Chapter 27

510.Sull'elemento antico in Dante ha scritto notevoli pagine ilFauriel(Dante et les origines de la langue et de la litt. ital.II, p. 420 sgg.); ma ei non si è trattenuto a considerare fino a qual punto questo elemento in Dante rappresenti quella stessa cosa che rappresenta in tutto il medio evo. Meglio ciò risulta da quanto intorno a Dante per questo lato ha scritto ilPipernella sua operaMythologie der christlichen Kunst, I, p. 255 sgg.511.«Nos autem cui mundus est patria velut piscibus aequor, quamquam Sarnum biberimus ante dentes, et Florentiam adeo diligamus, ut quia dileximus exilium patiamur iniuste etc.»De vulg. eloq.I, c. 6. Al grande esule, ferito nel suo sentimento patrio, è momentaneo conforto ricorrere colla mente all'idea astratta della universale fratellanza umana.512.«... e tutti questi cotali sono gli abominevoli cattivi d'Italia che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale se è vile in alcuna cosa, non è se non in quanto egli suona nella bocca meretrice di questi adulteri»ConvitoI, 11.513.I fatti della saga troiana de' quali parla, non li conosce che dai latini ed anche con mescolanza d'idee medievali, come vedesi nella fantastica fine che fa fare ad Ulisse (Inf.XXVI, 91 sgg.). Neppur pare conosca Ditti e Darete, tanto usati nel medio evo. Anche l'Homerus latinuspare siagli ignoto (cfr. Convito I, 7). Nei pochi luoghi ne' quali cita Omero la sua fonte immediata è Aristotele, una volta Orazio. Cfr.Schück, op. cit. p. 272 sgg.514.Virgilio gli dice:«................ e così cantaL'alta mia tragedia in alcun loco;Ben lo sai tu che la sai tutta quanta.»Inf.XX, 112.515.Purg.XXI, 94.516.Pare incredibile cheHeerenabbia potuto scrivere sul serio che Dante conobbe Virgilio solo per autorità altrui! «Selbst die Rolle die Virgil in Dante's Gedichte spielt zeigt wohl dass er ihn mehr aus Nachrichten anderer als aus eigner Einsicht kannte».Gesch. d. klass. Litt. im Mittelalt.I, p. 320.517.Witteha voluto riferire queste parole alDe Monarchia, ed anche a me è sembrato per un momento che il poeta pensasse qui alle sue prose. Ma oltre ad altre ragioni, il poeta stesso ci vieta di ciò ritenere dicendoci chiaramente che lo stile del suo poetare è quello di cui si gloria; in esso soltanto egli sa di essere, com'è in realtà, novatore. Contro Witte argomentaWegele(Dante Alighierip. 348 sg.), il quale però non ha inteso neppur egli il significato di questo luogo dantesco, riferendo lostiledi cui qui parla il poeta alla parola, ed alla imitazione formale di Virgilio.518.A questo condurrebbe quanto sostiene ilPereznelle pagine (La Beatrice svelatap. 65 sgg.) che ha consecrate alla definizione di questo stil nuovo di Dante. Negare l'allegoria in Dante non si può; ma questa non era che un modo allora naturale ed ovvio di quella dottrina e profondità di pensiero che Dante richiede nel poeta; non è però in essa che Dante fa consistere la poesia in generale, nè la propria poesia in particolare.519.Il «primo amico» di Dante, Guido Cavalcanti, era anch'egli poeta di stil nuovo, e Dante stesso ci dice quanta armonia fosse fra loro nel concetto della poesia volgare. Questo non avrebbe potuto essere se, come molti interpreti antichi e moderni hanno voluto, quel verso (Inf.X, 23) «Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno» dovesse intendersi alla lettera, quasi realmente Guido fosse sprezzatore di Virgilio e degli antichi poeti. Nel luogo ove quel verso ricorre trattasi manifestamente dell'idea più profonda che è incarnata nel viaggio di Dante. È per me chiarissimo che la ragione per cui Dante dice che quel suo amico e compagno prediletto non trovasi con lui per quella via, non può in alcuna maniera riferirsi a differenze che esistessero fra loro nell'idea artistica (poichè nè tali differenze c'erano nè ivi sarebbe stato luogo a parlarne), ma si bene nelle tendenze speculative e nel pensiero filosofico, quali sappiamo che realmente esistettero. Cfr.Perez, op. cit. p. 382 sg. e meglioD'OvidionelPropugnatoreIII, 2 p. 167 sgg. (Saggi critici, Napoli 1879, p. 312 sgg.). Altrimenti intendeFinzi(Saggi danteschi, Torino 1888, p. 60 sgg.) riferendo, con assai leggero argomentare, quel verso alla troppo scarsa stima che Guido, secondo Dante, professò pel Mantovano.520.Ved.Inf.I, 67 sgg.Purg.III, 25 sgg.; VII, 4 sgg.; XVIII, 82 sg.521.Purg.XVIII, 46 sgg.522.Si noti quanti luoghi della Divina Comedia ha occasione di citareGuido da Pisanel narrare i fatti di Enea.523.Parad.XXV, 7 sgg.524.Purg.II, 106 sgg.525.«... in quella parte dove aperse la bocca la divina sentenzia d'Aristotile da lasciare mi pare ogni altrui sentenzia.»ConvitoIV, 17; ved. sull'autorità d'Aristotele e le sue ragioni principalmenteConvitoIV, 6.526.La più curiosa espressione del primato d'Aristotele nel tempo della scolastica, rimpetto al tradizionalismo delle VII arti, è ilFabliauintitolatoLa bataille des VII ars. Ivi è detto fra le altre cose:«Aristote, qui fu a pièSi fist chéoir Gramaire enverse.Lors i a point mesire Perse,Dant Juvenal et dant Orasce,Virgile, Lucain et Etasce,Et Sédule, Propre, Prudence,Aratur, Omer et Térence:Tuit chaplèrent sor AristoteQui fu fers com chastel sor mote.»Ved.Jubinal,Oeuvres compl. de Ruteboeuf, II, p. 426.Proprenon è, come vuole Jubinal, Properzio, ma il poeta cristiano Prospero.527.Ved.Lambertus de Monte,Quid probabilius dici possit de salvatione Aristotelis Stagiritae.Col. 1487. Un tempo Tertulliano chiamava Aristotele «patriarcha haereticorum», e Lutero più tardi lo chiamava «hostis Christi!» Nella poesia francese intitolata:Enseignements d'Aristote, lo Stagirita parla di Cristo e della credenza cristiana, del tutto come cristiano. Ved.Hist. Litt. de la France, XIIIp. 115-118. Cfr.Ruth,Studien über Dante Allighierip. 258 sgg.528.Dante esprime chiaramente nella Divina Comedia di non aver diretto rapporto co' greci e di conoscerli e intenderli solo per mezzo de' latini. Dinanzi a Diomede ed Ulisse (Inf.XXVI, 73 sgg.) Virgilio gli dice:«Lascia parlare a me; ch'io ho concettoCiò che tu vuoi; ch'e' sarebber schivi,Perchè ei fur Greci, forse del tuo detto.»Poi dinanzi a Guido di Montefeltro (Inf.XXVII, 33) gli dice:«.... parla tu, questi è latino.»529.Dante ebbe la coscienza della nobilitazione ch'egli effettuava del tipo di Virgilio e del suo vedere in quel poeta più addentro che altri allora non facesse. Ad altro non credo possa riferirsi quel ch'ei dice di Virgilio (Inf.I, 9): «chi per lungo silenzio parea fioco.» Intendere, come molti fanno, che Virgilio fosse stato a lungo dimenticato e negletto non si può, poichè Dante sapeva che ciò non era, e chiama Virgilio «famososaggio» e dice che la sua «fama ancor nel mondo dura».530.È tale l'oscitanza di taluni espositori di Dante, che si è voluto trovare un'allusione alla magia di Virgilio in quei versi (Inf.IX, 22):«Ver'è che altra fiata quaggiù fuiCongiurato da quella Eriton crudaChe richiamava l'ombre a' corpi sui.»Quasi che fosse mago chi soggiace alle arti di una maga! Dante come tant'altri grandi uomini del suo tempo crede alle arti magiche, ma le considera come brutte e colpevolifrodi.Finzi(Saggi danteschip. 