o da burla o da senno per appetito irresistibile, della razione destinata al professore. Ritornato costui e trovato vuoto il suo piatto, ritenne che la suora, perchè assente, lo avesse saltato e però reclamò la sua parte.

La suora protestò d'avergliela distribuita, egli rispose che no; essa insisteva ed egli che avea poche cerimonie, le domandò ruvidamente se lo teneva per un burattino da dir una cosa per un'altra. La suora tacque e diede senz'altro al reclamante un'altra razione.

Ma procedendo nella distribuzione quando arrivò all'ultimo e si trovò mancante una porzione, non potè trattenersi, e passando vicino all'amico, gli disse con un risolino:

— Ah furbo il signore! s'è voluto trattar bene quest'oggi!

Questi spalancò tanto d'occhi:

— O che intende di dire?

— Nulla. Se ha appetito, ce n'è ancora sa; basta che ella lo chieda.

— Ma che crede dunque che io l'abbia ingannata?

— Ohibò! L'ospedale non misura il vitto, se un ammalato ne ha bisogno. Solo sarà bene che un'altra volta Ella lo chieda francamente, senza ricorrere a sotterfugi.

— Ma che sotterfugi! Io? replicava l'amico spazientito ed alzando la voce.

— Si calmi, ha fatto benone, anzi benissimo! ripetè la suora sorridendo e scappando in fretta per non lasciar luogo ad alterchi.

Il professore restò molto male. Gli parve di essere canzonato e quel che era peggio, canzonato da una monachella. Masticò veleno tutto il pomeriggio e perlustrò ogni angolo delle corsie per rintracciare la pettegola sua corbellatrice.

La sera il caso portò all'ospedale la madre generala delle suore. C'era stata altre volte e la si conosceva. Era una donna piccola, traccagnotta e di lineamenti piuttosto grossolani. Camminava adagio ed a battute, come se il passo le fosse misurato da un metronomo; teneva sempre la persona e la testa ritte, come se avesseinghiottito un manico di scopa, gli occhi socchiusi e le mani in croce avanti al petto. Parlava adagio, con intonazione inalterabilmente melliflua; vero gesuita in gonnella! Dicono fosse potentissima e che il papa le accordasse udienza qualunque volta le piacesse di farsi annunziare.

Costei procedeva passo passo accompagnata da una suora sua segretaria lungo le corsie. La vide il professore e senza tanti complimenti l'affrontò con questa apostrofe:

— Madre superiora, Ella vorrà avere la compiacenza di richiamare all'ordine le sue dipendenti, le quali, mi sembra, dovrebbero avere l'obbligo d'assistere i poveri feriti e non di corbellarli.

— Oh! sclamò la generala sgranando per la prima volta gli occhi, che è stato?

E qui il nostro compagno, col dolce stile di cui ho dato un saggio, le narrò il fatto della razione sparita, dei suoi reclami e delle risposte sardoniche della monaca. Ma quale non fu il suo stupore quando, mentre s'attendeva la promessa d'una soddisfazione qualsiasi, sentì invece la generala replicare col suo tono mellifluo le stesse parole della monaca da lui accusata.

— Ma bravo, ma bene, ha fatto ottimamente!

— Ma io non domando degli elogi!

— Ma sì, ma vada là! Quando ha appetito non ha che da parlare, si figuri se l'ospedale rifiuta....

— Ma che appetito o non appetito! Io interesso Lei, come superiora, a far valere la sua autorità....

— Sì, benissimo! Darò dunque ordine che il vitto Le sia accresciuto!

— Ma non voglio questo io!...

— Stia tranquillo, non dubiti. Ella ne ha tutto il diritto!

— Insomma, io Le dico che se Ella non mette a posto....

— Sì, sì, sta bene! tutto quello che desidera. Vedrà, metteremo ogni cosa a posto e si troverà contento....

— Oh insomma, urlò l'amico scoppiando, io Le dico che sono stufo di chiacchiere e che le sue suore sono... E qui cadde, come Dio la mandava, una gragnuola di improperi, di invettive e di moccoli all'indirizzo delle povere monachelle. Noi si era fatto bossolo; le suore si erano ritirate impaurite e la madre superiora, per smorzare tanto fuoco, non badava che a ripetere:

— Ha fatto bene! Ha ragione Lei, ma benone, tutto quello che desidera!

E di quanto giovamento ciò fosse lo si può di leggieri argomentare!

La mattina dopo, al letto del focoso amico, cui non era per il sonno ancora sbollita l'ira, mentre stava per alzarsi, si presentarono due suore, fracui quella che era stata causa del chiasso. Ambedue gli porgevano dei panieri di frutta pregandolo da parte della madre superiora, che lo mandava a riverire, di accettare quel piccolo presente, chiedendogli in pari tempo scusa di avergli arrecato dispiacere e dello scandalo dato.

— Ma che scuse, ma che scandalo, ma che frutta! gridò l'amico, dolce come un'istrice e facendo l'atto di buttar all'aria ogni cosa.

Le monache spaventate posarono i panieri sul letto e fuggirono.

