NOTE:1.Il Sagro fu un pezzo di artiglieria da campo; gittava da otto a dodici libbre di palla; chiamavasi ancora quarto di cannone, e il nome, siccome alla più parte delle artiglierie di allora, gli veniva da un uccello di rapina.2.Brantôme,Vie d'André Doria: — «Jeannetin Doria qui de son temps feut le plus diligent capitaine de mer que on eust sceu voir.» —3.Ho reputato spediente sopprimere le citazioni della più parte degli scrittori e delle carte donde ricavo i fatti per tessere questa storia; ma, venendo ora la lode della virtù del Doria da persona certo non ligia nè dipendente, mi sembra bene riportarla.Alfonso Ulloa nellaStoria di Carlo V e de' suoi tempicosì racconta: — Nel che si vide chiaro il valore e la fede di quel principe, il quale havrebbe potuto salvare tutti i suoi legni, senza perderne pure uno; anzi, se bene vide la fortuna, non volle mai che le sue galee si movessero da cotesta spiaggia, acciocchè lo Imperatore non fosse abbandonato in terra e così commise a Giannettino Doria, che per niente non si movesse da quel luogo, sebben sapesse perirvi con tutte le galee, ma che stesse saldo mentrechè lo Imperatore era in terra; epperò gli toccò quel gran danno, essendosi potuto rimediare, andando alla volta di Busia come fecero molti. — Venezia, 1606, p. 117 retro.4.Siccome io scrivo pel popolo, così mi sembra fare opera meritoria strappare di dosso ai superbi l'ammanto di gloria di cui i viventi codardi, e la storia mentitrice anch'essa gli hanno coperti per mostrarli nella loro meschina nudità. Già altrove notai come questo magno imperatore tremasse alla vista di un topo; ed anco ho detto come lo agguindolasse l'astrologo Cornelio Agrippa; ora udiamo della sua ghiottornia: — Nel mangiare ha S. Maestà sempre eccesso.... la mattina svegliata ella pigliava una scodella di cappone pesto col latte, zucchero e speziarie, poi tornava a riposare. A mezzogiorno desinava molte varietà di vivande, et poco presso vespero merendava, et all'hora di notte se ne andava alla cena mangiando cose tutte da generare humori grossi et viscosi. — Badovaro,Notizie delli Stati e Corti di Carlo V imperatore et del re cattolicoms.; e altrove: — disse una volta al maggiordomo Monfalconetto con sdegno, che aveva corrotto il giudizio con dare ordine a' cuochi perchè tutti i cibi erano insipidi, dal quale le fu risposto: — Non so come dovere trovare più modi da compiacere alla Maestà vostra, se io non fo prova di farle una nuova vivanda dipotaggiodi rilogi (minestra di orologi), il che la mosse a quel maggiore et più lungo riso che mai sia stato veduto in lei. — Badovaro,loc. cit.— Ho detto eziandio che l'abuso della cioccolata, rara cosa a quei tempi per guisa che la chiamasseroteobromao bevanda degli Dei, valse non poco ad affrettare la demenza malinconica che lo sorprese negli ultimi anni della sua vita, ingenita in lui per gli umori di sua madre Giovanna lamatta. — Invano il cardinale Loaysa, con onorevole franchezza, assai lo riprendeva in confessione di questa sua ghiottoneria, affermandogli che gioverebbe troppo più alla salute dell'anima astenendosi da questo peccato, che col darsi la disciplina. Miseranda cosa era vedere come Carlo, in onta a questo maligno appetito, ottenesse agevolmente la dispensa di digiunare; e non si sforzasse di risparmiare più alle sue spalle castigando da vantaggio lo stomaco; innocenti quelle; questo peccatore. Avido di alici, di pasticci di ranocchi e di anguille, ne mangiava a sazietà sotto gli occhi del medico. — Così il Prescott nella vita di Filippo II al cap.Ultimi giorni di Carlo V. Emularono i Borboni questa gloria di casa di Austria e la superarono. Luigi XIV teneva cibi da divorare in ogni stanza del suo palazzo, ed eziandio nelle camere da letto delle sue regie baldracche: il suoen casnon differiva dalla colazione di Carlo V, dacchè dopo cena ei si facesse apparecchiare una ciotola di brodo ristretto, un cappone, ed una boccia di vino accanto il letto, caso mai nella notte lo pigliasse un po' di languore.5.Si fa testimonianza eziandio di un terzo assalto; qui fu, che venne in fama Segurana, donna del popolo, per le sue mirabili prove di valore; era di età matura; 37 anni ella contava, forte di corpo, ma brutta, sicchè l'appellavanodonna maufacia; ciò non vieta che poeti e pittori la possano anzi la devano abbellire. Ella di mano propria presa una insegna francese la piantò a ritroso su le mura; tanto fece una donna italiana, e appena si rammenta: trecento diciassette anni dopo un conte piemontese, Cammillo Cavour, di mano propria piantava sopra le medesime mura pel suo verso la medesima insegna; e lo invidiavano tutti: e questo si chiamò rigenerare l'Italia. Ahi Dio! Il Monfort non capitolò, bensì si chiuse nel castello col Simeoni scansando armi, munizioni, e perfino le campane dalla città.6.Egli si trovava nel 1535 a Tunisi, e fu tra i principali a impadronirsi del Castello, e a ributtarne il Barbarossa; onde rimase agevolata la vittoria dello Imperatore.7.Di qui si conosce quanto sia falsa l'accusa che mette innanzi il Brantôme quando afferma che il Barbarossa non volle assalire Andrea quando conquattrogalee andò a traverso su la spiaggia di Villafranca, nonostante le supplicazioni del Polino, allegando non si potere a cagione dello scilocco contrario, e ciò per rendergli la pariglia per avergli Andrea fatto spalla alla Prevesa.8.Questo afferma unico il Sigonio nella vita di Andrea, ed aggiunge che ne accattò dagli amici genovesi.9.Cariatidisono le figure, che si pongono sotto gli architravi; di queste narra Vitruvio come Caria città dei Peloponneso per essersi collegata co' barbari contro i Greci, questi per vendetta la espugnassero, e trucidati gli uomini menarono le donne in servitù. Gli architetti del tempo per eternarne la infamia posero le immagini delle medesime nei pubblici edifizii a sostenere architravi o simili in atteggiamento di cui si tribola sotto un peso soverchio.10.Gli scrittori parziali al Doria, per attribuire alla congiura di Gianluigi cause prave, lo assicurano povero. Lo Scarabelli dice aver letto nello archivio mediceo una lettera di B. Buoninsegni del 16 Giugno 1547 donde resulta, che la casa Fiesca non godesse di rendita annua oltre agli ottomila scudi di oro: le sono fandonie; ebbe dominio su trentatrè castella, e la madre massaia, vissuta durante la minorità dei figliuoli a Montobbio, con gli avanzi fatti pagò i debiti creati dal marito per menare larga vita, tra gli altri quello di dodicimila scudi d'oro pagati al duca Francesco Maria Sforza per la investitura di Pontremoli.11.Lettere stampate dal signore A. Olivieri bibliotecario della Università di Genova in appendice alla congiura di Gianluigi Fiesco dettata da Lorenzo Cappelloni; la quale insomma è frammento della vita scritta dal medesimo autore di Andrea Doria: le si hanno meritamente in molto pregio, e più l'avrebbero se fossero ridotte a buona lezione. Questo il tratto a cui si allude. Lettera di Raffaello Sacco al magnifico messere Pierfrancesco Robio Grimaldo del 9 luglio 1547, 3 giorni prima il supplizio del conte Girolamo, del Verrina, e del Cangialancia: — ho inteso che Verrina vuol persuadere, ch'io sia stato l'autore del disordine seguito, e non lui, parendogli che per la comune inclinazione si ha contro i Savonesi gli sarà facile, giusto che vede esser morto Vincenzo Calcagno qual poteva ben chiarire la verità, e che io sono assente. — E qui si offre mostrare la innocenza sua, e la colpa del Verrina.12.Da una lettera di Gianluigi Fiesco al duca di Piacenza del 17 aprile 1546 si ricava: «essere venuto di certo Giannettino dove a suo giudizio deve averlo disservito presso l'Imperatore, perchè il principe Doria gli ha partecipato la maraviglia di Cesare per l'acquisto delle galeresenza sua licenza, e il divieto di mandare la quarta in corso, e tutto ciò perchè non possono patire ch'ei sia servo del Duca, e lo insidiano per recargli danno.»13.Fed. Federici. Della famiglia Fiesco, Genova, Faroni.14.Veramente nella vita di Cosimo scritta dalCinitrovo, che da lui furono date prove più splendide di devozione: — «il duca al primo avviso ha spedito quattro colonnelli, Otto da Montauto, Chiappino Vitelli, Giordano Orsino, e Lucantonio Luppano per soldare 4000 fanti scelti; e già avendone la metà imbarcati con la reputazione di quelle armi e con la offerta di maggiori forze, bisognando, fu non piccola cagione di spaventare i Napoletani dal persistere nella quasi cominciata ribellione.» — Lib. III, pag. 149. Giunti.15.«Saturnus genitor dominus ab Jove receptus tibi annos pollicetur 70 velcirciter... mors tua eritnaturalis, sed proveniet ex nimia humorum ubertate, seu catharrali suffocationeob nimium coitum post crapulam. — Luna cum nodom eridiano in signo Scorpii praecavendum admonet, ne inscabiem gallicamdilabaris. Eris ad venereas illecebras solito proclivior. — Adquamlibet venerem solito proclivior. — Venus tibi gaudia et corporis salubritatem solito robustiorem pollicetur, dummodo nimiam bibitionem, crapulam crebram, sive nimium coitum effugias — ne in alterationem incidas, aut gonoream, idest humani seminis effusionem, et cruciatus renales, cum aliquali dolore podagrico.»16.La lettera è del 14 gennaio 1540; si conserva nello Archivio mediceo, filza I, in sesto 1540, — nè manco voglio lassar di contarvi uno amorazzo nuovo, che come sapete venendo trionfalmente il reverendissimo Ferrara in qua, et essendo di un paese che produce assai belli figliuoli, fra li altri Sua Signoria ne menò seco uno che alli occhi del nostro illustrissimo signore Duca di Castro li sia, et è piaciuto extremamente di modo chil povero signore non trovava posa. Deliberato sua Excellentia sfogar questo suo appetito desiderato, provò con imbasciate, e mezzani di vedere, se e possiva ridurre il giovane alla sua voglia, e veduto la obstinatione del giovane, quale dubitando non l'intervenissi ad lui come le intervenuto a molti altri, e quasi alla più parte, e forse informato et advertito del tutto, mai ha volsuto acconsentire, dimodo che entrata Sua Excellentia, spinto dal furore di Cupido, in gran collera si diliberò in ogni evento di haverlo et appostato chil praticava in casa di non so che signora, insieme con certi sua fidati li dette la battaglia alla casa, e così entrato, il buon giovane veduto non haveva rimedio si lassò calare da una finestra, e così scampò la furia per quella volta. In altra fiata se li messe dietro e così dandoli la caccia si fuggì il povero figliuolo in casa di certi mercanti genovesi, dove che temendo ancora la caccia dietro prese per expediente più presto volere morire di cascata, che come ilpovero vescovo di Fano, e così di nuovo arripuit fugam e si gittò a terra di un'altra finestra, e scampato il pericolo se ne tornò a casa mezzo morto, e di nuovo sapendo il comandamento che aveva ordinato a circa quaranta persone, che lo pigliassino, e li fossi condotto per forza lo conferì al Cardinale suo, quale lho ha mandato in Lombardia per poste, ecerto ne stato biasimato, che doveva pur fare compiacere un tanto Signore se Cupido lho aveva preso, e non fare che sia ito allo stato come disperato.Questo tratto di lettera si legge in nota a pag. 263 dellaGuerra degli Spagnuoli contro Papa Paolo IVdel Nores, pubblicata per cura di L. Scarabelli. Dopo ciò sembra, che non abbiano valore di sorta le avvertenze scritte dal signor Arbib nella edizione per lui fatta a Firenze delle Storie del Varchi intorno al caso di Cosimo Gheri.17.Lettera di F. Gonzaga al suo segretario Natale Musi.18.Lettera del medesimo: del 6 maggio 1547.19.Giornouziaco, ovverooziaco, vale malurioso, e infausto; gli è corruzione di egiziaco; il Varchi afferma essere voce di volgo florentino, lib. II della Storia fior.; pure per tale non si registra dal Vocabolario della Crusca, e occorre adoperata da forbiti scrittori.20.Nella lettera scritta dal Mendozza oratore di Cesare a Roma il 18 Settembre 1547 si legge: «gastò la mayor parte del tempo en contar suas felicidades per compararse a Tiberio imperador.» Tra le favole dei presagi che annunziarono la morte di Pierluigi, registro anco questa: un buffone, si dice, averlo consigliato di guardarsi daPlac; volendo indicare prima il luogo dove sarebbe accaduta la strage, dacchè su le monete del DucaPiacenzacon parola latina abbreviata si segnassePlac; e poi i nomi dei congiurati con la lettera iniziale che gl'incomincia, perocchè si chiamasseroPallavicino,Landi,AnguissolaeConfalonieri. In questa medesima maniera gli oziosi formarono laCabalconsorteria, che governò la Inghilterra dopo la caduta del Clarendon traendola dalle iniziali dei cinque ministri Clifford, Arlington, Bukingam, Ashley, Lauderdale; e i Gesuiti di trastulli solenni inventori composeroPrope, sigla comprensiva la gran riforma, e l'avviamento della loro vita propria su la via del paradisoPovertà,Ritiro,Orazione,Penitenza,Esami, come si legge nella vita del padre Segneri, la quale regola però non fece ostacolo a cotesto buon gesuita, come si ricava dalle sue lettere, di chiedere al granduca Cosimo ottimo vino, e di accettare da lui e dal Papa casse di cioccolatte, e conserve preziose, e bacili di ortolani e trote di libbre 25 l'una, ed altre coserelle per cui i gesuiti, che se ne intendono, dicono, che chi fabuona vitafabuona morte.21.Il padre Affò dichiara falso quanto afferma il Campi circa allo essersi condotto Don Ferrante a Cremona prima del 10 Settembre, ed allega in prova certa lettera scritta lo stesso dì da Milano a Genova a Diana Cardona promessa sposa di Cesare figliuolo di Don Ferrante. Ho preferito il Campi, perchè l'Ulloa, contemporaneo, nelle vite di Carlo V, e di Don Ferrante si accorda con lui; ed è più verosimile, sia per lo ingegno, ormai palese del Gonzaga, sia per la importanza dei solleciti partiti, affinchè la trama non capitasse male.22.Costoro (Alvaro Luna e il capitano Ruschino) furono posti a guardia della cittadella già spogliata delle preziose suppellettili, danari, e gioie del Duca.Campana,Vita di Filippo II, l. I.23.Questo documento incomincia così:Capitoli ricercati per la magnifica comunità di Placentia et stabiliti per l'Ill. et Ex. S. Ferdinando Gonzaga capitano generale et locotenente de la Cesarea Maestà in Italia. Alli XII di Septembre in Placentia.