157) sostiene nondimeno la vecchia tesi con un argomentare però che lo mostra assai inesperto di ciò ch'ei chiama «la tradizione popolare.» Acute e giuste osservazioni ha su di ciòD'Ovidio,Dante e la MagiainNuova Antologia1892, p. 213 sgg.531.Inf.XX, Virgilio parlando dei maghi, indovini ecc. dice: v. 28 «Qui vive la pietà quand'è ben morta;» v. 117 «Delle magiche frodi seppe il giuoco;» v. 121 «Vedi le triste che.... fecer malie con erbe e con imago.»D'Ovidio nello scritto sopra citato difendendo questa nostra tesi si spinge troppo in là, quando con ingegnoso artificio vuol provare (p. 216 sgg.) che lo sdegno manifestato da Virgilio in quel canto contro i maghi e gl'indovini è come una protesta indirettamente introdotta da Dante contro la leggenda che facea di lui un mago. Ai maghi, siano diabolici o no, Dante non fa mai speciale attenzione; essi in quel canto non sono ricordati che incidentemente e secondamente; i peccatori ivi contemplati, come si rileva pur dalla natura della punizione ad essi inflitta, sono gl'indovini, e la collera di Virgilio dinanzi a questi non fa che rappresentare la stizza di Dante stesso contro gli astrologhi quali Michele Scoto e simili, influentissimi, e in alte regioni, ai suoi tempi. La leggenda non fece mai di Virgilio un indovino, ed anche facendone un mago non gli attribuiva fin lì nèmagiche frodinèmalìenèfattuccherie, ma opere benefiche prodotte per straordinaria conoscenza dei segreti della natura; ingenuità inoffensive, iperboli popolesche di glorificazione, che potevano meritare un'alzata di spalle o anche una risata, ma non poi tanta collera. I versi, generalmente sì male intesi, «Chi è più scellerato di colui Che al giudizio divin passïon porta?» si riferiscono esclusivamente agli indovini;passioneè qui adoperato nel senso filosofico, come contrapposto diazione. Iddio essendo per sua natura essenzialmenteazioneoatto, inaccessibile apassioneossia all'esser passivo, scelleratissimo è colui che scrutando, come fa l'indovino, il giudizio suoimperscrutabileviporta passione, ossia lorende passivo. Quindi Virgilio riprende e tratta di «sciocchi» coloro che, come allora Dante, si commuovono dinanzi al supplizio di quei dannati, non intendendo la profonda gravità della loro colpa, che offende Iddio nella essenza sua stessa, tanto che dinanzi ad essi chi vuol esserpionon può esserpietoso: «Qui vive la pietà (come opposto diempietà) quand'è ben morta» (comepietosità); solo con tal gioco di parola (cosa non insolita in Dante) fondato sui due significati della parolapietà, si può a nostro avviso ben intendere quel verso assai maltrattato dagli espositori.532.Cfr.Klotz,De verecundia Vergili, inOpuscula varii argumentip. 242 sgg.533.Per tal macchia attribuita a Virgilio da biografi e da commentatori, nasceva l'idea anacronistica e leggendaria che quando Cristo nacque morirono tutti i sodomiti e fra questi Virgilio; così Saliceto ap. Emanuel de Maura Lib. de Ensal. sect. 3, c. 4, num. 12; ved. Naudé, Apologie pour tous les grands personnages soupçonnés de magie p. 628 sg.; Herder ha tentato con poco successo di purgare Virgilio da queste accuse, singolarmente dando alla 5.ª ecloga una interpretazione allegorica; Ueber die Schamhaftigkeit Virgil's in Kritische Wälder II, p. 188; cfr. Genthe, Leben und Fortleben des P. Vergilius Maro, p. 28 sgg.534.«Siccome pare Tullio recitare nel primo diFine de' beni.»Conv.IV, 6. IlDe natura deorum, da cui avrebbe potuto desumere più copiose notizie sull'epicureismo, non lo conosce.535.«Questi è Nembrotto per lo cui mal cotoPure un linguaggio nel mondo non s'usa.»Inf.XXXI, 78.536.«se tu ti rechi a mente Lo Genesi»Inf.XI, 106; «La tua Etica» Ib. 80; «la tua Fisica» ib. 102.537.«— E disiar vedeste senza fruttoTai che sarebbe lor disio quetato,Ch'eternamente è dato lor per lutto.Io dico d'Aristotele e di Plato,E di molti altri. — E qui chinò la fronteE più non disse e rimase turbato.Purg.III, 43 sgg.538.Purg.VI, 28 sgg.539.Bello per mirabile finezza e importante per intendere in qual guisa si presentasse alla mente cristiana di Dante l'antica favola poetica, di cui fa tanto uso, è il luogo delPurgat.XXVIII, 139 sgg. ove Matelda, in presenza di Virgilio e Stazio, finisce di parlare dicendo:«— Quelli che anticamente poetaroL'età dell'oro e suo stato felice,Forse in Parnaso esto loco sognaro.Qui fu innocente l'umana radice,Qui primavera sempre, ed ogni frutto;Nettare è questo di che ciascun dice. —Io mi rivolsi addietro allora tuttoA' miei Poeti, e vidi checon risoUdito avevan l'ultimo costrutto.»540.Cfr. Intorno a ciòFauriel,Dante et les originesetc. II, p. 435 sgg.;Ozanam(Dante et la philosophie cathol. au treiz. siècle, p. 324 sgg.) ha consecrato un lungo lavoro d'indagine ai precursori di Dante in fatto di visioni o viaggi poetici nel mondo invisibile. Quantunque assai istruttivo, poco serve questo lavoro alla intelligenza della creazione dantesca, che per la natura sua propria è cosa originalissima, e con quei così detti precursori (eccettuato Virgilio) non ha che punti di contatto esterni o fortuiti.541.Così chiama i poeti coi quali si trova nel limbo (Inf.IV, 110), così spesso Virgilio (Inf.VII, 3; XII, 6; XIII, 47) e Stazio (Purg.XXIII, 8; XXXIII, 15).542.«Ei mi parea da sè stesso rimorso:O dignitosa coscïenza e netta,Come t'è picciol fallo amaro morso!»Purg.III, 7 sgg.543.«Qualche rara e lieve accigliatura pedagogica» crede ilD'Ovidio(Saggi critici, p. 326) di riconoscere nel Virgilio dantesco, e cita come esempio le parole «o creature sciocche, Quanta ignoranza è quella che v'offende!»Inf.VII, 70. Ma ivi, benchè parli Virgilio, lo spregio delle idee volgari è di Dante stesso, come la fantastica teoria che poi Virgilio espone sulla Fortuna è cosa prettamente dantesca e medievale, non punto virgiliana.544.Cfr.Wolff,Cato der jüngere bei DanteinJahrb. d. deutsch. Dante-gesellschaftII, 225 sgg.545.È questo l'aspetto principale da cui il Virgilio di Dante è stato studiato dalRuthnei suoiStudien über Dante Allighieri(Tübing. 1853) p. 203 sgg., al quale rimandiamo per maggiori sviluppi. Ruth ha scritto anche uno speciale articolo sul Virgilio di Dante,Ueber die Bedeutung des Virgil in der Divina CommediainHeidelberger Jahrbücher, 1850.546.Prima di Dante, ed anche prima del medio evo di proprio nome, colui che più si è servito di Virgilio come cantore della potenza romana, per uno scopo storico-filosofico, è Agostino. Ma Agostino ed Orosio suo discepolo, che vedevano Roma cadente e persecutrice, e la udivano accusare il cristianesimo del suo cadere, non potevano arrivare a quei concetti che il medio evo suggeriva a Dante. Roma pagana era ancor troppo prossima ad essi cristiani, e d'altro lato essi non videro il cristianesimo di perseguitato divenir persecutore sanguinario alla sua volta, e la storia della chiesa mutarsi in un libro osceno.547.Li romans de Dolopathos publié pour la première fois en entier parCh. BrunetetAnat. de Montaiglon, Paris (Jannet) 1856. Esiste in parecchi manoscritti un testo latino del Dolopathos, reso già noto dal prof.Mussafia, che lo considerò come l'originale del monaco Gianni di Hauteseille (Ueber die Quelle des altfranzösischen Dolopathos.Wien, 1865; eBeiträge zur Litteratur der sieben Weisen Meister, Wien, 1868). I dubbi su di ciò da me e da altri espressi furono tolti di mezzo dalla edizione che ne diede l'OesterleyIoh. de Alta Sylva Dolopathos sive De rege et septem sapientibus, Strassb. u. London 1873 sulla quale veggasi l'eccellente critica diG. ParisinRomaniaII, 1873, p. 481-503 (per le date ved. p. 501) eStudemundinZeitschr. f. deutsch. Alterth.N. F. VIII, p. 415-425.548.Cfr.D'Ancona,Il libro dei Sette savi di Roma, Pisa (Nistri) 1864.549.La storia e la prima forma di questo libro ho cercato di rintracciare nel mio lavoro,Ricerche intorno al Libro di Sindibâd, Milano, 1869,Researches respecting the Book of Sindibâd(transl. byH. Ch. Coote), London 1882.550.v. 12369 sgg. (Aen.VIII, 40 sg.).551.Dolopathos era d'origine troiana:«De Troie fu ses parentez» v. 162.552.«Por ce ot nom DolopathosCar il soufri trop en sa vieDe doleur et de tricherie»v. 164 sgg.553.v. 12890 sg. (August.De civitat. D.XVIII, 17-18).554.«Je sais tot le Viez Testament» v. 4780.555.«Cesar ot par toute la vileCommandé que tuit l'ennoraissentEt seignorie li portaissent.» v. 1652 sgg.556.v. 1257 sgg.557.v. 1318 sgg.558.v. 1396 sgg.559.«La VII est AstrenomieQui est fins de toute clergie»Image du mondeap.Jubinal,Oeuvres compl. de Ruteboeuf.II, p. 424.560.Lo dichiara diffusamente v. 1162 sgg.561.v. 12530 sgg.

