CAPITOLO VIII.

CAPITOLO VIII.

Coloro i quali sostengono che di molto vada debitrice la donna al cristianesimo e alla cavalleria, evidentemente vogliono farsi illusione in favore di questi agenti storici, contro l'autorità dei fatti. L'ideale della santa e quello della dama degli antichi romanzi, sono prodotti d'idee utopistiche affatto inconciliabili coll'ordine sociale. Ognuno può domandarsi che cosa diverrebbe la società umana se ogni donna fosse una santa Teresa od una Isotta; due opposti egualmente esiziali per essa come quelli che, quantunque in modo diverso, ne escludono il principale fondamento, la famiglia. Gran bisogno delle inesauribili forze sue ebbe nel medio evo l'umanità, costretta a lottare contro questi due potenti principi: l'uno de' quali avrebbe voluto cambiarla in un vasto eremo dove la famiglia cessasse e rimanesse l'individuo puro e semplice, l'altro in una casa di dementi posti in continua opposizione collamorale e col senso comune. Da un lato i padri e gli scrittori ecclesiastici ad una voce encomiavano il celibato, come quello fra gli stati dell'uomo che solo è capace di condurre a perfezione: dottrina non solo assurda, ma eminentemente immorale perchè egoistica, perchè contraria alla prima base della società umana, e perchè tale che pone il perfezionamento umano in aperta contradizione colle leggi naturali e sociali e coll'esistenza stessa dell'umanità. L'aver santificato il matrimonio, che a molti sembra uno dei grandi meriti della chiesa cristiana, fa l'effetto di una derisione a chi conosce il medio evo ed ha veduto dappresso tutta quella immensa falange di uomini autorevoli, che ad ogni occasione il matrimonio e la donna pongono in iscredito colla voce, coll'esempio e collo scritto. Dall'altro lato e per via opposta, alle stesse mortifere conseguenze spingeva la cavalleria, fiaccando ogni saldezza dei vincoli coniugali, privando la donna della prima base su di cui possa riposare la dignità sua, che è l'onestà ed il rispetto di sè stessa. Così avveniva che, ad onta di certe purissime imagini presentate dall'hagiografia e dalla leggenda cristiana, ad onta degli incensi prodigati al sesso femminile nei romanzi, nei tornei e nelle corti d'amore, in verun'altra epoca fosse la donna più turpemente insultata, beffata, svillaneggiata di quello fu nel medio evo, cominciando dai più serii scritti dei teologi e scendendo fino alla poesia ed al teatro da piazza. Una incredibile quantità di racconti e di aneddoti, spesso triviali ed osceni, la cacciavano nel fango e, quel che oggi pare impossibile, non figurano soltanto nei repertori dei giullari che avevano il solo scopo di divertire, ma nei repertori dei predicatori che li narravano dal pergamo col pretesto di cavarne una morale qualsiasi, ma spesso in realtà, giullari in cocolla, perfar ridere anch'essi[206]. Chi conosce quei repertori spiega lo sdegno del nostro poeta che grida:

«Ora si va con motti e con iscedeA predicare, e pur che ben si rida,Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.»

«Ora si va con motti e con iscedeA predicare, e pur che ben si rida,Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.»

«Ora si va con motti e con iscede

A predicare, e pur che ben si rida,

Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.»

