CAPITOLO VI.

CAPITOLO VI.

Ma ormai possiamo inoltrarci a seguitare le vicende di Virgilio lungo il medio evo. I barbari ed il cristianesimo hanno fatto cambiar totalmente d'aspetto l'antico mondo latino. Da un lato le lettere minacciano di perire sotto i colpi del fanatismo religioso o d'affogare nel vasto pelago della letteratura teologica; da un altro gli invasori, gente ruvida ed incolta, per tutt'altra ragione mostrano di aver occupato i paesi civili che per amore della civiltà stessa o per gran voglia che abbiano di studi classici. Oppressi ed oppressori, laici ed ecclesiastici hanno troppe preoccupazioni materiali o troppo han da pensare per la salute dell'anima, perchè il gusto del bello classico possa fiorire fra loro. Nondimeno c'è un'àncora di salvezza per le lettere latine. Il latino è tuttavia la lingua degli scrittori e della chiesa singolarmente, ed è già un tempo in cui per iscrivere passabilmente in latino bisogna averlo studiato. Mentre esso è quasi affatto ridotto allo stato di lingua morta, i volgari dell'Europa latina, quantunque in istato di formazione più che incipiente, pure non sono ancora giunti a quell'organismo determinato e definitivo a cui mostrano di tendere, ed in cui soltanto potranno arrivare all'onore di lingue letterarie. Quindi le scuole, e principalmente le scuole dei grammatici, devono seguitare ad esistere, ed attorno alla grammatica dovranno seguitare ad aggrupparsi le altre discipline che sono pure o si credono necessarie anche al nuovo avviamento, sopratutto religioso, che han preso gli scrittori. Se i testi raccolti da vari dotti perprovare l'esistenza delle scuole in tutte le epoche del medio evo non si avessero, a provar ciò basterebbe questo fatto dell'uso non interrotto di scrivere in una lingua di esistenza puramente letteraria, e differente dalla lingua parlata. Devesi però badar bene a non prendere queste scuole per qualcosa di più serio e importante di quel ch'esse erano in fatto. In esse s'insegnò per l'appunto quanto era necessario, o per meglio dire, quanto pareva necessario; poichè in fondo gli studi profani non erano più uno scopo, ma doveano servire materialmente come propedeutica a studi superiori di tutt'altro genere. Quindi le sette arti nelle quali già da tempo anteriore ad Augusto si era diviso il materiale della istruzione[222], e che poi si erano venute sensibilmente assottigliando, nel medio evo son ridotte ai minimi termini. Un tempo il compendiare in un riassunto ordinato gli elementi delle principali discipline, come fecero Catone e Varrone, era opera che, quantunque utilizzata, teneva un posto modesto fra le produzioni letterarie, a causa della vita reale e propria che animava ciascuno dei rami di sapere in quelle opere riuniti. Ora che quella vita era spenta e ciascun ramo del sapere laico, non più produttivo, veniva ridotto e ristretto nei più angusti limiti dell'indispensabile, i riassunti generali erano un risultato di quelle stesse cause che spingevano ai compendi di ciascuno studio speciale, e, come prodotti richiesti da un bisogno del tempo, doveano esser numerosi e ottenere nella letteratura un posto e una notorietà che prima non avrebbero potuto avere. Ciò spiega le enciclopediedelle sette arti di Cassiodoro, Capella, Isidoro, Beda e di altri che, con vario artificio, tutto il sapere profano racchiusero in picciol volume, e spiega pure la buona accoglienza che ad esse fu fatta e la celebrità di cui godettero per tutto il medio evo. Propriamente in queste enciclopedie si scorge che delle varie discipline in esse trattate, la più prossima e la più affine all'autore è in generale la grammatica, della quale le altre costituiscono come il corteo e il complemento; la natura dell'assieme e della trattazione è tale che mal si potrebbe dare all'autore, per l'indole della sua opera, altro titolo che quello di grammatico. E veramente la grammatica è trattata e considerata sempre come la prima fra le arti liberali, ed è bello udire un re barbaro che si ammanta alla romana, Atalarico, tesserne l'elogio in una ordinanza diretta al senato romano, perchè provvegga allo stipendio dei professori di arti liberali. «La prima scuola dei grammatici, dic'egli, è il più bel fondamento delle lettere, madre gloriosa di facondia che fa e ben pensare e correttamente parlare... È la grammatica maestra del dire, ornatrice del genere umano, che coll'esercizio di bellissima lettura sa giovarci dei consigli degli antichi. Lei non conoscono i barbari... chè le armi ogni altro popolo le possiede anch'esso, ma l'eloquenza solo accompagna i dominatori romani»[223].

