ANDREA DORIA.Ma il giudicio dei posteri severoFruga chi oprò col senno e con la spada,E lo dimostra in suo sembiante intero.CAPITOLO I.Da cui nascesse Andrea Doria, e quali i primordii della vita di lui.Francesco Guicciardino, uomo nella pratica delle faccende umane certamente a veruno secondo, lasciò scritto, essere, giusta l'opinione sua, i contemporanei spositori di storie eccellentissimi, massime se, oltre all'ingegno arguto, avvenisse loro di pigliarci parte o come magistrati o come guerrieri; ed in questa sentenza si trova condotto dal considerare che, le cause degli avvenimenti umani essendo moltiplici, taluna ci opera a modo di principale, mentre tal altra ci fa officio di accessoria:questa comparisce meno, quella più; nè tutte spettano alla vita pubblica, anzi moltissime alla privata, e le seconde, per celarsi meglio, non esercitano minore virtù: donde accade che, chi viene dopo, ne ignori molte per necessità, avendole cancellate il tempo dalla mente degli uomini, ed egli, costretto a servirsi delle uniche che rimangono, le quali sono ordinariamente le più strepitose, il fatto gli si presenta spesso o non bene intero, o alterato, e quindi il giudizio o manco o fallace.Tali senza dubbio gli svantaggi, nè forse i soli, di quelli che imprendono tardi a scrivere storie, e nondimanco a cui ci mediti sopra si farà manifesto, come non rimangano senza un qualche compenso gli scrittori che vengono dopo.Di fatti: per conoscere le cause segrete moventi la volontà dell'uomo non basta vivergli contemporaneo, bensì bisognerebbe vivere nella sua intrinsichezza; e poi non è mica sempre sicuro, che gli uomini illustri, lasciandosi talvolta pigliare il sopravvento in casa dalle passioni, non vogliano e non possano contenerle nelle faccende pubbliche: ma, quando anco non ci fosse altro vantaggio, per me giudicherei sufficiente questo uno: che, dopo molto secolo scrutando i fatti altrui, è agevole nonlasciarsi tirare dallo amore o dall'odio, mentre, per quanto tu sii di animo saldo, tu non potrai impedire, anco senza addartene, che, tenendo proposito dei viventi, le soverchie lodi, od i soverchi biasimi, co' quali li proseguono i volgari intelletti, non facciano forza alla tua mente.E vuolsi eziandio considerare quest'altra cosa, che i contemporanei assistono in certo modo alla sementa dei fatti; chi viene dopo assiste alla mietitura; i primi non possono argomentare i resultati se non per via di divinazione, mentre i secondi gli leggono espressi, e però a questi, meglio che agli altri, è dato conoscere se, come, e quanto il personaggio pubblico mescolasse affetti privati nei maneggi dello Stato, per quale modo l'offendesse, e, chiamatolo a sindacato, chiarire se bene o male della Patria meritasse, le opinioni favorevoli come le contrarie profferìte dal senso volgare, secondo giustizia, revocando o confermando. In questa medesima guisa, si ha dalla Storia, i Siciliani ai tempi di Timoleone citarono le Statue dei tiranni a rendere ragione delle cose operate nella vita dal personaggio che rappresentavano, e, trovatolo reo, ne vendevano il simulacro nel mercato pubblico come si costumava con gli schiavi, e tutti li venderono,tranne Gelone, come quello che, rompendo i Cartaginesi ad Imera, liberò la patria dagli stranieri; e meritamente, chè un tanto benefizio molte colpe lava.Incominciando pertanto, con lo aiuto di Dio, a mettere mano a questa opera d'insegnamento politico e di giustizia riparatrice, io piglio a discorrere della vita e dei gesti di Andrea Doria, di cui la Liguria si onora così, da riporlo tra i più incliti benefattori della umanità.Circa alla nascita di lui si vuole dire, che, pari alle eccelse, non fu seconda a quella di nessuno in patria nè fuori. Sembra alla più parte degli uomini, che, per nascere illustre, persona meriti lode, e veramente pel solo fatto del nascimento non ne merita alcuna; ma tu hai da considerare come riesca più agevole acquistarci qualche rinomanza uscendo da umile stato, che splendere di propria luce in mezzo ad antenati famosi, e Andrea, gli ebbe famosissimi. Che se al nato in umile condizione la necessità da una parte fa guerra, dall'altra questa stessa necessità gli è stimolo al fianco tanto, che essa fu detta madre d'industria; mentre, pei copiosi di beni, formano gagliardo eccitamento ad oziare le glorie avite, e la molta sostanza persuade il vivere molle e superbo, nemico ad ogni atto gentile.Corre assai credibile una tradizione, ed anco qualcheduno lo ha scritto, come la casa Doria esca da un Arduino conte di Narbona, il quale, venuto in pensiero di visitare il santo sepolcro, si riducesse in Genova, dove lo accolse ospite in casa sua certa vedova della Volta stata moglie ad un suo fidato compagno di arme: ora avvenne, che, infermandosi il conte mentre qui dimorava, una delle figliuole della matrona chiamata Oria, e per vezzo Orietta tanto amorevole sollecitudine si pigliasse di lui, che il conte prima ne sentì gratitudine, poi, con facile passo, amore; effetti soavissimi di cause soavi, quali appaiono essere la benevolenza, la gioventù e la bellezza. Per lo che il conte restituito in salute, e dopo avere debitamente sciolto il voto in Palestina, tornò a Genova dove si tolse a moglie la fanciulla di casa della Volta. E qui, o gli piacesse la stanza, o a casa sua gli toccasse a sostenere fastidii, o quale altra causa lo movesse, deliberò fermarsi ad abitare: pertanto, venduta ogni sua possessione altrove, nel luogo che oggi chiamano Portoria, comperò terre, e costruì case fino al numero di dugento, i conduttori delle quali durarono un pezzo a pagare il censo ai più remoti discendenti del Conte. La prosapia che ne venne fu chiamata dei D'Oria, piacendomantenere fuori e in casa presso i cittadini la memoria dell'ava benemerente: ora, non sapendo io se ricercando più oltre si potesse trovare della stirpe dei Doria origine più certa di questa, a questa mi attengo, perchè so che più gentile non verria fatto rinvenirla di certo.Io mi passerei volentieri del poco degno ufficio di narrare quali fossero i maggiori di Andrea, dove mi fosse mestieri svolgere copia di pergamene, ma, poichè tu trovi scolpiti i gesti dei suoi padri sopra tutta la facciata marmorea della chiesa gentilizia di San Matteo di Genova, e meglio assai nelle pagine della Storia, non fie grave a me scrivere, nè ai miei lettori leggere di qualcheduno di loro. La Storia e i marmi pertanto ricordano un Ansaldo Doria consolo di Genova, che con 65 galere e 160 vascelli espugnò Almeria; e Nicolao, inclito nelle arti della pace quanto Ansaldo in quelle della guerra, imperciocchè, col suo ben fare, seppe rimettere in accordo i reali di Napoli co' Genovesi. Oltre all'Ansaldo acquistarono terre per la repubblica, o le recuperarono perdute, Obertino espugnatore della Canea, Lucchetto e Michele, i quali tornarono in devozione di San Giorgio quella parte di Corsica ribellata per virtù del Giudice della Cinarca; Corrado vincitore delle torri di porto Pisano edi Ghio; Filippo conquistò Negroponte; Antonio, Carpena in Catalogna. La Meloria compartì infausta, e nondimanco perenne gloria a Uberto, che vi mise in fondo la fortuna di Pisa; e, dieci anni dopo, nelle acque sicule, egli sfidava a pari duello a morte i Veneziani, che non tennero la posta. Lamba e Pagano percossero di fiere battiture i Veneziani; all'ultimo di questi toccò l'onore di pigliare lo stendardo di Niccolò Pisani, e lui prigione; nè riuscì a Venezia meno infesto di loro Luciano, come quello, che, mentre le procedevano più afflitte le fortune, le sconquassò 15 galere e le fece 2400 prigionieri. Sei volte i Doria fin al 1528 tennero il dogato, compresa la discendenza di Lamba Doria. Basti degli antenati di Andrea averne esposto tanto, che dirne tutto riuscirebbe sazievole e non espediente allo assunto.Del padre suo chiamato Ceva poco ci dicono i ricordi: sappiamo solo, ch'egli possedè parte della signoria di Oneglia, non però la maggiore, con Domenico Doria; e come dalla moglie Caracosa pure di stirpe Doria gli nascessero due figliuoli, il primo dei quali taluno chiama Giovanni, tal altro David, e forse ebbe entrambi i nomi; il secondo fu Andrea, quel desso di cui ho preso a discorrere. Questiuscì al mondo in Oneglia la notte di santo Andrea, 30 Novembre 1466.Le terrene cose avendo commesso Dio alle disputazioni degli uomini (le sacre carte lo affermano), ella è fortuna espressa se caschino sopra un argomento due diversi pareri soltanto; però mentre taluno pensa gli abiti nostri sequela unica della educazione, non deve recare maraviglia se altri si ostina a sostenerli derivati dalla natura; e forse la verità è tra due: però male si negherebbe, che Andrea, fino dalla infanzia, mostrasse ingegno audace, mani pronte e mente vaga di avventure: di fatti, ora con lo smarrirsi, ch'ei faceva errando lontano da casa, ora col tornarci malconcio, spesso col dovere andare in traccia di lui, ed una volta perfino a cavarlo per forza di su una galera genovese donde non voleva più scendere, tanta perturbazione apportava nei parenti, che certa zia, donna assai tenera delle cose dell'anima, paurosa che Andrea, dandosi come pareva alla milizia, avrebbe messo a repentaglio la sua eterna salute, ordinò nel suo testamento, che, dov'egli perdurasse in cotesti appetiti guerreschi, avesse a perdere quanto ella gli aveva legato.Il padre Ceva, morendo, lasciò raccomandatii figliuoli giovanetti alle cure della moglie Caracosa, donna, a quanto apparisce, d'ingegno sottile, di corpo non sana; chè il parente Domenico, considerati la natura umana sempre cupida dello altrui, e i tempi infami per rapine commesse con violenza e con frode, anzichè di conforto aveva empito di affanno gli ultimi momenti di lui. Invero i presagi paterni si avverarono di corto, imperciocchè Domenico, passati appena i primi giorni del lutto, incominciò a mettere parole alla lontana, come una femmina male potesse tenere signoria di terre, e quelle difendere dai nemici così