CAPITOLO III.

CAPITOLO III.Disuguaglianza civile causa perpetua di ruina negli Stati. Dei governi misto e semplice, e quale dei due il più sincero. Rumori di popolo;castiga villano; due Doria ammazzati; nuova spartizione degli uffici tra popolo e patrizii. — Accordi politici non durano; i patrizii sopraffatti esulano a Savona; e ogni dì inaspriti ricorrono alla Francia. Il Re distratto altrove tepido paciere. Guerra del popolo contro i nobili, e consigli di Andrea. Mutate le cose di Francia il Re entra non più paciere, ma vendicatore dei nobili. Paolo da Novi doge popolano decapitato e squartato: altre stragi: rimettonsi le cose come prima. Lega di Cambraia. Fama di Giulio II usurpata; sue contese con la Francia; il Papa promove novità a Genova; i congiurati scoperti hanno mozzo il capo. Giano Fregoso con forza aperta toglie Genova alla Francia. Andrea Doria prefetto del mare. — Gesto nobilissimo di Andrea sotto laBrigliadove rimane ferito. — Prosperando le cose di Francia Andrea si ripara con l'armata a Portofino. — Sconfitta dei Francesi a Novara. — Torna Ottaviano Fregoso doge in Genova, e il Doria con esso. Guerra turchesca, l'arcivescovo di Salerno geloso di Andrea si adopera a torgli l'ufficio di prefetto del mare, e non riesce. Gesti di Andrea a Gianutri e alla Pianosa, dove si combatte aspramente. — Carlo V disegnando prevalere in Italia tenta pigliare Genova alla sprovvista e non riesce; l'anno dopo la piglia per forza, e la saccheggia. — Tragediadi Monaco non senza sospetto di partecipazione del Doria. — Andrea in corte di Francia persuade soccorrersi Rodi e invano; difende le coste di Provenza, durante la invasione degl'imperiali in Provenza; e cattura Filiberto principe di Oranges; piglia Savona e Varagine; vince il Moncada ammiraglio di Spagna e lo fa prigioniero. Francesco I rotto a Pavia. Dal consiglio di Francia vuolsi, che Andrea metta in pegno le sue galee pel sicuro trasporto del Re in Ispagna; nega, e si proferisce liberarlo per virtù di arme: non è atteso; mal soddisfatto dei Francesi, spirata la condotta, si accomoda col Papa. Legasantaper frenare lo Imperatore. — Andrea contro la patria, tenta Portofino, ed è ributtato. Le cose della lega vanno a rifascio, il Papa si stacca dalla lega, e Andrea va a Civitavecchia; rimandato a combattere la flotta spagnuola la disperde nel mare ligure. Di un tratto il Papa si scosta da capo dalla lega, e si accorda col Colonna e col Moncada; il Borbone non mena buoni gli accordi. — Sacco di Roma. — Potere temporale del Papa minacciato dall'Austria, difeso dalla Inghilterra. Andrea da capo al soldo della Francia, e da capo contro la patria sua. — Dopo varie fortune piglia Genova; dissuade il re Francesco a metterci doge Cesare Fregoso, e ci va governatore Teodoro Triulzio. — Piglia moglie. — Suoi amori. — Sua parsimonia. — Codicilli singolari del suo testamento.Se noi scrivessimo le storie dei popoli faremmo chiari i lettori come causa perpetua di discordia prima, e poi di tracollo negli stati fossero i nobili, o quelli che, per eccesso di censo appartandosi dalla uguaglianza civile, intesero soverchiare altrui con la potenza comecon gli averi. I politici antichi, ed anco dei moderni parecchi, reputarono ottimo governo quello, che va composto di un mescolo, dove la democrazia, la monarchia e l'aristocrazia entrano in parti uguali: opinione che per più ponderato consiglio a me sembra piuttosto in apparenza che in sostanza prudente, imperciocchè veruno dei tre ordini stia mai al segno, bensì uno si adoperi a superare perpetuamente l'altro, da prima con leggi, più tardi con le insidie, all'ultimo con le violenze. I democratici fiorentini, invece di estirpare i grandi, gli esclusero dai magistrati; non tolsero già i privilegi per tutti, al contrario, per via degli ordinamenti di giustizia, ed altre di questa maniera provvisioni, ne istituirono molti, ed odiosi in danno di loro, con offese continue li condussero alla disperazione, sicchè quante volte i grandi poterono farlo si legarono con la tirannide domestica, o forestiera, per ripigliare il sopravvento sul popolo; finalmente, accostandosi ai Medici, nel ridurre il popolo e sè in ceppi, reputarono refrigerio, e non fu nè manco vendetta, la comune servitù.Non so se altrove, ma qui in Italia corre per la bocca della gente un proverbio rivelatore dell'animo dei padri nostri, e pur troppo eziandio del nostro, il quale è questo: malecomune, mezzo gaudio. Parve, e pare tuttavia bello a noi Italiani cavarci gli occhi, a patto che gli avversarii nostri abbiano a rimanere orbi. Per converso i Veneziani raccolsero la somma del governo nei patrizii, e nè manco in tutti, ma studiarono diligentissimi che il popolo avesse sicure due cose: pane e giustizia; procedendo in questo, meglio dei Fiorentini, avvisati assai; pure anche lì coll'andare del tempo cotesto sentirsi governato a guisa di mandra, comecchè con amore, rincrebbe al popolo, che, capitatogli il destro, un giorno pensando abbattere solo i patrizii, atterrò loro e lo Stato.La esperienza ammaestra come la macchina governativa, al pari di ogni altra, quanto più la ordinerai semplice, e più tu proverai perfetta, sicchè ti risponderà meglio quanto meno ci metterai dentro disuguaglianze, oltre quelle che induce la natura, voglio dire di giovani feroci, e di vecchi prudenti, d'improbi e di probi, d'ingegnosi e di ottusi. Ad ogni modo, innanzi che i governi semplici tornino graditi alla universalità, e' ci ha da correre un bel tratto; intanto la lite flagrante, e la fortuna alterna della democrazia e della aristocrazia, mantengono il campo delle offese e dei rancori, donde agli spiriti cupidi si offre abilità di rimestarele faccende per modo, che conseguano lo scopo dei volgari ma utili appetiti.Nel tempo in cui sono giunto ragionando di Andrea Doria gli ufficii ripartivansi a Genova fra popolo e patrizii con questa ragione, che ai nobili ne toccavano i due terzi, un terzo al popolo: i voti per vincere i partiti si contavano alla medesima stregua. Il popolo pertanto chiedeva riforma, e dirittamente, conciossiachè essendo egli troppo più copioso in numero dei nobili, ne accadeva, che mentre questi quasi tutti esercitavano le magistrature, pochi di lui si trovassero ad averle; allora taluni fra i più savi senatori proposero la riforma in consiglio, ma i nobili superando co' due terzi dei voti respinsero il partito, e ne menarono baldoria secondo il solito dei corpi deliberanti cui pare averla spuntata allorchè vincono con le fave, quando, se prudenti, arieno a tenere la lingua in palazzo, e le orecchie in piazza: e come i tempi erano più feroci dei nostri, alla ingiustizia aggiunsero la prepotenza, facendo fabbricare certe lame di pugnale col motto incisovi sucastiga villano, quasi per far capire al popolo di scancío, che, se la legge gli pareva oscura, gliela avrebbero chiosata i patrizii a suono di coltello. Il popolo, che da un pezzo bolliva, dette di fuori gridando:addosso ai nobili;e trovati per via un Visconte Doria ed un altro pure della medesima stirpe, gli ammazzò di botto: allora e' fu un bacchio baleno levarsi dal fianco il pugnalecastiga villano, e più che baleno scendere a patti. Il popolo dopo la vittoria non crebbe pretensioni; i patrizii, di superbi divenuti umili, meravigliavano, o piuttosto ne facevano le viste, come mai avessero potuto reputare esorbitante ieri, quanto conoscevano oggi, non pure giusto, ma discreto, onde concessero di leggieri, che la misura dei voti e degli ufficii si rovesciasse; vale a dire, che dove prima i patrizii delle cariche e dei voti avevano i due terzi, e il terzo il popolo, da ora in poi i due terzi spetterebbero al popolo, il terzo ai patrizii.Per ordinario nei rivolgimenti politici si viene agli accordi, quando questi non hanno virtù di accordare più nulla. La potestà che cede diventa a un punto screditata e vile; il popolo che sforza insolentisce, però che la temperanza, di cui fa prova nei primi bollori, non derivi già da cuore nella sua grandezza pacato come quella di Scipione, bensì da un certo peritarsi, ch'egli, sempre uso a toccarne, prova nello adoperare la vittoria, che presto perde. Così dopo questi patti il popolo non si astenne dalle offese nella persona, e negli averidei nobili, le quali traboccarono indi a poco per modo che i nobili, paurosi di peggio, tolsero uscire dalla città, riducendosi la più parte di loro a vivere in Savona.Intanto il popolo si sbracciava a raccogliere in sè la somma del governo, e non rinveniva il bandolo: odiava il Senato, ma al punto stesso lo riveriva così, che non gli bastò l'animo di levarlo di mezzo; creò all'opposto il Tribunato per contrastarlo; e due poteri principi, di facoltà indeterminate, uno protervo per la fresca vittoria, l'altro iracondo per la patita sconfitta, inabissavano le Stato. I Tribuni fra tanto arrolarono 2500 fanti, i quali, a seconda dei voleri del popolo, spedirono nella riviera di levante per torre le castella a Gianluigi Fiesco; e gliele tolsero; tornati a casa mulinavano imprese maggiori a danno degli altri nobili, che inaspriti dalle offese vecchie, e disperati per le nuove, si adoperarono a tutt'uomo per tirare il re di Francia dalla loro, e con parole accese lo andavano serpentando dicendogli: Genova stare in bilico per uscirgli di mano dove non provvedesse presto, e forte: appetirla lo Imperatore, aocchiarla il Papa, se non per tenerla, per appianarsi la via allo acquisto del Milanese tanto agognato da lui: entrambi questi due potenti sarebbero venuti a capo della plebe piaggiandola;egli dovrebbe prevenire il pericolo opprimendola. Questi maneggi sortivano effetti contrari dei presagiti, chè il Re spaventato si mise a procedere col calzare di piombo, e volendo condurre il buono per la pace, comandava nobili e plebe si accordassero fra loro le terre prese restituendo, la riforma approvassero, e gli uni agli altri le offese si rimettessero.Non si comandano le paci; e poichè la plebe prevaleva a quei giorni, Tarlatino da Castello, condottiero preso al soldo della repubblica, si restrinse con lei; anzi per gratificarsela vie più si profferse parato a conquistare Monaco: pretesto della guerra era la recuperazione dei diritti sopra cotesta rocca, che si asserivano usurpati dai Giustiniani; causa vera stiantare il nido nel quale i nobili solevano rifugiarsi, dove potere, come da luogo sicuro, tendere insidie a Genova. Per la quale cosa i nobili vedendosi con grande stringimento di cuore in procinto di rimanere privi di cotesto fidissimo asilo nei casi di fortuna, tennero consulta assieme per sovvenirlo, ed avendo richiesto Andrea del suo parere, questi rispose: andando a Nizza egli, dopo considerate diligentemente le forze del popolo, essere venuto nel parere che contro cotesto sforzo non si potesse fare riparo, là dove non si accorresse gagliardi alle difese: tre partiti,per suo avviso, profferirsi adesso ad aiutare Monaco con frutto: in prima il soccorso dei Francesi, ma questo, oltre al comparire lento, si sarebbe rinvenuto altresì interessato; il secondo consisteva nel mettere insieme danaro del proprio, e con questo fatta massa di gente difenderlo alla scoperta; per ultimo avrebbe per avventura giovato richiamare a Genova Ottaviano Fregoso in buona vista del popolo, ed usando il benefizio del tempo attendere a guadagnarsi coi denari e con le promesse qualche capo della plebe, indebolendo per via di scismi la parte contraria. Dei tre partiti piacque l'ultimo come quello che non metteva la mano sopra la borsa. Andrea andò a conferirne con Ottaviano a Bologna, il quale si pigliò assai lestamente il carico di acconciare le faccende, ma la plebe avendolo tolto in suspicione non lo volle nè manco vedere, ond'egli trattenutosi, non senza timore e pericolo grandi, tre giorni in Genova, se ne tornò sconclusionato a Bologna. Allora i nobili da capo a muovere ressa al Re, che fare co' propri danari, come forse appariva più sicuro, e certo era più generoso, così tornava più ostico di tutti: ai legati patrizii tennero dietro i plebei; udironsi i primi, i secondi no, i quali trovarono chiuse non solo le orecchie del Re, ma perfino le porte del palazzoregale: atroce insulto, e meritato, e questo accadeva perchè il re di Francia essendosi a cagione della morte di Filippo re di Castiglia sciolto da ogni ritegno, pensò fare a meno della moderazione: abito importuno a cui costuma produrre la propria volontà per legge; ed oramai deliberato a mettere mano nelle faccende di Genova si accostava ai patrizii, tiranni, quando possono, per conto proprio, quando non possono, aiutatori della tirannide altrui.Il popolo offeso pei reietti oratori, e infellonito pei minacci contro di lui, prorompe di un tratto negl'impeti maravigliosi: di colta si arrampica sul Castelletto e sul Castellaccio, li piglia, e ne caccia malconcio il presidio francese: poi si elegge a doge Paolo da Novi tintore, e sceglie bene, secondo il solito, quando non gli corrompono con la calunnia la mente e con la pecunia il cuore. Qui non ha luogo raccontare quello che Paolo operasse; basti sapere, che operò molto e retto; vinse, fu vinto, in ultimo tradito da un Corsetto, che lo vendè ottocento scudi al re di Francia, il quale da Pisa fece trasportarlo a Genova, e quivi decapitare e squartare. Il capo di lui, prima passeggiato confitto su di una picca, poi messo dentro una gabbia attaccata al ballatoiodella torre dogale, insegnamento non nuovo, e replicato anco dopo, e sempre invano, di quello che si acquista a rincrescere ai re per gratificarsi i popoli. Nè la finiva qui; qualche ventina di popolani al capestro, a un Giustiniani si dava della scure sul capo, e ciò per privilegio del patriziato: così a quei tempi il boia dispensava, o confermava la patente della nobiltà, e forse in qualche lato in Europa continua anco adesso. Gli ordini dello Stato si rimettevano come prima, anzi secondo il consueto con qualche giunterella in peggio; la città (per non distinguere gli amici dagli avversarii) multavasi in trecentomila ducati: la moneta eziandio da ora in poi doveva coniarsi con lo stemma di Francia. Fin qui le providenze per aggiustare i conti del passato; venivano poi quelle del futuro; ed erano, che, oltre il Castelletto e il Castellaccio, i Genovesi, per mettersi nella bocca sfrenata una briglia con le proprie mani, fabbricassero la fortezza delFaro, volgarmente detta laBriglia, e tale veramente fu, imperciocchè assai duro morso l'avessero a provare i Genovesi. Così, ed anche questa è storia vecchia in Italia, una setta avendo, per dominare su l'altra, chiamato lo aiuto straniero, rimangono entrambe ridotte in servitù.Stringevasi intanto la lega di Cambraia, dovequel Giulio II, che gode presso il volgo ignorante fama di nemico pertinace ad ogni straniera dominazione in Italia, confederavasi con Francia ed Austria ai danni dei Veneziani; nè con quelle solo, ma per isgarare meglio la prova, con Ungheria, Spagna, Savoia, Mantova, e Ferrara altresì. La storia che, registrando i fatti mal si accomoda a piaggerie antiche nè a moderne, dichiara che, come papa Giulio non rifuggiva dallo spartire la Italia con lo straniero per istrappare a Venezia Ravenna, Cesena, Cervia, Faenza, Rimini ed Imola, così il duca di Savoia si accontava col Papa, e gli altri ai danni d'Italia per aspollare il regno di Cipro[2]. Durarono i collegati uniti, come suole, finchè non ispogliarono: spogliato che ebbero tornarono nemici. Il Papa un dì più acceso di tutti a collegarsi con la Francia, adesso voltandoglifaccia, tempesta avvampato a cacciarla d'Italia, e smania per restituire Milano agli Sforza, e liberare Genova dalla dominazione straniera: agli ossequi succedono le ingiurie ed anco plebee, dacchè il Cristianissimo non si trattenesse da chiamare addirittura papa Giuliobriacone: di vero costui del bere si compiaceva più, che non convenga, non dirò al Vicario di Cristo, bensì a qualsivoglia uomo dabbene. Le prime batoste toccarono al Papa sicchè s'ei ne sbuffasse non è da dire: la guerra temporale rinterzando con la Spirituale, egli scomunica il re di Francia; questi non potendo scomunicarlo, a sua posta se ne richiama al Concilio, e lo Imperatore assentendo, lo convoca a Pisa; il Pontefice per contrapposto ne intima un altro in san Giovanni Laterano, i cardinali tragiogati pei lembi della porpora non sanno a quale partito più sicuro appigliarsi. Intanto per la memorabile rotta di Ravenna le fortune del Papa parevano spacciate, ma così sperimentiamo incerti i giudizii umani che per questo appunto tornarono a germogliare più vigorose di prima, imperciocchè per la morte di Gastone di Foà, strenuissimo condottiero dei Francesi, spento in cotesta battaglia, e per le contese del cardinale Sanseverino e la Palissa circa il comando dello esercito, da un lato laprosperità francese illanguidiva, mentre dall'altro ai disastri egli riparava irrequieto tirandosi in campo gli Svizzeri con molta pecunia e con infinite speranze. In questa Giampagolo Baglioni, rinforzato di gente, calava giù nel Veronese pel Trentino, e tale appariva in vista, che alla Palissa non sovvenne migliore disegno di quello, che mettere il Po fra mezzo a sè ed ai suoi nemici.Il Papa sembrava che da qualche tempo si fosse risovvenuto, ch'era sua patria Genova, e sè nato di parte popolare; però col dirsi parziale alla democrazia, collo accogliere in corte gli emuli della Francia, da una parte sbracciando promesse grandi, dall'altra consentendo che anco i maggiori se ne pigliassero, in somma con le arti tutte dei Principi quando hanno bisogno del popolo, fomentava a Genova novità in danno della Francia, e siccome non manca mai chi si lasci ire all'amo per buona natura, ed anco per trista, dacchè la voglia di essere pescato inuzzolisce in alcuni, quanto in altri quella di pescare, un Giovanni Interriano ed un Domenico di San Piero tramarono insidie al Governo del Re, e con mal pro di entrambi, che scoperti di corto, il primo, perchè nobile, morì di scure, al secondo, plebeo, bastò il capestro: adesso poi,soffiando il vento in filo di ruota, messe da banda le frodi, si adoperava la forza. Giano Fregoso, con piccola mano di fanti e di cavalli, forse seicento in tutti, se pure ci arrivavano, s'indirizza con celeri passi a Genova, e quanti gli occorrevano per via gli si cacciavano dietro o partigiani suoi, o vaghi di garbugli: giunto in vista della città mandava arditamente un trombetto al Senato, intimandogli che riponesse il governo in mano al Fregoso. Il Senato tentennava, il Vicario del Re tempestava, e se togli la smania di volere impiccato il trombetto e subito, nè manco egli sapeva che si facesse. Il Senato, secondo l'ordinario di tutti i Senati, non patì che il trombetto s'impiccasse, perchè le cose della Lega pigliavano buona piega, e neppure chinò a riporre il governo nelle mani al Fregoso, perchè le fortune del Re potevano risorgere; tenne la via mezzana, e rimandò il trombetto con la risposta, che trattandosi di materia gravissima, si sarebbe costituito il solito magistrato per consultarci sopra; e con questa conclusione si partirono soddisfatti come se avessero salvato la patria.Ma il tratto alla bilancia lo diede sempre, secondo il solito, non il consultare dei Padri, bensì il tumulto, e per questa volta nè manco cittadinesco, bensì straniero: chè gli Svizzeri,lasciati dal vicario del re a custodia del palazzo, dubitando, che se il Fregoso entrava in città per isforzo di armi sarebbero stati messi a pezzi, vennero a patto con lui, e gli aprirono le porte: poi procedendo più oltre gli offersero in compra la fede e il sangue loro, ed egli comprò fede e sangue svizzeri tutto a taccio pel prezzo di dodicimila ducati. Queste cose facevano gli Svizzeri allora, e tuttavia fanno e reggonsi a repubblica, sicchè, loro mercede, dubitano parecchi che sotto veruna forma di reggimento la stirpe umana possa condursi a vivere in pace e in dignità.Giano Fregoso eletto doge creò in quel torno Andrea Doria prefetto dell'armata, capitano di terra che era stato fin lì; egli contava allora quarantasei anni, e sarà sempre mirabile, quanto di onore per Andrea, pensare come in età così avanzata mutasse abito di milizia riuscendo a salire per le faccende marinaresche in fama due cotanti più gloriosa, che nelle terrestri. Ora il Doge, attendendo ad assodarsi nel principato, deliberò espugnare le fortezze: del Castelletto venne a capo in breve un po' per virtù di palle e molto di scudi: dicono, il Castellano dopo alquanto di mostra di difesa per parere, lo rendesse mediante lo ingoffo di dodicimila ducati.Osso più duro a rodere presentava laBriglia,che, fabbricata su di una roccia, si teneva soggetta Genova: da tre parti la circuiva il mare; a tramontana stava attaccata al lembo di una rupe irta di scogli: volerla superare a forza di arme compariva folle al pari che vano; si disposero a vincerla con la fame. Niccolò Doria, capitano generale del naviglio di Genova, la vigilava solertissimo dalla parte del mare, impedendo che veruna nave venuta di Provenza scivolasse a soccorrerla; ma il re di Francia, che a ragione faceva assegnamento grande sopra cotesto valido arnese di guerra, statuì ad ogni modo sovvenirla. Allestita segretamente a questo scopo una grossa nave, la commise alla condotta di un audacissimo provenzale, di cui la storia a torto tace il nome, al quale bastò l'animo, finta bandiera, di attraversare con essa l'armata genovese e girsene a rifornire la fortezza di munizioni così da guerra come da bocca. La salvò l'audacia, e nulla eccetto l'audacia poteva salvarla; lasciata facilmente passare, la nave accennò volere con diritto corso andare a surgere in porto, quando di un tratto girato il timone, tra il fulminare delle artiglierie dei nemici, tardi accorti dello inganno, si aggrappava agli scogli sottostanti alla fortezza.Per questo fatto la città venne a sentire inestimabile angustia, però che non le paresse esserelibera se non le si toglieva quel calcio di gola. Allora Andrea, raccolta una squadra di uomini usi a mettere allo sbaraglio la vita, e scelto altresì tra molti un legno sparvierato, di cui, come si legge, era padrone Emanuele Cavallo, si accinse a rinnovare uno di quei gesti, i quali, soperchiando l'ordinario ardimento degli uomini, soglionsi chiamare eroici; e siccome prevedeva, che molti sarebbero stati i morti, così prima di entrare nella mischia egli ordinò ad alcuni fidatissimi suoi, che li buttassero in mare, affinchè i superstiti non si sbigottissero. Munito di provvedimenti siffatti, e secondandolo il vento, si spinse a piene vele contro la nave nemica, epperò proprio sotto le batterie dei Francesi; non curato lo sfolgorare dei cannoni e dei moschetti, all'improvviso diè volta cacciandosi tra la nave e la fortezza; giunto a un pelo dagli scogli dove la nave stava raccomandata, la uncina, e con supremo sforzo la tira alla spiaggia di San Piero di Arena. Molti pur troppo, secondo il presagio di Andrea, si ebbero a lamentare morti, e per poco stette ch'ei non rimanesse fra questi, percosso malamente da una scheggia nel petto, e fu ventura, che a forma degli ordini suoi non lo gittassero via, imperciocchè lunga pezza lo tennero ito, nè ripigliò i sensi prima, che il gesto fosse statointeramente condotto a fine. Siccome Emanuele Cavallo prese il comando della nave subito dopo il caso avvenuto al Doria, impedendo che l'audacissima impresa sinistrasse, così non mancarono storici, che tutto il merito attribuissero a lui; e poichè la gloria non sia cosa, la quale per largirsi ad uno si deva togliere all'altro, giustizia vuole, che il Cavallo popolano e il Doria patrizio si abbiano a giudicare in virtù di cotesto fatto parimente gloriosi. E fu in simile congiuntura che accadde l'altra prova del giovane Benedetto Giustiniano, il quale, avendo avvertito come il capitano della nave nemica tuffatosi in mare tentasse sottrarsi notando, egli, spiccato un salto dal ponte, gli si cacciò dietro con tanta furia, che di corto ghermitolo pel collo, se lo trasse dietro prigione. Audace e pertinace sangue è il ligure e in onta ai tempi e agli uomini non passò secolo, che non ne porgesse buona testimonianza; Colombo, i Doria, Spinola, Balilla, Pittamuli, Garibaldi e gl'imperterriti che lo seguitarono sopra la terra sicula, più oscuri di lui, non però meno benemeriti della patria, sono manifestazioni diverse di un medesimo spirito; tra questi metto Giuseppe Mazzini indomato cultore di libertà: oggi il volgo di ogni maniera, ma più il patrizio, gli bandisce la croce addosso; non importa, e' muteràin breve; dove non mutasse, la verità è una, ed io detto, libero, liberissime storie, non pagato diarii, infamia del secolo.La lunga vita di Andrea Doria comparisce quasi un filo della trama storica del secolo decimosesto, nè si potrebbe raccontare utilmente là dove non si desse contezza dei fatti ai quali s'innesta, se non che, favellando dei casi dell'uomo, a noi conviene mutare le parti facendo servire la storia d'Italia come di filo nella trama della vita del Doria.Laonde qui si accenna come Francia, acerbamente comportando vedersi sbassata in Italia, si accorda negoziando con la Spagna e con la Svizzera comprando; con Venezia mette pratica: la morte, che taglia a mezzo nella gola di Giulio II il grido:fuori i barbari!cui egli ci aveva altra volta chiamato, ne agevola i disegni, e, poi che in questo modo ebbe ammannito il terreno, manda Giangiacomo Trivulzio, e la Tremoglia a riconquistare le terre perdute. E' sembra, almanco per lo sperimento che ne abbiamo fatto fin qui, come la fortuna ordinasse, si possano i Francesi di leggieri allargarsi nella Italia, ma a patto ch'essi devano con pari agevolezza abbandonarla. Ormai al duca di Milano non avanzava altra terra, eccetto Novara, di funesta memoria, pel tradimento svizzero aidanni di Lodovico suo padre. Adesso il medesimo luogo, i medesimi Svizzeri, da un lato, i medesimi Francesi dall'altro, empivano l'animo dello Sforza di trepidazione; quello dei regii di baldanza: anzi la Tremoglia assicurava spacciatamente il re, avrebbe fatto prigione il figliuolo, per lo appunto colà dove tredici anni prima avevano preso il padre.Per queste vicende gli umori non quietavano a Genova, ma era da credersi che non avrebbono rotto, se i fratelli del Doge, sospettando di Girolamo Fiesco, non lo avessero ammazzato alla traditora; quale l'animo dei Fieschi e dei consorti Adorni per questo omicidio non importa dire; accorsero alle castella loro, e, cavatane la gente alla rinfusa, si avventarono contro il Doge. I Genovesi non si mossero; Fregosi, Fieschi e Adorni acciuffaronsi; quegli rimase vinto, questi, vincitori, entrarono in città; e i Genovesi sempre stettero a vedere, imperciocchè avessero preso in uggia per la mala signoria, e pel truce omicidio, i Fregoso, e dagli Adorni e Fregosi come parziali della Francia aborrissero.Niccolò Doria capitano generale e Andrea prefetto del porto, considerando che il serbarsi interi sul mare approdava alla patria molto, e moltissimo a loro, scansata la flotta regia, siridussero con le galere della Repubblica alla Spezia, aspettando gli eventi; i quali oltre alla aspettazione loro riuscirono prosperi, imperciocchè paia che, come ai polsi, così avvenga alle coscienze degli uomini, voglio dire sieno intermittenti: di vero quei dessi Svizzeri che tradirono il padre, ora combattono ferocissimamente pel figliuolo. La fortuna di Francia giacque sui campi di Novara, e al maresciallo Triulzio, combattendo per gli stranieri, toccò l'onta della disfatta nei poderi paterni della Riotta. Gl'Italiani non ricordano battaglia più micidiale, nè i Francesi ne soffersero mai più vergognosa di questa: i morti sommarono a dodicimila, altri affermano più; gittarono via le armi per paura; non uno dei fuggenti francesi valicò la Sesia conservata la spada. Questa vicenda alterna di disdette e di fortune pare che la Provvidenza mandi a tutti i popoli, perchè si ricordino che a veruno è concesso farsi perpetuamente oppressore dell'altro; ma la lezione frutta poco con tutti, massime co' Francesi, che, felici, non ci pensano, infelici sì, ma allora non giova. Quanto a civiltà ci consumiamo troppo ad esaltarla con le parole, perchè ci rimanga animo di praticarla coi fatti.Per questi rivolgimenti le cose degli Adorni e dei Fieschi declinando, tornarono a rifiorirequelle dei Fregosi e dei Doria. La lega mise Ottaviano Fregoso doge a Genova, ma escluse Giano perchè esoso all'universale. Taluni storici affermarono Ottaviano generosissimo uomo, altri gli danno taccia di sospettoso; tuttavia maggiori riscontri ci persuadono la bontà di lui, ed anco la tradizione li conferma; e poi il sospetto negli uomini di Stato non si può reputare vizio: fatto sta, ch'egli da prima prepose Giano al governo di Savona, ma ragguagliato poi come costui, inuzzolito dell'antico comando, tentasse ridurre tirannicamente le cose della città in sue mani per suscitare tumulti a Genova (e si dice altresì, ch'ei venisse in cognizione di certa pratica tra Giano, gli Adorni e i Fieschi ordita ai danni suoi), ordinò lo sostenessero; se non che egli che stava su l'avvisato, avendone preso fumo, salito subito sopra un brigantino, si salvò.Adesso il Papa e i principi cristiani volsero la mente a tal fatto, che avrebbe dovuto restarsi sempre in cima dei loro pensieri, e questo era la pirateria con la quale i Turchi, condottisi ad abitare le coste dell'Affrica, avevano reso il Mediterraneo infame, peggio che non è una selva infestata da assassini, e nabissavano le sponde disertando i paesi, le sostanze arraffando e gli abitatori promiscuamente: onde,dopo parecchie pratiche, trovatisi all'ultimo d'accordo, impresero la guerra dei pirati con diciotto galee, nove del Papa, di Genova e di Francia, e nove fornite da privati, e ne commisero il comando a Federigo Fregoso, arcivescovo di Palermo, fratello del Doge: coll'Arcivescovo andò Andrea. Donde accadde che, mentre il grosso dell'armata condotto dal Fregoso non faceva frutto o poco, imperciocchè dalla scorreria su le coste dell'Affrica in fuori non ne ritrassero altro, che il ricupero di qualche schiavo e di un corpo di galera predato l'anno antecedente ai Genovesi, Andrea con una squadra staccata proseguendo con ardore pari la gloria e il guadagno, pigliò ai pirati due galeotte e quattro brigantini. L'arcivescovo, punto da invidia, allora si adoperò perchè il Senato togliesse al Doria l'ufficio di prefetto del porto, nè questo venendogli fatto di conseguire, egli lo licenziò dalla condotta delle sue galee; ma gli amici di Andrea, operando in essi l'amicizia ad un punto e l'accerto del buon negozio, misero insieme danari, co' quali comperarono quattro galere per Andrea, ed egli n'empì due di schiavi, onde chiamaronsiforzate, e due di gente proffertasi a soldo; da ciò il nome dibuona voglia, che, entrato come sostantivo nella lingua con diversa significazione, indica,che se uomo non è galeotto, ci manca poco. Il Senato poi, non solo confermava Andrea nello ufficio di prefetto del porto, ma pigliava altresì al suo servizio le quattro galee del Doria, assegnandogli stipendio sottilissimo, con facoltà di sopperire al mancamento corseggiando, e s'intendeva contro ai Turchi, ma se veramente fossero sempre Turchi coloro che Andrea e gli altri Genovesi predarono prima o poi, od anche in quei medesimi tempi, la è una faccenda seria a chiarirsi, nè forse eglino stessi l'arieno potuto, così di colta, deciferare.In questo medesimo anno, che fu il 1517, Andrea s'illustrò con nuovo gesto, il quale con volenteroso animo esporrò. Spazzando egli il mare con tre galere pervenne all'isoletta di Giannutri, dove avendo sorpreso tre fuste turche, di leggieri se ne impadronì: udito al tempo stesso dai prigioni come Gad'alì si andasse aggirando per le acque côrse con otto fuste ed una galea presa a Paolo Vettori ammiraglio di Lione X, succeduto papa a Giulio II, tornò a Genova, dove aggiunte alle quattro due galere governate da uomini dibuona voglia, che la Repubblica li licenziò, si mise su le peste del Turco, e lo colse intorno alla Pianosa. Andrea sul punto d'ingaggiare battaglia si trovò con solo due galere delle proprie, però che le altredue soggette ai comandi di Filippino Doria si fossero messe a rimorchiare quelle della Repubblica, che guidate da gente nuova vogavano languido, e nondimanco con risoluto spirito si cacciò in mezzo allo sbaraglio. Se gli fosse mestieri adoperare virtù, non importa che io dica: per maggior disdetta fin dal principio della zuffa un colpo di archibugio lo colse nel braccio sinistro recandogli così acerbo dolore, che già stava per ritirarsi dal ponte, quando buttato via il bracciale e fasciatasi la ferita si sentì abile a combattere; ma comecchè lo facesse assai gagliardamente, tuttavolta troppo inferiore di forze durava fatica a difendersi: quanto a vincere egli era disperato, e la galea accanto a lui balenava come se non si potesse più sostenere. Filippino, visto lo stremo in cui si versava Andrea, lasciate indietro le galee della Repubblica, si abbriva con voga arrancata nel mezzo rinfrescando la mischia; però questo rinforzo, come bastevole a bilanciare le forze, non bastava per vincere; all'ultimo, avendo potuto pigliare parte alla fazione le due galere arretrate, la vittoria si dichiarò per Andrea, ma fu sanguinosa; dei nove legni turchi sette rimasero presi: due salvaronsi. Gad'alì cadde prigione; e si ricorda come quattrocento Genovesi e più vi rimanessero spenti. Se togli l'onore,che veramente per Andrea fu grandissimo, quanto a guadagno questa volta l'andò proprio fra corsaro e pirata, perchè dagli scafi in fuori non ci corse altro benefizio.Continuando a rinterzare la vita di Andrea Doria con la storia della sua patria, anzi con quella della intera Europa, a me non fa mestieri discorrere quali e quante occorressero cause di emulazione, o piuttosto di odio tra Francesco I re di Francia e lo imperatore Carlo V; basti bene questo, che, finchè vissero, attesero ad osteggiarsi tirando pei capelli nella funesta contesa ora questo, ora quell'altro, e sovente tutti i popoli della Europa in cotesti tempi reputata civile.Per tanto lo Imperatore, attendendo adesso ad abbassare la possanza di Francia in Italia, coloriva con onesta causa il disegno, intimando: il ducato di Milano a Francesco I Sforza si restituisse; e come senza venire al paragone dell'arme prevedeva non ci sarebbe riuscito, così conobbe tornargli di suprema importanza mettere un piede nella Liguria, massime in Genova per soccorrere le cose del Ducato dalla parte del mare, e come questa città, quantunque affrancata dal giogo francese, non paresse punto disposta di tirarsene addosso uno spagnuolo, egli s'ingegnò da prima coglierla allasprovvista, e se non riuscì, la città n'ebbe obbligo alla buona guardia che Ottaviano Fregoso ci faceva d'attorno; e per allora si rimase; ma nell'anno che venne dopo, e fu il 1522, essendo prevalse le armi imperiali in Italia, mercè la sconfitta che i Francesi rilevarono alla Bicocca, riarse in Cesare la cupidità di avere Genova, tempestandogli intorno gli Adorni proffertisi nella rea opera servi agli stranieri a patto di dominare sopra i cittadini. Fermata tra loro la impresa, i capitani cesarei mossero ai danni della Repubblica con tutto il peso delle armi imperiali, e volle andarci anco Francesco Sforza per dare maggiore reputazione alla cosa: accampati sotto Genova, e disposte le artiglierie, i supremi capitani Colonna e Pescara mandarono dentro un trombetto ad intimare la resa, magnificando come si suole la potenza di Cesare da un lato, e dall'altro deprimendo quella della Repubblica.L'arcivescovo Federico fratello al Doge, col pastorale nella manca e la spada ignuda nella destra, imperversava non si avesse ad accordare, bensì resistere finchè il fiato durasse. Più modesto Ottaviano chiamava i padri a consulta; dove il ventilare dei partiti protraendosi oltre la pazienza dei capitani imperiali, che sicuri del vincere si mostravano tracotanti, questicominciarono a trarre con le artiglierie contro il bastione di Pietra minuta. Gli storici biasimando l'avventatezza di Federico danno lode di mansuetudine ad Ottaviano, e che questi fosse più onesto uomo del suo fratello non sembra che si possa negare; può darsi eziandio che il primo fosse spinto a procedere così acceso per causa interessata, ed il secondo da pretta generosità; non per questo l'opera di Ottaviano giudico deva anteporsi a quella di Federico, imperciocchè nelle consulte, massime nei momenti di pericoli, noi vediamo ordinariamente prevalere i partiti animosi, i quali pure come i più magnanimi riescono a prova i più sicuri. La quale cosa se accade da per tutto con maggiore frequenza che non si vorrebbe, non la scatta mai nelle città dove prevalgono uomini dediti alla mercatura, dei quali intento di vita essendo il guadagno, sembra loro che dove questo si arresti, cessino ad un punto le cause del vivere. Ed anche merita considerazione quest'altro che i conforti alle difese dell'arcivescovo si appoggiavano sopra plausibile fondamento, sapendosi come nella Provenza stessero sul salpare navigli in soccorso di Genova, e Claudio di Longavilla in procinto di calare dalle Alpi avrebbe costretto a sollecita ritirata i capitani cesarei, se pure non volesseroperire affamati in mezzo a coteste balze della Liguria.Un po' per disposizione propria, e un po' per lo schiamazzo delle turbe, la Signoria vinse il partito degli accordi; i quali, o per emulazione o per infingimento convenuto fra loro, il Colonna accolse ed approvò, respinse il Pescara, cui averla a forza riusciva più accetto, onde ordinava si tirasse innanzi e si ammanissero le scale. Pigliarono Genova gli Spagnuoli soli, ma la saccheggiarono Italiani, Spagnuoli e Tedeschi: vi si commisero le solite nefandità; ma i Genovesi, e questo dico a gloria di loro, secondo il solito non se ne dimenticarono, ed ogni volta che n'ebbero il destro si riscattarono. Lasciate dire chi vuole, la vendetta delle ingiurie recate alla patria è cosa santa; le offese fatte a voi, uomo, perdonate sempre; quelle a voi cittadino, non mai. Ottaviano Fregoso avendo la coscienza netta giudicò bassezza cansarsi, ma la coscienza non basta contro il maltalento; i nemici, fattolo prigione, mandaronlo ad Ischia, ove indi a poco periva: l'Arcivescovo suo fratello, in compagnia di parecchi gentiluomini, salì sopra le quattro galee di Andrea covigliandosi a Monaco, e quinci con molte ed onorate condizioni (e ci sarebbe andato per nulla) si condusse agli stipendiidi Francia, per trovare, come disse, occasione di vendicare la patria mandata fellonescamente a sacco dagli Spagnuoli.Poco dopo che da Andrea fu lasciato Monaco, vi accadde una tragedia nella quale si afferma, che egli pigliasse parte non piccola; e si ricava da questo. Sopra cotesto scoglio regnava Luciano Grimaldi, che lo aveva usurpato ammazzando a tradimento il fratello Giovanni, e la moglie e la figliuola di lui cacciando in esilio, e poi se lo tenne in santa pace andandogli a verso ogni cosa, lieto com'era di buona ed onesta moglie e di due figliuoli maschi Onorato e Francesco, sicchè Dio e gli uomini sembrava gli avessero rimesso il delitto: anzi aveva perfino tentato di ottenerne la quitanza espressa dal cielo, o a meglio dire dai sacerdoti, fondando il Convento di Carnolese, e sottoponendosi a tutto, tranne la restituzione del retaggio usurpato, e non gli valse; imperciocchè Tommaso Shidonio, meritamente oggi riverito per santo, gli disse sul viso, che ci voleva altro che conventi per espiare il fratricidio; se gli premeva la grazia di Dio incominciasse a placarne lo sdegno col rendere la roba rubata alla nipote. Luciano non gli dette retta, e siccome continuò a svolgersi per lui gioconda la vita, così ebbe a credere che ilsanto uomo non fosse, secondochè presumevasi, interprete genuino dei decreti di Dio: ma Dio non paga il sabato: in fatti, un dì che stava chiuso in consulta col suo nipote Bartolomeo Doria, dandogli le istruzioni di quanto avesse a procacciare per lui in corte di Francia, questi assalitolo alla sprovvista, lo spense di mala morte. A tanto misfatto non pare si conducesse Bartolomeo a cagione dell'antica nimicizia della casa Doria co' Grimaldi, però che questi assieme co' Fieschi si professassero guelfi, mentre i Doria con gli Spinola si ristrinsero sempre a parte ghibellina, imperciocchè coteste antiche divisioni fossero state sopite da nuove paci, da parentadi e da scambievoli officii; piuttosto sembra che lo tirasse pei capelli la cupidità, potendo chi possedesse cotesto scoglio pigliare occasione ad incremento grandissimo, stante il perpetuo rivolgersi delle cose italiane per le contese del re con lo imperatore. A Bartolomeo fece tronchi i disegni l'ira del popolo, il quale, commosso a pietà alla vista del cadavere di Luciano lacero dalle ferite, lo costrinse a fuggire; indi a poco sopraggiunse Agostino vescovo di Grasse fratello del trafitto, il quale da quel prete ch'era e genovese, da prima considerato come quello che pareva buono a pigliarsi forse ottimo a tenersi,non rese il principato alla nepote: e poi richiesto con pietose supplicazioni di misericordia da Bartolomeo rispose: avere perdonato Gesù ai suoi uccisori, poteva perdonare egli a cui a buon conto non aveva morto altri che il fratello; quando egli si riducesse a casa gli avrebbe restituito la grazia sua. Bartolomeo traditore, fidandosi non essere tradito, si commise nelle mani del vescovo: non andò guari che Bartolomeo disparve, e fu fatta correre la voce che avesse incontrato la morte assaltando il castello di Penna; ma il fatto stava che il dabben prete nei sotterranei del castello lo scannò. Andrea Doria, appena commesso il delitto, comparve con le sue galee alla vista di Monaco per entrarci dentro ad assicurare lo acquisto, ma, presa