E dove regnò la grammatica ivi regnò anche Virgilio, compagno inseparabile ed autorità suprema di essa. Virgilio e la grammatica si può dire che, nel medio evo, cessino di essere due cose distinte e divengano quasi sinonimi.Così quando Gregorio di Tours (VI sec.) ci dice che Andarchio fu in sua giovinezza istruito «nelle opere di Virgilio, nel codice teodosiano, e nel far di conti»[224], per questa istruzione «nelle opere di Virgilio» non si può intendere altro che l'insegnamento grammaticale; come infatti nella vita di S. Bonito è detto che questi fu istruito «negli elementi della grammatica e nelle leggi di Teodosio»[225]. Perciò a Virgilio si paragonava chi molto fosse creduto valere in grammatica[226]. Un altro curioso esempio di questo ch'io noto è quel grammatico di Tolosa, a quanto pare del VI o VII secolo, che insegnando un latino di stranissimo conio di cui parlerem poi, non crede poter trovare altro nome che meglio a lui si addica di quello di P. Virgilio Marone, che è appunto l'unico nome sotto il quale noi lo conosciamo.

Questa condizione di cose durò per quasi tutto il medio evo, fino al sorgere delle letterature moderne, allorchè il laicato ridestavasi all'attività intellettuale e gli studi secolari ritornavano ad esso. Le ragioni indirette che raccomandavano al clero medievale lo studio delle sette arti, non erano tali da produrre quel calore che infonde negli studi il moto e la vita e rende le lettere e il sapere capaci d'incremento; la tradizione antica, già stagnante e incadaverita negli ultimi tempi dell'impero e del paganesimo, attraversa quei secoli, nei quali il fervore cristianodomina esclusivamente nel sentimento e nel pensiero, come una sostanza che sospesa in un mezzo troppo eterogeneo e incapace di scioglierla, si coagula e separata dal resto precipita al fondo. Quanto ad essa tutti i secoli di quella età si rassomigliano; è materia morta che passa di mano in mano, senz'altra modificazione tranne quella che le fanno patire i ruvidi e strani contatti che deve sostenere. Se in qualche luogo quello studio decade tanto da cessare quasi affatto, gl'inconvenienti prattici che porta seco quella mancanza spingono qualche autorità a farlo risorgere; ma risorto, è quel di prima. Se innovazione si cerca, questa non riguarda che il modo di pigiare sempre più nello strettoio quella massa già tanto ridotta. Inventar nuove vie di compendiare quello studio e renderlo più sbrigativo, è la sola cosa che si cerchi e da molti in varie guise si tenti[227]. Carlo Magno potè bene rialzare gli studi classici caduti a terra e quasi smessi, ma innovarli no. La grammatica, che fu fra le sette arti la più beneficata da questo principe, salvo la puerilità e l'ignoranza di cui danno prova i compilatori e i rifacitori, nel suo essere rimane qual era negli ultimi tempi del paganesimo durante tutto il medio evo, fino al XII secolo, in cui la teorica grammaticale subisce anch'essa l'influenza dellascolastica[228]. Erano già sorte le letterature moderne e il pensiero muovevasi già in una via novella quando la grammatica seguitava ancora, nell'idea comune, a tenere quel primo posto che le assegnava nel sesto secolo il re ostrogoto[229]. Quel che diciamo della grammatica va inteso anche di Virgilio, che con essa attraversò il medio evo, dominando negli studi profani, e serbando nello studio grammaticale l'antico suo posto. Insieme al materiale dell'insegnamento profano il medio evo prese dalla decadenza bell'e formate le nominanze degli antichi autori; nè fu più oculato e libero scrutatore degli antichi nomi di quello fosse delle dottrine. L'eco dell'antica nominanza virgiliana e di quella idea che al nome di Virgilio annettevano gli uomini della decadenza, si ripercote lungo tutto il medio evo, nelle forme ingenue che doveva produrre un grado di cultura così basso, ed un nuovo mondo d'idee talmente estraneo all'antichità pagana.