A questo spirito persecutore è informata tutta la parte più antica della leggenda virgiliana che si riferisce a donne. Nel primo e più comune racconto in cui Virgilio figura come innamorato, egli è posto in relazione con una giovane figlia di un imperatore di Roma. La viva fiamma che gli arde in petto non solo non è corrisposta, ma incontra grandissima crudeltà nell'oggetto amato, che non resiste alla tentazione di farsi beffe del grande uomo. Fingendo di accettare la sua dichiarazione e di piegarsi ai suoi voti, la giovane gli propose di introdurlo nascostamente nelle proprie stanze, facendolo tirar su di notte dentro una cesta fino alla finestra della torre da essa abitata. Tutto gioia, Virgilio accettò; e all'ora designata corse a mettersi nella cesta che trovò pronta appuntino, e con sua grande soddisfazione non tardò a sentirsi sollevare in aria. E fino ad un certo punto la cosa andava bene; ma giunta la cesta a mezza strada lì si fermò e vi rimase fino a giorno. Grandi furono le risa e il chiasso che fece la mattina appressoil popolo romano, a cui Virgilio era notissimo, quando vide un sì grave personaggio in quella pensile situazione. Nè qui finiva la cosa: chè, informato di tutto l'imperatore, Virgilio messo a terra di grave pena era minacciato, se coll'arte sua non avesse saputo sottrarvisi. Ma lo smacco rimaneva, e l'oltraggio non era perdonabile. La vendetta ch'egli immaginò fu terribile. Ei fece che il fuoco tutto quanto era in Roma si spegnesse a un tratto, notificando che, chi ne volesse, soltanto sulla persona della figlia dell'imperatore avrebbe potuto procurarsene, e che il fuoco così ottenuto non si potrebbe comunicare dall'uno all'altro, ma ognuno dovesse prenderne direttamente nel modo indicato. Fu duopo piegarsi ai voleri del mago. La figlia dell'imperatore posta sulla pubblica piazza nella più indescrivibile posizione, dovette soggiacere a quel lungo supplizio: i Romani riebbero il fuoco e Virgilio fu vendicato.

Questa novella consta di due parti distinte che in essa trovansi riunite, ma che esistettero anche separate: quella cioè della burla e quella della vendetta. Virgilio non figura veramente come mago che in quest'ultima. La prima appartiene al vasto ciclo dei racconti relativi alle astuzie femminili, ed esprime l'idea che non v'ha grandezza d'uomo a cui la malizia donnesca non si mostri superiore, come la stessa idea esprimevano mille altri racconti comunissimi nel medio evo, taluni desunti dalla storia sacra e profana e dalle tradizioni dell'antichità, altri totalmente leggendari. Cominciando da Adamo, David, Sansone, Ercole, Ippocrate, Aristotele e mille altri illustri figuravano nella lunga lista delle vittime degli inganni muliebri. Alcuni di questi non faceano che prestare un nome illustre ad un racconto favoloso, e se a ciò avean soggiaciuto Ippocrate e Aristotele,non poteva a meno di soggiacervi Virgilio, celeberrimo qual'era per infinita sapienza. Citiamo come esempio i seguenti versi francesi d'anonimo:

«Par femme fut Adam deceuet Virgile moqué en fu,David en fist faulx jugementet Salemon faulx testament;Ypocras en fu enerbé,Sanson le fort deshonnoré;femme chevaucha Aristote,il n'est rien que femme n'assote»[207]

«Par femme fut Adam deceuet Virgile moqué en fu,David en fist faulx jugementet Salemon faulx testament;Ypocras en fu enerbé,Sanson le fort deshonnoré;femme chevaucha Aristote,il n'est rien que femme n'assote»[207]

«Par femme fut Adam deceu

et Virgile moqué en fu,

David en fist faulx jugement

et Salemon faulx testament;

Ypocras en fu enerbé,

Sanson le fort deshonnoré;

femme chevaucha Aristote,

il n'est rien que femme n'assote»[207]

Eustachio Deschamps (XIV sec.) scrive anch'egli:

«Par femme fu mis à destructionSanxes li fort et Hercules en rage,ly roy Davis à redargucion,si fut Merlins soubz le tombel en caige;nul ne se puet garder de leur langaige.Par femme fut en la corbaille à RommeVirgile mis, dont ot moult de hontaige.Il n'est chose que femme ne consumme»[208].

«Par femme fu mis à destructionSanxes li fort et Hercules en rage,ly roy Davis à redargucion,si fut Merlins soubz le tombel en caige;nul ne se puet garder de leur langaige.Par femme fut en la corbaille à RommeVirgile mis, dont ot moult de hontaige.Il n'est chose que femme ne consumme»[208].