lingua che la trama era capitata a male, si trasse al largo non si facendo più vedere. Certo, per argomentare la sua complicità al delitto, simile indizio sarebbe poco; ma rimane una lettera donde si ritrae manifesta: però io confesso questa lettera non avere visto, nè lo scrittore, che la rammemora, ne riferisce per disteso il dettato[3].Ai consiglieri del re di Francia piaceva Andrea che eseguisse, non piacque che consigliasse; difatti giunto ch'ei fu in Corte incominciò a predicare si soccorresse Rodi in quel torno combattuto da Solimano; ciò persuadere non pure il bene della cristianità, ma l'onore di Francia e la voce del sangue altresì, però che la più parte di coloro che tanto virtuosamente si travagliavano alle difese dell'isola, fossero Francesi; pensava averne plauso, ed invece rincrebbe a tutti; ai gentiluomini, come quelli cui talenta talora mostrarsi generosi, ma che altri li conforti ad esserlo e' l'hanno per rimprovero, e lo pigliano in uggia: ai consiglieri, per astio ripugnanti a dare occasione d'ingrandirsi ad uomo nuovo: al Re, che, sprofondato nell'odio contro lo Imperatore, metteva in non cale la cristianità, la Francia e tutto, ma non doveva parere, onde gli recavano molestia inestimabile quegli uomini e quelle cose che contribuivano a scoprirlo.E poi non andò guari che i Francesi ebbero ben altro a pensare che a Rodi, imperciocchè l'ammiraglio Bonnivet respinto dalle Alpi, dava campo al marchese di Pescara, dopo allagato d'imperiali la Provenza, di mettere l'assedio a Marsiglia. Buoni e fortunati furono allora i servizii che Andrea Doria rese alla Francia col munire Marsiglia, e non una volta ma due,attentandosi a navigare fino ad Arles per cavarne provvisioni, non curato, anzi trovato Ugo di Moncada ammiraglio di Cesare che lo seguitava alla lontana, per la quale cosa gl'imperiali dopo quaranta giorni ebbero a partirsi dallo assedio di Marsiglia, che fu difesa strenuamente da Renzo da Ceri di casa Orsini, capitano illustre a quei tempi, e da un Libertà côrso, a cui non ingrati i Francesi posero lapidi, con iscrizioni commemorative la virtù di lui e la riconoscenza loro.Ora accadde, che, mentre Andrea Doria scorrendo su e giù attendeva a spazzare cotesti mari, il principe Filiberto di Oranges, quel desso che più tardi capitano dello assedio sotto Firenze, rimase ucciso alla battaglia della Cavinana, venendo sopra un brigantino di Spagna, o sia che l'aere fosco gli togliesse il vedere o qualche astuzia ci adoperasse Andrea, si trovò in mezzo alle sue galee, dove non valendo difese, questi lo fece prigione a man salva. Il Principe quanto a cortesie, non ebbe niente a desiderare, ma instò invano di essere liberato con la taglia, però che il Doria sotto buona scorta lo spedì al Re, il quale lieto di sì nobile cattura, promise al Doria un presente di quindicimila ducati, che non gli dette mai.Dopo ciò Andrea ridusse in potestà sua Savona,e s'impadronì di Varagine: in seguito, cominciando a imperversare la rea stagione, egli prese consiglio di ripararsi nel porto di Vado, pure stando su lo avviso se la fortuna gli mettesse dinanzi congiuntura di poter far qualche bel tratto; e la fortuna, amica ai solerti, glie la mise in questa maniera. A Don Ugo Moncada parve che conducendo un'armata fornita di tutto punto di diciotto galere spagnuole, avrebbe scapitato non poco di credito se in cotesto anno si fosse ridotto ai porti senza fare, o almeno tentare cosa alcuna di conto: preso lingua come il presidio di Varagine se ne stesse a mala guardia, colà navigando cautamente lo assalse alla sprovvista, e sul primo giungere sbarcò da tremila fanti spagnuoli. Si trovava dentro la terra Giocante Casabianca côrso, soldato vecchio uso a non isbigottirsi per poco, il quale, avendo animato con le parole, e meglio con lo esempio, il presidio a menare francamente le mani, ed il presidio non facendogli difetto, ne successe una molto fiera battaglia. Le galere spagnuole, tiratesi al largo per cagione del mare grosso che le spingeva alla spiaggia, cominciarono a trarre a casaccio empiendo di strepito la marina, non già di terrore la gente: il quale strepito, invece di recare danno al nemico, lo recò a lui, però che portandoloil vento fino a Vado, Andrea ebbe avviso della battaglia, onde sfrenate le galee in un attimo le spinse di furia in mezzo a quelle del Moncada sceme dei soldati: bastava tanto a farlo vincere, e pure lo favorì anco il vento: con facile vittoria ruppe l'armata spagnuola di cui solo tre galere riuscirono a scampare; ma egli alacremente perseguitandole le costrinse a investire sopra la spiaggia di Nizza; e nè anche allora le lasciò in pace, chè, calati subito gli schifi in mare ed empiutili di gente, si mise ad assalirle: senz'altro quelle pure erano spicciate se per caso non passavano di costà certe squadre di cavalleria imperiale, che corsero alla difesa delle galere spingendo i cavalli fin dentro al mare: allora Andrea si trasse indietro, pago di quanto aveva acquistato per cotesta vittoria, la quale rese chiara la prigionia dello ammiraglio Moncada, e di altri moltissimi così capitani come soldati spagnuoli.In questo la Francia, non patendo avere perduto ogni prevalenza in Italia, rovesciava con sinistri presagi giù dalle Alpi nuovi eserciti capitanati dallo stesso re Francesco, che ne rilevò quella fiera battitura di cui vanno piene le carte col nome di battaglia di Pavia, e veramente si avrebbe a dire di Mirabello. Francesco di Francia, caduto nelle mani del Principedi Borbone e del Marchese di Pescara, somministrava ad ognuno di loro vario argomento ad esercitare la propria cupidità: desideravano entrambi tenerlo in Italia, questi per adoperarlo come arnese a procacciarsi il reame di Napoli: quegli per macchinare novità nella Francia; ma il Re desiderava ad ogni costo uscire loro di sotto per moltissime ragioni, che qui non importa discorrere; ed in questo lo secondava il Lanoya vicerè di Milano, che, rinterzatosi col Borbone e col Pescara, tirava al suo interesse: contro il parere del Consiglio di Francia, la madre del Re, cui parevano mille anni cavare il figliuolo dalle mani del Borbone, non rifiniva di rispingere innanzi la pratica, sicchè altro non rimaneva eccetto si accordassero sul modo di mandarla ad esecuzione.I commissari imperiali per avere pegno di non essere assaliti nel trasporto del Re a Barcellona, chiesero le galee francesi si ritirassero ai porti, e quivi stessero disarmate, la quale cosa venne concessa. Allora il Consiglio di Francia mandò al Doria, che, recatosi dentro le sue galee presidio spagnuolo, si unisse all'armata che convogliava il Re a Barcellona. Andrea, rigettato questo partito, ne propose un altro: dessero al Lanoya galee della marina regia: a lui lasciassero le sue con le quali sarebbeito a mettersi in agguato alle isole Yeres, dove uscendo notte tempo con quattro galee, si mescolerebbe inosservato alla squadra spagnuola, poi di un tratto assalita la capitana alla sprovvista, faceva conto di cavarne il Re a forza di arme; che messo subito sopra una fregata avrebbe trasferito a bordo di una delle galee rimaste indietro, la quale a furia di remi si sarebbe provata di condurlo a salvamento. Parve a tutti troppo zaroso il partito, massime alla madre, la quale temè e non senza ragione, che il figliuolo in cotesto investimento, e pei casi della zuffa notturna, non avesse a capitare male. Andrea, vista la sua profferta scartata, ricusò impiegare in altro modo le sue galee: solo richiesto, e per comando espresso della Francia, promise non molesterebbe gli spagnuoli per via. Cosa naturale è, che, quando due vengono a contrasto di pareri tra loro, uno lodi il suo, e censuri l'altrui; ma oltre il biasimo, intopperà sovente danno quegli che, non pago di tanto, vorrà vituperare l'emulo con le calunnie, od angustiarlo con gli smacchi; e questo fu ciò che avvenne allora in corte di Francia contro il Doria, a cui non si risparmiarono insulti, ed agl'insulti aggiunsero il pregiudizio di ritenergli le paghe. Andrea dall'altra parte non pure astenevasi da fare cosa, che gli gratificassei ministri del re, ma compiacevasi del contrario, ricusando loro pertinacemente ogni donativo, e spesso lasciandosi sentir dire, che se volevano avere parte nelle prede, andassero seco lui a conquistarle sui mari. Insomma queste gozzaie giunsero a tale, che, presa licenza dalla Francia, egli andò ad accomodarsi con Clemente VII, il quale lo condusse capitano di sei galee, quattro sue e due di Antonio suo parente, assegnandogli, per soldo di tutte, scudi trentacinquemila per anno; non di manco l'armata alla quale venne preposto fu di otto, avendone il Papa aggiunte due altre della Chiesa.Per allora la licenza di Andrea non danneggiò punto la Francia, imperciocchè il Papa con esso lei si legasse e co' Veneziani, per tentare di mettere un po' di freno alla baldanza dello Imperatore, liberando Milano dallo assedio, levando di prigione i figliuoli del Re (dati per pegno della osservanza dei patti stabiliti a Madrid in baratto di lui) e cavandogli di sotto Napoli e Genova con altre più condizioni, le quali non occorre qui riferire. La Lega per avere a capo il Papa si chiamòSanta.I confederati, secondo il solito delle leghe, procederono languidi, onde la Spagna potè a suo agio rinforzare il presidio di Genova con 1500 fanti; le flotte loro essendosi riunite sitrovarono in tutto sommare a quarantacinque legni. Armero veneziano ne conduceva tredici, Pietro Navarro sedici sottili, ed otto tra galeoni e navi; il Doria otto: allora questi capitani spartironsi la guerra; il Navarro tolse sopra di sè la impresa di Savona, ed, aiutato dagli abitanti, di leggieri se ne impadronì; il Doria e l'Armero occuparono la Spezia e Portofino; donde scorrazzando il mare ad impedire che entrassero vettovaglie in Genova, si confidarono averla per fame. Però considerato come il blocco marittimo assottigliasse sì, ma non togliesse il pane a Genova, scendendo le granaglie giù dalla Lombardia, mandarono a Francesco Maria della Rovere capitano dello esercito della Lega che chiudesse i passi dei gioghi, ma egli, o per inettitudine o per astio contro il Papa, ch'era dei Medici, non li chiuse.Il doge Antoniotto Adorno, vigilando a cessare le querele di ora in ora irrompenti per lo scarso vivere, ordinava si ricuperasse Portofino; nella quale impresa adoperò quattromila veterani e due mila gregari. Andrea, presa lingua del disegno, butta in terra Filippino Doria e Giovambattista Grimaldo con ottocento soldati dei buoni, i quali, fatta massa con gli altri di Filippino Fiesco, preposto al comando di Portofino, non solo bastarono a sostenere lo assalto,ma lo ributtarono, mandando molta di cotesta gente dispersa pei monti dove, peggiore della sanguinosa assai, incontrava la morte per fame.Le dimore cautamente imprudenti del Duca di Urbino operarono sì che Genova in quel punto non si avesse, e, danno troppo maggiore, che Francesco Sforza, non si potendo più oltre sostenere in Milano, capitolasse col Borbone, e il Papa, atterrito per le scorrerie di don Ugo di Moncada e dei Colonna, si levasse dalla Lega accordando con loro. Andrea, per comandamento del Papa levatosi dallo assedio di Genova, si condusse a Civitavecchia. Ma il Papa indi a breve si rinfrancava, imperciocchè in lui non fosse mancamento di prudenza, bensì la troppa timidità ad ora ad ora gli turbasse il giudizio, e con pronti messaggi contrammandava tornasse Andrea nel mare ligure ed impedisse il progredire dell'armata, che si sapeva già mossa da Spagna ai danni della Lega. Difatti in cotesti giorni salpava da Cartagena la flotta imperiale di trentasei galee piena di fanti e di cavalli capitanati da Antonio Lanoya vicerè di Napoli, Ferrante Gonzaga, e Ferrante d'Alarcone, che per fortuna di mare costretta a ricoverarsi in Corsica nel golfo di S. Fiorenzo, adesso con prospero vento veleggiava verso Genova:di tanto fu porto avviso ad Andrea giusto in quel punto in cui si riuniva al Navarro, e formarono insieme diciasette galee. L'Armero aveva preso stanza a Portovenere, e già messo mano a racconciare il naviglio; però gli spedirono tosto raccomandandogli si affrettasse a soccorrergli; ond'egli che animoso era molto, lasciata ogni cosa in asso, accorreva, senonchè il vento e il mare contrari gl'impedivano il cammino. Ad ogni modo il Navarro e Andrea, anco senza questo rinforzo, statuirono ingaggiare la battaglia, sul principio della quale il Navarro, che ebbe lode in quei tempi di pratichissimo nel maneggio delle artiglierie, imbroccò l'albero maestro della capitana nemica, il quale rovinando trasse seco giù il gonfalone dello Impero: cose che, quantunque fortuite, levano mirabilmente in alto le speranze dei combattenti e non mica dei superstiziosi soltanto, bensì degli altri che si sentono meno disposti a farne capitale ad animo tranquillo. Andrea andò a cacciarsi in mezzo a due galee spagnuole, e quivi fulminando alla dirotta una ne sconquassava, l'altra buttò a fondo: trecento uomini vi perirono a un tratto: l'Alarcone scampò come per miracolo aggrappandosi allo schifo; la fortuna parve pigliarsi cura di questo carceriere di Francesco di Francia, perchè tra brevecustodisse prigione il Papa Clemente. Dei legni della flotta spagnuola quale più quale meno soffersero tutti, e forse tutti perivano, se prima in grazia della notte, e poi del vento mutato, non si fossero salvi dalla ruina. Quando spuntò l'alba le galee spagnuole si erano dilungate troppo, perchè Andrea e il Navarro potessero perseguitarle con profitto, e la stagione ormai inoltrata persuadeva i naviganti a ridursi stabilmente nei porti.Tuttavolta Andrea ci si fermò poco, imperciocchè Clemente VII, irrequieto nei suoi armeggi, invece di starsi forte su le difese ora che udiva stormire dalla parte di Lamagna nuovo nembo di guerra, e scendere capitano dei lanzichenecchi un Giorgio Frandesberg[4], il qualeportava appeso all'arcione della sella nientemeno che una matassa di corde di seta rossa, mescolate con una di oro per impiccarne il Papa e i Cardinali, s'indetta col re di Francia, per natura sempre, ed ora per anni e per isventure oltre il consueto dimesso di spiriti perseveranti, a conquistare Napoli col patto, che mezzo si desse al conte di Valdimonte fratello del duca di Lorena, e mezzo alla Caterina dei Medici, ch'egli avrebbe condotto in moglie, sicchè per parentado venisse ad ordinarsi intero, com'era successo poco prima del reame di Spagna in virtù del matrimonio di Ferdinando con Isabella.Per mandare ad effetto così strano disegno, il Papa levava dai porti le armate della Lega e le spediva a Napoli, però con gli altri anco Andrea, il quale tuttavia non volle partire prima di avere provveduto che lo assedio dalla parte del mare a Genova non si allargasse e continuassero navi a costeggiare lungo le spiagge per impedire ci s'immettessero vettovaglie; dopo questo veleggiò per Civitavecchia, che tocca appena, imbarcava le bande nere con Orazio Baglione rimastone capitano dopo la morte del signor Giovannino de' Medici, e lo stesso conte di Valdimonte per traghettarle nel regno.Dove da prima le cose procederono prosperamente,ed oggimai le forze dei collegati si erano spinte fino sotto la città di Napoli, quando di repente il Papa, o sia che con nuovi spauracchi lo atterrissero, o con insolite speranze i ministri cesarei lo agguindolassero, o coi Francesi s'impermalisse, cessa le paghe a Renzo da Ceri, licenzia i soldati, e si ritira dalla Lega mandando a catafascio ogni cosa. Andrea richiamato a sua posta torna a gettare l'àncora in Civitavecchia. Intanto il duca di Borbone, in apparenza discorde dal Colonna e dal Moncada, in sostanza di concerto con loro, le convenzioni fatte col Papa dichiara reciso non volere osservare.Chi fosse questo duca di Borbone raccontano tutte le storie dei tempi: ribelle si fece al suo re forse per mente torbida, ma grande parte di colpa si vuole attribuire a Luisa di Savoia, che prima con ogni maniera di angustie, sia nella persona, sia negli averi, vessò il duca, poi di un tratto secondo la voltabile indole delle femmine, di lui (comecchè di quarantasei anni attempata) fieramente si accese, e, non potendo tirarlo alle sue voglie, con odio due cotanti più fervido dello amore prese a perseguitarlo da capo. Essendosi il Borbone riparato in corte di Carlo V, questi lo accolse come costumano i principi quando hanno bisognodi qualcheduno, e gli promise prima la Provenza e il Delfinato, quando si pigliassero; poi, per giunta, la propria sorella, vedova del re di Portogallo, in isposa; ma la Provenza e il Delfinato non si poterono pigliare; quanto alla giunta (vo' dire la moglie) non so se l'Imperatore volesse dargli, o se il Borbone si cansasse a pigliare. A tutto questo arrogi, che, essendo il duca di Borbone uomo di alti spiriti, sentiva che per ordinanza di principe non avrebbe ricuperato mai il suo onore, donde lo aveva casso la pubblica coscienza; e quando pure avesse voluto fare inganno a sè stesso, a rompergli la illusione dalla testa sarebbe venuto il fatto del marchese di Villena, il quale, richiesto dallo imperatore fosse contento ospitare il Duca nel proprio palazzo finchè la Corte dimorasse a Toledo, rispose: — quanto piaceva allo imperatore suo signore piacere a lui: però non gli facesse specie, se, appena uscito il duca dal suo palazzo, egli lo avesse dato alle fiamme, però che casa turpe per la presenza di un traditore non fosse più degna di albergare leale cavaliero spagnuolo. Ora parve al Borbone, che a fare rifiorire il suo onore non gli si parasse davanti altra via, eccetto quella di acquistare stato: veramente il silenzio per forza o per corruzione ottenuto non giustificala colpa; ma in difetto di meglio a molti sembra così: ad ogni modo la bocca muta rincresce meno della lingua esprobatrice.Pertanto il Borbone lasciato il Milanese aocchiava Firenze, ma siccome allora la custodivano cittadini pur dianzi rivendicati in libertà, reputò prudente scansarla; e raccoltosi col Frandesberg mossero di conserva contro Roma. L'assalì; la vinse; ma nello espugnarla rimase morto: il Cellini vantatore narra ch'egli cadde di un colpo tratto per avventura da lui; le sono baie; lo ammazzò un prete con un tiro di falconetto dentro ad un fianco, come prete fu quegli, che nel medesimo tempo spense il principe di Orange a San Desiderio. Il capitano Giona, a richiesta del Duca moribondo, lo coperse col suo mantello perchè i soldati non si smarrissero di animo vedendolo morto; e poi, trattolo fuori delle terre di Roma, da quello sviscerato amico che gli era, gli dette onorevole sepoltura a Gaeta. Certo se uomo visse al mondo infelice, il duca di Borbone fu quegli: perse uno stato antico, e il nuovo non acquistò, da Francesco di Francia aborrito; detestato da Carlo di Austria; ai buoni in odio; dai tristi, che quanto meno possiedono virtù tanto maggiore la fingono, lacerato. E forse la nimicizia aperta dei gentiluomini francesi glicoceva meno del cerimonioso disprezzo degli spagnuoli: in vita gli tinsero in giallo la porta e la soglia del palazzo come in Francia costumavano allora co' traditori; l'acerbo insulto del marchese di Villena ho narrato; ed in morte altresì non ebbe perdono nè tregua. Il Brantôme viaggiando in compagnia di monsignore di Quelus, padre di colui che poi fu mignone di Enrico III, avendo visitato la sua tomba a Gaeta, la trovò negletta e coperta di semplice panno nero senza fregio alcuno, della quale cosa avendo egli chiesta la cagione, quegli che la teneva in custodia gli disse: tale sembrava avesse desiderato il morto, imperciocchè, quando il Cristianissimo lo intimò a restituirgli la spada di Contestabile e le insegne di San Michele, egli rispondesse: quanto a spada non dovergli rendere niente, imperciocchè se la fosse ripresa il dì, che commise al duca di Alanzone la condotta della vanguardia a Valensienne, e rispetto all'ordine di San Michele, lo cercasse a Ciantelle dietro il capezzale del suo letto, e ce lo troverebbe. Il tosone imperiale non volle portare mai. Nè tanto, eppure non era poco, bastò alla miseria di cotesto uomo, che veruna terra si rimase da esecrarlo, anzi fecero a gara Milano e Roma, e soldati non meno che borghesi; nella Lombardia impose balzelli così incomportabili,e così duramente li fece riscotere, che molti con vario genere di morte, presi dalla disperazione, si finirono: di Roma non parlo: colà i nabissamenti barbarici dirimpetto a quelli dello esercito di Sua Maestà apostolica parvero pietosi: intorno agli uomini illustri capitati male, e alle opere loro perdute, basti leggere il Valeriano nel suo libroDella infelicità dei letterati. A Cristoforo Marcello, arcivescovo di Corfù, i Bisogni spagnuoli attorsero intorno alla vita una catena di ferro; poi lo sospesero ad un arbore strappandogli ogni giorno un'unghia per fargli palesare il nascondiglio dell'oro che supponevano egli possedesse: morì di fame, di veglia e di dolore; tra il supplizio di lui antico, e quello dello Zima impeciato ed arso modernamente in Brescia dai Tedeschi, quale diversità ci corre? Spagnuoli e Tedeschi allora come ora soldati dello impero austriaco: gravi mali fecero sempre alla Italia gli stranieri di qualunque generazione si fossero; ma i Tedeschi più lunghi. A perdonarli, non basta ch'escano d'Italia; usciti, cominceremo a disporci al perdono; ma se potremo vendicarci sarà anco meglio. La copia della preda fu tanta, che gli stessi Spagnuoli avvezzi alle rapine americane ne rimasero a un punto maravigliati e soddisfatti, sicchè vedendo passare i poveri cittadini malein arnese facevano loro di berretta, ed al danno aggiungendo lo strazio favellavano: — addio veraci padri nostri, che tale noi dobbiamo chiamarvi meglio dei naturali pel bene che ci avete fatto, epperò pregheremo sempre Dio per voi[5]. — Non mancarono nè anco i soldati a credere, o forse lo finsero, perchè ci trovavano il conto, che il Borbone fosse di mala morte rimasto spento a cagione di certo spergiuro; perchè avendo egli messo sopra Milano la taglia di trentamila ducati, giurò che ei ci si trovava costretto per pagare le milizie; e se non lo faceva si contentava fin d'ora che Dio gli mandasse la prima archibugiata del nemico nel capo; la moneta per sè tenne, e l'archibugiata l'ebbe, se non nella testa, nel fianco; ma ciò non fa caso. A questo modo giudicavano i soldati la morte del Duca. Voglia il lettore darmi venia se ho largheggiato in questa faccenda del Borbone, perchè le cose che ho scritte ritrassi con molto studio da libri che ormai non si leggono più se non da pochissimi.La morte del Duca non avvantaggiò puntole cose del Papa, che, rifugiato in Castello Sant'Angiolo, di colta dispose partirsi da Roma e avrebbe fatto bene, ma poi avviluppandosi nelle solite ambagi, o male fidente, ovvero con i suoi nuovi amici intorato, si rimase, e calò ad accordi vergognosi con lo Imperatore. Cotesta parve dovesse essere la ultima ora della potestà temporale dei papi, imperciocchè, quantunque lo Imperatore co' soliti infingimenti, che celebransi parte principale della politica, si sbracciasse a dire, e a far dire, che la presa di Roma era successa senza saputa di lui, e, quello che forse appariva più forte, senza la volontà de' suoi capitani: avrebbe anteposto mille volte perdere al vincere in cotesto modo, e per mostra di dolore ne vestisse gramaglie: anzi, per non lasciare indietro modo alcuno di ipocrisia, decretasse processioni, preghiere solenni, e la esposizione del Sacramento, affinchè il Pontefice ricuperasse la libertà; cosa che senza tante invenie poteva compirsi in un attimo, solo che ne scrivesse un motto a Ferrando d'Alarcone, che lo teneva in custodia per lui: pure da molti e credibili riscontri storici abbiamo come sicuro, fosse suo intendimento, sotto colore di restituire il papato alla sua antica semplicità, torre al Papa la via di ingerirsi mai più nelle faccende di governo: chese cotesto disegno non ebbe esecuzione, ciò avvenne per cause affatto estranee alla sua volontà, di cui principali furono, le minacce di Enrico VIII, che allora vantava il nome didifensore della fede, e poco dopo spinse la Inghilterra allo scisma con Roma, e la paura, che, lasciata senza contrasto, la riforma non pigliasse il sopravvento così nel temporale come nello spirituale per tutta Lamagna; e più che altro smosse lo Imperatore la calata del Lautrecco in Italia, il quale procedendo di bene in meglio già si accostava a Bologna, e nondimanco quando inviò frate Angelio suo confessore a Roma, con la commissione di liberare il Papa, lo fece con modi così pieni di ambagi, che assai di leggieri davano ad intendere come ci s'inducesse molestamente, e quanto sarebbe andato lieto di non trovarsi obbedito: onde il Papa, che forse n'ebbe lingua, elesse mettersi in libertà da sè scappando di Castello sotto mentite vesti di ortolano, fidato su le zampe celeri di un cavallo, che gli donò Luigi Gonzaga; per questa guisa riparava a salvamento in Orvieto.Gli storici in generale non riportano, che Andrea in cotesta congiuntura operasse cosa che poco od assai valesse; solo in qualcheduno si trova, che appena egli ebbe odore della mossadel Borbone contro Roma, non mancò di levare i presidii delle galere, e sotto la condotta di Filippino spingerli alla difesa del Papa; senonchè, aggiungesi, tanto assillava gl'imperiali l'agonia del saccheggio, che stracorrendo con passi frettolosi avevano chiuso da per tutto le vie; ond'ebbe Filippino a ripiegarsi, e fu ventura, perchè essendo la sua buona e cappata milizia, ma non bastevole all'uopo, correva risico di rimanere spento senza pro. Dopo questo successo, considerando Andrea come prima che il Papa avesse a rimettersi in fiore da mantenere a' suoi stipendii galere, e' ci sarebbe corso un bel tratto, gli fece intendere che, seguitando il suo esempio, avrebbe riputato spediente accordarsi con Cesare, quantunque questo gli paresse ostico, però che il sacco dato a Genova dagli Spagnuoli non aveva ancora potuto mandar giù: ma il Papa, che tuttavia in prigione, non aveva smesso il vezzo di abbacare novità, gli mandò persona, a posta, che gli dicesse: badasse bene a farlo, che a questo modo egli avrebbe buttato la pietra nel pozzo senza speranza di ripescarla: provvedesse ad accomodarsi a tutti i modi con la Francia. Così il Papa consigliava accesamente, non già per benevolenza che sentisse verso la Francia, bensì perchè temeva che la potenza di Carlo,rimasta sola in Italia, di eccessiva diventasse strabocchevole, e lui senza ritegno facesse trasferire in Ispagna od a Napoli: epperò importava oltre modo a Clemente tenere sempre tesi i suoi archetti per pigliare al varco la occasione di migliore fortuna. Andrea, o per obbedire al Papa, o per cotesta sua ruggine vecchia contro gli Spagnuoli, o per vaghezza di riprovare co' Francesi, o per tutte queste cause insieme, chiuse per allora le orecchie alle profferte dei ministri imperiali, si riacconciò al soldo di Francesco, che lo accolse a braccia quadre assegnandogli di presente scudi trentaseimila all'anno per la condotta di otto galee: conchiusa la pratica, Andrea navigò da Civitavecchia a Savona, la quale teneva tuttavia il Re a sua devozione.Colà non istette guari Andrea, che gli giunse ordine da Lautrecco vedesse mo' di tentare Genova con qualche assalto, mentr'egli gli avrebbe porta una mano dai gioghi: crudo ufficio cotesto; però non sembra che facesse specie ad Andrea, quantunque si trattasse di portare adesso non solo le mani violente contro la patria, bensì affliggerla in mezzo a desolate fortune: di fatto la fame e la peste disertavano a cotesti tempi la Italia, solita accompagnatura dolorosa, non però la più trista, della invasione straniera. Genovapoi, oltre la generale diffalta, pativa per giunta i mali del blocco; solo a qualche mercadante, in cui la cupidità del guadagno troppo più poteva della paura del capestro, aliando per coteste spiagge dirupate, riusciva scivolare con alcuna saettia carica di granaglia la quale pagavano un occhio: refrigerio ai ricchi soltanto, e scarso; i poveri languivano un pezzo, poi traballavano per inedia, e cadevano per non rilevarsi più. Andrea, nello approssimarsi a Genova, ebbe avviso come sei grosse navi fossero giunte allora allora a Portofino, cinque cariche di grano, ed una di varia ragione mercanzie, per convogliare le quali il governo aveva spedito sette galee, due del porto, due di Fabrizio Giustiniano, e tre imperiali dell'armata di Sicilia.Andrea in tutta la sua vita che incominciava ad essere troppa, non si era mai visto offerire dalla fortuna occasione più opportuna di questa per avvantaggiare di un tratto con sì lieve pericolo sè e il suo principe: però arrancava velocissimo a Portofino, dove, afferrata appena la spiaggia, buttò in terra milledugento fanti, commettendone il comando a Filippino; e più non volle che scendessero, sia perchè credeva che questi bastassero, sia perchè avendo pochi compagni al pericolo, gli sarebbe toccato a spartire con meno la preda. Il doge Adorno, nonso se antivedendo provvedesse prima, ovvero avvisato sovvenisse, rinforzò il presidio di Portofino con ottocento soldati condotti da Agostino Spinola capitano non meno ardito di Filippino Doria, sicchè appena vide comparire la gente di Andrea, con baldanzoso animo le si spinse addosso: da una parte, e dall'altra combatterono con prodezza pari: Agostino prevalse; chè lo rincalzarono il presidio sortito dalla Rocca, e gli uomini del contado calati dai monti, mentre a Filippino non potè sovvenire Andrea respinto dal vento di tramontana, che allo improvviso si mise a imperversare: la gente, parte andò dispersa, parte ci rimase ammazzata: Filippino cadde prigione dello Spinola, il quale avvezzo alla voltabilità della fortuna, massime soldatesca, non gli fece ingiuria, e bene gl'incolse.Bene gl'incolse conciossiachè mentre il Doge tutto lieto menava vanto della riportata vittoria, ecco giungergli avviso, come Cesare Fregoso, figliuolo di Giano, scendesse giù dai gioghi con molta mano di fanti traendo ai danni di Genova; a crescergli lo sgomento gli susurrano dentro gli orecchi il popolo più diverso del mare, in riva al quale ei nasce, per impazienza di miseria, tedio della vecchia signoria e vaghezza della nuova già già balenare:allora il Doge con accesi comandi richiama lo Spinola, come con accesi comandi lo aveva spinto prima; e certo se diligenza bastava a riparare il danno, egli lo avrebbe riparato: però tutte queste cose concitate non potevano accadere senza che la fama se ne spargesse, e come suole le magnificasse, onde ai capitani delle sette galere parve prudente tornarsene a Genova per non rimanerne tagliati fuori, molto più che taluni delle ciurme davano a divedere spiriti inquieti, e come disegnarono fecero; senonchè trovarono la ruina nel partito, che speravano avere ad essere la loro salute, e ne fu colpa il vento, il quale mutatosi da capo concesse abilità al Doria di abbrivarsi loro addosso e catturarli tutti, e con essi le galere, eccetto una sola, e subito dopo con pari agevolezza s'impadronì dei legni carichi di grano e di merci preziose. Ricordano le storie, che, a facilitargli la vittoria, si mise sopra le galere nemiche lo scompiglio, avendo preso parte dei galeotti a gridare: viva la libertà! ed acconigliato i remi; e sarà come la contano: tuttavia, schierando Andrea diciassette galere contro sette, e' sembra che questo solo bastasse a fare smettere ogni pensiero di resistenza, non potendo essere in ogni caso mai valida nè lunga.Il doge Adorno ridotto a questo passo consideravastargli ora su gli occhi il Doria, e il Fregoso in procinto di assaltarlo, quegli con ventitrè galee, contando le nuove conquistate, dalla parte del mare, questi dal lato di terra con gente usa per lungo esercizio alle fazioni di guerra; lui, come tutti i signori vecchi, massime se sfortunati, fastidioso, il popolo oltre il naturale talento, per angustie di fame e per paura di peste, più che mai movitivo[6]: percotevano altresì la mente dei cittadini, e la sua, gli strazii successi di brevi anni addietro quando Genova fu presa di assalto: gli è vero, che quelli commisero gli Spagnuoli e ora si trattava di Francesi, ma nelle mani non occorre differenza di lingua, e tutte arraffano al medesimo modo: inoltre la città a tempi più antichi aveva gustato eziandio le mani francesi di che cosa sapessero: queste le difficoltà del vincere, e comparivano troppe, e pure non erano tutte. Però, non potendo resistere, mandò Vincenzo Pallavicino al Lautrecco, per gli accordi, che glieli concesse presto, e tutti, premendogli forse di trovarsi subito altrove; uno solo si eccettui, e fu quello di rimettere Savona sottola podestà della Repubblica. Per cui considera attentamente la storia, apparirà questa cosa che sto per esporre degna di nota: il Doge sul punto di risegnare lo ufficio, anzi pure di uscire fuori di patria, attendeva a rimettere le mani addosso a Savona, bruscolo perpetuo negli occhi di Genova: e starà dubbio se ciò deva attribuire con biasimo all'indole sempre procacciante dei Genovesi, o se piuttosto con lode a tenace amore di patria: certo oggi questo amore s'intende diversamente, nè ti acquisterai merito di studioso della prosperità della tua patria togliendola altrui; ma, a quei tempi, s'intendeva così, e sembrava intenderla bene: anche la morale conosce i suoi andazzi. Ma poichè gli affetti si devono giudicare a prova di Etica, epperò non già dal modo di manifestarsi, bensì dalle origini, penso, che Antoniotto Adorno, quando sul punto di andarsene in esilio procurava la emula Savona tornasse nella podestà di Genova, dava alla patria buona testimonianza del suo amore filiale per lei.Il Lautrecco, non giudicando la negata condizione di Savona d'importanza tale da mandare a monte il trattato, commesso prima al Fregoso di ricevere la città a patti, si affrettava a Pavia, e s'ingannò, imperciocchè l'Adorno tenesse fermo, e nella nuova ostinazione si hada credere, che contribuisse non poco la notizia dello allontanamento del Lautrecco. Allora il Fregoso mandò dietro al Lautrecco per significargli il successo, e richiamarlo, ma questi, ormai non si potendo più fermare, gli spedì in soccorso mille e quattrocento fanti tra svizzeri e francesi, ordinandogli, che aggiunti ai quattrocento, i quali gli aveva di già lasciati, e valendosi altresì dell'opera del Doria, s'industriasse espugnare la città. Cesare, comecchè gli paresse poca gente, pure facendo maggior capitale sopra le difese inferme, che sopra le valide offese, si spinse oltre occupando San Piero di Arena, e poi il convento di San Benigno, dove mise presidio, rimandando l'assalto al giorno dipoi; il quale non riputarono spediente aspettare Agostino Spinola e Sinibaldo Fiesco, che giovandosi del buio della notte, condussero con essoseco le compagnie del palazzo, sorpresero e di leggeri sbarattarono il presidio del Fregoso a San Benigno: sul far del giorno si avventarono giù dal balzo con buona speranza di vittoria; senonchè Cesare, vista la mala parata, si trasse indietro sopra la spiaggia, dove con opportuno consiglio si fece parapetto di due navi, che vi stavano costruendo, e delle barche che in copia avevano tirato fuori dell'acqua sul lido: quivi fermò daprima l'ardore del nemico, poi lo sbigottì con le spesse morti, con le quali come da luogo sicuro lo funestava; per ultimo proruppe fuori ricacciandolo a furia verso la città in cui entrarono assieme tumultuariamente amici e nemici: nel punto stesso il Doria con le galere surgeva nel porto. Il Doge si chiuse in Castelletto; la città si versava in pericolo presentissimo. Allora i deputati della città si fecero a trovare il Fregoso, dal quale accolti benignamente, ottennero dopo la vittoria i medesimi patti proposti prima di combattere: aggiunsero, che trattando con cittadino generoso avrebbono riputato inane e peggio mettere per condizione che le vite e le sostanze dei cittadini si rispettassero; nondimanco per debito di ufficio ce la mettevano: di vero col Fregoso, uomo d'indole magnanima, ne potevano fare a meno. Di lì a breve, intimato il doge Adorno a restituire il Castelletto, ci s'induceva senza farsi di troppo pregare, ottenendogli patti onorati Filippino Doria, il quale, trovandocisi prigioniero, con modestia e zelo lodevoli ci si adoperò. Il Senato, composti in pace cotesti viluppi, con pubblico decreto rese grazie così ai vinti come ai vincitori, perchè, esercitando cristiana carità, si fossero astenuti da funestare la patria con le vendette: furono coteste graziedecretate ed a ragione, imperciocchè dopo la concordia, che è il primo bene il quale possano godere gli Stati, la maggiore benedizione mandata loro da Dio consista nel frenare gli animi da trascorrere ad offese, che rendano gli uni contro gli altri implacabili i cittadini.Cacciato via di Genova un Adorno, egli era come di regola si sostituisse un Fregoso; e Cesare faceva sembiante desiderarlo; Francesco di Francia non si mostrava alieno: dicono, lo dissuadesse Andrea, facendogli toccare con mano come, per cotesta altalena fra le due famiglie emule, le parti in Genova non avrebbono quietato mai: consiglio che il Re giudicava prudente quanto onesto, e che per avventura moveva da un riposto concetto non onesto del pari, ed era, che bisognava sgombrare il terreno di Genova dalle piante degli Adorni e dei Fregosi, se pure si voleva che la pianta Doria vi germogliasse principale.Cesare Fregoso, liberata Genova, ebbe a consegnarla a Teodoro Trivulzio mandatoci governatore dal re Francesco; imperciocchè se dal Doria egli imparò non essere savio confidarla al Fregoso, altri o il suo giudizio gli fece conoscere, che sarebbe stato anco meno porla in balía del Doria: a questo mandò le insegne dell'ordine di San Michele. Se Andrea le avessecare, non so, ma forse è da credersi, conciossiachè gli uomini, fanciulli o adulti, pei balocchi tripudino, e nè per ora sembra ne vogliano smettere il vezzo.Andrea era giunto con gli anni a quella parte della vita in cui il comune degli uomini desidera riposare; ed ai Romani, i quali pur furono tanto operosi, parve, che dopo i sessanta anni entrasse ilsenio, o vogliamo dire il periodo di tempo in cui il cittadino, cessando a mano a mano dallo agitarsi, importa si apparecchi alla quiete suprema; epperò, non che essi biasimassero il ritirarsi a cotesta età indietro dai negozii, lo commendavano come onesto: nel Doria nostro, così doveva procedere in tutto la faccenda diversa, che a sessantuno anno condusse moglie: affermano alcuni, ed hassi a credere, ch'egli segretamente l'avesse sposata avanti, sendo la donna in età pari alla sua; si chiamò Peretta, ed era figlia a Gherardo Usodimare, nobilissima schiatta, e nipote d'Innocenzio VIII; dicono ch'ella fosse molto sufficiente donna, e può darsi; ma di lei non ci avanzano memorie, perchè noi possiamo o negare od affermare con verità cotesta sentenza; se lo universale menasse buona la sentenza di Teofrasto, che giudicò degna di lode la donna, la quale non dà a dire di sè bene nè male,dovremmo predicare ottima la Peretta; forse ella gli recò dote ricca; questo altro poi sappiamo di certo, ch'ella col figliuol suo (essendo rimasta vedova di Alfonso del Carretto marchese di Finale), e con la parentela di casa Cybo, gli fu cagione di scapito negli averi e di pericolo nella vita. La storia generale, nè le scritture, che ci rimangono della vita di Andrea, ricordano i suoi amori; ch'ei non ne avesse ci pare difficile; nè quel continuo esercitarsi di lui nelle armi fa ostacolo, imperciocchè il tumulto dello spirito e il commovimento del corpo, piuttosto che dissuadere, pare che persuadano le cose amatorie: neppure ci condurremo a credere, che gli scrittori ne tacessero per verecondia, dacchè il secolo non fu per niente verecondo, e chiunque dettò la storia di uomini illustri si fece in certo modo debito di raccontare gli affetti del suo eroe, quasi tributo a sensi gentili generatori di opere magnanime: forse Andrea, se non casto, fu cauto; e di vero l'amor suo verso la duchessa di Urbino si ha piuttosto per conghiettura, che per riscontro storico: con maggiore fondamento può credersi, ch'egli amasse una certa Chiara, dacchè nel suo testamento leggo lasciarle il frutto di settanta luoghi delle compre di San Giorgio[7],che le aveva assegnato per lo tempo antecedente, e nel suo quinto codicillo glielo conferma; nè per le stampe si pone il cognome della donna, bensì si surroga co' soliti discreti puntolini. E qui forse non cade inopportuno avvertire, come Andrea si mostrasse, nelle cose sue, piuttosto sottile, che scarso: di questo porge testimonianza il suo testamento in parecchi luoghi; nel primo, dove il Notaio attesta se voglia lasciare qualche elemosina allo Albergo dei Poveri, ed egli riciso risponde: no; nel secondo, quando dichiara essere rimasta una figliuola naturale di Giannettino, e commette al suo erede di maritarla stanziandole di dotequanto a lui piacerà; singolare è il terzo, nel quale espone, che gli eredi di Erasmo Doria vantano crediti sopra di lui, ma egli ricorda, che Erasmo ebbe perle per 900 fino a 1200 scudi per vendere, e le vendè di fatti; ma se ne appropriò il ricavato, e poi riscosse paghe di cui non rese mai conto; onde nel sottosopra egli giudica, che gli eredi di Erasmo devano resultare piuttosto debitori, che creditori della sua eredità; per ultimo dichiara, che bene tolse in presto da Cristoforo Pallavicino scudi mille, ma che, avendo commesso al medesimo costruire un Galeone, col quale corseggiando si fecero prede di cui il terzo perpatto spettava al Testatore, che non ebbe mai, così anco in questo punto giudica, che, rivedute le ragioni, si troverà in credito, e non in debito. Oltre quelli che ho riferito, degli amori di Andrea Doria non mi è venuto fatto di rinvenire ricordo.