L'antichità classica adunque non sopravvisse al medio evo che afferrandosi alle panche delle scuole elementari, e quanti autori antichi godettero di qualche rinomanzain quell'epoca, ne andarono debitori ai maestri di scuola. Principali insieme con Virgilio, e quasi come pianeti del grande astro, troneggiarono in quelle scuole Ovidio e Lucano, Orazio, Giovenale, Stazio e poi altri a seconda delle preferenze dei maestri. Erano i primi nomi di antichi autori che, con quelli dei grammatici, l'istruzione elementare scolpiva nella mente dei fanciulli. Fatti adulti e anche divenuti scrittori, pur volendo, non riuscivano ad estinguere quelle reminiscenze della scuola che serbava sempre vive la lingua che adoperavano scrivendo. Quindi avveniva loro di citarli frequentemente, e quindi l'immenso numero delle citazioni di Virgilio e di scrittori pagani, che ricorrono presso gli scrittori cristiani, prima e dopo la totale estinzione del paganesimo e durante tutto il medio evo. Ma il sentimento e l'ascetismo cristiano doveva pur suscitare gravi ripugnanze contro questi rappresentanti dell'idea pagana, e noi dobbiamo qui studiare da vicino la posizione di Virgilio e degli altri antichi scrittori in mezzo ai fieri attacchi che subì il paganesimo per parte degli scrittori cristiani, e particolarmente dopo la vittoria completa riportata su di esso dalla nuova religione.

Gli scrittori ecclesiastici[230]potevano conservare una forte avversione contro gli scrittori pagani, slanciarsi contro di loro, come Arnobio e Tertulliano ed altri apologeti, gridando«adversus gentes» con una violenza che appena le persecuzioni e l'entusiasmo possono giustificare, ma dovevano anche leggerli e studiarli, sia per confutarli, sia per la ragione non meno potente, che essi erano il fondamento della generale cultura ed in essi soltanto s'imparava a scrivere nella lingua e secondo i gusti di quel mondo civile che si voleva convertire. Perciò parve odiosissimo il decreto di Giuliano imperatore col quale vietava ai cristiani l'insegnamento, e quindi lo studio, della grammatica e della retorica; quantunque con questo ei non facesse che richiamarli alla osservanza prattica di ciò che risultava dalle loro idee stesse. Ei diceva non esser bene che coloro i quali tanto si adiravano contro le dottrine morali e religiose degli scrittori pagani, prendessero poi questi scrittori per base della loro educazione[231], come appunto dissero molti dei più caldi e più intolleranti asceti cristiani. Ma quanti erano fra i cristiani illuminati e meglio forniti di talento prattico capivano che, quantunque tardo, pure il decreto di Giuliano era pieno di fina malizia; poichè in realtà separare il cristianesimo totalmente dall'antica cultura, imporgli una logica rigorosa che lo legasse nei limiti della sua natura antimondana e gl'impedisse di piegarsi a certe esigenze, era il miglior modo di combatterne o trattenerne i progressi in una società di cultura greco-romana. Ma le dighe più potenti erano rotte da un pezzo, e il decreto di Giuliano come ogni altro riparo imaginato da lui andò travolto dall'impeto della già irresistibile fiumana. Quando poi il paganesimo cessò affatto di esistere, e confutare i pagani divenne una cosa oziosa, la tradizione delle scuole cristiane era ormai formata e resa tale quale doveva rimanere per tutto il medio evo, e sarebbe stato impossibile farle cambiar natura. Ben vi fu chi disse che agli scrittori profani si potevano sostituire nelle scuole scrittori cristiani; ma come pretendere che i grammatici li trovassero equivalenti? Nelle nuove compilazioni grammaticali gli esempi tolti dalla vulgata e da taluni scrittori cristiani[232]si aggiunsero invero talvolta a quelli degli antichi, ma la massima autorità rimase sempre, come doveva, a questi ultimi.