«L'affetionatissima, città di Placentia essendo perritornare alla desiderata obedientiade la Cesarea Maestà e stato di Milano, così comevoluntariamentese gli sottopone, così in segno et memoria del bono animo et sincera fidelità supplica etc.» e il Gonzaga per naturale sequela concede ogni cosa — attesa ladevozione voluntariamente dimostrataetc. E' pare proprio, che avessero bisogno di far comparirevolontariala dedizione di Piacenza.24.Di fatti Andrea quanto promise mantenne, ed una figliuola di Giannettino andò sposa al figlio di Agostino Landi.25.Vita di Don Ferrante Gonzaga.26.Vol. I, c. 164.27.Lettera di Annibal Caro scritta a nome del Cardinale Farnese del 6 settembre 1558.28.In quei tempi corse per la Italia un tetrastico attribuito all'Annibal Caro, il quale diceva così:«Cæsaris injussu Farnesius occiditur heros,Sed data sunt jussu præmia sicariis.Tres sunt heredes: Dux, Margheretha, gemelli.Hunc socer, hanc genitor, hos spoliavit avus.»Nolente Cesare si trucida l'eroe Farnese: volente poi si danno premii ai sicari; tre sono gli eredi, il duca, Margherita, e i gemelli; quello il suocero, questa il padre, e questi altri spoglia il nonno.29.Lettere dell'Annibal Caro scritte a nome del Cardinale Farnese.30.Compertum habemus Ferdinandum esse auctorem.31.Ilfelicissimo(notisi che appena salpò da Rosas lo assalse la fortuna di mare) «viage del Principe Don Phelipe desde Espana â sus Tierras de la Baja Alemania.»32.E' fu per comandamento espresso dello Imperatore Carlo V, che Filippo cominciò in questo suo viaggio a banchettare in pubblico con fasto asiatico, e circondato da cantanti e sonatori. Quale fosse lo impulso per tali esempi dato al costume italiano si cava da questo: certo contadino, visto passare un uomo gallonato con arnesi coperti da mantellina di seta cremisi, in compagnia di quattro staffieri, che portavano torce di cera bianca accese, si genuflesse pensando fosse il SS. Sacramento; e s'ingannava, era lo stufato che portavano in tavola a Gabrio Serbelloni governatore di Milano.33.Però alle femmine donò da magnifico signore: alla moglie del governatore di Milano un anello di diamanti del valsente di 5000 ducati e alla sua figliuola una collana di rubini di 3000.34.Però non sarà male mettere qui in nota l'acconciamento della casa di Andrea, non fosse altro, per chiarire la magnificenza sua e i costumi del tempo: «la stanza dove il Principe alloggiò haveva una gran sala apparata di ricchissimi arazzi di oro e di argento e dove si vedevano con maraviglioso ingegno lavorate e tessute tutte le favole, che i Poeti fingono di Giove. Vi era un baldacchino di velluto pagonazzo con frange di oro, in mezzo al quale si vedeva lo scudo imperiale con le armi regali ricamate di oro e di argento. Più indietro vi era un'anticamera, e camera, e retrocamera acconce et ornate maravigliosamente, alcune di ricchissimi panni di broccato di oro, altre di tela di oro e di argento, et di velluto a liste, co' letti forniti del medesimo. Tutto lo apparato della casa, in ogni banda che si entrava, era degno di ammiratione. La stanza dove albergò il duca di Alva era anch'essa parata di ricchissimi arazzi di oro e di tela, con letti forniti del medesimo, con molte sedie ricchissime di appoggio fornite alla spagnuola di velluto cremisino con borchie e frange di oro; et di questo modo stesso erano parate le stanze di don Antonio di Toledo e di don Antonio di Rogias. Si vedevano quelle stanze con tanto bell'ordine e ricchezza parate, che non arebbono potuto tenere più anticamente quei grandi Principi degli Assiri e dei Persi. Si vedeva più la grandezza et magnificenzia del principe Doria nel grande apparato per servire et ricreare il Principe, e dar piacere alla Sua corte, e nel bell'ordine che in servire la tavola di Sua Altezza aveva provveduto; imperciocchè non volle che in casa sua si portasse nulla di fuori eccetto quello, ch'egli aveva tanto magnificamente ordinato. Fece anco tavola al Duca di Alva splendidissima, et a tutti quelli ch'erano alloggiati in palazzo, con tanto silenzio et ordine, che non si sentiva pure uomo di quelli che a ciò attendevano, ma che pareva, che il servizio si facesse da sè come favolosamente si legge, che si servivano le tavole per incanto. Di questa maniera fu servito il Principe tutto il tempo che fu in Genova che fu quindici dì. Si fecero dinanzi al palazzo molte feste et giuochi sì di fuochi come di altre maniere spassi et di grande inventione et ingegno, e fra le altre cose si vedeva la figura e rotondità del mondo a modo di un globo dinanzi il palazzo con una corona d'oro sopra, dal quale, sempre che alcun principe o gran signore entrava in palazzo, uscivano tante rocchette con tanto rumore, che pareva si sparasse l'artiglieria...» Così lo Ulloa spagnuolo cortese nel l. IV della Vita di Carlo V, il quale continuando nella sua cortesia per piacere alle donne genovesi scrive, che quando Filippo entrò in Genova: «per le finestre si vedevano molte e bellissime donne, che naturalmente in quella città avanzano tutte le altre donne di bellezza,» e più oltre: «ch'egli andava andagio, di che oltre la gran moltitudine di gente n'era cagione la somma bellezza e gentilezza delle molte donne riccamente adorne.» Il Principe poi doveva fare assai orrevole mostra di sè però che cavalcasse «un bellissimo giannettino di Spagna tutto bianco, con fornimento di tela di argento; portava addosso un saio di velluto nero foderato di velluto bianco listato di frange et vergato di argento, et alcuni intertagli, e fiocchi di seta bianca et oro di maravigliosa fattura. Le calze, e il giuppone erano di raso bianco, e la cappa di saia negra fiorentina con gli stessi fornimenti. Le scarpe erano dì velluto bianco tagliate et imbottite alla spagnuola, et in testa haveva una berretta di velluto negro con un pennacchio bianco.»35.Magistrato supremo, ed era Giovanni della Nuça.Mignet.Antonio Perez e Filippo II.36.Con ingeneroso consiglio Andrea ordinò o consentì che la scolpissero circondata di catene.37.Adoperandosi gli scrittori di storie a comporre la vita di Andrea Doria, voglionsi considerare attentamente due cose, lo stato loro e la nazione alla quale appartengono: i Genovesi, e per ordinario gli Spagnuoli, levano a cielo Andrea dove possono, dove no, o tacciono i fatti o gli alterano; tutto il contrario costumano i Francesi e i Fiorentini, i primi per astio di avere perduto la prevalenza su i mari dopo che gli ebbe abbandonati il Doria, i secondi per rancore che egli pigliasse parte a ridurli in servitù. Così l'Adriani, che pure dettò storie sotto il Principato ed è storico assai modesto, tuttavia procede acerbo contra il Doria, e coglie ogni occasione per aggravare le sue colpe, e diminuire la sua virtù, e in questo luogo, per torgli il pregio delia diligenza, afferma che Andrea portò il soccorso dopo la fazione terrestre combattuta contro il Dragutte, il che non pare vero; come anco le discordie, che furono causa di molti danni, mette tra il Doria e il Vega, mentre non ce ne furono o ci furono comuni con gli altri capitani; anzi a dubitare che tra Andrea e il Vega ci potessero correre, basti avvertire che Andrea ebbe titolo di capitano supremo ma pel mare, mentre le cose di terra governava il Vega. Occasione di lite poteva darsi tra il Toledo e il Vega, imperciocchè quantunque quegli avesse il comando delle galee napoletane, pure gli fu commessa la condotta delle fanterie di Napoli.38.Combattendo guerre non proprie e per conto altrui, ogni momento ci tocca per fino bisticciarci per vendicare lo infelice onore di avere sparso il nostro sangue in pro' di Spagna, di Francia, o dello Impero. Nella vita di Carlo V lo spagnuolo Ulloa afferma — che dato l'assalto dagli Spagnuoli e dai Cavalieri di Rodi, fu presa la città — e non è vero; la fanteria spagnuola non aveva pari in fermezza, almeno dopo che fu disciplinata dal Consalvo: in agilità, e nei subiti moti la superavano i fanti italiani delle Bande nere, dello Alviano, e in generale tutte. La battaglia del Garigliano fu vinta massime dalla speditezza delle nostre milizie; e comecchè fino dai tempi di Ferdinando il Cattolico gli Spagnuoli avessero una banda diescaladores, che condotti da Ortenga fecero buona prova nelle guerre di Granata, pure dopo le loro conquiste d'Italia commisero la impresa di assaltare le mura nemiche preferibilmente agl'Italiani.39.Se il Dragutte non lesse Tito Livio, certo lo aveva letto Paolo Giovio, il quale scrivendo la vita del gran Capitano procedè in parte come Apelle allorchè dipinse Elena, io voglio dire, ritraendo da parecchie bellissime fanciulle greche i più venusti tratti per ornarne la immagine della sua eroina, così essendosi trovato Gonsalvo ad assediare Taranto, non seppe resistere il buon vescovo di Nocera alla tentazione di attribuirgli lo strattagemma di Annibale, però alla rovescia, che quegli trasportò le navi sicule dal golfo nel mare aperto, e questi dal mare aperto le avrebbe traslocate nel golfo. Se togli il Giovio, verun altro storico attesta simile impresa del Gonsalvo; e vuolsi porre mente che costui, tenuto in pregio di scrittore elegante, non fu del pari reputato veridico.40.In Napoleone che si bisticcia con Hudson Lowe per l'acqua del bagno, sul vino della mensa, chi ravvisa il vincitore di Austerliz!41.Il Sigonio racconta all'opposto che il Doria ne salvò parecchie, e questo accadde sul finire di decembre, governando le sue galee Marco Centurione: questi biasimi e lodi sopra la medesima fazione si hanno, per mio giudizio, a intendere così, che il convoglio delle navi onerarie sarà sommato, poni il caso, a venti, se ne salvarono tredici, e sette ne rimasero catturate; onde i panegiristi lodano Andrea per le tredici salvate, mentre i detrattori lo vituperano per le sette perdute.42.Io erré a no matar Luthere.... para que yo no era obligado a guardalle la palabra por su la culpa del hereje contra y altro Senor mayor que era Dios «Vera y FigherroaCarlos V, p. 124.Sandoval, St. di Carlos V, t. I, p. 613.»43.La Historia della Impresa di Tripoli di Barberia fatta per ordine del Serenis. Re cattolico l'anno 1560 con le cose avvenute ai Christiani nell'isola delle Zerbe. In Venetia presso Francesco Rampazzetto 1566.
1.Il Sagro fu un pezzo di artiglieria da campo; gittava da otto a dodici libbre di palla; chiamavasi ancora quarto di cannone, e il nome, siccome alla più parte delle artiglierie di allora, gli veniva da un uccello di rapina.
2.Brantôme,Vie d'André Doria: — «Jeannetin Doria qui de son temps feut le plus diligent capitaine de mer que on eust sceu voir.» —
3.Ho reputato spediente sopprimere le citazioni della più parte degli scrittori e delle carte donde ricavo i fatti per tessere questa storia; ma, venendo ora la lode della virtù del Doria da persona certo non ligia nè dipendente, mi sembra bene riportarla.
Alfonso Ulloa nellaStoria di Carlo V e de' suoi tempicosì racconta: — Nel che si vide chiaro il valore e la fede di quel principe, il quale havrebbe potuto salvare tutti i suoi legni, senza perderne pure uno; anzi, se bene vide la fortuna, non volle mai che le sue galee si movessero da cotesta spiaggia, acciocchè lo Imperatore non fosse abbandonato in terra e così commise a Giannettino Doria, che per niente non si movesse da quel luogo, sebben sapesse perirvi con tutte le galee, ma che stesse saldo mentrechè lo Imperatore era in terra; epperò gli toccò quel gran danno, essendosi potuto rimediare, andando alla volta di Busia come fecero molti. — Venezia, 1606, p. 117 retro.
4.Siccome io scrivo pel popolo, così mi sembra fare opera meritoria strappare di dosso ai superbi l'ammanto di gloria di cui i viventi codardi, e la storia mentitrice anch'essa gli hanno coperti per mostrarli nella loro meschina nudità. Già altrove notai come questo magno imperatore tremasse alla vista di un topo; ed anco ho detto come lo agguindolasse l'astrologo Cornelio Agrippa; ora udiamo della sua ghiottornia: — Nel mangiare ha S. Maestà sempre eccesso.... la mattina svegliata ella pigliava una scodella di cappone pesto col latte, zucchero e speziarie, poi tornava a riposare. A mezzogiorno desinava molte varietà di vivande, et poco presso vespero merendava, et all'hora di notte se ne andava alla cena mangiando cose tutte da generare humori grossi et viscosi. — Badovaro,Notizie delli Stati e Corti di Carlo V imperatore et del re cattolicoms.; e altrove: — disse una volta al maggiordomo Monfalconetto con sdegno, che aveva corrotto il giudizio con dare ordine a' cuochi perchè tutti i cibi erano insipidi, dal quale le fu risposto: — Non so come dovere trovare più modi da compiacere alla Maestà vostra, se io non fo prova di farle una nuova vivanda dipotaggiodi rilogi (minestra di orologi), il che la mosse a quel maggiore et più lungo riso che mai sia stato veduto in lei. — Badovaro,loc. cit.— Ho detto eziandio che l'abuso della cioccolata, rara cosa a quei tempi per guisa che la chiamasseroteobromao bevanda degli Dei, valse non poco ad affrettare la demenza malinconica che lo sorprese negli ultimi anni della sua vita, ingenita in lui per gli umori di sua madre Giovanna lamatta. — Invano il cardinale Loaysa, con onorevole franchezza, assai lo riprendeva in confessione di questa sua ghiottoneria, affermandogli che gioverebbe troppo più alla salute dell'anima astenendosi da questo peccato, che col darsi la disciplina. Miseranda cosa era vedere come Carlo, in onta a questo maligno appetito, ottenesse agevolmente la dispensa di digiunare; e non si sforzasse di risparmiare più alle sue spalle castigando da vantaggio lo stomaco; innocenti quelle; questo peccatore. Avido di alici, di pasticci di ranocchi e di anguille, ne mangiava a sazietà sotto gli occhi del medico. — Così il Prescott nella vita di Filippo II al cap.Ultimi giorni di Carlo V. Emularono i Borboni questa gloria di casa di Austria e la superarono. Luigi XIV teneva cibi da divorare in ogni stanza del suo palazzo, ed eziandio nelle camere da letto delle sue regie baldracche: il suoen casnon differiva dalla colazione di Carlo V, dacchè dopo cena ei si facesse apparecchiare una ciotola di brodo ristretto, un cappone, ed una boccia di vino accanto il letto, caso mai nella notte lo pigliasse un po' di languore.