510.Sull'elemento antico in Dante ha scritto notevoli pagine ilFauriel(Dante et les origines de la langue et de la litt. ital.II, p. 420 sgg.); ma ei non si è trattenuto a considerare fino a qual punto questo elemento in Dante rappresenti quella stessa cosa che rappresenta in tutto il medio evo. Meglio ciò risulta da quanto intorno a Dante per questo lato ha scritto ilPipernella sua operaMythologie der christlichen Kunst, I, p. 255 sgg.

510.Sull'elemento antico in Dante ha scritto notevoli pagine ilFauriel(Dante et les origines de la langue et de la litt. ital.II, p. 420 sgg.); ma ei non si è trattenuto a considerare fino a qual punto questo elemento in Dante rappresenti quella stessa cosa che rappresenta in tutto il medio evo. Meglio ciò risulta da quanto intorno a Dante per questo lato ha scritto ilPipernella sua operaMythologie der christlichen Kunst, I, p. 255 sgg.

511.«Nos autem cui mundus est patria velut piscibus aequor, quamquam Sarnum biberimus ante dentes, et Florentiam adeo diligamus, ut quia dileximus exilium patiamur iniuste etc.»De vulg. eloq.I, c. 6. Al grande esule, ferito nel suo sentimento patrio, è momentaneo conforto ricorrere colla mente all'idea astratta della universale fratellanza umana.

511.«Nos autem cui mundus est patria velut piscibus aequor, quamquam Sarnum biberimus ante dentes, et Florentiam adeo diligamus, ut quia dileximus exilium patiamur iniuste etc.»De vulg. eloq.I, c. 6. Al grande esule, ferito nel suo sentimento patrio, è momentaneo conforto ricorrere colla mente all'idea astratta della universale fratellanza umana.

512.«... e tutti questi cotali sono gli abominevoli cattivi d'Italia che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale se è vile in alcuna cosa, non è se non in quanto egli suona nella bocca meretrice di questi adulteri»ConvitoI, 11.

512.«... e tutti questi cotali sono gli abominevoli cattivi d'Italia che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale se è vile in alcuna cosa, non è se non in quanto egli suona nella bocca meretrice di questi adulteri»ConvitoI, 11.

513.I fatti della saga troiana de' quali parla, non li conosce che dai latini ed anche con mescolanza d'idee medievali, come vedesi nella fantastica fine che fa fare ad Ulisse (Inf.XXVI, 91 sgg.). Neppur pare conosca Ditti e Darete, tanto usati nel medio evo. Anche l'Homerus latinuspare siagli ignoto (cfr. Convito I, 7). Nei pochi luoghi ne' quali cita Omero la sua fonte immediata è Aristotele, una volta Orazio. Cfr.Schück, op. cit. p. 272 sgg.

513.I fatti della saga troiana de' quali parla, non li conosce che dai latini ed anche con mescolanza d'idee medievali, come vedesi nella fantastica fine che fa fare ad Ulisse (Inf.XXVI, 91 sgg.). Neppur pare conosca Ditti e Darete, tanto usati nel medio evo. Anche l'Homerus latinuspare siagli ignoto (cfr. Convito I, 7). Nei pochi luoghi ne' quali cita Omero la sua fonte immediata è Aristotele, una volta Orazio. Cfr.Schück, op. cit. p. 272 sgg.

514.Virgilio gli dice:«................ e così cantaL'alta mia tragedia in alcun loco;Ben lo sai tu che la sai tutta quanta.»Inf.XX, 112.

514.Virgilio gli dice:

«................ e così cantaL'alta mia tragedia in alcun loco;Ben lo sai tu che la sai tutta quanta.»Inf.XX, 112.

«................ e così cantaL'alta mia tragedia in alcun loco;Ben lo sai tu che la sai tutta quanta.»Inf.XX, 112.

«................ e così canta

L'alta mia tragedia in alcun loco;

Ben lo sai tu che la sai tutta quanta.»

Inf.XX, 112.

515.Purg.XXI, 94.

515.Purg.XXI, 94.

