CAPITOLO X.

CAPITOLO X.

Le notizie che abbiamo sulla vita di Virgilio ci sono pervenute attraverso alle scuole dei grammatici e dei retori: singolarmente le dobbiamo all'uso ovvio ed antico, di premettere alla esposizione degli autori nelle scuole qualche notizia sulla loro vita; perciò le biografie virgiliane che ci rimangono, tutte più o meno compendiose, appartengono in generale o appartenevano a commenti d'uso scolastico. Quanto in queste biografie proviene da fonti antiche dei primi tempi dell'impero, non offre propriamente alcunchè di caratteristico pel nostro studio; tutto quello che per noi può avere qualche importanza appartiene ai tempi della decadenza e del medio evo; perciò abbiamo creduto differire fin qui a parlare di quanto concerne la tradizione relativa alla vita del poeta, onde studiare l'assieme delle varie notizie piuttosto nella luce di questa ultima età che in quella dell'epoca classica, dopo avere osservato le peripezie del nome virgiliano nell'ambiente retorico e grammaticale di più epoche successive.

Proporzionatamente alla sua nominanza ed al posto che occupava nelle lettere e nelle scuole, Virgilio è fra i poeti latini quello intorno alla cui vita più fu scritto e più ci rimane. Noi abbiamo intorno a lui un numero di notizie autentiche che ce lo fanno scorgere nella sua realtà storica in modo luminoso; e ciò è tanto più degno di nota che queste non sono tratte, come per es. accade per Ovidio, dalle opere stesse del poeta, ma da memorie e documenti biografici propagatisi parallelamente alla sua rinomanza. Nelle sue opere Virgilio, per la stessa natura loro, di radoha, come Ovidio, Orazio ed altri, occasione di parlare di sè stesso; e quando lo fa, come accade nelle Bucoliche, in modo indiretto e coperto, l'allusione non si scopre che in grazia di notizie apprese esternamente e conservate per tradizione nei commenti. Naturalmente su di un uomo che in modo tanto eccezionale attirò su di sè l'attenzione, molto fu scritto e molto fu detto dagli stessi contemporanei[397]. Gli amici suoi Vario, Melisso[398]ed altri che godettero della sua intimità lasciarono scritti speciali sulla sua vita e sul suo carattere; poi scrissero su di lui altri che non lo conobbero, ma furono abbastanza prossimi al suo tempo per udire parlar di lui uomini che lo avevano conosciuto; così Asconio Pediano il quale non conobbe il poeta, ma scrisse il suo libro contro i detrattori di esso quando freschissima ne era ancora la memoria, e così potè colla testimonianza di uomini autorevoli parlare della vita e dei costumi di lui in quello scritto. Sulla fine del regno di Tiberio molto rammentava ancora su Virgilio il vecchio Seneca, già nonagenario, che avea conosciuto i più distinti uomini dell'evo augusteo[399]. E del resto, come sempre accade in queste nominanze, la fama doveva narrare più aneddoti, veri, o falsi, sul poeta e necessariamente non poche cose su di lui dovevano essere dette e ripetute per tradizione orale, comunque originata. Di questa tradizione orale, del riferirsi alle parole dei più vecchi infatti concernenti Virgilio e le sue opere, trovansi esempi fino al principio del II secolo[400]. In questo tempo appunto Svetonio poneva assieme la sua dotta compilazione storico-letterariaDe viris illustribus, e servendosi dei materiali sopra indicati, dava, nella sezione relativa ai poeti, un riassunto della vita di Virgilio. L'opera di Svetonio fu poi grandemente adoperata, come repertorio, dai grammatici, i quali da essa a preferenza estraevano le notizie biografiche che premettevano ai commenti, o alla esposizione degli scrittori nelle scuole. Da questa opera, oggi perduta, ma di cui ritrovansi numerosi e cospicui frammenti, provengono anche le principali notizie biografiche che oggi abbiamo su Virgilio e che ci sono offerte dalla biografia più ampia oggi superstite, quella che porta il nome di Elio Donato[401]perchè premessa da questo grammatico del IV secolo al suo commento virgiliano[402].

