CONTINUAZIONEDEL CAPITOLO VII.Prima di voltargli le spalle, la fortuna qui mandava a Carlo la suprema blandizie, facendogli incontrare da un lato due galeotte turchesche, di cui la prima il capitano Cigala genovese mandò a fondo con le artiglierie, la seconda scampò per miracolo, e dall'altro gli comparve davanti, che giusto in quel punto sbucava fuori del promontorio di Capocassino, l'armata delle galee del Mendozza, con la quale andavano di conserva cento navi, e quasi altrettanti legni minori dagli Spagnuoli chiamati scarzapini; per l'allegrezza grande che sentirono di qua e di là salutaronsi con tante cannonate, che parve un subbisso. Su queste navi, con istupendi cavalli, veniva il fiore della cavalleria spagnuola, nella quale splendeva principalissimo Ferdinando Cortez conquistatore del Messico,e Francesco Ulloa, padre di Alfonso lo storico, in compagnia di parecchi del parentado e figliuoli; capitanava la eletta schiera Ferdinando Alvarez duca di Alba, ed era venuta a proprie spese, reputando mercede bastevole dei perigli l'acquisto delle indulgenze largite dal sommo Pontefice.Ottimo consiglio sarebbe stato quello di mettere subito mano allo sbarco; ma come i marosi rompevano grossi contro la spiaggia, Carlo temendo ne accadesse sconcio alle navi, e troppo ne avessero a soffrire travaglio i soldati, parendogli eziandio spediente attendere l'armata del Mendozza prima di operare lo sbarco, ordinò ad un tratto, che questo si differisse. Intanto, compiacendo all'uso, mandava un suo trombetto ad Assan agà governatore di Algeri con le solite profferte, e le solite minacce, le quali i codardi non aspettano mai, e i forti respingono sempre. Narrasi che a confermare la costanza dell'Assan agà, il quale fu eunuco e cristiano rinnegato della isola di Sardegna, giovassero i vaticinii di certa vecchia mora, che nei tempi scorsi aveva presagito il naufragio di Diego di Vera, e la rotta di Ugo di Moncada, avveratisi entrambi; se non che poi avendo prognosticato la ruina delle armi imperiali per coteste parti, con esito tanto diverso atteso la espugnazionedi Tunisi, si era scaduta di credito; ma costei strillava affermando non avere voluto dire di Tunisi, bensì di Algeri, e lo vedrebbero. L'Assan, ossia che nei vaticinii ponesse fede, o come credo piuttosto simulasse per incorare la gente, fatto sta, che respinse il messaggio con male parole, e subito dopo tratti fuora ottocento Turchi, la più parte giannizzeri, fiore di gente, e molti Arabi, aspettando da un punto all'altro di vedere comparire i terrazzani, e quanti pigliavano soldo dal Barbarossa, a cui aveva spedito celerissimi messi, si dispose non pure a resistere, ma farsi animosamente contro lo Imperatore, e allo aperto combatterlo.Ottenuta simile risposta, ed essendo calato il vento, gl'Imperiali presero a mettere le fanterie a terra; furono ventimila divise in tre schiere; ebbe ciascuna tre pezzi di artiglieria, nè contrastarono lo sbarco gli Arabi e i Turchi; all'opposto lasciaronli marciare dentro la spiaggia un miglio; quivi i nostri sostarono, pigliando certe alture giudicate luogo acconcio per battere la città, e piantatevi le artiglierie attesero a ripararsi con trincere e fossati.Algeri, un dì nota col nome di Giulia Cesarea, ha un monte alle spalle, il quale per essere agevolmente difendibile, gli antichi estimarono disperata impresa a espugnarsi. Carloavvisò assediarla dalla parte di Levante con tre campi, riponendo in ognuno, a scanso di contese, una delle tre nazioni menate seco, Spagnuoli, Tedeschi ed Italiani; i primi avevano a tenere la cima dei colli, i secondi le falde, mentre i terzi si sarebbono alloggiati per la pianura verso il mare. Poichè gli Arabi non si erano mossi ad impedire lo sbarco, ormai confidavano i cristiani arieno occupato Algeri senza molestia, e s'ingannavano: imperciocchè alloraquando stavano attorno a trarre in terra le artiglierie, e i cavalli, ecco apparire gli Arabi su i monti, e quinci balestrare sassi, e di ogni maniera saettume contro gli Spagnuoli: questi risoluti senza badare al numero messa mano agli archibusi a cavalletto, e a qualche sagro[1]gli ributtarono. In cotesta fazione crebbe in fama di eccellente capitano Alvaro di Sandè, il quale, sgombrati a forza gli Arabi irrompenti dalle alture, le occupò e le tenne; tuttavia, venuta la notte, gli Spagnuoli non trovarono requie, conciossiachè gli Arabi, togliendo a bersaglio i fuochi loro, lanciassero colà nugoli di freccie, onde essi ebbero a spegnerli ed a pernottaresu le armi; venuto giorno, i nostri ripigliarono inaspriti a combattere, sicchè di corto con molta uccisione dei nemici si levarono quel fastidio dattorno. Per altra parte, instando il Doria, si faceva fretta a cavare di nave le artiglierie, le vettovaglie e i cavalli, chè il tramonto si avvicinava con segnali sinistri. Il vento di tramontana crescendo di minuto in minuto sommoveva con veemenza le onde, e rotolava nugoloni spaventevoli: appena fu buio, la bufera non ebbe più modo, tra fulmini e tuoni rovesciò su la terra torrenti di freddissima pioggia, onde ne rimasero le vettovaglie guaste, fradicie le polveri e le corde di archibuso, intirizziti i corpi, che per metterli al coperto non si era potuto per anche provvedere, maggiore la ruina sul mare che le navi travolte dallo impeto del vento e dalla violenza dei marosi presero prima a non reggersi su le áncore, poi l'una ruinando su l'altra a sfasciarsi fra loro, o correre a rompersi sopra la spiaggia. Così la notte intera; più atroce il giorno, il quale, rivelando il danno passato, ne minacciava altro e peggiore. Il signore Camillo Colonna aveva di là dal fosso, a guardia del campo italiano, tre compagnie di soldati vecchi; traversava il fosso un ponticello di sotto certi poggi prossimi alla città; ora queste compagnie, espostesenza riparo alla pioggia, fitte nel fango, abbrividite si erano aggomitolate prive di forze; la quale miseria considerando i Turchi, con molto sforzo di cavalli fecero impeto contro di loro, e fu facile vittoria, dacchè i nostri, privi di armi atte a difendersi, in parte fuggirono, in parte caddero trucidati, i secondi però troppo più dei primi: qualche italiano, trovandosi ad avere una picca, si provò a morire non senza vendetta, ma quindi a breve l'arme gli cadde di mano, e anch'essi giacquero spenti. I Turchi e gli Arabi, saliti in baldanza, perseguitando i fuggitivi, si avventarono al ponte, e passatolo, assalirono il campo italiano speranzosi di sterminarlo, e lo facevano, però che le artiglierie per colpa delle munizioni bagnate, e gli archibusi tacevano; mentre pertanto scemi di terreno aiuto si raccomandavano a Dio, la salute venne donde se l'attendevano meno. Giannettino Doria (contrastando allo impeto dei cavalloni tutta la ciurma della sua galea) su le áncore si reggeva appena; pure arando il fondo con le áncore, e via via cedendo, si accostava alla spiaggia: colpito adesso dallo imminente scempio del campo italiano che gli stava su gli occhi, nè lo potendo sopportare, recisi gli ormeggi, si abbrivò ad investire su la costa per sovvenirli con prontissimo soccorso. Non devotacere però che altri afferma in cotesto suo atto non averci parte elezione; essersi trovato costretto a fare così, perchè altre galee incapaci a reggere gli rovinarono addosso in un mucchio, e lo avrebbero fracassato senz'altro, s'egli a quel modo non evitava l'urto; chi di loro racconti il vero, arduo anzi impossibile a noi giudicare: questo è sicuro, che Giannettino, presso i suoi medesimi nemici, ebbe fama di capitano diligentissimo fra quanti allora vivessero, e risoluto così, che deliberata appena una impresa la eseguiva[2]. Quantunque però egli co' suoi Genovesi combattesse pertinacemente, tuttavia, sopraffatto dal numero, si versava in estremo pericolo, quando lo Imperatore lo notò da lungi, e non gli reggendo il cuore che tanto uomo capitasse male, mandò il colonnello Antonio d'Arragona a trarlo d'impaccio con tre compagnie cappate di archibusieri italiani. Si rinfrescò la battaglia, e comecchè i nostri ammazzassero parecchi cavalieri mori, massime di quelli che per combattere più destri erano smontati da cavallo, pure non la potevano sgarare; allora Camillo Colonna e Ferrante Gonzaga, divampanti di furore, accolti intorno a sè gliuomini più valorosi, e concitando le squadre dello Spinola, si precipitarono nella mischia, e oppressi i nemici, vinsero; nocque ai fatti loro la voglia dello stravincere, imperciocchè si cacciassero dietro ai fuggitivi per finirli, e tanto da cotesto empito lasciaronsi trasportare, che arrivarono quasi sotto le porte della città; i pochi fuggiaschi, sperti dei luoghi, per via di tragetti scomparvero come per incanto dinanzi ai loro occhi, lasciando esposti gl'inseguenti al fulminare delle artiglierie piantate su le muraglie. I cristiani per tentare lo assalto mancavano di arnesi e di balía; e poichè la sosta fruttava morti, le quali non potevano nè manco vendicare, deliberarono ritirarsi, e fu il consiglio tardo, chè Assan agà, raccolti intorno a sè i più prodi tra i Turchi e i Giannizzeri, li percosse forte irrompendo fuori delle porte, e gli sgominò così, che non se ne sarebbe salvato neppure uno, se non erano i cavalieri di Rodi, i quali, a piedi, con la cotta pagonazza sul corsaletto, drappellando il gonfalone con la croce, ultimi fra tutti combatterono disperatamente; nondimanco dal balenare che facevano, si poteva prevedere come non fossero per durare, e di momento in momento la morte ne diradava le fila. Lo Imperatore, sebbene uso ai pericoli, si aggirava sgomento pel campo vestitodi un manto bianco, con pietosa voce sclamando:fiat voluntas tua! fiat voluntas tua!Lo esempio dei buoni cavalieri di Rodi punse di vergogna e di compassione i loro compagni di arme, i quali fatta testa da capo con ordine promiscuo, soldati e capitani accorsero alla riscossa: molti uccisero, molti rimasero uccisi; ma la virtù non vinse il numero, molto meno potè supplire al difetto delle armi, però che degli archibusi, come notai, non si potessero valere, o poco; di partigiane e di picche non avessero fatto provvista, mentre i Turchi combattessero con le balestre a cocca, da poco tempo, e non senza repugnanza, lasciate dalle milizie cristiane, massime francesi, a cui madama Luisa di Savoia, dopo la battaglia di Pavia, impose l'obbligo di armarsi di archibugio, ed essi lo fecero, per obbedire, non già per servirsene, però che durassero parecchio tempo a preferire le balestre. Ora dalle balestre i Turchi sferravano verrettoni capaci di passare le più salde corazze; con gli archi comuni ammazzavano a furia di freccie, dalla lontana, le milizie scoperte di difese. Lo Imperatore, mosso dal pericolo, rannoda e spinge tre compagnie di Tedeschi, animandole con le parole più ardenti ch'ei seppe; e queste pure andarono e combatterono finchè bastarono loro le forze ela vita: ormai pareva fatale la rotta; pieno il campo di soldati uccisi; dei capitani più famosi chi giaceva spento o urtato da impeto irresistibile si ripiegava indietro, quando parve a Carlo per la salvezza del campo, per onore di Cristo e per la sua stessa fama mettersi con la persona allo sbaraglio; per tanto prepostosi all'ultimo battaglione tedesco, stretto in ordinanza si ficcò nel mezzo della battaglia. Contro questa massa di ferro vennero una dopo l'altra a rompersi le onde dei cavalli turchi e mori; i nostri sbarattati ebbero agio a raccogliersi; i capitani, visto lo Imperatore al cimento, non curate la spossatezza e le ferite, tornarono alla zuffa; fu lungamente e duramente combattuto; all'ultimo parve la fortuna si vergognasse, perchè i nostri poterono rincalzare i nemici, i quali a posta loro spossati ritiraronsi non già in sembianza di vinti, bensì come gente, che tenendo la vendetta in pugno, la differisca a tempo più opportuno.Contro l'esercito cristiano combatterono non pure gli uomini, ma eziandio gli elementi levati a terribile scompiglio: la pioggia e il vento che per tutto quel dì non avevano mai dato pace, verso sera raddoppiarono di furore: durante la giornata, ora questa, ora quell'altra nave era ita a rompersi sopra la spiaggia, e perquanto lungo si stendeva il lido tu miravi galleggiare tavole, casse, di ogni maniera antenne e funi, e, vista troppo più miserabile, corpi di annegati; tra la furia del mare dibattevansi uomini, donne e cavalli; difficile scampare la morte dalle acque, nè ad ogni modo gli scampati trovavano la vita in terra; imperciocchè i Turchi spietatamente ve li finissero: e su tutti parve infelice un caso, nè si sa come, se pure non si voglia credere, che nell'uomo, messa da parte ogni considerazione di merito o di demerito, faccia più specie la strage di quello, il quale si destina ai piacevoli studi e ai diletti, che dell'altro per professione dedicato alle fortune pericolose: il caso fu questo. Certa cortigiana, giovane e bellissima su quante ne traessero seco loro gli Spagnuoli, cadde in mare vestita com'era di splendide vesti e ornata di oro e di gemme; costei, o l'assistesse la sorte, o in grazia degli sforzi supremi che lo aborrimento della morte persuade alle creature, giunse semiviva alla spiaggia, ma quivi l'attese un feroce, e tale la percosse di una zagaglia nel petto, che il ferro le uscì fuor fuori delle spalle.Descrivere quanta la desolazione e gli urli e il pianto non fa caso, nè il muggito del mare, nè il fracasso dei legni che o si rompevano urtando fra loro o contro gli scogli come vetrisi stritolavano; basti dirne tanto, che centocinquanta navi perirono, e quindici galee: di artiglierie, di munizioni, di armi, di masserizie e di vittovaglie non si parla. In mezzo a così fiera stretta si aspettava un comando dello Imperatore, ma egli si contentò domandare che ora facesse: fugli risposto le ore undici e mezza di notte: dopo tornò a chiedere quanto tempo le galee avrebbero potuto per forza di remi evitare l'investimento su la costa, e gli dissero: forse due ore. Serenatosi a questo, festoso in vista, esclamò: — Pigliate coraggio quanti siete, perchè tra mezza ora tutti i frati e tutte le monache de' miei regni, anzi del mondo, pregheranno per noi! —Andrea, uomo pio a modo suo, molto raccomandandosi agli aiuti del cielo, si fidava anco molto nella propria virtù: per tutto quel dì egli comparve maraviglioso di opera, di costanza e di consiglio: ai capitani, che disperati di poter reggere all'impeto della bufera, volevano ad ogni costo allontanarsi, dichiarò gli avrebbe tenuti per traditori, e come tali mandati a fondo con le artiglierie; egli poi con la sua armata stette quanto più gli era concesso rasente la costa per sovvenire al bisogno, e ciò con tanto danno e pericolo, che delle quindici galee sbatacchiate alla spiaggia, undici furono sue; nèvoglio che questo si abbia per contradizione a quanto scrissi di già; procedere egli cautissimo a cimentare la sua sostanza pressochè tutta investita su le galee, e rifuggire i cimenti se non aveva il pegno in mano di vincere, imperciocchè nei casi ordinarii fosse veramente così, ma nei supremi non badava a nulla gettando allo sbaraglio averi, corpo ed anima: indole questa chè nè manco potrebbe dirsi peculiare sua, bensì comune ai Genovesi; nè antica soltanto, ma, a gloria loro, in gran parte, ai giorni nostri, superstite quaggiù alla malignità dei tempi[3].Adesso pertanto Andrea, messo da parte se le salmodie delle monache e dei frati avesseropartorito profitto, e caso che sì, saria stato tanto di guadagno, con difficoltà infinita mandò avviso allo Imperatore non potersi più reggere in mare; accostarsi alla spiaggia impossibile; andrebbe ad aspettarlo al capo Matafus: egli con subita partita quinci si rimovesse, e per cammino litorano convenisse alla posta. Parve buono il partito, anzi unico; però da non si potere mandare così presto ad esecuzione come avrebbe desiderato, dacchè la gente digiuna e strema di forze non valeva a movere passo, e mettersi in mezzo a notte procellosa per lande impervie non parve prudente: alla vittovaglia lo Imperatore provvide ordinando si ammazzassero i cavalli da traino, ed anco da battaglia; però degli scadenti: a quel modo cibaronsi, chè di legname per fare abbrustolire le carni pur troppo non pativano difetto, ed a quel modo si riconfortarono. Ancora tanto la cura della vita pericolante mette gli uomini in cervello, parecchi studiavano asciugare a cotesti fuochi buona quantità di polvere, che fece poi, come suol dirsi, la mano di Dio.Nella notte e' fu un gran tempestare fra i capitani imperiali se dovessero ritirarsi o no: quasi tutti opinarono doversi, però che nelle faccende di Stato l'onore stia dove l'utile sta; altri al contrario, e primo tra questi FerdinandoCortez, il quale disse: per suo avviso non potersi nella contingenza del caso proporre nè anco l'alternativa; imperciocchè pei cavalieri cristiani l'utile fosse l'onore, oltre il quale egli non capiva che cosa fosse Stato, sostanza, patria, nè famiglia, nè nulla, e più oltre accendendosi nel dire, dichiarò con giuramento che, dove lo Imperatore gli avesse lasciato gli Spagnuoli e solo la metà dei Tedeschi e degli Italiani, egli sarebbe rimasto a fare la prova di vincere Algeri od a morire sotto le sue mura. La quale iattanza essendo stata riferita allo Imperatore, fermo a quell'ora di partirsi, fece sì che non lo chiamasse al consiglio, però che Carlo intendesse bene ritirarsi, e ne avesse voglia, che non si potrebbe dimostrare maggiore; ma tuttavia desiderava che la consulta dei capitani glielo venisse a persuadere, e quasi glielo imponesse; onde procurò tenerne lontani quelli che avrebbero mosso contrasto; della quale cosa Ferdinando Cortez, per testimonianza dell'Ulloa, si dolse più che della perdita di cinque smeraldi giudicati del valsente di centomila scudi e più, i quali portando egli addosso, in mezzo a codesta scompigliata battaglia, gli cascarono nel fango e non li potè più riavere. Il Brantôme ricorda il medesimo fatto, ma scrive che non furono già smeraldi, bensì una perla da lui conquistata(per significarlo con parola decente) nel Messico, appo cui quella bevuta da Cleopatra nel banchetto con Marcantonio, avrebbe dovuto reputarsi bagattella, però che ce l'affermi grossa quanto una pera; ma non dice la qualità. Avendoci il Cortez, continua sempre il Brantôme, fatto incidere sopra le parole: —Inter natos mulierum non surrexit major.