Chapter 10

Questi ed ogni altro, che la patria tentaDi libera far serva, si arrossisca,Nè dove il nome di Andrea Doria sentaDi levar gli occhi in viso d'uomo ardisca.Cotesta forse è setta generosa, non prudente, imperciocchè lo ufficio della storia stia soprattutto nella giustizia, e poi frugando le azioni dei trapassati insegnare ai vivi quello di cui devano fidarsi, e quello dal quale devano maggiormente aborrire; onde, per giudicare con proposito di Andrea, voglionsi inquisire questi punti, che partisconsi in due: circa l'ordinamento interno, e circa lo esterno. Sul primo preme investigare: quale il suo merito nella Riforma, e che cosa questa riforma valga, e quali benefizi partorisse all'ordinato vivere civile; quanto al secondo esamina: se per virtùsua liberasse Genova dai Francesi; conceduto che dai Francesi, se dagli Spagnuoli eziandio la liberasse; e se, toltole il giogo della servitù straniera, le imponesse il suo. Poteva egli operare diversamente da quello che operò? E potendo, provvide meglio alle cose della patria in cotesta maniera, che facendosene principe addirittura? Ebbe ingegno e cuore per comprendere e sentire la libertà della Italia intera? Altri gli ebbe in cotesti tempi? Poteva approdare in quel torno simile concetto e come? La fama del Doria non adombra ingiustamente la fama di altro più degno cittadino meritevole di essere richiamato alla grata memoria dei posteri?Alla concordia egli non attese solo, nè meglio di altrui: a questi prima ch'egli ci pensasse provvide Ottaviano Fregoso per eccellenza della propria natura, e pei conforti di Raffaello Ponsorno segretario del pubblico, che in processo di tempo risegnato lo ufficio si fece frate; il quale Ottaviano volentieri consentì a dimettersi dal principato, e vedere la sua casa depressa eleggendo dodici cittadini con balía di riformare come e quanto reputassero spediente pel bene della patria. Gli si oppose, secondo che in altro luogo fu avvertito, il suo fratello arcivescovo di Salerno, il quale, comeai vili ambiziosi interviene, anzichè vivere libero, ebbe talento di servire a patto di dominare altrui. Tuttavolta non rimase interrotto il generoso concetto, che Stefano Giustiniano, e gli stessi Adorni continuarono a caldeggiarlo con soddisfazione non piccola della Italia tutta, e di papa Clemente in particolare, il quale persuaso da Agostino Foglietta (padre di Uberto, ch'io pendo incerto a salutare o più degno cittadino, o più arguto politico, gloria bellissima di questa nobile terra) ne scriveva spesso ed acceso ad Antoniotto Adorno. Ma per venirne a capo si opposero allora i tempi e gli uomini; però le vicende umane mutansi spesso; difatti i Francesi diventati signori della Liguria, volendo anteporre Savona a Genova, e dandone indizio manifesto col riscotere in essa il dazio del sale, e le altre gravezze, misero i Genovesi in cervello, che tra per questo, e per le ammonizioni di frate Marco Cattaneo, raumiliati, tutti si mostravano più che mai disposti a riconciliarsi col cuore per non iscapitare con la borsa. Il Trivulzio, o per bontà, o per manco di sagacia, e tuttavia costretto dai casi, barcamenava; onde non disfece i Dodici, che da Andrea furono trovati in piedi. Per ultimo è da avvertirsi che, questa smania di cacciare fuori dalle repubbliche le discordie, palesa osomma ignoranza o somma perfidia; dacchè non è mica male, che gli uomini appaiano di pareri diversi quante volte gli manifestino con modi civili; il male sta nelle violenze, e peggiori delle violenze nelle corruzioni, nelle calunnie e nelle frodi. I partiti, come vento in fiamma o in acqua, accendono la virtù cittadina, o commovendola, impediscono che si guasti; ed ognuno sa come Solone, il quale non solo fu legislatore, ma filosofo d'indole mitissima altresì, ordinava, che qualunque in Atene non si accostasse ad un partito uscisse come persona apatica e da niente. Però Andrea doveva regolare il moto, non già spegnerlo. Certo le guerre civili condussero a Genova la signoria dei forestieri, ma la pace del Doria fu la pace dell'antifona al salmo dei morti.Per questa riforma la plebe rimase senza voce o parte alcuna nel governo, nè la plebe solo, sibbene anco il popolo, imperciocchè l'arroto annuale delle dieci famiglie popolane all'ordine dei nobili essendo facoltativo, il Senato lo cessò più tardi; non gli mancando pretesto nella imperfezione della riforma, che avendo omesso specificare quali arti dovessero accogliersi e quali rigettarsi, nel dubbio si asteneva da promoverne alcuna. Certo qualche privilegio al popolo, così infimo come mezzano,rimase, e lo rammenta la storia: così a mo' di esempio, il giorno della incoronazione del Doge, egli ebbe il diritto, entrato in palazzo, di contemplare a suo agio le mense del banchetto festivo; gli abati dei Valligiani del Bisagno