«Par femme fu mis à destruction

Sanxes li fort et Hercules en rage,

ly roy Davis à redargucion,

si fut Merlins soubz le tombel en caige;

nul ne se puet garder de leur langaige.

Par femme fut en la corbaille à Romme

Virgile mis, dont ot moult de hontaige.

Il n'est chose que femme ne consumme»[208].

E più tardi Bertrando Desmoulins nel suoRosier des Damesfaceva dire alla Verità:

«Que fist à Sanson Dalidaquant le livra aux Philistins,n'à Hercules Dejaniraquant le fict mourir par venins?une femme par ses enginsne trompa-elle aussi Virgilequant à uns panier il fut prinset puis pendu emmy la ville?[209]»

«Que fist à Sanson Dalidaquant le livra aux Philistins,n'à Hercules Dejaniraquant le fict mourir par venins?une femme par ses enginsne trompa-elle aussi Virgilequant à uns panier il fut prinset puis pendu emmy la ville?[209]»

«Que fist à Sanson Dalida

quant le livra aux Philistins,

n'à Hercules Dejanira

quant le fict mourir par venins?

une femme par ses engins

ne trompa-elle aussi Virgile

quant à uns panier il fut prins

et puis pendu emmy la ville?[209]»

E questa idea e questi esempi sono un luogo comune della poesia satirica, morale e burlesca nelle varie letterature d'Europa dal sec. XIII al XVI, di cui si potrebbero citare saggi innumerevoli[210]. Ad Aristotele era toccato un racconto d'origine orientale, secondo il quale il filosofo sarebbesi assoggettato a portare il basto per volered'una donna da lui amata[211]. Ad Ippocrate toccò in unFabliau[212]quella stessa avventura della cesta che toccò anche a Virgilio, e che a quest'ultimo rimase poi attribuita in modo assai più permanente[213]. Ma anche senza il nome di Virgilio nè d'Ippocrate, essa costituisce il soggetto di una novella del Fortini[214], di un canto popolare tedesco[215]e d'uno francese tuttora vivente[216].

La seconda parte affatto staccata dalla prima, incontrasi nella letteratura europea più secoli innanzi ch'essa fosse attribuita a Virgilio. Essa ricorre in un antico testo degliAttidi S. Leone taumaturgo[217], ov'è attribuita ad un mago Eliodoro vissuto in Sicilia nell'VIII secolo. Questi atti sono tradotti dal greco, ed il racconto è certamente d'origine orientale. Infatti noi lo ritroviamo con varianti di poco momento, in una storia dei Khan mongoli del Turkestan e della Transossiana, scritta in persiano e tradotta dal Defréméry[218]e in un aneddoto che serve di fondamento ad un proverbio arabo[219]. Certamente esso si divulgò, con altre leggende e novelle, fra i bizantini; in un libro neogreco del secolo scorso troviamo la prima e la seconda parte riunite, riferite ambedue all'imperatore Leone il filosofo[220]. E prima che ambedue le parti attribuite a Virgilio si fondessero assieme, ricorre applicata a lui questaseconda solamente. Il più antico esempio che io ne conosca, è quella poesia, già da me citata, del trovatore Giraud de Calançon, non posteriore al 1220, nella quale, fra gli altri fatti di Virgilio che il giullare deve conoscere, è annoverato anche quello «del fuoco ch'ei seppe estinguere» (del foc que saup escantir). Poi nellaImage du mondetutta la seconda parte dell'avventura è narrata senza la prima. Non sarebbe impossibile però che questa si fosse unita al nome di Virgilio in un'epoca anteriore anche all'idea del mago, e quindi indipendentemente dalla seconda. Infatti in essa Virgilio figura soltanto come uomo di grande sapienza, e il suo gran nome serve a renderla più ridicola come novella, più autorevole come esempio. La seconda parte che ad essa fu aggiunta, quantunque dapprima sembri adattarvisi assai bene, pure lascia troppo visibile la commettitura. Virgilio che in essa figura come potentissimo mago, non è certamente tale nella prima, nella quale non sa nè prevedere la burla, nè sottrarvisi.