Disuguaglianza civile causa perpetua di ruina negli Stati. Dei governi misto e semplice, e quale dei due il più sincero. Rumori di popolo;castiga villano; due Doria ammazzati; nuova spartizione degli uffici tra popolo e patrizii. — Accordi politici non durano; i patrizii sopraffatti esulano a Savona; e ogni dì inaspriti ricorrono alla Francia. Il Re distratto altrove tepido paciere. Guerra del popolo contro i nobili, e consigli di Andrea. Mutate le cose di Francia il Re entra non più paciere, ma vendicatore dei nobili. Paolo da Novi doge popolano decapitato e squartato: altre stragi: rimettonsi le cose come prima. Lega di Cambraia. Fama di Giulio II usurpata; sue contese con la Francia; il Papa promove novità a Genova; i congiurati scoperti hanno mozzo il capo. Giano Fregoso con forza aperta toglie Genova alla Francia. Andrea Doria prefetto del mare. — Gesto nobilissimo di Andrea sotto laBrigliadove rimane ferito. — Prosperando le cose di Francia Andrea si ripara con l'armata a Portofino. — Sconfitta dei Francesi a Novara. — Torna Ottaviano Fregoso doge in Genova, e il Doria con esso. Guerra turchesca, l'arcivescovo di Salerno geloso di Andrea si adopera a torgli l'ufficio di prefetto del mare, e non riesce. Gesti di Andrea a Gianutri e alla Pianosa, dove si combatte aspramente. — Carlo V disegnando prevalere in Italia tenta pigliare Genova alla sprovvista e non riesce; l'anno dopo la piglia per forza, e la saccheggia. — Tragediadi Monaco non senza sospetto di partecipazione del Doria. — Andrea in corte di Francia persuade soccorrersi Rodi e invano; difende le coste di Provenza, durante la invasione degl'imperiali in Provenza; e cattura Filiberto principe di Oranges; piglia Savona e Varagine; vince il Moncada ammiraglio di Spagna e lo fa prigioniero. Francesco I rotto a Pavia. Dal consiglio di Francia vuolsi, che Andrea metta in pegno le sue galee pel sicuro trasporto del Re in Ispagna; nega, e si proferisce liberarlo per virtù di arme: non è atteso; mal soddisfatto dei Francesi, spirata la condotta, si accomoda col Papa. Legasantaper frenare lo Imperatore. — Andrea contro la patria, tenta Portofino, ed è ributtato. Le cose della lega vanno a rifascio, il Papa si stacca dalla lega, e Andrea va a Civitavecchia; rimandato a combattere la flotta spagnuola la disperde nel mare ligure. Di un tratto il Papa si scosta da capo dalla lega, e si accorda col Colonna e col Moncada; il Borbone non mena buoni gli accordi. — Sacco di Roma. — Potere temporale del Papa minacciato dall'Austria, difeso dalla Inghilterra. Andrea da capo al soldo della Francia, e da capo contro la patria sua. — Dopo varie fortune piglia Genova; dissuade il re Francesco a metterci doge Cesare Fregoso, e ci va governatore Teodoro Triulzio. — Piglia moglie. — Suoi amori. — Sua parsimonia. — Codicilli singolari del suo testamento.