La necessità di una radicale riforma non si faceva sentire,poichè ormai il paganesimo era morto per bene, ed ogni uomo che avesse un poco di senno intendeva che non potevano essere le scuole dei grammatici quelle che lo farebbero risuscitare. Perciò se cerchiamo atti ufficiali dell'autorità ecclesiastica che impongano di rinunziare a questi scrittori, noi non ne troviamo[233]. Troviamo invece questi fatti costanti, benchè in apparenza contradittori, che gli antichi sono sempre odiati e maledetti come pagani, ma sono letti e studiati assiduamente; e dagli uomini più illuminati della cristianità sono sempre stimati come scrittori, come dotti e come uomini d'ingegno. Il medio evo trovò già formato un uso tradizionale che seguì scrupolosamente.Gli antichi padri avean detto e scritto molto contro questi autori, ma ciò non li avea distolti dal servirsene. Si seguitava dunque a far lo stesso; si studiavano nelle scuole, si citavano all'uopo anche negli scritti e fin nelle controversie teologiche e nell'esegesi sacra; alla circostanza poi si maltrattavano come «cani idolatri». Alcuni fra i padri più autorevoli avean detto invero che leggerli non era cosa buona; ma come dar peso a questo ch'essi dicevano in un momento di fervore, se poi essi si contraddicevano colle parole e col fatto? Girolamo, già ben noto per l'amore che portò a Cicerone che gli valse quel famoso «Ciceronianus es, non Christianus» e le angeliche battiture nel sogno che tutti sanno, stimava Virgilio oltremodo e lo chiamava «non già il secondo Omero, ma il primo Omero dei latini»[234]. Egli però, nella epistola a Damaso sul Figliuol prodigo, biasima altamente quei sacerdoti «che posti da parte gli Evangeli e i profeti, leggono comedie, ripetono le parole amorose delle Bucoliche, hanno Virgilio per le mani e fanno un peccato di voluttà di quello studio che pei fanciulli è una cosa necessaria». Con queste parole non si accordano punto quelle di Agostino il quale osserva e non disapprova, che «i fanciulli leggono Virgilio affinchè fin dai primi anni imbevutisi di esso, questo grande poeta sovra ogni altro illustre ed eccellente non così di leggieri possa uscir loro di memoria»[235]. Queste reminiscenze di studi profani epagani subìti per necessità, importunavano invero molte anime scrupolose, tanto che Cassiano eremita giunge fino ad escogitare e consigliare altrui un rimedio per liberarsene[236]. Quanto però fosse difficile cancellarle dalla mente, Girolamo stesso lo prova, non volendo, assai di sovente coi luoghi di scrittori classici che gli corrono giù dalla penna. Parlando[237]delle cripte che rinserrano a Roma le tombe degli apostoli e de' martiri, e dell'oscurità che regna in quei sotterranei: «Ivi si cammina, dic'egli, a passo a passo, e quando si è circondati da quell'oscura notte si possono rammentare quelle parole di Virgilio: «Horror ubique animos simul ipsa silentia terrent.» Una delle colonne della chiesa chiede ad un pagano le parole per esprimere i sentimenti che ispirano i più venerandi recessi delsantuario! Chi direbbe che sia lo stesso Girolamo il quale, infervorato da tutto l'ardore della fede, esclama altrove: «Che ha che fare col saltero Orazio, coi vangeli Virgilio, coll'apostolo Cicerone?»[238]E ben molti luoghi si potrebbero citare dalle sue opere in cui lo si coglie a questa maniera sul fatto. Nè i suoi avversari gli risparmiarono disturbi per questo suo culto delle lettere classiche. Allorchè a Bethlem ei pose scuola di grammatica, spiegando ai giovanetti Virgilio ed altri scrittori profani greci e latini, Rufino gli scagliava per ciò accuse che lo ferivano profondamente[239].