Così il fondamento delle notizie che ci rimangono non è propriamente un'opera speciale scritta di proposito sulla vita del poeta, ma un compendio, quale doveva esserlo unarticolo di un repertorio storico-letterario. Donato non ha fatto che copiare Svetonio quasi sempre alla lettera; difatti in quella parte della biografia che può considerarsi come genuina e solo si trova nei MSS. più autorevoli ed antichi, ben si riconosce lo stile svetoniano secco e freddo, ed il modo proprio di questo scrittore di accozzare notizie di natura aneddotica senza cementarle con pensieri o sentimenti propri. Quantunque nell'assieme si riconosca che trattasi di un poeta eccezionalmente venerato e famoso, e si vegga anche un concetto di lui superiore a quello di qualsivoglia altro poeta latino, pure il tono della biografia è positivo e realistico, e non si riconosce in essa quel calore che siamo soliti incontrare presso quanti si trattengono a parlare di Virgilio. È questo il tono proprio di Svetonio che si ravvisa benissimo nelle sue biografie dei Cesari. Da Svetonio pure (il quale forse ne ebbe notizia da racconti orali, o da altri che simili voci avesse registrate prima di lui) proviene quella dose di maraviglioso che è nella parte sicuramente antica della biografia e consiste in presagi o segni della futura grandezza del poeta; come il sogno ch'ebbe sua madre, il non aver vagito quando nacque, e la grande altezza che tosto raggiunse il ramoscello di pioppo piantato, secondo l'uso, per la sua nascita[403]. Aneddoti di simile natura ritrovansi riferiti da Svetonio diligentemente in tutte le biografie dei Cesari, e nell'antichità sono cosa troppo ovvia perchè possano in qualche modo servire a dare un colorito specialealla nominanza del poeta, benchè ne segnino la misura a livello delle più alte grandezze, e lo distinguano da tutti gli altri poeti latini. Perciò ha torto chi pone questi aneddoti accanto ai racconti favolosi del medio evo, che hanno una origine ben diversa. Forse non tutto quanto Svetonio scrisse su Virgilio nel suo articolo biografico fu riferito o copiato da Donato; comunque sia però, questa parte del commento ebbe maggior fortuna del resto e sopravvisse come opuscolo separato; fu letta durante tutto il medio evo, e servì di fondamento a non poche altre piccole biografie che accompagnano commenti e manoscritti virgiliani. Con essa rimase viva nella tradizione letteraria l'idea storica della personalità del poeta lungo tutta l'età di mezzo fino ai tempi nostri[404].

In generale in tutte le biografie prosaiche che ci rimangono non si trova quell'enfasi con cui siamo soliti udir parlare di Virgilio già nell'epoca classica e più ancora nella decadenza e nel medio evo. La tendenza a notare nel poeta qualche cosa di singolarmente specioso si riconosce in esse, ma tutte sono più semplici e più sprovviste di ogni colore subbiettivo o retorico di quello si potrebbe aspettare. La ragione di ciò sta in questo, che niuna di esse è un lavoro biografico intrapreso di piè fermo, ma tutte sono, come abbiamo accennato, raccolte di notizie messe assieme per servire all'uso prattico dell'insegnamento, come introduzioni ai commenti, dei quali serbano la maniera andante e senza elevatezza e il tono freddo e pedestre. Donato, sul quale si fondano più altri, non era certamente spinto dallo scopo scolastico del suo lavoro a supplire di suo alla mancanza di calore propria dell'opera svetoniana, e molto meno chi compendiava da lui. Lostesso dicasi delle brevi e tumultuarie notizie biografiche che troviamo premesse ai commenti di Probo[405]e di Servio[406]. Ma se quell'iperbolico sentire che a riguardo del Mantovano regnava in tutto il mondo letterario non era rappresentato nello stile di queste disadorne e compendiose compilazioni, esso era come un fermento che doveva avere naturalmente per effetto di mescolare al retaggio delle notizie storiche non pochi fatti inventati o erronei o trasfigurati, taluni dei quali s'introdussero anche nel testo della biografia principale. Il medio evo infatti impresse il suo stampo in questa come in altre, ed è questo l'aspetto speciale da cui tal tema presenta un particolare interesse per noi[407].