Disuguaglianza civile causa perpetua di ruina negli Stati. Dei governi misto e semplice, e quale dei due il più sincero. Rumori di popolo;castiga villano; due Doria ammazzati; nuova spartizione degli uffici tra popolo e patrizii. — Accordi politici non durano; i patrizii sopraffatti esulano a Savona; e ogni dì inaspriti ricorrono alla Francia. Il Re distratto altrove tepido paciere. Guerra del popolo contro i nobili, e consigli di Andrea. Mutate le cose di Francia il Re entra non più paciere, ma vendicatore dei nobili. Paolo da Novi doge popolano decapitato e squartato: altre stragi: rimettonsi le cose come prima. Lega di Cambraia. Fama di Giulio II usurpata; sue contese con la Francia; il Papa promove novità a Genova; i congiurati scoperti hanno mozzo il capo. Giano Fregoso con forza aperta toglie Genova alla Francia. Andrea Doria prefetto del mare. — Gesto nobilissimo di Andrea sotto laBrigliadove rimane ferito. — Prosperando le cose di Francia Andrea si ripara con l'armata a Portofino. — Sconfitta dei Francesi a Novara. — Torna Ottaviano Fregoso doge in Genova, e il Doria con esso. Guerra turchesca, l'arcivescovo di Salerno geloso di Andrea si adopera a torgli l'ufficio di prefetto del mare, e non riesce. Gesti di Andrea a Gianutri e alla Pianosa, dove si combatte aspramente. — Carlo V disegnando prevalere in Italia tenta pigliare Genova alla sprovvista e non riesce; l'anno dopo la piglia per forza, e la saccheggia. — Tragediadi Monaco non senza sospetto di partecipazione del Doria. — Andrea in corte di Francia persuade soccorrersi Rodi e invano; difende le coste di Provenza, durante la invasione degl'imperiali in Provenza; e cattura Filiberto principe di Oranges; piglia Savona e Varagine; vince il Moncada ammiraglio di Spagna e lo fa prigioniero. Francesco I rotto a Pavia. Dal consiglio di Francia vuolsi, che Andrea metta in pegno le sue galee pel sicuro trasporto del Re in Ispagna; nega, e si proferisce liberarlo per virtù di arme: non è atteso; mal soddisfatto dei Francesi, spirata la condotta, si accomoda col Papa. Legasantaper frenare lo Imperatore. — Andrea contro la patria, tenta Portofino, ed è ributtato. Le cose della lega vanno a rifascio, il Papa si stacca dalla lega, e Andrea va a Civitavecchia; rimandato a combattere la flotta spagnuola la disperde nel mare ligure. Di un tratto il Papa si scosta da capo dalla lega, e si accorda col Colonna e col Moncada; il Borbone non mena buoni gli accordi. — Sacco di Roma. — Potere temporale del Papa minacciato dall'Austria, difeso dalla Inghilterra. Andrea da capo al soldo della Francia, e da capo contro la patria sua. — Dopo varie fortune piglia Genova; dissuade il re Francesco a metterci doge Cesare Fregoso, e ci va governatore Teodoro Triulzio. — Piglia moglie. — Suoi amori. — Sua parsimonia. — Codicilli singolari del suo testamento.