Così riunite le due parti in un solo racconto, questo ricorre in un testo latino del XIII secolo[221]e nella Cronica universale di Ians Enenkel[222]. Poi si ripresenta nelRenart contrefaite in un gran numero di scritti dei secoli XIV, XV e XVI, francesi e tedeschi particolarmente, ma parecchi anche inglesi, spagnoli e italiani. Anche fra leRimurislandesi ve ne ha una[223]che narra lo sfregio e la vendetta, ma lo sfregio è doppio poichè la donzella dopo aver burlato Virgilio colla cesta lo riduce anche aservirle da cavalcatura, come altri narrarono di Aristotele. Indipendentemente da quelli che ne parlano insieme alle altre leggende virgiliane, i più narrano o richiamano questo racconto, particolarmente nella sua prima parte, con molti altri, nel declamare da burla o sul serio contro le donne e i peccati carnali. Così il poeta spagnuolo Juan Ruiz de Hita(1313) riferisce quel fatto a proposito delPecado de Luxuria. Più tardi però ai tempi di Ferdinando e Isabella, quando appunto Diego de Santo Pedro nel suoCarcel de amordiceva, propugnando la causa delle donne, che: «le donne ci dotano delle virtù teologali non meno che delle cardinali e più che gli apostoli ci rendono cattolici» l'avventura di Virgilio era citata in vilipendio delle donne in un poemetto spagnuolo di cui neppure il titolo si può citare[224]. Combinato così colla morale, quel racconto non solo fu ripetuto a sazietà nella letteratura[225], ma fu spessissimo rappresentatodall'arte, e fin nelle chiese posto sott'occhio ai fedeli, scolpito in marmo, in legno, in avorio[226]. Servì pure di soggetto a molte pitture e incisioni, delle quali talune appartengono ad artisti illustri come Luca di Leida, Giorgio Pencz, Sadeler, Hopfer, Sprengel e più altri[227].

In Italia il più antico scrittore che, a mia notizia, racconti questa novella col nome di Virgilio è, oltre all'Aliprando di cui parleremo in seguito, il Sercambi (1347-1424) che la riferisce nella sua cronica, dalla quale essa fu già estratta e pubblicata a Lucca[228]. La fama del fatto era tanto diffusa, che si finì col designare una delle varie torri di Roma come quella che fu testimone della scena. Così spiego il nome diTorre di Virgiliodato in Roma alla torredei Frangipani[229]e l'aneddoto stesso introdotto nella versione tedesca delMirabiliadel secolo XV, ed in uno scritto, parimenti tedesco e dello stesso secolo, intorno alle sette chiese principali di Roma[230]. Quel capo ameno del Berni annovera[231]fra le antichità che «pellegrini o romei» andavano a vedere a Roma:

«E la torre ove stette in due cestoniVirgilio spenzolato da colei.»

«E la torre ove stette in due cestoniVirgilio spenzolato da colei.»

«E la torre ove stette in due cestoni

Virgilio spenzolato da colei.»

Enea Silvio nel suoDe Euryalo et Lucretia(1440), cita la prima parte dell'avventura come avvertimento morale. Come imprecazione però, fra le altre mille, figura essa nellaMurtoleide:

«Possa come Virgilio in una cistolaDalla fenestra in giù restar pendente.»

«Possa come Virgilio in una cistolaDalla fenestra in giù restar pendente.»

«Possa come Virgilio in una cistola

Dalla fenestra in giù restar pendente.»

Nei testi a stampa dell'antico poemetto italianoIl padiglione di Carlomagnoleggesi la seguente ottava:

«Ancora si vede Aristotil storiareE quella femmina che l'ingannò,Che come femmina lo facea filareE come bestia ancor lo cavalcò,E 'l morso in bocca gli facea portare,E tutto lo suo senno gli mancò;Da l'altra parte Virgilio si miravaChe nel cestone a mezza notte stava»[232].