Poco dopo, radunati intorno al letto parecchi di noi ed acquetato il fegatoso amico, facemmo festa alle frutta, e mandato a prendere un fiasco di vino bianco, le inaffiammo a piacer nostro.

Per essere giusti però e per debito di storico fedele, debbo dire che ne fu offerto anche alle suore in segno di pace.

Dopo quella scena l'amico non aveva che da chiedere qualunque cosa volesse e gli veniva tosto concessa.

Dei feriti ricoverati a Sant'Onofrio molti versavano in uno stato gravissimo. Ricordo come ora un capitano romagnolo, uomo sulla quarantina: aveva una ferita alla gamba sinistra e non grave, anzi era prossima a cicatrizzarsi. Ma improvvisamente venne preso dal tetano. Due giorni interi spasimò orribilmente, aggomitolandosi e distendendosi,contraendo convulsivamente i muscoli del volto ad un terribile sorriso sardonico, mentre soffriva dolori d'inferno; finalmente il terzo dì soccombette.

Anche a lui fu fatta molta ressa perchè si volesse confessare. Morendo, dispose che i pochi suoi vestiari li avessero due garibaldini i quali lo avevano assistito. Fu uncasus belli! Il regolamento dell'ospizio prescriveva che gli oggetti di vestiario dei morti restassero proprietà dell'Opera pia: il testamento quindi fu dichiarato nullo e l'amministrazione del pio luogo ebbe quei pochi cenci.

Questo individuo, pur troppo, posteriormente si scoperse che era indegno del nome e dell'assisa di garibaldino, perchè apparteneva ad una sètta sanguinaria. Fu certamente una disillusione crudele e però, tacendo della sua vita e avendo dovuto dire della sua morte, copro di un pietoso velo il suo nome.

Un altro ferito vidi io pure morire, ed era degno della più alta pietà. Era un giovinetto di poco oltre i quindici anni. Veniva, mi si disse, da Mantova, dove trovavasi in educazione in quel seminario, ed era fuggito per seguire Garibaldi.

Erano le prime armi che faceva, il poveretto, e furono anche le ultime. Vaneggiava; e più ancora che per la ferita gravissima d'arma da fuoco che gli passava il petto, morì delirante dallo spavento.Battutosi valorosamente alla baionetta ed atterrato da un avversario altrettanto forte quanto vile, venne preso di mira a bruciapelo, supino ed esanime e passato da parte a parte da piombo nemico, non so se italiano o straniero; forse è meglio ignorarlo. Al vedersi l'arma omicida puntata sul petto da quel vigliacco, il giovinetto, impotente a reagire, die' in un subitaneo delirio e perduto ogni sentimento, pazzo, fu trasportato all'ospedale e, pazzo di spavento e di dolore, spirò.

E ricordo pure un gentilissimo e biondo inglese, Scholey, cui si dovette amputare il braccio sinistro, operazione che affrontò colla maggior serenità fumando il sigaro e ringraziando il dottore. Mi richiamava il povero Maroncelli nello Spielberg. Ma poi per successiva irrefrenabile emorragia dovette soccombere.

L'amico Mosettig era stato collocato nelle sale a pianoterra assieme al Papazzoni. Io andavo quasi ogni giorno a trovarlo. Nella stessa stanza giaceva pure un giovane marchigiano, la cui ferita destava l'attenzione e l'interesse dei medici curanti perchè molto grave. Era una lesione alla vescica per arma da fuoco con permanenza del proiettile. Soffriva spasimi indicibili e la cura cui dovea sottostare, era oltremodo dolorosa. Eppure più tardi seppi che, partito in discrete condizioni, da ultimo era perfettamente guarito.

Al letto del Mosettig trovai più volte un monsignor Antici Mattei, prelato domestico, protonotario, canonico, ecc., e più tardi cardinale, in cui la vacuità del cervello era pari all'albagia. Costui, sedotto pur esso da quel benedetto nome di Colloredo, s'era fitto in testa di voler procacciare al Mosettig migliore trattamento e di ottenere che fosse trasferito in una casa privata. Vane essendo riuscite le pratiche presso il Comando militare, senza meno ei pensò di rivolgersi a Pio IX in persona, contrariamente al volere del Mosettig.

Pio IX che certamente ricordò l'accoglienza avuta dal Colloredo a S. Spirito, rifiutò qualsiasi concessione. Dolente il monsignore venne a riferire l'esito della sua missione, rimproverando al Mosettig lo sgarbo usato al Santo Padre e la irreligione dimostrata e non trovò migliore rimedio a tanto male se non, invitandolo dapprima e seccandolo dipoi in tutti i modi, perchè, confessato, facesse pubblica ammenda, in modo che il Santo Padre n'avesse piena soddisfazione; e andava ripetendogli:

— Io riferirò a Sua Santità il vostro pentimento! mi incarico io di portare a' suoi piedi la vostra umiliazione! Vedrete che senza dubbio allora egli si degnerà d'ascoltare le vostre suppliche e vorrà disporre per trovarvi un ricovero conveniente alla vostra condizione ed al vostro stato!...

Un ultimo contrattempo ebbe il Mosettig a patire, sempre in causa di quel malaugurato scambio di passaporto; ed anche allora, trovandomi per fortuna presente, fui io che in qualche modo lo salvai.