Se noi scrivessimo le storie dei popoli faremmo chiari i lettori come causa perpetua di discordia prima, e poi di tracollo negli stati fossero i nobili, o quelli che, per eccesso di censo appartandosi dalla uguaglianza civile, intesero soverchiare altrui con la potenza comecon gli averi. I politici antichi, ed anco dei moderni parecchi, reputarono ottimo governo quello, che va composto di un mescolo, dove la democrazia, la monarchia e l'aristocrazia entrano in parti uguali: opinione che per più ponderato consiglio a me sembra piuttosto in apparenza che in sostanza prudente, imperciocchè veruno dei tre ordini stia mai al segno, bensì uno si adoperi a superare perpetuamente l'altro, da prima con leggi, più tardi con le insidie, all'ultimo con le violenze. I democratici fiorentini, invece di estirpare i grandi, gli esclusero dai magistrati; non tolsero già i privilegi per tutti, al contrario, per via degli ordinamenti di giustizia, ed altre di questa maniera provvisioni, ne istituirono molti, ed odiosi in danno di loro, con offese continue li condussero alla disperazione, sicchè quante volte i grandi poterono farlo si legarono con la tirannide domestica, o forestiera, per ripigliare il sopravvento sul popolo; finalmente, accostandosi ai Medici, nel ridurre il popolo e sè in ceppi, reputarono refrigerio, e non fu nè manco vendetta, la comune servitù.

Non so se altrove, ma qui in Italia corre per la bocca della gente un proverbio rivelatore dell'animo dei padri nostri, e pur troppo eziandio del nostro, il quale è questo: malecomune, mezzo gaudio. Parve, e pare tuttavia bello a noi Italiani cavarci gli occhi, a patto che gli avversarii nostri abbiano a rimanere orbi. Per converso i Veneziani raccolsero la somma del governo nei patrizii, e nè manco in tutti, ma studiarono diligentissimi che il popolo avesse sicure due cose: pane e giustizia; procedendo in questo, meglio dei Fiorentini, avvisati assai; pure anche lì coll'andare del tempo cotesto sentirsi governato a guisa di mandra, comecchè con amore, rincrebbe al popolo, che, capitatogli il destro, un giorno pensando abbattere solo i patrizii, atterrò loro e lo Stato.

La esperienza ammaestra come la macchina governativa, al pari di ogni altra, quanto più la ordinerai semplice, e più tu proverai perfetta, sicchè ti risponderà meglio quanto meno ci metterai dentro disuguaglianze, oltre quelle che induce la natura, voglio dire di giovani feroci, e di vecchi prudenti, d'improbi e di probi, d'ingegnosi e di ottusi. Ad ogni modo, innanzi che i governi semplici tornino graditi alla universalità, e' ci ha da correre un bel tratto; intanto la lite flagrante, e la fortuna alterna della democrazia e della aristocrazia, mantengono il campo delle offese e dei rancori, donde agli spiriti cupidi si offre abilità di rimestarele faccende per modo, che conseguano lo scopo dei volgari ma utili appetiti.

Nel tempo in cui sono giunto ragionando di Andrea Doria gli ufficii ripartivansi a Genova fra popolo e patrizii con questa ragione, che ai nobili ne toccavano i due terzi, un terzo al popolo: i voti per vincere i partiti si contavano alla medesima stregua. Il popolo pertanto chiedeva riforma, e dirittamente, conciossiachè essendo egli troppo più copioso in numero dei nobili, ne accadeva, che mentre questi quasi tutti esercitavano le magistrature, pochi di lui si trovassero ad averle; allora taluni fra i più savi senatori proposero la riforma in consiglio, ma i nobili superando co' due terzi dei voti respinsero il partito, e ne menarono baldoria secondo il solito dei corpi deliberanti cui pare averla spuntata allorchè vincono con le fave, quando, se prudenti, arieno a tenere la lingua in palazzo, e le orecchie in piazza: e come i tempi erano più feroci dei nostri, alla ingiustizia aggiunsero la prepotenza, facendo fabbricare certe lame di pugnale col motto incisovi sucastiga villano, quasi per far capire al popolo di scancío, che, se la legge gli pareva oscura, gliela avrebbero chiosata i patrizii a suono di coltello. Il popolo, che da un pezzo bolliva, dette di fuori gridando:addosso ai nobili;e trovati per via un Visconte Doria ed un altro pure della medesima stirpe, gli ammazzò di botto: allora e' fu un bacchio baleno levarsi dal fianco il pugnalecastiga villano, e più che baleno scendere a patti. Il popolo dopo la vittoria non crebbe pretensioni; i patrizii, di superbi divenuti umili, meravigliavano, o piuttosto ne facevano le viste, come mai avessero potuto reputare esorbitante ieri, quanto conoscevano oggi, non pure giusto, ma discreto, onde concessero di leggieri, che la misura dei voti e degli ufficii si rovesciasse; vale a dire, che dove prima i patrizii delle cariche e dei voti avevano i due terzi, e il terzo il popolo, da ora in poi i due terzi spetterebbero al popolo, il terzo ai patrizii.

Per ordinario nei rivolgimenti politici si viene agli accordi, quando questi non hanno virtù di accordare più nulla. La potestà che cede diventa a un punto screditata e vile; il popolo che sforza insolentisce, però che la temperanza, di cui fa prova nei primi bollori, non derivi già da cuore nella sua grandezza pacato come quella di Scipione, bensì da un certo peritarsi, ch'egli, sempre uso a toccarne, prova nello adoperare la vittoria, che presto perde. Così dopo questi patti il popolo non si astenne dalle offese nella persona, e negli averidei nobili, le quali traboccarono indi a poco per modo che i nobili, paurosi di peggio, tolsero uscire dalla città, riducendosi la più parte di loro a vivere in Savona.

Intanto il popolo si sbracciava a raccogliere in sè la somma del governo, e non rinveniva il bandolo: odiava il Senato, ma al punto stesso lo riveriva così, che non gli bastò l'animo di levarlo di mezzo; creò all'opposto il Tribunato per contrastarlo; e due poteri principi, di facoltà indeterminate, uno protervo per la fresca vittoria, l'altro iracondo per la patita sconfitta, inabissavano le Stato. I Tribuni fra tanto arrolarono 2500 fanti, i quali, a seconda dei voleri del popolo, spedirono nella riviera di levante per torre le castella a Gianluigi Fiesco; e gliele tolsero; tornati a casa mulinavano imprese maggiori a danno degli altri nobili, che inaspriti dalle offese vecchie, e disperati per le nuove, si adoperarono a tutt'uomo per tirare il re di Francia dalla loro, e con parole accese lo andavano serpentando dicendogli: Genova stare in bilico per uscirgli di mano dove non provvedesse presto, e forte: appetirla lo Imperatore, aocchiarla il Papa, se non per tenerla, per appianarsi la via allo acquisto del Milanese tanto agognato da lui: entrambi questi due potenti sarebbero venuti a capo della plebe piaggiandola;egli dovrebbe prevenire il pericolo opprimendola. Questi maneggi sortivano effetti contrari dei presagiti, chè il Re spaventato si mise a procedere col calzare di piombo, e volendo condurre il buono per la pace, comandava nobili e plebe si accordassero fra loro le terre prese restituendo, la riforma approvassero, e gli uni agli altri le offese si rimettessero.

Non si comandano le paci; e poichè la plebe prevaleva a quei giorni, Tarlatino da Castello, condottiero preso al soldo della repubblica, si restrinse con lei; anzi per gratificarsela vie più si profferse parato a conquistare Monaco: pretesto della guerra era la recuperazione dei diritti sopra cotesta rocca, che si asserivano usurpati dai Giustiniani; causa vera stiantare il nido nel quale i nobili solevano rifugiarsi, dove potere, come da luogo sicuro, tendere insidie a Genova. Per la quale cosa i nobili vedendosi con grande stringimento di cuore in procinto di rimanere privi di cotesto fidissimo asilo nei casi di fortuna, tennero consulta assieme per sovvenirlo, ed avendo richiesto Andrea del suo parere, questi rispose: andando a Nizza egli, dopo considerate diligentemente le forze del popolo, essere venuto nel parere che contro cotesto sforzo non si potesse fare riparo, là dove non si accorresse gagliardi alle difese: tre partiti,per suo avviso, profferirsi adesso ad aiutare Monaco con frutto: in prima il soccorso dei Francesi, ma questo, oltre al comparire lento, si sarebbe rinvenuto altresì interessato; il secondo consisteva nel mettere insieme danaro del proprio, e con questo fatta massa di gente difenderlo alla scoperta; per ultimo avrebbe per avventura giovato richiamare a Genova Ottaviano Fregoso in buona vista del popolo, ed usando il benefizio del tempo attendere a guadagnarsi coi denari e con le promesse qualche capo della plebe, indebolendo per via di scismi la parte contraria. Dei tre partiti piacque l'ultimo come quello che non metteva la mano sopra la borsa. Andrea andò a conferirne con Ottaviano a Bologna, il quale si pigliò assai lestamente il carico di acconciare le faccende, ma la plebe avendolo tolto in suspicione non lo volle nè manco vedere, ond'egli trattenutosi, non senza timore e pericolo grandi, tre giorni in Genova, se ne tornò sconclusionato a Bologna. Allora i nobili da capo a muovere ressa al Re, che fare co' propri danari, come forse appariva più sicuro, e certo era più generoso, così tornava più ostico di tutti: ai legati patrizii tennero dietro i plebei; udironsi i primi, i secondi no, i quali trovarono chiuse non solo le orecchie del Re, ma perfino le porte del palazzoregale: atroce insulto, e meritato, e questo accadeva perchè il re di Francia essendosi a cagione della morte di Filippo re di Castiglia sciolto da ogni ritegno, pensò fare a meno della moderazione: abito importuno a cui costuma produrre la propria volontà per legge; ed oramai deliberato a mettere mano nelle faccende di Genova si accostava ai patrizii, tiranni, quando possono, per conto proprio, quando non possono, aiutatori della tirannide altrui.

Il popolo offeso pei reietti oratori, e infellonito pei minacci contro di lui, prorompe di un tratto negl'impeti maravigliosi: di colta si arrampica sul Castelletto e sul Castellaccio, li piglia, e ne caccia malconcio il presidio francese: poi si elegge a doge Paolo da Novi tintore, e sceglie bene, secondo il solito, quando non gli corrompono con la calunnia la mente e con la pecunia il cuore. Qui non ha luogo raccontare quello che Paolo operasse; basti sapere, che operò molto e retto; vinse, fu vinto, in ultimo tradito da un Corsetto, che lo vendè ottocento scudi al re di Francia, il quale da Pisa fece trasportarlo a Genova, e quivi decapitare e squartare. Il capo di lui, prima passeggiato confitto su di una picca, poi messo dentro una gabbia attaccata al ballatoiodella torre dogale, insegnamento non nuovo, e replicato anco dopo, e sempre invano, di quello che si acquista a rincrescere ai re per gratificarsi i popoli. Nè la finiva qui; qualche ventina di popolani al capestro, a un Giustiniani si dava della scure sul capo, e ciò per privilegio del patriziato: così a quei tempi il boia dispensava, o confermava la patente della nobiltà, e forse in qualche lato in Europa continua anco adesso. Gli ordini dello Stato si rimettevano come prima, anzi secondo il consueto con qualche giunterella in peggio; la città (per non distinguere gli amici dagli avversarii) multavasi in trecentomila ducati: la moneta eziandio da ora in poi doveva coniarsi con lo stemma di Francia. Fin qui le providenze per aggiustare i conti del passato; venivano poi quelle del futuro; ed erano, che, oltre il Castelletto e il Castellaccio, i Genovesi, per mettersi nella bocca sfrenata una briglia con le proprie mani, fabbricassero la fortezza delFaro, volgarmente detta laBriglia, e tale veramente fu, imperciocchè assai duro morso l'avessero a provare i Genovesi. Così, ed anche questa è storia vecchia in Italia, una setta avendo, per dominare su l'altra, chiamato lo aiuto straniero, rimangono entrambe ridotte in servitù.

Stringevasi intanto la lega di Cambraia, dovequel Giulio II, che gode presso il volgo ignorante fama di nemico pertinace ad ogni straniera dominazione in Italia, confederavasi con Francia ed Austria ai danni dei Veneziani; nè con quelle solo, ma per isgarare meglio la prova, con Ungheria, Spagna, Savoia, Mantova, e Ferrara altresì. La storia che, registrando i fatti mal si accomoda a piaggerie antiche nè a moderne, dichiara che, come papa Giulio non rifuggiva dallo spartire la Italia con lo straniero per istrappare a Venezia Ravenna, Cesena, Cervia, Faenza, Rimini ed Imola, così il duca di Savoia si accontava col Papa, e gli altri ai danni d'Italia per aspollare il regno di Cipro[2]. Durarono i collegati uniti, come suole, finchè non ispogliarono: spogliato che ebbero tornarono nemici. Il Papa un dì più acceso di tutti a collegarsi con la Francia, adesso voltandoglifaccia, tempesta avvampato a cacciarla d'Italia, e smania per restituire Milano agli Sforza, e liberare Genova dalla dominazione straniera: agli ossequi succedono le ingiurie ed anco plebee, dacchè il Cristianissimo non si trattenesse da chiamare addirittura papa Giuliobriacone: di vero costui del bere si compiaceva più, che non convenga, non dirò al Vicario di Cristo, bensì a qualsivoglia uomo dabbene. Le prime batoste toccarono al Papa sicchè s'ei ne sbuffasse non è da dire: la guerra temporale rinterzando con la Spirituale, egli scomunica il re di Francia; questi non potendo scomunicarlo, a sua posta se ne richiama al Concilio, e lo Imperatore assentendo, lo convoca a Pisa; il Pontefice per contrapposto ne intima un altro in san Giovanni Laterano, i cardinali tragiogati pei lembi della porpora non sanno a quale partito più sicuro appigliarsi. Intanto per la memorabile rotta di Ravenna le fortune del Papa parevano spacciate, ma così sperimentiamo incerti i giudizii umani che per questo appunto tornarono a germogliare più vigorose di prima, imperciocchè per la morte di Gastone di Foà, strenuissimo condottiero dei Francesi, spento in cotesta battaglia, e per le contese del cardinale Sanseverino e la Palissa circa il comando dello esercito, da un lato laprosperità francese illanguidiva, mentre dall'altro ai disastri egli riparava irrequieto tirandosi in campo gli Svizzeri con molta pecunia e con infinite speranze. In questa Giampagolo Baglioni, rinforzato di gente, calava giù nel Veronese pel Trentino, e tale appariva in vista, che alla Palissa non sovvenne migliore disegno di quello, che mettere il Po fra mezzo a sè ed ai suoi nemici.

Il Papa sembrava che da qualche tempo si fosse risovvenuto, ch'era sua patria Genova, e sè nato di parte popolare; però col dirsi parziale alla democrazia, collo accogliere in corte gli emuli della Francia, da una parte sbracciando promesse grandi, dall'altra consentendo che anco i maggiori se ne pigliassero, in somma con le arti tutte dei Principi quando hanno bisogno del popolo, fomentava a Genova novità in danno della Francia, e siccome non manca mai chi si lasci ire all'amo per buona natura, ed anco per trista, dacchè la voglia di essere pescato inuzzolisce in alcuni, quanto in altri quella di pescare, un Giovanni Interriano ed un Domenico di San Piero tramarono insidie al Governo del Re, e con mal pro di entrambi, che scoperti di corto, il primo, perchè nobile, morì di scure, al secondo, plebeo, bastò il capestro: adesso poi,soffiando il vento in filo di ruota, messe da banda le frodi, si adoperava la forza. Giano Fregoso, con piccola mano di fanti e di cavalli, forse seicento in tutti, se pure ci arrivavano, s'indirizza con celeri passi a Genova, e quanti gli occorrevano per via gli si cacciavano dietro o partigiani suoi, o vaghi di garbugli: giunto in vista della città mandava arditamente un trombetto al Senato, intimandogli che riponesse il governo in mano al Fregoso. Il Senato tentennava, il Vicario del Re tempestava, e se togli la smania di volere impiccato il trombetto e subito, nè manco egli sapeva che si facesse. Il Senato, secondo l'ordinario di tutti i Senati, non patì che il trombetto s'impiccasse, perchè le cose della Lega pigliavano buona piega, e neppure chinò a riporre il governo nelle mani al Fregoso, perchè le fortune del Re potevano risorgere; tenne la via mezzana, e rimandò il trombetto con la risposta, che trattandosi di materia gravissima, si sarebbe costituito il solito magistrato per consultarci sopra; e con questa conclusione si partirono soddisfatti come se avessero salvato la patria.

Ma il tratto alla bilancia lo diede sempre, secondo il solito, non il consultare dei Padri, bensì il tumulto, e per questa volta nè manco cittadinesco, bensì straniero: chè gli Svizzeri,lasciati dal vicario del re a custodia del palazzo, dubitando, che se il Fregoso entrava in città per isforzo di armi sarebbero stati messi a pezzi, vennero a patto con lui, e gli aprirono le porte: poi procedendo più oltre gli offersero in compra la fede e il sangue loro, ed egli comprò fede e sangue svizzeri tutto a taccio pel prezzo di dodicimila ducati. Queste cose facevano gli Svizzeri allora, e tuttavia fanno e reggonsi a repubblica, sicchè, loro mercede, dubitano parecchi che sotto veruna forma di reggimento la stirpe umana possa condursi a vivere in pace e in dignità.