516.Pare incredibile cheHeerenabbia potuto scrivere sul serio che Dante conobbe Virgilio solo per autorità altrui! «Selbst die Rolle die Virgil in Dante's Gedichte spielt zeigt wohl dass er ihn mehr aus Nachrichten anderer als aus eigner Einsicht kannte».Gesch. d. klass. Litt. im Mittelalt.I, p. 320.

516.Pare incredibile cheHeerenabbia potuto scrivere sul serio che Dante conobbe Virgilio solo per autorità altrui! «Selbst die Rolle die Virgil in Dante's Gedichte spielt zeigt wohl dass er ihn mehr aus Nachrichten anderer als aus eigner Einsicht kannte».Gesch. d. klass. Litt. im Mittelalt.I, p. 320.

517.Witteha voluto riferire queste parole alDe Monarchia, ed anche a me è sembrato per un momento che il poeta pensasse qui alle sue prose. Ma oltre ad altre ragioni, il poeta stesso ci vieta di ciò ritenere dicendoci chiaramente che lo stile del suo poetare è quello di cui si gloria; in esso soltanto egli sa di essere, com'è in realtà, novatore. Contro Witte argomentaWegele(Dante Alighierip. 348 sg.), il quale però non ha inteso neppur egli il significato di questo luogo dantesco, riferendo lostiledi cui qui parla il poeta alla parola, ed alla imitazione formale di Virgilio.

517.Witteha voluto riferire queste parole alDe Monarchia, ed anche a me è sembrato per un momento che il poeta pensasse qui alle sue prose. Ma oltre ad altre ragioni, il poeta stesso ci vieta di ciò ritenere dicendoci chiaramente che lo stile del suo poetare è quello di cui si gloria; in esso soltanto egli sa di essere, com'è in realtà, novatore. Contro Witte argomentaWegele(Dante Alighierip. 348 sg.), il quale però non ha inteso neppur egli il significato di questo luogo dantesco, riferendo lostiledi cui qui parla il poeta alla parola, ed alla imitazione formale di Virgilio.

518.A questo condurrebbe quanto sostiene ilPereznelle pagine (La Beatrice svelatap. 65 sgg.) che ha consecrate alla definizione di questo stil nuovo di Dante. Negare l'allegoria in Dante non si può; ma questa non era che un modo allora naturale ed ovvio di quella dottrina e profondità di pensiero che Dante richiede nel poeta; non è però in essa che Dante fa consistere la poesia in generale, nè la propria poesia in particolare.

518.A questo condurrebbe quanto sostiene ilPereznelle pagine (La Beatrice svelatap. 65 sgg.) che ha consecrate alla definizione di questo stil nuovo di Dante. Negare l'allegoria in Dante non si può; ma questa non era che un modo allora naturale ed ovvio di quella dottrina e profondità di pensiero che Dante richiede nel poeta; non è però in essa che Dante fa consistere la poesia in generale, nè la propria poesia in particolare.

519.Il «primo amico» di Dante, Guido Cavalcanti, era anch'egli poeta di stil nuovo, e Dante stesso ci dice quanta armonia fosse fra loro nel concetto della poesia volgare. Questo non avrebbe potuto essere se, come molti interpreti antichi e moderni hanno voluto, quel verso (Inf.X, 23) «Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno» dovesse intendersi alla lettera, quasi realmente Guido fosse sprezzatore di Virgilio e degli antichi poeti. Nel luogo ove quel verso ricorre trattasi manifestamente dell'idea più profonda che è incarnata nel viaggio di Dante. È per me chiarissimo che la ragione per cui Dante dice che quel suo amico e compagno prediletto non trovasi con lui per quella via, non può in alcuna maniera riferirsi a differenze che esistessero fra loro nell'idea artistica (poichè nè tali differenze c'erano nè ivi sarebbe stato luogo a parlarne), ma si bene nelle tendenze speculative e nel pensiero filosofico, quali sappiamo che realmente esistettero. Cfr.Perez, op. cit. p. 382 sg. e meglioD'OvidionelPropugnatoreIII, 2 p. 167 sgg. (Saggi critici, Napoli 1879, p. 312 sgg.). Altrimenti intendeFinzi(Saggi danteschi, Torino 1888, p. 60 sgg.) riferendo, con assai leggero argomentare, quel verso alla troppo scarsa stima che Guido, secondo Dante, professò pel Mantovano.

519.Il «primo amico» di Dante, Guido Cavalcanti, era anch'egli poeta di stil nuovo, e Dante stesso ci dice quanta armonia fosse fra loro nel concetto della poesia volgare. Questo non avrebbe potuto essere se, come molti interpreti antichi e moderni hanno voluto, quel verso (Inf.X, 23) «Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno» dovesse intendersi alla lettera, quasi realmente Guido fosse sprezzatore di Virgilio e degli antichi poeti. Nel luogo ove quel verso ricorre trattasi manifestamente dell'idea più profonda che è incarnata nel viaggio di Dante. È per me chiarissimo che la ragione per cui Dante dice che quel suo amico e compagno prediletto non trovasi con lui per quella via, non può in alcuna maniera riferirsi a differenze che esistessero fra loro nell'idea artistica (poichè nè tali differenze c'erano nè ivi sarebbe stato luogo a parlarne), ma si bene nelle tendenze speculative e nel pensiero filosofico, quali sappiamo che realmente esistettero. Cfr.Perez, op. cit. p. 382 sg. e meglioD'OvidionelPropugnatoreIII, 2 p. 167 sgg. (Saggi critici, Napoli 1879, p. 312 sgg.). Altrimenti intendeFinzi(Saggi danteschi, Torino 1888, p. 60 sgg.) riferendo, con assai leggero argomentare, quel verso alla troppo scarsa stima che Guido, secondo Dante, professò pel Mantovano.

520.Ved.Inf.I, 67 sgg.Purg.III, 25 sgg.; VII, 4 sgg.; XVIII, 82 sg.

520.Ved.Inf.I, 67 sgg.Purg.III, 25 sgg.; VII, 4 sgg.; XVIII, 82 sg.

521.Purg.XVIII, 46 sgg.

521.Purg.XVIII, 46 sgg.

522.Si noti quanti luoghi della Divina Comedia ha occasione di citareGuido da Pisanel narrare i fatti di Enea.

522.Si noti quanti luoghi della Divina Comedia ha occasione di citareGuido da Pisanel narrare i fatti di Enea.

523.Parad.XXV, 7 sgg.

523.Parad.XXV, 7 sgg.

524.Purg.II, 106 sgg.

524.Purg.II, 106 sgg.

525.«... in quella parte dove aperse la bocca la divina sentenzia d'Aristotile da lasciare mi pare ogni altrui sentenzia.»ConvitoIV, 17; ved. sull'autorità d'Aristotele e le sue ragioni principalmenteConvitoIV, 6.

525.«... in quella parte dove aperse la bocca la divina sentenzia d'Aristotile da lasciare mi pare ogni altrui sentenzia.»ConvitoIV, 17; ved. sull'autorità d'Aristotele e le sue ragioni principalmenteConvitoIV, 6.

526.La più curiosa espressione del primato d'Aristotele nel tempo della scolastica, rimpetto al tradizionalismo delle VII arti, è ilFabliauintitolatoLa bataille des VII ars. Ivi è detto fra le altre cose:«Aristote, qui fu a pièSi fist chéoir Gramaire enverse.Lors i a point mesire Perse,Dant Juvenal et dant Orasce,Virgile, Lucain et Etasce,Et Sédule, Propre, Prudence,Aratur, Omer et Térence:Tuit chaplèrent sor AristoteQui fu fers com chastel sor mote.»Ved.Jubinal,Oeuvres compl. de Ruteboeuf, II, p. 426.Proprenon è, come vuole Jubinal, Properzio, ma il poeta cristiano Prospero.