Venne un dì a trovarlo quel padre Colloredo che ho sopra ricordato, dei preti dell'Oratorio, un vecchietto, sulle cui spalle dovea certo gravare un secolo di carnevali.

Egli, che da molti e molti anni non avea riveduto il paese natìo, cominciò a tempestare il Mosettig di domande relative al casato ed ai parenti.

— Come sta mio nipote Girolamo? quanti figli ha? e il nipote Riccardo, e la Elisa? Vive ancora suo marito? E il fratello Giacomo? ed il nipote Martino? e il cugino Lucrezio?

Il Mosettig che non ne sapeva una maledetta di quel parentado, fingevasi aggravato dal male per non rispondere e, per il poco che ne sapevo, rispondevo io in sua vece, e, quando non sapevo nulla nemmeno io... inventavo. Dio sa qual bella famiglia di fratelli, cognati e nipoti gli avrò creato!

Col permesso del Comando superiore e debitamente accompagnati vennero in quei giorni parecchi forestieri a visitare l'ospedale e specialmente alcuni parenti dei feriti.

Tra i molti ne rammento uno che rappresentava non so qual società democratica o comitato dell'Umbria o della Romagna che fosse, e veniva per reclamare la salma d'un garibaldino morto pochi giorni prima. Quella società o comitato non potevano scegliere rappresentante più infelice!

Venne annunziandositout-bonnementper quello che era e non ricordo se recasse con sè anche coccarde o gonfaloni, ma è probabile.

C'è sempre un santo per gli imbecilli e infatti costui riuscì a trovare chi lo introdusse nello ospedale. Ci venne perchè, tornate vane le pratiche per esumare e asportare il cadavere, voleva ricuperare gli effetti di vestiario, e cioè una camicia ed un berretto logori e macchiati. Avrebbero servito, diceva egli, per i solenni funerali, che si stavano apprestando a quelmartire.

— Vede, rispondevagli con un sorriso canzonatorio uno scaltrito cappuccino, vede, caro signore, le sembra, non dirò convenienza, ma elementare prudenza, di venire qui a Roma a nome dei framassoni a chiedere di queste cose?

— Ma che ne vogliono fare di quei due cenci logori e sudici? replicava insistendo in buona fede il malcauto ambasciatore.

— E che ne vogliono fare lor signori?

— Devono servire pei solenni funerali, replicava egli ingenuamente.

— Già: si apporranno sul feretro cogli strappi e le macchie di sangue in vista, su d'un catafalco in chiesa, e lì davanti ad una turba di vassalli e d'eretici che da anni forse non poser piede in un tempio cristiano, qualche tribuno indiavolato vomiterà bestemmie ed improperi alla religione, al Santo Padre, alla Chiesa. Abbia pazienza, caro signore, a Roma non si chiedono certe cose e ringrazi Domeneddio d'aver fatto capo a me anzichè ad altri.

Ma quel signore insisteva e per poco non perdeva le staffe. La sua domanda sembravagli tanto naturale! Partito il frate, non potei a meno di consigliarlo a far tesoro dell'ultimo avvertimento datogli. Ad insistere c'era di che farsi legare.

Ma egli ancora non era persuaso e non giurerei che tornato al suo paese, a proposito del consiglio da me datogli, non abbia esclamato: Col lupo si sta e col lupo si urla!

Fra le notabilità diplomatiche o militari venute a farci visita non va dimenticato il cavaliere della Vandea, il colonnello degli zuavi De-Charrette. Si intrattenne a lungo in conversazione col capitano Ronco, al quale rese ampia testimonianza del valore con cui si batterono i garibaldini.

Ci venne pure monsignor Ricci, governatore di Santo Spirito, proprietario del locale ove eravamo ricoverati, e già governatore d'Ancona nel 1861all'epoca del fatto d'arme di Castelfidardo. Costui era un furbacchione matricolato; bastava parlare con lui per avvedersene. Fu, credo, l'ultimo dei governatori dell'opera di Santo Spirito ch'era un tempo ospizio ricchissimo.

Monsignor Ricci aveva un figlio, un giovinotto che morì, se ben ricordo, nel 1872. Faceva parte della guardia nazionale a cavallo, corpo scelto fra il fiore dell'aristocrazia danarosa di Roma. I suoi commilitoni, dalla splendida montura e dagli stupendi cavalli, gli fecero corteo funebre brillantissimo. Credo anzi che un tal fatto per la sua pubblicità abbia poscia di molto raffreddato i rapporti dell'Eminentissimo padre con Sua Santità.

Un giorno, nelle sale si presentò una dama francese accompagnata da una suora e seguita da un servitore in alta livrea che recava biancheria, indumenti, sigari e dolci. Essa sembrava molto interessarsi ai casi nostri, e la suora le accennava quelli fra i nostri che erano più bisognosi di vestiario. Passando vicino a me ed avendole io risposto in francese che per il momento di nulla avevo bisogno:

— Coraggio, ragazzi, coraggio! replicò sottovoce in buonissimo italiano, e mi diè una stretta di mano lasciandovi cadere alcuni sigari, poi continuò disinvolta a fare la francese.