poterono, la vigilia del natale, portare in dono al Doge ilconfogo, ch'era un ceppo di albero ornato di fiori e di fronde; due bovi addobbati di vermiglio a suono di musica lo traevano sopra la piazza ducale, dove il Principe dopo averlo asperso di vino con molta solennità lo bruciava; indi a poco, ricevuti non so che confetti, popolo e bovi se ne tornavano pei fatti loro. Principi e patrizi, finchè poterono, nè più onorati nè più larghi doni consentirono alle moltitudini. I medesimi patrizi genovesi ai Côrsi abitatori dell'Algaiola, i quali per mantenersi in fede della repubblica furono dai propri compatriotti da capo in fondo disertati, per ristorarli del sofferto eccidio e della miseria presente, concessero in virtù di amplissimo decreto accattare per Genova; un papa Corsini sopra i testoni fè incidere la leggenda: — li vedano i popoli e se ne rallegrino! — E ai tempi nostri un conte di Cavour porge esempio di quanto possa da un lato l'audace sfrontatezza, e dall'altro la pazienza e l'errore, scrivendo, al popolo non ispettare altro diritto daquello in fuori di chiedere la carità. Come il popolo questa esclusione patisse, quali umori generasse ora non è da dirsi; — solo accenno, che i popolani in compagnia degli aggregati non posarono mai, ed anco dopo molti e molti anni in odio di cotesta riforma e delle peggiori aggiunte congiurarono di ammazzare il doge, i governatori, la nobiltà vecchia, ed impadronirsi dello Stato. Il popolo per mezzo di uno Aurelio Fregoso tentò Francesco I granduca di Toscana a sovvenirlo, allettandolo con la promessa della signoria di Genova, nè questi se ne mostrava alieno, e lo faceva, se non lo impedivano le condizioni del paese, la vigilanza dell'oratore spagnuolo presso la Repubblica, e il ritorno di don Giovanni di Austria dalla vittoria di Tunisi. Carlo Botta, il quale scrive storie qualche volta con l'abbondanza di Livio, e sempre con i concetti di un missionario, s'inalbera contro il popolo genovese, ch'ebbe ardimento di torsi tarda vendetta ed innocente contro il suo simulacro, e sbalestra in parole contro di lui: dov'egli avesse, con senno, meditato la cosa, forse gli sarebbe parso come il popolo in quel punto saldasse al vecchio Doria la partita da tempo così remoto accesa sui libri della sua ragione, imperciocchè reietto il popolo, sotto pretesto dilibertà, dal governo della Repubblica, prevalse un ordine peggiore del Centauro assai, il quale almanco, secondochè la favola porge, mezzo fu uomo e mezzo bestia, componendosi questo di due bestie intere patrizi e mercanti, senza dignità come senza onore, e piuttostochè ad ira movono a pietà le parole del Botta, se si pensa com'egli in altre storie racconti le prodezze di cotesta nobilea istituita dal Doria, la quale non rifuggì da recarsi a Parigi per chiedere a Luigi XIV perdono di avere avuto ragione, e dopo consegnata ai Tedeschi Genova, con le braccia in croce supplicava il popolo di non mettere a cimento la sua vita per non porre essa in pericolo le sue genovine; onde il popolo, avvisando che se la sua virtù non era, la viltà non salvava, con alte voci ammoniva: — armi, armi ci vogliono, non parole; dateci le armi, e se non vi volete salvare da voi altri, vi salveremo noi, e voi con noi. — Nobilea, la quale meritò che Giovanni Carbone, servitore della osteria della Croce bianca, nel riportare al palazzo le chiavi della porta di San Tommaso, dicesse al doge Giovanfrancesco Brignole Sale: — signori, queste sono le chiavi che con tanta arrendevolezza essi hanno dato ai nostri nemici; procurino in avvenire custodirle meglio, perchènoi col nostro sangue le abbiamo acquistate. — Nobilea, che stava in palazzo tremante a consultare il modo di mettere fuori il terzo milione di genovine con quel più che chiedeva l'avara crudeltà del Cotek, mentre garzoni di osteria, pattumai, pescivendoli, fognai, facchini, di ogni maniera plebe, chiedeva armi per combattere, e la nobilea le negava, sicchè prima fu mestieri combattere per avere le armi, poi per adoperarle contro il nemico.Anzi, comecchè la riforma fosse ordinata a beneficio dei nobili vecchi, nè manco essi furono contenti, e forse taluno aveva ragione: in fatti dichiarando alberghi quelle sole famiglie, che tenevano sei case aperte, si guardò piuttosto alla potenza, che al merito, onde parecchie rimasero escluse delle più illustri, mentre altre sorte su da piccola gente ci furono ascritte: per la quale cosa non tutte le ventotto designate accettarono farne parte; ricusarono cinque, e lo strano cumulo o aggregazione successe veramente per ventitrè[24]. Se cosiffatta comunella di famiglie avesse potuto alla lunga attecchire ignoro; certo è che nè questa, nè altre cose si operano per legge, se i costumi repugnano, ed a Genova sembra i costumi repugnassero. Di vero la distinzionedi