— Accadde che, mentre lo mostrava ai suoi amici nella rada di Napoli, gli cascasse in mare, non senza permissione di Dio, il quale volle punire a quel modo la profanazione della santa leggenda. Questo poi mi piacque riferire, non perchè io creda vero, anzi anco alla novella dell'Ulloa aggiungo mediocrissima fede, ma sì per la ragione, che a me paiano da non tacersi le cose capaci di chiarire le qualità dei tempi e gli umori degli uomini.Appena si fu messo un po' di lume, lo Imperatore cominciò a ritirarsi, avendo disposto l'esercito in ottima ordinanza; da prima procedeva l'avanguardia sottile, in mezzo, la battaglia composta di feriti e d'infermi, e di chi per età o per sesso appariva meno atto alle armi; veniva ultimo il retroguardo grosso e gagliardo: nè i Mori, com'era da prevedersi, mancarono di farglisi subito sopra a tribolarli, fidati nella velocità dei cavalli; senonchè gliarchibugieri, a cui sovveniva in buon punto la polvere asciutta, piantato in terra il cavalletto, li bersagliavano alla lontana, onde, dopo parecchie morti, levarono a costoro il ruzzo di perseguitarli. Così andarono sette miglia, quando ad un tratto trovaronsi trattenuti da un fiume ingrossato dalla pioggia, che il mare burrascoso teneva in collo: tentarono alcuni passarlo a nuoto, ma la corrente li portò via: sovvenne all'uopo Giannettino Doria, il quale, con la ciurma delle galee fracassate, si era messo in compagnia dello Imperatore. Il genovese industre, con maraviglia pari al benefizio dei mal condotti, costruì come per incanto un ponte di legname, donde per tempissimo il dì veniente poterono passare fanti e cavalieri; alcuni però lo avevano valicato nella notte rimontando verso la sorgente, e a questo modo, dopo tre giornate di cammino, giunsero a salvamento al capo Matafus, avendo cessato di perseguitarli i Mori. Quivi Andrea, alacre e vispo, attendeva a risarcire l'armata. Lo Imperatore tostochè vide cotesto vecchio (entrava allora nel settantacinquesimo anno dell'età sua) sul quale pareva che il tempo e la sventura non potessero nulla, presegli ambe le mani, gli favellò queste parole: — Padre mio, poichè Dio non mi ha aiutato in questa santa, giusta e cristianaimpresa, bisogna credere che l'uomo non deva tenersi sicuro se non dopo il colpo fatto; — quindi lo consolò per la perdita delle galee, a cui Andrea con serena fronte rispose: — Pazienza! ne faremo delle altre. — Tuttavia lo Imperatore promise lo ristorerebbe, e tenne il patto; imperciocchè quindi a breve gli assegnasse tremila ducati annui sopra le rendite fiscali di Napoli; il pronotariato di Napoli gli concedesse, che poi gli mutò con la città di Tursi, conferitagli per sè e suoi eredi a titolo di marchesato.Raccolto l'esercito a Matafus, e quivi fermatosi tanto da riprendere fiato, statuirono tornarsene a casa, ma poichè i legni, reliquia del naufragio, non furono riputati capaci a tanta gente, lo Imperatore fece gittarne fuori i destrieri bellissimi da battaglia. Quanto per siffatta determinazione sentissero amarezza i cavalieri, non si può con parole convenienti significare; delle querele loro vanno piene le storie; causa di ciò in parte il pregio, chè valevano un occhio; in parte l'affetto che l'uomo pone negli animali domestici: sicchè troviamo che soldati e popoli poco civili, tra cavalli, cani e femmine non fanno differenza o poca; ma più che tutto, per mio avviso, la causa deve attribuirsi allo spettacolo insolito, il qualepercote l'animo più forte del consueto, comecchè più pietoso; e poi perchè il grano che trabocca la bilancia, per essere ultimo, proviamo più grave degli altri. Il vecchio Brantôme racconta il caso con parole sì acconce, che, essendomi provato a far meglio, e sempre invano, ho tolto a riportarle tali e quali, senonchè le volgo nella nostra favella: — E' bisognò buttare via il carico intero, eccetto gli uomini, però che nè anco i cavalli potessero essere salvi vuoi giannetti di Spagna o destrieri di Napoli poderosi, a studio eletti, e feroci e di valore inestimabile; non vi fu cuore, il quale non rimanesse trafitto di angoscia, nel vederli ire a notare per l'alto mare e sforzarsi uscirne a salvamento non mica voltandosi verso terra, bensì a collo teso e a capo levato seguitando, da lontano, finchè reggeva loro la lena, col nuoto e con la vista i diletti padroni, i quali, lacrimando, li miravano, dato il tuffo, uno dopo l'altro scomparire sotto l'acqua. Ho discorso a Genova con vecchi marinari, che mi hanno raccontato come, dopo gli uomini morti non ci fu vista che tanto fendesse il cuore, quanto quella dei cadaveri dei poveri cavalli annegati sopra la spiaggia. —Primi ad imbarcarsi gl'Italiani; seguirono i Tedeschi, ultimi gli Spagnuoli, fosse elezioneo fortuna; e lo Imperatore, con la spada ignuda nella mano, vigilava perchè veruno, così amico come nemico, disturbasse lo imbarco; quando tutti ei li vide saliti su le navi, ed assicuratosi bene che anima viva non rimaneva in terra, entrò nella capitana di Andrea Doria. Ma la fortuna, che pareva placata, con subita vicenda tornò in furore così, che prima si compisse lo imbarco, ecco scompigliati da capo il cielo e il mare, di qua di là sbatacchia le navi per modo, che trovandosene alcune in pessimo arnese per le passate burrasche, sfasciaronsi con la morte di quanti vi erano sopra saliti. Due di loro, risospinte indietro, investirono sul lido donde avevano sferrato pur dianzi; Spagnuoli erano, i quali vistisi circuiti da copia immensa di nemici, e conoscendo la resistenza vana, davano ad intendere con cenni volersi rendere salva la vita; di ciò non paghi gli Arabi e i Turchi, presero a far carne; allora gli Spagnuoli statuirono morire come conviene ad uomini di cuore, e con gli archibugi combattendo e con le picche e co' pugnali alla disperata, arrivarono a farsi strada attraverso alla moltitudine: districatisi dalla folta, sempre chiusi in battaglia, incamminaronsi verso Algeri; dove giunti, rinvennero grazia presso Assan agà, e gli Spagnuoli rinnegati che gli stavano attorno, mossidalla virtù degli uomini, dalla carità della patria comune e dalla fede che avevano riposto nella loro generosità. Più dura sorte incontrarono due altre navi; una, dopo molto sbattimento, si aperse, e settecento vite si sommersero a un tratto: l'altra, per cinquanta giorni, patì fortuna; logorata ogni cosa, comecchè insolita e strana, capace al sostentamento, parte dei naviganti perì; i superstiti, tocca terra, non si potendo in veruna guisa riavere, un dopo l'altro se ne andarono. Tuttavia, e nonostante questi ed altri casi, la massa dell'esercito imperiale e le galere si ridussero a Bugia presidiata dagli Spagnuoli. Certo qui non gli attendeva copia di beni, imperciocchè il presidio perpetuamente combattuto dai terrazzani, non che acquistare contado, facesse assai a difendere le mura; pure ebbero castrati e buoi: gli sovvenne eziandio certa nave genovese chiamata la Fornara, carica di vettovaglia, che dette in secco su codesta spiaggia, e sebbene il biscotto restasse impregnato di acqua salsa pure lo ebbero per provvidenza.Qui lo Imperatore stette, finchè, abbonacciato il mare, licenziò Ferdinando Gonzaga e le galee della Religione, che dopo avere toccato Utica, dove Muleasse re di Tunisi gli accolse con amorevole sollecitudine, si ridusseroai porti di Sicilia; partiti questi, valendosi di un gagliardo vento di scilocco, si condussero, Carlo prima a Maiorca, poi a Cartagena, Andrea diritto a Genova; il primo per ritirarsi nel monastero di Miorada presso Olmeto, dove, confessati umilmente i suoi peccati, fece penitenza bevendo acqua e mangiando pane: cosa più enorme che grave pel buono Imperatore, il quale fu vinto dalla gola così, che, infermo e presso alla morte, pigliava piuttosto funate da orbo sulle spalle che smettere le leccornie[4]; se il secondo si confessasse dei suoi peccatinon sappiamo; sappiamo però che, con istupenda diligenza, dette opera a riparare il danno sofferto dalle sue galee e a fabbricarne delle nuove.Tale ebbe fine una impresa, la quale sarebbeottimamente riuscita, se si fosse dato retta ai consigli del vecchio Doria; ma questo è proprio vizio della potenza, che anco messa da parte la piaggeria degli adulatori, colui che può non patire freno alla sua volontà, termina col credere che tutto gli abbia a fare di berretta, anco gli elementi, anco la morte: così, come a Carlo V, incolse a Filippo II suo figliuolo nella Manica, e ad antichi e moderni dominatori; tra i secondi memorando Napoleone per la Russia. Di Carlo così allora cantavano i poeti:«Giunta l'aquila al nido, ond'ella uscíoPossiate dir: vinta, la terra, e l'onde,Signor, quanto il sol vede è vostro e mio.»Così i poeti; ma Dio, col declinare del ciglio, gli faceva sentire, che, coronati o no, gli uomini sono tutta polvere davanti a lui.Tra Carlo V e Francesco I, le paci e le tregue erano soste per ripigliare fiato e combattere feroci meglio di prima: pertanto, in guerra fossero o no, non ismettevano le mutue offese mai: a questo modo, avendo Giannettino Doria levato monsignore Granvela, consigliere di Carlo, da Siena per condurlo a Barcellona, i Francesi gli tesero insidie alle isole Yeres, e lo pigliavano, se meno accorto fosse stato il Giannettino, il quale, procedendo sempre, comedicono gli Spagnuoli, con la barba sopra la spalla, spedì innanzi una fregata a speculare i mari, che, retrocedendo in fretta, gli porse avviso del tratto; allora egli tornò a Genova, ed alle due che già conduceva, aggiunse quattro galee di scorta: le francesi erano sette, ma non si rimasero ad aspettarlo. Più atroci fatti si commisero per la parte dei cesarei; Alfonso Davalos, marchese del Vasto, fece ammazzare a tradimento Cesare Fregoso e Antonio Rincone, oratori del re di Francia, uno a Venezia, l'altro a Costantinopoli, a fine di svaligiarli delle commissioni; e fu caso pieno di atrocità. Cesare, nonostante la tregua, consigliava Antonio di passare pel paese dei Grigioni; ma questi, come colui che di persona era grave, preferì per sua comodità scendere il Po in barca, e là, dove sotto Pavia il Ticino mette foce nel Po, ecco uscire di agguato parecchi burchi spagnuoli ed assaltare le due barche degli ambasciatori; restarono morti di colta il Rincone, il capitano Boniforte e il Fregoso: a questo dissero poi arieno voluto salvare la vita, senonchè, menando alla disperata la spada, nè consentendo a cedere, e' fu mestieri ammazzarlo; risparmiarono il conte Camillo da Sessa luogotenente del Fregoso, e i barcaroli, i quali però furono sostenuti in carcere segreta nel castello di Cremona, perchè non si palesasse lascelleraggine; e non ci riuscirono, chè l'altra barca, dov'erano i servitori, le lettere, i danari e i bagagli, facendo forza di remi e secondata dalla corrente, scampò a Piacenza, dove i salvati raccontarono tutto il successo. Di questa immanità se ne dette carico al Davalos, e allo Imperatore; ma allora, come ora, usavano le dichiarazioni e le proteste per purgarsi dalle false accuse e più dalle vere; furonvi anco i giuramenti, ma anco allora, come adesso, tutti questi rifugi si avverano per puntelli, i quali raddoppiansi alla stregua che lo edificio minaccia ruina. Il marchese Davalos, che si affermava inconsapevole fino del passaggio degli oratori di Francia su le terre lombarde, finse cercarli, e dopo molte ricerche (e poteva risparmiare le poche) dopo due mesi, dietro la scorta dei barcaroli, gli rinvenne sepolti sotto poca terra, sicchè le fiere in parte gli avevano stracciati: Cesare Fregoso fu riconosciuto da certa ferita che aveva, in una mano, e la moglie di lui, mossa da pietà non meno che da desiderio di vendetta, questa mano riposta dentro una borsa recò in Francia per infiammare l'animo del Re e della baronia. Non pertanto il marchese del Vasto faceva spargere voce, che senz'altro i malandrini gli avessero morti per derubarli e non gli fu creduto: allora mise fuorilettere dello Imperatore, le quali gli ordinavano che, caso mai ponesse loro le mani addosso, non gli malmenasse per quanto aveva cara la grazia sua, non considerando che per queste lettere si contraddiceva alla pretesa ignoranza del passaggio degli oratori di Francia per le terre lombarde; e come esse non valsero a scolpare lui, così palesarono Carlo partecipe del tradimento, e lo fecero sospettare. Per ultimo, il Marchese ricorse al partito di mandare attorno cartelli che chiarivano mentitore e marrano chiunque gli opponesse cotesto misfatto, e sè parato a provarlo con le solite spavalderie; ma, anco a quei tempi, cominciava a capirsi che una stoccata fa prova della perizia o della fortuna di cui la mena, non della verità del fatto; però ognuno si tenne la fede, che aveva. Quanto a Carlo giurò al Papa, quando fu in Lucca, sè innocente da cotesta strage, e promise cavare vendetta strepitosa dei malfattori, e fossero qualunque, ed in qualunque dignità costituiti, ogni volta che gli venissero scoperti; ma in cotesti tempi ci erano confessori, che dello spergiuro fatto, e da farsi, assolvevano, e si credeva potere il fascio delle proprie colpe mettere sul confessore, come la valigia sopra la groppa di un somiere e dirgli: portalo tu, ch'io ti pago la fatica.Oltre questa, che veramente fu potentissima causa, lo infortunio affricano, le armi turchesche vittoriose in Ungheria, fornivano a Francesco occasione da non lasciarsi passare: onde spedito, per via sicura, il capitano Polino nuovo oratore a Solimano, ed ottenuta promessa da lui, che avrebbe mandato la sua flotta col Barbarossa nel Mediterraneo, ruppe guerra di un tratto allo Imperatore da tre lati, nella Borgogna, nel Brabante, e a Perpignano con tale disegno, che tutti questi campi mostrassero sembianza di riunirsi per fare impressione in Italia, e ciò a fine di sconcertare lo Imperatore perplesso, da qual parte avesse a schermirsi. Di queste guerre raccontano le storie generali: da noi vuolsi toccare quella di Perpignano soltanto, però che in essa Andrea Doria pigliasse parte. Il marchese del Vasto, che stava a buona guardia a Milano, trovandosi a fronte in Torino un condottiere accorto qual fu monsignore di Langé, potè, per credibili indizi, persuadersi come, per allora, i Francesi non pensassero a rompere la guerra in Italia, onde spediva in diligenza un Cicogna a Cesare, per avvertirlo a tenere di occhio Perpignano; ma Cesare lo rimandò indietro, con la commissione di ammonire il Marchese: attendesse a badare il