Non credo però che la sua parte le sia riuscita fino in fondo, perchè più tardi la vidi alle prese colla madre superiora generale, che gentilmente volea persuaderla, poichè avea fatta la sua distribuzione, a voler lasciare l'ospedale. Chi fosse quella signora non mi fu dato di sapere neanche dopo.

Un'altra invece venne col proposito deliberato di far la missionaria, come faceva Monsignor Talbot, e regalava a tutti libri di devozione, medagliette, Agnus-Dei. L'istitutoDe propaganda fideavea così fra noi per rappresentanti Monsignor Talbot... e la sua signora. Quale fine abbiano fatto quei libri ed amuleti sarebbe stato piacevole indagare. Per me, so benissimo qual fine fecero i sigari della mia francese, che furono davvero eccellenti.

Il fumare era libero. Si fumava anche alla domenica mentre il prete in mezzo alla crociera celebrava la messa: condiscendenza, per dir vero, a quei tempi, in un ospedale di Roma quasi incredibile. L'abitudine da soldatacci in taluni di pipare e fumare eternamente era però tale che in quel luogo diventava addirittura crudeltà. Si fumava, si beveva e si rideva infatti senza scrupolo veruno, mentre avevamo vicini compagni di sventura che gemevano e morivano.

In brevi giorni pur troppo s'era ridotti a tal punto! L'egoismo in date circostanze diventa sovranoed il cinismo non ha limiti. Entrambi sono frutto dell'abitudine e l'abitudine è presto contratta nelle circostanze della vita in cui la necessità si impone e diventa legge. Io che rabbrividisco vedendo del sangue e cui la vista d'un cadavere fa ribrezzo, allora assistevo impassibile alle operazioni chirurgiche, e rammento d'avere, come se nulla fosse, pranzato accanto ad un letto sul quale giaceva un misero compagno spirato appena da pochi minuti!

Le lettere che ricevevo da casa, non mi pervenivano più colvistodel general Zappi, ma chiuse e suggellate; e questo mercè la gentilezza d'un prete, il cui nome mi è obbligo di segnalare in questo libro, chiudendo col suo ricordo il breve racconto di questi episodi di prigionia.

Era monsignor Giovanni Biffani, già canonico di Santa Maria in Trastevere ed ultimamente cappellano al collegio militare. Parecchi anni or sono, vidi, con sincero rimpianto, annunciata la sua morte dai giornali; posso quindi scrivere di lui liberamente.

Era un giovane sacerdote di cultura ed intelligenza distinte. S'era trovato prete e prete in Vaticano presso Pio IX, perchè figlio d'un famigliare del papa fin da quando era semplice vescovo d'Imola. Pio IX intese beneficare il fedele domestico concedendo un canonicato al figlio maggioreancora in tenera età, e gli è perciò che il Biffani fu prete.

Quando la capitale era ancora a Firenze, erano state notate in un diario fiorentino certe corrispondenze da Roma, che contenevano notizie molto esatte e particolari molto intimi della Corte del Vaticano. I sospetti caddero su monsignor Biffani, e non potendosi o non volendosi fare lo scandalo d'una espulsione, si ricorse al mezzo tradizionalmente sbrigativo, già altre volte usato in Vaticano, il veleno!

Monsignor Biffani prima di coricarsi avea l'abitudine di bere una tazza diconsommé. Una sera, essendo rincasato piuttosto tardi e sentendosi stanco, andò a letto senza sorbire la solita tazza che ordinariamente gli veniva lasciata sul tavolo del salottino d'ingresso. La bevve invece suo padre l'indomani, e poco dopo morì.

Fu eseguita una segreta inchiesta e fu accertato il colpevole nella persona d'un prete che dimorava prossimo al Biffani ed era anzi in comunicazione di casa. Fu istruito un processo segretissimo, dal quale risultò che i tentativi d'avvelenamento erano stati fatti più volte e non si limitavano alla sola persona del canonico. Il reo fu condannato a vent'anni di galera, e del fatto fu severamente proibito far parola.

Monsignor Biffani ragionava spesso con me, e più liberamente che con altri, delle speranze e delle aspirazioni nostre; confortava i prigionieri garibaldini, li incoraggiava, li assisteva ed i deboli sorreggeva, aiutandoli a camminare. Le sue attenzioni furono ben presto notate e dopo un primo rabuffo inflittogli d'ordine superiore da uno dei frati soprastanti, fu finalmente bandito dall'ospedale. Ciò fu però dopo la mia partenza ed egli stesso mi diede la notizia per lettera.

Io, il Mosettig ed altri ancora gli consegnavamo le nostre corrispondenze, perchè le impostasse al coperto dagli occhi della polizia ed egli, per maggior sicurezza ancora, a tutte imprimeva il bollo della segreteria del Capitolo di Santa Maria in Trastevere. Le lettere per noi venivano dai parenti nostri a lui dirette ed egli fedelmente ce le portava premuroso.

Nel 1870, quando ritornai a Roma, non sapendo ove dimorasse, impostai un bigliettino diretto a monsignor Biffani canonico in Santa Maria in Trastevere. Gli chiedevo se si ricordava ancora di me e gli domandavo il suo indirizzo perchè l'avrei veduto molto volentieri..