526.La più curiosa espressione del primato d'Aristotele nel tempo della scolastica, rimpetto al tradizionalismo delle VII arti, è ilFabliauintitolatoLa bataille des VII ars. Ivi è detto fra le altre cose:

«Aristote, qui fu a pièSi fist chéoir Gramaire enverse.Lors i a point mesire Perse,Dant Juvenal et dant Orasce,Virgile, Lucain et Etasce,Et Sédule, Propre, Prudence,Aratur, Omer et Térence:Tuit chaplèrent sor AristoteQui fu fers com chastel sor mote.»

«Aristote, qui fu a pièSi fist chéoir Gramaire enverse.Lors i a point mesire Perse,Dant Juvenal et dant Orasce,Virgile, Lucain et Etasce,Et Sédule, Propre, Prudence,Aratur, Omer et Térence:Tuit chaplèrent sor AristoteQui fu fers com chastel sor mote.»

«Aristote, qui fu a piè

Si fist chéoir Gramaire enverse.

Lors i a point mesire Perse,

Dant Juvenal et dant Orasce,

Virgile, Lucain et Etasce,

Et Sédule, Propre, Prudence,

Aratur, Omer et Térence:

Tuit chaplèrent sor Aristote

Qui fu fers com chastel sor mote.»

Ved.Jubinal,Oeuvres compl. de Ruteboeuf, II, p. 426.Proprenon è, come vuole Jubinal, Properzio, ma il poeta cristiano Prospero.

527.Ved.Lambertus de Monte,Quid probabilius dici possit de salvatione Aristotelis Stagiritae.Col. 1487. Un tempo Tertulliano chiamava Aristotele «patriarcha haereticorum», e Lutero più tardi lo chiamava «hostis Christi!» Nella poesia francese intitolata:Enseignements d'Aristote, lo Stagirita parla di Cristo e della credenza cristiana, del tutto come cristiano. Ved.Hist. Litt. de la France, XIIIp. 115-118. Cfr.Ruth,Studien über Dante Allighierip. 258 sgg.

527.Ved.Lambertus de Monte,Quid probabilius dici possit de salvatione Aristotelis Stagiritae.Col. 1487. Un tempo Tertulliano chiamava Aristotele «patriarcha haereticorum», e Lutero più tardi lo chiamava «hostis Christi!» Nella poesia francese intitolata:Enseignements d'Aristote, lo Stagirita parla di Cristo e della credenza cristiana, del tutto come cristiano. Ved.Hist. Litt. de la France, XIIIp. 115-118. Cfr.Ruth,Studien über Dante Allighierip. 258 sgg.

528.Dante esprime chiaramente nella Divina Comedia di non aver diretto rapporto co' greci e di conoscerli e intenderli solo per mezzo de' latini. Dinanzi a Diomede ed Ulisse (Inf.XXVI, 73 sgg.) Virgilio gli dice:«Lascia parlare a me; ch'io ho concettoCiò che tu vuoi; ch'e' sarebber schivi,Perchè ei fur Greci, forse del tuo detto.»Poi dinanzi a Guido di Montefeltro (Inf.XXVII, 33) gli dice:«.... parla tu, questi è latino.»

528.Dante esprime chiaramente nella Divina Comedia di non aver diretto rapporto co' greci e di conoscerli e intenderli solo per mezzo de' latini. Dinanzi a Diomede ed Ulisse (Inf.XXVI, 73 sgg.) Virgilio gli dice:

«Lascia parlare a me; ch'io ho concettoCiò che tu vuoi; ch'e' sarebber schivi,Perchè ei fur Greci, forse del tuo detto.»

«Lascia parlare a me; ch'io ho concettoCiò che tu vuoi; ch'e' sarebber schivi,Perchè ei fur Greci, forse del tuo detto.»

«Lascia parlare a me; ch'io ho concetto

Ciò che tu vuoi; ch'e' sarebber schivi,

Perchè ei fur Greci, forse del tuo detto.»

Poi dinanzi a Guido di Montefeltro (Inf.XXVII, 33) gli dice:

«.... parla tu, questi è latino.»

«.... parla tu, questi è latino.»

«.... parla tu, questi è latino.»

529.Dante ebbe la coscienza della nobilitazione ch'egli effettuava del tipo di Virgilio e del suo vedere in quel poeta più addentro che altri allora non facesse. Ad altro non credo possa riferirsi quel ch'ei dice di Virgilio (Inf.I, 9): «chi per lungo silenzio parea fioco.» Intendere, come molti fanno, che Virgilio fosse stato a lungo dimenticato e negletto non si può, poichè Dante sapeva che ciò non era, e chiama Virgilio «famososaggio» e dice che la sua «fama ancor nel mondo dura».

529.Dante ebbe la coscienza della nobilitazione ch'egli effettuava del tipo di Virgilio e del suo vedere in quel poeta più addentro che altri allora non facesse. Ad altro non credo possa riferirsi quel ch'ei dice di Virgilio (Inf.I, 9): «chi per lungo silenzio parea fioco.» Intendere, come molti fanno, che Virgilio fosse stato a lungo dimenticato e negletto non si può, poichè Dante sapeva che ciò non era, e chiama Virgilio «famososaggio» e dice che la sua «fama ancor nel mondo dura».

530.È tale l'oscitanza di taluni espositori di Dante, che si è voluto trovare un'allusione alla magia di Virgilio in quei versi (Inf.IX, 22):«Ver'è che altra fiata quaggiù fuiCongiurato da quella Eriton crudaChe richiamava l'ombre a' corpi sui.»Quasi che fosse mago chi soggiace alle arti di una maga! Dante come tant'altri grandi uomini del suo tempo crede alle arti magiche, ma le considera come brutte e colpevolifrodi.Finzi(Saggi danteschip. 157) sostiene nondimeno la vecchia tesi con un argomentare però che lo mostra assai inesperto di ciò ch'ei chiama «la tradizione popolare.» Acute e giuste osservazioni ha su di ciòD'Ovidio,Dante e la MagiainNuova Antologia1892, p. 213 sgg.

530.È tale l'oscitanza di taluni espositori di Dante, che si è voluto trovare un'allusione alla magia di Virgilio in quei versi (Inf.IX, 22):

«Ver'è che altra fiata quaggiù fuiCongiurato da quella Eriton crudaChe richiamava l'ombre a' corpi sui.»

«Ver'è che altra fiata quaggiù fuiCongiurato da quella Eriton crudaChe richiamava l'ombre a' corpi sui.»

«Ver'è che altra fiata quaggiù fui

Congiurato da quella Eriton cruda

Che richiamava l'ombre a' corpi sui.»

Quasi che fosse mago chi soggiace alle arti di una maga! Dante come tant'altri grandi uomini del suo tempo crede alle arti magiche, ma le considera come brutte e colpevolifrodi.Finzi(Saggi danteschip. 157) sostiene nondimeno la vecchia tesi con un argomentare però che lo mostra assai inesperto di ciò ch'ei chiama «la tradizione popolare.» Acute e giuste osservazioni ha su di ciòD'Ovidio,Dante e la MagiainNuova Antologia1892, p. 213 sgg.