5.Si fa testimonianza eziandio di un terzo assalto; qui fu, che venne in fama Segurana, donna del popolo, per le sue mirabili prove di valore; era di età matura; 37 anni ella contava, forte di corpo, ma brutta, sicchè l'appellavanodonna maufacia; ciò non vieta che poeti e pittori la possano anzi la devano abbellire. Ella di mano propria presa una insegna francese la piantò a ritroso su le mura; tanto fece una donna italiana, e appena si rammenta: trecento diciassette anni dopo un conte piemontese, Cammillo Cavour, di mano propria piantava sopra le medesime mura pel suo verso la medesima insegna; e lo invidiavano tutti: e questo si chiamò rigenerare l'Italia. Ahi Dio! Il Monfort non capitolò, bensì si chiuse nel castello col Simeoni scansando armi, munizioni, e perfino le campane dalla città.
6.Egli si trovava nel 1535 a Tunisi, e fu tra i principali a impadronirsi del Castello, e a ributtarne il Barbarossa; onde rimase agevolata la vittoria dello Imperatore.
7.Di qui si conosce quanto sia falsa l'accusa che mette innanzi il Brantôme quando afferma che il Barbarossa non volle assalire Andrea quando conquattrogalee andò a traverso su la spiaggia di Villafranca, nonostante le supplicazioni del Polino, allegando non si potere a cagione dello scilocco contrario, e ciò per rendergli la pariglia per avergli Andrea fatto spalla alla Prevesa.
8.Questo afferma unico il Sigonio nella vita di Andrea, ed aggiunge che ne accattò dagli amici genovesi.
9.Cariatidisono le figure, che si pongono sotto gli architravi; di queste narra Vitruvio come Caria città dei Peloponneso per essersi collegata co' barbari contro i Greci, questi per vendetta la espugnassero, e trucidati gli uomini menarono le donne in servitù. Gli architetti del tempo per eternarne la infamia posero le immagini delle medesime nei pubblici edifizii a sostenere architravi o simili in atteggiamento di cui si tribola sotto un peso soverchio.
10.Gli scrittori parziali al Doria, per attribuire alla congiura di Gianluigi cause prave, lo assicurano povero. Lo Scarabelli dice aver letto nello archivio mediceo una lettera di B. Buoninsegni del 16 Giugno 1547 donde resulta, che la casa Fiesca non godesse di rendita annua oltre agli ottomila scudi di oro: le sono fandonie; ebbe dominio su trentatrè castella, e la madre massaia, vissuta durante la minorità dei figliuoli a Montobbio, con gli avanzi fatti pagò i debiti creati dal marito per menare larga vita, tra gli altri quello di dodicimila scudi d'oro pagati al duca Francesco Maria Sforza per la investitura di Pontremoli.
11.Lettere stampate dal signore A. Olivieri bibliotecario della Università di Genova in appendice alla congiura di Gianluigi Fiesco dettata da Lorenzo Cappelloni; la quale insomma è frammento della vita scritta dal medesimo autore di Andrea Doria: le si hanno meritamente in molto pregio, e più l'avrebbero se fossero ridotte a buona lezione. Questo il tratto a cui si allude. Lettera di Raffaello Sacco al magnifico messere Pierfrancesco Robio Grimaldo del 9 luglio 1547, 3 giorni prima il supplizio del conte Girolamo, del Verrina, e del Cangialancia: — ho inteso che Verrina vuol persuadere, ch'io sia stato l'autore del disordine seguito, e non lui, parendogli che per la comune inclinazione si ha contro i Savonesi gli sarà facile, giusto che vede esser morto Vincenzo Calcagno qual poteva ben chiarire la verità, e che io sono assente. — E qui si offre mostrare la innocenza sua, e la colpa del Verrina.
12.Da una lettera di Gianluigi Fiesco al duca di Piacenza del 17 aprile 1546 si ricava: «essere venuto di certo Giannettino dove a suo giudizio deve averlo disservito presso l'Imperatore, perchè il principe Doria gli ha partecipato la maraviglia di Cesare per l'acquisto delle galeresenza sua licenza, e il divieto di mandare la quarta in corso, e tutto ciò perchè non possono patire ch'ei sia servo del Duca, e lo insidiano per recargli danno.»
13.Fed. Federici. Della famiglia Fiesco, Genova, Faroni.
14.Veramente nella vita di Cosimo scritta dalCinitrovo, che da lui furono date prove più splendide di devozione: — «il duca al primo avviso ha spedito quattro colonnelli, Otto da Montauto, Chiappino Vitelli, Giordano Orsino, e Lucantonio Luppano per soldare 4000 fanti scelti; e già avendone la metà imbarcati con la reputazione di quelle armi e con la offerta di maggiori forze, bisognando, fu non piccola cagione di spaventare i Napoletani dal persistere nella quasi cominciata ribellione.» — Lib. III, pag. 149. Giunti.
15.«Saturnus genitor dominus ab Jove receptus tibi annos pollicetur 70 velcirciter... mors tua eritnaturalis, sed proveniet ex nimia humorum ubertate, seu catharrali suffocationeob nimium coitum post crapulam. — Luna cum nodom eridiano in signo Scorpii praecavendum admonet, ne inscabiem gallicamdilabaris. Eris ad venereas illecebras solito proclivior. — Adquamlibet venerem solito proclivior. — Venus tibi gaudia et corporis salubritatem solito robustiorem pollicetur, dummodo nimiam bibitionem, crapulam crebram, sive nimium coitum effugias — ne in alterationem incidas, aut gonoream, idest humani seminis effusionem, et cruciatus renales, cum aliquali dolore podagrico.»
16.La lettera è del 14 gennaio 1540; si conserva nello Archivio mediceo, filza I, in sesto 1540, — nè manco voglio lassar di contarvi uno amorazzo nuovo, che come sapete venendo trionfalmente il reverendissimo Ferrara in qua, et essendo di un paese che produce assai belli figliuoli, fra li altri Sua Signoria ne menò seco uno che alli occhi del nostro illustrissimo signore Duca di Castro li sia, et è piaciuto extremamente di modo chil povero signore non trovava posa. Deliberato sua Excellentia sfogar questo suo appetito desiderato, provò con imbasciate, e mezzani di vedere, se e possiva ridurre il giovane alla sua voglia, e veduto la obstinatione del giovane, quale dubitando non l'intervenissi ad lui come le intervenuto a molti altri, e quasi alla più parte, e forse informato et advertito del tutto, mai ha volsuto acconsentire, dimodo che entrata Sua Excellentia, spinto dal furore di Cupido, in gran collera si diliberò in ogni evento di haverlo et appostato chil praticava in casa di non so che signora, insieme con certi sua fidati li dette la battaglia alla casa, e così entrato, il buon giovane veduto non haveva rimedio si lassò calare da una finestra, e così scampò la furia per quella volta. In altra fiata se li messe dietro e così dandoli la caccia si fuggì il povero figliuolo in casa di certi mercanti genovesi, dove che temendo ancora la caccia dietro prese per expediente più presto volere morire di cascata, che come ilpovero vescovo di Fano, e così di nuovo arripuit fugam e si gittò a terra di un'altra finestra, e scampato il pericolo se ne tornò a casa mezzo morto, e di nuovo sapendo il comandamento che aveva ordinato a circa quaranta persone, che lo pigliassino, e li fossi condotto per forza lo conferì al Cardinale suo, quale lho ha mandato in Lombardia per poste, ecerto ne stato biasimato, che doveva pur fare compiacere un tanto Signore se Cupido lho aveva preso, e non fare che sia ito allo stato come disperato.
Questo tratto di lettera si legge in nota a pag. 263 dellaGuerra degli Spagnuoli contro Papa Paolo IVdel Nores, pubblicata per cura di L. Scarabelli. Dopo ciò sembra, che non abbiano valore di sorta le avvertenze scritte dal signor Arbib nella edizione per lui fatta a Firenze delle Storie del Varchi intorno al caso di Cosimo Gheri.
17.Lettera di F. Gonzaga al suo segretario Natale Musi.
18.Lettera del medesimo: del 6 maggio 1547.
19.Giornouziaco, ovverooziaco, vale malurioso, e infausto; gli è corruzione di egiziaco; il Varchi afferma essere voce di volgo florentino, lib. II della Storia fior.; pure per tale non si registra dal Vocabolario della Crusca, e occorre adoperata da forbiti scrittori.
20.Nella lettera scritta dal Mendozza oratore di Cesare a Roma il 18 Settembre 1547 si legge: «gastò la mayor parte del tempo en contar suas felicidades per compararse a Tiberio imperador.» Tra le favole dei presagi che annunziarono la morte di Pierluigi, registro anco questa: un buffone, si dice, averlo consigliato di guardarsi daPlac; volendo indicare prima il luogo dove sarebbe accaduta la strage, dacchè su le monete del DucaPiacenzacon parola latina abbreviata si segnassePlac; e poi i nomi dei congiurati con la lettera iniziale che gl'incomincia, perocchè si chiamasseroPallavicino,Landi,AnguissolaeConfalonieri. In questa medesima maniera gli oziosi formarono laCabalconsorteria, che governò la Inghilterra dopo la caduta del Clarendon traendola dalle iniziali dei cinque ministri Clifford, Arlington, Bukingam, Ashley, Lauderdale; e i Gesuiti di trastulli solenni inventori composeroPrope, sigla comprensiva la gran riforma, e l'avviamento della loro vita propria su la via del paradisoPovertà,Ritiro,Orazione,Penitenza,Esami, come si legge nella vita del padre Segneri, la quale regola però non fece ostacolo a cotesto buon gesuita, come si ricava dalle sue lettere, di chiedere al granduca Cosimo ottimo vino, e di accettare da lui e dal Papa casse di cioccolatte, e conserve preziose, e bacili di ortolani e trote di libbre 25 l'una, ed altre coserelle per cui i gesuiti, che se ne intendono, dicono, che chi fabuona vitafabuona morte.
21.Il padre Affò dichiara falso quanto afferma il Campi circa allo essersi condotto Don Ferrante a Cremona prima del 10 Settembre, ed allega in prova certa lettera scritta lo stesso dì da Milano a Genova a Diana Cardona promessa sposa di Cesare figliuolo di Don Ferrante. Ho preferito il Campi, perchè l'Ulloa, contemporaneo, nelle vite di Carlo V, e di Don Ferrante si accorda con lui; ed è più verosimile, sia per lo ingegno, ormai palese del Gonzaga, sia per la importanza dei solleciti partiti, affinchè la trama non capitasse male.
22.Costoro (Alvaro Luna e il capitano Ruschino) furono posti a guardia della cittadella già spogliata delle preziose suppellettili, danari, e gioie del Duca.Campana,Vita di Filippo II, l. I.
23.Questo documento incomincia così:Capitoli ricercati per la magnifica comunità di Placentia et stabiliti per l'Ill. et Ex. S. Ferdinando Gonzaga capitano generale et locotenente de la Cesarea Maestà in Italia. Alli XII di Septembre in Placentia.
«L'affetionatissima, città di Placentia essendo perritornare alla desiderata obedientiade la Cesarea Maestà e stato di Milano, così comevoluntariamentese gli sottopone, così in segno et memoria del bono animo et sincera fidelità supplica etc.» e il Gonzaga per naturale sequela concede ogni cosa — attesa ladevozione voluntariamente dimostrataetc. E' pare proprio, che avessero bisogno di far comparirevolontariala dedizione di Piacenza.
24.Di fatti Andrea quanto promise mantenne, ed una figliuola di Giannettino andò sposa al figlio di Agostino Landi.
25.Vita di Don Ferrante Gonzaga.
26.Vol. I, c. 164.
27.Lettera di Annibal Caro scritta a nome del Cardinale Farnese del 6 settembre 1558.
28.In quei tempi corse per la Italia un tetrastico attribuito all'Annibal Caro, il quale diceva così:
«Cæsaris injussu Farnesius occiditur heros,Sed data sunt jussu præmia sicariis.Tres sunt heredes: Dux, Margheretha, gemelli.Hunc socer, hanc genitor, hos spoliavit avus.»
«Cæsaris injussu Farnesius occiditur heros,
Sed data sunt jussu præmia sicariis.
Tres sunt heredes: Dux, Margheretha, gemelli.
Hunc socer, hanc genitor, hos spoliavit avus.»
Nolente Cesare si trucida l'eroe Farnese: volente poi si danno premii ai sicari; tre sono gli eredi, il duca, Margherita, e i gemelli; quello il suocero, questa il padre, e questi altri spoglia il nonno.
29.Lettere dell'Annibal Caro scritte a nome del Cardinale Farnese.
30.Compertum habemus Ferdinandum esse auctorem.
31.Ilfelicissimo(notisi che appena salpò da Rosas lo assalse la fortuna di mare) «viage del Principe Don Phelipe desde Espana â sus Tierras de la Baja Alemania.»
32.E' fu per comandamento espresso dello Imperatore Carlo V, che Filippo cominciò in questo suo viaggio a banchettare in pubblico con fasto asiatico, e circondato da cantanti e sonatori. Quale fosse lo impulso per tali esempi dato al costume italiano si cava da questo: certo contadino, visto passare un uomo gallonato con arnesi coperti da mantellina di seta cremisi, in compagnia di quattro staffieri, che portavano torce di cera bianca accese, si genuflesse pensando fosse il SS. Sacramento; e s'ingannava, era lo stufato che portavano in tavola a Gabrio Serbelloni governatore di Milano.
33.Però alle femmine donò da magnifico signore: alla moglie del governatore di Milano un anello di diamanti del valsente di 5000 ducati e alla sua figliuola una collana di rubini di 3000.