interni come esterni; sembrargli profittevole che, spogliandosi ella da codeste cure e da codesti pericoli, attendesse intera a bene allevare i figliuoli. La donna, che capì per aria, lo ringraziò del consiglio, anzi gli disse: egli averla prevenuta con le parole, non già con la mente, conciossiachè tale si fosse per lo appunto riposto nell'animo di fare; però non potrebbe a verun patto sofferire che altri, entrando a parte della signoria di Oneglia, cagionasse a lui Domenico fastidii, contenzioni e intoppi forse peggiori: pigliasse tutto egli, non consentisse, che il retaggio dei Doria andasse diviso: quanto al prezzo, rimettersene alla generosità sua: pensasse i figliuoli di Ceva essere di un medesimosangue con lui, e poveri, e da quella parte di signoria in fuori non possedere altro assegnamento nel mondo.Domenico, blandito nelle sue voglie, desiderò tenersi bene edificata la donna, e, presi in grazia i figliuoli e lei, quanto a prezzo non istette su lo scarso, e si profferse largamente per ogni buono officio a fine di bene avviare i garzoni. A questa alienazione del paterno patrimonio con animo rimesso si accomodò Giovanni, non Andrea, cupido per istinto dei gaudii della dominazione, per modo che, salito in furore, si chiuse nella propria stanza, dove limandosi il cuore, e rifiutando ostinato ogni ragionamento, dopo pochi giorni infermò. La madre, la quale a posta sua era assai donna di suo capo, si puntò nei primi giorni a non visitarlo; ma, sentendo poi come il male si aggravasse, si recò nella stanza del giacente, dove trovatolo tutto intorato e a lei non volgente il discorso, nè gli occhi, data licenza ai famigli, ella gli si pose a sedere a canto il letto, e con severa voce così gli favellò:«La giovanezza, figliuolo mio, per soverchia calidità di sangue, è presuntuosa; immaginando, che col crescere degli anni venga meno l'ardire, ella picchia la mano sul pomo della spada, e baldanzosa esclama: io quantovoglio posso; e non è così: la esperienza della vita t'insegnerà, o Andrea, come più scarsamente, e meno durevolmente l'uomo acquisti con la forza, che con la industria. Ora io ho considerato, che chi appetisce la roba altrui commette peccato, ma se dell'orfano, delitto; e come Domenico palesandomi questa sua cupidità abbia già strappato il primo argine della verecondia: adesso nelle ruine, massime nelle morali, il primo schianto è quello che conta. Contro le voglie del cupido parente, che per poco di contrasto diventeranno disoneste, forse scellerate (e i tempi nostri ce ne porgono copia di esempii luttuosissimi), che posso io povera vedova, che cosa potete voi altri poveri orfani? Le difese forensi salvano dai potenti quanto i corsaletti di bambagina dalle artiglierie, e nondimanco costano care. Confiderai negli amici di casa? Di questi la più parte, come gli uccelli di passo, volano altrove con la rigida stagione; rimarranno pochi; taluni di questi ti conforteranno col fiele, quasi che la ingiuria della fortuna fosse colpa tua, e presto si stancheranno di sostenerti, perchè non ci ha quanto il misero, che venga di corto in uggia; e a te dorrà amaramente avere messo a repentaglio dell'anima e del corpo i pochi risoluti a correre per te ogni sorte più rea; e, se non tiavvenga rimanere oppresso così ad un tratto, ecco schiusa la porta a discordie, a contese, a nimicizie spietate e ad opere di sangue, infamia della nobilissima casa nostra. O piuttosto vorresti, che io mi richiamassi al Senato di Genova perchè si mettesse di mezzo a comporre le nostre liti? O Andrea, va pur franco, ch'ei non se lo lascerebbe dire due volte! ma credi eziandio, che il Senato sarebbe capace di levare a Domenico anco la parte sua, non già a te restituire la tua; e questa è storia vecchia quando si ricorre allo aiuto dei potenti. Però mi parve cosa savia non inimicarci il congiunto, togliendogli la causa di prenderci in avversione, ed all'opposto dandogliela di conservarsi benevolo, e giudico che lo farà; me ne dà pegno il giusto prezzo profferto, il quale dimostra come l'uomo, quando per conseguire il suo intento non si trovi costretto necessariamente a commettere malefizio, anco con qualche suo incomodo si atterrà all'onesto; l'amore, o se ti piace piuttosto la superbia del casato, molto può presso tutti, principalmente nei nobili, dacchè formano parte della potenza e del decoro tuoi la potenza e il decoro della schiatta intera; onde non è da rivocarsi in dubbio, che Domenico si metterà coll'arco del dosso a farti stato, purchè sia fuori di Oneglia, e, quandociò non avvenisse, aquila sei, e a me tua madre basti curare, che altri non ti tagli i sommoli dell'ale; cresciute ch'elle ti sieno, ricorda che l'aquila dei Doria è usa ai lunghi voli. Ho udito spesso raccontare da tuo padre come parecchi capitani famosi dell'antichità, bruciando le navi, o con altro strattagemma conducessero lo esercito alla stretta di vincere o di perire; e sempre vinsero; io togliendoti la signoria di una parte di Oneglia forse ti apro il cammino per diventare signore di Genova intera.»Piacquero le parole al giovane Andrea, il quale, rasserenato tutto nell'animo, ammirò la prudenza della madre proseguendola con le lodi che seppe maggiori, e comecchè molto per lo addietro lo amasse, le crebbe affetto così, che da quel giorno in poi, non desiderò altra compagnia, parendogli, come pur troppo era, che nè più amorevole, nè più copiosa di utili ammaestramenti potesse rinvenirla altrove; e quando poi, con inestimabile amarezza, la vide intristire di salute, e poco appresso infermare di male di morte, non le si mosse mai da lato, raccogliendo, piuttostochè con pietà filiale, con religione, le parole, i baci ed i sospiri estremi di lei.Qui cade in acconcio confermare per via di esempio quella sentenza esposta nel proemio,che dice, i contemporanei o per troppo amore o per troppo odio non parere i più idonei all'ufficio di storico verace. Infatti messer Lorenzo Cappelloni, che scrisse la vita di Andrea Doria nel 1562, e la dedicò a Giovannandrea figliuolo di Giannettino, ci racconta come tali e tante fossero l'aspettazione e la benevolenza dei sudditi Onegliesi riposte in Andrea, che offersero ricomperare la sua parte di Signoria per poi restituirgliela, e così non rimanere privi del suo dolce imperio, e lo facevano, se non lo impediva egli medesimo. Ora, posto da parte che la Caracosa s'induceva a cotesta vendita non già per bisogno ch'ella ne avesse, ma sì per compiacere al parente, e pretermesso eziandio, che, non si sa come, Domenico si sarebbe lasciato scappare di mano uno acquisto tanto appetito da lui, avvertiamo: che i popoli acconsentano essere venduti, questo si è visto e quotidianamente si vede; ma, che si ricomperino al fine di mantenersi in servitù, passa il segno di ogni incredibile viltà; e se ciò fosse, tornerebbe, per opinione mia, poco ad onore nascere uomini, imperciocchè le bestie nè fanno, nè sanno immaginare così miserando abbandono. Dicono altresì, che Andrea desse opera ai buoni studii, ed in essi riuscisse eccellente, la quale cosa non ci venendo dimostratada documento alcuno che si parta da lui, ci stringeremo a non impugnarla, confessando, che in esso fosse abbondanza di eloquio efficace, come certo possedè astutissimo ingegno.A ventisei anni, se non povero, almeno non troppo copioso di averi, ma ricco di speranze e di concetti, uscì di casa a cercare sua ventura pel mondo. Innanzi tratto capitato a Roma, per favore di Niccolò Doria capitano delle guardie del Papa, fu accolto uomo di arme al servizio d'Innocenzo VIII di casa Cibo: veramente non erano cotesto luogo nè officio da fare grosso civanzo, imperciocchè uomo di arme si appellasse a quei tempi il soldato nobile che militava senza esser sottoposto ad altri che al Principe per cui combatteva; e nondimanco Andrea ci si era messo proprio con la speranza, che il Papa, per essere genovese, avvantaggiasse le cose sue; tuttavolta ei non potè per allora sperimentare i beneficii della corte di Roma, che in quel medesimo anno papa Innocenzo passò a miglior vita, succedendogli nella cattedra di san Pietro Alessandro VI Lenzuoli.Andrea, o che conoscesse la temperie mutata (costumando ogni Papa portare le sue creature, e papa Alessandro era spagnuolo), ole immanità di costui presentisse vergogna non solo del sommo sacerdozio, ma della nostra specie; senno insomma lo assistesse o fortuna, egli stimò prudente pigliarsi il puleggio da Roma, e ridursi in corte di Guido da Montefeltro duca di Urbino. Quanto costà ei si fermasse non rammenta la storia, ma fu piuttosto soggiorno che dimora, e se è lecito affermare fatti per via di congetture credibili, sembra che il suo cuore restasse tocco da amorosa passione, come meglio dal processo di questa storia verrà dichiarato.Da Urbino Andrea recossi a Napoli, vivendo tuttavia Ferdinando il vecchio che lo prese nella sua guardia, ma anco questo principe dopo pochi giorni per subita infermità si partiva dal mondo. Quantunque però pei rumori di Francia, e pei casi di Milano incominciassero a turbarsi le faccende del regno di cui i popoli si mostravano infelloniti contro la razza arragonese, Andrea stette in divozione di Alfonso, erede del regno e degli odii del padre suo, il quale, inteso a provvedere alla fortuna pericolante, mandò Ferdinando duca di Calabria suo figliuolo con buon nerbo di armati, e Andrea Doria tra questi, a tentare novità nel Milanese contro Ludovico il Moro, o almanco per impedire il passo in Romagna a Carlo VIII. Ilterrore delle armi Francesi, la ferocia loro non mai più per lo innanzi usitata in guerra, la gente imbelle, e le anime avvilite in Italia, la perfidia dei confederati, il rancore dei popoli resero ogni provvedimento vano. Senza fare opera di valore, al giovane Ferrandino toccò dare indietro a Faenza, a Roma, a san Germano, a Capua; da per tutto. Andrea sembra rientrasse in Napoli prima delle sorti estreme del duca di Calabria, dacchè ricaviamo dalle storie ch'egli accompagnò il