Chi volesse raccogliere da tutti gli scrittori ecclesiastici i luoghi nei quali essi inveiscono contro la lettura degli scrittori pagani ed anche in modo generale contro ogni studio profano, troverebbe da fare una raccolta assai ricca; ma molto più ricca sarebbe quella dei luoghi che provano come tutto ciò non impedisse di occuparsi di studi profani e di leggere autori pagani. C'erano invero i poeti e gli autori cristiani, ma tutti quelli di essi che aveano un qualche merito letterario lo dovevano all'arte degli antichi dei quali si mostravano discepoli e imitatori e spesso copiatori servili; talchè non solo non distoglievano dallo studio di questi, ma anzi lo raccomandavano e lo incoraggiavano. Una lettera di Sidonio Apollinare (V sec.) c'introduce in un'amena casa di campagna della Gallia, nella quale il padrone avea riunito ogni sorta didiletti del corpo e dello spirito. Fra i libri ivi raccolti troviamo una assai disinvolta mescolanza di sacro e di profano, di cristiano e di pagano, che ci prova quanto poca corrispondenza nella vita reale avessero le declamazioni di certi burberi fanatici[240]. Quindi quando Cassiodoro inculca ai suoi monaci lo studio delle sette arti, egli è al caso di dire[241]che a ciò conforta l'esempio, non solo di Mosè il quale fu istruito di tutta la sapienza degli Egizi, ma quello eziandio «dei padri santissimi i quali non decretarono che dovessero rigettarsi gli studi delle lettere profane, ma anzi essi stessi diedero l'esempio del contrario, mostrandosi peritissimi di tali studi, conforme vedesiin Cipriano, Lattanzio, Ambrogio, Girolamo, Agostino ed altri innumerevoli. E chi ardirebbe più dubitare là dove esiste molteplice esempio per parte di uomini tali? E questo è il luogo comune al quale più spesso ricorrono quanti ecclesiastici scrivono di materie profane e credono doversene scusare[242]. Nei monasteri dove era di regola il silenzio si faceva uso di segni convenzionali per talune cose di cui si potesse aver bisogno; quando si voleva chiedere un libro di scrittore pagano, al segno che esprimevalibrosi faceva succedere un gesto imitante il cane che sì gratta le orecchie «perchè non a torto un infedele vien paragonato a questo animale»[243]. Si disprezzavano, masi leggevano. La regola di taluni ordini monastici meno antichi, come quello d'Isidoro, di Francesco, di Domenico, vietava la lettura di scrittori pagani o almeno non l'accordava che dietro speciale permesso[244]; ma altre regole di ordini più antichi e più autorevoli, non solo non la vietavano, ma l'ammettevano nelle scuole dell'ordine, ed imponevano senza distinzione di autori il copiar manoscritti[245], i quali, come ognun sa, ci sono giunti appunto per questa via. Che se veramente si fosse voluto stare al rigore prescritto dall'indole stessa del Cristianesimo, non soltanto qualsivoglia scrittore pagano si sarebbe dovuto vietare, ma principalmente quelli fra gli scrittori pagani si sarebber dovuti distruggere, gli scritti dei quali erano immorali rimpetto a qualsiasi religione, quali fra gli altrisono Ovidio e Marziale. Eppure l'Arte amatoriadi Ovidio e gli osceni epigrammi di Marziale figurano nelle biblioteche monastiche in mezzo agli altri scritti profani non solo, ma accanto alla Bibbia e alle opere dei padri, e i manoscritti numerosi che ne possediamo furono copiati in gran parte da monaci e provengono da monasteri. Non sempre invero chi copiava aveva il coraggio di trascrivere per intero certi passi, che talvolta trovansi soppressi, talvolta anche arbitrariamente cambiati in ossequio alla morale[246]. Altri però più fedelmente copiavano tutto tal quale, salvo a sfogarsi in qualche appunto marginale, dando del birbante all'autore[247]. Ma la generalità era di manica larga assai più che oggi non si crederebbe. Orazio, di cui già anche fra i pagani Quintiliano non voleva che certe poesie licenziose fossero interpretate nelle scuole[248], non solo fu letto e copiato per intero, e glossato da monaci, ma anche qualche ode delle più amorose fu cantata da essi collemelodie di alcuni inni sacri, che trovansi ancora notate in più d'un manoscritto[249].