nobile vecchio, e di nobile aggregato disparve, come nota argutamente Foglietta, dalla sopraccarta delle lettere, non già dai cuori: durarono entrambi corpi separati ed emuli fra loro. Gli aggregati, non potendo mai spogliare il nome antico pel nuovo, ne presero due; bene ordinava il Senato ne adoperassero un solo, quello dello albergo a cui vennero aggregati, ma non faceva frutto. Le antiche case rifuggivano dal mescersi per via di nozze con le nuove: ogni commercio evitavano; le jattanze delle donne e dei giovani gli umori di già alterati inciprignivano. A dimostrazione di odio, e di paura nei nobili vecchi di restare in processo del tempo confusi co' nobili pensarono una sottigliezza, la quale fu questa: sotto pretesto di conservare le proprie sostanze, diedero opera a comporre gli alberi delle famiglie procurando li confermasse il Senato: in simile faccenda i Lomellini procederono più accesi degli altri; ma il Senato, accortosi del tiro, se ne astenne: allora ricorsero ai Tribunali con varie industrie procurando sentenze, che gli ratificassero: avvisati i Giudici tacquero: e tuttavolta anco questo non valse, imperciocchè (strano a dirsi!) colui il quale, a fine di concordia, cotesta riforma ordinava, meno degli altri pregiavala, ed attendeva adadempirla; di ciò porge prova manifesta il suo testamento, dove in più luoghi Andrea vieta alle donne della propria famiglia le nozze co' nobiliascritti; nè i nati da cosiffatti sponsali egli accetta eredi in mancanza di discendenti maschi. I nobili vecchi avevano grande entratura nelle corti dei principi, massime nella spagnuola, dove patrizi ad un punto e mercanti sapevano procurarsi di grossi guadagni per rimanerne poi scottati più tardi; intanto poderosi di aderenze e di ricchezze fabbricavano palazzi magnifici; vivevano alla grande; superbia ostentavano pari al fasto, e per avventura di più. Gli uffizi da prima non si partirono a mezzo tra nobili vecchi e nobili nuovi, però che le divisioni non ci avevano più ad essere, anzi tutti insieme formare un ordine solo; ma durò poco, e questo spartimento ebbe a farsi quasi subito, non per legge, ma per consuetudine; e fu solo nel 1545, quando in virtù dell'alternativa dovendosi eleggere dall'ordine dei nobili vecchi il Doge successore a messere Andrea da Pietrasanta, i nuovi la spuntarono, facendo uscire Giovanni Battista Fornari, che pure era dei loro. I vecchi in cotesta occasione misero innanzi, che ciò che si era fin lì osservato per pratica, con legge si confermasse, tempestando con minacce, che si sarieno datia principi forestieri, e magari anco al diavolo, a patto di non trovarsi soperchiati dai popolari, chè per essi popolani e nobili nuovi formavano tutta una pasta. Rimasero vinti, e per allora, comecchè la provassero ostica, la masticarono, ma non la ingollarono mai; più tardi tornarono a far rivivere le covate pretensioni, e la sgararono.Potevano i nobili nuovi contentarsi della riforma, e tuttavia anch'essi ne vivevano di mala voglia; sia perchè lo spregio in che si vedevano tenuti dai vecchi gl'inaspriva, sia perchè vivono irrequieti nelle città tanto quelli, che patiscono la offesa, quanto gli altri, che la fanno; i primi smaniando ricattarsi; i secondi paurosi di rendere il mal tolto con la giunta; donde accade, che la disuguaglianza non si potendo mantenere per ragione, si mantenga per forza, e per forza chi la sopporta s'ingegni levarla via, e siccome la vendetta non piglia mai per consigliera la temperanza, così a prepotenza vecchia subentra prepotenza nuova, ed i privati, muniti di armi, e intesi a valersene, fanno sì che la città rimanga debile e disarmata.Errori di questa riforma furono: escludere il popolo dal reggimento dello Stato, e la prosunzione di costringere in miscela impossibile due ordini di cittadini: mentre questa concordiasi aveva a trovare lasciando a ciascheduno ordine facoltà liberissima di trasformarsi in un altro o per merito di virtù, o per favore d'industrie felici, ed intanto assegnare ad ambedue la sua equa parte nel governo della patria. Se si potesse torre di mezzo ogni distinzione tra uomini ridotti a vivere insieme in comunanza civile sarebbe bene, forse; ma torla via parmi impossibile; però riesce fastidioso assottigliarci il cervello a indagare quello, che fosse per avvenirne: pigliamo dunque questa convivenza umana quale ci si presenta, ed ordiniamola pel meglio. I Romani in quale modo si abbia a fare praticarono felicemente un tempo; poi l'obliarono, e quello che accadesse fra loro, e fra i Fiorentini, i quali non l'obliarono, perchè non lo seppero mai, il Machiavello avvertì.E fu errore eziandio di questa riforma, assegnare le cariche supreme dei 300 del Consiglio grande, e dei 10 del Consiglietto, all'Ordine, non alla persona, tirandole a sorte; donde accadeva, che