Prima d'ogni altra cosa è d'uopo notare che questa invasione di elementi nuovi e falsi nella biografia virgiliana ha avuto luogo diversamente da quello fanno supporre i molti che hanno parlato di questa materia, i quali generalmente sogliono richiamare il fatto delle leggende di Virgilio mago, e considerare le interpolazioni della biografiaDonatiana ed anche certi fatti che leggonsi in talune altre biografie medievali come dovuti a queste leggende. Questo errore, molto comune, riposa sulla confusione di due cose ben distinte per la loro natura, per la loro età e per la loro origine, quali sono le leggende popolari e le favole letterarie relative a Virgilio. Fra queste due categorie di prodotti favolosi c'è invero una comunanza di base, poichè ambedue partono da una idea esagerata della sapienza virgiliana; esse però sono diversissime tanto pel concetto di questa sapienza stessa, naturalmente molto più grossolano nelle popolari che nelle letterarie, quanto pel campo di attività totalmente diverso nel quale fanno esercitare lo straordinario sapere del Mantovano. Il Virgilio dei racconti popolari perde affatto il carattere di poeta; nella leggenda letteraria invece Virgilio riman sempre poeta, e la vasta e molteplice sapienza sua ha la poesia per organo e per prodotto. Di questa leggenda noi troviamo sufficienti ragioni e cause nei fenomeni storico-psicologici che siamo venuti studiando fin qui, i quali però non sarebbero sufficienti di per sè soli a spiegare l'origine delle leggende popolari, determinate da cause del tutto speciali, come vedremo. Naturalmente le une e le altre dovevano finire coll'incontrarsi; ma la leggenda popolare non esce dalla località ristretta in cui era nata e non acquista notorietà, divulgandosi nella letteratura, prima del XII secolo. Nelle biografie del poeta non se ne sente quindi l'influsso che assai tardi ed è anche un influsso lontano e limitato a poca cosa. Nella biografia di Donato, così in manoscritti del IX e del X secolo, come in manoscritti del XIV ed in stampe del XV, non si trova introdotto che un solo aneddoto favoloso, di cui parleremo altrove, nel quale si può riconoscere una influenza di quelle leggende, non perchèesso faccia parte di queste, ma perchè è il solo in tutta la biografia genuina e interpolata che faccia, come accade in quelle leggende, esercitare la sapienza mirabile del poeta in un campo estraneo alle lettere. Una biografia, pubblicata dall'Hagen[408]da un MS. bernense del nono secolo, contiene molte ingenuità, ma nulla che faccia pensare al Virgilio mago, come si trova in biografie posteriori, scritte dopo il secolo XIII. Vedremo nell'altra parte del nostro lavoro la leggenda popolare mescolata in uno strano connubio colle notizie biografiche desunte da Donato, da Bonamente Aliprandi, nel XV secolo.