— S'io mi ricordo di lei! risposemi; ella favorirà domani a pranzo in casa mia, via della Lungara, alle ore 6.

Ci andai, mi fece mille feste, mi fe' trovare a tavola con alcuni patrioti di Roma e tutti insieme, si ricordarono con commozione i giorni passati.

Il canonico Biffani ebbe dalla corte papale vessazioni d'ogni sorta, a cominciare dalla revoca del titolo di monsignore fino all'ultimo e più feroce affronto al suo cuore di figlio, la grazia cioè accordata, dopo soli tre anni, al prete omicida.

Costui continuò a vivere in Vaticano, mentre al Biffani, dopo sì feroce insulto, non si lasciò nemmeno la soddisfazione d'andarsene da sè, ma fu bandito.

Monsignor Biffani morì consunto parecchi anni or sono, come dissi, ed io pago un debito di gratitudine ricordandolo in questo scritto.

Il prete malfattore credo invece che viva tuttora. Venne però cacciato di Vaticano da papa Leone perchè all'epoca d'un pellegrinaggio spagnolo fu scoperto a trafficare in reliquie false[21].

Due o tre giorni prima della nostra partenza un frate francescano volle tentare per un'ultima volta di convertirmi, di farmi fare la confessione generale e la comunione. Chi ve lo spingeva, era un conte, guardia nobile del papa, al quale io era stato raccomandato da un suo parente per lettera, non tanto, diceva questa, per i bisogni materiali, quanto per leoccorrenzespirituali.

Questo conte venne a trovarmi, ma non ebbe il coraggio di fare in persona prima l'apostolo e perciò ne aveva incaricato il padre francescano.

Avevo allora diciannove anni ed uscivo di recente da un convitto diretto da religiosi ove ero stato otto anni. L'impresa del padre cappuccino non sarebbe stata quindi per sè malagevole. In circostanze normali e richiamando i ricordi del collegio, il confessarmi e comunicarmi avrebbero rappresentato nulla più che l'adempimento d'una pratica di religione. Nelle condizioni d'allora invece sarebbero state una confessione di resipiscenza, una vera ritrattazione del mal fatto. Per questo io non volli saperne. Si voleva operare su dime una conversione per poi forse menarne vanto e gridare al miracolo; ed io non intendevo prestarmi a simile chiasso menzognero.

Il padre francescano ricorse a tutti gli argomenti d'una sconclusionata dialettica per indurmi a fare quanto non volevo, e fra l'altre cose tentò di incutermi almeno un'oncia di rossore per trovarmi in quello stato ed in mezzo a quella compagnia di vassalli, com'ei li chiamava.

Per far comprendere quest'uscita del frate, m'è forza accennare ad un fatto spiacevolissimo e per noi doloroso accaduto il giorno prima nella corsia.

Alcuni nostri prigionieri che erano degenti allo spedale, perchè affetti da febbre o da altra malattia, guariti che furono, ad evitare il ritorno nelle carceri, cercavano di rendersi utili aiutando gli infermieri, assistendo i compagni feriti, prestandosi alla distribuzione del vitto, al riassetto delle corsie. La Direzione e la Polizia chiudevano un occhio e lasciavano fare.

Uno di questi però, che era forse il più sollecito ed il più mattiniero e non isdegnava rendere anche i più bassi servigi con una abnegazione veramente mirabile, fu notato che bazzicava frequentemente al letto di un ferito il quale, per la immobilità cui era condannato, da noi si giudicava gravissimo. L'osservazione a lungo andare sì mutò in sospetto, che comunicato di bocca inbocca assieme a qualche tacito lagno, pervenne all'orecchio di uno dei gendarmi di guardia. Questi, in un momento in cui il compagno sano adempiva i soliti uffici, ordinò agli infermieri di mutar posto al ferito, poi fece rovesciare il materasso e nel saccone si trovarono pur troppo parecchi oggetti stati involati di sotto ai guanciali dei compagni mentre dormivano.

Inutile dire l'indignazione generale. Tutti protestammo di non voler più per compagni quei due, ed infatti poche ore dopo una vettura della polizia li trasportava altrove.

Il padre Francesco alludeva a questo fatto quando deplorava la mia condizione. Gli risposi che ogni regola ha la sua eccezione. Anche tra gli apostoli vi fu un Giuda e Cristo morì pur esso fra due ladroni senza che ne fosse per ciò disonorato!

Il frate inorridì della risposta e del paragone, mi trattò da bestemmiatore e disperando di riuscire a nulla, desistette dalle inutili sollecitazioni.

Se i connotati avuti non sbagliano, questo frate stesso pochi anni di poi fece più che insistenza, quasi violenza per poter assistere al suo letto di morte Urbano Rattazzi, di cui era conoscente ed amico. Non ricordo se riuscisse nell'impresa, nè se con l'illustre uomo di Stato i suoi tentativi abbiano avuto miglior fortuna che con me.

L'ordine per la partenza nostra venne alla sera e si estendeva a tutti quelli la cui condizione di salute permetteva il viaggio.