34.Però non sarà male mettere qui in nota l'acconciamento della casa di Andrea, non fosse altro, per chiarire la magnificenza sua e i costumi del tempo: «la stanza dove il Principe alloggiò haveva una gran sala apparata di ricchissimi arazzi di oro e di argento e dove si vedevano con maraviglioso ingegno lavorate e tessute tutte le favole, che i Poeti fingono di Giove. Vi era un baldacchino di velluto pagonazzo con frange di oro, in mezzo al quale si vedeva lo scudo imperiale con le armi regali ricamate di oro e di argento. Più indietro vi era un'anticamera, e camera, e retrocamera acconce et ornate maravigliosamente, alcune di ricchissimi panni di broccato di oro, altre di tela di oro e di argento, et di velluto a liste, co' letti forniti del medesimo. Tutto lo apparato della casa, in ogni banda che si entrava, era degno di ammiratione. La stanza dove albergò il duca di Alva era anch'essa parata di ricchissimi arazzi di oro e di tela, con letti forniti del medesimo, con molte sedie ricchissime di appoggio fornite alla spagnuola di velluto cremisino con borchie e frange di oro; et di questo modo stesso erano parate le stanze di don Antonio di Toledo e di don Antonio di Rogias. Si vedevano quelle stanze con tanto bell'ordine e ricchezza parate, che non arebbono potuto tenere più anticamente quei grandi Principi degli Assiri e dei Persi. Si vedeva più la grandezza et magnificenzia del principe Doria nel grande apparato per servire et ricreare il Principe, e dar piacere alla Sua corte, e nel bell'ordine che in servire la tavola di Sua Altezza aveva provveduto; imperciocchè non volle che in casa sua si portasse nulla di fuori eccetto quello, ch'egli aveva tanto magnificamente ordinato. Fece anco tavola al Duca di Alva splendidissima, et a tutti quelli ch'erano alloggiati in palazzo, con tanto silenzio et ordine, che non si sentiva pure uomo di quelli che a ciò attendevano, ma che pareva, che il servizio si facesse da sè come favolosamente si legge, che si servivano le tavole per incanto. Di questa maniera fu servito il Principe tutto il tempo che fu in Genova che fu quindici dì. Si fecero dinanzi al palazzo molte feste et giuochi sì di fuochi come di altre maniere spassi et di grande inventione et ingegno, e fra le altre cose si vedeva la figura e rotondità del mondo a modo di un globo dinanzi il palazzo con una corona d'oro sopra, dal quale, sempre che alcun principe o gran signore entrava in palazzo, uscivano tante rocchette con tanto rumore, che pareva si sparasse l'artiglieria...» Così lo Ulloa spagnuolo cortese nel l. IV della Vita di Carlo V, il quale continuando nella sua cortesia per piacere alle donne genovesi scrive, che quando Filippo entrò in Genova: «per le finestre si vedevano molte e bellissime donne, che naturalmente in quella città avanzano tutte le altre donne di bellezza,» e più oltre: «ch'egli andava andagio, di che oltre la gran moltitudine di gente n'era cagione la somma bellezza e gentilezza delle molte donne riccamente adorne.» Il Principe poi doveva fare assai orrevole mostra di sè però che cavalcasse «un bellissimo giannettino di Spagna tutto bianco, con fornimento di tela di argento; portava addosso un saio di velluto nero foderato di velluto bianco listato di frange et vergato di argento, et alcuni intertagli, e fiocchi di seta bianca et oro di maravigliosa fattura. Le calze, e il giuppone erano di raso bianco, e la cappa di saia negra fiorentina con gli stessi fornimenti. Le scarpe erano dì velluto bianco tagliate et imbottite alla spagnuola, et in testa haveva una berretta di velluto negro con un pennacchio bianco.»
35.Magistrato supremo, ed era Giovanni della Nuça.Mignet.Antonio Perez e Filippo II.
36.Con ingeneroso consiglio Andrea ordinò o consentì che la scolpissero circondata di catene.
37.Adoperandosi gli scrittori di storie a comporre la vita di Andrea Doria, voglionsi considerare attentamente due cose, lo stato loro e la nazione alla quale appartengono: i Genovesi, e per ordinario gli Spagnuoli, levano a cielo Andrea dove possono, dove no, o tacciono i fatti o gli alterano; tutto il contrario costumano i Francesi e i Fiorentini, i primi per astio di avere perduto la prevalenza su i mari dopo che gli ebbe abbandonati il Doria, i secondi per rancore che egli pigliasse parte a ridurli in servitù. Così l'Adriani, che pure dettò storie sotto il Principato ed è storico assai modesto, tuttavia procede acerbo contra il Doria, e coglie ogni occasione per aggravare le sue colpe, e diminuire la sua virtù, e in questo luogo, per torgli il pregio delia diligenza, afferma che Andrea portò il soccorso dopo la fazione terrestre combattuta contro il Dragutte, il che non pare vero; come anco le discordie, che furono causa di molti danni, mette tra il Doria e il Vega, mentre non ce ne furono o ci furono comuni con gli altri capitani; anzi a dubitare che tra Andrea e il Vega ci potessero correre, basti avvertire che Andrea ebbe titolo di capitano supremo ma pel mare, mentre le cose di terra governava il Vega. Occasione di lite poteva darsi tra il Toledo e il Vega, imperciocchè quantunque quegli avesse il comando delle galee napoletane, pure gli fu commessa la condotta delle fanterie di Napoli.
38.Combattendo guerre non proprie e per conto altrui, ogni momento ci tocca per fino bisticciarci per vendicare lo infelice onore di avere sparso il nostro sangue in pro' di Spagna, di Francia, o dello Impero. Nella vita di Carlo V lo spagnuolo Ulloa afferma — che dato l'assalto dagli Spagnuoli e dai Cavalieri di Rodi, fu presa la città — e non è vero; la fanteria spagnuola non aveva pari in fermezza, almeno dopo che fu disciplinata dal Consalvo: in agilità, e nei subiti moti la superavano i fanti italiani delle Bande nere, dello Alviano, e in generale tutte. La battaglia del Garigliano fu vinta massime dalla speditezza delle nostre milizie; e comecchè fino dai tempi di Ferdinando il Cattolico gli Spagnuoli avessero una banda diescaladores, che condotti da Ortenga fecero buona prova nelle guerre di Granata, pure dopo le loro conquiste d'Italia commisero la impresa di assaltare le mura nemiche preferibilmente agl'Italiani.
39.Se il Dragutte non lesse Tito Livio, certo lo aveva letto Paolo Giovio, il quale scrivendo la vita del gran Capitano procedè in parte come Apelle allorchè dipinse Elena, io voglio dire, ritraendo da parecchie bellissime fanciulle greche i più venusti tratti per ornarne la immagine della sua eroina, così essendosi trovato Gonsalvo ad assediare Taranto, non seppe resistere il buon vescovo di Nocera alla tentazione di attribuirgli lo strattagemma di Annibale, però alla rovescia, che quegli trasportò le navi sicule dal golfo nel mare aperto, e questi dal mare aperto le avrebbe traslocate nel golfo. Se togli il Giovio, verun altro storico attesta simile impresa del Gonsalvo; e vuolsi porre mente che costui, tenuto in pregio di scrittore elegante, non fu del pari reputato veridico.
40.In Napoleone che si bisticcia con Hudson Lowe per l'acqua del bagno, sul vino della mensa, chi ravvisa il vincitore di Austerliz!
41.Il Sigonio racconta all'opposto che il Doria ne salvò parecchie, e questo accadde sul finire di decembre, governando le sue galee Marco Centurione: questi biasimi e lodi sopra la medesima fazione si hanno, per mio giudizio, a intendere così, che il convoglio delle navi onerarie sarà sommato, poni il caso, a venti, se ne salvarono tredici, e sette ne rimasero catturate; onde i panegiristi lodano Andrea per le tredici salvate, mentre i detrattori lo vituperano per le sette perdute.
42.Io erré a no matar Luthere.... para que yo no era obligado a guardalle la palabra por su la culpa del hereje contra y altro Senor mayor que era Dios «Vera y FigherroaCarlos V, p. 124.Sandoval, St. di Carlos V, t. I, p. 613.»
43.La Historia della Impresa di Tripoli di Barberia fatta per ordine del Serenis. Re cattolico l'anno 1560 con le cose avvenute ai Christiani nell'isola delle Zerbe. In Venetia presso Francesco Rampazzetto 1566.
INDICE.Continuazione del CapitoloVII —Pag.5Capitolo VIII.Cause dei successi umani molteplici. La scuola storica italiana è sperimentale: a questa bisogna attenerci.Cariatidi, che sieno e donde ci vengono. Nobiltà, stato e condizioni del conte Gianluigi Fiesco. Calunnie in obbrobrio di lui. Di Catilina, e parallelo tra questo e Gianluigi. Cause vere e finte dell'odio di Gianluigi contro Giannettino Doria. Giannettino Doria e sue qualità. Umori dei cittadini; patrizi, popolo grasso e popolo minuto. Tessitori di Genova. Paolo III e i Farnesi incitatori della congiura del conte Fiesco. Cause di odio dei Farnesi contro lo imperatore e contro Andrea Doria. Negozio della eredità e del vescovo imperiale Doria. — La ruota romana giudica contro Andrea. Andrea piglia al Papa quattro galee a Civitavecchia e quello che ne segue; il Doria per ultimo ottiene intera la eredità del Vescovo. — Cause speciali di nimicizia tra Roma e Carlo V. — Francia, smaniosa di rifarsi, eccita il conte a tentare novità. — Novelle intorno al tempo del proponimento di Gianluigi di tramarela congiura. — Smania d'imitazione del secolo decimosesto. — Dei fini della congiura veri o verosimili. — Il duca di Piacenza vende quattro galee al Fiesco, e a quale scopo: patti della vendita: quale il prezzo delle galee. — Se il Papa sentisse volentieri questo negozio. — Palazzo del Fiesco. — Il Fiesco a Roma s'indetta col cardinale Trivulzio protettore dei Francesi, inverosimiglianza delle capitolazioni fatte tra loro. Supposta consulta tra il Fiesco e il Verrina. — Pretesa consulta di Montobbio. — Chi fosse Giovambattista Verrina; chi Raffaele Sacco; chi Vincenzo Calcagno. — Diploma di nobiltà largito dal carnefice. — Sebastiano Granara e i tessitori genovesi. — Larghezze del Conte al popolo. — Verrina principale autore della congiura. — Se il Sacco fosse uomo codardo. — Quali i complici della congiura rammentati dalla storia e dai ricordi del tempo. — Gianluigi in grazia della gente Doria. — Domanda licenza ad Andrea di mandare in corso una galera e ne ha repulsa, ne richiede Giannettino e l'ottiene. — Il Conte mette gente in città. — Il duca di Piacenza tiene 3000 fanti ai confini pronti a entrare su quel di Genova. Di ciò avuto indizio il duca di Firenze, ne avvisa invano l'Imperatore. — Si esamina se sieno verosimili certi partiti che si suppongono proposti di ammazzare i Doria. — La notte del 2 Gennaio destinata ad eseguire la congiura. — Arti del Fiesco per ingannare Giannettino, e lo inganna. Avvisi del Gonzaga e del Figuerroa al principe Andrea che non gli attende. — Gianluigi visita Andrea infermo, e lo inganna. — Altri avvisi di Giocante Corso, e quello che ne segue. — Gianluigi tentato si schermisce. — Perchè Andrea s'ingannasse a giudicare il conte Fiesco. — Forzadi animo del Conte e suo giocare col cavallo sotto i balconi al Doria. — Operosità di Gianluigi; raccomanda la moglie al Panza; ode i rapporti del Calcagno; si acconta col Verrina; manda a invitare gente a cena; vanno e sono chiuse a chiave; suo discorso ai convenuti. Tutti si chiamano parati a seguitarlo tranne due; chi dice tre; vogliono ammazzarli, il Fiesco non lo patisce. — Si presenta alla moglie e le svela la congiura; parole che ha con lei; si parte crucciato; dopo vestite le armi si presenta ai congiurati, che lo accolgono plaudenti. — Si movono, ma prima il Conte torna alla moglie, che non si conforta. Augurii contrarii; singolare insistenza del suo cane. Quale strada ei tenesse. Cornelio piglia la porta dell'Arco; Ottobuono quella di san Tommaso; Gianluigi al ponte dei Cattanei trova la galea incagliata; è tolta d'impaccio; tenta avere la porta della Darsena per frode e non riesce; occupa a forza di arme quella del vino; dalla galea e dalla porta si versa gente in Darsena. — Girolamo spedito a levare a rumore la città. — Le ciurme tentano rompere la catena, la plebe corre a saccheggiare le galee; pericolo estremo; accorre Gianluigi al riparo; passando di galea in galea casca, sopra lui tre soldati a rifascio; muoiono tutti. — Sacco delle galee, galeotti affricani rotta la catena si salvano su laTemperanzainvano inseguita da due galee del Mendozza; galeotti servi della pena irrompono in città: orribile tumulto. — Madonna Peretta, desta al rumore, avvisa Giannettino, che, ito a speculare, rimane morto alla porta di san Tommaso; chi lo ammazzasse. — Se Gianluigi bramasse sangue. — Tristizie di mali scrittori per torgli il merito della generosità. — Costanza di animo del vecchio Doriaunica; monta a cavallo e arriva a Sestri; lì conosciuta la morte di Giannettino spedisce corrieri a Cosimo duca di Firenze e al Gonzaga vicerè di Milano; poi per mare a Voltri, donde si chiude a Masone. — Taluni patrizii dei più animosi convengono al palazzo; chi fossero; ci si trovò anco lo storico Bonfadio. — Figuerroa oratore di Cesare vuol fuggire, è trattenuto dal Lasagna che lo conduce in palazzo. — Chi fosse il Lasagna e natura della borghesia. — Provvidenza della Signoria; gente mandata a pigliare lingua a san Tommaso percossa e messa in fuga; ripara in casa Centuriona; torna a mettersi in cammino, dalla porta di san Tommaso è respinta malconcia. Il Lomellino preso si libera. — Altre provvidenze della Signoria per difendersi. — Il conte Girolamo a san Siro; gli annunziano la morte del fratello; deliberano egli prosegua la impresa in terra; il Verrina torna alla galea per vigilare il porto, e tenere aperto alla salute uno scampo. — Signoria