suo governo; dell'altro lasciasse la cura a lui: cosìpersuadeva la superbia a Carlo; ma la sagacia gli fece trovare buono lo avviso, e più lo aiuto del Marchese, imperciocchè Andrea Doria, d'accordo col Davalos, temendo lo sforzo dei Francesi a Perpignano, chiamato a furia Giannettino Doria, che in quel torno stanziava a Barcellona con alquante galee, ed attendeva a costruirne sei delle nuove, gli fece trasportare colà quattro compagnie di Spagnuoli ed una di Tedeschi, valorosa gente condotta dal valorosissimo capitano Pietro da Guevara, distratte dal Marchese dal presidio di Milano. Per altra parte Andrea, sempre d'accordo col Davalos, ordinava ad Antonio Doria, che con le galee di Sicilia e di Napoli conducesse tosto a Savona le fanterie superstiti alla impresa di Algeri, perchè non rimanesse indebolito nella Italia settentrionale l'esercito di Cesare, egli poi non rifiniva da Cartagena mandare nella città assediata polvere, piombo e miccia. È fama che, nonostante la diligenza del Doria e la virtù spagnuola, i Francesi avrebbono terminato con lo espugnare Perpignano, dacchè egregi fatti di arme vi fossero combattuti da Gian da Turino e dal Sampiero Corso, incliti difensori della repubblica fiorentina; anco Virginio Orsino acquistò buona fama, rompendovi coi cavalli italiani le squadre accorrenti dei cavalieri spagnuoli; ma ognidisegno capitò male a cagione delle folli dimore; chè ora si vollero aspettare certi Svizzeri assoldati dal Re, ed ora il Barbarossa, come ne dava sicurezza l'oratore Polino; e, più che per altro, per colpa della superba vanità dei Francesi, la quale vietò, che si accogliesse il consiglio di Giampaolo Orsino, che, contro il parere dell'Annebò, giudicava si avessero a piantare le artiglierie, non già contro la parte meglio munita, bensì contro la più debole della muraglia. Tirando in lungo lo assedio, la baronia spagnuola se ne commosse, e punta di orgoglio, fece capo al duca di Alba, domandando con accesissime parole di essere condotta a combattere col nemico; lo Imperatore, dal canto suo, si era posto in assetto, per dare ai Francesi una battitura tale, che se ne avessero a ricordare per un pezzo; per le quali cose il Delfino riputò buon partito sciogliere l'assedio e ritirarsi più dentro le terre di Francia.Cessato un travaglio, ecco sottentrarne un altro due cotanti più fiero. Il Barbarossa con centodieci galee, ed un nugolo di fuste, uscito dal Bosforo sul finire dello Aprile, giunge in Sicilia ed arde Reggio. Diego Gaetano, con settanta Spagnuoli nella Rocca, resiste; in grazia della figliuola bellissima gli si perdona la vita, e quella, menata seco il Barbarossa, ebbe caracosì, che indi a poi tenne piuttosto in grado di consorte, che di schiava. Andrea obbedendo ai comandi dello Imperatore, parte con l'armata per Barcellona, dove imbarcatolo insieme con alcune insegne di fanti e di cavalli, lo conduce a Genova, non incontrata per via cosa al loro andare molesta, sia per parte dei Turchi o dei Francesi, e questa fu l'ultima volta che l'Imperatore albergò nel palazzo Doria, dove stette otto giorni: e vi convennero a visitarlo il marchese del Vasto, Ferrante Gonzaga e Pierluigi Farnese. A Pierluigi che gli diceva: il Papa aspettarlo a Bologna per conferire insieme intorno alle faccende della cristianità, rispose: quanto alla pace con Francia non volerne intendere parola; su le altre pratiche negozierebbero per via di ambasciatori; a tale acerbezza lo moveva il rovello che veramente nudriva profondo contro il re di Francia, ed anco il rancore contro il Papa, non avendo visto per parte di lui, nè dei suoi, segno alcuno di parzialità nelle guerre ch'egli aveva sostenuto contro i Francesi in Italia; la quale cosa essendo stata udita con angustia grande dal Papa, operò sì, ch'egli spedisse incontanente il cardinale Farnese, che con parole blande raumiliando lo Imperatore, lo persuase ad abboccarsi col Papa a Busseto, luogo di Gerolamo Pallavicino. In cotestoparlamento con fervorose preci instava il Papa, affinchè la pace fra i principi cristiani si fermasse: toccò della necessità di conferire il ducato di Milano a principe italico, remossa ogni ingerenza austriaca, e ciò conforme alle capitolazioni della lega di Napoli: propose investirne Orazio Farnese suo nepote, col quale tratto si verrebbe a torre di mezzo ogni pretesto alle diuturne pretensioni di Francia, ed ai sospetti dei governi italiani, mentre dall'altra parte se lo confermava in certo modo nella sua potestà; però che Orazio suo nipote, essendo a un punto genero di Carlo, veniva ad essere una stessa cosa con lui; per questo modo il duca di Savoia sarebbe stato restituito nei suoi dominii; e così composte le faccende della cristianità in assetto durevole, poteva darsi opera, con isperanza di esito prosperoso, alla lega dei principi cristiani per purgare la Europa dalla infamia dei Turchi; quanto a danaro, vivesse sicuro, egli gliene prometteva tanto da bastargli a qualsivoglia impresa per grandissima ch'ella fosse. Non si conchiuse nulla; che lo Imperatore si mostrò intorato a volerla sgarare ad ogni modo con Francesco, andandone in questo, secondochè egli diceva, la sua reputazione come Carlo, e quella dello impero come Cesare: ai danari provvide accomodandosi con Cosimo ducadi Firenze, che gli pagò dugentomila scudi a patto lo mettesse in possesso delle fortezze di Firenze, di Pisa e di Livorno.Taccionsi le guerre combattute da Carlo contro i Turchi, e nè anco si ricordano le altre contro i Francesi fuori d'Italia; stringendomi ai fatti, nei quali s'innesta la vita del Doria, dirò, che l'armata turchesca, rasentando le coste d'Italia, senza recare altro danno si condusse a Marsiglia, dove dopo essersi unita alla francese, che comandava monsignore di Enghienne, ed ora forte di ventidue galee e diciotto navi grosse, mosse ad espugnare Nizza. Il Re in vista di torsi da dosso od attenuare la infamia dello avere chiamato i Turchi ai danni della cristianità, fece significare ai Genovesi non temessero di nulla; i Turchi, dal dare una mano alla espugnazione di Nizza in fuori, non dovevano fare altro, e non lo avrebbono fatto, e per meglio procacciare fede alle parole, avendo ottenuto dal Barbarossa che liberasse parecchi Genovesi tenuti al remo sopra le sue galee, gli rimandò a Genova cortesemente senza riscatto; nè mise minore studio a ristorare gli uomini di San Remo delle prede fatte sopra di loro; carità e cortesie di cui il diavolo ride, imperciocchè avessero per iscopo di staccare i Genovesi dalla devozione dello Imperatore o perlo meno renderglieli sospetti; e siccome nè l'una cosa nè l'altra poterono i Francesi conseguire, così ruppero in querimonie grandi contra la ingratitudine dei Genovesi, ma essi ne rimasero con le beffe e col danno; che dei Francesi è antico il vezzo bandire ladro cui non hanno potuto rubare.Il capitano Polino non mancò d'intimare la resa ai Nizzardi minacciando sperpetue: questi, non curato lo esterminio, vollero correre ogni più rea fortuna per mantenersi in fede al duca di Savoia; e fin qui fecero bene; poi, trasportati da eccessivo zelo pel diletto signore, presero a colpi di archibugio il Grimaldo spedito dal Polino a cotesto fine e lo ammazzarono; e qui fecero male, anzi pessimamente. Certo se i Nizzardi avessero potuto presagire, che, dopo tre secoli, sarieno stati dati pergiunta, non avrebbono fatto prova di tanto ardore: ma natura dispose, che i popoli si governino sovente col cuore, i principi sempre con lo interesse: di pretesti poi e di parole belle per onestare cose bruttissime non si patì mai penuria; e ci ha sempre uomini parati a farle, ed uomini altresì che le lodano, e con ischiamazzo pervertono la coscienza pubblica: più tardi sopraggiunge il giudizio severo della storia; senonchè questa ai mali compiti non ripara,e agli avvenire poco, essendo il comune della gente o incurioso, o accidioso.Nello assedio di Nizza fu notabile questo: i Turchi, dopo abbattuto con le artiglierie un bastione murato di fresco, salirono su le macerie e vi piantarono una insegna; i Francesi, qualunque ne fosse la cagione, non andarono essi, bensì mandarono i Toscani condotti da Lione Strozzi priore di Capua ad emulare i Turchi, e vi salirono anch'essi; ma poi Turchi e Toscani, dalla virtù dei cittadini, vennero duramente respinti; dei Turchi in cotesto scontro ne restarono morti un cento, e ci persero con l'alfiere la insegna; dei Toscani da venticinque, e un gherone della bandiera: i feriti non si contano. Se di siffatta ventura ne arrovellassero i Turchi, massime i Giannizzeri, non importa dire; basti che, prima di andare a giacersi, deliberarono rinnovare pel giorno seguente più che mai furiosa la batteria; ma il Polino, cui gravava forse la infamia propria, e quella del suo signore, s'intromise perchè il Barbarossa tirasse su le navi i Giannizzeri, presagendo che, in caso di presa della terra, per opera di queste bestie sarebbe corso sangue come acqua. I cittadini resisterono al secondo assalto con virtù pari e diversa fortuna[5]; onde meritarono lodedal nemico stesso, il quale, comecchè inferocito, pure gli accolse in fede a nome del Re con le medesime condizioni con le quali vivevano sotto il duca Carlo: però se a questo partito si trovò costretto Andrea Odinet conte di Monforte governatore della città, diverso consiglio tenne Paolo Simeoni della casa Balbi da Chieri, cavaliere di Rodi, castellano della Rocca; il quale, comecchè ci avesse dentro donne e fanciulli, e per essere già stato alla catena del Barbarossa[6]sapesse quanto terribile uomo fosse costui, tuttavolta statuì resistere, finchè l'anima gli bastasse. Turchi e Francesi, di uguale ira infiammati contro il virtuoso cavaliere, preseroa tempestare la Rocca con le artiglierie; e mirabili apparvero i Turchi per l'aggiustatezza dei tiri, i quali scoronate le muraglie e sfondate le volte, resero lo affacciarsi ai parapetti mortale, pericoloso ogni ricovero altrove: qui accadde, che i Francesi, mancanti di polvere, ne mandassero a chiedere in prestito al Barbarossa; il quale, con mal piglio e peggiori parole, gli rampognò, come non vergognassero patire inopia di munizione a casa loro per modo che avessero faccia di mandarne a levarla a lui, che ce l'aveva portata fino da Costantinopoli; non essere però stato da loro messo in dimenticanza il vino, di cui avevano piene le stive delle galee; si provassero ora con quello a dare la batteria alle mura di Nizza. Le parole tra esso e il Polino crebbero per questo accidente così riottose, che il Barbarossa, abbracciatolo per la vita, stette a un pelo che non lo scaraventasse nel mare; pure alla fine si placò e dette la polvere. Ripigliata la batteria, il Simeoni non si lasciò sgomentare dalla grandine delle palle, nè dai pianti, nè dagli strilli della imbelle moltitudine raccolta dentro la rocca, per certo questi meno dannosi di quelli, non già meno sconfortanti: anco la seconda prova fu sostenuta con successo prosperevole; tentarono minare la rocca, ma indarno, come quella cheera fondata sul macigno. Intanto, mentre si affaticavano intorno a coteste opere, vennero intercette lettere del marchese del Vasto promettitrici di pronto e valido soccorso, della quale cosa tanto rimasero sbigottiti i Turchi e i Francesi, che in fretta e in furia tirando indietro le artiglierie si levarono dallo assedio; e con grande ansietà durarono tutta la notte vigilando e accendendo fuochi per sospetto di sorpresa: alla domane, non vedendo comparire persona, arrossirono della paura, ed attesero a ripigliare l'assalto; non lo concesse il tempo, chè la pioggia dirotta impedì tenere il campo, onde l'armata turca si ridusse ad Antibo, la francese a Tolone. Poco dopo sopraggiunse Andrea Doria, che trasportava su ventidue galee la gente del Davalos; però la impresa di Nizza doveva tornare funesta per tutti; imperciocchè sopra la costa di Villafranca si levasse un subito gruppo di vento, che, dopo avere sbattuta l'armata di Andrea, spinse alla spiaggia parecchie sue galee, le quali si ruppero con la perdita di tutte le artiglierie: nondimanco il marchese del Vasto soccorse Nizza, saccheggiata dai Turchi innanzi che sgombrassero, in onta alle supplicazioni del Polino; onde il Marchese, non potendo con altro, la sovvenne dì belle parole. Andrea, colto il destro, sguizzò a Genova, evitando di mettersial cimento così sconquassato com'era; sicchè Lione Strozzi e Salì capitano del Barbarossa, andatigli dietro, non poterono cavarne altro, che ripescare con gli argani le artiglierie andate a fondo lungo la spiaggia di Villafranca, trofei della fortuna, non della virtù[7].Nel Piemonte il Davalos non potendo quietare, fece per consiglio di Andrea la impresa di Mondovì, e la condusse a bene: poi prese Carignano, e ci mise dentro a difenderlo Pirro Colonna conte di Stipacciano. Narrano come costui, baldanzoso troppo, si fosse vantato che senz'altro aiuto lo avria tenuto tre mesi, e non erano anco passati quindici giorni, che già cominciava a serpentare il Marchese per averne soccorso. Andrea, consultato dal Davalos, gli scrisse, che dove lo potesse sovvenire senza pericolo o con poco, sì il facesse, però si guardasse da ingaggiare battaglia; perocchè, quantunque di fanterie stesse pari al nemico, ed anco lo superasse, troppo gli appariva inferiore di cavalli; e poi, la posta che si metteva inavventura non era uguale da entrambe le parti; correndo pericolo lo Imperatore in caso di sinistro non solo della Italia, bensì anco della Germania, dove mal domi fremevano i baroni: era da credersi eziandio che, le cose andando per la peggio, la lega con la Inghilterra si sarebbe sciolta, dacchè di questa maniera leghe durino ad un patto, il quale, sebbene non vi si legga espresso, non per questo le regge meno, ed è, che le parti mantengansi sempre intere e gagliarde: in fine doversi temere il subbisso che ne verrebbe dalla cresciuta audacia dei Turchi stanziati a Lione. Giusto in quel punto che ei stava suggellando la lettera, eccogli sopraggiungere nuovo dispaccio del Davalos che lo chiarisce della necessità di venire a giornata: non potere fare a meno di aiutare il presidio di Carignano, perchè, essendo composto delle tre nazioni spagnuola, tedesca e italiana, moveva il suo pericolo a inestimabile concitazione l'intero esercito formato a sua volta degli stessi tre popoli; se i nemici superavano di cavalli, egli stava sopra di loro co' fanti; e poi, quanto a cavalli, se i Francesi la vincevano in numero, i suoi andavano innanzi per prodezza: inoltre doversi da lui senza dimora cavare partito dallo esercito, conciossiachè non possedendo pecunia da fargli le nuove paghe, temeva forte gli sisbandasse: e doversi considerare altresì che da lui si sosteneva la buona causa, intendendo restituire al duca di Savoia l'avito retaggio usurpatogli a torto dal Re; pessima poi quella dei nemici, la quale, non solo si faceva fondamento della ingiustizia, ma ed anco della empietà, avendo chiamato il Turco in aiuto con oltraggio ed iattura della santa Chiesa. Nonostante questo dispaccio, Andrea mandò la sua lettera prima scritta, o credesse come consigliava, o fosse per la ragione, che nota argutamente il maresciallo di Monluc in questa congiuntura, la quale dice così: — oltrechè tale forse consiglia, come ho veduto più volte, contro al suo proprio parere, e sè mostra renitente al detto dei più, per potere poi, se la cosa procede male, dire, per me fui contrario, e non mancai di avvertirlo, ma non mi vollero dare retta. Grande fraude e dissimulazione governano il mondo, e nel nostro mestiere forse più che in ogni altro. —Questa memoranda battaglia, forse da noi sarà descritta in altra parte; intanto giovi sapere, che, come al Davalos, così la sconsigliarono al D'Anghienne, e che come il Davalos, viste le bande dei Tedeschi e la cavalleria del Baglione rotte, giudicando la giornata perduta si ritirò a precipizio in Asti, il D'Anghienne del pari mirando lo scempio, che le picche spagnuole menavanodei Grigioni, e della sua battaglia, o vogliam dire centro dello esercito, si diede al disperato, e non potendo sopravvivere alla disfatta, tentò passarsi con la spada la goletta dell'armatura e svenarsi. Ventura fu, che monsignore di San Giuliano, mastro di campo, il quale per trovarsi in parte dove poteva vedere lo insieme della battaglia, notasse come gli Svizzeri e gli archibusieri guasconi dopo avere vinto il