Dei vicini nostri partivamo io e il Bassini. Questi era allora in buone condizioni. Più tardi invece le ferite gli si riaprirono e sofferse una lunga e penosa malattia. Le bajonette gli avevano forato un intestino.

La nostra partenza fu motivo di grande accoramento e di dolore per gli amici costretti a rimanere. Il capitano Ronco, la ferita del quale in quei giorni avea assunto aspetto cancrenoso, quando ilare e contento lo salutai facendogli coraggio:

— Addio, addio, mi disse; non ci rivedremo più, sai.

— Perchè?

— Perchè io non uscirò di qui che per andare a Campo Verano!

Baciai tutti gli amici, ci scambiammo vicendevolmente promesse ed auguri, salutammo con vera effusione d'affetto il buon capitano Galliani, ringraziammo i medici, e allegri come andassimo a nozze lasciammo l'ospedale per andare in patria.

Invece andavamo a... Castel Sant'Angelo!

Attraverso corridoi, scale ed androni, a suon di chiavacci e di cancelli arrugginiti, fummo introdotti in uno stanzone lungo e buio, difeso dal freddo e dall'umido della notte con impannate di tela elungo il quale in terra era disposta della paglia con dei sacconi.

Al lume delle fiaccole rividi il Campari, il Colombi e il Fiorini, i tre compagni che vollero rimanere nella vigna per curare i feriti, restando così prigionieri volontari, i fratelli Rosa di Bergamo ed altri che non ricordo.

Nella stessa prigione stavano pure molti fra gli arrestati della città. Ce n'era d'ogni condizione. C'era pure unclowndi compagnia equestre che ogni tanto per tenersi in esercizio dava spettacolo di salti e capriole. Costui stette in prigione fino al 1870 e appena liberato ritornò al primitivo mestiere. Il poveretto finì più tardi la vita in un ospedale di Bologna, cieco d'ambedue gli occhi.

Rivedere i miei buoni amici fu per me somma consolazione; e in quella sera, per quanto ci fu permesso dalla presenza dei secondini e dei custodi, ragionammo a lungo dei casi nostri e delle passate traversie.

Essi però erano più al corrente che noi di notizie, perchè le avevano giornalmente dall'Osservatore Romano, che un secondino recava loro piegato nelle fodere del suo berretto. Per questo incarico (del resto abbastanza arrischiato) veniva retribuito con una lira per ogni copia.

Un pensiero ci angustiava, che con noi non ci fosse Giovannino, ancora detenuto alle CarceriNuove, e pensavamo che forse il Governo papale volesse fare di lui un martire, lasciandolo soffrire chi sa per quanti anni in segreta.

Quella notte non dormii, e nemmeno i miei compagni. Si sapeva di dover partire, si vegliò tutti al buio.

A notte inoltrata, i chiavistelli delle porte girarono e comparvero finalmente alcuni secondini con torcie e con lumi. Fra questi se ne notava uno vestito da zuavo, aitante della persona e giovane ancora, ma inerme. Costui trasportò in braccio fino al basso il Bassini e qualche altro che non reggevasi in gambe, come avesse portato sacchi di piuma. Mi fu detto che era notissima spia, famigerato sicario e arnese segreto della polizia e che era riuscito colle sue arti a darle in potere parecchi compromessi politici. Vociferavasi ch'egli, unico in tutto il presidio, avesse l'accesso da Castel S. Angelo al Vaticano per il noto passaggio segreto riserbato ai pontefici in caso di cataclismi, e ciò perchè non s'arrischiava ad uscire in città, non essendo sicura la sua pelle se poneva piede fuor delle inferriate del Castello. Di là dirigeva con acutezza di vero cagnotto le sue operazioni di gran mastro caccialepre.

Da Castel S. Angelo alla stazione marciammo a piedi al chiaror delle fiaccole. Era notte inoltrata e si traversò tutta Roma senza incontrare anima viva.

Qual triste senso avrà dovuto fare un corteo simile, di notte, per quelle strade ove, anzichè prigionieri, due mesi prima speravamo di passeggiar trionfatori!

Ma scommetto che quest'antitesi abbastanza dolorosa non ad uno dei nostri in quella notte passò per la mente. Il miraggio dell'imminente libertà e la certezza di rivedere fra brevi ore la famiglia era in quell'istante l'unico nostro pensiero.

Il treno che doveva portarci al confine fu scortato da soldati francesi.

A Civitavecchia ci arrestammo a lungo per attendere altri prigionieri provenienti da quel bagno: una torma di infelici, scarni, pallidi, smunti, abbattuti, veripezzenti. Furono caricati in vetture di terza classe e stipati come le bestie. Anche fra loro ritrovai degli amici, Alberto Ceresa, Silvio Andreuzzi, Carlo Marzuttini ed altri.

Un ufficiale francese della nostra scorta, avendo riconosciuto a quella stazione un altro ufficiale suo amico della legione d'Antibo, che gli chiese dove andasse, rispose che veniva fino alla frontiera a scortarecette canaille. Un capitano dei nostri l'udì, lo apostrofò come si meritava e credo ne seguisse una sfida. L'aspetto nostro esteriore però non dava tutto il torto al vocabolo.