uscissero uomini spesso incapaci. Errore concedere diritti, esenzioni, o privilegi agli ordini dei cittadini, imperciocchè la uguaglianza loro di faccia alla legge si possa mantenere, e però si deva. Insomma se la sera il dì, e il fine lauda la impresa, bisogna dire, che da questa riforma nacquero nuovi mali, e fu impedito rimediare agli antichi.Ora, trapassando ad altra disamina, diremo, che avendo di già esposto con quanta agevolezza venisse fatto ad Andrea impossessarsi della città, parrebbe insania paragonarlo in questo a Cammillo, ad Arato, a Pelopida, o a Trasibulo; nulla in questo fatto ti apparisce, che sia da lodarsi per magnanimo ardimento, o per aperta virtù, o per astuta ferocia. Inoltre i Genovesi, quanto furono facili fin lì a tirarsi addosso il dominio straniero, altrettanto si mostrarono valenti a buttarselo giù dalle spalle, quante volte lor piacque: in ogni caso il merito nuovo di Andrea per avere cacciato i Francesi adesso, varrebbe a bilanciare il demerito antico di averceli introdotti. Certo parecchi cittadini dei maggiorenti, e taluno anco suo consorte lo intimarono con prieghi e con minacci a levarsi da cotesta impresa di liberare Genova, ed invece di gratitudine e di gloria gli promettevano aborrimento ed infamia: questo non si può negare, ma è vero altresì, che troppi più lo chiamavano; ed egli avrà provato allora, come noi adesso proviamo, che i codardi sono più pronti a impedire, che gli animosi a fare.Liberato che ebbe Genova dai Francesi, che cosa fece egli mai se non renderla mancipia degli Spagnuoli? Di ciò la storia somministrain copia riscontri. Notabili questi: al primo patto stipulato fra Andrea e Cesare per la sua condotta, il quale si versava intorno alla libertà di Genova, lo Imperatore rispose succinto: — piace e così si faccia in buona e valida forma. — Ora essendo stata questa condotta prorogata per due anni a Bologna, il 10 Marzo 1530, Cesare crebbe di proprio moto lo stipendio ducati 500 per ogni galera, con che però Andrea pensasse a provvederle di polvere e di palle a conto suo; dopo il leccume egli così di straforo l'accettazione semplice del primo patto muta con parole agguindolate, le quali a tempo e luogo porgono il filo per convertirle in lacciuolo: — e s'intenda, che cotesta repubblica, e i cittadini, e giurisdizione suoi sieno conservati e mantenuti, purchè osservino, e conservino la nostra autorità, e preminenza imperiale[25]. — Lascia da parte, che dell'alterata forma non si accorse Andrea, e minor bruscolo, che 6500 ducati all'anno non sono, basta ad offuscare la vista; tu, per poco che ci posi la mente, conoscerai come Genova sia serva in mano al Doria per assoggettarla altrui. Anzil'uno serviva all'altro; il Doria, con la reputazione dello Imperatore, si teneva sottomessa la Repubblica, ed in cotesto strano reggimento si confermava: lo Imperatore per converso, con la reputazione del Doria, e il favore dei suoi partigiani, si conservava divota la città. Di vero, o ch'era mai il Doria, se avesse liberata veramente la patria, per istipulare in privata scrittura, e affatto speciale ai suoi interessi lo Stato di lei? I cittadini, pigliando la cosa sul serio, non volevano più che l'oratore cesareo stesse a Genova nel modo di prima, al quale effetto spedirono Vincenzo Pallavicino a Montobbio dandogli per commissione di dissuadere don Lopez oratore di S. M. cesarea a venirci, procurando però di adoperare parole e modi i più acconci a non isdegnarlo[26]: l'oratore non gli dette retta, e ci andò, e dopo lui altri, e comandavano a bacchetta; più tardi Carlo V volle rimurare la fortezzaed introdurci presidio spagnuolo, e il Doria tentennò quasi assentendo; poi, fatta migliore considerazione, si oppose; ma per suo utile; imperciocchè, fino a tanto che Genova per suo mezzo rimaneva subietta allo Imperatore, fosse mestieri con esso lui trattare come confederato, mentre che se lo Imperatore vi dominasse direttamente, la città acquistava forze proprie a scapito suo, ed egli si riduceva in condizione di suddito pari ad ogni altro. Lo Imperatore, lasciando correre, operò in guisa, che Genova gli restasse attaccata con due maniere d'interessi diversi tra loro gelosi, e nondimanco costretto a vigilare l'un l'altro per mantenerglisi in fede; i quali furono, gl'interessi dei nobili adescati in Ispagna con la ingordigia dei guadagni, mediante i traffici, e con la paura del perdere i presti, che aveva cavato da loro, porgendo una fama credibile come taluno dei nobili genovesi gli andasse creditore niente meno che di un milione di oro; grossa somma ai tempi nostri, a quelli ingentissima: l'altro interesse fu quello del Doria preso dai doni, dal soldo, dalla grandezza della sua casa fondata sopra uffici e feudi di provenienza imperiale, e posti su quel dello impero. D'ora in poi Genova