manda deputati a intendere la mente del Fiesco; atterriti tornano addietro; il Riccio ammazzato allato al cardinale Doria. — Seconda deputazione; corre pericolo essere messa alle coltella; rimane Ettore Fiesco, il quale favellando con Girolamo scopre la morte di Gianluigi; udite le proposte di Girolamo va a riferirne in palazzo. La Signoria ripiglia cuore. Sul giorno Girolamo non vedendo comparire risposta si avvia ad assalire il palazzo, dove capita Paolo Panza: commissione che gli dà la Signoria. Il Panza offre perdono intero ed a tutti, purchè sgombrino dalla città. Girolamo accetta, e si ritira a Montobbio. Verrina, Ottobono e Calcagno su la galea si salvano a Marsiglia. — Fine della congiura. La Signoria manda a richiamare Andrea,che torna in sembianza misericordioso; ma si smentisce presto; vuole il cadavere di Gianluigi appeso alle forche: dissuaso da' suoi, gli nega sepoltura cristiana; lasciato a marcire là dove cadde, dopo due mesi sparisce. — Condoglianze e congratulazioni del Papa e di Pierluigi Farnese; il Doria si allestisce a dimostrare all'uno e all'altro la sua gratitudine. — Trattati tra Agostino Landi e il Doria per ammazzare Pierluigi. Il Farnese e il Gonzaga giocano di scherma per ingannarsi a vicenda, e non fanno frutto. — Lo Imperatore manda il Mendozza per condolersi col Doria, e fintamente anco egli. — Provvisioni di Cosimo duca di Firenze per soccorrere il Doria, le quali furono sincere perchè gli scottava ogni moto per la libertà vera o finta che fosse. Danni del Doria; piglia danari in accatto da Adamo Centurioni; prepone Marco figliuolo di Adamo alla condotta della armata. Quanta parte delle spoglie dei Fieschi si appropriasse Andrea; e quanta il duca Farnese e quanta il Papa. Singolare offerta di un Giulio Landi. Ogni rimanente sostanza di Gianluigi Fiesco va divisa fra la repubblica di Genova, Antonio e Agostino Doria ed Ettore Fiesco. Lo Imperatore ripiglia Pontremoli. Valditaro, prezzo di sangue, all'ultimo tocca ad Agostino Landi. La tradizione sola indica il luogo dove sorgeva il palazzo di Vialata. — Il conte Girolamo munisce Montobbio e vi convengono per le difese Verrina e Calcagno. Andrea insta perchè al Fiesco, e agli aderenti suoi, non si osservi la fede e non l'ottiene. — Proponesi dal Senato a Gerolamo Fiesco la cessione di Montobbio per cinquantamila scudi, che viene rifiutata; allora si dichiara la guerra. Assedio ed espugnazione di Varese e di Cariseto; ilcastellano Nicelli notte tempo scampò co' terrazzani e i soldati. Provvisioni grosse per la guerra; quali li ufficiali eletti; timori del Senato genovese. Si descrive Montobbio; l'assedio va male; si pende a smetterlo, ma la morte di Francesco I re di Francia, e i soccorsi di Firenze e di Milano confermano gli animi; si ripiglia l'assedio; estreme fortune degli assediati; ributtansi i patti. Nuovo esempio di che sappia la protezione dei reali di Francia. — Gli assediati si arrendono. — Strage per impeto e sono le meno infami. — Ragioni per mettere fine al sangue; lettera pietosissima di suora Angiola Caterina Fiesco. — Il Figuerroa oratore di Cesare sollecita dal Senato lo sterminio del Fiesco e degli aderenti suoi, e la spunta. S'instituisce come si suole un infame simulacro di processo; i condannati si appellano; i giudici domandano al Senato, che cosa si abbiano a fare, e il Senato spedisce la risposta col boia. Girolamo Fiesco e Giovambattista Verrina hanno il capo mozzo; il Cangialanza è impiccato. Di Cornelio Fiesco ignorasi il fine. Unico risparmiato dalla fortuna nemica Scipione Fiesco. — Ottobuono Fiesco è preso a Porto Ercole; consegnasi al Doria, il quale lo fa mazzerare. — Infamia di scrittori. — Ritratto del Doria in sembianza di percotere un gatto e perchè. — Immaginazioni di romanzieri e di poeti intorno alla Leonora Cybo moglie di Gianluigi Fiesco; sposa in seconde nozze Chiappino Vitelli soldato di Cosimo duca di Firenze; alloga danaro a interesse sul banco di San Giorgio. — Se la congiura di Gianluigi potesse riuscire; cause per le quali gli scrittori parziali al Doria negano; si esaminano queste cause e si confutano; primo a balenare nell'amicizia verso il Doria sventurato fu l'imperatoreCarlo V. Amicizia di re che valga; ragione di Stato, che sia, e quello che diventi l'anima dei principi ai fieri rudimenti di questa —Pag.63Capitolo IX.Quali i concetti di Ferdinando il Cattolico nello istituire la Inquisizione di Spagna: procura estenderla a Napoli ma poi se ne rimane, e perchè. — Piero di Toledo vuole introdurla a Napoli; il Papa prima per interesse si oppone, e poi per interesse acconsente; lo tenta due volte invano; alla terza contrasta un Bozzuto poi arcivescovo di Avignone ed in ultimo cardinale; il Vicerè ricorre alla forza, ed è vinto. I rispettivi si mettono tra mezzo tra il popolo e il Vicerè, e persuadono i Napolitani di mandare deputati a Cesare, e rimettersene al suo giudizio. — Principe di Salerno eletto deputato domanda parere; consigli del Martelli e di Bernardo Tasso stampati. — Dialogo di Torquato Tasso delPiacere onestosu questo proposito. — Giannone giudicando il principe di Salerno sè condanna. — Soccorsi del Doria e di Cosimo duca di Firenze al Toledo; il quale inorgoglito mette le mani addosso a cinque giovani nobili, e i giudici ricusandosi condannarli, il boia decapitarli, ne fa scannare tre da un suo moro affricano. — Popolo dà nelle furie; lo quieta Pasquale Caracciolo; lo inviperisce Scipione della Somma e come; i rispettivi sempre lì a tagliare i nervi al popolo. — Giustizia dello Imperatore quale: nuovo tumulto e miracolo della paura. — La Inquisizione si mette da parte, ma i Napolitani pagano cara la vittoria; multe, e condanne; al principe di Salerno tocca chiarirsi ribelle. — Considerazioni sul Doria. — Se Andrea pigliasse parte nella congiura contro Pierluigi Farnese e quanta; prima pratica appiccata dal Doria col Landi; seconda pratica con Girolamo Pallavicino; stranapersecuzione di Pierluigi contro questo barone, e strano caso, che mostra potenza di femmina a che arrivi. — Don Ferrante Gonzaga presentito dallo Imperatore scredita il trattato di Andrea, e lo assume per sè. Particolari sopra Pierluigi Farnese bastardo di Paolo III; legittimato per concessione di Giulio II; si ammoglia con la Girolama Orsina; milita contro Roma insieme al Borbone e piglia parte allo eccidio della Patria; — sotto Firenze è casso dalla milizia con infamia. — Caso nefando del vescovo di Fano; se vero; obiezioni contro il Varchi confutate; — prognostici del suo astrologo; — bestial caccia di un giovane famigliare del cardinale di Ferrara. — Astutezza di Pierluigi, e modi da lui praticati co' suoi segretari; — è fatto duca di Castro, e gonfaloniere della Chiesa; poi marchese di Novara; il Papa vorrebbe procurargli la signoria di Milano; ma non riesce; — i Veneziani lo scrivono sul libro di oro. — Giulia da Varano spogliata dal papa di Camerino per darlo al nepote Ottavio. — Di Parma e Piacenza, e loro fortuna; il Papa propone infeudarle a Pierluigi; trovando contrasto in concistoro le baratta con Camerino e Nepi; i cardinali a mala pena consentono; qualcheduno nega sempre. — Pierluigi governa civilmente, promuove il bene del popolo, abbatte i feudatarii; suoi ordinamenti. — Il Gonzaga tenta i feudatari piacentini. — Sua corrispondenza con lo Imperatore; ed esquisite fraudolenze di lui. — Pierluigi con incredibile celerità costruisce la cittadella di Piacenza. — Altra corrispondenza del Gonzaga con lo Imperatore, il quale accetta la congiura; solo raccomanda non si mettano le mani addosso al Farnese. — Come il Gonzaga interpetri la volontà di Cesare ai congiurati; — questi mettono fuori nuove pretensioni;si tentenna a concederle e perchè. — Ottavio genero di Carlo visita il padre Pierluigi: nuovo intoppo alla congiura. — Il Gonzaga avvisa l'Imperatore alla scoperta che i congiurati intendono ammazzare il Duca; e Carlo approva. — Avvisi dati al duca dal Caro, dal Buoncambi e dal Giovio; non è vero lo avvertisse il Papa; questi il dì che gli trucidavano il figliuolo si vantava felice più diTiberio, Plac, Cabal e Prope. Il gesuita Segneri. — Modo tenuto nello ammazzare Pierluigi; con esso lui si scannano due preti. — Il popolo infuria e vuole il Duca; gli buttano i corpi dei preti; il Duca legano fuor di finestra per un piede; non lo ravvisando il popolo buttano giù anco lui. — I soldati del morto Duca cedono alla fortuna e vanno a salvare Parma; i congiurati, dato il segno con le artiglierie, il Gonzaga muove da Cremona per occupare Piacenza. — La città si protesta incolpevole, e manda lettere al Papa a profferirsegli devota; per prepotenza poi è costretta a dichiarare che si sottopone spontanea a Cesare. — Chi desse al Duca sepoltura cristiana; se lo facesse diseppellire il Gonzaga, e per quali cause. — Cesare tiene Piacenza e finchè regna non la vuole rendere. — Se ci sia bisogno di obbligare i preti al perdono; e come lo concedano essi. — Tetrastico contro lo Imperatore. — Filippo II rende Piacenza ai Farnesi e perchè. — Apollonio Filareto segretario del Duca col vice-segretario sono sostenuti e messi al tormento; quali le cagioni. — Annibal Caro altro segretario del Duca con buono accorgimento si salva. — Come il Papa sentisse la nuova della strage del figliuolo: novelle degli scrittori chiesastici; altre novelle e peggiori degl'imperiali; quello, che ci è di vero. — Il Papa volendo rendere Parma alla Chiesa scopre nemicitutti i suoi; e Ottavio in procinto di legarsi coll'omicida di suo padre per contrastargli; di ciò si accuora e muore. — Andrea Doria esulta della morte di Pierluigi; s'è vero, che rimandasse a consolare il Papa la lettera stessa, che questi gli aveva scritto in occasione della morte di Giannettino. — Giannettino compare di Pierluigi. — Sospetti di Andrea per la sua vita. — Congiura di Giulio Cibo: cause di discordia tra la marchesa Ricciarda e il figliuolo Giulio; questi usurpa lo Stato alla madre; gli tocca a lasciarlo; lo ripiglia sovvenuto dal Doria, e da Cosimo dei Medici. — Carlo V ordina lo restituisca, e commette a Cosimo e al Doria lo costringano. — Insidie di Cosimo. — Giulio inasprito congiura ribellare Genova ai Francesi; nelle sue reti irretisce; è preso, martoriato, e fatto in due tocchi a Milano. — Considerazioni su questo caso. — Ipocrisie di scrittori venali. — Carlo V disegna fabbricare una fortezza a Genova; pratiche dell'oratore cesareo col Doria. — Ai nobili vecchi la proposta piace e perchè, — e Andrea ci acconsente — pei conforti del Senato si ricrede, e non crolla più. Insidie spagnuole. — Il Papa dà la sveglia a Genova: accorte provvidenze e animose. — Viaggio del principe Don Filippo di Spagna in Italia. — Lusso smodato e sequele dello esempio nei costumi spagnuoli. — Stupidità di scrittori venali. — I cortigiani straziano Andrea pensando averlo agguindolato, ed egli finge non avvedersene. — Arti del Gonzaga. — Se sia verosimile che Cosimo duca di Firenze partecipasse alle insidie, e se, partecipandovi prima, vi persistesse poi; perchè non andasse a Genova per complirvi Filippo; se verosimile ci mandasse il figliuolo Francesco col donativo di 100,000 ducati. — Filippo tenta pigliare albergo nel palazzo del Doge, erisposta di Andrea. — Mentre gli Spagnuoli si tengono sicuri di occupare Genova, il Gonzaga manda avvisi essere andati all'aria i disegni; — sdegno di Filippo sedato dal duca di Alva; — piglia terra a Ventimiglia, tocca Savona, arriva a Genova. — Menzogne di scrittori venali. — Tumulti di Genova per le soverchierie degli Spagnuoli. — Ingresso, che ci fa Filippo: viltà antica e moderna. — Caso del Fornari; e nuova insistenza del Gonzaga su la fortezza. — Se giusti i rimproveri dell'americano Prescott su i giudizii dei politici italiani, massime del secolo decimosesto. — Riforma del Garibetto che fosse; la legge del 1528 di cattiva diventa pessima —Pag.163Capitolo X.Imprese di Andrea decrepito; ha bisogno di vivere, e vive. — Si parla di Dragut, e si mostra in qual concetto lo tenesse il Doria. — Dragutte vigila per ampliare nel Mediterraneo lo imperio di Solimano. — Casi di Affrica, città in Affrica. — Arti del Dragutte per impadronirsene; — capitate male le insidie ricorre alla forza, ed anco questa mescolata di frode, sicchè all'ultimo riesce, e se ne fa signore; nè però la regge improvvido o crudele. — Carlo V ordina la impresa dell'Affrica, e ci prepone Andrea per le cose di mare, e Giovanni della Vega vicerè di Sicilia per quelle di terra. — Ingiustizia degl'improperi degli storici anco moderni contra il Dragut. — Dragut nabissa le coste d'Italia; ruina di Rapallo, e caso dello innamorato Magiacco. — Gl'imperiali pigliano Monastir, prima la terra, poi la rôcca con la morte di tutti i difensori. — Il Dragutte infuria su le spiagge spagnuole per divertire la guerra dall'Affrica e invano. Assedio dell'Affrica, e sue difficoltà. — Battesi la cortina invano; scalata al rivellino respinta; pretesti inutili per onestare ladisfatta. — Screzio tra il vicerè della Vega e don Garzia di Toledo. — Le milizie sconfortate, i capi si rimettono in Andrea, che manda a Genova e a Livorno a pigliarli; i quali celeremente portati sollevano le speranze degli assediati. — Disegni del Dragutte di assalire da due parti il campo; il della Vega avvisato lo previene, fazione contro il Dragut, che rotto ripara alle navi. — Osservazioni su gli scrittori di varie nazioni, che parlano di Andrea Doria. — Sortita degli assediati respinta. — Si