Al confine trovammo un altro inciampo. Il treno pontificio dovea retrocedere, ma il treno di ricambio da Grosseto non era ancora arrivato.

Bisognò attenderlo più ore in rasa campagna con un freddo ed un vento micidiali. E ciò naturalmente fu causa che noi mandassimo le ultime nostre benedizioni al governo italiano, il quale appena arrivati al confine ci dava tosto un saggio del suo buon ordine!

Ora, a pensarci bene, si direbbe: che c'entra il governo colle ferrovie? ma allora si ragionava così.

A Grosseto si sostò per pernottare.

Era prefetto il commendator Homodei, un pavese, gentilissima persona. Il Campari e il Bassini, suoi compatrioti, lo conoscevano e perciò fummo ospitati da lui. Alla sera ci trovammo tutti assieme ad una trattoria e si fece onore a parecchi fiaschi di ottimo Chianti.

Chi mi crederebbe se volessi asserire d'aver serenamente e da me solo trovato in quella sera la strada per giungere al soffice ed elastico letto della Prefettura?...

Finora dissi intera la verità, e però una bugia all'ultimo guasterebbe ogni cosa.

L'indomani io abbracciava i miei cari!

Sono trascorsi trent'un anni!

Nel 1870, poco dopo la breccia di Porta Pia, un giorno vidi nella vetrina di un libraio al Corso una oleografia rappresentante lamorte d'Enrico Cairoli. Era una copia del quadro dell'Ademollo e molti si trattenevano a guardarla.

— Chi era questo Cairoli? mi chiese unpaino. Era un brigante?

I tre militari che si scagliano a baionetta calata sovra un borghese caduto gli suggerivano codesta idea, ignorando egli affatto la recente istoria della campagna di Roma del 1867 ed i suoi particolari.

La domanda di colui sintetizza veramente lo stato d'ignoranza e d'ignavia in che viveva allora la popolazione di Roma intorno ai propri destini.

Venuto il 1870, ed entrate le truppe dalla breccia, il patriottismo fiorì a dismisura, i martiri pullularono, tutti non solo conobbero la storia patria ma ne furono principali attori, tutti furono fattori efficaci della libertà e dell'indipendenza, gli eroi dalle coccarde e dalle bandiere fiorirono innumerevoli!

È storia, non di Roma soltanto, ma di tutta l'Italia. Le commemorazioni patriotiche, a partire da quell'anno diventarono d'obbligo. Quella di Villa Glori, per la vicinanza del posto fuori le mura, divenne popolare e rese pure popolare il fatto che, ignorato e quasi sconosciuto da principio, coll'andar del tempo, accresciuto, ingigantito da artisti e da poeti, per poco non divenne leggendario.

Queste brevi pagine spero rimettano le cose a posto.

Senza esagerare però d'idolatria o di feticismo io deploro un fatto. A merito del municipio di Roma e per iniziativa del compianto comm. Pianciani, coadiuvato poscia dal duca don Leopoldo Torlonia suo successore, venne collocato al Pincio il bel monumento dello scultore Ercole Rosa. Dell'opera d'arte fu già detto abbastanza. È un gioiello artistico, in cui non sono a lamentare che le modeste proporzioni, rese tali ancora più dallo spazioso ambiente dove fu collocato, dal vastissimo orizzonte e dall'imponente panorama che gli fa cornice.

Ma il luogo dove caddero i fratelli Cairoli, doveva essere dal municipio di Roma religiosamente conservato. Invece la passeggiata dei Monti Parioli mutò faccia interamente a quel posto.

Quando ancora la si stava costruendo, un giorno io condussi la mia famiglia a passeggio da quellaparte e, quando arrivammo sul posto, io stesso non riconoscevo più la storica villa. Il cancello da cui penetrarono gli svizzeri, la stradicciuola da cui salirono e donde apersero il fuoco, sono spariti. Una frana di terra dava accesso alla sommità del colle ove a stento si scernevano i ruderi della casetta del vignarolo, donde fu aperto dai nostri il fuoco e dove cadde il povero Moruzzi.

La vigna, passata in altre mani, era stata espropriata ed il Municipio si era valso di quella collina come cava di terra per costruire la passeggiata. Per accedere al sommo non v'era altro modo che inerpicarsi per quella frana.

Recentemente, in occasione del 25º anniversario di Roma italiana, venne praticata una nuova strada d'accesso e sul posto ove caddero Enrico e Giovannino fu eretta una colonna commemorativa. La topografia però del posto è affatto mutata, nè alcuno può farsi un'idea del come avvenne l'attacco e si svolse l'azione. Della casa del vignarolo quasi non resta più traccia, la Villa ancora intatta è convertita in una caserma di guardie di finanza e dove spirò il Mantovani e giacque esanime il povero Enrico, ora è la camera di sicurezza per le guardie! Costava tanto poco il coordinare la passeggiata dei Parioli in modo da rispettarne quei cari ricordi! Si rispettano tanti ruderi insignificanti, unicamente perchè hanno il battesimo e la patina dell'antichità,senza forse conoscere se abbiano effettivamente un valore storico ed artistico! Non si risparmiarono quelle sacre zolle che ebbero battesimo glorioso di sangue e dove con nessuna spesa e con verun disagio poteva la generazione crescente tener viva e palpitante la religione dei ricordi colle visite frequenti e col riandare la pietosa storia del dramma ivi consumatosi.