531.Inf.XX, Virgilio parlando dei maghi, indovini ecc. dice: v. 28 «Qui vive la pietà quand'è ben morta;» v. 117 «Delle magiche frodi seppe il giuoco;» v. 121 «Vedi le triste che.... fecer malie con erbe e con imago.»D'Ovidio nello scritto sopra citato difendendo questa nostra tesi si spinge troppo in là, quando con ingegnoso artificio vuol provare (p. 216 sgg.) che lo sdegno manifestato da Virgilio in quel canto contro i maghi e gl'indovini è come una protesta indirettamente introdotta da Dante contro la leggenda che facea di lui un mago. Ai maghi, siano diabolici o no, Dante non fa mai speciale attenzione; essi in quel canto non sono ricordati che incidentemente e secondamente; i peccatori ivi contemplati, come si rileva pur dalla natura della punizione ad essi inflitta, sono gl'indovini, e la collera di Virgilio dinanzi a questi non fa che rappresentare la stizza di Dante stesso contro gli astrologhi quali Michele Scoto e simili, influentissimi, e in alte regioni, ai suoi tempi. La leggenda non fece mai di Virgilio un indovino, ed anche facendone un mago non gli attribuiva fin lì nèmagiche frodinèmalìenèfattuccherie, ma opere benefiche prodotte per straordinaria conoscenza dei segreti della natura; ingenuità inoffensive, iperboli popolesche di glorificazione, che potevano meritare un'alzata di spalle o anche una risata, ma non poi tanta collera. I versi, generalmente sì male intesi, «Chi è più scellerato di colui Che al giudizio divin passïon porta?» si riferiscono esclusivamente agli indovini;passioneè qui adoperato nel senso filosofico, come contrapposto diazione. Iddio essendo per sua natura essenzialmenteazioneoatto, inaccessibile apassioneossia all'esser passivo, scelleratissimo è colui che scrutando, come fa l'indovino, il giudizio suoimperscrutabileviporta passione, ossia lorende passivo. Quindi Virgilio riprende e tratta di «sciocchi» coloro che, come allora Dante, si commuovono dinanzi al supplizio di quei dannati, non intendendo la profonda gravità della loro colpa, che offende Iddio nella essenza sua stessa, tanto che dinanzi ad essi chi vuol esserpionon può esserpietoso: «Qui vive la pietà (come opposto diempietà) quand'è ben morta» (comepietosità); solo con tal gioco di parola (cosa non insolita in Dante) fondato sui due significati della parolapietà, si può a nostro avviso ben intendere quel verso assai maltrattato dagli espositori.

531.Inf.XX, Virgilio parlando dei maghi, indovini ecc. dice: v. 28 «Qui vive la pietà quand'è ben morta;» v. 117 «Delle magiche frodi seppe il giuoco;» v. 121 «Vedi le triste che.... fecer malie con erbe e con imago.»

D'Ovidio nello scritto sopra citato difendendo questa nostra tesi si spinge troppo in là, quando con ingegnoso artificio vuol provare (p. 216 sgg.) che lo sdegno manifestato da Virgilio in quel canto contro i maghi e gl'indovini è come una protesta indirettamente introdotta da Dante contro la leggenda che facea di lui un mago. Ai maghi, siano diabolici o no, Dante non fa mai speciale attenzione; essi in quel canto non sono ricordati che incidentemente e secondamente; i peccatori ivi contemplati, come si rileva pur dalla natura della punizione ad essi inflitta, sono gl'indovini, e la collera di Virgilio dinanzi a questi non fa che rappresentare la stizza di Dante stesso contro gli astrologhi quali Michele Scoto e simili, influentissimi, e in alte regioni, ai suoi tempi. La leggenda non fece mai di Virgilio un indovino, ed anche facendone un mago non gli attribuiva fin lì nèmagiche frodinèmalìenèfattuccherie, ma opere benefiche prodotte per straordinaria conoscenza dei segreti della natura; ingenuità inoffensive, iperboli popolesche di glorificazione, che potevano meritare un'alzata di spalle o anche una risata, ma non poi tanta collera. I versi, generalmente sì male intesi, «Chi è più scellerato di colui Che al giudizio divin passïon porta?» si riferiscono esclusivamente agli indovini;passioneè qui adoperato nel senso filosofico, come contrapposto diazione. Iddio essendo per sua natura essenzialmenteazioneoatto, inaccessibile apassioneossia all'esser passivo, scelleratissimo è colui che scrutando, come fa l'indovino, il giudizio suoimperscrutabileviporta passione, ossia lorende passivo. Quindi Virgilio riprende e tratta di «sciocchi» coloro che, come allora Dante, si commuovono dinanzi al supplizio di quei dannati, non intendendo la profonda gravità della loro colpa, che offende Iddio nella essenza sua stessa, tanto che dinanzi ad essi chi vuol esserpionon può esserpietoso: «Qui vive la pietà (come opposto diempietà) quand'è ben morta» (comepietosità); solo con tal gioco di parola (cosa non insolita in Dante) fondato sui due significati della parolapietà, si può a nostro avviso ben intendere quel verso assai maltrattato dagli espositori.

532.Cfr.Klotz,De verecundia Vergili, inOpuscula varii argumentip. 242 sgg.

532.Cfr.Klotz,De verecundia Vergili, inOpuscula varii argumentip. 242 sgg.

533.Per tal macchia attribuita a Virgilio da biografi e da commentatori, nasceva l'idea anacronistica e leggendaria che quando Cristo nacque morirono tutti i sodomiti e fra questi Virgilio; così Saliceto ap. Emanuel de Maura Lib. de Ensal. sect. 3, c. 4, num. 12; ved. Naudé, Apologie pour tous les grands personnages soupçonnés de magie p. 628 sg.; Herder ha tentato con poco successo di purgare Virgilio da queste accuse, singolarmente dando alla 5.ª ecloga una interpretazione allegorica; Ueber die Schamhaftigkeit Virgil's in Kritische Wälder II, p. 188; cfr. Genthe, Leben und Fortleben des P. Vergilius Maro, p. 28 sgg.

533.Per tal macchia attribuita a Virgilio da biografi e da commentatori, nasceva l'idea anacronistica e leggendaria che quando Cristo nacque morirono tutti i sodomiti e fra questi Virgilio; così Saliceto ap. Emanuel de Maura Lib. de Ensal. sect. 3, c. 4, num. 12; ved. Naudé, Apologie pour tous les grands personnages soupçonnés de magie p. 628 sg.; Herder ha tentato con poco successo di purgare Virgilio da queste accuse, singolarmente dando alla 5.ª ecloga una interpretazione allegorica; Ueber die Schamhaftigkeit Virgil's in Kritische Wälder II, p. 188; cfr. Genthe, Leben und Fortleben des P. Vergilius Maro, p. 28 sgg.

534.«Siccome pare Tullio recitare nel primo diFine de' beni.»Conv.IV, 6. IlDe natura deorum, da cui avrebbe potuto desumere più copiose notizie sull'epicureismo, non lo conosce.

534.«Siccome pare Tullio recitare nel primo diFine de' beni.»Conv.IV, 6. IlDe natura deorum, da cui avrebbe potuto desumere più copiose notizie sull'epicureismo, non lo conosce.

535.«Questi è Nembrotto per lo cui mal cotoPure un linguaggio nel mondo non s'usa.»Inf.XXXI, 78.

535.

«Questi è Nembrotto per lo cui mal cotoPure un linguaggio nel mondo non s'usa.»Inf.XXXI, 78.