Giano Fregoso eletto doge creò in quel torno Andrea Doria prefetto dell'armata, capitano di terra che era stato fin lì; egli contava allora quarantasei anni, e sarà sempre mirabile, quanto di onore per Andrea, pensare come in età così avanzata mutasse abito di milizia riuscendo a salire per le faccende marinaresche in fama due cotanti più gloriosa, che nelle terrestri. Ora il Doge, attendendo ad assodarsi nel principato, deliberò espugnare le fortezze: del Castelletto venne a capo in breve un po' per virtù di palle e molto di scudi: dicono, il Castellano dopo alquanto di mostra di difesa per parere, lo rendesse mediante lo ingoffo di dodicimila ducati.

Osso più duro a rodere presentava laBriglia,che, fabbricata su di una roccia, si teneva soggetta Genova: da tre parti la circuiva il mare; a tramontana stava attaccata al lembo di una rupe irta di scogli: volerla superare a forza di arme compariva folle al pari che vano; si disposero a vincerla con la fame. Niccolò Doria, capitano generale del naviglio di Genova, la vigilava solertissimo dalla parte del mare, impedendo che veruna nave venuta di Provenza scivolasse a soccorrerla; ma il re di Francia, che a ragione faceva assegnamento grande sopra cotesto valido arnese di guerra, statuì ad ogni modo sovvenirla. Allestita segretamente a questo scopo una grossa nave, la commise alla condotta di un audacissimo provenzale, di cui la storia a torto tace il nome, al quale bastò l'animo, finta bandiera, di attraversare con essa l'armata genovese e girsene a rifornire la fortezza di munizioni così da guerra come da bocca. La salvò l'audacia, e nulla eccetto l'audacia poteva salvarla; lasciata facilmente passare, la nave accennò volere con diritto corso andare a surgere in porto, quando di un tratto girato il timone, tra il fulminare delle artiglierie dei nemici, tardi accorti dello inganno, si aggrappava agli scogli sottostanti alla fortezza.

Per questo fatto la città venne a sentire inestimabile angustia, però che non le paresse esserelibera se non le si toglieva quel calcio di gola. Allora Andrea, raccolta una squadra di uomini usi a mettere allo sbaraglio la vita, e scelto altresì tra molti un legno sparvierato, di cui, come si legge, era padrone Emanuele Cavallo, si accinse a rinnovare uno di quei gesti, i quali, soperchiando l'ordinario ardimento degli uomini, soglionsi chiamare eroici; e siccome prevedeva, che molti sarebbero stati i morti, così prima di entrare nella mischia egli ordinò ad alcuni fidatissimi suoi, che li buttassero in mare, affinchè i superstiti non si sbigottissero. Munito di provvedimenti siffatti, e secondandolo il vento, si spinse a piene vele contro la nave nemica, epperò proprio sotto le batterie dei Francesi; non curato lo sfolgorare dei cannoni e dei moschetti, all'improvviso diè volta cacciandosi tra la nave e la fortezza; giunto a un pelo dagli scogli dove la nave stava raccomandata, la uncina, e con supremo sforzo la tira alla spiaggia di San Piero di Arena. Molti pur troppo, secondo il presagio di Andrea, si ebbero a lamentare morti, e per poco stette ch'ei non rimanesse fra questi, percosso malamente da una scheggia nel petto, e fu ventura, che a forma degli ordini suoi non lo gittassero via, imperciocchè lunga pezza lo tennero ito, nè ripigliò i sensi prima, che il gesto fosse statointeramente condotto a fine. Siccome Emanuele Cavallo prese il comando della nave subito dopo il caso avvenuto al Doria, impedendo che l'audacissima impresa sinistrasse, così non mancarono storici, che tutto il merito attribuissero a lui; e poichè la gloria non sia cosa, la quale per largirsi ad uno si deva togliere all'altro, giustizia vuole, che il Cavallo popolano e il Doria patrizio si abbiano a giudicare in virtù di cotesto fatto parimente gloriosi. E fu in simile congiuntura che accadde l'altra prova del giovane Benedetto Giustiniano, il quale, avendo avvertito come il capitano della nave nemica tuffatosi in mare tentasse sottrarsi notando, egli, spiccato un salto dal ponte, gli si cacciò dietro con tanta furia, che di corto ghermitolo pel collo, se lo trasse dietro prigione. Audace e pertinace sangue è il ligure e in onta ai tempi e agli uomini non passò secolo, che non ne porgesse buona testimonianza; Colombo, i Doria, Spinola, Balilla, Pittamuli, Garibaldi e gl'imperterriti che lo seguitarono sopra la terra sicula, più oscuri di lui, non però meno benemeriti della patria, sono manifestazioni diverse di un medesimo spirito; tra questi metto Giuseppe Mazzini indomato cultore di libertà: oggi il volgo di ogni maniera, ma più il patrizio, gli bandisce la croce addosso; non importa, e' muteràin breve; dove non mutasse, la verità è una, ed io detto, libero, liberissime storie, non pagato diarii, infamia del secolo.

La lunga vita di Andrea Doria comparisce quasi un filo della trama storica del secolo decimosesto, nè si potrebbe raccontare utilmente là dove non si desse contezza dei fatti ai quali s'innesta, se non che, favellando dei casi dell'uomo, a noi conviene mutare le parti facendo servire la storia d'Italia come di filo nella trama della vita del Doria.

Laonde qui si accenna come Francia, acerbamente comportando vedersi sbassata in Italia, si accorda negoziando con la Spagna e con la Svizzera comprando; con Venezia mette pratica: la morte, che taglia a mezzo nella gola di Giulio II il grido:fuori i barbari!cui egli ci aveva altra volta chiamato, ne agevola i disegni, e, poi che in questo modo ebbe ammannito il terreno, manda Giangiacomo Trivulzio, e la Tremoglia a riconquistare le terre perdute. E' sembra, almanco per lo sperimento che ne abbiamo fatto fin qui, come la fortuna ordinasse, si possano i Francesi di leggieri allargarsi nella Italia, ma a patto ch'essi devano con pari agevolezza abbandonarla. Ormai al duca di Milano non avanzava altra terra, eccetto Novara, di funesta memoria, pel tradimento svizzero aidanni di Lodovico suo padre. Adesso il medesimo luogo, i medesimi Svizzeri, da un lato, i medesimi Francesi dall'altro, empivano l'animo dello Sforza di trepidazione; quello dei regii di baldanza: anzi la Tremoglia assicurava spacciatamente il re, avrebbe fatto prigione il figliuolo, per lo appunto colà dove tredici anni prima avevano preso il padre.

Per queste vicende gli umori non quietavano a Genova, ma era da credersi che non avrebbono rotto, se i fratelli del Doge, sospettando di Girolamo Fiesco, non lo avessero ammazzato alla traditora; quale l'animo dei Fieschi e dei consorti Adorni per questo omicidio non importa dire; accorsero alle castella loro, e, cavatane la gente alla rinfusa, si avventarono contro il Doge. I Genovesi non si mossero; Fregosi, Fieschi e Adorni acciuffaronsi; quegli rimase vinto, questi, vincitori, entrarono in città; e i Genovesi sempre stettero a vedere, imperciocchè avessero preso in uggia per la mala signoria, e pel truce omicidio, i Fregoso, e dagli Adorni e Fregosi come parziali della Francia aborrissero.

Niccolò Doria capitano generale e Andrea prefetto del porto, considerando che il serbarsi interi sul mare approdava alla patria molto, e moltissimo a loro, scansata la flotta regia, siridussero con le galere della Repubblica alla Spezia, aspettando gli eventi; i quali oltre alla aspettazione loro riuscirono prosperi, imperciocchè paia che, come ai polsi, così avvenga alle coscienze degli uomini, voglio dire sieno intermittenti: di vero quei dessi Svizzeri che tradirono il padre, ora combattono ferocissimamente pel figliuolo. La fortuna di Francia giacque sui campi di Novara, e al maresciallo Triulzio, combattendo per gli stranieri, toccò l'onta della disfatta nei poderi paterni della Riotta. Gl'Italiani non ricordano battaglia più micidiale, nè i Francesi ne soffersero mai più vergognosa di questa: i morti sommarono a dodicimila, altri affermano più; gittarono via le armi per paura; non uno dei fuggenti francesi valicò la Sesia conservata la spada. Questa vicenda alterna di disdette e di fortune pare che la Provvidenza mandi a tutti i popoli, perchè si ricordino che a veruno è concesso farsi perpetuamente oppressore dell'altro; ma la lezione frutta poco con tutti, massime co' Francesi, che, felici, non ci pensano, infelici sì, ma allora non giova. Quanto a civiltà ci consumiamo troppo ad esaltarla con le parole, perchè ci rimanga animo di praticarla coi fatti.

Per questi rivolgimenti le cose degli Adorni e dei Fieschi declinando, tornarono a rifiorirequelle dei Fregosi e dei Doria. La lega mise Ottaviano Fregoso doge a Genova, ma escluse Giano perchè esoso all'universale. Taluni storici affermarono Ottaviano generosissimo uomo, altri gli danno taccia di sospettoso; tuttavia maggiori riscontri ci persuadono la bontà di lui, ed anco la tradizione li conferma; e poi il sospetto negli uomini di Stato non si può reputare vizio: fatto sta, ch'egli da prima prepose Giano al governo di Savona, ma ragguagliato poi come costui, inuzzolito dell'antico comando, tentasse ridurre tirannicamente le cose della città in sue mani per suscitare tumulti a Genova (e si dice altresì, ch'ei venisse in cognizione di certa pratica tra Giano, gli Adorni e i Fieschi ordita ai danni suoi), ordinò lo sostenessero; se non che egli che stava su l'avvisato, avendone preso fumo, salito subito sopra un brigantino, si salvò.

Adesso il Papa e i principi cristiani volsero la mente a tal fatto, che avrebbe dovuto restarsi sempre in cima dei loro pensieri, e questo era la pirateria con la quale i Turchi, condottisi ad abitare le coste dell'Affrica, avevano reso il Mediterraneo infame, peggio che non è una selva infestata da assassini, e nabissavano le sponde disertando i paesi, le sostanze arraffando e gli abitatori promiscuamente: onde,dopo parecchie pratiche, trovatisi all'ultimo d'accordo, impresero la guerra dei pirati con diciotto galee, nove del Papa, di Genova e di Francia, e nove fornite da privati, e ne commisero il comando a Federigo Fregoso, arcivescovo di Palermo, fratello del Doge: coll'Arcivescovo andò Andrea. Donde accadde che, mentre il grosso dell'armata condotto dal Fregoso non faceva frutto o poco, imperciocchè dalla scorreria su le coste dell'Affrica in fuori non ne ritrassero altro, che il ricupero di qualche schiavo e di un corpo di galera predato l'anno antecedente ai Genovesi, Andrea con una squadra staccata proseguendo con ardore pari la gloria e il guadagno, pigliò ai pirati due galeotte e quattro brigantini. L'arcivescovo, punto da invidia, allora si adoperò perchè il Senato togliesse al Doria l'ufficio di prefetto del porto, nè questo venendogli fatto di conseguire, egli lo licenziò dalla condotta delle sue galee; ma gli amici di Andrea, operando in essi l'amicizia ad un punto e l'accerto del buon negozio, misero insieme danari, co' quali comperarono quattro galere per Andrea, ed egli n'empì due di schiavi, onde chiamaronsiforzate, e due di gente proffertasi a soldo; da ciò il nome dibuona voglia, che, entrato come sostantivo nella lingua con diversa significazione, indica,che se uomo non è galeotto, ci manca poco. Il Senato poi, non solo confermava Andrea nello ufficio di prefetto del porto, ma pigliava altresì al suo servizio le quattro galee del Doria, assegnandogli stipendio sottilissimo, con facoltà di sopperire al mancamento corseggiando, e s'intendeva contro ai Turchi, ma se veramente fossero sempre Turchi coloro che Andrea e gli altri Genovesi predarono prima o poi, od anche in quei medesimi tempi, la è una faccenda seria a chiarirsi, nè forse eglino stessi l'arieno potuto, così di colta, deciferare.

In questo medesimo anno, che fu il 1517, Andrea s'illustrò con nuovo gesto, il quale con volenteroso animo esporrò. Spazzando egli il mare con tre galere pervenne all'isoletta di Giannutri, dove avendo sorpreso tre fuste turche, di leggieri se ne impadronì: udito al tempo stesso dai prigioni come Gad'alì si andasse aggirando per le acque côrse con otto fuste ed una galea presa a Paolo Vettori ammiraglio di Lione X, succeduto papa a Giulio II, tornò a Genova, dove aggiunte alle quattro due galere governate da uomini dibuona voglia, che la Repubblica li licenziò, si mise su le peste del Turco, e lo colse intorno alla Pianosa. Andrea sul punto d'ingaggiare battaglia si trovò con solo due galere delle proprie, però che le altredue soggette ai comandi di Filippino Doria si fossero messe a rimorchiare quelle della Repubblica, che guidate da gente nuova vogavano languido, e nondimanco con risoluto spirito si cacciò in mezzo allo sbaraglio. Se gli fosse mestieri adoperare virtù, non importa che io dica: per maggior disdetta fin dal principio della zuffa un colpo di archibugio lo colse nel braccio sinistro recandogli così acerbo dolore, che già stava per ritirarsi dal ponte, quando buttato via il bracciale e fasciatasi la ferita si sentì abile a combattere; ma comecchè lo facesse assai gagliardamente, tuttavolta troppo inferiore di forze durava fatica a difendersi: quanto a vincere egli era disperato, e la galea accanto a lui balenava come se non si potesse più sostenere. Filippino, visto lo stremo in cui si versava Andrea, lasciate indietro le galee della Repubblica, si abbriva con voga arrancata nel mezzo rinfrescando la mischia; però questo rinforzo, come bastevole a bilanciare le forze, non bastava per vincere; all'ultimo, avendo potuto pigliare parte alla fazione le due galere arretrate, la vittoria si dichiarò per Andrea, ma fu sanguinosa; dei nove legni turchi sette rimasero presi: due salvaronsi. Gad'alì cadde prigione; e si ricorda come quattrocento Genovesi e più vi rimanessero spenti. Se togli l'onore,che veramente per Andrea fu grandissimo, quanto a guadagno questa volta l'andò proprio fra corsaro e pirata, perchè dagli scafi in fuori non ci corse altro benefizio.

Continuando a rinterzare la vita di Andrea Doria con la storia della sua patria, anzi con quella della intera Europa, a me non fa mestieri discorrere quali e quante occorressero cause di emulazione, o piuttosto di odio tra Francesco I re di Francia e lo imperatore Carlo V; basti bene questo, che, finchè vissero, attesero ad osteggiarsi tirando pei capelli nella funesta contesa ora questo, ora quell'altro, e sovente tutti i popoli della Europa in cotesti tempi reputata civile.

Per tanto lo Imperatore, attendendo adesso ad abbassare la possanza di Francia in Italia, coloriva con onesta causa il disegno, intimando: il ducato di Milano a Francesco I Sforza si restituisse; e come senza venire al paragone dell'arme prevedeva non ci sarebbe riuscito, così conobbe tornargli di suprema importanza mettere un piede nella Liguria, massime in Genova per soccorrere le cose del Ducato dalla parte del mare, e come questa città, quantunque affrancata dal giogo francese, non paresse punto disposta di tirarsene addosso uno spagnuolo, egli s'ingegnò da prima coglierla allasprovvista, e se non riuscì, la città n'ebbe obbligo alla buona guardia che Ottaviano Fregoso ci faceva d'attorno; e per allora si rimase; ma nell'anno che venne dopo, e fu il 1522, essendo prevalse le armi imperiali in Italia, mercè la sconfitta che i Francesi rilevarono alla Bicocca, riarse in Cesare la cupidità di avere Genova, tempestandogli intorno gli Adorni proffertisi nella rea opera servi agli stranieri a patto di dominare sopra i cittadini. Fermata tra loro la impresa, i capitani cesarei mossero ai danni della Repubblica con tutto il peso delle armi imperiali, e volle andarci anco Francesco Sforza per dare maggiore reputazione alla cosa: accampati sotto Genova, e disposte le artiglierie, i supremi capitani Colonna e Pescara mandarono dentro un trombetto ad intimare la resa, magnificando come si suole la potenza di Cesare da un lato, e dall'altro deprimendo quella della Repubblica.

L'arcivescovo Federico fratello al Doge, col pastorale nella manca e la spada ignuda nella destra, imperversava non si avesse ad accordare, bensì resistere finchè il fiato durasse. Più modesto Ottaviano chiamava i padri a consulta; dove il ventilare dei partiti protraendosi oltre la pazienza dei capitani imperiali, che sicuri del vincere si mostravano tracotanti, questicominciarono a trarre con le artiglierie contro il bastione di Pietra minuta. Gli storici biasimando l'avventatezza di Federico danno lode di mansuetudine ad Ottaviano, e che questi fosse più onesto uomo del suo fratello non sembra che si possa negare; può darsi eziandio che il primo fosse spinto a procedere così acceso per causa interessata, ed il secondo da pretta generosità; non per questo l'opera di Ottaviano giudico deva anteporsi a quella di Federico, imperciocchè nelle consulte, massime nei momenti di pericoli, noi vediamo ordinariamente prevalere i partiti animosi, i quali pure come i più magnanimi riescono a prova i più sicuri. La quale cosa se accade da per tutto con maggiore frequenza che non si vorrebbe, non la scatta mai nelle città dove prevalgono uomini dediti alla mercatura, dei quali intento di vita essendo il guadagno, sembra loro che dove questo si arresti, cessino ad un punto le cause del vivere. Ed anche merita considerazione quest'altro che i conforti alle difese dell'arcivescovo si appoggiavano sopra plausibile fondamento, sapendosi come nella Provenza stessero sul salpare navigli in soccorso di Genova, e Claudio di Longavilla in procinto di calare dalle Alpi avrebbe costretto a sollecita ritirata i capitani cesarei, se pure non volesseroperire affamati in mezzo a coteste balze della Liguria.

Un po' per disposizione propria, e un po' per lo schiamazzo delle turbe, la Signoria vinse il partito degli accordi; i quali, o per emulazione o per infingimento convenuto fra loro, il Colonna accolse ed approvò, respinse il Pescara, cui averla a forza riusciva più accetto, onde ordinava si tirasse innanzi e si ammanissero le scale. Pigliarono Genova gli Spagnuoli soli, ma la saccheggiarono Italiani, Spagnuoli e Tedeschi: vi si commisero le solite nefandità; ma i Genovesi, e questo dico a gloria di loro, secondo il solito non se ne dimenticarono, ed ogni volta che n'ebbero il destro si riscattarono. Lasciate dire chi vuole, la vendetta delle ingiurie recate alla patria è cosa santa; le offese fatte a voi, uomo, perdonate sempre; quelle a voi cittadino, non mai. Ottaviano Fregoso avendo la coscienza netta giudicò bassezza cansarsi, ma la coscienza non basta contro il maltalento; i nemici, fattolo prigione, mandaronlo ad Ischia, ove indi a poco periva: l'Arcivescovo suo fratello, in compagnia di parecchi gentiluomini, salì sopra le quattro galee di Andrea covigliandosi a Monaco, e quinci con molte ed onorate condizioni (e ci sarebbe andato per nulla) si condusse agli stipendiidi Francia, per trovare, come disse, occasione di vendicare la patria mandata fellonescamente a sacco dagli Spagnuoli.

Poco dopo che da Andrea fu lasciato Monaco, vi accadde una tragedia nella quale si afferma, che egli pigliasse parte non piccola; e si ricava da questo. Sopra cotesto scoglio regnava Luciano Grimaldi, che lo aveva usurpato ammazzando a tradimento il fratello Giovanni, e la moglie e la figliuola di lui cacciando in esilio, e poi se lo tenne in santa pace andandogli a verso ogni cosa, lieto com'era di buona ed onesta moglie e di due figliuoli maschi Onorato e Francesco, sicchè Dio e gli uomini sembrava gli avessero rimesso il delitto: anzi aveva perfino tentato di ottenerne la quitanza espressa dal cielo, o a meglio dire dai sacerdoti, fondando il Convento di Carnolese, e sottoponendosi a tutto, tranne la restituzione del retaggio usurpato, e non gli valse; imperciocchè Tommaso Shidonio, meritamente oggi riverito per santo, gli disse sul viso, che ci voleva altro che conventi per espiare il fratricidio; se gli premeva la grazia di Dio incominciasse a placarne lo sdegno col rendere la roba rubata alla nipote. Luciano non gli dette retta, e siccome continuò a svolgersi per lui gioconda la vita, così ebbe a credere che ilsanto uomo non fosse, secondochè presumevasi, interprete genuino dei decreti di Dio: ma Dio non paga il sabato: in fatti, un dì che stava chiuso in consulta col suo nipote Bartolomeo Doria, dandogli le istruzioni di quanto avesse a procacciare per lui in corte di Francia, questi assalitolo alla sprovvista, lo spense di mala morte. A tanto misfatto non pare si conducesse Bartolomeo a cagione dell'antica nimicizia della casa Doria co' Grimaldi, però che questi assieme co' Fieschi si professassero guelfi, mentre i Doria con gli Spinola si ristrinsero sempre a parte ghibellina, imperciocchè coteste antiche divisioni fossero state sopite da nuove paci, da parentadi e da scambievoli officii; piuttosto sembra che lo tirasse pei capelli la cupidità, potendo chi possedesse cotesto scoglio pigliare occasione ad incremento grandissimo, stante il perpetuo rivolgersi delle cose italiane per le contese del re con lo imperatore. A Bartolomeo fece tronchi i disegni l'ira del popolo, il quale, commosso a pietà alla vista del cadavere di Luciano lacero dalle ferite, lo costrinse a fuggire; indi a poco sopraggiunse Agostino vescovo di Grasse fratello del trafitto, il quale da quel prete ch'era e genovese, da prima considerato come quello che pareva buono a pigliarsi forse ottimo a tenersi,non rese il principato alla nepote: e poi richiesto con pietose supplicazioni di misericordia da Bartolomeo rispose: avere perdonato Gesù ai suoi uccisori, poteva perdonare egli a cui a buon conto non aveva morto altri che il fratello; quando egli si riducesse a casa gli avrebbe restituito la grazia sua. Bartolomeo traditore, fidandosi non essere tradito, si commise nelle mani del vescovo: non andò guari che Bartolomeo disparve, e fu fatta correre la voce che avesse incontrato la morte assaltando il castello di Penna; ma il fatto stava che il dabben prete nei sotterranei del castello lo scannò. Andrea Doria, appena commesso il delitto, comparve con le sue galee alla vista di Monaco per entrarci dentro ad assicurare lo acquisto, ma, presa lingua che la trama era capitata a male, si trasse al largo non si facendo più vedere. Certo, per argomentare la sua complicità al delitto, simile indizio sarebbe poco; ma rimane una lettera donde si ritrae manifesta: però io confesso questa lettera non avere visto, nè lo scrittore, che la rammemora, ne riferisce per disteso il dettato[3].