non ha più vita propria, ed anco si mostra intaccata dentro come chi patisce del male del tisico.Fuori veruno la rappresenta, e se il re di Francia chiederà più tardi gli mandino ambasciatore Luigi Alamanni, e la facultà di servirsi, egli ed i confederati suoi, dei porti della Liguria, il Doge ed il Senato circa l'oratore risponderanno: temere, fra questo e lo ambasciatore cesareo non fosse per uscirne contesa; liberissima essere Genova: tuttavia fresca della riforma, ed aderente a Cesare; però dovere innanzi tutto devozione a lui, onde sembrava spediente senza il suo consenso non aversi a movere foglia: quanto ai porti si serva, ma badi bene; Turchi non se ne vogliono; e poichè il Re aveva messo avanti non so che parole di danaro, anco a questo con breve sermone risposero: la borsa pubblica vuota, piene quelle dei privati, ma su questo non avere la Signoria potestà veruna. Celebri sempre i Genovesi per anteporre l'utile privato al pubblico, e ne lasciarono esempio miserabile nella formazione della propria città, dove, ad ogni piè sospinto, tu miri come il cittadino, invece di mettere la sua casa in guisa che la città se ne ornasse, pigli un pezzo di patria per accomodare la sua casa. Adesso poi gl'intelletti si chiudono così, che il Veneto sagace referendo al suo Senato la condizione di Genova di cotesti tempi notava con parole piene disapienza civile: — circa alla forma poi del governo fuori dello Stato, in questo non essendo loro accaduto necessità di trattare con gli altri Stati, nè potentati, eccetto che col re Filippo, il quale si è sempre mostrato loro assai comodo, et oltre a questo non essendo loro occorso di maneggiarsi altramente, non si possono promettere, che in ogni caso potesse esservi un numero di persone esercitate in simili governi, ma si ha da sperare, che la necessità partorirebbe virtù ed ingegno[27]. — E, come si chiudono gl'intelletti, avvizzisconsi i cuori, sicchè a noi Italiani non rimane altra balía che di venire a turpe gara di titoli e servitù, come scrisse quella intemerata coscienza dei tempi nostri Giovambattista Niccolini; e valga il vero, Jacopo Bonfadio, che pure piaggiava la nobilea genovese, ci descrive a questo modo la preclara cortesia accaduta fra Giovambattista Lercaro spedito in compagnia di Francesco Fiesco e Niccolò Giustiniano alla incoronazione dello Imperatore a Bologna, e gli oratori francesi e sanesi. Mentre Carlo V, addobbato degli arredi imperiali esce da una cappella per entrare in un'altra a sentire la messa, ecco occorrergli gli oratori sanesi, epretendere la precedenza. Il Lercaro non la intende e contrasta; il maestro delle cerimonie, udito il piato, giudica in pro dei Sanesi: non per questo il Genovese lascia la presa, anzi perfidia allegando non so quale decreto, in virtù del quale lo Imperatore antepone i Genovesi ai Fiorentini; però i Sanesi inferiori a questi non aversi a pigliare in considerazione: allora Carlo infastidito, invece di uscire ultimo, esce primo, e gli oratori dietro alla rinfusa: ma la cosa non finiva qui; entrati nella cappella maggiore, l'oratore di Ferrara vieta al Lercaro di salire sul palco, e il Genovese senza badargli tira di lungo; di qui rumore da capo: allora il Papa comanda al Ferrarese, taccia; quegli per obbedienza tace, ma subito gli sottentra nella lite l'oratore di Siena, e il Lercaro, ch'è, che non è, gli appiccica una solenne ceffata; un compagno del Sanese sopraggiunge alla riscossa, e ghermita la cappa del Lercaro gliene straccia fino in fondo un gherone; per lo che inviperito il Lercaro gli mena tale col piè sinistro un calcio, che colui ranchettando esce di chiesa piagnoloso per dolore: — cotesto fatto, conchiude il Bonfadio, fu per il Lercaro bellissimo et onorevolissimo, però che egli avesse in quel giorno con le mani, co' piedi, e con la lingua difeso le ragioni della Repubblica. — Seil Bonfadio, scrivendo così, piaggiava bassamente, o, come credo piuttosto, irrideva malignamente le miserie della patria, certo una giusta Nemesi lo trasse più tardi al patibolo infame.Dove andò Genova? Quella Genova, che durante la guerra pisana aveva messo in assetto 627 navigli, e nella veneziana 165 galere con 45000 Genovesi, di cui ottomila vestiti di oro e di seta? Al partirsi della libertà, il demonio del male si rovescia sopra di lei come sopra di un'anima dannata; i commerci arricchiscono pochi, e l'universale languisce; la fame ci si dà la muta con la peste, e spesso desolano di conserto la città; di qui un nugolo di ladri come sorci notturni, e come sorci frequentatori di fogne, che adesso cominciano a munire con grate di ferro; incendii spaventevoli, e moti di mare, che, minacciando sobbissare la Liguria, sforzano i magistrati, venuta meno ogni provvidenza umana, di ricorrere alla divina. Menate in processione le reliquie