«Questi è Nembrotto per lo cui mal cotoPure un linguaggio nel mondo non s'usa.»Inf.XXXI, 78.

«Questi è Nembrotto per lo cui mal coto

Pure un linguaggio nel mondo non s'usa.»

Inf.XXXI, 78.

536.«se tu ti rechi a mente Lo Genesi»Inf.XI, 106; «La tua Etica» Ib. 80; «la tua Fisica» ib. 102.

536.«se tu ti rechi a mente Lo Genesi»Inf.XI, 106; «La tua Etica» Ib. 80; «la tua Fisica» ib. 102.

537.«— E disiar vedeste senza fruttoTai che sarebbe lor disio quetato,Ch'eternamente è dato lor per lutto.Io dico d'Aristotele e di Plato,E di molti altri. — E qui chinò la fronteE più non disse e rimase turbato.Purg.III, 43 sgg.

537.

«— E disiar vedeste senza fruttoTai che sarebbe lor disio quetato,Ch'eternamente è dato lor per lutto.Io dico d'Aristotele e di Plato,E di molti altri. — E qui chinò la fronteE più non disse e rimase turbato.Purg.III, 43 sgg.

«— E disiar vedeste senza fruttoTai che sarebbe lor disio quetato,Ch'eternamente è dato lor per lutto.

«— E disiar vedeste senza frutto

Tai che sarebbe lor disio quetato,

Ch'eternamente è dato lor per lutto.

Io dico d'Aristotele e di Plato,E di molti altri. — E qui chinò la fronteE più non disse e rimase turbato.Purg.III, 43 sgg.

Io dico d'Aristotele e di Plato,

E di molti altri. — E qui chinò la fronte

E più non disse e rimase turbato.

Purg.III, 43 sgg.

538.Purg.VI, 28 sgg.

538.Purg.VI, 28 sgg.

539.Bello per mirabile finezza e importante per intendere in qual guisa si presentasse alla mente cristiana di Dante l'antica favola poetica, di cui fa tanto uso, è il luogo delPurgat.XXVIII, 139 sgg. ove Matelda, in presenza di Virgilio e Stazio, finisce di parlare dicendo:«— Quelli che anticamente poetaroL'età dell'oro e suo stato felice,Forse in Parnaso esto loco sognaro.Qui fu innocente l'umana radice,Qui primavera sempre, ed ogni frutto;Nettare è questo di che ciascun dice. —Io mi rivolsi addietro allora tuttoA' miei Poeti, e vidi checon risoUdito avevan l'ultimo costrutto.»

539.Bello per mirabile finezza e importante per intendere in qual guisa si presentasse alla mente cristiana di Dante l'antica favola poetica, di cui fa tanto uso, è il luogo delPurgat.XXVIII, 139 sgg. ove Matelda, in presenza di Virgilio e Stazio, finisce di parlare dicendo:

«— Quelli che anticamente poetaroL'età dell'oro e suo stato felice,Forse in Parnaso esto loco sognaro.Qui fu innocente l'umana radice,Qui primavera sempre, ed ogni frutto;Nettare è questo di che ciascun dice. —Io mi rivolsi addietro allora tuttoA' miei Poeti, e vidi checon risoUdito avevan l'ultimo costrutto.»

«— Quelli che anticamente poetaroL'età dell'oro e suo stato felice,Forse in Parnaso esto loco sognaro.

«— Quelli che anticamente poetaro

L'età dell'oro e suo stato felice,

Forse in Parnaso esto loco sognaro.

Qui fu innocente l'umana radice,Qui primavera sempre, ed ogni frutto;Nettare è questo di che ciascun dice. —

Qui fu innocente l'umana radice,

Qui primavera sempre, ed ogni frutto;

Nettare è questo di che ciascun dice. —

Io mi rivolsi addietro allora tuttoA' miei Poeti, e vidi checon risoUdito avevan l'ultimo costrutto.»

Io mi rivolsi addietro allora tutto

A' miei Poeti, e vidi checon riso

Udito avevan l'ultimo costrutto.»

540.Cfr. Intorno a ciòFauriel,Dante et les originesetc. II, p. 435 sgg.;Ozanam(Dante et la philosophie cathol. au treiz. siècle, p. 324 sgg.) ha consecrato un lungo lavoro d'indagine ai precursori di Dante in fatto di visioni o viaggi poetici nel mondo invisibile. Quantunque assai istruttivo, poco serve questo lavoro alla intelligenza della creazione dantesca, che per la natura sua propria è cosa originalissima, e con quei così detti precursori (eccettuato Virgilio) non ha che punti di contatto esterni o fortuiti.

540.Cfr. Intorno a ciòFauriel,Dante et les originesetc. II, p. 435 sgg.;Ozanam(Dante et la philosophie cathol. au treiz. siècle, p. 324 sgg.) ha consecrato un lungo lavoro d'indagine ai precursori di Dante in fatto di visioni o viaggi poetici nel mondo invisibile. Quantunque assai istruttivo, poco serve questo lavoro alla intelligenza della creazione dantesca, che per la natura sua propria è cosa originalissima, e con quei così detti precursori (eccettuato Virgilio) non ha che punti di contatto esterni o fortuiti.

541.Così chiama i poeti coi quali si trova nel limbo (Inf.IV, 110), così spesso Virgilio (Inf.VII, 3; XII, 6; XIII, 47) e Stazio (Purg.XXIII, 8; XXXIII, 15).

541.Così chiama i poeti coi quali si trova nel limbo (Inf.IV, 110), così spesso Virgilio (Inf.VII, 3; XII, 6; XIII, 47) e Stazio (Purg.XXIII, 8; XXXIII, 15).

542.«Ei mi parea da sè stesso rimorso:O dignitosa coscïenza e netta,Come t'è picciol fallo amaro morso!»Purg.III, 7 sgg.

542.

«Ei mi parea da sè stesso rimorso:O dignitosa coscïenza e netta,Come t'è picciol fallo amaro morso!»Purg.III, 7 sgg.

«Ei mi parea da sè stesso rimorso:O dignitosa coscïenza e netta,Come t'è picciol fallo amaro morso!»Purg.III, 7 sgg.

«Ei mi parea da sè stesso rimorso:

O dignitosa coscïenza e netta,

Come t'è picciol fallo amaro morso!»

Purg.III, 7 sgg.

543.«Qualche rara e lieve accigliatura pedagogica» crede ilD'Ovidio(Saggi critici, p. 326) di riconoscere nel Virgilio dantesco, e cita come esempio le parole «o creature sciocche, Quanta ignoranza è quella che v'offende!»Inf.VII, 70. Ma ivi, benchè parli Virgilio, lo spregio delle idee volgari è di Dante stesso, come la fantastica teoria che poi Virgilio espone sulla Fortuna è cosa prettamente dantesca e medievale, non punto virgiliana.

543.«Qualche rara e lieve accigliatura pedagogica» crede ilD'Ovidio(Saggi critici, p. 326) di riconoscere nel Virgilio dantesco, e cita come esempio le parole «o creature sciocche, Quanta ignoranza è quella che v'offende!»Inf.VII, 70. Ma ivi, benchè parli Virgilio, lo spregio delle idee volgari è di Dante stesso, come la fantastica teoria che poi Virgilio espone sulla Fortuna è cosa prettamente dantesca e medievale, non punto virgiliana.

544.Cfr.Wolff,Cato der jüngere bei DanteinJahrb. d. deutsch. Dante-gesellschaftII, 225 sgg.