«Ancora si vede Aristotil storiareE quella femmina che l'ingannò,Che come femmina lo facea filareE come bestia ancor lo cavalcò,E 'l morso in bocca gli facea portare,E tutto lo suo senno gli mancò;Da l'altra parte Virgilio si miravaChe nel cestone a mezza notte stava»[232].

«Ancora si vede Aristotil storiare

E quella femmina che l'ingannò,

Che come femmina lo facea filare

E come bestia ancor lo cavalcò,

E 'l morso in bocca gli facea portare,

E tutto lo suo senno gli mancò;

Da l'altra parte Virgilio si mirava

Che nel cestone a mezza notte stava»[232].

E molti altri testi italiani dei secoli XV e XVI potrebbero citarsi che provano come quell'avventura virgiliana fosse allora così popolarmente conosciuta qui come altrove. Mi limito a citare, perchè inedita, unaCanzone morale in disprezzo d'amore[233]che leggesi in un codice magliabechiano del secolo XV, nella quale agli esempi di Giove, Aristotele, Salomone ecc. si aggiunge quello di Virgilio:

«Lett'hai d'una donzella che ingannavaVirgilio collocato in una cesta,E fuor della finestraAttaccato lasciollo infino a giorno.»

«Lett'hai d'una donzella che ingannavaVirgilio collocato in una cesta,E fuor della finestraAttaccato lasciollo infino a giorno.»

«Lett'hai d'una donzella che ingannava

Virgilio collocato in una cesta,

E fuor della finestra

Attaccato lasciollo infino a giorno.»

In un poemetto inedito contro amore, pur di quell'epoca, leggiamo:

«E tu Virgilio parasti le botteChe sanno dar le donne a' loro amanti.Tu ti pensasti rimetter le dotteCon colei che ti fea inganni tanti.A casa sua tu andasti una notte. . . . . . . . . . . . . .Fatto lo 'mposto cenno, ella fu presta,E pianamente aperse la finestra.Con una fune una cesta legoe,Per dimostrare di farti contento,E fuor della finestra la mandoeDove tu eri e tu v'entrasti drento;Tirotti a mezza via e poi t'appiccoeA un arpion per tuo maggior tormentoE fino al giorno istesti appiccato,Dal popolo e da lei fosti beffato.»[234]

«E tu Virgilio parasti le botteChe sanno dar le donne a' loro amanti.Tu ti pensasti rimetter le dotteCon colei che ti fea inganni tanti.A casa sua tu andasti una notte. . . . . . . . . . . . . .Fatto lo 'mposto cenno, ella fu presta,E pianamente aperse la finestra.Con una fune una cesta legoe,Per dimostrare di farti contento,E fuor della finestra la mandoeDove tu eri e tu v'entrasti drento;Tirotti a mezza via e poi t'appiccoeA un arpion per tuo maggior tormentoE fino al giorno istesti appiccato,Dal popolo e da lei fosti beffato.»[234]

«E tu Virgilio parasti le botte

Che sanno dar le donne a' loro amanti.

Tu ti pensasti rimetter le dotte

Con colei che ti fea inganni tanti.

A casa sua tu andasti una notte

. . . . . . . . . . . . . .

Fatto lo 'mposto cenno, ella fu presta,

E pianamente aperse la finestra.

Con una fune una cesta legoe,

Per dimostrare di farti contento,

E fuor della finestra la mandoe

Dove tu eri e tu v'entrasti drento;

Tirotti a mezza via e poi t'appiccoe

A un arpion per tuo maggior tormento

E fino al giorno istesti appiccato,

Dal popolo e da lei fosti beffato.»[234]

Nicolò Malpiglio in una canzone per Nicolò d'Este[235]scriveva, parlando ad amore:

«El Mantuan poeta nel canestroPose quest'altra cui tu lusingastiE non ti vergognastiDar di tanta virtù solazzo al volgo.»

«El Mantuan poeta nel canestroPose quest'altra cui tu lusingastiE non ti vergognastiDar di tanta virtù solazzo al volgo.»