re Alfonso sopra l'ultimo lido del mare, dove si disse parato a seguitarne la ventura; ma il re, porgendogli grazie, dopo molto abbracciarlo lo persuase a rimanersi col figliuolo Ferrandino, al quale pochi giorni prima aveva risegnato il trono.Ella è una molto terribile storia quella del re Alfonso accaduta sopra cotesta terra, dove pure avrebbe dovuto attecchire come ricordo per dare esempii salutiferi ai regnanti che vennero dopo; il che non avendo fatto, quasi punto per punto, ed in virtù delle medesime cause si rinnova in questi giorni.Morto Ferdinando il vecchio, subentrava nel trono Alfonso, di padre reo figlio peggiore, il quale propiziò il suo insediamento facendo trucidare quanti rinvenne baroni nelle carceri di Napoli destinati dal re Ferdinando a miserieineffabili, ma pure sofferti vivi: erano tra questi, come porse la fama, il duca di Sessa e il principe di Rossano, messi in ceppi dal 1464, nonchè i ventiquattro fatti prigionieri nella guerra d'Innocenzo VIII, e dei baroni malcontenti parecchi. Prode in armi, come ne dette saggio nelle guerre contra ai Turchi, i quali passavano allora per la prima milizia del mondo, Alfonso non si sbigottì per la presagita calata dei Francesi in Italia, e finchè si trattò combattere nemici stranieri fece buon viso alla fortuna; quando poi l'impeto delle novità dette gridi di dolore e di minaccia così ai vivi come ai morti del regno, ch'egli aveva convertito in cimitero, non valse a resistere a sè stesso, nè ad altrui; non agli altri, imperciocchè non avesse saputo restare capace come il popolo ardisse rompere il muto spavento in cui gli pareva averlo impietrito, ed ora, sentendolo mormorare a guisa dei fuochi sotterranei del suo paese, e fargli sotto traballare la terra, il tremante era egli; a sè poi valse a resistere anco meno, chè i suoi rimorsi, assunta forma non pure nei sogni, ma nella veglia, gli davano guerra con fantasmi terribili. A colmo di terrore ecco sopraggiungere il cerusico di corte e dirgli essergli comparso tre volte in tre diverse notti lo spettro del re Ferdinando, checon fiere minacce gli aveva imposto, andasse da parte sua ad Alfonso, e lo chiarisse inane ormai opporsi alle armi di Francia, essere scritto nei cieli, non solo che la sua stirpe ruinasse giù dal trono, ma rimanesse altresì tutta travolta nel sepolcro; causa di ciò l'ira del Signore accesa dalle scelleraggini sue, particolarmente da quelle che furono commesse pei mali consigli di lui Alfonso, che gli bisbigliò negli orecchi ritornando da Pozzuolo nella chiesa di san Leonardo a Chiaia. Le dovevano essere coteste colpe grosse davvero, conciossiachè Alfonso, appena udito tanto, si chiuse in fretta ed in furia nel castello dell'Uovo, dove senza compire l'anno del regno (chè solo due giorni mancavano) risegnò con riti solenni la corona a Ferrandino suo figliuolo, giovane di ventiquattro anni, e subito dopo, notte tempo, fuggì, a mo' di ladro, a Mezzara città di Sicilia, portando seco tra roba e danaro, il valsente di meglio trecentomila ducati: colà si ridusse nel convento del monte Oliveto, confidando ottenere nella solitudine la pace che ci trovano quelli soltanto che ce la portano. Colà, dopo dieci mesi, moriva del male dello etico, alla quale infermità si aggiunse una postema nella mano, colpa di umori del tutto corrotti nel corpo di lui.Siccome vi hanno poche cose, che valgano tanto ad accostarci a Dio quanto la miseria propria, ed anco di rimbalzo l'altrui, però è da credersi, che l'aspetto di queste miserabili vicende fosse la causa, la quale condusse in quel tempo Andrea a pellegrinare in Gerusalemme, dove i frati del Tempio lo crearono cavaliere. Chi cotesti frati fossero, e con quale ragione equestri insegne compartissero, a noi non cadde il destro di trovare, nè ce ne curammo; però nè lo ingegno, nè la età balda erano tali da ispirare sconforto in Andrea; buffi di vento che ben fanno inclinare la nave fino sotto ai marosi, ma non la torcono dallo impreso cammino; ed in vero, avendo pigliato lingua come i Francesi, secondo la vecchia loro natura, prontissimi a stendere le mani, non si mostrano del pari capaci a tenere, già balenassero nel regno di Napoli, qui con celeri passi tornava.E' parve un momento, che la collera di Dio si fosse placata contro il sangue di Arragona, e quella degli uomini altresì, però che il giovane re Ferrandino, fiore di cortesia, strenuissimo in arme, sagace, industre a tenersi bene edificati i popoli, molta parte del regno avesse ripreso, e sovvenuto da Ferdinando e da Isabella di Spagna, prometteva ricuperarlo intero,come gli successe di corto con sua gloria imperitura ed esultanza degl'Italiani, i quali, sebbene inconsapevoli del come, pure aspettavano refrigerio dei diuturni affanni da lui, nè forse andavano le speranze fallite, se il giudicio eterno, contra le apparenze, non istava sempre aperto sopra la sua stirpe, ond'egli innocente ebbe pure a portare il peso della iniquità dei padri; ei fu un baleno luminoso e fugace, e, al cessare di lui, crebbe l'orrore delle tenebre ch'egli un momento rischiarava.Federico di Arragona raccolse la eredità luttuosa del nipote, e prometteva a posta sua assai comportabile regno: senonchè gli si legarono contra i re di Francia e di Spagna per la malnata cupidità del bene degli altri, ed il secondo, tuttochè prossimo congiunto di lui; per la qual cosa Federico vinto dalla izza si commise in balía della Francia, lasciando che cotesti due predoni, fattisi amici per acciuffare la preda, si accapigliassero per ispartirsela, e così accadde. Ma questi casi menò il processo dei tempi, e quando Andrea ripose il piede nel regno durava la lotta tra Ferrandino e Carlo VIII: ora per affetto antico, e per vantaggio nuovo, poteva giudicarsi, che Andrea avrebbe seguitato le parti di Ferrandino, ma non fu così, e con maraviglia dei presenti, comedi quelli che vennero dopo, fu visto accostarsi alle bandiere di Francia; anzi non mancano scrittori i quali affermano, che assoldati venticinque balestrieri a cavallo, e pagatili per tre mesi di suo, andasse ad offerirgli al Prefetto di Roma che teneva Sora, Arci, Arpino e Rocca Guglielma con altre più castella in divozione della corona di Francia su i confini del Regno; ma l'avventura si narra altrimenti, e dicono come, dopo lunga esitanza, Andrea venisse tratto alle parti di Francia dall'amicizia antica, che la famiglia Doria professava per quella della Rovere, possedendo entrambi beni contigui in riviera di ponente, e dalla memoria delle oneste accoglienze, ch'egli ebbe in corte dal duca di Urbino suocero del Prefetto; lo mosse eziandio la gratitudine a questo per avergli salvato il fratello Giovanni da imminente pericolo di vita quando, sbattuto dalla tempesta, ruppe col suo galeone su la costa di Ancona; e insieme a queste e forse sopra a tutte queste cause valse lo affetto concepito da Andrea per la duchessa, la quale egli, trattenendosi nella corte di Urbino, aveva conosciuto fanciulla.Non parve poi senza ragione discorrere con alquanto di lunghezza cosiffatta materia; dacchè supremo scopo di cui detta storia sia perlo appunto questo: con religioso studio purgare i personaggi dalle false accuse, come apporre loro le vere, correggendo del pari la malignità e la piaggeria antiche, e dispensando a ciascuno la debita lode, o la meritata infamia. Andrea, un po' per tenere dell'asprezza delle rocce liguri, un po' per elezione, si mostrò sempre nei suoi propositi piuttosto ostinato, che tenace; poco voltò; e se mutava più tardi la bandiera di Francia per quella dello Impero, esporrò com'egli ci si trovasse condotto da molte ed onorevoli cause.Avendo pertanto il Prefetto preposto Andrea alla guardia della rocca Guglielma, gli raccomandò, con fervorose istanze, la difendesse gagliardamente, dacchè ei la considerasse come la chiave delle difese di frontiera, a cui Andrea rispose; stesse sicuro che farebbe il debito: per la quale cosa avendo egli rinforzato il presidio con altri dugento fanti, buona e cappata gente, prese a battere la campagna intercettando vettovaglie e salmerie, e menando prigioni; insomma scorazzandola tutta fino a Gaeta con infinita molestia del nemico: alla fine tante ei ne fece, che il gran capitano statuì torsi via cotesto pruno dagli occhi, anzi egli stesso si dispose recarsi sotto le mura della Rocca, ed assaltarla con buon nerbo dimilizia avvezza a cotesta maniera di fazioni. Andrea, quantunque fosse di ciò informato ottimamente, pure, sapendo come nella guerra chi si fa povero di spie diventa ricco di vitupero, persuase, con disparecchie promesse, tre soldati guasconi a girsene, in sembiante di disertori, a pigliare soldo nello esercito spagnuolo, e quinci lo ragguagliassero del tempo in cui Consalvo si sarebbe mosso, e quando fosse giunto a san Germano; per ultimo arrivato sotto la Rocca, da qual parte pianterebbe le artiglierie: nè solo stava all'erta per di fuori, ma sì e meglio dentro, dove, avendo preso lingua di certi umori dei terrazzani, i quali, paurosi di andare a sacco, avrebbero voluto rendersi a patti, egli con buone parole gl'indusse a mettere nel cassero le donne, ed i fanciulli, affinchè ad ogni sinistra ventura trovassero là dentro validissimo schermo: i quali poichè ebbe accolto dentro, con parole oscure e nondimanco terribili fece intendere che guai ad essi ed alle famiglie loro se si fossero attentati a tenere occulte pratiche col nemico: sia che il proprio ingegno gli consigliasse simile strattagemma, ovvero glielo suggerisse Polieno, che ne riporta parecchi di somiglianti, posti in opera principalmente da Ciro nelle guerre che sostenne contro ai Medi: non perquesto però gli riuscì la cosa appuntino come egli avrebbe desiderato, imperciocchè venendogli agli orecchi che i terrazzani, solleciti delle masserizie troppo più che delle famiglie, avessero spedito segreti messi al Consalvo, molto raccomandandosegli, ed assicurandolo, che vigilati da vicino non potevano movere un capello per ora, ma