delibera l'assalto della terra dal mare. — Il Doria inventa le batterie galleggianti e come le fabbrica. — S'è verosimile che inventasse queste batterie don Garzia di Toledo. — Gl'Italiani e i cavalieri di Rodi assaltano la terra e la pigliano con la morte di tutti i Turchi. — I cristiani fanno schiavi i cittadini e li vendono; — ma di ogni altra cosa si trova scarsa la preda. — L'armata imperiale al ritorno patisce fortuna di mare. — Il Dragutte va a Costantinopoli, dove propiziatosi Solimano è creato da lui Sangiacco di Barberia. — Il Dragutte alle Gerbe, va a chiudercelo il Doria; il quale muove all'ospite del Dragutte turpe proposta e n'è vergognosamente ributtato. — Il Dragutte gli sguizza di mano con lo stesso strattagemma che adoperò Annibale a Taranto. — Paolo Giovio attribuisce il medesimo trovato a Consalvo Fernandez. — Dove e quando morisse il Dragutte. — Fortuna e sua mutabilità. — Decadenza di Carlo V. — Guerra di Parma; il duca Ottavio si lega con Francia; papa e impero contra lui; non fanno frutto; il papa Giulio III perde in cotesta guerra reputazione, pecunia e la vita del nipote. — Guerra in Piemonte. — Guerra in Germania. — Fuga dello imperatore da Villaco descritta. — Guerra di Siena. — Cosimodei Medici e Piero Strozzi. — Andrea soccorre languidamente Cosimo; alcuni dicono che salvasse, altri che perdesse navi cariche di grano: come si accorda la discrepanza. — Gesti gloriosi del Doria in Maremma. — Andrea fugge davanti Lione Strozzi. — Lione Strozzi va in Ispagna e per poco non piglia Barcellona. — Rotta di Ponza, dove Andrea Doria perde sette galee e non soccorre Napoli. — Commissione della Francia al Mormile; che per astio del principe di Salerno tradisce. — Il Doria tornando a Napoli libera Orbetello dallo assedio. — Lettere falsate dal Mormile per rimandare l'armata turca, e corruzioni. — Arimone oratore di Francia per troppo zelo dà nella pania. — La guerra si volta tutta in Corsica. — Genova perde tutta la isola tranne Calvi e San Bonifazio. — Mirabile difesa di San Bonifazio: si rende a patti: opinioni varie intorno alle cause della resa: i patti non si osservano. — I Francesi rendono la pariglia allo Imperatore co' falsi sigilli compensando le false lettere. — Francia offre rendere la Corsica al Senato di Genova, purchè si stacchi dallo Imperatore; il Senato e Andrea ne ragguagliano Cesare. — Gagliardi soccorsi di Carlo; anco Cosimo duca di Firenze sovviene la impresa; provvisioni di guerra e condotte di soldati che fa l'ufficio di San Giorgio. — Andrea eletto capitano generale riceve lo stendardo di san Lorenzo. — Cristofano Pallavicino precede Andrea e libera Calvi; — Agostino Spinola sbarca a Erbalunga e manda il paese a ferro e a fuoco. — Andrea sbarca nel golfo di San Fiorenzo, e assedia la terra che porta il medesimo nome; — poi percosso dalla infinita mortalità muta l'assedio in blocco. — Manda Angiolo Santo delle Vie ad assalire Bastia, e quegli piglia la città ela rôcca; volendo poi stravincere a Furiani è battuto due volte. — Il Thermes tenta offendere di fianco Agostino Spinola. — Bella azione di Giovanni da Torino che soccorre per forza San Fiorenzo, e poi n'esce alla scoperta e si salva combattendo. — Andrea si ostina a rimanere intorno San Fiorenzo in onta alla moria; — il Thermes e il Sampiero, tentato ogni verso invano per sorprendere la sua vigilanza, per disperati si ritirano a Corte. — San Fiorenzo viene a patti; Andrea ne propone dei crudeli: ributtansi; alle istanze dei suoi ricusa cedere in apparenza, ma in sostanza concede si salvino i fuorusciti côrsi e napolitani; ma poi si pente; e presi trentatrè Côrsi gli mette al remo. — I Francesi abbandonano i Côrsi nella pace di Castello Cambrese. — Andrea ha da levarsi dalla impresa di Corsica per condurre soccorsi a Napoli; passando presso la torre di Spano, tratto in agguato, perde quattrocento e più uomini. — Giovannandrea perde una galea a Portoferraio investendo tra gli scogli; nove ne manda a traverso in prossimità di Portovecchio: quasi a conforto di tante trafitture di Andrea il suo nipote piglia poco dopo cinque fuste turche —Pag.254Capitolo XI.Misera condizione di salute dello Imperatore Carlo V. — Prognostici della sua morte vicina. — Minacce di un frate e fantasimi della sua mente agitata. — Renunzia a Filippo i suoi stati, meno lo impero; sua diceria in cotesta occasione solenne. — Differenza tra la renunzia di Carlo V e quella del Washington: magnanimità delle cause che mossero quest'ultimo. — Lettera dello Imperatore al principe Doria; gli raccomanda il figliuolo. — Andrea manda in dono a Carlo V una carta marina. — Incertezza storica: affermano che Carlo, prima di partire per la Spagna, renunziasselo impero al fratello e non è vero: — affermano che risegnasse gli altri stati a Filippo il 16 gennaio 1556, e non è vero; che chiuso in San Giusto si staccasse affatto dalle cose mondane, e non è vero; che il figlio gli facesse stentare il danaro pel suo sostentamento, e non è vero; che celebrasse l'esequie a sè vivo, e non è certo; che non potendo accordare due orologi insieme irridesse la sua presunzione di volere che tutti i suoi sudditi pensassero ad un modo su le cose di religione, e non è certo: certo il pentimento di non avere ammazzato Lutero contro la fede del salvocondotto, e certo avere posto la sua ultima benedizione al figliuolo a patto che sterminasse gli eretici, e proteggesse la Inquisizione. — Si accenna alla guerra di Roma contro Paolo IV, e a quella di Francia. — Andrea raccomanda a Filippo II non sottoscriva la pace di Castello Cambrese, se i Francesi non si obbligano a restituire la Corsica; e si tenga San Quintino in pegno dello adempimento del patto, ed è esaudito: — grave di 92 anni si ritira dal comando, e Filippo accetta per suo luogotenente Giovannandrea figliuolo di Giannettino. — Andrea i senili ozii svaga ornando la chiesa gentilizia di San Matteo. — Il gran maestro di Malta propone la guerra contro ai Turchi di Barberia, lo seconda il Duca di Medinaceli vicerè di Sicilia, e il re Filippo accoglie la proposta: diligenze e provvedimenti suoi. — Il duca di Medinaceli è creato capitano della impresa; Andrea Doria approva la impresa purchè si faccia presto; il Re lo mette a capo di tutta la flotta; solerzia sua, e del nipote Giovannandrea: ostacoli per la parte del Vicerè di Napoli, e per quella del vicerè di Milano. Giovannandrea prega il Mendozza ammiraglio di rimanere con le galeedi Spagna, ma non lo può svolgere. — A Genova prima mancano i soldati alle navi, poi le navi ai soldati; raccolti gli uni e gli altri mancano le paghe: ammottinamento sedato; disastri sul principio del viaggio: la naveSpinolarompe sul lito con perdita di uomini e di robe. — Quanta fosse l'armata, e quanto l'esercito. — Ospitale militare in questa guerra ordinato come non lo fu mai prima di ora; e ci prepongono un vescovo. — Munizioni di pessima qualità e ne danno colpa ai Genovesi. — Armata raccolta nel porto di Siracusa tenta uscire ed è respinta; naufragio di una galea del Doria; va a Malta; poi ne parte e torna indietro a rimorchiare le navi; ribellioni su le navi, e fatti gravi che ne avvengono. L'armata giunta alle Gerbe preda navi mercantili; come le prede spartiscansi, ma non osservati gli ordini si fa un raffa arraffa: non si attenta assalire due galeotte turche su le quali andavano i doni del Dragutte a Solimano, ed Uccialy a sollecitare lo invio dell'armata turca. — I Mori della isola, che ai cristiani alla larga si professavano amici, vicini gli avversano; così per fare acqua bisogna andarci con lo esercito ordinato: — altre galee sopraggiunte dopo, volendo fare acqua con manco riguardo, ne rilevano una dolorosa sconfitta. — Il mare e il vento procellosi respingono l'armata da Tripoli; — moria fra i soldati e le ciurme; dopo molte consulte l'armata dal Secco del Palo torna alle Gerbe. — Battaglia aperta coi Mori, e subito dopo gli accordi, i quali così increscono agli Spagnuoli, che taluno per rovello si ammazza. — Si dà mano alla fabbrica del forte; e ordine che vi si tiene; si provvede a fornire di acqua le cisterne, ma per l'avarizia dei mercanti non si fa frutto. — Granmaestro di Malta avvertitodella prossima venuta della flotta turca richiama i suoi legni dalle Gerbe; ma vergognando poi ne rimanda taluni. — Mentre il Duca attende a sollecitare il compimento del forte, accade tumulto tra Mori e Spagnuoli, con morte e ferite di una parte e dell'altra; si riconciliano; cerimonie e patti della dedizione dell'isola al re Filippo. Si sollecita lo imbarco ma è troppo tardi. — Avvisi spaventosi da Malta. — Giovannandrea intima la Consulta sopra la sua galea; il Duca prima di lasciare la terra impegna la sua fede ai rimasti, tornerebbe a pigliarli. — Tra il Duca e Giovannandrea corrono parole acerbe; proposti da questo parecchi partiti non vengono accettati. — Ordini funesti; disdette continue; Scipione Doria, commesso a speculare la notte, per paura non si allarga, sicchè al far del giorno la flotta turca prima che vista casca addosso ai Cristiani. — Soldati e marinai cercano scampo col buttarsi in mare, ma i Barbareschi mutata fede arrivati al lido gli ammazzano; il re del Carvan, e lo infante di Tunisi mandano avvisi al Duca si guardi dal Xeco. — Rotta dell'armata. — Giovannandrea investe con la sua galea in terra; per un momento se ne impadroniscono i forzati, poi casca in potestà dei Turchi. — Perdita di galee e di navi. — Molte galee si salvano per virtù del commendatore Maldonato: — parole egregie di questo valentuomo. — Morte di Flaminio dell'Anguillara. — Virtù del suo buon paggio innominato. — Al duca di Medinaceli vanno tutte le cose alla rovescia. — La notizia dello infortunio arriva ad Andrea Doria; sue terribili ansietà. — Giovannandrea si salva in terra; adunati a consulta i rimasti propone partiti estremi; il Duca si piega a dargli retta. — Si decide passare durante la notte su di una fregata la flotta nemica;ma in molti sorge veementissima l'agonia di seguirli: nobiltà di animo di Don Alvaro Sandè, che sceglie restare co' compagni. I nostri su nove fregate tentano una notte il passaggio, e non riescono; sono più avventurati la seconda volta e riparano a Malta. — Considerazioni di Alfonso Ulloa scrittore della monografia di questa impresa. — Stato di Andrea Doria: arriva un corriero, vuole leggere da sè le lettere e non gli riesce: saputo lo scampo del nipote si leva maravigliosamente in piedi, e ringrazia Dio. — Cade sfinito; si acconcia dell'anima; consigli che manda a Giovannandrea; sue ultime parole; ordina essere trasportato alla sepoltura senza pompa. — Funerali magnifici decretati dalla Repubblica. — Sue qualità fisiche e morali: costume di vita. — Ultime considerazioni —Pag.317
Continuazione del CapitoloVII —Pag.5
Capitolo VIII.Cause dei successi umani molteplici. La scuola storica italiana è sperimentale: a questa bisogna attenerci.Cariatidi, che sieno e donde ci vengono. Nobiltà, stato e condizioni del conte Gianluigi Fiesco. Calunnie in obbrobrio di lui. Di Catilina, e parallelo tra questo e Gianluigi. Cause vere e finte dell'odio di Gianluigi contro Giannettino Doria. Giannettino Doria e sue qualità. Umori dei cittadini; patrizi, popolo grasso e popolo minuto. Tessitori di Genova. Paolo III e i Farnesi incitatori della congiura del conte Fiesco. Cause di odio dei Farnesi contro lo imperatore e contro Andrea Doria. Negozio della eredità e del vescovo imperiale Doria. — La ruota romana giudica contro Andrea. Andrea piglia al Papa quattro galee a Civitavecchia e quello che ne segue; il Doria per ultimo ottiene intera la eredità del Vescovo. — Cause speciali di nimicizia tra Roma e Carlo V. — Francia, smaniosa di rifarsi, eccita il conte a tentare novità. — Novelle intorno al tempo del proponimento di Gianluigi di tramarela congiura. — Smania d'imitazione del secolo decimosesto. — Dei fini della congiura veri o verosimili. — Il duca di Piacenza vende quattro galee al Fiesco, e a quale scopo: patti della vendita: quale il prezzo delle galee. — Se il Papa sentisse volentieri questo negozio. — Palazzo del Fiesco. — Il Fiesco a Roma s'indetta col cardinale Trivulzio protettore dei Francesi, inverosimiglianza delle capitolazioni fatte tra loro. Supposta consulta tra il Fiesco e il Verrina. — Pretesa consulta di Montobbio. — Chi fosse Giovambattista Verrina; chi Raffaele Sacco; chi Vincenzo Calcagno. — Diploma di nobiltà largito dal carnefice. — Sebastiano Granara e i tessitori genovesi. — Larghezze del Conte al popolo. — Verrina principale autore della congiura. — Se il Sacco fosse uomo codardo. — Quali i complici della congiura rammentati dalla storia e dai ricordi del tempo. — Gianluigi in grazia della gente Doria. — Domanda licenza ad Andrea di mandare in corso una galera e ne ha repulsa, ne richiede Giannettino e l'ottiene. — Il Conte mette gente in città. — Il duca di Piacenza tiene 3000 fanti ai confini pronti a entrare su quel di Genova. Di ciò avuto indizio il duca di Firenze, ne avvisa invano l'Imperatore. — Si esamina se sieno verosimili certi partiti che si suppongono proposti di ammazzare i Doria. — La notte del 2 Gennaio destinata ad eseguire la congiura. — Arti del Fiesco per ingannare Giannettino, e lo inganna. Avvisi del Gonzaga e del Figuerroa al principe Andrea che non gli attende. — Gianluigi visita Andrea infermo, e lo inganna. — Altri avvisi di Giocante Corso, e quello che ne segue. — Gianluigi tentato si schermisce. — Perchè Andrea