Ad alcuni arrabbiati si contrapponevano moltissimi moderati. Anselmo non solo approva, ma anche consiglia altrui la lettura di Virgilio[250], e così pure fa Lupo di Ferrières il quale, come apparisce dalle sue lettere, raccomandava a Regimberto lo studio di Virgilio[251], cercava dovunque manoscritti di classici, e fino a Papa Benedetto III si rivolgeva perchè gli mandasse in presto un Cicerone, un Quintiliano ed un commento a Terenzio[252]. Spesso certe invettive contro gli studi profani sono meredeclamazioni, luoghi retorici che non hanno nulla di serio. Quando la retorica invade la letteratura è sempre difficile definire fino a qual punto certe frasi si hanno da prendere sul serio, cercando in esse la vera e reale opinione di chi se ne serve. Gregorio di Tours alza la voce contro le favole e la esiziale dottrina dei «filosofi» ossia degli antichi scrittori, e mentre scorrendo i principali fatti dell'Eneide e dell'antica favola poetica li esecra uno ad uno, non mostra di accorgersi ch'ei fa pompa della sua dottrina, e fa vedere col fatto di avere studiato e di tenere a mente assai bene questi scrittori che tanto riprova[253]. Ben più giusta e più seria apparisce la sua parola quando ei deplora, con tanti altri, la miseria dei tempi suoi, per la grande decadenza degli studi letterari[254].

Contro gli studi profani principalmente declamano gli scrittori di vite di santi, i quali, com'è naturalissimo, sostengono che è meglio leggere la vita di un santo qualsivoglia che i fatti di Enea[255]. Taluni di essi sono provvistidi qualche dottrina, ma moltissimi sono rozzi ed ignoranti. Scaturiti per lo più dal fondo del monachismo, disprezzano ogni cosa mondana anche in ciò che spetta alla cultura intellettuale, e si vantano cinicamente della loro ignoranza[256]. «Non badi il lettore, scrive uno deimolti, al brutto mucchio di barbarismi che è in questo libretto, piuttosto porga l'orecchio della fede alla verità che si contiene nel volgare dettato; legga semplicemente quanto qui troverà, e faccia come se in cerca di una gemma frugasse un letamaio». Altri non solo confessano di commettere solecismi e barbarismi, ma se ne vantano. All'occasione poi a questa bassa retorica degl'ignoranti ricorrevano anche persone alto locate[257], ed alle accuse d'ignoranzacontro di sè o contro il clero rispondevano sdegnosamente col luogo retorico comunissimo che «il regno di Dio non consiste nelle parole, ma nelle virtù» e più spesso che «il vangelo fu confidato a pescatori rozzi ed incolti e non a faceti oratori»[258]. Così quando i vescovi della Gallia riuniti a Reims inveivano contro l'ignoranza del clero romano, il legato apostolico Leone, abate di San Bonifacio, nella sua epistola ai re Ugo e Roberto, rispondeva che «i vicari e i discepoli di Pietro non vogliono avere a maestri Platone, Virgilio, Terenzio e gli altri delfilosofico bestiame, i quali superbamente volano come uccelli nell'aria, o come pesci si affondano nell'abisso del mare, o come pecore van camminando sulla terra; e fin dal principio del mondo gli eletti di Dio non furono oratori ofilosofi, ma incolti ed illetterati»[259]. Frasi e nulla più, poichè era impossibile dir tali cose sul serio, mentre, per tacere, del resto, si spiegava un lusso ed un fasto dagli accusati e dagli accusatori tutt'altro che apostolico. Il fatto deplorato dai vescovi di Reims, non si poteva negare, ma la retorica ecclesiastica forniva un luogo per giustificarlo.