La leggenda letteraria, intendendo con questo nome generico tutto quanto di non autentico trovasi riferito nella tradizione letteraria e creduto circa Virgilio come poeta, letterato, o dotto, non può dirsi offra una caratteristica speciale del poeta; essa caratterizza piuttosto, e ciò in piena armonia con quanto siamo venuti osservando, la natura di quel mezzo nel quale il nome del poeta si andò movendo fino a tutto il medio evo. Essa risulta da un numero di particolarità, o di aneddoti che s'incontrano sparsi, o mescolati alle notizie storiche, i quali non hanno evidentemente alcuna possibilità storica, ma pur non offrono nulla di soprannaturale. Procede direttamente dai grammatici e dagli studiosi di Virgilio; di rado è un prodotto puro e pretto della imaginazione, ma per lo più si collega con qualche fatto che amplifica o travisa, con qualche notizia o qualche verso che fraintende o spiega a suo modo. Fin dai primi tempi se ne trovano esempi in più di unsi diceriferito da Asconio Pediano e poi dagrammatici e da commentatori. Più tardi l'accumularsi degli esercizi poetici, ai quali presiedeva il nome e l'autorità del Mantovano, l'intorbidarsi e il perdersi di parecchie fila dell'antica tradizione e il crescere dell'ignoranza, allargava il campo e moltiplicava le occasioni alla produzione di idee erronee e leggendarie. È noto il distico: «Nocte pluit tota, redeunt spectacula mane, Divisum imperium cum Iove Caesar habet» e la storiella che narra come un plagiario si attribuisse questi versi, e Virgilio si lamentasse di ciò cogli altri versi, pubblicati anch'essi senza nome: «Hos ego versiculos feci; tulit alter honorem. Sic vos non vobis etc.» Quella storiella e i versi relativi, che di certo non sono di Virgilio, ebbero molta notorietà nelle scuole per tutto il medio evo, nè hanno cessato di averne a' nostri giorni[409]. In molti manoscritti di Virgilio di varie epoche que' versi trovansi segnati, e più d'uno scrittore medievale li rammenta. Il codice Salmasiano che li contiene[410], Cassiodoro[411]e Aldelmo[412]che li citano, provano evidentemente che nel VIe VII secolo erano già tanto noti quanto nelle epoche posteriori. Nella biografia di Donato essi e la storia relativa trovansi aggiunti soltanto nei manoscritti interpolati[413]. Indovinare precisamente come fossero attribuiti a Virgilio è difficile; forse essi furono introdotti in qualche MS. fra gli epigrammi di questo poeta, e passarono quindi come cosa sua nelle varie raccolte di poesie minori, delle quali abbiamo un saggio nel codice Salmasiano[414]. Non altrimentisi può spiegare come nello stesso codice Salmasiano trovisi attribuito a Virgilio un epigramma che non è altro se non un distico sentenzioso deiTristiadi Ovidio[415]. — Trovasi anche in corso fra i commentatori un'altra favoletta che si riferisce ad un emistichio dell'Eneide relativo ad Ascanio: «magnae spes altera Romae.» In questa l'ammirazione pel poeta è espressa facendolo brillare accanto al più grande luminare della prosa romana. Cicerone udendo cantare da Citeride in teatro la sesta ecloga, colpito dallo straordinario talento che in questa si rivelava, avrebbe chiesto di chi fosse e saputolo, avrebbe esclamato: «Magnae spes altera Romae!» (considerando sè stesso come la prima); queste parole sarebbero state poi introdotte da Virgilio nel suo poema riferendole ad Ascanio. Quella buona gente non ricordava che quando le ecloghe furono pubblicate Cicerone era già morto![416]La favola, che trovasi anchein Servio[417], è passata dai commenti nella biografia, come aggiunta alla notizia autentica del gran successo avuto dalle Bucoliche recitate in teatro. Evidentemente essa ha per base un qualche detto su Cicerone e Virgilio come principi della letteratura romana, nel quale a Virgilio si applicasse quel tale suo emistichio[418]. — La biografia interpolata si chiude con una serie di sette o otto sentenze dette da Virgilio in varie occasioni. Qualcuna di queste è basata sui versi stessi del poeta. Queste sentenze, che non offrono nulla di saliente e per lo più si riducono a luoghi comuni, non presentano Virgilio che dall'aspetto morale, come un uomo dolce e senza fiele, fornito di buon senso e di tatto prattico. Egli apparisce come tenuto in grandissima considerazione alla corte, e parecchie sentenze sono dette da lui in risposta a Mecenate o ad Augusto che lo consultano. L'ammirazione pel poeta rivelasi intaluni di questi aneddoti colle stesse parole ingenue che a lui vengono poste in bocca[419]. L'età di questa parte della biografia leggendaria è assai incerta; quantunque molto in essa tradisca il colorito e l'indole del medio evo, pur crediamo che qualche cosa di più antico vi sia, pel soggetto se non per la forma. Uno di questi detti virgiliani relativo ad Ennio trovasi già citato nel VI secolo da Cassiodoro[420]. È noto il gusto degli antichi per le raccolte di apoftemmi di grandi uomini. Probabilmente sentenze e motti di Virgilio figuravano in memorie sulla vita del poeta, e Svetonio nella sua compilazione, o Donato nel suo estratto di Svetonio, li lasciò da parte, ma da quelle fonti, poi perdute, si propagarono, turbandosi e mescolandosi con invenzioni, attraverso alla minor letteratura grammaticale meno avvertita e oggi nella massima parte perduta, ed anche attraverso alla tradizione scolastica. Un libro in cui si avrebbe diritto di aspettarne e a prima giunta si è sorpresi di non trovarne, sarebbe quello di Valerio Massimo. Ma questo insulso compilatore, che scrivendo in tempi tanto prossimi al poeta, avrebbe potuto essere per noi fonte di preziose notizie su di esso, ha adoperato servilmente fonti nelle quali, o per l'età o per la natura loro, non poteva essere menzione di lui; perciò in tutta l'opera non lo ha mai nominato neppure una volta.