s'ingannasse a giudicare il conte Fiesco. — Forzadi animo del Conte e suo giocare col cavallo sotto i balconi al Doria. — Operosità di Gianluigi; raccomanda la moglie al Panza; ode i rapporti del Calcagno; si acconta col Verrina; manda a invitare gente a cena; vanno e sono chiuse a chiave; suo discorso ai convenuti. Tutti si chiamano parati a seguitarlo tranne due; chi dice tre; vogliono ammazzarli, il Fiesco non lo patisce. — Si presenta alla moglie e le svela la congiura; parole che ha con lei; si parte crucciato; dopo vestite le armi si presenta ai congiurati, che lo accolgono plaudenti. — Si movono, ma prima il Conte torna alla moglie, che non si conforta. Augurii contrarii; singolare insistenza del suo cane. Quale strada ei tenesse. Cornelio piglia la porta dell'Arco; Ottobuono quella di san Tommaso; Gianluigi al ponte dei Cattanei trova la galea incagliata; è tolta d'impaccio; tenta avere la porta della Darsena per frode e non riesce; occupa a forza di arme quella del vino; dalla galea e dalla porta si versa gente in Darsena. — Girolamo spedito a levare a rumore la città. — Le ciurme tentano rompere la catena, la plebe corre a saccheggiare le galee; pericolo estremo; accorre Gianluigi al riparo; passando di galea in galea casca, sopra lui tre soldati a rifascio; muoiono tutti. — Sacco delle galee, galeotti affricani rotta la catena si salvano su laTemperanzainvano inseguita da due galee del Mendozza; galeotti servi della pena irrompono in città: orribile tumulto. — Madonna Peretta, desta al rumore, avvisa Giannettino, che, ito a speculare, rimane morto alla porta di san Tommaso; chi lo ammazzasse. — Se Gianluigi bramasse sangue. — Tristizie di mali scrittori per torgli il merito della generosità. — Costanza di animo del vecchio Doriaunica; monta a cavallo e arriva a Sestri; lì conosciuta la morte di Giannettino spedisce corrieri a Cosimo duca di Firenze e al Gonzaga vicerè di Milano; poi per mare a Voltri, donde si chiude a Masone. — Taluni patrizii dei più animosi convengono al palazzo; chi fossero; ci si trovò anco lo storico Bonfadio. — Figuerroa oratore di Cesare vuol fuggire, è trattenuto dal Lasagna che lo conduce in palazzo. — Chi fosse il Lasagna e natura della borghesia. — Provvidenza della Signoria; gente mandata a pigliare lingua a san Tommaso percossa e messa in fuga; ripara in casa Centuriona; torna a mettersi in cammino, dalla porta di san Tommaso è respinta malconcia. Il Lomellino preso si libera. — Altre provvidenze della Signoria per difendersi. — Il conte Girolamo a san Siro; gli annunziano la morte del fratello; deliberano egli prosegua la impresa in terra; il Verrina torna alla galea per vigilare il porto, e tenere aperto alla salute uno scampo. — Signoria manda deputati a intendere la mente del Fiesco; atterriti tornano addietro; il Riccio ammazzato allato al cardinale Doria. — Seconda deputazione; corre pericolo essere messa alle coltella; rimane Ettore Fiesco, il quale favellando con Girolamo scopre la morte di Gianluigi; udite le proposte di Girolamo va a riferirne in palazzo. La Signoria ripiglia cuore. Sul giorno Girolamo non vedendo comparire risposta si avvia ad assalire il palazzo, dove capita Paolo Panza: commissione che gli dà la Signoria. Il Panza offre perdono intero ed a tutti, purchè sgombrino dalla città. Girolamo accetta, e si ritira a Montobbio. Verrina, Ottobono e Calcagno su la galea si salvano a Marsiglia. — Fine della congiura. La Signoria manda a richiamare Andrea,che torna in sembianza misericordioso; ma si smentisce presto; vuole il cadavere di Gianluigi appeso alle forche: dissuaso da' suoi, gli nega sepoltura cristiana; lasciato a marcire là dove cadde, dopo due mesi sparisce. — Condoglianze e congratulazioni del Papa e di Pierluigi Farnese; il Doria si allestisce a dimostrare all'uno e all'altro la sua gratitudine. — Trattati tra Agostino Landi e il Doria per ammazzare Pierluigi. Il Farnese e il Gonzaga giocano di scherma per ingannarsi a vicenda, e non fanno frutto. — Lo Imperatore manda il Mendozza per condolersi col Doria, e fintamente anco egli. — Provvisioni di Cosimo duca di Firenze per soccorrere il Doria, le quali furono sincere perchè gli scottava ogni moto per la libertà vera o finta che fosse. Danni del Doria; piglia danari in accatto da Adamo Centurioni; prepone Marco figliuolo di Adamo alla condotta della armata. Quanta parte delle spoglie dei Fieschi si appropriasse Andrea; e quanta il duca Farnese e quanta il Papa. Singolare offerta di un Giulio Landi. Ogni rimanente sostanza di Gianluigi Fiesco va divisa fra la repubblica di Genova, Antonio e Agostino Doria ed Ettore Fiesco. Lo Imperatore ripiglia Pontremoli. Valditaro, prezzo di sangue, all'ultimo tocca ad Agostino Landi. La tradizione sola indica il luogo dove sorgeva il palazzo di Vialata. — Il conte Girolamo munisce Montobbio e vi convengono per le difese Verrina e Calcagno. Andrea insta perchè al Fiesco, e agli aderenti suoi, non si osservi la fede e non l'ottiene. — Proponesi dal Senato a Gerolamo Fiesco la cessione di Montobbio per cinquantamila scudi, che viene rifiutata; allora si dichiara la guerra. Assedio ed espugnazione di Varese e di Cariseto; ilcastellano Nicelli notte tempo scampò co' terrazzani e i soldati. Provvisioni grosse per la guerra; quali li ufficiali eletti; timori del Senato genovese. Si descrive Montobbio; l'assedio va male; si pende a smetterlo, ma la morte di Francesco I re di Francia, e i soccorsi di Firenze e di Milano confermano gli animi; si ripiglia l'assedio; estreme fortune degli assediati; ributtansi i patti. Nuovo esempio di che sappia la protezione dei reali di Francia. — Gli assediati si arrendono. — Strage per impeto e sono le meno infami. — Ragioni per mettere fine al sangue; lettera pietosissima di suora Angiola Caterina Fiesco. — Il Figuerroa oratore di Cesare sollecita dal Senato lo sterminio del Fiesco e degli aderenti suoi, e la spunta. S'instituisce come si suole un infame simulacro di processo; i condannati si appellano; i giudici domandano al Senato, che cosa si abbiano a fare, e il Senato spedisce la risposta col boia. Girolamo Fiesco e Giovambattista Verrina hanno il capo mozzo; il Cangialanza è impiccato. Di Cornelio Fiesco ignorasi il fine. Unico risparmiato dalla fortuna nemica Scipione Fiesco. — Ottobuono Fiesco è preso a Porto Ercole; consegnasi al Doria, il quale lo fa mazzerare. — Infamia di scrittori. — Ritratto del Doria in sembianza di percotere un gatto e perchè. — Immaginazioni di romanzieri e di poeti intorno alla Leonora Cybo moglie di Gianluigi Fiesco; sposa in seconde nozze Chiappino Vitelli soldato di Cosimo duca di Firenze; alloga danaro a interesse sul banco di San Giorgio. — Se la congiura di Gianluigi potesse riuscire; cause per le quali gli scrittori parziali al Doria negano; si esaminano queste cause e si confutano; primo a balenare nell'amicizia verso il Doria sventurato fu l'imperatoreCarlo V. Amicizia di re che valga; ragione di Stato, che sia, e quello che diventi l'anima dei principi ai fieri rudimenti di questa —Pag.63
Capitolo IX.Quali i concetti di Ferdinando il Cattolico nello istituire la Inquisizione di Spagna: procura estenderla a Napoli ma poi se ne rimane, e perchè. — Piero di Toledo vuole introdurla a Napoli; il Papa prima per interesse si oppone, e poi per interesse acconsente; lo tenta due volte invano; alla terza contrasta un Bozzuto poi arcivescovo di Avignone ed in ultimo cardinale; il Vicerè ricorre alla forza, ed è vinto. I rispettivi si mettono tra mezzo tra il popolo e il Vicerè, e persuadono i Napolitani di mandare deputati a Cesare, e rimettersene al suo giudizio. — Principe di Salerno eletto deputato domanda parere; consigli del Martelli e di Bernardo Tasso stampati. — Dialogo di Torquato Tasso delPiacere onestosu questo proposito. — Giannone giudicando il principe di Salerno sè condanna. — Soccorsi del Doria e di Cosimo duca di Firenze al Toledo; il quale inorgoglito mette le mani addosso a cinque giovani nobili, e i giudici ricusandosi condannarli, il boia decapitarli, ne fa scannare tre da un suo moro affricano. — Popolo dà nelle furie; lo quieta Pasquale Caracciolo; lo inviperisce Scipione della Somma e come; i rispettivi sempre lì a tagliare i nervi al popolo. — Giustizia dello Imperatore quale: nuovo tumulto e miracolo della paura. — La Inquisizione si mette da parte, ma i Napolitani pagano cara la vittoria; multe, e condanne; al principe di Salerno tocca chiarirsi ribelle. — Considerazioni sul Doria. — Se Andrea pigliasse parte nella congiura contro Pierluigi Farnese e quanta; prima pratica appiccata dal Doria col Landi; seconda pratica con Girolamo Pallavicino; stranapersecuzione di Pierluigi contro questo barone, e strano caso, che mostra potenza di femmina a che arrivi. — Don Ferrante Gonzaga presentito dallo Imperatore scredita il trattato di Andrea, e lo assume per sè. Particolari sopra Pierluigi Farnese bastardo di Paolo III; legittimato per concessione di Giulio II; si ammoglia con la Girolama Orsina; milita contro Roma insieme al Borbone e piglia parte allo eccidio della Patria; — sotto Firenze è casso dalla milizia con infamia. — Caso nefando del vescovo di Fano; se vero; obiezioni contro il Varchi confutate; — prognostici del suo astrologo; — bestial caccia di un giovane famigliare del cardinale di Ferrara. — Astutezza di Pierluigi, e modi da lui praticati co' suoi segretari; — è fatto duca di Castro, e gonfaloniere della Chiesa; poi marchese di Novara; il Papa vorrebbe procurargli la signoria di Milano; ma non riesce; — i Veneziani lo scrivono sul libro di oro. — Giulia da Varano spogliata dal papa di Camerino per darlo al nepote Ottavio. — Di Parma e Piacenza, e loro fortuna; il Papa propone infeudarle a Pierluigi; trovando contrasto in concistoro le baratta con Camerino e Nepi; i cardinali a mala pena consentono; qualcheduno nega sempre. — Pierluigi governa civilmente, promuove il bene del popolo, abbatte i feudatarii; suoi ordinamenti. — Il Gonzaga tenta i feudatari piacentini. — Sua corrispondenza con lo Imperatore; ed esquisite fraudolenze di lui. — Pierluigi con incredibile celerità costruisce la cittadella di Piacenza. — Altra corrispondenza del Gonzaga con lo Imperatore, il quale accetta la congiura; solo raccomanda non si mettano le mani addosso al Farnese. — Come il Gonzaga interpetri la volontà di Cesare ai congiurati; — questi mettono fuori nuove pretensioni;si tentenna a concederle e perchè. — Ottavio genero di Carlo visita il padre Pierluigi: nuovo intoppo alla congiura. — Il Gonzaga avvisa l'Imperatore alla scoperta che i congiurati intendono ammazzare il Duca; e Carlo approva. — Avvisi dati al duca dal Caro, dal Buoncambi e dal Giovio; non è vero lo avvertisse il Papa; questi il dì che gli trucidavano il figliuolo si vantava felice più diTiberio, Plac, Cabal e Prope. Il gesuita Segneri. — Modo tenuto nello ammazzare Pierluigi; con esso lui si scannano due preti. — Il popolo infuria e vuole il Duca; gli buttano i corpi dei preti; il Duca legano fuor di finestra per un piede; non lo ravvisando il popolo buttano giù anco lui. — I soldati del morto Duca cedono alla fortuna e vanno a salvare Parma; i congiurati, dato il segno con le artiglierie, il Gonzaga muove da Cremona per occupare Piacenza. — La città si protesta incolpevole, e manda lettere al Papa a profferirsegli devota; per prepotenza poi è costretta a dichiarare che si sottopone spontanea a Cesare. — Chi desse al Duca sepoltura cristiana; se lo facesse diseppellire il Gonzaga, e per quali cause. — Cesare tiene Piacenza e finchè regna non la vuole rendere. — Se ci sia bisogno di obbligare i preti al perdono; e come lo concedano essi. — Tetrastico contro lo Imperatore. — Filippo II rende Piacenza ai Farnesi e perchè. — Apollonio Filareto segretario del Duca col vice-segretario sono sostenuti e messi al tormento; quali le cagioni. — Annibal Caro altro segretario del Duca con buono accorgimento si salva. — Come il Papa sentisse la nuova della strage del figliuolo: novelle degli scrittori chiesastici; altre novelle e peggiori degl'imperiali; quello, che ci è di vero. — Il Papa volendo rendere Parma alla Chiesa scopre nemicitutti i suoi; e Ottavio in procinto di legarsi coll'omicida di suo padre per contrastargli; di ciò si accuora e muore. — Andrea Doria esulta della morte di Pierluigi; s'è vero, che rimandasse a consolare il Papa la lettera stessa, che questi gli aveva scritto in occasione della morte di Giannettino. — Giannettino compare di Pierluigi. — Sospetti di Andrea per la sua vita. — Congiura di Giulio Cibo: cause di discordia tra la marchesa Ricciarda e il figliuolo Giulio; questi usurpa lo Stato alla madre; gli tocca a lasciarlo; lo ripiglia sovvenuto dal Doria, e da Cosimo dei Medici. — Carlo V ordina lo restituisca, e commette a Cosimo e al Doria lo costringano. — Insidie di Cosimo. — Giulio inasprito congiura ribellare Genova ai Francesi; nelle sue reti irretisce; è preso, martoriato, e fatto in due tocchi a Milano. — Considerazioni su questo caso. — Ipocrisie di scrittori venali. — Carlo V disegna fabbricare una fortezza a Genova; pratiche dell'oratore cesareo col Doria. — Ai nobili vecchi la proposta piace e perchè, — e Andrea ci acconsente — pei conforti del Senato si ricrede, e non crolla più. Insidie spagnuole. — Il Papa dà la sveglia a Genova: accorte provvidenze e animose. — Viaggio del principe Don Filippo di Spagna in Italia. — Lusso smodato e sequele dello esempio nei costumi spagnuoli. — Stupidità di scrittori venali. — I cortigiani straziano Andrea pensando averlo agguindolato, ed egli finge non avvedersene. — Arti del Gonzaga. — Se sia verosimile che Cosimo duca di Firenze partecipasse alle insidie, e se, partecipandovi prima, vi persistesse poi; perchè non andasse a Genova per complirvi Filippo; se verosimile ci mandasse il figliuolo Francesco col donativo di 100,000 ducati. — Filippo tenta pigliare albergo nel palazzo del Doge, erisposta di Andrea. — Mentre gli Spagnuoli si tengono sicuri di occupare Genova, il Gonzaga manda avvisi essere andati all'aria i disegni; — sdegno di Filippo sedato dal duca di Alva; — piglia terra a Ventimiglia, tocca Savona, arriva a Genova. — Menzogne di scrittori venali. — Tumulti di Genova per le soverchierie degli Spagnuoli. — Ingresso, che ci fa Filippo: viltà antica e moderna. — Caso del Fornari; e nuova insistenza del Gonzaga su la fortezza. — Se giusti i rimproveri dell'americano Prescott su i giudizii dei politici italiani, massime del secolo decimosesto. — Riforma del Garibetto che fosse; la legge del 1528 di cattiva diventa pessima —Pag.163