di San Giovambattista placaronsi i flagelli, così affermano gli storici tutti, però che allora tutti fossero bigotti o fingessero. Gesti contro ai pirati se ne fecero, ma pochi, e piuttosto in utile dei privati che della città: tali i fasti della repubblica di Genova, dopo che con falso nome di Libertà venne posta nellasubiezione di Carlo imperatore di Austria e dei suoi successori. Mette sgomento nel cuore a vedere quella robusta natura del Doria studiarsi, con ogni maniera bassezze, a convertire il suo palazzo di Genova in locanda per comodo dei suoi imperiali padroni; e lui locandiere non solo, bensì soprassagliente, nella gravissima età di ottantaquattro anni, per menare incolume nella Italia, sopra una stupenda quinquereme, Filippo di Spagna che il mondo nomòdemonio meridiano. Contrista profondo considerare come nel suo testamento, allorchè i casti pensieri della tomba arieno a purgare l'anima dell'uomo con la virtù di un secondo battesimo, Andrea, non pago del proprio servaggio, scongiuri ed ammonisca gli eredi e successori suoi a servire il cattolico Re di Spagna, e delle Sicilie[28]: e Giovannandrea, che subito gli tenne dietro, dopo avere per quanto gli bastò la vita compiuto il legato di Andrea, presso a morte anch'egli commette all'erede procuri mantenere il suo palazzo sempre in assetto così, che possa serviredi albergo ai padroni, che passeranno per Genova. Nè mancò allora un Bonfadio, come ve ne ha dovizia anco adesso, il quale, adornando con istile di retore la tristizia dei tempi, a quel modo che si costuma co' fiori ai defunti, diceva: — indi in poi si attese meglio alle azioni civili et alle buone arti della pace, le quali indubitatamente si devono anteporre agli studi della guerra. — Così scambiandosi le carte in mano, lodaronsi sempre gl'inciviliti cui ozio con vergogna talenta meglio di libertà con travaglio.Egli allora non poteva farsi tiranno, però che quantunque fosse stata la sua, in ogni tempo, potentissima casa, e tuttavia durasse, pure non n'era egli mica principale nè capo. La libertà poi impartiva vita alle nostre repubbliche come l'anima ai corpi umani, ed a morire si provavano dure: in fatti perchè i Medici potessero togliere la libertà a Firenze ci fu mestieri una sequela di uomini insigni di varie virtù tutte volte alla dominazione, ricchezze eccessive, Stato a poco a poco soverchiante la uguaglianza civile, subiezione dei vari ordini di cittadini per via di presti, e di ogni altra maniera comodi; parecchi cardinali, e due papi. Inoltre, e parmi questa considerazione capitale, perchè Andrea venisse a capo nella impresa di levare Genovadi sotto alla dominazione della Francia, aveva necessità che i patrizi del suo paese prima e dopo lo sovvenissero: ora è da credersi, ch'eglino si sarebbono tirati indietro dal pericolo di cimentarsi col re Francesco, e da mettere a repentaglio vite e sostanze pel fine unico di barattare la servitù di Francia con la domestica; la quale, a cui la prova, riesce così amara che poco più è morte. Alla tirannide domestica bisogna ammannire di lunga mano il fondamento e con astuzia grande. Intanto notiamo come le arti di Andrea somigliassero quelle degli altri cittadini che all'ultimo si misero la patria sotto; la nostra storia c'insegna che quando una parte, per abbattere l'altra, ha conferito soverchio potere ad una famiglia, o ad un uomo, ovvero ha sofferto che con vari colori, comecchè in apparenza onesti, se lo pigli, ha pagato cotesta gioia infelice a prezzo di libertà; di ciò porgono testimonianza gli Scala, i Carrara, i Visconti, i Baglioni, i Bentivogli, i Petrucci, e senza aggiungere nomi i tirannelli d'Italia quasi tutti; poi, quando si vuole riparare al male, difficilmente si può, chè negli animi entra la paura, e l'interesse assidera il cuore; in ispecie se il tiranno proceda industrioso a blandire, e risoluto a percotere senza badare a rispetti.Così Andrea, spente le fazioni Adorna e Fregosa,legò Genova al carro della sua fortuna, onde questa città, principalissima del Mediterraneo, oggimai non poteva più operare contro di lui, ma nè anco diverso da quanto a lui talentasse.Genova, in ordine agli antichi instituti, aveva a mantenere negli arsenali venticinque galere con le ciurme sforzate in punto, e da parecchio tempo ella ne possedeva alcune poche a custodia del porto; ben ella, tosto ricuperata la libertà, mise mano a costruirne dodici, e così per gli eccitamenti dei padri, vi si affaticavano alacri dintorno, che in breve stavano per fornirle, quando di repente nel mezzo di una notte arsero tutte. Il Bonfadio, non senza malizia, raccontato il fatto, aggiunge: — se questo fosse a caso o per trattato di huomini, non havendone certezza, non ardisco affermare cosa veruna. — Però importa avvertire come Andrea in quel torno non possedesse