Nelle biografie, desunte generalmente da Donato, che precedono commenti o accompagnano codici di Virgilio dei secoli IX, X, XI non si trovano aneddoti speciali che meritino la nostra attenzione; nè ancora trovasi in esse introdotto il soprannaturale nell'attività del Mantovano. Ben si rivela però un concetto esagerato della sapienza del poeta e singolarmente del suo sapere filosofico, quale non si trova nella biografia maggiore, quantunque tale idea esistesse già al tempo di Donato. Notevoli sono, da questo aspetto, certe strane etimologie del nome di Virgilio. In una biografia che trovasi in un codice del IX secolo questo nome è spiegato «quasivere gliscens, essendo Virgilio maestro famosissimo di alta filosofia e molteplice nella sua fecondità, come la germinazione primaverile»[421]. Nel cod. Gudiano (IX sec.) di Virgilio, in cui trovasi tre o quattro volte narrata la vita del poeta, troviamo che «Marone ei fu detto dal mare, perchè siccome il mare abbonda di acque, così abbondava in lui la sapienza, più che in ogni altro»[422]. Dopo il XII secolo questa idea si accentua anche maggiormente in alcune biografie, nelle quali però già si scorge l'influenza delle leggende popolari introdottesi nella letteratura. In un codice Marciano del sec. XV che contiene un commento a Virgilio, trovasi una biografia nella quale l'autore dà libero corso alla sua ammirazione pel poeta: di Virgilio si può dire: «omne tenet punctum»; ed anche a lui possonoapplicarsi le parole del salmista: «omne quod voluit fecit»; e perciò di lui fu detto:

«Hic est musarum lumen per saecula clarum,Stella poetarum non veneranda parum»[423].

«Hic est musarum lumen per saecula clarum,Stella poetarum non veneranda parum»[423].

«Hic est musarum lumen per saecula clarum,

Stella poetarum non veneranda parum»[423].

All'intero commento serve di motto il verso:

«Omnia divino monstravit carmine vates.»

«Omnia divino monstravit carmine vates.»

«Omnia divino monstravit carmine vates.»