«El Mantuan poeta nel canestro

Pose quest'altra cui tu lusingasti

E non ti vergognasti

Dar di tanta virtù solazzo al volgo.»

NelContrasto delle donnedi Antonio Pucci[236], fra i numerosi esempi favorevoli e contrari al bel sesso, si rammenta in due ottave quello di Virgilio:

«Diss'una che Virgilio avia 'n balìa:— Vieni stasera, ed entra nella cestaE collerotti a la camera mia. —Ed ei v'entrò, ed ella molto prestaIl tirò su; quando fu a mezza viaIl canape attaccò, e quivi resta;E la mattina quando apparve il giornoIl pose in terra con suo grande scorno.Risp. Virgilio avea costei tanto costrettaPer molti modi con sua vanitadeCh'ella pensò di farli una beffettaA ciò che correggiesse sua retade;E fe' quel che tu dì non per vendettaMa per difender la sua castitade;Ver'è che poi, con sua grande scienza,Fece andar sopra lei aspra sentenza.»

«Diss'una che Virgilio avia 'n balìa:— Vieni stasera, ed entra nella cestaE collerotti a la camera mia. —Ed ei v'entrò, ed ella molto prestaIl tirò su; quando fu a mezza viaIl canape attaccò, e quivi resta;E la mattina quando apparve il giornoIl pose in terra con suo grande scorno.

«Diss'una che Virgilio avia 'n balìa:

— Vieni stasera, ed entra nella cesta

E collerotti a la camera mia. —

Ed ei v'entrò, ed ella molto presta

Il tirò su; quando fu a mezza via

Il canape attaccò, e quivi resta;

E la mattina quando apparve il giorno

Il pose in terra con suo grande scorno.

Risp. Virgilio avea costei tanto costrettaPer molti modi con sua vanitadeCh'ella pensò di farli una beffettaA ciò che correggiesse sua retade;E fe' quel che tu dì non per vendettaMa per difender la sua castitade;Ver'è che poi, con sua grande scienza,Fece andar sopra lei aspra sentenza.»

Risp. Virgilio avea costei tanto costretta

Per molti modi con sua vanitade

Ch'ella pensò di farli una beffetta

A ciò che correggiesse sua retade;

E fe' quel che tu dì non per vendetta

Ma per difender la sua castitade;

Ver'è che poi, con sua grande scienza,

Fece andar sopra lei aspra sentenza.»

In altra poesia assai più antica, forse del XIII sec., neiProverbi sulla natura delle donne[237]lo stesso fatto è attribuito al filosofo Antipatro:

«D'Antipatol filosofo udisti una rasoneCon la putana en Roma ne fe derisoneQ'entr'un canestro l'apese ad un balconeOgni Roman vardavalo con el fose un briccone.»

«D'Antipatol filosofo udisti una rasoneCon la putana en Roma ne fe derisoneQ'entr'un canestro l'apese ad un balconeOgni Roman vardavalo con el fose un briccone.»

«D'Antipatol filosofo udisti una rasone

Con la putana en Roma ne fe derisone

Q'entr'un canestro l'apese ad un balcone

Ogni Roman vardavalo con el fose un briccone.»

Così pure l'arte italiana di quel tempo spesso tolse a soggetto questo fatto della leggenda. Una stampa d'ignoto autore, ma d'antica scuola italiana, rappresenta la beffa e la vendetta, colla seguente scritta che è desunta dalle due ottave del Pucci sopra riferite:

«Essendo la mattina chiaro il giornoIl pose in terra con suo grande scorno;Ver'è che poi, con sua gran sapienzaContr'a costei mandò aspra sentenza.»[238]

«Essendo la mattina chiaro il giornoIl pose in terra con suo grande scorno;Ver'è che poi, con sua gran sapienzaContr'a costei mandò aspra sentenza.»[238]

«Essendo la mattina chiaro il giorno

Il pose in terra con suo grande scorno;

Ver'è che poi, con sua gran sapienza

Contr'a costei mandò aspra sentenza.»[238]