più di tredici galee, che poi accrebbe fino a venti, onde fu visto un cittadino di città libera tenere ai suoi comandi una forza, contro la quale la città non avrebbe saputo che cosa opporre; indizio certo, se non di libertà perduta, di prossima servitù. Nè reca troppa specie il valore delle galee, il quale, quando furono venti, poteva sommare a un quattrocentomila ducati, bensì le genti prepostea governarle, che tu puoi mettere mille per galera; sicchè tu vedi che Andrea, cittadino privato, poteva di punto in bianco buttare a Genova un ventimila tra schiavi e soldati; e da ciò argomento di che razza libertà con costui si avesse a godere. Certo, se egli avesse voluto assoggettarsela, su quel subito, nessuno gli avrebbe potuto resistere, ma, per durare anche poco, bisognava smettere le faccende marittime, e, stando fermo in città, logorarsi nelle contese domestiche, e così scemare di reputazione come di forza, mentre le vittorie, le prede, e il grado di ammiraglio gli davano autorità e potenza irresistibili: nota eziandio che, fermandosi in casa avrebbe dovuto mettere a capo dell'armata altro capitano, e ai tempi che correvano non era da fidarsi nè manco dei prossimi parenti, e tu considera come Filippino, uomo di smisurato valore, che vinta la impresa di Capri aveva pure dato prova ad Andrea di fede piuttosto unica, che rara, non venne mai più preposto da lui a cosa di conto, e d'allora in poi le sue galere egli capitanò da sè, finchè non valse a surrogarlo l'erede Giannettino, e questi morto, il figliuolo Giovannandrea. Però di quello che Andrea sapeva dissimulare con senile prudenza apparvero più tardi manifesti segni in Giannettino, e tali per cui l'Adriani,storico grave, e della buona scuola, là dove discorre delle cause della congiura del Fiesco c'insegna, che rimosso Andrea, come quello che si credeva con la riputazione sua, e il favore dei partigiani mantenesse Genova nella divozione dello Imperatore, la città avrebbe potuto molto agevolmente restituirsi al vivere antico, e più che tutto impressionava il timore, che Giannettino passerebbe il segno, bastato ad Andrea, il quale si mostrava contento nella propria patria dell'onore, che ai suoi concittadini era piaciuto dargli, ed alcuna volta anco di meno, a patto però, che vi si fosse mantenuto lo Stato del tutto parziale allo Imperatore, da cui egli ricavava utile, e credito grandissimi. Della insolenza, del soldatesco e però prepotente piglio, e dei modi, più che principeschi, tirannici di Giannettino fanno fede parecchi storici genovesi; nè li contrasta nessuno. Onde per dirlo con frase proverbiale, se Genova quanto a servitù non si trovava in forno, certo era su la pala.E quando ogni altra riprova mancasse, basterebbe questa. Oberto Foglietta, che quantunque laudato ampiamente qui sopra, noi non possiamo celebrare secondo i meriti per alcune giuste e sante parole dette al Doria, dichiarato reo di maestà condannarono a perpetuo esilio;se gli confiscassero anco i beni, non è chiaro, ma siccome ce lo affermano povero, forse non glieli poterono pigliare perchè non ne aveva; nè, finchè visse Andrea, gli perdonò mai; lui morto la Repubblica lo ribenedisse certo a mediazione di Giovannandrea, a cui dedicò gli elogi degli uomini illustri.Ora le parole provocatrici del rancore implacabile di Andrea furono queste. Dopo avere nel suo libro della Repubblica di Genova confortato costui ad imitare lo esempio di Ottaviano Fregoso, il quale ruinando la fortezza mostrò quanto avesse più a caro il bene della patria, che la grandezza sua, gli disse: — se la patria tu ami davvero, rendile le galee, che questo solo fie valevole argomento, che alla grandezza della casa tua il pubblico bene tu preferisci: conciossiachè come potremo noi salutarti liberatore, se conservi in casa tanta potenza con la quale, quantunque volte ti piaccia, opprimerai la libertà? Come benediremo te padre, se un cittadino, un uomo di una di quelle famiglie da cui presumi avere affrancato la patria, dimostrò maggior segno di affetto, e desiderio della libertà di te, che pure te ne vanti liberatore? Nè la fortezza al Fregoso, nè il principato, quella abbattuta, questo dimesso, erano cose, che fossero a lui meno profittevoli o meno accette, che le tue galere a te. —E non pertanto il nome di Andrea Doria sonò e suona come di cittadino principalissimo in Genova, mentre quello di Ottaviano Fregoso o va obliato o appena si rammenta: questa, oltrechè ingiustizia suprema, sarebbe indizio manifesto di non sanabile perversità se, considerando diligentemente la cosa, non andassimo capaci come ciò avvenga, piuttostochè per ispregio di coscienza, per fallacia di giudizio: infatti celebrando Andrea Doria padre della patria e restauratore di libertà, essi errano nell'oggetto, non già nello affetto. Avventurati noi, e