Ma fra le altre virtù virgiliane qui troviamo esplicitamente nominata la magia[424], di cui non è menzione in alcuna biografia anteriore al XII sec.

Oltre a quanto leggesi nelle biografie, trovansi negli scrittori del medio evo non poche idee erronee e notizie favolose su Virgilio. Già, come notammo altrove, i commentatori delle Bucoliche spesso imaginavano, senza alcun fondamento, fatti ai quali il poeta alludesse allegoricamente. Così secondo un commento che leggesi in un MS. del IX secolo, Virgilio avrebbe tenuto in Roma pubblica scuola di poesia, ed a ciò si riferirebbe il noto «formosamresonare doces Amaryllide sylvam»[425]. Curioso è il colossale anacronismo di un anglosassone il quale, prendendo alla lettera certe espressioni metaforiche, considera Virgilio come contemporaneo di Omero e suo discepolo ed amico[426]. Per una strana confusione di varie idee delle quali abbiamo già parlato, Pascasio Radberto asserisce che la Sibilla recitò in persona le dieci ecloghe dinanzi al senato[427]. È noto il soggetto del grazioso poemettoLa Zanzara(Culex) attribuito a Virgilio; Alessandro Neckam riferisce quel fatto come avvenuto a Virgilio stesso e come occasione quindi di quella composizione poetica; ma poi si disdice, notando che avendo letto quel poemetto si è accorto di essere stato tratto in inganno da una falsa voce[428].Una tradizione, che non ha nulla d'inverisimile, portava che Virgilio ricevesse non piccole somme dalla liberalità di Augusto[429]; particolarmente fra i grammatici era volgare la fama di una larga ricompensa data da Augusto al poeta pei commoventi versi: «Tu Marcellus eris etc.» che fecero una vivissima impressione sull'animo di Ottavia. Nel commento di Servio è detto che per quelli egli ebbe una somma solennemente pagata o contata inaes grave[430]. Quella somma viene stabilita nella biografia interpolata indiecimila sesterziper ciascun verso[431]. Questa notizia la vediamo più tardi legarsi alla storia dei versi «Nocte pluit tota etc.» con singolari aggiunte. Benzone di Alba (XI sec.) dice che per questi versi Virgilio ebbe da Augusto danaro a profusione ela libertà[432]. La stessa cosa afferma Donizone[433]. Non contento di ciò Alessandro di Telese (XII sec.) dice che per essi Virgilio ottenne da Augusto in feudo la città di Napoli e la provincia diCalabria[434]; nella quale aggiunta noi vediamo la leggenda letteraria incontrarsi e mischiarsi colla popolare che allora già si divulgava nel Napoletano dov'era originaria; in questa Virgilio figura appunto come signore o patrono della città di Napoli. Di questi elementi che predisponevano il terreno letterario all'accettazione delle leggende popolari, è d'uopo rammentarsi per lo studio che intraprenderemo nella seconda parte di questo lavoro.