Conviene anche notare che talvolta in queste declamazioni contro gli studi profani si tradisce anche un poco di gelosia verso coloro che, probabilmente fra i correligionari di chi scriveva, erano stimati per un qualche valore che avessero in quelli studi. Però, prescindendo dai casi in cui avean luogo questi secondi fini, è d'uopo rammentarsi che gli scrittori ecclesiastici, anche i più illuminati, scrivevano sotto l'influenza di un sentimento religioso forte e profondo, il quale a seconda delle circostanze diveniva fervore, ardore ed entusiasmo. Continuamente preoccupati del sommo bene e della vita futura essi soggiacevano, come tutte le anime che si concentrano affatto nella religione, ad accessi di scrupoli, pei quali avveniva loro di dire e disdire. Agostino, che un tempo trovava una innocente ricreazione nella lettura giornaliera di un mezzo libro dell'Eneide, a quarantatre anni deplora quei giorni in cui si lasciava intenerire dalle lagrime di Didone, dimenticando che intanto ciò lo faceva morire dinanzi a Cristo[260]. Ma queste fervide parole, dettate in uno slancio dell'anima verso Dio, non gl'impedirono di fare poi granconto del poeta, e nelDe Civitate Dei, ch'egli condusse a termine nel 72 anno di sua vita, ne usa largamente. A 74 anni si pente di avere adoperato scrivendo il vocabolofortunatroppo spesso, e di avere, benchè non sul serio rammentato le Muse a guisa di Dee. Alcuino che nella sua gioventù, come dice un suo biografo anonimo, avea letto «i libri degli antichi filosofi e le menzogne di Virgilio» e all'età di undici anni preferiva la lettura di Virgilio a quella dei Salmi[261], fatto vecchio non ne voleva più sentir parola, nè soffriva che i discepoli leggessero quel poeta, dicendo loro: «possono bastarvi i poeti divini, nè è necessario che siate contaminati dalla lussuriosa facondia del dire virgiliano»[262]. Nondimeno egli non riusciva ad imporre agli altri i suoi scrupoli, ed ebbe a rimprocciare severamente Sigulfo che, ad onta del divieto, seguitava a spiegare di nascosto Virgilio ai discepoli. A taluno[263]par duro credere a questo che racconta l'anonimo, perchè nelle lettere di Alcuino trovasi talvolta citato Virgilio. Credo però che da quanto son venuto dicendo risultichiaramente che questo fatto non esclude l'altro[264]. Lo stesso vediamo accadere a Teodulfo, che si scusa nei suoi versi di aver letto Virgilio, Ovidio, Pompeo e Donato[265]e così pure a tanti altri che taccio per brevità. Nè Alcuino era il solo che credesse dover impedire o moderare il soverchio ardore altrui per questi studi[266].

E gli scrupoli di tal genere talvolta arrivavano fino a turbare i sonni di qualcuno. Erberto vescovo di Norwich racconta che una notte Cristo gli apparve in sogno e gli disse: Io sapeva che dalla tua gioventù fino alla canuta vecchiezza hai militato negli offici sacerdotali; ma perchè hai tu per le mani le menzogne di Ovidio, le invenzioni di Virgilio? non è convenevole che da quella stessa bocca che predica Cristo si reciti Ovidio. — Allora io rammentandomi quelle tali battiture di prete Girolamo: peccai, lo confesso, e non solo nella lettura degli scrittori gentili,ma sì pure nella imitazione di essi»[267]. L'autore della vita di S. Odone riferisce che costui, avendo voluto leggere Virgilio, ebbe un sogno di un vaso che al di fuori era bellissimo, ma dentro era tutto pieno di serpenti, i quali tosto lo attorniarono; e quando fu sveglio capì che il vaso era Virgilio e i serpenti che in esso si nascondevano, erano le dottrine degli antichi poeti[268]. Uno scrittore anonimo dell'XI secolo racconta pure di uno scolaro, che colto da grave malattia, in un accesso di delirio si pose a gridare ch'ei vedeva una falange di diavoli che prendevano la forma di Enea, di Turno e di altri personaggi dell'Eneide[269].

Mentre poi alcuni eran colti da tali scrupoli, altri spingevano l'ammirazione per Virgilio fino al fanatismo. Ratperto dava il suo parere in capitolo con versi di Virgilio. Per Virgilio e Cicerone il monaco Probo mostravasi tanto entusiasta, che i suoi confratelli, motteggiando, dicevanoch'ei voleva collocarli fra i santi[270]. Rigbodo, vescovo di Trèves sapeva, dicevasi, meglio l'Eneide che i vangeli[271]. Questo fanatismo, spinto all'ultimo eccesso, ci si presenta anche con certe caratteristiche della leggenda. Uno scrittore dell'XI secolo ci narra che: «A Ravenna Vilgardo coltivava con troppa assiduità lo studio della grammatica, conforme gl'Italiani, ebbero sempre costume di fare, trasandando il resto. Avea egli cominciato ad inorgoglire come uno stolto a causa del suo sapere, quando una notte i demoni, presa la forma dei poeti Virgilio, Orazio e Giovenale, gli apparvero e si misero con fallaci parole a ringraziarlo dello studio ch'egli poneva nei loro scritti e gli promisero di farlo partecipare alla loro gloria. Così depravato da queste male arti de' diavoli, incominciò ad insegnar molte cose contrarie alla santa fede e ad asserire che le parole dei poeti dovevano essere in tutto credute. Finalmente fu convinto d'eresia e condannato dall'arcivescovo Pietro. In Italia, soggiunge lo storico, si trovò che molti spiriti erano infetti delle stesse opinioni»[272]. Un'altra leggenda[273]narra di due scolari che andarono a visitare il sepolcro di Ovidio per averne qualche insegnamento; uno chiese di sapere qual fosse il miglior verso di quel poeta, e una voce dal sepolcro gridò:

«Virtus est licitis abstinuisse bonis»

«Virtus est licitis abstinuisse bonis»

«Virtus est licitis abstinuisse bonis»

L'altro volle sapere qual fosse il peggiore, e la voce rispose:

«Omne iuvans statuit Iupiter esse bonum.»

«Omne iuvans statuit Iupiter esse bonum.»

«Omne iuvans statuit Iupiter esse bonum.»

Pensando far bene a quella grande anima perduta, si posero i due studenti a pregare per lei, recitando dei Pater Noster e degli Ave: ma la voce, ignara della virtù di quella preghiera, gridò impazientita:

«Nolo Pater Noster: carpe, viator, iter»

«Nolo Pater Noster: carpe, viator, iter»

«Nolo Pater Noster: carpe, viator, iter»

Gli scrupoli e le ripugnanze durarono a lungo; neppure all'epoca del risorgimento parve superfluo a Boccaccio[274]il combatterli, e tutti sanno ch'essi, non senza molto rumore, si sono riprodotti anche ai nostri giorni. Ma nel medio evo come oggi la palma rimase sempre fortunatamente alla tradizione antica[275]. Nel secolo XII certo partito capitanato da un eccentrico individuo che, anche indipendentemente dalla religione, dichiarava infami gli storici e i poeti e scherniva i maestri di retorica, di grammatica e di dialettica, trovava un vigoroso oppugnatore nel dotto ed illuminato Giovanni di Salisbury[276]. Iacopo da Vitry, Arnoldo da Humblières toccavano anch'essi la questione, e non esitavano a riconoscere l'utilità dello studio degli antichi, quantunque raccomandasseromolte cautele[277]. Uno dei più notevoli segni del classicismo trionfante ai tempi del risorgimento si può ravvisare nel catalogo della biblioteca privata di papa Niccolò V, tutta composta di antichi scrittori profani[278].

Le declamazioni adunque e le intolleranze di alcuni individui ebbero poca efficacia contro le necessità pratiche, che non permettevano studi sacri senza qualche preparazione di studi profani. Questi seguitarono quindi sempre a vivere, quantunque assai poveramente. Le scuole di grammatica seguitavano sempre, benchè in certi momenti più burrascosi venisser meno o diminuissero in qualche luogo, per mancanza di maestri o per altre ragioni; i monaci seguitavano a copiar manoscritti. Nei cataloghi che tuttora ci rimangono di parecchie biblioteche monastiche del medio evo scrittori ecclesiastici e profani figurano alla rinfusa[279], spesso designati comelibri scholares; e fra questi ultimi primeggiano in numero Virgilio, e Donato maggiore e minore, e Prisciano ed una moltitudine di altre opere grammaticali[280]. Il numero straordinario dei manoscrittiche ora possediamo di Virgilio è un'altra prova dell'uso che se ne faceva nelle scuole, e moltissimi di questi si vede evidentemente non esser fatti per altro che per servirsene in scuola, tanto son tirati via e poco, anzi punto servono alla critica del testo. Alcuni codici di Virgilio esistono tuttora portanti una dedica a qualche santo, come p. es. San Martino, Santo Stefano, il santo insomma della chiesa o del convento a cui un benefattore li avea regalati[281]. Questi codici che talvolta erano preziosi assai per miniature o legature o come opere calligrafiche, colle bibbie, i messali, i breviari, i candelieri, i calici, gli ostensori figurano stranamente negli inventari delle cose preziose dei conventi, delle abbazie e delle chiese.


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