tostochè capitasse il destro gli avrebbero senz'altro consegnato la terra, egli ordinò di corto i tapini ambasciatori s'impiccassero per la gola; e furono due.Muniti i luoghi, allestite le armi, confortate le soldatesche a fare buona prova, egli oscuro milite attese a sostenere lo sforzo di Consalvo salutato meritamente a quei tempi col nome digran capitano. La batteria fu data alla terra il dì di san Giorgio, e comecchè i tiri percotessero meno efficaci assai di quello che Andrea dubitava, tuttavia le mura dopo un lungo tempestare sfasciaronsi: aperta la breccia, le fanterie spagnuole, uniche al mondo per intrepidezza, mossero strette insieme ed unite, non altramente che fossero una massa di ferro, allo assalto; nè la gente del Doria per quanto ci si travagliasse dintorno potè impedire, che espugnassero la prima cinta: non per questo Andrea sbigottì punto, o rimise dell'animo, sì perchè prode egli era molto, e sì perchè deliberatoa difendere anco cotesta prima cinta, non però ci facesse sopra troppo assegnamento, onde la battaglia si rinfrescò sotto le mura del cassero. Gli Spagnuoli, rifiniti dal diuturno menare delle mani, avevano allentato dello ardore, ma, combattendo sotto gli occhi del sommo loro capitano, è da credersi, che l'avrebbero spuntata anco in cotesta seconda prova, se Andrea non avesse preso a fulminarli di fianco con una bombarda di ferro che balestrava pietre.Nè qui forse tornerà inopportuno notare come sul finire del secolo decimoquinto si costumasse caricare le artiglierie con palle di pietra condotte ad opera di scalpello, e di queste, ora non fa molti anni, se ne mirava copia dentro le fosse della fortezza di Samminiato avanzate allo assedio di Firenze; siccome poi dalle pietre, prima di ridurle alla rotondità, si cavavano molte schegge, così immaginarono tirare partito eziandio da queste: per la quale cosa, spartitele in sacchetti adattati alla capacità del cannone, li caricavano dentro la tromba del pezzo donde schizzavano fuori a bersagliare il nemico; questo si chiamava tiro a scaglia: più tardi alle schegge di pietra sostituironsi pallottole, chiodi, sferre, e per ultimo i cartocci pieni di palle, che pigliarono nome dimitraglia, del qual nome la etimologia da noi s'ignora: però i forbiti scrittori, che, in odio al miscuglio di sermoni stranieri col nostro, discorrono di tiri a scaglia delle moderne artiglierie, favellano senza esattezza, e con manco senno, imperciocchè nascendo cose nuove, e ai padri nostri affatto sconosciute, e' faccia di mestieri altresì che menino seco un nuovo nome per essere significate alla mente degli uomini.Tornando adesso alla storia, gli Spagnuoli non vollero saperne altro, e si ritirarono dal muro malconci. Siccome però si dubitava, che il giorno veniente con ogni sforzo supremo si sarebbe rinnovato l'assalto, Andrea, tra le altre provvidenze prese nella notte, mandò fuori un manipolo di soldati al fine che, per quanto potessero, s'industriassero indagare i concetti del nemico: costoro, mentre procedono cauti, colsero alla sprovvista il capitano don Pietro di Murcia, strenuo soldato tenuto in pregio dal Consalvo, il quale, mosso dallo scopo medesimo di specolare, e senza compagnia come colui che teneva dello spavaldo, si aggirava per quelle vicinanze. Del quale successo afflitto il Consalvo, appena si mise giorno, mandò un trombetto a proporre la tregua, ferme stanti le condizioni come in cotesto punto si trovavano, ed il riscatto di don Pietro di contro aconvenevole taglia. Andrea, accettata senza farsi pregare la tregua, studioso di procacciarsi la fama di cortese, dette abilità al capitano di stare a sua posta, o andarsene; e poichè a lui piacque partirsi, donatigli cappa di scarlatto, e palafreno, e fattegli restituire tutte le sue anella, e la collana di oro, lo mandò con Dio. Allora il Consalvo, che fu proprio fiore di cavalleria, non volendo restare di sotto al Doria, gli rese la parte della rocca Guglielma che aveva conquistato, dichiarando ciò fare non per riguardo al Prefetto, bensì in onoranza della fedeltà e prodezza del giovane castellano.Come per ordinario accade a cui usa cortesia, Andrea non iscapitò a mostrarsi cortese, imperciocchè in quella parte del borgo che occupavano gli Spagnuoli si trovassero le mulina, senza le quali, dove per poco si fosse dovuto tirare innanzi lo assedio, egli si sarebbe trovato a pessimo partito. Durante la tregua, Consalvo, quasi presentisse la gloria futura di Andrea, lo mandò ad invitare nel campo, dove accoltolo con ogni maniera di affettuosa dimostrazione, lo volle a mensa co' principali dello esercito; tenendosi quivi molti e dotti ragionamenti intorno all'arte della guerra, il gran Capitano di colta uscì fuori col domandare alDoria se, nella batteria data alla rocca Guglielma, paresse a lui, secondo il suo buon giudizio, che l'artiglieria fosse stata piantata a dovere. Alla quale interrogazione Andrea rispondendo con parole discrete disse: non saperlo per lo appunto decidere, quantunque confessasse, che gli aveva nociuto troppo più che da lui non si desiderava: ma l'altro insistendo, che per modestia non si schermisse dallo aprire l'animo suo, che tanto egli quanto il suo luogotenente avevano rimesso in lui il giudicare su quel punto, Andrea soggiunse: poichè lo volete ad ogni modo, io vi dirò per mio avviso, che voi avreste piantata meglio la vostra batteria impostandola nel boschetto degli olivi di fronte alla cortina orientale, però che a quel modo i colpi investendo meglio la terra nel mezzo, mi avrebbono tolto la comodità di accorrere senza danno da una parte all'altra al soccorso, come pure mi è riuscito di fare; di vero di questo fortemente dubitando, ci aveva provveduto alla meglio abbattendo più che poteva piante, affinchè almeno gli artiglieri spagnuoli rimanessero scoperti al tiro dei nostri moschettieri.Dette le quali parole, Consalvo, con maggiore vivezza che la gravità spagnuola gli consentisse, ed egli costumasse, battuta la spalla a certogentiluomo di artiglieria[1]esclamò: — Viva Dio, adesso continuerete a perfidiare? Dite su a questo signore castellano da qual parte intendessi io piantare le artiglierie per battere la rôcca. — Piacciono le lodi anco ai Celicoli, almeno lo affermano, pensate dunque se agli uomini, massime quando vengono profferte a quel modo, che non lascia dubbio sopra la loro sincerità; però Consalvo si sentì preso da subita propensione pel giovane capitano; della quale ebbe a dargli prova di corto, imperciocchè, per inavvertenza di Andrea o per propria iattanza, uno dei guasconi, spie dei moti del nemico, si mescolò con la comitiva del capitano, donde accadde che, essendo stato riconosciuto dal suo superiore, che aveva nome Valentiano, o perchè così veramente si appellasse, ovvero fosse della provincia di Valenza, questi, messa mano all'arme, intendeva ad ogni costo sfregiargli la faccia come a traditore: nè l'altro parve rassegnarcisi di quieto, onde ne nacque un suono di urli e di minaccie misto con uno incioccamento di arme da parere il finimondo; però Consalvo, levatosi da mensa, trasse prestamente al rumore, ed informato delcaso, dopo avere ripreso il Valentiano con acerbe parole, senza volergli dar luogo a scuse, lo licenziò di presente dalla milizia; però che, egli disse, gentiluomo essendo e spagnuolo, doveva rammentarsi come tutti quelli che vengono coll'ospite, tanto per chi gli accoglie, quanto per tutti quelli che lo circondano, essi non devono mostrare che una faccia sola, cioè quella dell'ospite.Forse con maggiore lunghezza, che non paiono meritare, abbiamo esposto questi fatti, conciossiachè per essi Andrea Doria salisse subito in fama di prestante e gentile cavaliere, avendogli dato la fortuna abilità di far di arme col più illustre capitano del tempo, e di avernela cavata con onore.Seguitando le sorti del Prefetto, le Storie ricordano alcuni gesti di minor conto co' quali Andrea, sia negoziando sia armeggiando, diede prova di valore; e tra i primi fu prova di non mediocre sagacia, quando spedito dal Prefetto in Francia a risquotere non so che paghe dovutegli dal re Luigi, egli tornò tosto indietro, e co' denari nelle bolge, essendo i Francesi a cotesti tempi, ormai diventati antichi, tanto solleciti a prendere, quanto duri a restituire o a pagare, dove non fosse per fare baldoria, magari con lo spogliato: come se, dopo averlofatto piangere, si recassero a coscienza di farlo anco ridere; cosa che, avvertita da Niccolò Machiavello, la tramandò ai posteri con queste parole, le quali paiono, piuttostochè scritte, incise nel metallo: — La natura dei Francesi è appetitosa di quello di altri, di che, insieme col suo e dello altrui, è poi prodiga: e però il Francese ruberia coll'alito per mangiarselo poi, e mandarlo a male, e goderselo con colui a chi lo ha rubato. Natura contraria alla Spagnuola, che di quello che ti ruba mai non cede niente. —Quanto ai fatti di arme, si nota come la repubblica di Firenze, avendo condotto per suo capitano generale Giovanni della Rovere con dugento uomini di arme, e dugento cavalleggeri, questi mandò Andrea, con parecchie compagnie di fanti, in aiuto dei Fermani, in quel tempo assai tribolati dagli Ascolani, dov'egli, adoperando prudentemente non meno che valorosamente, ebbe in breve tempo posto fine alla guerra, conciossiachè, venuto alle mani con gli Ascolani sul Tronto, egli assai di leggieri gli ruppe, facendovi prigioniere il figliuolo di Stoldo di Ascoli, che pose, secondo il debito, in potestà dei signori di Fermo, ma con tante raccomandazioni pel giovane, e preghiere di piegare gli animi a giusti accordi, che il cuoredi Stoldo se ne sentì vivamente commosso, onde, di lì a poco, trattenendosi Andrea allo assedio di San Piero d'Aglio, per mezzo suo appiccò pratica di pace, la quale, con soddisfazione di tutte le parti, venne presto conchiusa.
ANDREA DORIA.
Ma il giudicio dei posteri severoFruga chi oprò col senno e con la spada,E lo dimostra in suo sembiante intero.