Ai consiglieri del re di Francia piaceva Andrea che eseguisse, non piacque che consigliasse; difatti giunto ch'ei fu in Corte incominciò a predicare si soccorresse Rodi in quel torno combattuto da Solimano; ciò persuadere non pure il bene della cristianità, ma l'onore di Francia e la voce del sangue altresì, però che la più parte di coloro che tanto virtuosamente si travagliavano alle difese dell'isola, fossero Francesi; pensava averne plauso, ed invece rincrebbe a tutti; ai gentiluomini, come quelli cui talenta talora mostrarsi generosi, ma che altri li conforti ad esserlo e' l'hanno per rimprovero, e lo pigliano in uggia: ai consiglieri, per astio ripugnanti a dare occasione d'ingrandirsi ad uomo nuovo: al Re, che, sprofondato nell'odio contro lo Imperatore, metteva in non cale la cristianità, la Francia e tutto, ma non doveva parere, onde gli recavano molestia inestimabile quegli uomini e quelle cose che contribuivano a scoprirlo.

E poi non andò guari che i Francesi ebbero ben altro a pensare che a Rodi, imperciocchè l'ammiraglio Bonnivet respinto dalle Alpi, dava campo al marchese di Pescara, dopo allagato d'imperiali la Provenza, di mettere l'assedio a Marsiglia. Buoni e fortunati furono allora i servizii che Andrea Doria rese alla Francia col munire Marsiglia, e non una volta ma due,attentandosi a navigare fino ad Arles per cavarne provvisioni, non curato, anzi trovato Ugo di Moncada ammiraglio di Cesare che lo seguitava alla lontana, per la quale cosa gl'imperiali dopo quaranta giorni ebbero a partirsi dallo assedio di Marsiglia, che fu difesa strenuamente da Renzo da Ceri di casa Orsini, capitano illustre a quei tempi, e da un Libertà côrso, a cui non ingrati i Francesi posero lapidi, con iscrizioni commemorative la virtù di lui e la riconoscenza loro.

Ora accadde, che, mentre Andrea Doria scorrendo su e giù attendeva a spazzare cotesti mari, il principe Filiberto di Oranges, quel desso che più tardi capitano dello assedio sotto Firenze, rimase ucciso alla battaglia della Cavinana, venendo sopra un brigantino di Spagna, o sia che l'aere fosco gli togliesse il vedere o qualche astuzia ci adoperasse Andrea, si trovò in mezzo alle sue galee, dove non valendo difese, questi lo fece prigione a man salva. Il Principe quanto a cortesie, non ebbe niente a desiderare, ma instò invano di essere liberato con la taglia, però che il Doria sotto buona scorta lo spedì al Re, il quale lieto di sì nobile cattura, promise al Doria un presente di quindicimila ducati, che non gli dette mai.

Dopo ciò Andrea ridusse in potestà sua Savona,e s'impadronì di Varagine: in seguito, cominciando a imperversare la rea stagione, egli prese consiglio di ripararsi nel porto di Vado, pure stando su lo avviso se la fortuna gli mettesse dinanzi congiuntura di poter far qualche bel tratto; e la fortuna, amica ai solerti, glie la mise in questa maniera. A Don Ugo Moncada parve che conducendo un'armata fornita di tutto punto di diciotto galere spagnuole, avrebbe scapitato non poco di credito se in cotesto anno si fosse ridotto ai porti senza fare, o almeno tentare cosa alcuna di conto: preso lingua come il presidio di Varagine se ne stesse a mala guardia, colà navigando cautamente lo assalse alla sprovvista, e sul primo giungere sbarcò da tremila fanti spagnuoli. Si trovava dentro la terra Giocante Casabianca côrso, soldato vecchio uso a non isbigottirsi per poco, il quale, avendo animato con le parole, e meglio con lo esempio, il presidio a menare francamente le mani, ed il presidio non facendogli difetto, ne successe una molto fiera battaglia. Le galere spagnuole, tiratesi al largo per cagione del mare grosso che le spingeva alla spiaggia, cominciarono a trarre a casaccio empiendo di strepito la marina, non già di terrore la gente: il quale strepito, invece di recare danno al nemico, lo recò a lui, però che portandoloil vento fino a Vado, Andrea ebbe avviso della battaglia, onde sfrenate le galee in un attimo le spinse di furia in mezzo a quelle del Moncada sceme dei soldati: bastava tanto a farlo vincere, e pure lo favorì anco il vento: con facile vittoria ruppe l'armata spagnuola di cui solo tre galere riuscirono a scampare; ma egli alacremente perseguitandole le costrinse a investire sopra la spiaggia di Nizza; e nè anche allora le lasciò in pace, chè, calati subito gli schifi in mare ed empiutili di gente, si mise ad assalirle: senz'altro quelle pure erano spicciate se per caso non passavano di costà certe squadre di cavalleria imperiale, che corsero alla difesa delle galere spingendo i cavalli fin dentro al mare: allora Andrea si trasse indietro, pago di quanto aveva acquistato per cotesta vittoria, la quale rese chiara la prigionia dello ammiraglio Moncada, e di altri moltissimi così capitani come soldati spagnuoli.

In questo la Francia, non patendo avere perduto ogni prevalenza in Italia, rovesciava con sinistri presagi giù dalle Alpi nuovi eserciti capitanati dallo stesso re Francesco, che ne rilevò quella fiera battitura di cui vanno piene le carte col nome di battaglia di Pavia, e veramente si avrebbe a dire di Mirabello. Francesco di Francia, caduto nelle mani del Principedi Borbone e del Marchese di Pescara, somministrava ad ognuno di loro vario argomento ad esercitare la propria cupidità: desideravano entrambi tenerlo in Italia, questi per adoperarlo come arnese a procacciarsi il reame di Napoli: quegli per macchinare novità nella Francia; ma il Re desiderava ad ogni costo uscire loro di sotto per moltissime ragioni, che qui non importa discorrere; ed in questo lo secondava il Lanoya vicerè di Milano, che, rinterzatosi col Borbone e col Pescara, tirava al suo interesse: contro il parere del Consiglio di Francia, la madre del Re, cui parevano mille anni cavare il figliuolo dalle mani del Borbone, non rifiniva di rispingere innanzi la pratica, sicchè altro non rimaneva eccetto si accordassero sul modo di mandarla ad esecuzione.

I commissari imperiali per avere pegno di non essere assaliti nel trasporto del Re a Barcellona, chiesero le galee francesi si ritirassero ai porti, e quivi stessero disarmate, la quale cosa venne concessa. Allora il Consiglio di Francia mandò al Doria, che, recatosi dentro le sue galee presidio spagnuolo, si unisse all'armata che convogliava il Re a Barcellona. Andrea, rigettato questo partito, ne propose un altro: dessero al Lanoya galee della marina regia: a lui lasciassero le sue con le quali sarebbeito a mettersi in agguato alle isole Yeres, dove uscendo notte tempo con quattro galee, si mescolerebbe inosservato alla squadra spagnuola, poi di un tratto assalita la capitana alla sprovvista, faceva conto di cavarne il Re a forza di arme; che messo subito sopra una fregata avrebbe trasferito a bordo di una delle galee rimaste indietro, la quale a furia di remi si sarebbe provata di condurlo a salvamento. Parve a tutti troppo zaroso il partito, massime alla madre, la quale temè e non senza ragione, che il figliuolo in cotesto investimento, e pei casi della zuffa notturna, non avesse a capitare male. Andrea, vista la sua profferta scartata, ricusò impiegare in altro modo le sue galee: solo richiesto, e per comando espresso della Francia, promise non molesterebbe gli spagnuoli per via. Cosa naturale è, che, quando due vengono a contrasto di pareri tra loro, uno lodi il suo, e censuri l'altrui; ma oltre il biasimo, intopperà sovente danno quegli che, non pago di tanto, vorrà vituperare l'emulo con le calunnie, od angustiarlo con gli smacchi; e questo fu ciò che avvenne allora in corte di Francia contro il Doria, a cui non si risparmiarono insulti, ed agl'insulti aggiunsero il pregiudizio di ritenergli le paghe. Andrea dall'altra parte non pure astenevasi da fare cosa, che gli gratificassei ministri del re, ma compiacevasi del contrario, ricusando loro pertinacemente ogni donativo, e spesso lasciandosi sentir dire, che se volevano avere parte nelle prede, andassero seco lui a conquistarle sui mari. Insomma queste gozzaie giunsero a tale, che, presa licenza dalla Francia, egli andò ad accomodarsi con Clemente VII, il quale lo condusse capitano di sei galee, quattro sue e due di Antonio suo parente, assegnandogli, per soldo di tutte, scudi trentacinquemila per anno; non di manco l'armata alla quale venne preposto fu di otto, avendone il Papa aggiunte due altre della Chiesa.

Per allora la licenza di Andrea non danneggiò punto la Francia, imperciocchè il Papa con esso lei si legasse e co' Veneziani, per tentare di mettere un po' di freno alla baldanza dello Imperatore, liberando Milano dallo assedio, levando di prigione i figliuoli del Re (dati per pegno della osservanza dei patti stabiliti a Madrid in baratto di lui) e cavandogli di sotto Napoli e Genova con altre più condizioni, le quali non occorre qui riferire. La Lega per avere a capo il Papa si chiamòSanta.

I confederati, secondo il solito delle leghe, procederono languidi, onde la Spagna potè a suo agio rinforzare il presidio di Genova con 1500 fanti; le flotte loro essendosi riunite sitrovarono in tutto sommare a quarantacinque legni. Armero veneziano ne conduceva tredici, Pietro Navarro sedici sottili, ed otto tra galeoni e navi; il Doria otto: allora questi capitani spartironsi la guerra; il Navarro tolse sopra di sè la impresa di Savona, ed, aiutato dagli abitanti, di leggieri se ne impadronì; il Doria e l'Armero occuparono la Spezia e Portofino; donde scorrazzando il mare ad impedire che entrassero vettovaglie in Genova, si confidarono averla per fame. Però considerato come il blocco marittimo assottigliasse sì, ma non togliesse il pane a Genova, scendendo le granaglie giù dalla Lombardia, mandarono a Francesco Maria della Rovere capitano dello esercito della Lega che chiudesse i passi dei gioghi, ma egli, o per inettitudine o per astio contro il Papa, ch'era dei Medici, non li chiuse.

Il doge Antoniotto Adorno, vigilando a cessare le querele di ora in ora irrompenti per lo scarso vivere, ordinava si ricuperasse Portofino; nella quale impresa adoperò quattromila veterani e due mila gregari. Andrea, presa lingua del disegno, butta in terra Filippino Doria e Giovambattista Grimaldo con ottocento soldati dei buoni, i quali, fatta massa con gli altri di Filippino Fiesco, preposto al comando di Portofino, non solo bastarono a sostenere lo assalto,ma lo ributtarono, mandando molta di cotesta gente dispersa pei monti dove, peggiore della sanguinosa assai, incontrava la morte per fame.

Le dimore cautamente imprudenti del Duca di Urbino operarono sì che Genova in quel punto non si avesse, e, danno troppo maggiore, che Francesco Sforza, non si potendo più oltre sostenere in Milano, capitolasse col Borbone, e il Papa, atterrito per le scorrerie di don Ugo di Moncada e dei Colonna, si levasse dalla Lega accordando con loro. Andrea, per comandamento del Papa levatosi dallo assedio di Genova, si condusse a Civitavecchia. Ma il Papa indi a breve si rinfrancava, imperciocchè in lui non fosse mancamento di prudenza, bensì la troppa timidità ad ora ad ora gli turbasse il giudizio, e con pronti messaggi contrammandava tornasse Andrea nel mare ligure ed impedisse il progredire dell'armata, che si sapeva già mossa da Spagna ai danni della Lega. Difatti in cotesti giorni salpava da Cartagena la flotta imperiale di trentasei galee piena di fanti e di cavalli capitanati da Antonio Lanoya vicerè di Napoli, Ferrante Gonzaga, e Ferrante d'Alarcone, che per fortuna di mare costretta a ricoverarsi in Corsica nel golfo di S. Fiorenzo, adesso con prospero vento veleggiava verso Genova:di tanto fu porto avviso ad Andrea giusto in quel punto in cui si riuniva al Navarro, e formarono insieme diciasette galee. L'Armero aveva preso stanza a Portovenere, e già messo mano a racconciare il naviglio; però gli spedirono tosto raccomandandogli si affrettasse a soccorrergli; ond'egli che animoso era molto, lasciata ogni cosa in asso, accorreva, senonchè il vento e il mare contrari gl'impedivano il cammino. Ad ogni modo il Navarro e Andrea, anco senza questo rinforzo, statuirono ingaggiare la battaglia, sul principio della quale il Navarro, che ebbe lode in quei tempi di pratichissimo nel maneggio delle artiglierie, imbroccò l'albero maestro della capitana nemica, il quale rovinando trasse seco giù il gonfalone dello Impero: cose che, quantunque fortuite, levano mirabilmente in alto le speranze dei combattenti e non mica dei superstiziosi soltanto, bensì degli altri che si sentono meno disposti a farne capitale ad animo tranquillo. Andrea andò a cacciarsi in mezzo a due galee spagnuole, e quivi fulminando alla dirotta una ne sconquassava, l'altra buttò a fondo: trecento uomini vi perirono a un tratto: l'Alarcone scampò come per miracolo aggrappandosi allo schifo; la fortuna parve pigliarsi cura di questo carceriere di Francesco di Francia, perchè tra brevecustodisse prigione il Papa Clemente. Dei legni della flotta spagnuola quale più quale meno soffersero tutti, e forse tutti perivano, se prima in grazia della notte, e poi del vento mutato, non si fossero salvi dalla ruina. Quando spuntò l'alba le galee spagnuole si erano dilungate troppo, perchè Andrea e il Navarro potessero perseguitarle con profitto, e la stagione ormai inoltrata persuadeva i naviganti a ridursi stabilmente nei porti.

Tuttavolta Andrea ci si fermò poco, imperciocchè Clemente VII, irrequieto nei suoi armeggi, invece di starsi forte su le difese ora che udiva stormire dalla parte di Lamagna nuovo nembo di guerra, e scendere capitano dei lanzichenecchi un Giorgio Frandesberg[4], il qualeportava appeso all'arcione della sella nientemeno che una matassa di corde di seta rossa, mescolate con una di oro per impiccarne il Papa e i Cardinali, s'indetta col re di Francia, per natura sempre, ed ora per anni e per isventure oltre il consueto dimesso di spiriti perseveranti, a conquistare Napoli col patto, che mezzo si desse al conte di Valdimonte fratello del duca di Lorena, e mezzo alla Caterina dei Medici, ch'egli avrebbe condotto in moglie, sicchè per parentado venisse ad ordinarsi intero, com'era successo poco prima del reame di Spagna in virtù del matrimonio di Ferdinando con Isabella.

Per mandare ad effetto così strano disegno, il Papa levava dai porti le armate della Lega e le spediva a Napoli, però con gli altri anco Andrea, il quale tuttavia non volle partire prima di avere provveduto che lo assedio dalla parte del mare a Genova non si allargasse e continuassero navi a costeggiare lungo le spiagge per impedire ci s'immettessero vettovaglie; dopo questo veleggiò per Civitavecchia, che tocca appena, imbarcava le bande nere con Orazio Baglione rimastone capitano dopo la morte del signor Giovannino de' Medici, e lo stesso conte di Valdimonte per traghettarle nel regno.

Dove da prima le cose procederono prosperamente,ed oggimai le forze dei collegati si erano spinte fino sotto la città di Napoli, quando di repente il Papa, o sia che con nuovi spauracchi lo atterrissero, o con insolite speranze i ministri cesarei lo agguindolassero, o coi Francesi s'impermalisse, cessa le paghe a Renzo da Ceri, licenzia i soldati, e si ritira dalla Lega mandando a catafascio ogni cosa. Andrea richiamato a sua posta torna a gettare l'àncora in Civitavecchia. Intanto il duca di Borbone, in apparenza discorde dal Colonna e dal Moncada, in sostanza di concerto con loro, le convenzioni fatte col Papa dichiara reciso non volere osservare.

Chi fosse questo duca di Borbone raccontano tutte le storie dei tempi: ribelle si fece al suo re forse per mente torbida, ma grande parte di colpa si vuole attribuire a Luisa di Savoia, che prima con ogni maniera di angustie, sia nella persona, sia negli averi, vessò il duca, poi di un tratto secondo la voltabile indole delle femmine, di lui (comecchè di quarantasei anni attempata) fieramente si accese, e, non potendo tirarlo alle sue voglie, con odio due cotanti più fervido dello amore prese a perseguitarlo da capo. Essendosi il Borbone riparato in corte di Carlo V, questi lo accolse come costumano i principi quando hanno bisognodi qualcheduno, e gli promise prima la Provenza e il Delfinato, quando si pigliassero; poi, per giunta, la propria sorella, vedova del re di Portogallo, in isposa; ma la Provenza e il Delfinato non si poterono pigliare; quanto alla giunta (vo' dire la moglie) non so se l'Imperatore volesse dargli, o se il Borbone si cansasse a pigliare. A tutto questo arrogi, che, essendo il duca di Borbone uomo di alti spiriti, sentiva che per ordinanza di principe non avrebbe ricuperato mai il suo onore, donde lo aveva casso la pubblica coscienza; e quando pure avesse voluto fare inganno a sè stesso, a rompergli la illusione dalla testa sarebbe venuto il fatto del marchese di Villena, il quale, richiesto dallo imperatore fosse contento ospitare il Duca nel proprio palazzo finchè la Corte dimorasse a Toledo, rispose: — quanto piaceva allo imperatore suo signore piacere a lui: però non gli facesse specie, se, appena uscito il duca dal suo palazzo, egli lo avesse dato alle fiamme, però che casa turpe per la presenza di un traditore non fosse più degna di albergare leale cavaliero spagnuolo. Ora parve al Borbone, che a fare rifiorire il suo onore non gli si parasse davanti altra via, eccetto quella di acquistare stato: veramente il silenzio per forza o per corruzione ottenuto non giustificala colpa; ma in difetto di meglio a molti sembra così: ad ogni modo la bocca muta rincresce meno della lingua esprobatrice.

Pertanto il Borbone lasciato il Milanese aocchiava Firenze, ma siccome allora la custodivano cittadini pur dianzi rivendicati in libertà, reputò prudente scansarla; e raccoltosi col Frandesberg mossero di conserva contro Roma. L'assalì; la vinse; ma nello espugnarla rimase morto: il Cellini vantatore narra ch'egli cadde di un colpo tratto per avventura da lui; le sono baie; lo ammazzò un prete con un tiro di falconetto dentro ad un fianco, come prete fu quegli, che nel medesimo tempo spense il principe di Orange a San Desiderio. Il capitano Giona, a richiesta del Duca moribondo, lo coperse col suo mantello perchè i soldati non si smarrissero di animo vedendolo morto; e poi, trattolo fuori delle terre di Roma, da quello sviscerato amico che gli era, gli dette onorevole sepoltura a Gaeta. Certo se uomo visse al mondo infelice, il duca di Borbone fu quegli: perse uno stato antico, e il nuovo non acquistò, da Francesco di Francia aborrito; detestato da Carlo di Austria; ai buoni in odio; dai tristi, che quanto meno possiedono virtù tanto maggiore la fingono, lacerato. E forse la nimicizia aperta dei gentiluomini francesi glicoceva meno del cerimonioso disprezzo degli spagnuoli: in vita gli tinsero in giallo la porta e la soglia del palazzo come in Francia costumavano allora co' traditori; l'acerbo insulto del marchese di Villena ho narrato; ed in morte altresì non ebbe perdono nè tregua. Il Brantôme viaggiando in compagnia di monsignore di Quelus, padre di colui che poi fu mignone di Enrico III, avendo visitato la sua tomba a Gaeta, la trovò negletta e coperta di semplice panno nero senza fregio alcuno, della quale cosa avendo egli chiesta la cagione, quegli che la teneva in custodia gli disse: tale sembrava avesse desiderato il morto, imperciocchè, quando il Cristianissimo lo intimò a restituirgli la spada di Contestabile e le insegne di San Michele, egli rispondesse: quanto a spada non dovergli rendere niente, imperciocchè se la fosse ripresa il dì, che commise al duca di Alanzone la condotta della vanguardia a Valensienne, e rispetto all'ordine di San Michele, lo cercasse a Ciantelle dietro il capezzale del suo letto, e ce lo troverebbe. Il tosone imperiale non volle portare mai. Nè tanto, eppure non era poco, bastò alla miseria di cotesto uomo, che veruna terra si rimase da esecrarlo, anzi fecero a gara Milano e Roma, e soldati non meno che borghesi; nella Lombardia impose balzelli così incomportabili,e così duramente li fece riscotere, che molti con vario genere di morte, presi dalla disperazione, si finirono: di Roma non parlo: colà i nabissamenti barbarici dirimpetto a quelli dello esercito di Sua Maestà apostolica parvero pietosi: intorno agli uomini illustri capitati male, e alle opere loro perdute, basti leggere il Valeriano nel suo libroDella infelicità dei letterati. A Cristoforo Marcello, arcivescovo di Corfù, i Bisogni spagnuoli attorsero intorno alla vita una catena di ferro; poi lo sospesero ad un arbore strappandogli ogni giorno un'unghia per fargli palesare il nascondiglio dell'oro che supponevano egli possedesse: morì di fame, di veglia e di dolore; tra il supplizio di lui antico, e quello dello Zima impeciato ed arso modernamente in Brescia dai Tedeschi, quale diversità ci corre? Spagnuoli e Tedeschi allora come ora soldati dello impero austriaco: gravi mali fecero sempre alla Italia gli stranieri di qualunque generazione si fossero; ma i Tedeschi più lunghi. A perdonarli, non basta ch'escano d'Italia; usciti, cominceremo a disporci al perdono; ma se potremo vendicarci sarà anco meglio. La copia della preda fu tanta, che gli stessi Spagnuoli avvezzi alle rapine americane ne rimasero a un punto maravigliati e soddisfatti, sicchè vedendo passare i poveri cittadini malein arnese facevano loro di berretta, ed al danno aggiungendo lo strazio favellavano: — addio veraci padri nostri, che tale noi dobbiamo chiamarvi meglio dei naturali pel bene che ci avete fatto, epperò pregheremo sempre Dio per voi[5]. — Non mancarono nè anco i soldati a credere, o forse lo finsero, perchè ci trovavano il conto, che il Borbone fosse di mala morte rimasto spento a cagione di certo spergiuro; perchè avendo egli messo sopra Milano la taglia di trentamila ducati, giurò che ei ci si trovava costretto per pagare le milizie; e se non lo faceva si contentava fin d'ora che Dio gli mandasse la prima archibugiata del nemico nel capo; la moneta per sè tenne, e l'archibugiata l'ebbe, se non nella testa, nel fianco; ma ciò non fa caso. A questo modo giudicavano i soldati la morte del Duca. Voglia il lettore darmi venia se ho largheggiato in questa faccenda del Borbone, perchè le cose che ho scritte ritrassi con molto studio da libri che ormai non si leggono più se non da pochissimi.