sinistro lato del Marchese si fossero avventati contro il battaglione delle picche tedesche e spagnuole, le quali, sciolti gli ordini, per inseguire i Grigioni e la battaglia francese mal potendo resistere, furono disperse, onde arrivando proprio in quel punto che il D'Anghienne si voleva finire, gli gridò con gran voce dalla lontana: — per Dio, non fate, signore, che la giornata è vinta. —Affermano gli storici il marchese Davalos in cotesto dì da sè stesso disforme, e certo diverso fu da quello, che si mostrava a Milano: della sua paura fanno fede parecchi, attribuendola chi ad una cosa, chi ad un'altra, ma che ei si fuggisse in Asti, incamuffato dentro una veste negra perchè nol ravvisassero e pigliassero, non sembra vero; imperciocchè il maresciallo Monluc nelle sue Memorie ci narri, che venutogli addosso l'uzzolo di farlo prigioniero,gli corse dietro a briglia abbattuta con una mano di gentiluomini francesi; se nonchè, avendo scorto dalla lontana che procedeva serrato dentro uno squadrone di cavalleggieri con le lancie in resta, rivolto ai compagni disse loro: — signori, e' sarà bene tornarcene con Dio, affinchè non accada che invece di sonare restiamo sonati. —Io vorrei credere in questa parte il Brantôme, il quale racconta, come la paura, la quale si cacciò addosso, e non senza ragione, al Marchese, che cascando prigioniero gli avrebbono fatto pagare il fio della mala morte del Fregoso e del Rincone, gli togliesse l'animo di cimentarsi con la solita prodezza nella battaglia, dove aggiunge una gravissima sentenza, degna al tutto di essere, come merita, considerata: — ho inteso affermare da uomini sommi, che mente trista, o da qualche brutta colpa deturpata sia incapace di valore, e quando mai il valore ci fosse stato una volta congiunto, ecco se ne separa in un attimo e per sempre, facendo luogo a perpetua ansietà, non meno che alla tribolazione del rimorso. —Ad ogni modo, se il Marchese ebbe paura, e lo sgomentò la coscienza, fu per poco; dacchè con ispirito più alacre che mai si diede a raccogliere gli sbandati, a rifornire di gente lecompagnie e provvedere danari e vettovaglie: lo secondava in tutte queste cose Andrea Doria molto apprensionito che la potenza imperiale non ruinasse in Italia: egli spediva in fretta corrieri a Napoli, a Roma, a Firenze, sollecitando ogni maniera soccorsi: dicono mettesse fuori moneta del suo; e può darsi, ma io non ci credo[8]; corrisposero tutti minacciati dal pericolo comune: supremo vincolo tra gli uomini l'interesse: sempre più degli altri sollecito Cosimo duca di Firenze, tiranno fresco e pauroso dello agitarsi che faceva l'emulo Pietro Strozzi da lui odiato del pari che temuto; egli pertanto provvide di danaro Ridolfo Baglione perchè ricomponesse le sue squadre di cavalli rotte alla Ceresuola; al Doria scrisse tenere pronti duemila fanti capitanati da Otto da Montaguto; e il Doria senza frapporre indugi andò a levarli a Livorno, e trasportatili su le galee a Lerici e alla Spezia, gli spinse subito verso Milano, dove giunsero desiderati a sollevare gli spiriti abbattuti. Davvero non ci voleva diligenza minore di quella che sanno inspirare l'odio e la paura per ripararsi dalla furia di quel Piero Strozzi, che anco ai Francesi parve avventato; infatti costui per le alpi dei Grigioni corre allaMirandola; colà di botto assolda seimila fanti o sette; il re di Francia gli aveva stanziato buona quantità di danaro su i banchi di Venezia; ma i tesorieri, andando lenti a fare le rimesse, spende dei suoi; al cardinale di Este, e agli altri partigiani di Francia che lo consigliano ad aspettare il conte di Pitigliano, il quale sovvenuto in Roma dai cardinali francesi aveva accozzato a un bel circa pedoni quanti i suoi, non dà retta; passa il Po a Casalmaggiore, rasenta le mura di Cremona, guazza l'Adda sotto Castiglione, rompe due bande di cavalli, ne manda malconcio il capitano Silva, minaccia Milano. Ma s'egli pronto, il Davalos era accorto: però da lunga pezza codiandolo gli aveva come teso una rete, dentro la quale si confidava pigliarlo a man salva; ma Piero n'ebbe lingua, innanzi di dare nella ragna; pure la batteva in passi; altri si sarebbe dato per perso; non egli: rivalica il Po, si getta su i monti, anco lì circuito dai cavalli dei principi di Salerno e di Sulmona, e dagli altri del Baglioni, si tira indietro su di un'erta ingombra di viti dove inseguito li combatte e respinge; trasportato dall'impeto cala al piano, dove dal nemico ricomposto in ordinanza è alla sua volta disfatto; si salva, ed entrato in Piemonte lo empie di querele perchè il D'Anghienne e monsignore di Tesnon lo sovvenissero, e a torto; però che questi capitani, stremi di gente, e stremi di pecunia, non che capaci ad aiutare altrui, appena potevano reggere sè stessi; dubitavano, che le terre sottoposte, per poco se ne appartassero, avessero a ribellarsi, e Pirro Colonna da Carignano minacciava sortite per poco gliene porgessero il destro. Nè anco per questo si smarrisce Piero, che raccoglie i superstiti alla rotta della Scrivia; altri ne aggiunge condotti a sue spese, mentite le insegne, facendo cucire sopra la sua veste, e dei suoi la croce rossa del marchese del Vasto; salta a Piacenza, quinci a Montobbio castello dei Fieschi; poi, Pierluigi Farnese aiutante o connivente, passato in Piemonte, assalta e piglia Alba.Al Barbarossa, infastidito dei Francesi quanto questi fastidivano lui, fu data licenza di tornarsene in Costantinopoli; egli, con piccolo civanzo, portò infamia infinita, e tuttavia lo proseguirono con lodi eccelse e larghissimi doni: costeggiando la Liguria, desiderò di non affrontarsi col vecchio Doria; per la quale cosa fece significare alla Repubblica, che, secosì le piacesse, sarebbe passato senza offendere e per compenso senza essere offeso: gli fu risposto,magari!A Vado, dove sostò, lo presentarono di vittovaglie elette, di stoffe di seta e di velluti;nè Andrea gli si mostrò avaro di munizioni e di altri presenti, ma intanto gli spediva dietro Giannettino con trenta galee per tenerlo d'occhio, ed anco, caso mai gliene capitasse il taglio, di sterminarlo a un tratto: è da credersi, che il Barbarossa, potendo non gli si sarebbe mostrato meno cortese; ed in vero, essendosi imbattuto in certa nave di Savona carica di mercanzie, egli, tanto per non perdere il vizio, se l'acciuffò: passando per Piombino chiese il figliuolo di Synam, di cui altrove è detto, e perchè dapprima il D'Appiano lo negava, disertò Capoliveri all'Elba, e si dispose a nabissare Piombino; allora gli ebbero a dare il fanciullo, e a pagargli il danno ch'egli aveva fatto; pena condegna al debole arrogante: guastò Portò Ercole, distrusse Talamone: qui commise immane atto di vendetta barbarica; però che, avendo udito come nella chiesa del luogo giacessero le ossa di Bartolomeo da Talamone, uomo valoroso che, trovandosi al governo delle galee del Papa, mentre scorrazzava l'isola di Metelino aveva dato il guasto ai poderi del padre suo, lo fece disotterrare e buttarlo ai cani; nè pago a tanto ordinò che la casa di lui si riducesse in cenere. Da Orbetello, in grazia delle provvisioni del duca Cosimo fu respinto; le città littoranedella Chiesa lasciò intatte, ma si rifece su quelle di Napoli, Procida, Salerno e Pozzuolo; Ischia mise a ferro e a fiamma, avendo conosciuto che apparteneva al marchese Del Vasto, ma la città munita di grosse artiglierie non potè superare; Lipari vuotò di gente; e gli schiavi che trasse seco di qui, e d'altrove sommarono a dodicimila, i quali non avendo modo di stanziare, nè volontà di nudrire, in parte morivano; i più infermarono; tuttavia di entrambi la sorte era pari, perchè gli uni e gli altri senza pietà ordinava si gittassero in mare. Delle giunte a questa derrata non si parla; cose solite allora, e non disusate anco adesso.L'odio antico di Carlo imperatore e di Francesco re, per nuove ingiurie inacerbito, pareva ormai giunto là dove i nemici, ogni umano rispetto postergando, ad altro non badino, che a finirsi tra loro: e di vero, dai fatti, era da argomentarsi così. Carlo, stretta lega con Enrico VIII d'Inghilterra, deliberò portare gli estremi danni alla Francia; doveva l'inglese assaltarla dalla Normandia, e dalla Piccardia; egli dalla Fiandra: raccolto in fretta uno esercito, la più parte Tedeschi, si mise in campo, e provò su le prime la fortuna propizia; prese o piuttosto ricuperò Lucemburgo, poi Commerci e Ligni; per ultimo San Desiderio; qui gli sivoltava la sorte, però che la diuturna difesa opposta dalla piazza desse agio al re di Francia di mettere in piedi un esercito di quarantamila uomini con duemila uomini di arme ed altrettanti cavalleggieri; il popolo eziandio si commosse, ed anteponendo vivere libero in terra deserta, che schiavo in paese salvo sotto dominazione straniera, primachè gliene mandassero il comando, arse le biade nei campi, colmò i pozzi, fece intorno ai Tedeschi solitudine foriera della morte. I due eserciti, l'uno contro l'altro avanzandosi, si trovarono a fronte divisi dalla Marna, che allora menava le acque grosse: inferociti i principi; dei soldati, chi anelante la vendetta, e chi la rapina, si erano cercati da lontano, fra mezzo assedii di città, scontri di arme, incendi, e sangue per finirsi; gli occhi dei popoli di Europa, anzi del mondo stavano fissi su i campi francesi: gli animi, secondo le voglie e gl'interessi, pendevano incerti fra la speranza e il timore, intorno all'esito della battaglia imminente, e nonostante tutto questo, la battaglia non ebbe luogo, all'opposto ne uscì la pace. Tanto chi le mira da lungi o per di fuori s'inganna nel giudizio delle faccende politiche. Lo Imperatore non si trovò mai così vicino ad essere oppresso come orain mezzo ai suoi trionfi, nè il re di Francia tanto in forze come di presente, che sembrava condotto al verde. Le cause del subito mutarsi dello Imperatore, che ricavo sparsamente da parecchi scrittori, giudicaronsi queste: egli lasciava governare la più parte della impresa da Guglielmo Furstembergo soldato per mani ladre, per ardire e per perizia nelle armi singolarissimo: un tempo costui stette allo stipendio di Francia, ma n'ebbe licenza o sia che i vizii superassero le sue virtù, o perchè, essendo cessato il bisogno delle sue virtù, infastidissero i vizii. Notte tempo, andando egli in volta a speculare il paese con un ragazzo di compagnia, ed un mugnaio per guida, capitò nelle mani ai cavalleggeri francesi. Il Re, appena se lo seppe prigione, volle che gli mozzassero il capo addirittura, ma essendone stato trattenuto, più tardi non potè, però che Carlo, avendo preso monsignore di Roccasurione principe del sangue, gli fece sapere che avrebbe tenuto vita per vita; onde al Furstembergo fu poi concesso riscattarsi pagando trentamila ducati di taglia; oltre questa, che non fu mediocre perdita, attesa la conoscenza che aveva costui dei luoghi, terre, forze ed umori dei Francesi, fece amarezza il vedere Enrico VIII che tirando l'acqua al suo mulino, attendevaallo acquisto di Bologna senza darsi un pensiero al mondo del resto: le vettovaglie di dì in dì assottigliavansi, e si prevedeva presto avrebbero a cessare non tanto per la devastazione delle campagne, quanto e più per lo sperpero, che ne facevano quelle bestie tedesche; ancora, se le vettovaglie stavano per cessare, i denari erano cessati e da un pezzo, peccato vecchio di tutti gli Stati, ma dell'Austria naturale vizio: lo esercito, a confronto di quello raccolto dal Re, scarso, dacchè si diceva di trentamila fanti, e non arrivava ai venticinque, con poco più poco meno, cinquecento cavalleggeri tra italiani, borgognoni e tedeschi; nè dava minor molestia della scarsezza, la pessima composizione di quello, come Cesare stesso aveva potuto sperimentare allo assalto di San Desiderio, dove per difetto di bande italiane agilissime in simili fazioni, gli toccò ad essere respinto con molte morti, e dolorosissime tutte; gli tornava al pensiero il mal costrutto ricavato dalla invasione di Francia dalla parte di Provenza, dove pure s'inoltrò molto meglio in arnese, che ora, e sovvenuto dal mare, con Andrea Doria al fianco, solertissimo e provvidissimo capitano su quanti ne vissero al mondo: non poteva tenere per niente la considerazione, che quanto più si mettevadentro il paese più si allontanava da quella, che oggi con vocabolo soldatesco, si chiamabase delle operazioni; onde in caso di rovescio, circondato da popoli inviperiti correva pericolo, che non uno del suo esercito tornasse vivo a casa: affermano altresì (e gli scrittori chiesastici ne assegnano il vanto alla virtù di questo) che la regina di Francia, sorella dello Imperatore, gli mandasse un Gabriello Gusmano frate dell'ordine dei predicatori, religioso di santa vita (s'intende) e di stupenda dottrina (e questo s'intende anco più), il quale lo raumiliò tutto, facendolo pentire di tante vite perse a danno della cristianità, mentre tanto bene arieno potuto adoperarsi nella esaltazione della Fede contro la nequizia del Turco. Forse, non si vuole negare, le parole del frate avranno messo il peso loro nella bilancia, ma io penso, che nell'animo dello Imperatore potesse di più la considerazione della empietà dei Tedeschi, i quali posta la obbedienza in non cale, rotto ogni ordine di disciplina, minacciati di morte i capitani, taluni percossi, superando i medesimi Turchi nell'avara crudeltà, dove passavano, lasciavano traccia di fuoco e di sangue con seme di odio immortale: nè, mirabile a dirsi! il tempo, che per ultimo può sopra lo stesso metallo, mutò questa gente prava in nulla: talevive quale visse; erede dei misfatti paterni, cui accrebbe co' proprii; il giorno, nel quale fie dispersa dalla faccia del mondo, alla umanità sarà dato respirare liberamente.Per la parte di Francesco, l'avversità con le frequenti batoste lo aveva sbaldanzito assai, e gli anni e gli acciacchi gl'insinuavano più riguardosi consigli; non poteva dissimulare a sè stesso cotesti essere gli ultimi sforzi della monarchia; il suo esercito composto nella massima parte di Svizzeri, gente vendereccia: la baronia francese dalle continue guerre scemata, nè su i legionarii delle milizie popolari potersi fare grande assegnamento, perchè imperiti delle armi e non provati nella disciplina dei campi.E' fu mestieri trovare un modo, perchè la superbia di quei due potenti non restasse offesa, e tuttavia qualcheduno di loro cominciasse a far sentire il desiderio di pace; e fu trovato; se non si trovava, le molte e gravi considerazioni di cessare la guerra forse non valevano, e per superbia dei re avrebbero continuato a lacerarsi cinque popoli: allora sarebbono saltati su dottori, che non mancano mai, i quali arieno reso capace il popolo come tutto quello che si faceva, era per suo bene. La pace fu sottoscritta a Crespì; ne furono i patti: perpetuapace fra Carlo e Francesco, e chi succedesse a loro, e questo fu messo così per parere secondo il solito: in caso di guerra contro il Turco, il Re sovvenisse lo Imperatore di seicento uomini di arme e mille cavalleggieri, e questo pure fu scritto e sottoscritto, nonostante la persuasione di Carlo che non gli avrebbe mai avuti, e quella di Francesco, che non gli avrebbe mai dati: di un cuore solo, e con ferocie unite i cultori della religione riformata perseguiterebbero; e poichè si trattava fare del male, su questo patto si tennero fede anco troppo: Carlo darebbe al duca di Orleans in moglie o la propria figliuola con la dote della Fiandra, e dei Paesi Bassi, ritenendone, bene inteso, il possesso vita durante, ovvero la nepote, figlia di Ferdinando re dei Romani, dotandola del Milanese, da consegnarsi un anno dopo consumato matrimonio: un altro anno lo pigliava poi per decidersi tra il primo partito e il secondo: questo patto è più che probabile avrebbe rescisso lo Imperatore, ma la morte prese sopra di sè annullarlo: imperciocchè il duca di Orleans, dopo conchiusa la pace, essendo stato a reverire lo Imperatore da cui fu accolto con grande dimostrazione di affetto, nel tornarsene in Francia, sopraggiunto da febbre, indi a non molto perì; taluno disse di peste, altri di altromale, non mancò chi sostenne di veleno propinatogli da Ferdinando Gonzaga; delle quali cose tutte terremo proposito, a Dio piacendo, in luogo più acconcio: intanto ci siamo condotti alla tragedia dei Fieschi, che mi apparecchio a narrare con animo purgato da odio e da amore.