Ma il giudicio dei posteri severoFruga chi oprò col senno e con la spada,E lo dimostra in suo sembiante intero.
Ma il giudicio dei posteri severo
Fruga chi oprò col senno e con la spada,
E lo dimostra in suo sembiante intero.
Da cui nascesse Andrea Doria, e quali i primordii della vita di lui.
Da cui nascesse Andrea Doria, e quali i primordii della vita di lui.
Francesco Guicciardino, uomo nella pratica delle faccende umane certamente a veruno secondo, lasciò scritto, essere, giusta l'opinione sua, i contemporanei spositori di storie eccellentissimi, massime se, oltre all'ingegno arguto, avvenisse loro di pigliarci parte o come magistrati o come guerrieri; ed in questa sentenza si trova condotto dal considerare che, le cause degli avvenimenti umani essendo moltiplici, taluna ci opera a modo di principale, mentre tal altra ci fa officio di accessoria:questa comparisce meno, quella più; nè tutte spettano alla vita pubblica, anzi moltissime alla privata, e le seconde, per celarsi meglio, non esercitano minore virtù: donde accade che, chi viene dopo, ne ignori molte per necessità, avendole cancellate il tempo dalla mente degli uomini, ed egli, costretto a servirsi delle uniche che rimangono, le quali sono ordinariamente le più strepitose, il fatto gli si presenta spesso o non bene intero, o alterato, e quindi il giudizio o manco o fallace.
Tali senza dubbio gli svantaggi, nè forse i soli, di quelli che imprendono tardi a scrivere storie, e nondimanco a cui ci mediti sopra si farà manifesto, come non rimangano senza un qualche compenso gli scrittori che vengono dopo.
Di fatti: per conoscere le cause segrete moventi la volontà dell'uomo non basta vivergli contemporaneo, bensì bisognerebbe vivere nella sua intrinsichezza; e poi non è mica sempre sicuro, che gli uomini illustri, lasciandosi talvolta pigliare il sopravvento in casa dalle passioni, non vogliano e non possano contenerle nelle faccende pubbliche: ma, quando anco non ci fosse altro vantaggio, per me giudicherei sufficiente questo uno: che, dopo molto secolo scrutando i fatti altrui, è agevole nonlasciarsi tirare dallo amore o dall'odio, mentre, per quanto tu sii di animo saldo, tu non potrai impedire, anco senza addartene, che, tenendo proposito dei viventi, le soverchie lodi, od i soverchi biasimi, co' quali li proseguono i volgari intelletti, non facciano forza alla tua mente.
E vuolsi eziandio considerare quest'altra cosa, che i contemporanei assistono in certo modo alla sementa dei fatti; chi viene dopo assiste alla mietitura; i primi non possono argomentare i resultati se non per via di divinazione, mentre i secondi gli leggono espressi, e però a questi, meglio che agli altri, è dato conoscere se, come, e quanto il personaggio pubblico mescolasse affetti privati nei maneggi dello Stato, per quale modo l'offendesse, e, chiamatolo a sindacato, chiarire se bene o male della Patria meritasse, le opinioni favorevoli come le contrarie profferìte dal senso volgare, secondo giustizia, revocando o confermando. In questa medesima guisa, si ha dalla Storia, i Siciliani ai tempi di Timoleone citarono le Statue dei tiranni a rendere ragione delle cose operate nella vita dal personaggio che rappresentavano, e, trovatolo reo, ne vendevano il simulacro nel mercato pubblico come si costumava con gli schiavi, e tutti li venderono,tranne Gelone, come quello che, rompendo i Cartaginesi ad Imera, liberò la patria dagli stranieri; e meritamente, chè un tanto benefizio molte colpe lava.
Incominciando pertanto, con lo aiuto di Dio, a mettere mano a questa opera d'insegnamento politico e di giustizia riparatrice, io piglio a discorrere della vita e dei gesti di Andrea Doria, di cui la Liguria si onora così, da riporlo tra i più incliti benefattori della umanità.
Circa alla nascita di lui si vuole dire, che, pari alle eccelse, non fu seconda a quella di nessuno in patria nè fuori. Sembra alla più parte degli uomini, che, per nascere illustre, persona meriti lode, e veramente pel solo fatto del nascimento non ne merita alcuna; ma tu hai da considerare come riesca più agevole acquistarci qualche rinomanza uscendo da umile stato, che splendere di propria luce in mezzo ad antenati famosi, e Andrea, gli ebbe famosissimi. Che se al nato in umile condizione la necessità da una parte fa guerra, dall'altra questa stessa necessità gli è stimolo al fianco tanto, che essa fu detta madre d'industria; mentre, pei copiosi di beni, formano gagliardo eccitamento ad oziare le glorie avite, e la molta sostanza persuade il vivere molle e superbo, nemico ad ogni atto gentile.
Corre assai credibile una tradizione, ed anco qualcheduno lo ha scritto, come la casa Doria esca da un Arduino conte di Narbona, il quale, venuto in pensiero di visitare il santo sepolcro, si riducesse in Genova, dove lo accolse ospite in casa sua certa vedova della Volta stata moglie ad un suo fidato compagno di arme: ora avvenne, che, infermandosi il conte mentre qui dimorava, una delle figliuole della matrona chiamata Oria, e per vezzo Orietta tanto amorevole sollecitudine si pigliasse di lui, che il conte prima ne sentì gratitudine, poi, con facile passo, amore; effetti soavissimi di cause soavi, quali appaiono essere la benevolenza, la gioventù e la bellezza. Per lo che il conte restituito in salute, e dopo avere debitamente sciolto il voto in Palestina, tornò a Genova dove si tolse a moglie la fanciulla di casa della Volta. E qui, o gli piacesse la stanza, o a casa sua gli toccasse a sostenere fastidii, o quale altra causa lo movesse, deliberò fermarsi ad abitare: pertanto, venduta ogni sua possessione altrove, nel luogo che oggi chiamano Portoria, comperò terre, e costruì case fino al numero di dugento, i conduttori delle quali durarono un pezzo a pagare il censo ai più remoti discendenti del Conte. La prosapia che ne venne fu chiamata dei D'Oria, piacendomantenere fuori e in casa presso i cittadini la memoria dell'ava benemerente: ora, non sapendo io se ricercando più oltre si potesse trovare della stirpe dei Doria origine più certa di questa, a questa mi attengo, perchè so che più gentile non verria fatto rinvenirla di certo.
Io mi passerei volentieri del poco degno ufficio di narrare quali fossero i maggiori di Andrea, dove mi fosse mestieri svolgere copia di pergamene, ma, poichè tu trovi scolpiti i gesti dei suoi padri sopra tutta la facciata marmorea della chiesa gentilizia di San Matteo di Genova, e meglio assai nelle pagine della Storia, non fie grave a me scrivere, nè ai miei lettori leggere di qualcheduno di loro. La Storia e i marmi pertanto ricordano un Ansaldo Doria consolo di Genova, che con 65 galere e 160 vascelli espugnò Almeria; e Nicolao, inclito nelle arti della pace quanto Ansaldo in quelle della guerra, imperciocchè, col suo ben fare, seppe rimettere in accordo i reali di Napoli co' Genovesi. Oltre all'Ansaldo acquistarono terre per la repubblica, o le recuperarono perdute, Obertino espugnatore della Canea, Lucchetto e Michele, i quali tornarono in devozione di San Giorgio quella parte di Corsica ribellata per virtù del Giudice della Cinarca; Corrado vincitore delle torri di porto Pisano edi Ghio; Filippo conquistò Negroponte; Antonio, Carpena in Catalogna. La Meloria compartì infausta, e nondimanco perenne gloria a Uberto, che vi mise in fondo la fortuna di Pisa; e, dieci anni dopo, nelle acque sicule, egli sfidava a pari duello a morte i Veneziani, che non tennero la posta. Lamba e Pagano percossero di fiere battiture i Veneziani; all'ultimo di questi toccò l'onore di pigliare lo stendardo di Niccolò Pisani, e lui prigione; nè riuscì a Venezia meno infesto di loro Luciano, come quello, che, mentre le procedevano più afflitte le fortune, le sconquassò 15 galere e le fece 2400 prigionieri. Sei volte i Doria fin al 1528 tennero il dogato, compresa la discendenza di Lamba Doria. Basti degli antenati di Andrea averne esposto tanto, che dirne tutto riuscirebbe sazievole e non espediente allo assunto.
Del padre suo chiamato Ceva poco ci dicono i ricordi: sappiamo solo, ch'egli possedè parte della signoria di Oneglia, non però la maggiore, con Domenico Doria; e come dalla moglie Caracosa pure di stirpe Doria gli nascessero due figliuoli, il primo dei quali taluno chiama Giovanni, tal altro David, e forse ebbe entrambi i nomi; il secondo fu Andrea, quel desso di cui ho preso a discorrere. Questiuscì al mondo in Oneglia la notte di santo Andrea, 30 Novembre 1466.
Le terrene cose avendo commesso Dio alle disputazioni degli uomini (le sacre carte lo affermano), ella è fortuna espressa se caschino sopra un argomento due diversi pareri soltanto; però mentre taluno pensa gli abiti nostri sequela unica della educazione, non deve recare maraviglia se altri si ostina a sostenerli derivati dalla natura; e forse la verità è tra due: però male si negherebbe, che Andrea, fino dalla infanzia, mostrasse ingegno audace, mani pronte e mente vaga di avventure: di fatti, ora con lo smarrirsi, ch'ei faceva errando lontano da casa, ora col tornarci malconcio, spesso col dovere andare in traccia di lui, ed una volta perfino a cavarlo per forza di su una galera genovese donde non voleva più scendere, tanta perturbazione apportava nei parenti, che certa zia, donna assai tenera delle cose dell'anima, paurosa che Andrea, dandosi come pareva alla milizia, avrebbe messo a repentaglio la sua eterna salute, ordinò nel suo testamento, che, dov'egli perdurasse in cotesti appetiti guerreschi, avesse a perdere quanto ella gli aveva legato.