Se, per le ragioni che abbiamo accennate, quel tono enfatico con cui soleva parlarsi di Virgilio non avea luogo nelle biografie in prosa, esso avea un largo campo nelle composizioni poetiche che aveano per soggetto il poeta. La poesia di ragione classica, così nel medio evo come prima governata dalla retorica e confusa colla declamazione, si esercitava tenendo costantemente Virgilio dinanzi. In lui essa trovava il principale modello da imitare, in lui una specie di emporio retorico-poetico, da lui prendeva i temi per gli esercizi di versificazione declamatoria, e questi ultimi non soltanto dalle sue opere, ma dai suoimeriti e dai fatti principali della sua vita. Così avea origine la gonfia biografia virgiliana in versi, che ci è giunta incompleta, scritta nel VI secolo dal grammatico Foca, all'enfasi della quale serve di misura l'ode saffica che la precede[435]. Ma molte particolarità della vita del poeta erano volgarmente conosciute sia per le biografie annesse ai commenti e lette nelle scuole, sia per la esposizione scolastica delle sue poesie stesse, singolarmente delle Bucoliche. Le più spiccanti e notorie fra quelle particolarità furono speciali soggetti di esercizi poetici. Così la storia delle possessioni perdute e poi riacquistate per grazia di Augusto e per intercessione di Mecenate ed altri amici, era nota a quanti avean letto le Bucoliche, e più di un poeta latino trovò una ispirazione in quel fatto egualmente onorevole pel poeta e pel suo protettore; così Marziale[436], Sidonio[437]ed altri. In un codice del X secolo leggesi un esercizio poetico medievale consistente in una epistola in versi diretta da Virgilio a Mecenate allorchè le terre mantovane erano passate in possesso dei veterani[438]. Un epigrammadell'Antologia si riferisce al fratello di Virgilio, Flacco, immortalato dal poeta, secondo i commentatori e la biografia maggiore, nel Dafni della V ecloga[439]. Delle notizie provenienti direttamente dalla biografia niuna fu tanto trita quanto quella dell'ordine dato da Virgilio morente di bruciare l'Eneide; era questo un tema che si prestava assai alla declamazione, e difatti più d'una ne troviamo su tal soggetto. Già al tempo di Gellio e di Svetonio, Sulpicio Apollinare componeva su di ciò quei tre distici che troviamo riferiti nella biografia[440]. In epoca più tarda furono composti i distici che leggonsi nel codice Salmasiano, coi quali i Romani pregano Augusto di comandare che la volontà del poeta non sia eseguita[441]. Ma la declamazione suquesto tema prende un tono assai più alto facendo parlare Augusto stesso, come troviamo nel famoso «Ergone supremis» etc., che forse faceva parte della biografia versificata da Foca, sopra rammentata[442].

Le composizioni stesse del poeta servivan poi di tema per esercizi di versificazione e di poesia. Ciò accadde anche per talune brevi poesie che trovansi riferite nella biografia. Così l'epigramma che, secondo il biografo, Virgilio giovanetto compose contro Balista maestro e ladrone, ebbe molta notorietà e trovasi in più codici, estratto certamente dalla biografia e mescolato con altre poesie di Virgilio e d'altri[443]. Esso fu imitato da più d'un poeta scolastico, e ben sei variazioni su questo tema, certamente di autori diversi, si trovano da un interpolatore introdotte nella biografiaverseggiata da Foca[444]. Questi esercizi scolastici erano opera, non soltanto di scolari, ma anche di maestri; negli ultimi tempi della decadenza si trova l'uso di comporre in più su di uno stesso tema, a modo di tenzone, e se ne ha notevole esempio nelle composizioni deidodici poeti scolasticiododici sapienti[445], che prendono tanto larga parte dell'Antologia latina e, giudicando dalla cura con cui furono raccolte e conservate in più manoscritti, pare incontrassero molto favore. I temi sono vari; una descrizione, un fatto mitologico, le lodi di una persona; generalmente si preferiscono soggetti già trattati in modo celebre da qualche chiaro poeta, quale p. es. Ovidio[446], e più spesso Virgilio. Così il noto epigramma che leggevasi sulla tomba del poeta, e secondo la biografia sarebbe stato composto da lui stesso[447], trovasi rifatto in un distico e amplificato in due distici da ciascuno dei XII poeti[448]. A questo genere di esercizio appartengono anche gli argomenti in versi delle varie poesie virgiliane[449]. Il numero e la varietà di quelli che ci rimangono provano che anche questo esercizioera soggetto di una specie di certame scolastico. Taluni di questi riassunti versificati si riferiscono anche alle Bucoliche e alle Georgiche[450], ma i più si riferiscono all'Eneide. Si hanno argomenti a ciascun libro dell'Eneide composti di un sol verso, altri di quattro, di cinque, di sei, di dieci versi[451]. Una composizione di undici esametri, di incerta età, dà il numero totale dei versi di tutte le opere di Virgilio ed il contenuto di esse[452]. Il più antico esempio di questa sorta di lavori, ai quali per lo più Virgilio stesso presta non poco del suo, sarebbero gli hexastichi attribuiti a Sulpicio Apollinare; trovansi in un codice vaticano del V o VI secolo. Non sono certamente di molto anteriori a questa età i decastichi, preceduti da cinque distici nei quali Ovidio se ne dichiara autore[453]; nel che vediamo riflettersi il rapporto in cui erano realmente Virgilio ed Ovidio nell'uso scolastico di quel tempo. Poi composizioni di tal natura si fecero lungo tutto il medio evo. Non fu certamente Virgilio il solo a cui lavori simili si dedicassero, ma per lui si fece in tal genere assai più che per alcun altro poeta latino. L'Antologia offre anche parecchi epigrammi sulle lodi del poeta, generalmente fondati sul luogo comune del confronto con Omero per l'Eneide, con Teocrito per le Bucoliche, con Esiodo per le Georgiche[454]. In uno di questi epigrammi troviamo messoin versi il detto di Domizio Afro riferito da Quintiliano[455]. Due distici di stile metaforico e contorto pretendono dar consiglio a chi «con piccola barca si fa a percorrere il vasto pelago di Marone»[456].