Prima di voltargli le spalle, la fortuna qui mandava a Carlo la suprema blandizie, facendogli incontrare da un lato due galeotte turchesche, di cui la prima il capitano Cigala genovese mandò a fondo con le artiglierie, la seconda scampò per miracolo, e dall'altro gli comparve davanti, che giusto in quel punto sbucava fuori del promontorio di Capocassino, l'armata delle galee del Mendozza, con la quale andavano di conserva cento navi, e quasi altrettanti legni minori dagli Spagnuoli chiamati scarzapini; per l'allegrezza grande che sentirono di qua e di là salutaronsi con tante cannonate, che parve un subbisso. Su queste navi, con istupendi cavalli, veniva il fiore della cavalleria spagnuola, nella quale splendeva principalissimo Ferdinando Cortez conquistatore del Messico,e Francesco Ulloa, padre di Alfonso lo storico, in compagnia di parecchi del parentado e figliuoli; capitanava la eletta schiera Ferdinando Alvarez duca di Alba, ed era venuta a proprie spese, reputando mercede bastevole dei perigli l'acquisto delle indulgenze largite dal sommo Pontefice.
Ottimo consiglio sarebbe stato quello di mettere subito mano allo sbarco; ma come i marosi rompevano grossi contro la spiaggia, Carlo temendo ne accadesse sconcio alle navi, e troppo ne avessero a soffrire travaglio i soldati, parendogli eziandio spediente attendere l'armata del Mendozza prima di operare lo sbarco, ordinò ad un tratto, che questo si differisse. Intanto, compiacendo all'uso, mandava un suo trombetto ad Assan agà governatore di Algeri con le solite profferte, e le solite minacce, le quali i codardi non aspettano mai, e i forti respingono sempre. Narrasi che a confermare la costanza dell'Assan agà, il quale fu eunuco e cristiano rinnegato della isola di Sardegna, giovassero i vaticinii di certa vecchia mora, che nei tempi scorsi aveva presagito il naufragio di Diego di Vera, e la rotta di Ugo di Moncada, avveratisi entrambi; se non che poi avendo prognosticato la ruina delle armi imperiali per coteste parti, con esito tanto diverso atteso la espugnazionedi Tunisi, si era scaduta di credito; ma costei strillava affermando non avere voluto dire di Tunisi, bensì di Algeri, e lo vedrebbero. L'Assan, ossia che nei vaticinii ponesse fede, o come credo piuttosto simulasse per incorare la gente, fatto sta, che respinse il messaggio con male parole, e subito dopo tratti fuora ottocento Turchi, la più parte giannizzeri, fiore di gente, e molti Arabi, aspettando da un punto all'altro di vedere comparire i terrazzani, e quanti pigliavano soldo dal Barbarossa, a cui aveva spedito celerissimi messi, si dispose non pure a resistere, ma farsi animosamente contro lo Imperatore, e allo aperto combatterlo.
Ottenuta simile risposta, ed essendo calato il vento, gl'Imperiali presero a mettere le fanterie a terra; furono ventimila divise in tre schiere; ebbe ciascuna tre pezzi di artiglieria, nè contrastarono lo sbarco gli Arabi e i Turchi; all'opposto lasciaronli marciare dentro la spiaggia un miglio; quivi i nostri sostarono, pigliando certe alture giudicate luogo acconcio per battere la città, e piantatevi le artiglierie attesero a ripararsi con trincere e fossati.
Algeri, un dì nota col nome di Giulia Cesarea, ha un monte alle spalle, il quale per essere agevolmente difendibile, gli antichi estimarono disperata impresa a espugnarsi. Carloavvisò assediarla dalla parte di Levante con tre campi, riponendo in ognuno, a scanso di contese, una delle tre nazioni menate seco, Spagnuoli, Tedeschi ed Italiani; i primi avevano a tenere la cima dei colli, i secondi le falde, mentre i terzi si sarebbono alloggiati per la pianura verso il mare. Poichè gli Arabi non si erano mossi ad impedire lo sbarco, ormai confidavano i cristiani arieno occupato Algeri senza molestia, e s'ingannavano: imperciocchè alloraquando stavano attorno a trarre in terra le artiglierie, e i cavalli, ecco apparire gli Arabi su i monti, e quinci balestrare sassi, e di ogni maniera saettume contro gli Spagnuoli: questi risoluti senza badare al numero messa mano agli archibusi a cavalletto, e a qualche sagro[1]gli ributtarono. In cotesta fazione crebbe in fama di eccellente capitano Alvaro di Sandè, il quale, sgombrati a forza gli Arabi irrompenti dalle alture, le occupò e le tenne; tuttavia, venuta la notte, gli Spagnuoli non trovarono requie, conciossiachè gli Arabi, togliendo a bersaglio i fuochi loro, lanciassero colà nugoli di freccie, onde essi ebbero a spegnerli ed a pernottaresu le armi; venuto giorno, i nostri ripigliarono inaspriti a combattere, sicchè di corto con molta uccisione dei nemici si levarono quel fastidio dattorno. Per altra parte, instando il Doria, si faceva fretta a cavare di nave le artiglierie, le vettovaglie e i cavalli, chè il tramonto si avvicinava con segnali sinistri. Il vento di tramontana crescendo di minuto in minuto sommoveva con veemenza le onde, e rotolava nugoloni spaventevoli: appena fu buio, la bufera non ebbe più modo, tra fulmini e tuoni rovesciò su la terra torrenti di freddissima pioggia, onde ne rimasero le vettovaglie guaste, fradicie le polveri e le corde di archibuso, intirizziti i corpi, che per metterli al coperto non si era potuto per anche provvedere, maggiore la ruina sul mare che le navi travolte dallo impeto del vento e dalla violenza dei marosi presero prima a non reggersi su le áncore, poi l'una ruinando su l'altra a sfasciarsi fra loro, o correre a rompersi sopra la spiaggia. Così la notte intera; più atroce il giorno, il quale, rivelando il danno passato, ne minacciava altro e peggiore. Il signore Camillo Colonna aveva di là dal fosso, a guardia del campo italiano, tre compagnie di soldati vecchi; traversava il fosso un ponticello di sotto certi poggi prossimi alla città; ora queste compagnie, espostesenza riparo alla pioggia, fitte nel fango, abbrividite si erano aggomitolate prive di forze; la quale miseria considerando i Turchi, con molto sforzo di cavalli fecero impeto contro di loro, e fu facile vittoria, dacchè i nostri, privi di armi atte a difendersi, in parte fuggirono, in parte caddero trucidati, i secondi però troppo più dei primi: qualche italiano, trovandosi ad avere una picca, si provò a morire non senza vendetta, ma quindi a breve l'arme gli cadde di mano, e anch'essi giacquero spenti. I Turchi e gli Arabi, saliti in baldanza, perseguitando i fuggitivi, si avventarono al ponte, e passatolo, assalirono il campo italiano speranzosi di sterminarlo, e lo facevano, però che le artiglierie per colpa delle munizioni bagnate, e gli archibusi tacevano; mentre pertanto scemi di terreno aiuto si raccomandavano a Dio, la salute venne donde se l'attendevano meno. Giannettino Doria (contrastando allo impeto dei cavalloni tutta la ciurma della sua galea) su le áncore si reggeva appena; pure arando il fondo con le áncore, e via via cedendo, si accostava alla spiaggia: colpito adesso dallo imminente scempio del campo italiano che gli stava su gli occhi, nè lo potendo sopportare, recisi gli ormeggi, si abbrivò ad investire su la costa per sovvenirli con prontissimo soccorso. Non devotacere però che altri afferma in cotesto suo atto non averci parte elezione; essersi trovato costretto a fare così, perchè altre galee incapaci a reggere gli rovinarono addosso in un mucchio, e lo avrebbero fracassato senz'altro, s'egli a quel modo non evitava l'urto; chi di loro racconti il vero, arduo anzi impossibile a noi giudicare: questo è sicuro, che Giannettino, presso i suoi medesimi nemici, ebbe fama di capitano diligentissimo fra quanti allora vivessero, e risoluto così, che deliberata appena una impresa la eseguiva[2]. Quantunque però egli co' suoi Genovesi combattesse pertinacemente, tuttavia, sopraffatto dal numero, si versava in estremo pericolo, quando lo Imperatore lo notò da lungi, e non gli reggendo il cuore che tanto uomo capitasse male, mandò il colonnello Antonio d'Arragona a trarlo d'impaccio con tre compagnie cappate di archibusieri italiani. Si rinfrescò la battaglia, e comecchè i nostri ammazzassero parecchi cavalieri mori, massime di quelli che per combattere più destri erano smontati da cavallo, pure non la potevano sgarare; allora Camillo Colonna e Ferrante Gonzaga, divampanti di furore, accolti intorno a sè gliuomini più valorosi, e concitando le squadre dello Spinola, si precipitarono nella mischia, e oppressi i nemici, vinsero; nocque ai fatti loro la voglia dello stravincere, imperciocchè si cacciassero dietro ai fuggitivi per finirli, e tanto da cotesto empito lasciaronsi trasportare, che arrivarono quasi sotto le porte della città; i pochi fuggiaschi, sperti dei luoghi, per via di tragetti scomparvero come per incanto dinanzi ai loro occhi, lasciando esposti gl'inseguenti al fulminare delle artiglierie piantate su le muraglie. I cristiani per tentare lo assalto mancavano di arnesi e di balía; e poichè la sosta fruttava morti, le quali non potevano nè manco vendicare, deliberarono ritirarsi, e fu il consiglio tardo, chè Assan agà, raccolti intorno a sè i più prodi tra i Turchi e i Giannizzeri, li percosse forte irrompendo fuori delle porte, e gli sgominò così, che non se ne sarebbe salvato neppure uno, se non erano i cavalieri di Rodi, i quali, a piedi, con la cotta pagonazza sul corsaletto, drappellando il gonfalone con la croce, ultimi fra tutti combatterono disperatamente; nondimanco dal balenare che facevano, si poteva prevedere come non fossero per durare, e di momento in momento la morte ne diradava le fila. Lo Imperatore, sebbene uso ai pericoli, si aggirava sgomento pel campo vestitodi un manto bianco, con pietosa voce sclamando:fiat voluntas tua! fiat voluntas tua!
Lo esempio dei buoni cavalieri di Rodi punse di vergogna e di compassione i loro compagni di arme, i quali fatta testa da capo con ordine promiscuo, soldati e capitani accorsero alla riscossa: molti uccisero, molti rimasero uccisi; ma la virtù non vinse il numero, molto meno potè supplire al difetto delle armi, però che degli archibusi, come notai, non si potessero valere, o poco; di partigiane e di picche non avessero fatto provvista, mentre i Turchi combattessero con le balestre a cocca, da poco tempo, e non senza repugnanza, lasciate dalle milizie cristiane, massime francesi, a cui madama Luisa di Savoia, dopo la battaglia di Pavia, impose l'obbligo di armarsi di archibugio, ed essi lo fecero, per obbedire, non già per servirsene, però che durassero parecchio tempo a preferire le balestre. Ora dalle balestre i Turchi sferravano verrettoni capaci di passare le più salde corazze; con gli archi comuni ammazzavano a furia di freccie, dalla lontana, le milizie scoperte di difese. Lo Imperatore, mosso dal pericolo, rannoda e spinge tre compagnie di Tedeschi, animandole con le parole più ardenti ch'ei seppe; e queste pure andarono e combatterono finchè bastarono loro le forze ela vita: ormai pareva fatale la rotta; pieno il campo di soldati uccisi; dei capitani più famosi chi giaceva spento o urtato da impeto irresistibile si ripiegava indietro, quando parve a Carlo per la salvezza del campo, per onore di Cristo e per la sua stessa fama mettersi con la persona allo sbaraglio; per tanto prepostosi all'ultimo battaglione tedesco, stretto in ordinanza si ficcò nel mezzo della battaglia. Contro questa massa di ferro vennero una dopo l'altra a rompersi le onde dei cavalli turchi e mori; i nostri sbarattati ebbero agio a raccogliersi; i capitani, visto lo Imperatore al cimento, non curate la spossatezza e le ferite, tornarono alla zuffa; fu lungamente e duramente combattuto; all'ultimo parve la fortuna si vergognasse, perchè i nostri poterono rincalzare i nemici, i quali a posta loro spossati ritiraronsi non già in sembianza di vinti, bensì come gente, che tenendo la vendetta in pugno, la differisca a tempo più opportuno.
Contro l'esercito cristiano combatterono non pure gli uomini, ma eziandio gli elementi levati a terribile scompiglio: la pioggia e il vento che per tutto quel dì non avevano mai dato pace, verso sera raddoppiarono di furore: durante la giornata, ora questa, ora quell'altra nave era ita a rompersi sopra la spiaggia, e perquanto lungo si stendeva il lido tu miravi galleggiare tavole, casse, di ogni maniera antenne e funi, e, vista troppo più miserabile, corpi di annegati; tra la furia del mare dibattevansi uomini, donne e cavalli; difficile scampare la morte dalle acque, nè ad ogni modo gli scampati trovavano la vita in terra; imperciocchè i Turchi spietatamente ve li finissero: e su tutti parve infelice un caso, nè si sa come, se pure non si voglia credere, che nell'uomo, messa da parte ogni considerazione di merito o di demerito, faccia più specie la strage di quello, il quale si destina ai piacevoli studi e ai diletti, che dell'altro per professione dedicato alle fortune pericolose: il caso fu questo. Certa cortigiana, giovane e bellissima su quante ne traessero seco loro gli Spagnuoli, cadde in mare vestita com'era di splendide vesti e ornata di oro e di gemme; costei, o l'assistesse la sorte, o in grazia degli sforzi supremi che lo aborrimento della morte persuade alle creature, giunse semiviva alla spiaggia, ma quivi l'attese un feroce, e tale la percosse di una zagaglia nel petto, che il ferro le uscì fuor fuori delle spalle.
Descrivere quanta la desolazione e gli urli e il pianto non fa caso, nè il muggito del mare, nè il fracasso dei legni che o si rompevano urtando fra loro o contro gli scogli come vetrisi stritolavano; basti dirne tanto, che centocinquanta navi perirono, e quindici galee: di artiglierie, di munizioni, di armi, di masserizie e di vittovaglie non si parla. In mezzo a così fiera stretta si aspettava un comando dello Imperatore, ma egli si contentò domandare che ora facesse: fugli risposto le ore undici e mezza di notte: dopo tornò a chiedere quanto tempo le galee avrebbero potuto per forza di remi evitare l'investimento su la costa, e gli dissero: forse due ore. Serenatosi a questo, festoso in vista, esclamò: — Pigliate coraggio quanti siete, perchè tra mezza ora tutti i frati e tutte le monache de' miei regni, anzi del mondo, pregheranno per noi! —
Andrea, uomo pio a modo suo, molto raccomandandosi agli aiuti del cielo, si fidava anco molto nella propria virtù: per tutto quel dì egli comparve maraviglioso di opera, di costanza e di consiglio: ai capitani, che disperati di poter reggere all'impeto della bufera, volevano ad ogni costo allontanarsi, dichiarò gli avrebbe tenuti per traditori, e come tali mandati a fondo con le artiglierie; egli poi con la sua armata stette quanto più gli era concesso rasente la costa per sovvenire al bisogno, e ciò con tanto danno e pericolo, che delle quindici galee sbatacchiate alla spiaggia, undici furono sue; nèvoglio che questo si abbia per contradizione a quanto scrissi di già; procedere egli cautissimo a cimentare la sua sostanza pressochè tutta investita su le galee, e rifuggire i cimenti se non aveva il pegno in mano di vincere, imperciocchè nei casi ordinarii fosse veramente così, ma nei supremi non badava a nulla gettando allo sbaraglio averi, corpo ed anima: indole questa chè nè manco potrebbe dirsi peculiare sua, bensì comune ai Genovesi; nè antica soltanto, ma, a gloria loro, in gran parte, ai giorni nostri, superstite quaggiù alla malignità dei tempi[3].
Adesso pertanto Andrea, messo da parte se le salmodie delle monache e dei frati avesseropartorito profitto, e caso che sì, saria stato tanto di guadagno, con difficoltà infinita mandò avviso allo Imperatore non potersi più reggere in mare; accostarsi alla spiaggia impossibile; andrebbe ad aspettarlo al capo Matafus: egli con subita partita quinci si rimovesse, e per cammino litorano convenisse alla posta. Parve buono il partito, anzi unico; però da non si potere mandare così presto ad esecuzione come avrebbe desiderato, dacchè la gente digiuna e strema di forze non valeva a movere passo, e mettersi in mezzo a notte procellosa per lande impervie non parve prudente: alla vittovaglia lo Imperatore provvide ordinando si ammazzassero i cavalli da traino, ed anco da battaglia; però degli scadenti: a quel modo cibaronsi, chè di legname per fare abbrustolire le carni pur troppo non pativano difetto, ed a quel modo si riconfortarono. Ancora tanto la cura della vita pericolante mette gli uomini in cervello, parecchi studiavano asciugare a cotesti fuochi buona quantità di polvere, che fece poi, come suol dirsi, la mano di Dio.