Il padre Ceva, morendo, lasciò raccomandatii figliuoli giovanetti alle cure della moglie Caracosa, donna, a quanto apparisce, d'ingegno sottile, di corpo non sana; chè il parente Domenico, considerati la natura umana sempre cupida dello altrui, e i tempi infami per rapine commesse con violenza e con frode, anzichè di conforto aveva empito di affanno gli ultimi momenti di lui. Invero i presagi paterni si avverarono di corto, imperciocchè Domenico, passati appena i primi giorni del lutto, incominciò a mettere parole alla lontana, come una femmina male potesse tenere signoria di terre, e quelle difendere dai nemici così interni come esterni; sembrargli profittevole che, spogliandosi ella da codeste cure e da codesti pericoli, attendesse intera a bene allevare i figliuoli. La donna, che capì per aria, lo ringraziò del consiglio, anzi gli disse: egli averla prevenuta con le parole, non già con la mente, conciossiachè tale si fosse per lo appunto riposto nell'animo di fare; però non potrebbe a verun patto sofferire che altri, entrando a parte della signoria di Oneglia, cagionasse a lui Domenico fastidii, contenzioni e intoppi forse peggiori: pigliasse tutto egli, non consentisse, che il retaggio dei Doria andasse diviso: quanto al prezzo, rimettersene alla generosità sua: pensasse i figliuoli di Ceva essere di un medesimosangue con lui, e poveri, e da quella parte di signoria in fuori non possedere altro assegnamento nel mondo.
Domenico, blandito nelle sue voglie, desiderò tenersi bene edificata la donna, e, presi in grazia i figliuoli e lei, quanto a prezzo non istette su lo scarso, e si profferse largamente per ogni buono officio a fine di bene avviare i garzoni. A questa alienazione del paterno patrimonio con animo rimesso si accomodò Giovanni, non Andrea, cupido per istinto dei gaudii della dominazione, per modo che, salito in furore, si chiuse nella propria stanza, dove limandosi il cuore, e rifiutando ostinato ogni ragionamento, dopo pochi giorni infermò. La madre, la quale a posta sua era assai donna di suo capo, si puntò nei primi giorni a non visitarlo; ma, sentendo poi come il male si aggravasse, si recò nella stanza del giacente, dove trovatolo tutto intorato e a lei non volgente il discorso, nè gli occhi, data licenza ai famigli, ella gli si pose a sedere a canto il letto, e con severa voce così gli favellò:
«La giovanezza, figliuolo mio, per soverchia calidità di sangue, è presuntuosa; immaginando, che col crescere degli anni venga meno l'ardire, ella picchia la mano sul pomo della spada, e baldanzosa esclama: io quantovoglio posso; e non è così: la esperienza della vita t'insegnerà, o Andrea, come più scarsamente, e meno durevolmente l'uomo acquisti con la forza, che con la industria. Ora io ho considerato, che chi appetisce la roba altrui commette peccato, ma se dell'orfano, delitto; e come Domenico palesandomi questa sua cupidità abbia già strappato il primo argine della verecondia: adesso nelle ruine, massime nelle morali, il primo schianto è quello che conta. Contro le voglie del cupido parente, che per poco di contrasto diventeranno disoneste, forse scellerate (e i tempi nostri ce ne porgono copia di esempii luttuosissimi), che posso io povera vedova, che cosa potete voi altri poveri orfani? Le difese forensi salvano dai potenti quanto i corsaletti di bambagina dalle artiglierie, e nondimanco costano care. Confiderai negli amici di casa? Di questi la più parte, come gli uccelli di passo, volano altrove con la rigida stagione; rimarranno pochi; taluni di questi ti conforteranno col fiele, quasi che la ingiuria della fortuna fosse colpa tua, e presto si stancheranno di sostenerti, perchè non ci ha quanto il misero, che venga di corto in uggia; e a te dorrà amaramente avere messo a repentaglio dell'anima e del corpo i pochi risoluti a correre per te ogni sorte più rea; e, se non tiavvenga rimanere oppresso così ad un tratto, ecco schiusa la porta a discordie, a contese, a nimicizie spietate e ad opere di sangue, infamia della nobilissima casa nostra. O piuttosto vorresti, che io mi richiamassi al Senato di Genova perchè si mettesse di mezzo a comporre le nostre liti? O Andrea, va pur franco, ch'ei non se lo lascerebbe dire due volte! ma credi eziandio, che il Senato sarebbe capace di levare a Domenico anco la parte sua, non già a te restituire la tua; e questa è storia vecchia quando si ricorre allo aiuto dei potenti. Però mi parve cosa savia non inimicarci il congiunto, togliendogli la causa di prenderci in avversione, ed all'opposto dandogliela di conservarsi benevolo, e giudico che lo farà; me ne dà pegno il giusto prezzo profferto, il quale dimostra come l'uomo, quando per conseguire il suo intento non si trovi costretto necessariamente a commettere malefizio, anco con qualche suo incomodo si atterrà all'onesto; l'amore, o se ti piace piuttosto la superbia del casato, molto può presso tutti, principalmente nei nobili, dacchè formano parte della potenza e del decoro tuoi la potenza e il decoro della schiatta intera; onde non è da rivocarsi in dubbio, che Domenico si metterà coll'arco del dosso a farti stato, purchè sia fuori di Oneglia, e, quandociò non avvenisse, aquila sei, e a me tua madre basti curare, che altri non ti tagli i sommoli dell'ale; cresciute ch'elle ti sieno, ricorda che l'aquila dei Doria è usa ai lunghi voli. Ho udito spesso raccontare da tuo padre come parecchi capitani famosi dell'antichità, bruciando le navi, o con altro strattagemma conducessero lo esercito alla stretta di vincere o di perire; e sempre vinsero; io togliendoti la signoria di una parte di Oneglia forse ti apro il cammino per diventare signore di Genova intera.»
Piacquero le parole al giovane Andrea, il quale, rasserenato tutto nell'animo, ammirò la prudenza della madre proseguendola con le lodi che seppe maggiori, e comecchè molto per lo addietro lo amasse, le crebbe affetto così, che da quel giorno in poi, non desiderò altra compagnia, parendogli, come pur troppo era, che nè più amorevole, nè più copiosa di utili ammaestramenti potesse rinvenirla altrove; e quando poi, con inestimabile amarezza, la vide intristire di salute, e poco appresso infermare di male di morte, non le si mosse mai da lato, raccogliendo, piuttostochè con pietà filiale, con religione, le parole, i baci ed i sospiri estremi di lei.
Qui cade in acconcio confermare per via di esempio quella sentenza esposta nel proemio,che dice, i contemporanei o per troppo amore o per troppo odio non parere i più idonei all'ufficio di storico verace. Infatti messer Lorenzo Cappelloni, che scrisse la vita di Andrea Doria nel 1562, e la dedicò a Giovannandrea figliuolo di Giannettino, ci racconta come tali e tante fossero l'aspettazione e la benevolenza dei sudditi Onegliesi riposte in Andrea, che offersero ricomperare la sua parte di Signoria per poi restituirgliela, e così non rimanere privi del suo dolce imperio, e lo facevano, se non lo impediva egli medesimo. Ora, posto da parte che la Caracosa s'induceva a cotesta vendita non già per bisogno ch'ella ne avesse, ma sì per compiacere al parente, e pretermesso eziandio, che, non si sa come, Domenico si sarebbe lasciato scappare di mano uno acquisto tanto appetito da lui, avvertiamo: che i popoli acconsentano essere venduti, questo si è visto e quotidianamente si vede; ma, che si ricomperino al fine di mantenersi in servitù, passa il segno di ogni incredibile viltà; e se ciò fosse, tornerebbe, per opinione mia, poco ad onore nascere uomini, imperciocchè le bestie nè fanno, nè sanno immaginare così miserando abbandono. Dicono altresì, che Andrea desse opera ai buoni studii, ed in essi riuscisse eccellente, la quale cosa non ci venendo dimostratada documento alcuno che si parta da lui, ci stringeremo a non impugnarla, confessando, che in esso fosse abbondanza di eloquio efficace, come certo possedè astutissimo ingegno.
A ventisei anni, se non povero, almeno non troppo copioso di averi, ma ricco di speranze e di concetti, uscì di casa a cercare sua ventura pel mondo. Innanzi tratto capitato a Roma, per favore di Niccolò Doria capitano delle guardie del Papa, fu accolto uomo di arme al servizio d'Innocenzo VIII di casa Cibo: veramente non erano cotesto luogo nè officio da fare grosso civanzo, imperciocchè uomo di arme si appellasse a quei tempi il soldato nobile che militava senza esser sottoposto ad altri che al Principe per cui combatteva; e nondimanco Andrea ci si era messo proprio con la speranza, che il Papa, per essere genovese, avvantaggiasse le cose sue; tuttavolta ei non potè per allora sperimentare i beneficii della corte di Roma, che in quel medesimo anno papa Innocenzo passò a miglior vita, succedendogli nella cattedra di san Pietro Alessandro VI Lenzuoli.
Andrea, o che conoscesse la temperie mutata (costumando ogni Papa portare le sue creature, e papa Alessandro era spagnuolo), ole immanità di costui presentisse vergogna non solo del sommo sacerdozio, ma della nostra specie; senno insomma lo assistesse o fortuna, egli stimò prudente pigliarsi il puleggio da Roma, e ridursi in corte di Guido da Montefeltro duca di Urbino. Quanto costà ei si fermasse non rammenta la storia, ma fu piuttosto soggiorno che dimora, e se è lecito affermare fatti per via di congetture credibili, sembra che il suo cuore restasse tocco da amorosa passione, come meglio dal processo di questa storia verrà dichiarato.
Da Urbino Andrea recossi a Napoli, vivendo tuttavia Ferdinando il vecchio che lo prese nella sua guardia, ma anco questo principe dopo pochi giorni per subita infermità si partiva dal mondo. Quantunque però pei rumori di Francia, e pei casi di Milano incominciassero a turbarsi le faccende del regno di cui i popoli si mostravano infelloniti contro la razza arragonese, Andrea stette in divozione di Alfonso, erede del regno e degli odii del padre suo, il quale, inteso a provvedere alla fortuna pericolante, mandò Ferdinando duca di Calabria suo figliuolo con buon nerbo di armati, e Andrea Doria tra questi, a tentare novità nel Milanese contro Ludovico il Moro, o almanco per impedire il passo in Romagna a Carlo VIII. Ilterrore delle armi Francesi, la ferocia loro non mai più per lo innanzi usitata in guerra, la gente imbelle, e le anime avvilite in Italia, la perfidia dei confederati, il rancore dei popoli resero ogni provvedimento vano. Senza fare opera di valore, al giovane Ferrandino toccò dare indietro a Faenza, a Roma, a san Germano, a Capua; da per tutto. Andrea sembra rientrasse in Napoli prima delle sorti estreme del duca di Calabria, dacchè ricaviamo dalle storie ch'egli accompagnò il re Alfonso sopra l'ultimo lido del mare, dove si disse parato a seguitarne la ventura; ma il re, porgendogli grazie, dopo molto abbracciarlo lo persuase a rimanersi col figliuolo Ferrandino, al quale pochi giorni prima aveva risegnato il trono.