544.Cfr.Wolff,Cato der jüngere bei DanteinJahrb. d. deutsch. Dante-gesellschaftII, 225 sgg.

545.È questo l'aspetto principale da cui il Virgilio di Dante è stato studiato dalRuthnei suoiStudien über Dante Allighieri(Tübing. 1853) p. 203 sgg., al quale rimandiamo per maggiori sviluppi. Ruth ha scritto anche uno speciale articolo sul Virgilio di Dante,Ueber die Bedeutung des Virgil in der Divina CommediainHeidelberger Jahrbücher, 1850.

545.È questo l'aspetto principale da cui il Virgilio di Dante è stato studiato dalRuthnei suoiStudien über Dante Allighieri(Tübing. 1853) p. 203 sgg., al quale rimandiamo per maggiori sviluppi. Ruth ha scritto anche uno speciale articolo sul Virgilio di Dante,Ueber die Bedeutung des Virgil in der Divina CommediainHeidelberger Jahrbücher, 1850.

546.Prima di Dante, ed anche prima del medio evo di proprio nome, colui che più si è servito di Virgilio come cantore della potenza romana, per uno scopo storico-filosofico, è Agostino. Ma Agostino ed Orosio suo discepolo, che vedevano Roma cadente e persecutrice, e la udivano accusare il cristianesimo del suo cadere, non potevano arrivare a quei concetti che il medio evo suggeriva a Dante. Roma pagana era ancor troppo prossima ad essi cristiani, e d'altro lato essi non videro il cristianesimo di perseguitato divenir persecutore sanguinario alla sua volta, e la storia della chiesa mutarsi in un libro osceno.

546.Prima di Dante, ed anche prima del medio evo di proprio nome, colui che più si è servito di Virgilio come cantore della potenza romana, per uno scopo storico-filosofico, è Agostino. Ma Agostino ed Orosio suo discepolo, che vedevano Roma cadente e persecutrice, e la udivano accusare il cristianesimo del suo cadere, non potevano arrivare a quei concetti che il medio evo suggeriva a Dante. Roma pagana era ancor troppo prossima ad essi cristiani, e d'altro lato essi non videro il cristianesimo di perseguitato divenir persecutore sanguinario alla sua volta, e la storia della chiesa mutarsi in un libro osceno.

547.Li romans de Dolopathos publié pour la première fois en entier parCh. BrunetetAnat. de Montaiglon, Paris (Jannet) 1856. Esiste in parecchi manoscritti un testo latino del Dolopathos, reso già noto dal prof.Mussafia, che lo considerò come l'originale del monaco Gianni di Hauteseille (Ueber die Quelle des altfranzösischen Dolopathos.Wien, 1865; eBeiträge zur Litteratur der sieben Weisen Meister, Wien, 1868). I dubbi su di ciò da me e da altri espressi furono tolti di mezzo dalla edizione che ne diede l'OesterleyIoh. de Alta Sylva Dolopathos sive De rege et septem sapientibus, Strassb. u. London 1873 sulla quale veggasi l'eccellente critica diG. ParisinRomaniaII, 1873, p. 481-503 (per le date ved. p. 501) eStudemundinZeitschr. f. deutsch. Alterth.N. F. VIII, p. 415-425.

547.Li romans de Dolopathos publié pour la première fois en entier parCh. BrunetetAnat. de Montaiglon, Paris (Jannet) 1856. Esiste in parecchi manoscritti un testo latino del Dolopathos, reso già noto dal prof.Mussafia, che lo considerò come l'originale del monaco Gianni di Hauteseille (Ueber die Quelle des altfranzösischen Dolopathos.Wien, 1865; eBeiträge zur Litteratur der sieben Weisen Meister, Wien, 1868). I dubbi su di ciò da me e da altri espressi furono tolti di mezzo dalla edizione che ne diede l'OesterleyIoh. de Alta Sylva Dolopathos sive De rege et septem sapientibus, Strassb. u. London 1873 sulla quale veggasi l'eccellente critica diG. ParisinRomaniaII, 1873, p. 481-503 (per le date ved. p. 501) eStudemundinZeitschr. f. deutsch. Alterth.N. F. VIII, p. 415-425.

548.Cfr.D'Ancona,Il libro dei Sette savi di Roma, Pisa (Nistri) 1864.

548.Cfr.D'Ancona,Il libro dei Sette savi di Roma, Pisa (Nistri) 1864.

549.La storia e la prima forma di questo libro ho cercato di rintracciare nel mio lavoro,Ricerche intorno al Libro di Sindibâd, Milano, 1869,Researches respecting the Book of Sindibâd(transl. byH. Ch. Coote), London 1882.

549.La storia e la prima forma di questo libro ho cercato di rintracciare nel mio lavoro,Ricerche intorno al Libro di Sindibâd, Milano, 1869,Researches respecting the Book of Sindibâd(transl. byH. Ch. Coote), London 1882.

550.v. 12369 sgg. (Aen.VIII, 40 sg.).

550.v. 12369 sgg. (Aen.VIII, 40 sg.).

551.Dolopathos era d'origine troiana:«De Troie fu ses parentez» v. 162.

551.Dolopathos era d'origine troiana:

«De Troie fu ses parentez» v. 162.

«De Troie fu ses parentez» v. 162.

«De Troie fu ses parentez» v. 162.

552.«Por ce ot nom DolopathosCar il soufri trop en sa vieDe doleur et de tricherie»v. 164 sgg.

552.

«Por ce ot nom DolopathosCar il soufri trop en sa vieDe doleur et de tricherie»v. 164 sgg.

«Por ce ot nom DolopathosCar il soufri trop en sa vieDe doleur et de tricherie»v. 164 sgg.

«Por ce ot nom Dolopathos

Car il soufri trop en sa vie

De doleur et de tricherie»

v. 164 sgg.

553.v. 12890 sg. (August.De civitat. D.XVIII, 17-18).

553.v. 12890 sg. (August.De civitat. D.XVIII, 17-18).

554.«Je sais tot le Viez Testament» v. 4780.

554.«Je sais tot le Viez Testament» v. 4780.

555.«Cesar ot par toute la vileCommandé que tuit l'ennoraissentEt seignorie li portaissent.» v. 1652 sgg.

555.

«Cesar ot par toute la vileCommandé que tuit l'ennoraissentEt seignorie li portaissent.» v. 1652 sgg.

«Cesar ot par toute la vileCommandé que tuit l'ennoraissentEt seignorie li portaissent.» v. 1652 sgg.

«Cesar ot par toute la vile

Commandé que tuit l'ennoraissent

Et seignorie li portaissent.» v. 1652 sgg.

556.v. 1257 sgg.

556.v. 1257 sgg.

557.v. 1318 sgg.

557.v. 1318 sgg.

558.v. 1396 sgg.

558.v. 1396 sgg.

559.«La VII est AstrenomieQui est fins de toute clergie»Image du mondeap.Jubinal,Oeuvres compl. de Ruteboeuf.II, p. 424.

559.

«La VII est AstrenomieQui est fins de toute clergie»

«La VII est AstrenomieQui est fins de toute clergie»

«La VII est Astrenomie

Qui est fins de toute clergie»

Image du mondeap.Jubinal,Oeuvres compl. de Ruteboeuf.II, p. 424.

560.Lo dichiara diffusamente v. 1162 sgg.

560.Lo dichiara diffusamente v. 1162 sgg.

561.v. 12530 sgg.

561.v. 12530 sgg.


Back to IndexNext