Ora, da due o tre anni, e dopo l'inaugurazione della colonna avvenuta nel 1895, commemorazioni non se ne fanno più; la data però se la ricordano i superstiti ed i pochi che ancora tengono vivo il culto dei patrii ricordi, ed ogni anno il 23 ottobre infiorano di corone il mandorlo alla Villa ed il Monumento al Pincio.

Il popolo di Roma li ama quei due modesti ricordi, e quando passa per il Pincio o sale ai Parioli, vi si trattiene e manda un mesto saluto ai caduti.

Opportune le epigrafi, non così l'elenco del volontari a tergo del monumento. Il nome dei vivi non va mai passato solennemente alla posterità, poichè fino a che c'è vita, c'è campo ancora a coprirsi d'infamia.

Pur troppo però, mentre io scrivo, se venisse fatto di riunirci, molti mancherebbero all'appello.

Per quanto n'ebbi notizia io, li segnai tutti i poveri nostri morti con una crocetta ed ahimè!che la funebre lista già mi rende l'immagine di un cimitero.

Di settantotto nomi già una trentina portano il segno della morte! Uno per anno!

Chi sarà l'ultimo a spargere fiori e corone sui compagni caduti?...

A lui sieno raccomandate queste mie memorie!

SCRITTI INEDITI DI GIOVANNI CAIROLIEDELENCO DEI COMBATTENTI A VILLA GLORI

Nel 1868 Giovanni Cairoli raccontò la gloriosa spedizione dei Monti Parioli traendone la materia specialmente da «un libriccino di note scritto nelle segrete di Roma»: e l'opuscolo di lui fu anche ristampato, dieci anni dopo, a cura di B. E. Maineri. Pur tuttavia siamo certi che gli appunti tratti da quel medesimo «libriccino» e qui per la prima volta pubblicati saranno letti dai cultori devoti delle patrie memorie con piacere e con vivo interesse.

Sono brevi note scritte frettolosamente e per semplice memoria personale, quando viva ancora era nella mente di Giovanni l'impressione dei casi occorsi e le sofferenze fisiche e morali, che ne erano la conseguenza, dovevano rendergliene più pungente ed in pari tempo più desiderato e continuo il ricordo. Nella loro disadorna brevità quelle poche frasi rapide, concise, buttate giù a scatti e talvolta anche incompiute, ma pur sempre suggestive, tra le quali con insistente affettuosità ritorna di tratto in tratto la frase piena di doloroso rimpianto per il fratello «il mio Enrico, il mio caro Enrico», conservano tutta intiera la loro ingenuità ed efficacia, come uscissero ancor vive direttamente dall'animo del giovane eroe che faticosamente le ha vergate col lapis nei giorni tristi dell'ospedale e della prigionia. Per ciò la commozione che viene da questi incomposti appunti è più immediata e più intensa: nel rifacimento posteriore diessi dato alle stampe l'efficacia dell'espressione spontanea riesce attenuata dalla preoccupazione letteraria, cui, sia pure inconsapevolmente, obbediscono anche gli eroi quando sanno di scrivere per il pubblico.

Non v'è artificio di letterato che valga la semplicità non cercata: così è degli appunti di Giovanni Cairoli, donde fra pochi tocchi, ma forti e schietti, si intravedono e balzan fuori effetti drammatici mirabili nella loro semplice verità. Valga per tutte la pagina dove è descritto lo svegliarsi dei feriti che giaciono abbandonati sul campo della pugna: nell'oscurità silenziosa della notte, incerti della loro sorte, impotenti a muoversi, si chiamano, si riconoscono alle voci, si scambiano le notizie e gli addii che credono gli estremi, e da ultimo la loro voce si unisce nel grido di Viva l'Italia. È una scena di così grandiosa e sublime semplicità che par staccata dai poemi omerici.

La nostra edizione riproduce integralmente l'autografo che Benedetto Cairoli consegnò a Federico Napoli e del quale il Ferrari trasse una copia. La lettera con cui il signor Napoli volle cortesemente permetterne la pubblicazione è ispirata a così nobili sentimenti che non possiamo trattenerci dal metterla sotto gli occhi dei lettori come degna prefazione agli scritti di Giovanni Cairoli.

«Roma, 7 gennaio 1899.

«Caro Ferrari,

«Mi pare quasi superfluo darti l'autorizzazione di pubblicare il giornaletto di Giovannino Cairoli relativo a Villa Glori: — ma poichè tu la chiedi la dò con tutto il cuore. Anche se tu, senza interpellarmi, lo avessi fatto, non mi sarebbe mai venuto in mente di rimproverartelo, chè anzi ti avrei dato lode di curare con affetto e venerazione una memoria così cara e gloriosa. E oggi singolarmente in Italia, ove tanto scarso è divenuto il cultodelle cose belle! e alla quale a ragione potrebbe rivolgersi l'apostrofe di Giacomo Leopardi:


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