Ella è una molto terribile storia quella del re Alfonso accaduta sopra cotesta terra, dove pure avrebbe dovuto attecchire come ricordo per dare esempii salutiferi ai regnanti che vennero dopo; il che non avendo fatto, quasi punto per punto, ed in virtù delle medesime cause si rinnova in questi giorni.
Morto Ferdinando il vecchio, subentrava nel trono Alfonso, di padre reo figlio peggiore, il quale propiziò il suo insediamento facendo trucidare quanti rinvenne baroni nelle carceri di Napoli destinati dal re Ferdinando a miserieineffabili, ma pure sofferti vivi: erano tra questi, come porse la fama, il duca di Sessa e il principe di Rossano, messi in ceppi dal 1464, nonchè i ventiquattro fatti prigionieri nella guerra d'Innocenzo VIII, e dei baroni malcontenti parecchi. Prode in armi, come ne dette saggio nelle guerre contra ai Turchi, i quali passavano allora per la prima milizia del mondo, Alfonso non si sbigottì per la presagita calata dei Francesi in Italia, e finchè si trattò combattere nemici stranieri fece buon viso alla fortuna; quando poi l'impeto delle novità dette gridi di dolore e di minaccia così ai vivi come ai morti del regno, ch'egli aveva convertito in cimitero, non valse a resistere a sè stesso, nè ad altrui; non agli altri, imperciocchè non avesse saputo restare capace come il popolo ardisse rompere il muto spavento in cui gli pareva averlo impietrito, ed ora, sentendolo mormorare a guisa dei fuochi sotterranei del suo paese, e fargli sotto traballare la terra, il tremante era egli; a sè poi valse a resistere anco meno, chè i suoi rimorsi, assunta forma non pure nei sogni, ma nella veglia, gli davano guerra con fantasmi terribili. A colmo di terrore ecco sopraggiungere il cerusico di corte e dirgli essergli comparso tre volte in tre diverse notti lo spettro del re Ferdinando, checon fiere minacce gli aveva imposto, andasse da parte sua ad Alfonso, e lo chiarisse inane ormai opporsi alle armi di Francia, essere scritto nei cieli, non solo che la sua stirpe ruinasse giù dal trono, ma rimanesse altresì tutta travolta nel sepolcro; causa di ciò l'ira del Signore accesa dalle scelleraggini sue, particolarmente da quelle che furono commesse pei mali consigli di lui Alfonso, che gli bisbigliò negli orecchi ritornando da Pozzuolo nella chiesa di san Leonardo a Chiaia. Le dovevano essere coteste colpe grosse davvero, conciossiachè Alfonso, appena udito tanto, si chiuse in fretta ed in furia nel castello dell'Uovo, dove senza compire l'anno del regno (chè solo due giorni mancavano) risegnò con riti solenni la corona a Ferrandino suo figliuolo, giovane di ventiquattro anni, e subito dopo, notte tempo, fuggì, a mo' di ladro, a Mezzara città di Sicilia, portando seco tra roba e danaro, il valsente di meglio trecentomila ducati: colà si ridusse nel convento del monte Oliveto, confidando ottenere nella solitudine la pace che ci trovano quelli soltanto che ce la portano. Colà, dopo dieci mesi, moriva del male dello etico, alla quale infermità si aggiunse una postema nella mano, colpa di umori del tutto corrotti nel corpo di lui.
Siccome vi hanno poche cose, che valgano tanto ad accostarci a Dio quanto la miseria propria, ed anco di rimbalzo l'altrui, però è da credersi, che l'aspetto di queste miserabili vicende fosse la causa, la quale condusse in quel tempo Andrea a pellegrinare in Gerusalemme, dove i frati del Tempio lo crearono cavaliere. Chi cotesti frati fossero, e con quale ragione equestri insegne compartissero, a noi non cadde il destro di trovare, nè ce ne curammo; però nè lo ingegno, nè la età balda erano tali da ispirare sconforto in Andrea; buffi di vento che ben fanno inclinare la nave fino sotto ai marosi, ma non la torcono dallo impreso cammino; ed in vero, avendo pigliato lingua come i Francesi, secondo la vecchia loro natura, prontissimi a stendere le mani, non si mostrano del pari capaci a tenere, già balenassero nel regno di Napoli, qui con celeri passi tornava.
E' parve un momento, che la collera di Dio si fosse placata contro il sangue di Arragona, e quella degli uomini altresì, però che il giovane re Ferrandino, fiore di cortesia, strenuissimo in arme, sagace, industre a tenersi bene edificati i popoli, molta parte del regno avesse ripreso, e sovvenuto da Ferdinando e da Isabella di Spagna, prometteva ricuperarlo intero,come gli successe di corto con sua gloria imperitura ed esultanza degl'Italiani, i quali, sebbene inconsapevoli del come, pure aspettavano refrigerio dei diuturni affanni da lui, nè forse andavano le speranze fallite, se il giudicio eterno, contra le apparenze, non istava sempre aperto sopra la sua stirpe, ond'egli innocente ebbe pure a portare il peso della iniquità dei padri; ei fu un baleno luminoso e fugace, e, al cessare di lui, crebbe l'orrore delle tenebre ch'egli un momento rischiarava.
Federico di Arragona raccolse la eredità luttuosa del nipote, e prometteva a posta sua assai comportabile regno: senonchè gli si legarono contra i re di Francia e di Spagna per la malnata cupidità del bene degli altri, ed il secondo, tuttochè prossimo congiunto di lui; per la qual cosa Federico vinto dalla izza si commise in balía della Francia, lasciando che cotesti due predoni, fattisi amici per acciuffare la preda, si accapigliassero per ispartirsela, e così accadde. Ma questi casi menò il processo dei tempi, e quando Andrea ripose il piede nel regno durava la lotta tra Ferrandino e Carlo VIII: ora per affetto antico, e per vantaggio nuovo, poteva giudicarsi, che Andrea avrebbe seguitato le parti di Ferrandino, ma non fu così, e con maraviglia dei presenti, comedi quelli che vennero dopo, fu visto accostarsi alle bandiere di Francia; anzi non mancano scrittori i quali affermano, che assoldati venticinque balestrieri a cavallo, e pagatili per tre mesi di suo, andasse ad offerirgli al Prefetto di Roma che teneva Sora, Arci, Arpino e Rocca Guglielma con altre più castella in divozione della corona di Francia su i confini del Regno; ma l'avventura si narra altrimenti, e dicono come, dopo lunga esitanza, Andrea venisse tratto alle parti di Francia dall'amicizia antica, che la famiglia Doria professava per quella della Rovere, possedendo entrambi beni contigui in riviera di ponente, e dalla memoria delle oneste accoglienze, ch'egli ebbe in corte dal duca di Urbino suocero del Prefetto; lo mosse eziandio la gratitudine a questo per avergli salvato il fratello Giovanni da imminente pericolo di vita quando, sbattuto dalla tempesta, ruppe col suo galeone su la costa di Ancona; e insieme a queste e forse sopra a tutte queste cause valse lo affetto concepito da Andrea per la duchessa, la quale egli, trattenendosi nella corte di Urbino, aveva conosciuto fanciulla.
Non parve poi senza ragione discorrere con alquanto di lunghezza cosiffatta materia; dacchè supremo scopo di cui detta storia sia perlo appunto questo: con religioso studio purgare i personaggi dalle false accuse, come apporre loro le vere, correggendo del pari la malignità e la piaggeria antiche, e dispensando a ciascuno la debita lode, o la meritata infamia. Andrea, un po' per tenere dell'asprezza delle rocce liguri, un po' per elezione, si mostrò sempre nei suoi propositi piuttosto ostinato, che tenace; poco voltò; e se mutava più tardi la bandiera di Francia per quella dello Impero, esporrò com'egli ci si trovasse condotto da molte ed onorevoli cause.
Avendo pertanto il Prefetto preposto Andrea alla guardia della rocca Guglielma, gli raccomandò, con fervorose istanze, la difendesse gagliardamente, dacchè ei la considerasse come la chiave delle difese di frontiera, a cui Andrea rispose; stesse sicuro che farebbe il debito: per la quale cosa avendo egli rinforzato il presidio con altri dugento fanti, buona e cappata gente, prese a battere la campagna intercettando vettovaglie e salmerie, e menando prigioni; insomma scorazzandola tutta fino a Gaeta con infinita molestia del nemico: alla fine tante ei ne fece, che il gran capitano statuì torsi via cotesto pruno dagli occhi, anzi egli stesso si dispose recarsi sotto le mura della Rocca, ed assaltarla con buon nerbo dimilizia avvezza a cotesta maniera di fazioni. Andrea, quantunque fosse di ciò informato ottimamente, pure, sapendo come nella guerra chi si fa povero di spie diventa ricco di vitupero, persuase, con disparecchie promesse, tre soldati guasconi a girsene, in sembiante di disertori, a pigliare soldo nello esercito spagnuolo, e quinci lo ragguagliassero del tempo in cui Consalvo si sarebbe mosso, e quando fosse giunto a san Germano; per ultimo arrivato sotto la Rocca, da qual parte pianterebbe le artiglierie: nè solo stava all'erta per di fuori, ma sì e meglio dentro, dove, avendo preso lingua di certi umori dei terrazzani, i quali, paurosi di andare a sacco, avrebbero voluto rendersi a patti, egli con buone parole gl'indusse a mettere nel cassero le donne, ed i fanciulli, affinchè ad ogni sinistra ventura trovassero là dentro validissimo schermo: i quali poichè ebbe accolto dentro, con parole oscure e nondimanco terribili fece intendere che guai ad essi ed alle famiglie loro se si fossero attentati a tenere occulte pratiche col nemico: sia che il proprio ingegno gli consigliasse simile strattagemma, ovvero glielo suggerisse Polieno, che ne riporta parecchi di somiglianti, posti in opera principalmente da Ciro nelle guerre che sostenne contro ai Medi: non perquesto però gli riuscì la cosa appuntino come egli avrebbe desiderato, imperciocchè venendogli agli orecchi che i terrazzani, solleciti delle masserizie troppo più che delle famiglie, avessero spedito segreti messi al Consalvo, molto raccomandandosegli, ed assicurandolo, che vigilati da vicino non potevano movere un capello per ora, ma tostochè capitasse il destro gli avrebbero senz'altro consegnato la terra, egli ordinò di corto i tapini ambasciatori s'impiccassero per la gola; e furono due.