La morte del Duca non avvantaggiò puntole cose del Papa, che, rifugiato in Castello Sant'Angiolo, di colta dispose partirsi da Roma e avrebbe fatto bene, ma poi avviluppandosi nelle solite ambagi, o male fidente, ovvero con i suoi nuovi amici intorato, si rimase, e calò ad accordi vergognosi con lo Imperatore. Cotesta parve dovesse essere la ultima ora della potestà temporale dei papi, imperciocchè, quantunque lo Imperatore co' soliti infingimenti, che celebransi parte principale della politica, si sbracciasse a dire, e a far dire, che la presa di Roma era successa senza saputa di lui, e, quello che forse appariva più forte, senza la volontà de' suoi capitani: avrebbe anteposto mille volte perdere al vincere in cotesto modo, e per mostra di dolore ne vestisse gramaglie: anzi, per non lasciare indietro modo alcuno di ipocrisia, decretasse processioni, preghiere solenni, e la esposizione del Sacramento, affinchè il Pontefice ricuperasse la libertà; cosa che senza tante invenie poteva compirsi in un attimo, solo che ne scrivesse un motto a Ferrando d'Alarcone, che lo teneva in custodia per lui: pure da molti e credibili riscontri storici abbiamo come sicuro, fosse suo intendimento, sotto colore di restituire il papato alla sua antica semplicità, torre al Papa la via di ingerirsi mai più nelle faccende di governo: chese cotesto disegno non ebbe esecuzione, ciò avvenne per cause affatto estranee alla sua volontà, di cui principali furono, le minacce di Enrico VIII, che allora vantava il nome didifensore della fede, e poco dopo spinse la Inghilterra allo scisma con Roma, e la paura, che, lasciata senza contrasto, la riforma non pigliasse il sopravvento così nel temporale come nello spirituale per tutta Lamagna; e più che altro smosse lo Imperatore la calata del Lautrecco in Italia, il quale procedendo di bene in meglio già si accostava a Bologna, e nondimanco quando inviò frate Angelio suo confessore a Roma, con la commissione di liberare il Papa, lo fece con modi così pieni di ambagi, che assai di leggieri davano ad intendere come ci s'inducesse molestamente, e quanto sarebbe andato lieto di non trovarsi obbedito: onde il Papa, che forse n'ebbe lingua, elesse mettersi in libertà da sè scappando di Castello sotto mentite vesti di ortolano, fidato su le zampe celeri di un cavallo, che gli donò Luigi Gonzaga; per questa guisa riparava a salvamento in Orvieto.

Gli storici in generale non riportano, che Andrea in cotesta congiuntura operasse cosa che poco od assai valesse; solo in qualcheduno si trova, che appena egli ebbe odore della mossadel Borbone contro Roma, non mancò di levare i presidii delle galere, e sotto la condotta di Filippino spingerli alla difesa del Papa; senonchè, aggiungesi, tanto assillava gl'imperiali l'agonia del saccheggio, che stracorrendo con passi frettolosi avevano chiuso da per tutto le vie; ond'ebbe Filippino a ripiegarsi, e fu ventura, perchè essendo la sua buona e cappata milizia, ma non bastevole all'uopo, correva risico di rimanere spento senza pro. Dopo questo successo, considerando Andrea come prima che il Papa avesse a rimettersi in fiore da mantenere a' suoi stipendii galere, e' ci sarebbe corso un bel tratto, gli fece intendere che, seguitando il suo esempio, avrebbe riputato spediente accordarsi con Cesare, quantunque questo gli paresse ostico, però che il sacco dato a Genova dagli Spagnuoli non aveva ancora potuto mandar giù: ma il Papa, che tuttavia in prigione, non aveva smesso il vezzo di abbacare novità, gli mandò persona, a posta, che gli dicesse: badasse bene a farlo, che a questo modo egli avrebbe buttato la pietra nel pozzo senza speranza di ripescarla: provvedesse ad accomodarsi a tutti i modi con la Francia. Così il Papa consigliava accesamente, non già per benevolenza che sentisse verso la Francia, bensì perchè temeva che la potenza di Carlo,rimasta sola in Italia, di eccessiva diventasse strabocchevole, e lui senza ritegno facesse trasferire in Ispagna od a Napoli: epperò importava oltre modo a Clemente tenere sempre tesi i suoi archetti per pigliare al varco la occasione di migliore fortuna. Andrea, o per obbedire al Papa, o per cotesta sua ruggine vecchia contro gli Spagnuoli, o per vaghezza di riprovare co' Francesi, o per tutte queste cause insieme, chiuse per allora le orecchie alle profferte dei ministri imperiali, si riacconciò al soldo di Francesco, che lo accolse a braccia quadre assegnandogli di presente scudi trentaseimila all'anno per la condotta di otto galee: conchiusa la pratica, Andrea navigò da Civitavecchia a Savona, la quale teneva tuttavia il Re a sua devozione.

Colà non istette guari Andrea, che gli giunse ordine da Lautrecco vedesse mo' di tentare Genova con qualche assalto, mentr'egli gli avrebbe porta una mano dai gioghi: crudo ufficio cotesto; però non sembra che facesse specie ad Andrea, quantunque si trattasse di portare adesso non solo le mani violente contro la patria, bensì affliggerla in mezzo a desolate fortune: di fatto la fame e la peste disertavano a cotesti tempi la Italia, solita accompagnatura dolorosa, non però la più trista, della invasione straniera. Genovapoi, oltre la generale diffalta, pativa per giunta i mali del blocco; solo a qualche mercadante, in cui la cupidità del guadagno troppo più poteva della paura del capestro, aliando per coteste spiagge dirupate, riusciva scivolare con alcuna saettia carica di granaglia la quale pagavano un occhio: refrigerio ai ricchi soltanto, e scarso; i poveri languivano un pezzo, poi traballavano per inedia, e cadevano per non rilevarsi più. Andrea, nello approssimarsi a Genova, ebbe avviso come sei grosse navi fossero giunte allora allora a Portofino, cinque cariche di grano, ed una di varia ragione mercanzie, per convogliare le quali il governo aveva spedito sette galee, due del porto, due di Fabrizio Giustiniano, e tre imperiali dell'armata di Sicilia.

Andrea in tutta la sua vita che incominciava ad essere troppa, non si era mai visto offerire dalla fortuna occasione più opportuna di questa per avvantaggiare di un tratto con sì lieve pericolo sè e il suo principe: però arrancava velocissimo a Portofino, dove, afferrata appena la spiaggia, buttò in terra milledugento fanti, commettendone il comando a Filippino; e più non volle che scendessero, sia perchè credeva che questi bastassero, sia perchè avendo pochi compagni al pericolo, gli sarebbe toccato a spartire con meno la preda. Il doge Adorno, nonso se antivedendo provvedesse prima, ovvero avvisato sovvenisse, rinforzò il presidio di Portofino con ottocento soldati condotti da Agostino Spinola capitano non meno ardito di Filippino Doria, sicchè appena vide comparire la gente di Andrea, con baldanzoso animo le si spinse addosso: da una parte, e dall'altra combatterono con prodezza pari: Agostino prevalse; chè lo rincalzarono il presidio sortito dalla Rocca, e gli uomini del contado calati dai monti, mentre a Filippino non potè sovvenire Andrea respinto dal vento di tramontana, che allo improvviso si mise a imperversare: la gente, parte andò dispersa, parte ci rimase ammazzata: Filippino cadde prigione dello Spinola, il quale avvezzo alla voltabilità della fortuna, massime soldatesca, non gli fece ingiuria, e bene gl'incolse.

Bene gl'incolse conciossiachè mentre il Doge tutto lieto menava vanto della riportata vittoria, ecco giungergli avviso, come Cesare Fregoso, figliuolo di Giano, scendesse giù dai gioghi con molta mano di fanti traendo ai danni di Genova; a crescergli lo sgomento gli susurrano dentro gli orecchi il popolo più diverso del mare, in riva al quale ei nasce, per impazienza di miseria, tedio della vecchia signoria e vaghezza della nuova già già balenare:allora il Doge con accesi comandi richiama lo Spinola, come con accesi comandi lo aveva spinto prima; e certo se diligenza bastava a riparare il danno, egli lo avrebbe riparato: però tutte queste cose concitate non potevano accadere senza che la fama se ne spargesse, e come suole le magnificasse, onde ai capitani delle sette galere parve prudente tornarsene a Genova per non rimanerne tagliati fuori, molto più che taluni delle ciurme davano a divedere spiriti inquieti, e come disegnarono fecero; senonchè trovarono la ruina nel partito, che speravano avere ad essere la loro salute, e ne fu colpa il vento, il quale mutatosi da capo concesse abilità al Doria di abbrivarsi loro addosso e catturarli tutti, e con essi le galere, eccetto una sola, e subito dopo con pari agevolezza s'impadronì dei legni carichi di grano e di merci preziose. Ricordano le storie, che, a facilitargli la vittoria, si mise sopra le galere nemiche lo scompiglio, avendo preso parte dei galeotti a gridare: viva la libertà! ed acconigliato i remi; e sarà come la contano: tuttavia, schierando Andrea diciassette galere contro sette, e' sembra che questo solo bastasse a fare smettere ogni pensiero di resistenza, non potendo essere in ogni caso mai valida nè lunga.

Il doge Adorno ridotto a questo passo consideravastargli ora su gli occhi il Doria, e il Fregoso in procinto di assaltarlo, quegli con ventitrè galee, contando le nuove conquistate, dalla parte del mare, questi dal lato di terra con gente usa per lungo esercizio alle fazioni di guerra; lui, come tutti i signori vecchi, massime se sfortunati, fastidioso, il popolo oltre il naturale talento, per angustie di fame e per paura di peste, più che mai movitivo[6]: percotevano altresì la mente dei cittadini, e la sua, gli strazii successi di brevi anni addietro quando Genova fu presa di assalto: gli è vero, che quelli commisero gli Spagnuoli e ora si trattava di Francesi, ma nelle mani non occorre differenza di lingua, e tutte arraffano al medesimo modo: inoltre la città a tempi più antichi aveva gustato eziandio le mani francesi di che cosa sapessero: queste le difficoltà del vincere, e comparivano troppe, e pure non erano tutte. Però, non potendo resistere, mandò Vincenzo Pallavicino al Lautrecco, per gli accordi, che glieli concesse presto, e tutti, premendogli forse di trovarsi subito altrove; uno solo si eccettui, e fu quello di rimettere Savona sottola podestà della Repubblica. Per cui considera attentamente la storia, apparirà questa cosa che sto per esporre degna di nota: il Doge sul punto di risegnare lo ufficio, anzi pure di uscire fuori di patria, attendeva a rimettere le mani addosso a Savona, bruscolo perpetuo negli occhi di Genova: e starà dubbio se ciò deva attribuire con biasimo all'indole sempre procacciante dei Genovesi, o se piuttosto con lode a tenace amore di patria: certo oggi questo amore s'intende diversamente, nè ti acquisterai merito di studioso della prosperità della tua patria togliendola altrui; ma, a quei tempi, s'intendeva così, e sembrava intenderla bene: anche la morale conosce i suoi andazzi. Ma poichè gli affetti si devono giudicare a prova di Etica, epperò non già dal modo di manifestarsi, bensì dalle origini, penso, che Antoniotto Adorno, quando sul punto di andarsene in esilio procurava la emula Savona tornasse nella podestà di Genova, dava alla patria buona testimonianza del suo amore filiale per lei.

Il Lautrecco, non giudicando la negata condizione di Savona d'importanza tale da mandare a monte il trattato, commesso prima al Fregoso di ricevere la città a patti, si affrettava a Pavia, e s'ingannò, imperciocchè l'Adorno tenesse fermo, e nella nuova ostinazione si hada credere, che contribuisse non poco la notizia dello allontanamento del Lautrecco. Allora il Fregoso mandò dietro al Lautrecco per significargli il successo, e richiamarlo, ma questi, ormai non si potendo più fermare, gli spedì in soccorso mille e quattrocento fanti tra svizzeri e francesi, ordinandogli, che aggiunti ai quattrocento, i quali gli aveva di già lasciati, e valendosi altresì dell'opera del Doria, s'industriasse espugnare la città. Cesare, comecchè gli paresse poca gente, pure facendo maggior capitale sopra le difese inferme, che sopra le valide offese, si spinse oltre occupando San Piero di Arena, e poi il convento di San Benigno, dove mise presidio, rimandando l'assalto al giorno dipoi; il quale non riputarono spediente aspettare Agostino Spinola e Sinibaldo Fiesco, che giovandosi del buio della notte, condussero con essoseco le compagnie del palazzo, sorpresero e di leggeri sbarattarono il presidio del Fregoso a San Benigno: sul far del giorno si avventarono giù dal balzo con buona speranza di vittoria; senonchè Cesare, vista la mala parata, si trasse indietro sopra la spiaggia, dove con opportuno consiglio si fece parapetto di due navi, che vi stavano costruendo, e delle barche che in copia avevano tirato fuori dell'acqua sul lido: quivi fermò daprima l'ardore del nemico, poi lo sbigottì con le spesse morti, con le quali come da luogo sicuro lo funestava; per ultimo proruppe fuori ricacciandolo a furia verso la città in cui entrarono assieme tumultuariamente amici e nemici: nel punto stesso il Doria con le galere surgeva nel porto. Il Doge si chiuse in Castelletto; la città si versava in pericolo presentissimo. Allora i deputati della città si fecero a trovare il Fregoso, dal quale accolti benignamente, ottennero dopo la vittoria i medesimi patti proposti prima di combattere: aggiunsero, che trattando con cittadino generoso avrebbono riputato inane e peggio mettere per condizione che le vite e le sostanze dei cittadini si rispettassero; nondimanco per debito di ufficio ce la mettevano: di vero col Fregoso, uomo d'indole magnanima, ne potevano fare a meno. Di lì a breve, intimato il doge Adorno a restituire il Castelletto, ci s'induceva senza farsi di troppo pregare, ottenendogli patti onorati Filippino Doria, il quale, trovandocisi prigioniero, con modestia e zelo lodevoli ci si adoperò. Il Senato, composti in pace cotesti viluppi, con pubblico decreto rese grazie così ai vinti come ai vincitori, perchè, esercitando cristiana carità, si fossero astenuti da funestare la patria con le vendette: furono coteste graziedecretate ed a ragione, imperciocchè dopo la concordia, che è il primo bene il quale possano godere gli Stati, la maggiore benedizione mandata loro da Dio consista nel frenare gli animi da trascorrere ad offese, che rendano gli uni contro gli altri implacabili i cittadini.

Cacciato via di Genova un Adorno, egli era come di regola si sostituisse un Fregoso; e Cesare faceva sembiante desiderarlo; Francesco di Francia non si mostrava alieno: dicono, lo dissuadesse Andrea, facendogli toccare con mano come, per cotesta altalena fra le due famiglie emule, le parti in Genova non avrebbono quietato mai: consiglio che il Re giudicava prudente quanto onesto, e che per avventura moveva da un riposto concetto non onesto del pari, ed era, che bisognava sgombrare il terreno di Genova dalle piante degli Adorni e dei Fregosi, se pure si voleva che la pianta Doria vi germogliasse principale.

Cesare Fregoso, liberata Genova, ebbe a consegnarla a Teodoro Trivulzio mandatoci governatore dal re Francesco; imperciocchè se dal Doria egli imparò non essere savio confidarla al Fregoso, altri o il suo giudizio gli fece conoscere, che sarebbe stato anco meno porla in balía del Doria: a questo mandò le insegne dell'ordine di San Michele. Se Andrea le avessecare, non so, ma forse è da credersi, conciossiachè gli uomini, fanciulli o adulti, pei balocchi tripudino, e nè per ora sembra ne vogliano smettere il vezzo.

Andrea era giunto con gli anni a quella parte della vita in cui il comune degli uomini desidera riposare; ed ai Romani, i quali pur furono tanto operosi, parve, che dopo i sessanta anni entrasse ilsenio, o vogliamo dire il periodo di tempo in cui il cittadino, cessando a mano a mano dallo agitarsi, importa si apparecchi alla quiete suprema; epperò, non che essi biasimassero il ritirarsi a cotesta età indietro dai negozii, lo commendavano come onesto: nel Doria nostro, così doveva procedere in tutto la faccenda diversa, che a sessantuno anno condusse moglie: affermano alcuni, ed hassi a credere, ch'egli segretamente l'avesse sposata avanti, sendo la donna in età pari alla sua; si chiamò Peretta, ed era figlia a Gherardo Usodimare, nobilissima schiatta, e nipote d'Innocenzio VIII; dicono ch'ella fosse molto sufficiente donna, e può darsi; ma di lei non ci avanzano memorie, perchè noi possiamo o negare od affermare con verità cotesta sentenza; se lo universale menasse buona la sentenza di Teofrasto, che giudicò degna di lode la donna, la quale non dà a dire di sè bene nè male,dovremmo predicare ottima la Peretta; forse ella gli recò dote ricca; questo altro poi sappiamo di certo, ch'ella col figliuol suo (essendo rimasta vedova di Alfonso del Carretto marchese di Finale), e con la parentela di casa Cybo, gli fu cagione di scapito negli averi e di pericolo nella vita. La storia generale, nè le scritture, che ci rimangono della vita di Andrea, ricordano i suoi amori; ch'ei non ne avesse ci pare difficile; nè quel continuo esercitarsi di lui nelle armi fa ostacolo, imperciocchè il tumulto dello spirito e il commovimento del corpo, piuttosto che dissuadere, pare che persuadano le cose amatorie: neppure ci condurremo a credere, che gli scrittori ne tacessero per verecondia, dacchè il secolo non fu per niente verecondo, e chiunque dettò la storia di uomini illustri si fece in certo modo debito di raccontare gli affetti del suo eroe, quasi tributo a sensi gentili generatori di opere magnanime: forse Andrea, se non casto, fu cauto; e di vero l'amor suo verso la duchessa di Urbino si ha piuttosto per conghiettura, che per riscontro storico: con maggiore fondamento può credersi, ch'egli amasse una certa Chiara, dacchè nel suo testamento leggo lasciarle il frutto di settanta luoghi delle compre di San Giorgio[7],che le aveva assegnato per lo tempo antecedente, e nel suo quinto codicillo glielo conferma; nè per le stampe si pone il cognome della donna, bensì si surroga co' soliti discreti puntolini. E qui forse non cade inopportuno avvertire, come Andrea si mostrasse, nelle cose sue, piuttosto sottile, che scarso: di questo porge testimonianza il suo testamento in parecchi luoghi; nel primo, dove il Notaio attesta se voglia lasciare qualche elemosina allo Albergo dei Poveri, ed egli riciso risponde: no; nel secondo, quando dichiara essere rimasta una figliuola naturale di Giannettino, e commette al suo erede di maritarla stanziandole di dotequanto a lui piacerà; singolare è il terzo, nel quale espone, che gli eredi di Erasmo Doria vantano crediti sopra di lui, ma egli ricorda, che Erasmo ebbe perle per 900 fino a 1200 scudi per vendere, e le vendè di fatti; ma se ne appropriò il ricavato, e poi riscosse paghe di cui non rese mai conto; onde nel sottosopra egli giudica, che gli eredi di Erasmo devano resultare piuttosto debitori, che creditori della sua eredità; per ultimo dichiara, che bene tolse in presto da Cristoforo Pallavicino scudi mille, ma che, avendo commesso al medesimo costruire un Galeone, col quale corseggiando si fecero prede di cui il terzo perpatto spettava al Testatore, che non ebbe mai, così anco in questo punto giudica, che, rivedute le ragioni, si troverà in credito, e non in debito. Oltre quelli che ho riferito, degli amori di Andrea Doria non mi è venuto fatto di rinvenire ricordo.


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