Una pittura di Perin del Vaga rappresentante la scena della vendetta fu riprodotta da E. Vico in una incisioneche porta la data di Roma 1542 e la scritta: «Virgilium eludens meritas dat foemina poenas»[239]. In un manoscritto deiTrionfidel Petrarca, esistente nella biblioteca Laurenziana, una miniatura che illustra il Trionfo d'Amore rappresenta quattro fra le più illustri vittime dell'alato Dio: Ercole che fila, Sansone tosato, Aristotele col basto e Virgilio nella cesta[240]. Esiste tuttora vivente sulla bocca del popolo un racconto simile a Sulmona, ma in esso la vittima è Ovidio, che veramente per le sue poesie e avventure galanti lo meritò più di Virgilio[241].

La seconda parte della novella trovasi in uno dei tanti libretti popolari italiani che si ristampano continuamente e si diffondono fra la plebe. Essa però non è riferita a Virgilio ma ad altro mago, Pietro Barliario (scambiato a torto da taluni con Pietro Abelardo)[242], il quale, comeVirgilio, più d'un fatto prodigioso ereditò dall'antico mago Eliodoro:

«Adirato si parte indi comandaA' demoni che tosto abbiano spentoTutto il fuoco che fosse in ogni banda,Fosse da loro estinto in un momento.Onde per compir l'opera nefandaLa donna fè pigliar con gran tormento,E in piazza fu portata di repente,Nuda, parea che ardesse in fiamme ardente.Correa il popol tutto in folta schieraA provveder di fuoco le lor case.Fra le piante di quella in tal manieraSorgea la fiamma, onde ciascun rimase.E l'uno a l'altro darlo invano speraChè presto si smorzava; intanto sparseLa Dea ch'ha cento bocche un gran romoreE l'avviso n'andò al governatore.»

«Adirato si parte indi comandaA' demoni che tosto abbiano spentoTutto il fuoco che fosse in ogni banda,Fosse da loro estinto in un momento.Onde per compir l'opera nefandaLa donna fè pigliar con gran tormento,E in piazza fu portata di repente,Nuda, parea che ardesse in fiamme ardente.Correa il popol tutto in folta schieraA provveder di fuoco le lor case.Fra le piante di quella in tal manieraSorgea la fiamma, onde ciascun rimase.E l'uno a l'altro darlo invano speraChè presto si smorzava; intanto sparseLa Dea ch'ha cento bocche un gran romoreE l'avviso n'andò al governatore.»

«Adirato si parte indi comanda

A' demoni che tosto abbiano spento

Tutto il fuoco che fosse in ogni banda,

Fosse da loro estinto in un momento.

Onde per compir l'opera nefanda

La donna fè pigliar con gran tormento,

E in piazza fu portata di repente,

Nuda, parea che ardesse in fiamme ardente.

Correa il popol tutto in folta schiera

A provveder di fuoco le lor case.

Fra le piante di quella in tal maniera

Sorgea la fiamma, onde ciascun rimase.

E l'uno a l'altro darlo invano spera

Chè presto si smorzava; intanto sparse

La Dea ch'ha cento bocche un gran romore

E l'avviso n'andò al governatore.»

Questo racconto, nato, come abbiam veduto fuori d'Italia, non era il solo che ponesse il mago Virgilio in rapporto col sesso femminile. — Residui di alcune antiche idee delmondo greco-romano e orientale, e più ancora le usanze nazionali proprie dei barbari invasori, resero nel medio evo familiare e comune, anche nella parte più nobile dell'Europa, l'idea fondamentale e l'uso dei giudizi di Dio; secondo i quali la divinità era chiamata a far trionfare, per mezzo di un miracolo, il vero ed il giusto. Nello scredito in cui la donna era caduta, queste forme di giuramento[243]rimanevano sempre fra i mezzi coi quali era chiamata a giustificare la propria condotta. Se la fantasia dei gelosi assai feconda si mostrava nel trovare difficili generi di prove, più feconda era in ciò la fantasia dei novellatori, romanzieri e moralisti e di quanti da burla o sul serio perseguitassero il sesso femminile, i quali nello scopo di mostrare che non c'era prova o terribile giuramento che una donna non sapesse deludere, inventavano a provar ciò, aneddoti d'ogni sorta. In questo l'Europa avea il torto di trovarsi d'accordo coll'oriente, e quindi di accettare racconti beffardi e disonorevoli per la donna, quali di là, dove la sua condizione era ed è la più bassa possibile, provenivano.