Nella notte e' fu un gran tempestare fra i capitani imperiali se dovessero ritirarsi o no: quasi tutti opinarono doversi, però che nelle faccende di Stato l'onore stia dove l'utile sta; altri al contrario, e primo tra questi FerdinandoCortez, il quale disse: per suo avviso non potersi nella contingenza del caso proporre nè anco l'alternativa; imperciocchè pei cavalieri cristiani l'utile fosse l'onore, oltre il quale egli non capiva che cosa fosse Stato, sostanza, patria, nè famiglia, nè nulla, e più oltre accendendosi nel dire, dichiarò con giuramento che, dove lo Imperatore gli avesse lasciato gli Spagnuoli e solo la metà dei Tedeschi e degli Italiani, egli sarebbe rimasto a fare la prova di vincere Algeri od a morire sotto le sue mura. La quale iattanza essendo stata riferita allo Imperatore, fermo a quell'ora di partirsi, fece sì che non lo chiamasse al consiglio, però che Carlo intendesse bene ritirarsi, e ne avesse voglia, che non si potrebbe dimostrare maggiore; ma tuttavia desiderava che la consulta dei capitani glielo venisse a persuadere, e quasi glielo imponesse; onde procurò tenerne lontani quelli che avrebbero mosso contrasto; della quale cosa Ferdinando Cortez, per testimonianza dell'Ulloa, si dolse più che della perdita di cinque smeraldi giudicati del valsente di centomila scudi e più, i quali portando egli addosso, in mezzo a codesta scompigliata battaglia, gli cascarono nel fango e non li potè più riavere. Il Brantôme ricorda il medesimo fatto, ma scrive che non furono già smeraldi, bensì una perla da lui conquistata(per significarlo con parola decente) nel Messico, appo cui quella bevuta da Cleopatra nel banchetto con Marcantonio, avrebbe dovuto reputarsi bagattella, però che ce l'affermi grossa quanto una pera; ma non dice la qualità. Avendoci il Cortez, continua sempre il Brantôme, fatto incidere sopra le parole: —Inter natos mulierum non surrexit major.— Accadde che, mentre lo mostrava ai suoi amici nella rada di Napoli, gli cascasse in mare, non senza permissione di Dio, il quale volle punire a quel modo la profanazione della santa leggenda. Questo poi mi piacque riferire, non perchè io creda vero, anzi anco alla novella dell'Ulloa aggiungo mediocrissima fede, ma sì per la ragione, che a me paiano da non tacersi le cose capaci di chiarire le qualità dei tempi e gli umori degli uomini.
Appena si fu messo un po' di lume, lo Imperatore cominciò a ritirarsi, avendo disposto l'esercito in ottima ordinanza; da prima procedeva l'avanguardia sottile, in mezzo, la battaglia composta di feriti e d'infermi, e di chi per età o per sesso appariva meno atto alle armi; veniva ultimo il retroguardo grosso e gagliardo: nè i Mori, com'era da prevedersi, mancarono di farglisi subito sopra a tribolarli, fidati nella velocità dei cavalli; senonchè gliarchibugieri, a cui sovveniva in buon punto la polvere asciutta, piantato in terra il cavalletto, li bersagliavano alla lontana, onde, dopo parecchie morti, levarono a costoro il ruzzo di perseguitarli. Così andarono sette miglia, quando ad un tratto trovaronsi trattenuti da un fiume ingrossato dalla pioggia, che il mare burrascoso teneva in collo: tentarono alcuni passarlo a nuoto, ma la corrente li portò via: sovvenne all'uopo Giannettino Doria, il quale, con la ciurma delle galee fracassate, si era messo in compagnia dello Imperatore. Il genovese industre, con maraviglia pari al benefizio dei mal condotti, costruì come per incanto un ponte di legname, donde per tempissimo il dì veniente poterono passare fanti e cavalieri; alcuni però lo avevano valicato nella notte rimontando verso la sorgente, e a questo modo, dopo tre giornate di cammino, giunsero a salvamento al capo Matafus, avendo cessato di perseguitarli i Mori. Quivi Andrea, alacre e vispo, attendeva a risarcire l'armata. Lo Imperatore tostochè vide cotesto vecchio (entrava allora nel settantacinquesimo anno dell'età sua) sul quale pareva che il tempo e la sventura non potessero nulla, presegli ambe le mani, gli favellò queste parole: — Padre mio, poichè Dio non mi ha aiutato in questa santa, giusta e cristianaimpresa, bisogna credere che l'uomo non deva tenersi sicuro se non dopo il colpo fatto; — quindi lo consolò per la perdita delle galee, a cui Andrea con serena fronte rispose: — Pazienza! ne faremo delle altre. — Tuttavia lo Imperatore promise lo ristorerebbe, e tenne il patto; imperciocchè quindi a breve gli assegnasse tremila ducati annui sopra le rendite fiscali di Napoli; il pronotariato di Napoli gli concedesse, che poi gli mutò con la città di Tursi, conferitagli per sè e suoi eredi a titolo di marchesato.
Raccolto l'esercito a Matafus, e quivi fermatosi tanto da riprendere fiato, statuirono tornarsene a casa, ma poichè i legni, reliquia del naufragio, non furono riputati capaci a tanta gente, lo Imperatore fece gittarne fuori i destrieri bellissimi da battaglia. Quanto per siffatta determinazione sentissero amarezza i cavalieri, non si può con parole convenienti significare; delle querele loro vanno piene le storie; causa di ciò in parte il pregio, chè valevano un occhio; in parte l'affetto che l'uomo pone negli animali domestici: sicchè troviamo che soldati e popoli poco civili, tra cavalli, cani e femmine non fanno differenza o poca; ma più che tutto, per mio avviso, la causa deve attribuirsi allo spettacolo insolito, il qualepercote l'animo più forte del consueto, comecchè più pietoso; e poi perchè il grano che trabocca la bilancia, per essere ultimo, proviamo più grave degli altri. Il vecchio Brantôme racconta il caso con parole sì acconce, che, essendomi provato a far meglio, e sempre invano, ho tolto a riportarle tali e quali, senonchè le volgo nella nostra favella: — E' bisognò buttare via il carico intero, eccetto gli uomini, però che nè anco i cavalli potessero essere salvi vuoi giannetti di Spagna o destrieri di Napoli poderosi, a studio eletti, e feroci e di valore inestimabile; non vi fu cuore, il quale non rimanesse trafitto di angoscia, nel vederli ire a notare per l'alto mare e sforzarsi uscirne a salvamento non mica voltandosi verso terra, bensì a collo teso e a capo levato seguitando, da lontano, finchè reggeva loro la lena, col nuoto e con la vista i diletti padroni, i quali, lacrimando, li miravano, dato il tuffo, uno dopo l'altro scomparire sotto l'acqua. Ho discorso a Genova con vecchi marinari, che mi hanno raccontato come, dopo gli uomini morti non ci fu vista che tanto fendesse il cuore, quanto quella dei cadaveri dei poveri cavalli annegati sopra la spiaggia. —
Primi ad imbarcarsi gl'Italiani; seguirono i Tedeschi, ultimi gli Spagnuoli, fosse elezioneo fortuna; e lo Imperatore, con la spada ignuda nella mano, vigilava perchè veruno, così amico come nemico, disturbasse lo imbarco; quando tutti ei li vide saliti su le navi, ed assicuratosi bene che anima viva non rimaneva in terra, entrò nella capitana di Andrea Doria. Ma la fortuna, che pareva placata, con subita vicenda tornò in furore così, che prima si compisse lo imbarco, ecco scompigliati da capo il cielo e il mare, di qua di là sbatacchia le navi per modo, che trovandosene alcune in pessimo arnese per le passate burrasche, sfasciaronsi con la morte di quanti vi erano sopra saliti. Due di loro, risospinte indietro, investirono sul lido donde avevano sferrato pur dianzi; Spagnuoli erano, i quali vistisi circuiti da copia immensa di nemici, e conoscendo la resistenza vana, davano ad intendere con cenni volersi rendere salva la vita; di ciò non paghi gli Arabi e i Turchi, presero a far carne; allora gli Spagnuoli statuirono morire come conviene ad uomini di cuore, e con gli archibugi combattendo e con le picche e co' pugnali alla disperata, arrivarono a farsi strada attraverso alla moltitudine: districatisi dalla folta, sempre chiusi in battaglia, incamminaronsi verso Algeri; dove giunti, rinvennero grazia presso Assan agà, e gli Spagnuoli rinnegati che gli stavano attorno, mossidalla virtù degli uomini, dalla carità della patria comune e dalla fede che avevano riposto nella loro generosità. Più dura sorte incontrarono due altre navi; una, dopo molto sbattimento, si aperse, e settecento vite si sommersero a un tratto: l'altra, per cinquanta giorni, patì fortuna; logorata ogni cosa, comecchè insolita e strana, capace al sostentamento, parte dei naviganti perì; i superstiti, tocca terra, non si potendo in veruna guisa riavere, un dopo l'altro se ne andarono. Tuttavia, e nonostante questi ed altri casi, la massa dell'esercito imperiale e le galere si ridussero a Bugia presidiata dagli Spagnuoli. Certo qui non gli attendeva copia di beni, imperciocchè il presidio perpetuamente combattuto dai terrazzani, non che acquistare contado, facesse assai a difendere le mura; pure ebbero castrati e buoi: gli sovvenne eziandio certa nave genovese chiamata la Fornara, carica di vettovaglia, che dette in secco su codesta spiaggia, e sebbene il biscotto restasse impregnato di acqua salsa pure lo ebbero per provvidenza.
Qui lo Imperatore stette, finchè, abbonacciato il mare, licenziò Ferdinando Gonzaga e le galee della Religione, che dopo avere toccato Utica, dove Muleasse re di Tunisi gli accolse con amorevole sollecitudine, si ridusseroai porti di Sicilia; partiti questi, valendosi di un gagliardo vento di scilocco, si condussero, Carlo prima a Maiorca, poi a Cartagena, Andrea diritto a Genova; il primo per ritirarsi nel monastero di Miorada presso Olmeto, dove, confessati umilmente i suoi peccati, fece penitenza bevendo acqua e mangiando pane: cosa più enorme che grave pel buono Imperatore, il quale fu vinto dalla gola così, che, infermo e presso alla morte, pigliava piuttosto funate da orbo sulle spalle che smettere le leccornie[4]; se il secondo si confessasse dei suoi peccatinon sappiamo; sappiamo però che, con istupenda diligenza, dette opera a riparare il danno sofferto dalle sue galee e a fabbricarne delle nuove.
Tale ebbe fine una impresa, la quale sarebbeottimamente riuscita, se si fosse dato retta ai consigli del vecchio Doria; ma questo è proprio vizio della potenza, che anco messa da parte la piaggeria degli adulatori, colui che può non patire freno alla sua volontà, termina col credere che tutto gli abbia a fare di berretta, anco gli elementi, anco la morte: così, come a Carlo V, incolse a Filippo II suo figliuolo nella Manica, e ad antichi e moderni dominatori; tra i secondi memorando Napoleone per la Russia. Di Carlo così allora cantavano i poeti:
«Giunta l'aquila al nido, ond'ella uscíoPossiate dir: vinta, la terra, e l'onde,Signor, quanto il sol vede è vostro e mio.»
«Giunta l'aquila al nido, ond'ella uscío
Possiate dir: vinta, la terra, e l'onde,
Signor, quanto il sol vede è vostro e mio.»
Così i poeti; ma Dio, col declinare del ciglio, gli faceva sentire, che, coronati o no, gli uomini sono tutta polvere davanti a lui.
Tra Carlo V e Francesco I, le paci e le tregue erano soste per ripigliare fiato e combattere feroci meglio di prima: pertanto, in guerra fossero o no, non ismettevano le mutue offese mai: a questo modo, avendo Giannettino Doria levato monsignore Granvela, consigliere di Carlo, da Siena per condurlo a Barcellona, i Francesi gli tesero insidie alle isole Yeres, e lo pigliavano, se meno accorto fosse stato il Giannettino, il quale, procedendo sempre, comedicono gli Spagnuoli, con la barba sopra la spalla, spedì innanzi una fregata a speculare i mari, che, retrocedendo in fretta, gli porse avviso del tratto; allora egli tornò a Genova, ed alle due che già conduceva, aggiunse quattro galee di scorta: le francesi erano sette, ma non si rimasero ad aspettarlo. Più atroci fatti si commisero per la parte dei cesarei; Alfonso Davalos, marchese del Vasto, fece ammazzare a tradimento Cesare Fregoso e Antonio Rincone, oratori del re di Francia, uno a Venezia, l'altro a Costantinopoli, a fine di svaligiarli delle commissioni; e fu caso pieno di atrocità. Cesare, nonostante la tregua, consigliava Antonio di passare pel paese dei Grigioni; ma questi, come colui che di persona era grave, preferì per sua comodità scendere il Po in barca, e là, dove sotto Pavia il Ticino mette foce nel Po, ecco uscire di agguato parecchi burchi spagnuoli ed assaltare le due barche degli ambasciatori; restarono morti di colta il Rincone, il capitano Boniforte e il Fregoso: a questo dissero poi arieno voluto salvare la vita, senonchè, menando alla disperata la spada, nè consentendo a cedere, e' fu mestieri ammazzarlo; risparmiarono il conte Camillo da Sessa luogotenente del Fregoso, e i barcaroli, i quali però furono sostenuti in carcere segreta nel castello di Cremona, perchè non si palesasse lascelleraggine; e non ci riuscirono, chè l'altra barca, dov'erano i servitori, le lettere, i danari e i bagagli, facendo forza di remi e secondata dalla corrente, scampò a Piacenza, dove i salvati raccontarono tutto il successo. Di questa immanità se ne dette carico al Davalos, e allo Imperatore; ma allora, come ora, usavano le dichiarazioni e le proteste per purgarsi dalle false accuse e più dalle vere; furonvi anco i giuramenti, ma anco allora, come adesso, tutti questi rifugi si avverano per puntelli, i quali raddoppiansi alla stregua che lo edificio minaccia ruina. Il marchese Davalos, che si affermava inconsapevole fino del passaggio degli oratori di Francia su le terre lombarde, finse cercarli, e dopo molte ricerche (e poteva risparmiare le poche) dopo due mesi, dietro la scorta dei barcaroli, gli rinvenne sepolti sotto poca terra, sicchè le fiere in parte gli avevano stracciati: Cesare Fregoso fu riconosciuto da certa ferita che aveva, in una mano, e la moglie di lui, mossa da pietà non meno che da desiderio di vendetta, questa mano riposta dentro una borsa recò in Francia per infiammare l'animo del Re e della baronia. Non pertanto il marchese del Vasto faceva spargere voce, che senz'altro i malandrini gli avessero morti per derubarli e non gli fu creduto: allora mise fuorilettere dello Imperatore, le quali gli ordinavano che, caso mai ponesse loro le mani addosso, non gli malmenasse per quanto aveva cara la grazia sua, non considerando che per queste lettere si contraddiceva alla pretesa ignoranza del passaggio degli oratori di Francia per le terre lombarde; e come esse non valsero a scolpare lui, così palesarono Carlo partecipe del tradimento, e lo fecero sospettare. Per ultimo, il Marchese ricorse al partito di mandare attorno cartelli che chiarivano mentitore e marrano chiunque gli opponesse cotesto misfatto, e sè parato a provarlo con le solite spavalderie; ma, anco a quei tempi, cominciava a capirsi che una stoccata fa prova della perizia o della fortuna di cui la mena, non della verità del fatto; però ognuno si tenne la fede, che aveva. Quanto a Carlo giurò al Papa, quando fu in Lucca, sè innocente da cotesta strage, e promise cavare vendetta strepitosa dei malfattori, e fossero qualunque, ed in qualunque dignità costituiti, ogni volta che gli venissero scoperti; ma in cotesti tempi ci erano confessori, che dello spergiuro fatto, e da farsi, assolvevano, e si credeva potere il fascio delle proprie colpe mettere sul confessore, come la valigia sopra la groppa di un somiere e dirgli: portalo tu, ch'io ti pago la fatica.