Capitolo X.Imprese di Andrea decrepito; ha bisogno di vivere, e vive. — Si parla di Dragut, e si mostra in qual concetto lo tenesse il Doria. — Dragutte vigila per ampliare nel Mediterraneo lo imperio di Solimano. — Casi di Affrica, città in Affrica. — Arti del Dragutte per impadronirsene; — capitate male le insidie ricorre alla forza, ed anco questa mescolata di frode, sicchè all'ultimo riesce, e se ne fa signore; nè però la regge improvvido o crudele. — Carlo V ordina la impresa dell'Affrica, e ci prepone Andrea per le cose di mare, e Giovanni della Vega vicerè di Sicilia per quelle di terra. — Ingiustizia degl'improperi degli storici anco moderni contra il Dragut. — Dragut nabissa le coste d'Italia; ruina di Rapallo, e caso dello innamorato Magiacco. — Gl'imperiali pigliano Monastir, prima la terra, poi la rôcca con la morte di tutti i difensori. — Il Dragutte infuria su le spiagge spagnuole per divertire la guerra dall'Affrica e invano. Assedio dell'Affrica, e sue difficoltà. — Battesi la cortina invano; scalata al rivellino respinta; pretesti inutili per onestare ladisfatta. — Screzio tra il vicerè della Vega e don Garzia di Toledo. — Le milizie sconfortate, i capi si rimettono in Andrea, che manda a Genova e a Livorno a pigliarli; i quali celeremente portati sollevano le speranze degli assediati. — Disegni del Dragutte di assalire da due parti il campo; il della Vega avvisato lo previene, fazione contro il Dragut, che rotto ripara alle navi. — Osservazioni su gli scrittori di varie nazioni, che parlano di Andrea Doria. — Sortita degli assediati respinta. — Si delibera l'assalto della terra dal mare. — Il Doria inventa le batterie galleggianti e come le fabbrica. — S'è verosimile che inventasse queste batterie don Garzia di Toledo. — Gl'Italiani e i cavalieri di Rodi assaltano la terra e la pigliano con la morte di tutti i Turchi. — I cristiani fanno schiavi i cittadini e li vendono; — ma di ogni altra cosa si trova scarsa la preda. — L'armata imperiale al ritorno patisce fortuna di mare. — Il Dragutte va a Costantinopoli, dove propiziatosi Solimano è creato da lui Sangiacco di Barberia. — Il Dragutte alle Gerbe, va a chiudercelo il Doria; il quale muove all'ospite del Dragutte turpe proposta e n'è vergognosamente ributtato. — Il Dragutte gli sguizza di mano con lo stesso strattagemma che adoperò Annibale a Taranto. — Paolo Giovio attribuisce il medesimo trovato a Consalvo Fernandez. — Dove e quando morisse il Dragutte. — Fortuna e sua mutabilità. — Decadenza di Carlo V. — Guerra di Parma; il duca Ottavio si lega con Francia; papa e impero contra lui; non fanno frutto; il papa Giulio III perde in cotesta guerra reputazione, pecunia e la vita del nipote. — Guerra in Piemonte. — Guerra in Germania. — Fuga dello imperatore da Villaco descritta. — Guerra di Siena. — Cosimodei Medici e Piero Strozzi. — Andrea soccorre languidamente Cosimo; alcuni dicono che salvasse, altri che perdesse navi cariche di grano: come si accorda la discrepanza. — Gesti gloriosi del Doria in Maremma. — Andrea fugge davanti Lione Strozzi. — Lione Strozzi va in Ispagna e per poco non piglia Barcellona. — Rotta di Ponza, dove Andrea Doria perde sette galee e non soccorre Napoli. — Commissione della Francia al Mormile; che per astio del principe di Salerno tradisce. — Il Doria tornando a Napoli libera Orbetello dallo assedio. — Lettere falsate dal Mormile per rimandare l'armata turca, e corruzioni. — Arimone oratore di Francia per troppo zelo dà nella pania. — La guerra si volta tutta in Corsica. — Genova perde tutta la isola tranne Calvi e San Bonifazio. — Mirabile difesa di San Bonifazio: si rende a patti: opinioni varie intorno alle cause della resa: i patti non si osservano. — I Francesi rendono la pariglia allo Imperatore co' falsi sigilli compensando le false lettere. — Francia offre rendere la Corsica al Senato di Genova, purchè si stacchi dallo Imperatore; il Senato e Andrea ne ragguagliano Cesare. — Gagliardi soccorsi di Carlo; anco Cosimo duca di Firenze sovviene la impresa; provvisioni di guerra e condotte di soldati che fa l'ufficio di San Giorgio. — Andrea eletto capitano generale riceve lo stendardo di san Lorenzo. — Cristofano Pallavicino precede Andrea e libera Calvi; — Agostino Spinola sbarca a Erbalunga e manda il paese a ferro e a fuoco. — Andrea sbarca nel golfo di San Fiorenzo, e assedia la terra che porta il medesimo nome; — poi percosso dalla infinita mortalità muta l'assedio in blocco. — Manda Angiolo Santo delle Vie ad assalire Bastia, e quegli piglia la città ela rôcca; volendo poi stravincere a Furiani è battuto due volte. — Il Thermes tenta offendere di fianco Agostino Spinola. — Bella azione di Giovanni da Torino che soccorre per forza San Fiorenzo, e poi n'esce alla scoperta e si salva combattendo. — Andrea si ostina a rimanere intorno San Fiorenzo in onta alla moria; — il Thermes e il Sampiero, tentato ogni verso invano per sorprendere la sua vigilanza, per disperati si ritirano a Corte. — San Fiorenzo viene a patti; Andrea ne propone dei crudeli: ributtansi; alle istanze dei suoi ricusa cedere in apparenza, ma in sostanza concede si salvino i fuorusciti côrsi e napolitani; ma poi si pente; e presi trentatrè Côrsi gli mette al remo. — I Francesi abbandonano i Côrsi nella pace di Castello Cambrese. — Andrea ha da levarsi dalla impresa di Corsica per condurre soccorsi a Napoli; passando presso la torre di Spano, tratto in agguato, perde quattrocento e più uomini. — Giovannandrea perde una galea a Portoferraio investendo tra gli scogli; nove ne manda a traverso in prossimità di Portovecchio: quasi a conforto di tante trafitture di Andrea il suo nipote piglia poco dopo cinque fuste turche —Pag.254
Capitolo XI.Misera condizione di salute dello Imperatore Carlo V. — Prognostici della sua morte vicina. — Minacce di un frate e fantasimi della sua mente agitata. — Renunzia a Filippo i suoi stati, meno lo impero; sua diceria in cotesta occasione solenne. — Differenza tra la renunzia di Carlo V e quella del Washington: magnanimità delle cause che mossero quest'ultimo. — Lettera dello Imperatore al principe Doria; gli raccomanda il figliuolo. — Andrea manda in dono a Carlo V una carta marina. — Incertezza storica: affermano che Carlo, prima di partire per la Spagna, renunziasselo impero al fratello e non è vero: — affermano che risegnasse gli altri stati a Filippo il 16 gennaio 1556, e non è vero; che chiuso in San Giusto si staccasse affatto dalle cose mondane, e non è vero; che il figlio gli facesse stentare il danaro pel suo sostentamento, e non è vero; che celebrasse l'esequie a sè vivo, e non è certo; che non potendo accordare due orologi insieme irridesse la sua presunzione di volere che tutti i suoi sudditi pensassero ad un modo su le cose di religione, e non è certo: certo il pentimento di non avere ammazzato Lutero contro la fede del salvocondotto, e certo avere posto la sua ultima benedizione al figliuolo a patto che sterminasse gli eretici, e proteggesse la Inquisizione. — Si accenna alla guerra di Roma contro Paolo IV, e a quella di Francia. — Andrea raccomanda a Filippo II non sottoscriva la pace di Castello Cambrese, se i Francesi non si obbligano a restituire la Corsica; e si tenga San Quintino in pegno dello adempimento del patto, ed è esaudito: — grave di 92 anni si ritira dal comando, e Filippo accetta per suo luogotenente Giovannandrea figliuolo di Giannettino. — Andrea i senili ozii svaga ornando la chiesa gentilizia di San Matteo. — Il gran maestro di Malta propone la guerra contro ai Turchi di Barberia, lo seconda il Duca di Medinaceli vicerè di Sicilia, e il re Filippo accoglie la proposta: diligenze e provvedimenti suoi. — Il duca di Medinaceli è creato capitano della impresa; Andrea Doria approva la impresa purchè si faccia presto; il Re lo mette a capo di tutta la flotta; solerzia sua, e del nipote Giovannandrea: ostacoli per la parte del Vicerè di Napoli, e per quella del vicerè di Milano. Giovannandrea prega il Mendozza ammiraglio di rimanere con le galeedi Spagna, ma non lo può svolgere. — A Genova prima mancano i soldati alle navi, poi le navi ai soldati; raccolti gli uni e gli altri mancano le paghe: ammottinamento sedato; disastri sul principio del viaggio: la naveSpinolarompe sul lito con perdita di uomini e di robe. — Quanta fosse l'armata, e quanto l'esercito. — Ospitale militare in questa guerra ordinato come non lo fu mai prima di ora; e ci prepongono un vescovo. — Munizioni di pessima qualità e ne danno colpa ai Genovesi. — Armata raccolta nel porto di Siracusa tenta uscire ed è respinta; naufragio di una galea del Doria; va a Malta; poi ne parte e torna indietro a rimorchiare le navi; ribellioni su le navi, e fatti gravi che ne avvengono. L'armata giunta alle Gerbe preda navi mercantili; come le prede spartiscansi, ma non osservati gli ordini si fa un raffa arraffa: non si attenta assalire due galeotte turche su le quali andavano i doni del Dragutte a Solimano, ed Uccialy a sollecitare lo invio dell'armata turca. — I Mori della isola, che ai cristiani alla larga si professavano amici, vicini gli avversano; così per fare acqua bisogna andarci con lo esercito ordinato: — altre galee sopraggiunte dopo, volendo fare acqua con manco riguardo, ne rilevano una dolorosa sconfitta. — Il mare e il vento procellosi respingono l'armata da Tripoli; — moria fra i soldati e le ciurme; dopo molte consulte l'armata dal Secco del Palo torna alle Gerbe. — Battaglia aperta coi Mori, e subito dopo gli accordi, i quali così increscono agli Spagnuoli, che taluno per rovello si ammazza. — Si dà mano alla fabbrica del forte; e ordine che vi si tiene; si provvede a fornire di acqua le cisterne, ma per l'avarizia dei mercanti non si fa frutto. — Granmaestro di Malta avvertitodella prossima venuta della flotta turca richiama i suoi legni dalle Gerbe; ma vergognando poi ne rimanda taluni. — Mentre il Duca attende a sollecitare il compimento del forte, accade tumulto tra Mori e Spagnuoli, con morte e ferite di una parte e dell'altra; si riconciliano; cerimonie e patti della dedizione dell'isola al re Filippo. Si sollecita lo imbarco ma è troppo tardi. — Avvisi spaventosi da Malta. — Giovannandrea intima la Consulta sopra la sua galea; il Duca prima di lasciare la terra impegna la sua fede ai rimasti, tornerebbe a pigliarli. — Tra il Duca e Giovannandrea corrono parole acerbe; proposti da questo parecchi partiti non vengono accettati. — Ordini funesti; disdette continue; Scipione Doria, commesso a speculare la notte, per paura non si allarga, sicchè al far del giorno la flotta turca prima che vista casca addosso ai Cristiani. — Soldati e marinai cercano scampo col buttarsi in mare, ma i Barbareschi mutata fede arrivati al lido gli ammazzano; il re del Carvan, e lo infante di Tunisi mandano avvisi al Duca si guardi dal Xeco. — Rotta dell'armata. — Giovannandrea investe con la sua galea in terra; per un momento se ne impadroniscono i forzati, poi casca in potestà dei Turchi. — Perdita di galee e di navi. — Molte galee si salvano per virtù del commendatore Maldonato: — parole egregie di questo valentuomo. — Morte di Flaminio dell'Anguillara. — Virtù del suo buon paggio innominato. — Al duca di Medinaceli vanno tutte le cose alla rovescia. — La notizia dello infortunio arriva ad Andrea Doria; sue terribili ansietà. — Giovannandrea si salva in terra; adunati a consulta i rimasti propone partiti estremi; il Duca si piega a dargli retta. — Si decide passare durante la notte su di una fregata la flotta nemica;ma in molti sorge veementissima l'agonia di seguirli: nobiltà di animo di Don Alvaro Sandè, che sceglie restare co' compagni. I nostri su nove fregate tentano una notte il passaggio, e non riescono; sono più avventurati la seconda volta e riparano a Malta. — Considerazioni di Alfonso Ulloa scrittore della monografia di questa impresa. — Stato di Andrea Doria: arriva un corriero, vuole leggere da sè le lettere e non gli riesce: saputo lo scampo del nipote si leva maravigliosamente in piedi, e ringrazia Dio. — Cade sfinito; si acconcia dell'anima; consigli che manda a Giovannandrea; sue ultime parole; ordina essere trasportato alla sepoltura senza pompa. — Funerali magnifici decretati dalla Repubblica. — Sue qualità fisiche e morali: costume di vita. — Ultime considerazioni —Pag.317