Ad uno di questi, che fu assai in voga in oriente e in Europa, fu mescolato il nome di Virgilio, sempre assecondando l'idea inerente all'avventura della cesta, quella cioè della più grande sapienza umana insufficiente contro le astuzie femminili. Virgilio[244], secondo questo racconto,fece in Roma una figura di pietra colla bocca aperta; le persone chiamate a dar prova della loro castità o fedeltà coniugale ponevano la mano in quella bocca, e se mentivano eran sicure di lasciarvi dentro le dita. Una donna però che avea una relazione illecita, chiamata a giustificarsi con questa prova dal marito venuto in sospetto, trovò modo di renderla vana. Disse al suo amante che, preso abito e maniere di pazzo, si trovasse là dove il giuramento doveva aver luogo, e appena la vedesse arrivare, corresse a lei e folleggiando l'abbracciasse. Così fu; essa finse sdegnarsi di quell'atto, ma il marito e gli astanti, trattandosi di un povero pazzo, non ne fecero caso. Allora la donna giurò che mai in vita sua non avea sofferto abbracciamenti di altr'uomo che di suo marito e di quel pazzo che tutti aveano visto abbracciarla; e siccome era ciò la pura verità, la sua mano uscì intatta dalla terribile bocca. Virgilio, a cui nulla si celava, accortosi dell'inganno, dovette confessare che le donne la sapevano più lunga di lui.

Questo racconto, cambiati i nomi e le circostanze locali, trovasi tal quale nelÇukasaptati, libro di novelle indiano, e nella storia diArdschi Bordschi Chan, libro mongolico d'origine indiana (Sinhâsanadvâtrinçat)[245]. In Europa però esso era già noto da tempi assai antichi; trovo in Macrobioun aneddoto (desunto certamente da antichi scrittori latini) il quale, ad eccezione dell'elemento amoroso, è del tutto simile a questo[246]. Come astuzia di donna galante, circolò poi in Europa indipendentemente dal nome di Virgilio, anche dopo che questo nome gli era stato da taluni narratori applicato. Ne abbiamo esempio nel romanzo francese di Tristano[247], nelle novelle di Straparola, in quelle di Celio Malispini, nelMambrianodel Cieco da Ferrara[248], nelPatrañuelodi Timoneda ecc. ecc.[249]. Il più antico scritto, a mia conoscenza, in cui si trovi applicato a Virgilio, è una poesia anonima tedesca, della prima metà del secolo XIV, intitolata: «di una effigie in Roma che strappava coi denti le dita alle donne adultere»[250]. Il raccontocosì attribuito a Virgilio e localizzato a Roma, riferivasi ad un monumento che ivi esiste tuttora in Santa Maria in Cosmedin e chiamasiBocca della verità. È un antico mascherone da fontana, o da sbocco d'acqua piovana, di cui ilMirabiliadice che era considerato come una bocca che pronunziava oracoli. Una iscrizione postavi dappresso nel 1632 asserisce che servì a giurare ponendovi dentro la mano, il che è confermato dal titolo diBocca della veritàdato anche alla piazza adiacente e che di certo[251]risale al medio evo. Tutto ciò spiega come si arrivasse a dire che quel fatto fosse accaduto a Roma appunto allaBocca della verità, e questa si considerasse quindi come opera di Virgilio. Infatti nella versione tedesca delMirabiliafatta nel XV secolo, è introdotta a proposito di quella pietra la menzione di Virgilio e dell'aneddoto per cui poi la pietra perdette la sua efficacia[252].


Back to IndexNext