Oltre questa, che veramente fu potentissima causa, lo infortunio affricano, le armi turchesche vittoriose in Ungheria, fornivano a Francesco occasione da non lasciarsi passare: onde spedito, per via sicura, il capitano Polino nuovo oratore a Solimano, ed ottenuta promessa da lui, che avrebbe mandato la sua flotta col Barbarossa nel Mediterraneo, ruppe guerra di un tratto allo Imperatore da tre lati, nella Borgogna, nel Brabante, e a Perpignano con tale disegno, che tutti questi campi mostrassero sembianza di riunirsi per fare impressione in Italia, e ciò a fine di sconcertare lo Imperatore perplesso, da qual parte avesse a schermirsi. Di queste guerre raccontano le storie generali: da noi vuolsi toccare quella di Perpignano soltanto, però che in essa Andrea Doria pigliasse parte. Il marchese del Vasto, che stava a buona guardia a Milano, trovandosi a fronte in Torino un condottiere accorto qual fu monsignore di Langé, potè, per credibili indizi, persuadersi come, per allora, i Francesi non pensassero a rompere la guerra in Italia, onde spediva in diligenza un Cicogna a Cesare, per avvertirlo a tenere di occhio Perpignano; ma Cesare lo rimandò indietro, con la commissione di ammonire il Marchese: attendesse a badare il suo governo; dell'altro lasciasse la cura a lui: cosìpersuadeva la superbia a Carlo; ma la sagacia gli fece trovare buono lo avviso, e più lo aiuto del Marchese, imperciocchè Andrea Doria, d'accordo col Davalos, temendo lo sforzo dei Francesi a Perpignano, chiamato a furia Giannettino Doria, che in quel torno stanziava a Barcellona con alquante galee, ed attendeva a costruirne sei delle nuove, gli fece trasportare colà quattro compagnie di Spagnuoli ed una di Tedeschi, valorosa gente condotta dal valorosissimo capitano Pietro da Guevara, distratte dal Marchese dal presidio di Milano. Per altra parte Andrea, sempre d'accordo col Davalos, ordinava ad Antonio Doria, che con le galee di Sicilia e di Napoli conducesse tosto a Savona le fanterie superstiti alla impresa di Algeri, perchè non rimanesse indebolito nella Italia settentrionale l'esercito di Cesare, egli poi non rifiniva da Cartagena mandare nella città assediata polvere, piombo e miccia. È fama che, nonostante la diligenza del Doria e la virtù spagnuola, i Francesi avrebbono terminato con lo espugnare Perpignano, dacchè egregi fatti di arme vi fossero combattuti da Gian da Turino e dal Sampiero Corso, incliti difensori della repubblica fiorentina; anco Virginio Orsino acquistò buona fama, rompendovi coi cavalli italiani le squadre accorrenti dei cavalieri spagnuoli; ma ognidisegno capitò male a cagione delle folli dimore; chè ora si vollero aspettare certi Svizzeri assoldati dal Re, ed ora il Barbarossa, come ne dava sicurezza l'oratore Polino; e, più che per altro, per colpa della superba vanità dei Francesi, la quale vietò, che si accogliesse il consiglio di Giampaolo Orsino, che, contro il parere dell'Annebò, giudicava si avessero a piantare le artiglierie, non già contro la parte meglio munita, bensì contro la più debole della muraglia. Tirando in lungo lo assedio, la baronia spagnuola se ne commosse, e punta di orgoglio, fece capo al duca di Alba, domandando con accesissime parole di essere condotta a combattere col nemico; lo Imperatore, dal canto suo, si era posto in assetto, per dare ai Francesi una battitura tale, che se ne avessero a ricordare per un pezzo; per le quali cose il Delfino riputò buon partito sciogliere l'assedio e ritirarsi più dentro le terre di Francia.
Cessato un travaglio, ecco sottentrarne un altro due cotanti più fiero. Il Barbarossa con centodieci galee, ed un nugolo di fuste, uscito dal Bosforo sul finire dello Aprile, giunge in Sicilia ed arde Reggio. Diego Gaetano, con settanta Spagnuoli nella Rocca, resiste; in grazia della figliuola bellissima gli si perdona la vita, e quella, menata seco il Barbarossa, ebbe caracosì, che indi a poi tenne piuttosto in grado di consorte, che di schiava. Andrea obbedendo ai comandi dello Imperatore, parte con l'armata per Barcellona, dove imbarcatolo insieme con alcune insegne di fanti e di cavalli, lo conduce a Genova, non incontrata per via cosa al loro andare molesta, sia per parte dei Turchi o dei Francesi, e questa fu l'ultima volta che l'Imperatore albergò nel palazzo Doria, dove stette otto giorni: e vi convennero a visitarlo il marchese del Vasto, Ferrante Gonzaga e Pierluigi Farnese. A Pierluigi che gli diceva: il Papa aspettarlo a Bologna per conferire insieme intorno alle faccende della cristianità, rispose: quanto alla pace con Francia non volerne intendere parola; su le altre pratiche negozierebbero per via di ambasciatori; a tale acerbezza lo moveva il rovello che veramente nudriva profondo contro il re di Francia, ed anco il rancore contro il Papa, non avendo visto per parte di lui, nè dei suoi, segno alcuno di parzialità nelle guerre ch'egli aveva sostenuto contro i Francesi in Italia; la quale cosa essendo stata udita con angustia grande dal Papa, operò sì, ch'egli spedisse incontanente il cardinale Farnese, che con parole blande raumiliando lo Imperatore, lo persuase ad abboccarsi col Papa a Busseto, luogo di Gerolamo Pallavicino. In cotestoparlamento con fervorose preci instava il Papa, affinchè la pace fra i principi cristiani si fermasse: toccò della necessità di conferire il ducato di Milano a principe italico, remossa ogni ingerenza austriaca, e ciò conforme alle capitolazioni della lega di Napoli: propose investirne Orazio Farnese suo nepote, col quale tratto si verrebbe a torre di mezzo ogni pretesto alle diuturne pretensioni di Francia, ed ai sospetti dei governi italiani, mentre dall'altra parte se lo confermava in certo modo nella sua potestà; però che Orazio suo nipote, essendo a un punto genero di Carlo, veniva ad essere una stessa cosa con lui; per questo modo il duca di Savoia sarebbe stato restituito nei suoi dominii; e così composte le faccende della cristianità in assetto durevole, poteva darsi opera, con isperanza di esito prosperoso, alla lega dei principi cristiani per purgare la Europa dalla infamia dei Turchi; quanto a danaro, vivesse sicuro, egli gliene prometteva tanto da bastargli a qualsivoglia impresa per grandissima ch'ella fosse. Non si conchiuse nulla; che lo Imperatore si mostrò intorato a volerla sgarare ad ogni modo con Francesco, andandone in questo, secondochè egli diceva, la sua reputazione come Carlo, e quella dello impero come Cesare: ai danari provvide accomodandosi con Cosimo ducadi Firenze, che gli pagò dugentomila scudi a patto lo mettesse in possesso delle fortezze di Firenze, di Pisa e di Livorno.
Taccionsi le guerre combattute da Carlo contro i Turchi, e nè anco si ricordano le altre contro i Francesi fuori d'Italia; stringendomi ai fatti, nei quali s'innesta la vita del Doria, dirò, che l'armata turchesca, rasentando le coste d'Italia, senza recare altro danno si condusse a Marsiglia, dove dopo essersi unita alla francese, che comandava monsignore di Enghienne, ed ora forte di ventidue galee e diciotto navi grosse, mosse ad espugnare Nizza. Il Re in vista di torsi da dosso od attenuare la infamia dello avere chiamato i Turchi ai danni della cristianità, fece significare ai Genovesi non temessero di nulla; i Turchi, dal dare una mano alla espugnazione di Nizza in fuori, non dovevano fare altro, e non lo avrebbono fatto, e per meglio procacciare fede alle parole, avendo ottenuto dal Barbarossa che liberasse parecchi Genovesi tenuti al remo sopra le sue galee, gli rimandò a Genova cortesemente senza riscatto; nè mise minore studio a ristorare gli uomini di San Remo delle prede fatte sopra di loro; carità e cortesie di cui il diavolo ride, imperciocchè avessero per iscopo di staccare i Genovesi dalla devozione dello Imperatore o perlo meno renderglieli sospetti; e siccome nè l'una cosa nè l'altra poterono i Francesi conseguire, così ruppero in querimonie grandi contra la ingratitudine dei Genovesi, ma essi ne rimasero con le beffe e col danno; che dei Francesi è antico il vezzo bandire ladro cui non hanno potuto rubare.
Il capitano Polino non mancò d'intimare la resa ai Nizzardi minacciando sperpetue: questi, non curato lo esterminio, vollero correre ogni più rea fortuna per mantenersi in fede al duca di Savoia; e fin qui fecero bene; poi, trasportati da eccessivo zelo pel diletto signore, presero a colpi di archibugio il Grimaldo spedito dal Polino a cotesto fine e lo ammazzarono; e qui fecero male, anzi pessimamente. Certo se i Nizzardi avessero potuto presagire, che, dopo tre secoli, sarieno stati dati pergiunta, non avrebbono fatto prova di tanto ardore: ma natura dispose, che i popoli si governino sovente col cuore, i principi sempre con lo interesse: di pretesti poi e di parole belle per onestare cose bruttissime non si patì mai penuria; e ci ha sempre uomini parati a farle, ed uomini altresì che le lodano, e con ischiamazzo pervertono la coscienza pubblica: più tardi sopraggiunge il giudizio severo della storia; senonchè questa ai mali compiti non ripara,e agli avvenire poco, essendo il comune della gente o incurioso, o accidioso.
Nello assedio di Nizza fu notabile questo: i Turchi, dopo abbattuto con le artiglierie un bastione murato di fresco, salirono su le macerie e vi piantarono una insegna; i Francesi, qualunque ne fosse la cagione, non andarono essi, bensì mandarono i Toscani condotti da Lione Strozzi priore di Capua ad emulare i Turchi, e vi salirono anch'essi; ma poi Turchi e Toscani, dalla virtù dei cittadini, vennero duramente respinti; dei Turchi in cotesto scontro ne restarono morti un cento, e ci persero con l'alfiere la insegna; dei Toscani da venticinque, e un gherone della bandiera: i feriti non si contano. Se di siffatta ventura ne arrovellassero i Turchi, massime i Giannizzeri, non importa dire; basti che, prima di andare a giacersi, deliberarono rinnovare pel giorno seguente più che mai furiosa la batteria; ma il Polino, cui gravava forse la infamia propria, e quella del suo signore, s'intromise perchè il Barbarossa tirasse su le navi i Giannizzeri, presagendo che, in caso di presa della terra, per opera di queste bestie sarebbe corso sangue come acqua. I cittadini resisterono al secondo assalto con virtù pari e diversa fortuna[5]; onde meritarono lodedal nemico stesso, il quale, comecchè inferocito, pure gli accolse in fede a nome del Re con le medesime condizioni con le quali vivevano sotto il duca Carlo: però se a questo partito si trovò costretto Andrea Odinet conte di Monforte governatore della città, diverso consiglio tenne Paolo Simeoni della casa Balbi da Chieri, cavaliere di Rodi, castellano della Rocca; il quale, comecchè ci avesse dentro donne e fanciulli, e per essere già stato alla catena del Barbarossa[6]sapesse quanto terribile uomo fosse costui, tuttavolta statuì resistere, finchè l'anima gli bastasse. Turchi e Francesi, di uguale ira infiammati contro il virtuoso cavaliere, preseroa tempestare la Rocca con le artiglierie; e mirabili apparvero i Turchi per l'aggiustatezza dei tiri, i quali scoronate le muraglie e sfondate le volte, resero lo affacciarsi ai parapetti mortale, pericoloso ogni ricovero altrove: qui accadde, che i Francesi, mancanti di polvere, ne mandassero a chiedere in prestito al Barbarossa; il quale, con mal piglio e peggiori parole, gli rampognò, come non vergognassero patire inopia di munizione a casa loro per modo che avessero faccia di mandarne a levarla a lui, che ce l'aveva portata fino da Costantinopoli; non essere però stato da loro messo in dimenticanza il vino, di cui avevano piene le stive delle galee; si provassero ora con quello a dare la batteria alle mura di Nizza. Le parole tra esso e il Polino crebbero per questo accidente così riottose, che il Barbarossa, abbracciatolo per la vita, stette a un pelo che non lo scaraventasse nel mare; pure alla fine si placò e dette la polvere. Ripigliata la batteria, il Simeoni non si lasciò sgomentare dalla grandine delle palle, nè dai pianti, nè dagli strilli della imbelle moltitudine raccolta dentro la rocca, per certo questi meno dannosi di quelli, non già meno sconfortanti: anco la seconda prova fu sostenuta con successo prosperevole; tentarono minare la rocca, ma indarno, come quella cheera fondata sul macigno. Intanto, mentre si affaticavano intorno a coteste opere, vennero intercette lettere del marchese del Vasto promettitrici di pronto e valido soccorso, della quale cosa tanto rimasero sbigottiti i Turchi e i Francesi, che in fretta e in furia tirando indietro le artiglierie si levarono dallo assedio; e con grande ansietà durarono tutta la notte vigilando e accendendo fuochi per sospetto di sorpresa: alla domane, non vedendo comparire persona, arrossirono della paura, ed attesero a ripigliare l'assalto; non lo concesse il tempo, chè la pioggia dirotta impedì tenere il campo, onde l'armata turca si ridusse ad Antibo, la francese a Tolone. Poco dopo sopraggiunse Andrea Doria, che trasportava su ventidue galee la gente del Davalos; però la impresa di Nizza doveva tornare funesta per tutti; imperciocchè sopra la costa di Villafranca si levasse un subito gruppo di vento, che, dopo avere sbattuta l'armata di Andrea, spinse alla spiaggia parecchie sue galee, le quali si ruppero con la perdita di tutte le artiglierie: nondimanco il marchese del Vasto soccorse Nizza, saccheggiata dai Turchi innanzi che sgombrassero, in onta alle supplicazioni del Polino; onde il Marchese, non potendo con altro, la sovvenne dì belle parole. Andrea, colto il destro, sguizzò a Genova, evitando di mettersial cimento così sconquassato com'era; sicchè Lione Strozzi e Salì capitano del Barbarossa, andatigli dietro, non poterono cavarne altro, che ripescare con gli argani le artiglierie andate a fondo lungo la spiaggia di Villafranca, trofei della fortuna, non della virtù[7].