Muniti i luoghi, allestite le armi, confortate le soldatesche a fare buona prova, egli oscuro milite attese a sostenere lo sforzo di Consalvo salutato meritamente a quei tempi col nome digran capitano. La batteria fu data alla terra il dì di san Giorgio, e comecchè i tiri percotessero meno efficaci assai di quello che Andrea dubitava, tuttavia le mura dopo un lungo tempestare sfasciaronsi: aperta la breccia, le fanterie spagnuole, uniche al mondo per intrepidezza, mossero strette insieme ed unite, non altramente che fossero una massa di ferro, allo assalto; nè la gente del Doria per quanto ci si travagliasse dintorno potè impedire, che espugnassero la prima cinta: non per questo Andrea sbigottì punto, o rimise dell'animo, sì perchè prode egli era molto, e sì perchè deliberatoa difendere anco cotesta prima cinta, non però ci facesse sopra troppo assegnamento, onde la battaglia si rinfrescò sotto le mura del cassero. Gli Spagnuoli, rifiniti dal diuturno menare delle mani, avevano allentato dello ardore, ma, combattendo sotto gli occhi del sommo loro capitano, è da credersi, che l'avrebbero spuntata anco in cotesta seconda prova, se Andrea non avesse preso a fulminarli di fianco con una bombarda di ferro che balestrava pietre.
Nè qui forse tornerà inopportuno notare come sul finire del secolo decimoquinto si costumasse caricare le artiglierie con palle di pietra condotte ad opera di scalpello, e di queste, ora non fa molti anni, se ne mirava copia dentro le fosse della fortezza di Samminiato avanzate allo assedio di Firenze; siccome poi dalle pietre, prima di ridurle alla rotondità, si cavavano molte schegge, così immaginarono tirare partito eziandio da queste: per la quale cosa, spartitele in sacchetti adattati alla capacità del cannone, li caricavano dentro la tromba del pezzo donde schizzavano fuori a bersagliare il nemico; questo si chiamava tiro a scaglia: più tardi alle schegge di pietra sostituironsi pallottole, chiodi, sferre, e per ultimo i cartocci pieni di palle, che pigliarono nome dimitraglia, del qual nome la etimologia da noi s'ignora: però i forbiti scrittori, che, in odio al miscuglio di sermoni stranieri col nostro, discorrono di tiri a scaglia delle moderne artiglierie, favellano senza esattezza, e con manco senno, imperciocchè nascendo cose nuove, e ai padri nostri affatto sconosciute, e' faccia di mestieri altresì che menino seco un nuovo nome per essere significate alla mente degli uomini.
Tornando adesso alla storia, gli Spagnuoli non vollero saperne altro, e si ritirarono dal muro malconci. Siccome però si dubitava, che il giorno veniente con ogni sforzo supremo si sarebbe rinnovato l'assalto, Andrea, tra le altre provvidenze prese nella notte, mandò fuori un manipolo di soldati al fine che, per quanto potessero, s'industriassero indagare i concetti del nemico: costoro, mentre procedono cauti, colsero alla sprovvista il capitano don Pietro di Murcia, strenuo soldato tenuto in pregio dal Consalvo, il quale, mosso dallo scopo medesimo di specolare, e senza compagnia come colui che teneva dello spavaldo, si aggirava per quelle vicinanze. Del quale successo afflitto il Consalvo, appena si mise giorno, mandò un trombetto a proporre la tregua, ferme stanti le condizioni come in cotesto punto si trovavano, ed il riscatto di don Pietro di contro aconvenevole taglia. Andrea, accettata senza farsi pregare la tregua, studioso di procacciarsi la fama di cortese, dette abilità al capitano di stare a sua posta, o andarsene; e poichè a lui piacque partirsi, donatigli cappa di scarlatto, e palafreno, e fattegli restituire tutte le sue anella, e la collana di oro, lo mandò con Dio. Allora il Consalvo, che fu proprio fiore di cavalleria, non volendo restare di sotto al Doria, gli rese la parte della rocca Guglielma che aveva conquistato, dichiarando ciò fare non per riguardo al Prefetto, bensì in onoranza della fedeltà e prodezza del giovane castellano.
Come per ordinario accade a cui usa cortesia, Andrea non iscapitò a mostrarsi cortese, imperciocchè in quella parte del borgo che occupavano gli Spagnuoli si trovassero le mulina, senza le quali, dove per poco si fosse dovuto tirare innanzi lo assedio, egli si sarebbe trovato a pessimo partito. Durante la tregua, Consalvo, quasi presentisse la gloria futura di Andrea, lo mandò ad invitare nel campo, dove accoltolo con ogni maniera di affettuosa dimostrazione, lo volle a mensa co' principali dello esercito; tenendosi quivi molti e dotti ragionamenti intorno all'arte della guerra, il gran Capitano di colta uscì fuori col domandare alDoria se, nella batteria data alla rocca Guglielma, paresse a lui, secondo il suo buon giudizio, che l'artiglieria fosse stata piantata a dovere. Alla quale interrogazione Andrea rispondendo con parole discrete disse: non saperlo per lo appunto decidere, quantunque confessasse, che gli aveva nociuto troppo più che da lui non si desiderava: ma l'altro insistendo, che per modestia non si schermisse dallo aprire l'animo suo, che tanto egli quanto il suo luogotenente avevano rimesso in lui il giudicare su quel punto, Andrea soggiunse: poichè lo volete ad ogni modo, io vi dirò per mio avviso, che voi avreste piantata meglio la vostra batteria impostandola nel boschetto degli olivi di fronte alla cortina orientale, però che a quel modo i colpi investendo meglio la terra nel mezzo, mi avrebbono tolto la comodità di accorrere senza danno da una parte all'altra al soccorso, come pure mi è riuscito di fare; di vero di questo fortemente dubitando, ci aveva provveduto alla meglio abbattendo più che poteva piante, affinchè almeno gli artiglieri spagnuoli rimanessero scoperti al tiro dei nostri moschettieri.
Dette le quali parole, Consalvo, con maggiore vivezza che la gravità spagnuola gli consentisse, ed egli costumasse, battuta la spalla a certogentiluomo di artiglieria[1]esclamò: — Viva Dio, adesso continuerete a perfidiare? Dite su a questo signore castellano da qual parte intendessi io piantare le artiglierie per battere la rôcca. — Piacciono le lodi anco ai Celicoli, almeno lo affermano, pensate dunque se agli uomini, massime quando vengono profferte a quel modo, che non lascia dubbio sopra la loro sincerità; però Consalvo si sentì preso da subita propensione pel giovane capitano; della quale ebbe a dargli prova di corto, imperciocchè, per inavvertenza di Andrea o per propria iattanza, uno dei guasconi, spie dei moti del nemico, si mescolò con la comitiva del capitano, donde accadde che, essendo stato riconosciuto dal suo superiore, che aveva nome Valentiano, o perchè così veramente si appellasse, ovvero fosse della provincia di Valenza, questi, messa mano all'arme, intendeva ad ogni costo sfregiargli la faccia come a traditore: nè l'altro parve rassegnarcisi di quieto, onde ne nacque un suono di urli e di minaccie misto con uno incioccamento di arme da parere il finimondo; però Consalvo, levatosi da mensa, trasse prestamente al rumore, ed informato delcaso, dopo avere ripreso il Valentiano con acerbe parole, senza volergli dar luogo a scuse, lo licenziò di presente dalla milizia; però che, egli disse, gentiluomo essendo e spagnuolo, doveva rammentarsi come tutti quelli che vengono coll'ospite, tanto per chi gli accoglie, quanto per tutti quelli che lo circondano, essi non devono mostrare che una faccia sola, cioè quella dell'ospite.
Forse con maggiore lunghezza, che non paiono meritare, abbiamo esposto questi fatti, conciossiachè per essi Andrea Doria salisse subito in fama di prestante e gentile cavaliere, avendogli dato la fortuna abilità di far di arme col più illustre capitano del tempo, e di avernela cavata con onore.
Seguitando le sorti del Prefetto, le Storie ricordano alcuni gesti di minor conto co' quali Andrea, sia negoziando sia armeggiando, diede prova di valore; e tra i primi fu prova di non mediocre sagacia, quando spedito dal Prefetto in Francia a risquotere non so che paghe dovutegli dal re Luigi, egli tornò tosto indietro, e co' denari nelle bolge, essendo i Francesi a cotesti tempi, ormai diventati antichi, tanto solleciti a prendere, quanto duri a restituire o a pagare, dove non fosse per fare baldoria, magari con lo spogliato: come se, dopo averlofatto piangere, si recassero a coscienza di farlo anco ridere; cosa che, avvertita da Niccolò Machiavello, la tramandò ai posteri con queste parole, le quali paiono, piuttostochè scritte, incise nel metallo: — La natura dei Francesi è appetitosa di quello di altri, di che, insieme col suo e dello altrui, è poi prodiga: e però il Francese ruberia coll'alito per mangiarselo poi, e mandarlo a male, e goderselo con colui a chi lo ha rubato. Natura contraria alla Spagnuola, che di quello che ti ruba mai non cede niente. —
Quanto ai fatti di arme, si nota come la repubblica di Firenze, avendo condotto per suo capitano generale Giovanni della Rovere con dugento uomini di arme, e dugento cavalleggeri, questi mandò Andrea, con parecchie compagnie di fanti, in aiuto dei Fermani, in quel tempo assai tribolati dagli Ascolani, dov'egli, adoperando prudentemente non meno che valorosamente, ebbe in breve tempo posto fine alla guerra, conciossiachè, venuto alle mani con gli Ascolani sul Tronto, egli assai di leggieri gli ruppe, facendovi prigioniere il figliuolo di Stoldo di Ascoli, che pose, secondo il debito, in potestà dei signori di Fermo, ma con tante raccomandazioni pel giovane, e preghiere di piegare gli animi a giusti accordi, che il cuoredi Stoldo se ne sentì vivamente commosso, onde, di lì a poco, trattenendosi Andrea allo assedio di San Piero d'Aglio, per mezzo suo appiccò pratica di pace, la quale, con soddisfazione di tutte le parti, venne presto conchiusa.