Finalmente a questi esercizi della scuola fornivano materiali i luoghi delle maggiori opere virgiliane, quelli stessi che servivano di tema alle declamazioni in prosa. Più d'una composizione dell'Antologia è ispirata da luoghi siffatti[457], e singolarmente la scuola retorica si riconosce nei così dettitemi virgilianiche sono studi su motivi retorici offerti dalle poesie virgiliane e propri alla declamazione, variazioni su versi del poeta, nelle quali il tono viene per lo più esagerato secondo latubae lapomparichiesta necessariamente dal gusto del tempo. Tali sono le parole di Didone ad Enea (Aen. IV, 365 sgg.), di Enea ad Andromaca (Aen. III 315 sgg.), di Sace a Turno (Aen. XII 653 segg.)[458]. Abbiamo inoltre una lettera di Didone ad Enea[459]in cui l'argomento virgiliano è trattato secondo la maniera di Ovidio, un lamento sulla rovina di Troia nel cui ritmo si riconosce evidente il medio evo inoltrato[460], ed altro di cui qui sarebbe superfluo parlare.

Propriamente il focolare di queste produzioni poetico-retoriche alle quali presiede l'autorità virgiliana, non può dirsi sia il pieno medio evo, ma piuttosto il principio di esso e gli ultimi tempi dell'impero. Il quinto e il sesto secolo sono singolarmente fecondi di questo genere diversificazioni nate nelle scuole, diffuse in quelle ed amorevolmente raccolte da uomini senza dubbio anch'essi di scuola, i quali senza scrupolo mescolavano le minori poesie degli antichi grandi maestri più note nelle scuole, ai prodotti scolastici più generalmente ammirati in quel tempo di cattivo gusto. Quindi quella strana confusione di nomi che complica le difficoltà dell'ordinamento critico dell'Antologia latina. Intanto colla importanza che così vediamo attribuita ai prodotti di una regione bassa e per lo innanzi condannata all'oscurità, si manifesta evidente l'ultimo spossamento della poesia classica che, ridotta ad anfanare miseramente nell'artificiale atmosfera della retorica, si consuma ed emacia al punto da mostrare le povere ossa sulle quali si regge. Quest'ultima nota smorta e scolorata della poesia latina, piuttosto che rimpetto all'antichità, abbiam voluto richiamarla rimpetto al medio evo, al quale con essa vengono tramandati e raccomandati i grandi esemplari antichi, ed essa soltanto dà l'intonazione per quel poco che quella età, tutta avviluppata nell'ascetismo monacale, potè produrre sulle orme della poesia classica.


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