Nel Piemonte il Davalos non potendo quietare, fece per consiglio di Andrea la impresa di Mondovì, e la condusse a bene: poi prese Carignano, e ci mise dentro a difenderlo Pirro Colonna conte di Stipacciano. Narrano come costui, baldanzoso troppo, si fosse vantato che senz'altro aiuto lo avria tenuto tre mesi, e non erano anco passati quindici giorni, che già cominciava a serpentare il Marchese per averne soccorso. Andrea, consultato dal Davalos, gli scrisse, che dove lo potesse sovvenire senza pericolo o con poco, sì il facesse, però si guardasse da ingaggiare battaglia; perocchè, quantunque di fanterie stesse pari al nemico, ed anco lo superasse, troppo gli appariva inferiore di cavalli; e poi, la posta che si metteva inavventura non era uguale da entrambe le parti; correndo pericolo lo Imperatore in caso di sinistro non solo della Italia, bensì anco della Germania, dove mal domi fremevano i baroni: era da credersi eziandio che, le cose andando per la peggio, la lega con la Inghilterra si sarebbe sciolta, dacchè di questa maniera leghe durino ad un patto, il quale, sebbene non vi si legga espresso, non per questo le regge meno, ed è, che le parti mantengansi sempre intere e gagliarde: in fine doversi temere il subbisso che ne verrebbe dalla cresciuta audacia dei Turchi stanziati a Lione. Giusto in quel punto che ei stava suggellando la lettera, eccogli sopraggiungere nuovo dispaccio del Davalos che lo chiarisce della necessità di venire a giornata: non potere fare a meno di aiutare il presidio di Carignano, perchè, essendo composto delle tre nazioni spagnuola, tedesca e italiana, moveva il suo pericolo a inestimabile concitazione l'intero esercito formato a sua volta degli stessi tre popoli; se i nemici superavano di cavalli, egli stava sopra di loro co' fanti; e poi, quanto a cavalli, se i Francesi la vincevano in numero, i suoi andavano innanzi per prodezza: inoltre doversi da lui senza dimora cavare partito dallo esercito, conciossiachè non possedendo pecunia da fargli le nuove paghe, temeva forte gli sisbandasse: e doversi considerare altresì che da lui si sosteneva la buona causa, intendendo restituire al duca di Savoia l'avito retaggio usurpatogli a torto dal Re; pessima poi quella dei nemici, la quale, non solo si faceva fondamento della ingiustizia, ma ed anco della empietà, avendo chiamato il Turco in aiuto con oltraggio ed iattura della santa Chiesa. Nonostante questo dispaccio, Andrea mandò la sua lettera prima scritta, o credesse come consigliava, o fosse per la ragione, che nota argutamente il maresciallo di Monluc in questa congiuntura, la quale dice così: — oltrechè tale forse consiglia, come ho veduto più volte, contro al suo proprio parere, e sè mostra renitente al detto dei più, per potere poi, se la cosa procede male, dire, per me fui contrario, e non mancai di avvertirlo, ma non mi vollero dare retta. Grande fraude e dissimulazione governano il mondo, e nel nostro mestiere forse più che in ogni altro. —
Questa memoranda battaglia, forse da noi sarà descritta in altra parte; intanto giovi sapere, che, come al Davalos, così la sconsigliarono al D'Anghienne, e che come il Davalos, viste le bande dei Tedeschi e la cavalleria del Baglione rotte, giudicando la giornata perduta si ritirò a precipizio in Asti, il D'Anghienne del pari mirando lo scempio, che le picche spagnuole menavanodei Grigioni, e della sua battaglia, o vogliam dire centro dello esercito, si diede al disperato, e non potendo sopravvivere alla disfatta, tentò passarsi con la spada la goletta dell'armatura e svenarsi. Ventura fu, che monsignore di San Giuliano, mastro di campo, il quale per trovarsi in parte dove poteva vedere lo insieme della battaglia, notasse come gli Svizzeri e gli archibusieri guasconi dopo avere vinto il sinistro lato del Marchese si fossero avventati contro il battaglione delle picche tedesche e spagnuole, le quali, sciolti gli ordini, per inseguire i Grigioni e la battaglia francese mal potendo resistere, furono disperse, onde arrivando proprio in quel punto che il D'Anghienne si voleva finire, gli gridò con gran voce dalla lontana: — per Dio, non fate, signore, che la giornata è vinta. —
Affermano gli storici il marchese Davalos in cotesto dì da sè stesso disforme, e certo diverso fu da quello, che si mostrava a Milano: della sua paura fanno fede parecchi, attribuendola chi ad una cosa, chi ad un'altra, ma che ei si fuggisse in Asti, incamuffato dentro una veste negra perchè nol ravvisassero e pigliassero, non sembra vero; imperciocchè il maresciallo Monluc nelle sue Memorie ci narri, che venutogli addosso l'uzzolo di farlo prigioniero,gli corse dietro a briglia abbattuta con una mano di gentiluomini francesi; se nonchè, avendo scorto dalla lontana che procedeva serrato dentro uno squadrone di cavalleggieri con le lancie in resta, rivolto ai compagni disse loro: — signori, e' sarà bene tornarcene con Dio, affinchè non accada che invece di sonare restiamo sonati. —
Io vorrei credere in questa parte il Brantôme, il quale racconta, come la paura, la quale si cacciò addosso, e non senza ragione, al Marchese, che cascando prigioniero gli avrebbono fatto pagare il fio della mala morte del Fregoso e del Rincone, gli togliesse l'animo di cimentarsi con la solita prodezza nella battaglia, dove aggiunge una gravissima sentenza, degna al tutto di essere, come merita, considerata: — ho inteso affermare da uomini sommi, che mente trista, o da qualche brutta colpa deturpata sia incapace di valore, e quando mai il valore ci fosse stato una volta congiunto, ecco se ne separa in un attimo e per sempre, facendo luogo a perpetua ansietà, non meno che alla tribolazione del rimorso. —
Ad ogni modo, se il Marchese ebbe paura, e lo sgomentò la coscienza, fu per poco; dacchè con ispirito più alacre che mai si diede a raccogliere gli sbandati, a rifornire di gente lecompagnie e provvedere danari e vettovaglie: lo secondava in tutte queste cose Andrea Doria molto apprensionito che la potenza imperiale non ruinasse in Italia: egli spediva in fretta corrieri a Napoli, a Roma, a Firenze, sollecitando ogni maniera soccorsi: dicono mettesse fuori moneta del suo; e può darsi, ma io non ci credo[8]; corrisposero tutti minacciati dal pericolo comune: supremo vincolo tra gli uomini l'interesse: sempre più degli altri sollecito Cosimo duca di Firenze, tiranno fresco e pauroso dello agitarsi che faceva l'emulo Pietro Strozzi da lui odiato del pari che temuto; egli pertanto provvide di danaro Ridolfo Baglione perchè ricomponesse le sue squadre di cavalli rotte alla Ceresuola; al Doria scrisse tenere pronti duemila fanti capitanati da Otto da Montaguto; e il Doria senza frapporre indugi andò a levarli a Livorno, e trasportatili su le galee a Lerici e alla Spezia, gli spinse subito verso Milano, dove giunsero desiderati a sollevare gli spiriti abbattuti. Davvero non ci voleva diligenza minore di quella che sanno inspirare l'odio e la paura per ripararsi dalla furia di quel Piero Strozzi, che anco ai Francesi parve avventato; infatti costui per le alpi dei Grigioni corre allaMirandola; colà di botto assolda seimila fanti o sette; il re di Francia gli aveva stanziato buona quantità di danaro su i banchi di Venezia; ma i tesorieri, andando lenti a fare le rimesse, spende dei suoi; al cardinale di Este, e agli altri partigiani di Francia che lo consigliano ad aspettare il conte di Pitigliano, il quale sovvenuto in Roma dai cardinali francesi aveva accozzato a un bel circa pedoni quanti i suoi, non dà retta; passa il Po a Casalmaggiore, rasenta le mura di Cremona, guazza l'Adda sotto Castiglione, rompe due bande di cavalli, ne manda malconcio il capitano Silva, minaccia Milano. Ma s'egli pronto, il Davalos era accorto: però da lunga pezza codiandolo gli aveva come teso una rete, dentro la quale si confidava pigliarlo a man salva; ma Piero n'ebbe lingua, innanzi di dare nella ragna; pure la batteva in passi; altri si sarebbe dato per perso; non egli: rivalica il Po, si getta su i monti, anco lì circuito dai cavalli dei principi di Salerno e di Sulmona, e dagli altri del Baglioni, si tira indietro su di un'erta ingombra di viti dove inseguito li combatte e respinge; trasportato dall'impeto cala al piano, dove dal nemico ricomposto in ordinanza è alla sua volta disfatto; si salva, ed entrato in Piemonte lo empie di querele perchè il D'Anghienne e monsignore di Tesnon lo sovvenissero, e a torto; però che questi capitani, stremi di gente, e stremi di pecunia, non che capaci ad aiutare altrui, appena potevano reggere sè stessi; dubitavano, che le terre sottoposte, per poco se ne appartassero, avessero a ribellarsi, e Pirro Colonna da Carignano minacciava sortite per poco gliene porgessero il destro. Nè anco per questo si smarrisce Piero, che raccoglie i superstiti alla rotta della Scrivia; altri ne aggiunge condotti a sue spese, mentite le insegne, facendo cucire sopra la sua veste, e dei suoi la croce rossa del marchese del Vasto; salta a Piacenza, quinci a Montobbio castello dei Fieschi; poi, Pierluigi Farnese aiutante o connivente, passato in Piemonte, assalta e piglia Alba.
Al Barbarossa, infastidito dei Francesi quanto questi fastidivano lui, fu data licenza di tornarsene in Costantinopoli; egli, con piccolo civanzo, portò infamia infinita, e tuttavia lo proseguirono con lodi eccelse e larghissimi doni: costeggiando la Liguria, desiderò di non affrontarsi col vecchio Doria; per la quale cosa fece significare alla Repubblica, che, secosì le piacesse, sarebbe passato senza offendere e per compenso senza essere offeso: gli fu risposto,magari!A Vado, dove sostò, lo presentarono di vittovaglie elette, di stoffe di seta e di velluti;nè Andrea gli si mostrò avaro di munizioni e di altri presenti, ma intanto gli spediva dietro Giannettino con trenta galee per tenerlo d'occhio, ed anco, caso mai gliene capitasse il taglio, di sterminarlo a un tratto: è da credersi, che il Barbarossa, potendo non gli si sarebbe mostrato meno cortese; ed in vero, essendosi imbattuto in certa nave di Savona carica di mercanzie, egli, tanto per non perdere il vizio, se l'acciuffò: passando per Piombino chiese il figliuolo di Synam, di cui altrove è detto, e perchè dapprima il D'Appiano lo negava, disertò Capoliveri all'Elba, e si dispose a nabissare Piombino; allora gli ebbero a dare il fanciullo, e a pagargli il danno ch'egli aveva fatto; pena condegna al debole arrogante: guastò Portò Ercole, distrusse Talamone: qui commise immane atto di vendetta barbarica; però che, avendo udito come nella chiesa del luogo giacessero le ossa di Bartolomeo da Talamone, uomo valoroso che, trovandosi al governo delle galee del Papa, mentre scorrazzava l'isola di Metelino aveva dato il guasto ai poderi del padre suo, lo fece disotterrare e buttarlo ai cani; nè pago a tanto ordinò che la casa di lui si riducesse in cenere. Da Orbetello, in grazia delle provvisioni del duca Cosimo fu respinto; le città littoranedella Chiesa lasciò intatte, ma si rifece su quelle di Napoli, Procida, Salerno e Pozzuolo; Ischia mise a ferro e a fiamma, avendo conosciuto che apparteneva al marchese Del Vasto, ma la città munita di grosse artiglierie non potè superare; Lipari vuotò di gente; e gli schiavi che trasse seco di qui, e d'altrove sommarono a dodicimila, i quali non avendo modo di stanziare, nè volontà di nudrire, in parte morivano; i più infermarono; tuttavia di entrambi la sorte era pari, perchè gli uni e gli altri senza pietà ordinava si gittassero in mare. Delle giunte a questa derrata non si parla; cose solite allora, e non disusate anco adesso.
L'odio antico di Carlo imperatore e di Francesco re, per nuove ingiurie inacerbito, pareva ormai giunto là dove i nemici, ogni umano rispetto postergando, ad altro non badino, che a finirsi tra loro: e di vero, dai fatti, era da argomentarsi così. Carlo, stretta lega con Enrico VIII d'Inghilterra, deliberò portare gli estremi danni alla Francia; doveva l'inglese assaltarla dalla Normandia, e dalla Piccardia; egli dalla Fiandra: raccolto in fretta uno esercito, la più parte Tedeschi, si mise in campo, e provò su le prime la fortuna propizia; prese o piuttosto ricuperò Lucemburgo, poi Commerci e Ligni; per ultimo San Desiderio; qui gli sivoltava la sorte, però che la diuturna difesa opposta dalla piazza desse agio al re di Francia di mettere in piedi un esercito di quarantamila uomini con duemila uomini di arme ed altrettanti cavalleggieri; il popolo eziandio si commosse, ed anteponendo vivere libero in terra deserta, che schiavo in paese salvo sotto dominazione straniera, primachè gliene mandassero il comando, arse le biade nei campi, colmò i pozzi, fece intorno ai Tedeschi solitudine foriera della morte. I due eserciti, l'uno contro l'altro avanzandosi, si trovarono a fronte divisi dalla Marna, che allora menava le acque grosse: inferociti i principi; dei soldati, chi anelante la vendetta, e chi la rapina, si erano cercati da lontano, fra mezzo assedii di città, scontri di arme, incendi, e sangue per finirsi; gli occhi dei popoli di Europa, anzi del mondo stavano fissi su i campi francesi: gli animi, secondo le voglie e gl'interessi, pendevano incerti fra la speranza e il timore, intorno all'esito della battaglia imminente, e nonostante tutto questo, la battaglia non ebbe luogo, all'opposto ne uscì la pace. Tanto chi le mira da lungi o per di fuori s'inganna nel giudizio delle faccende politiche. Lo Imperatore non si trovò mai così vicino ad essere oppresso come orain mezzo ai suoi trionfi, nè il re di Francia tanto in forze come di presente, che sembrava condotto al verde. Le cause del subito mutarsi dello Imperatore, che ricavo sparsamente da parecchi scrittori, giudicaronsi queste: egli lasciava governare la più parte della impresa da Guglielmo Furstembergo soldato per mani ladre, per ardire e per perizia nelle armi singolarissimo: un tempo costui stette allo stipendio di Francia, ma n'ebbe licenza o sia che i vizii superassero le sue virtù, o perchè, essendo cessato il bisogno delle sue virtù, infastidissero i vizii. Notte tempo, andando egli in volta a speculare il paese con un ragazzo di compagnia, ed un mugnaio per guida, capitò nelle mani ai cavalleggeri francesi. Il Re, appena se lo seppe prigione, volle che gli mozzassero il capo addirittura, ma essendone stato trattenuto, più tardi non potè, però che Carlo, avendo preso monsignore di Roccasurione principe del sangue, gli fece sapere che avrebbe tenuto vita per vita; onde al Furstembergo fu poi concesso riscattarsi pagando trentamila ducati di taglia; oltre questa, che non fu mediocre perdita, attesa la conoscenza che aveva costui dei luoghi, terre, forze ed umori dei Francesi, fece amarezza il vedere Enrico VIII che tirando l'acqua al suo mulino, attendevaallo acquisto di Bologna senza darsi un pensiero al mondo del resto: le vettovaglie di dì in dì assottigliavansi, e si prevedeva presto avrebbero a cessare non tanto per la devastazione delle campagne, quanto e più per lo sperpero, che ne facevano quelle bestie tedesche; ancora, se le vettovaglie stavano per cessare, i denari erano cessati e da un pezzo, peccato vecchio di tutti gli Stati, ma dell'Austria naturale vizio: lo esercito, a confronto di quello raccolto dal Re, scarso, dacchè si diceva di trentamila fanti, e non arrivava ai venticinque, con poco più poco meno, cinquecento cavalleggeri tra italiani, borgognoni e tedeschi; nè dava minor molestia della scarsezza, la pessima composizione di quello, come Cesare stesso aveva potuto sperimentare allo assalto di San Desiderio, dove per difetto di bande italiane agilissime in simili fazioni, gli toccò ad essere respinto con molte morti, e dolorosissime tutte; gli tornava al pensiero il mal costrutto ricavato dalla invasione di Francia dalla parte di Provenza, dove pure s'inoltrò molto meglio in arnese, che ora, e sovvenuto dal mare, con Andrea Doria al fianco, solertissimo e provvidissimo capitano su quanti ne vissero al mondo: non poteva tenere per niente la considerazione, che quanto più si mettevadentro il paese più si allontanava da quella, che oggi con vocabolo soldatesco, si chiamabase delle operazioni; onde in caso di rovescio, circondato da popoli inviperiti correva pericolo, che non uno del suo esercito tornasse vivo a casa: affermano altresì (e gli scrittori chiesastici ne assegnano il vanto alla virtù di questo) che la regina di Francia, sorella dello Imperatore, gli mandasse un Gabriello Gusmano frate dell'ordine dei predicatori, religioso di santa vita (s'intende) e di stupenda dottrina (e questo s'intende anco più), il quale lo raumiliò tutto, facendolo pentire di tante vite perse a danno della cristianità, mentre tanto bene arieno potuto adoperarsi nella esaltazione della Fede contro la nequizia del Turco. Forse, non si vuole negare, le parole del frate avranno messo il peso loro nella bilancia, ma io penso, che nell'animo dello Imperatore potesse di più la considerazione della empietà dei Tedeschi, i quali posta la obbedienza in non cale, rotto ogni ordine di disciplina, minacciati di morte i capitani, taluni percossi, superando i medesimi Turchi nell'avara crudeltà, dove passavano, lasciavano traccia di fuoco e di sangue con seme di odio immortale: nè, mirabile a dirsi! il tempo, che per ultimo può sopra lo stesso metallo, mutò questa gente prava in nulla: talevive quale visse; erede dei misfatti paterni, cui accrebbe co' proprii; il giorno, nel quale fie dispersa dalla faccia del mondo, alla umanità sarà dato respirare liberamente.
Per la parte di Francesco, l'avversità con le frequenti batoste lo aveva sbaldanzito assai, e gli anni e gli acciacchi gl'insinuavano più riguardosi consigli; non poteva dissimulare a sè stesso cotesti essere gli ultimi sforzi della monarchia; il suo esercito composto nella massima parte di Svizzeri, gente vendereccia: la baronia francese dalle continue guerre scemata, nè su i legionarii delle milizie popolari potersi fare grande assegnamento, perchè imperiti delle armi e non provati nella disciplina dei campi.
E' fu mestieri trovare un modo, perchè la superbia di quei due potenti non restasse offesa, e tuttavia qualcheduno di loro cominciasse a far sentire il desiderio di pace; e fu trovato; se non si trovava, le molte e gravi considerazioni di cessare la guerra forse non valevano, e per superbia dei re avrebbero continuato a lacerarsi cinque popoli: allora sarebbono saltati su dottori, che non mancano mai, i quali arieno reso capace il popolo come tutto quello che si faceva, era per suo bene. La pace fu sottoscritta a Crespì; ne furono i patti: perpetuapace fra Carlo e Francesco, e chi succedesse a loro, e questo fu messo così per parere secondo il solito: in caso di guerra contro il Turco, il Re sovvenisse lo Imperatore di seicento uomini di arme e mille cavalleggieri, e questo pure fu scritto e sottoscritto, nonostante la persuasione di Carlo che non gli avrebbe mai avuti, e quella di Francesco, che non gli avrebbe mai dati: di un cuore solo, e con ferocie unite i cultori della religione riformata perseguiterebbero; e poichè si trattava fare del male, su questo patto si tennero fede anco troppo: Carlo darebbe al duca di Orleans in moglie o la propria figliuola con la dote della Fiandra, e dei Paesi Bassi, ritenendone, bene inteso, il possesso vita durante, ovvero la nepote, figlia di Ferdinando re dei Romani, dotandola del Milanese, da consegnarsi un anno dopo consumato matrimonio: un altro anno lo pigliava poi per decidersi tra il primo partito e il secondo: questo patto è più che probabile avrebbe rescisso lo Imperatore, ma la morte prese sopra di sè annullarlo: imperciocchè il duca di Orleans, dopo conchiusa la pace, essendo stato a reverire lo Imperatore da cui fu accolto con grande dimostrazione di affetto, nel tornarsene in Francia, sopraggiunto da febbre, indi a non molto perì; taluno disse di peste, altri di altromale, non mancò chi sostenne di veleno propinatogli da Ferdinando Gonzaga; delle quali cose tutte terremo proposito, a Dio piacendo, in luogo più acconcio: intanto ci siamo condotti alla tragedia dei Fieschi, che mi apparecchio a narrare con animo purgato da odio e da amore.