bene imprese le nostre fatiche se ci fosse concesso raddrizzare gli storti giudizi! Nobilissima mercede dello storico è la potenza di rendere, e far sì che altri renda la giustizia ai meritevoli, togliendola a cui indegnamente la usurpò: intanto i lettori leggano questo, e ci pensino sopra. Ottaviano Fregoso profferse sincero la renunzia al dogado; Andrea finse, però che, conservando lo ufficio di censore perpetuo, poneva fondamento alla tirannide: Ottaviano, ruinando la fortezza, si fece inerme dentro città armata, Andrea, mentre Genova (fortuna o insidia che fosse) perde le galee, ritiene le sue e le accresce di numero. Il primo, libero di sè, leva ogni dipendenza alla patria; costretto dalla forza altrui la confida alla protezione della Francia,il secondo liberissimo sottopone la Repubblica all'Austria; bene la governa indi innanzi la gente Doria, ma per lei. Genova ormai, come la favola racconta che avvenne allo incantatore Merlino, sepolta viva dentro un avello imperiale, si sente morire.La maggiore o minore servitù non rileva o poco, imperciocchè la libertà consista, è vero, nel patto delle franchigie, ma troppo più che nel patto, stia per mio avviso, nella potenza di costringere altrui ad osservarlo preciso e sincero.E poichè la materia non solo lo comporta, ma altresì ne fa debito, dirò come in certo libro diElogi dei Liguri illustri, pubblicato da certo abate Giovambattista Raggio, un anonimo, il quale si segna con le lettere A. B. dettando lo elogio di Agostino Spinola, dopo avere, e a ragione, biasimato la strage del Fiesco e dei parziali suoi a Montobbio, di cui sarà discorso in appresso, scrive così: — oltrechè non sappiamo quanto fosse la magnificata libertà concessa dal Doria alla patria, nè quanto possa dirsi giustamente donato il non tolto, ma ai nomi oltraggiati ripara la posterità nella calma delle passioni e delle parti. — Ma ciò non piace all'abate Raggio, il quale, redarguendo l'anonimo scrittore, dichiara, che se la bontà dellecose si deve argomentate dagli effetti grandi, sarebbe stato ad ogni modo degno di eterna lode il beneficio del governo ordinato dal Doria, come quello, che partorì fuori pace, concordia dentro, ricchezze, e copia dei beni di Dio. Ed è falso, eccetto le ricchezze, che ci furono sì, ma salario di servitù; e se come il Raggio avverte, cotesta riforma piacque allo storico Giustiniano, doveva ammonire eziandio, come la famiglia di lui appartenesse alle ventotto degli oppressori; se giorni di pace succedessero alla riforma, lo dica la storia d'Italia; se concordia dentro, lo attestino i tumulti del 1547 e del 1575. Nè basta; chè lo stesso abate, dopo avere magnificato le leggi del Doria, ed il vivere libero instituito da lui, ecco che nello elogio di Ambrogio Spinola mi esce fuori a commendare questo, però che ardisse prima contrapporsi alla traboccante autorità di Giovannandrea successore di Andrea Doria, la quale, soprastando a tutti, minacciava spegnere la libertà; e ci racconta come Ambrogio, valendosi dell'autorità sua e del favore che godeva larghissimo in corte di Spagna, impedì la promozione al dogado di Agostino Doria caldeggiata a tutto uomo da Giovannandrea per aumentare sempre più casa sua. Donde possono cavarsi due considerazioni; la prima, che se la tirannidedei Doria non mise radice in Genova, più che ad altro se ne deve grazia alla fortuna, la quale negò ad Andrea successori quali li dava a Cosimo dei Medici a Firenze, e suscitò emulo a loro Ambrogio Spinola, capitano famoso, che meritò comune con Demetrio il nome dipoliorcete[29]e per dovizie fu chiamato ilricco, contendendo col quale era più facile scapitare che vincere: la seconda considerazione cade su l'essere gli elogi di tutte le cattive maniere di scritture pessima, come quelli, che guastano la politica, alterano la morale e sconciano l'arte: massime se composti da diversi, e raccolti in fascio, che allora ti compariranno sovente uno contrastare all'altro; nè per essi ti riuscirà più intendere quale regola di giustizia tu abbia a seguire, e quale d'ingiustizia evitare.Andrea Doria non pure della libertà della propria patria si mostrò tenero, ma eziandio dell'altrui finchè ci trovò il conto; questo mancatogli, si attenne alla tirannide, parendogli potere fare con essa a maggiore sicurtà. Da principio noi lo vediamo studioso a indurre Firenze ad accordare con Cesare, al quale effetto persuase Luigi Alamanni, che lo accompagnò in Ispagna, a tornarsene a Firenze, equivi adoperarsi presso la Signoria, onde mandasse oratori a Cesare prima che ei si partisse da Barcellona, che per la parte sua egli avrebbe cercato, che l'accordo ad ogni modo seguisse. Luigi, venuto a Firenze, espose la proposta, la quale fu argomento di pratica nel Consiglio. Antonfrancesco degli Albizzi lesse un discorso pro, Tommaso Soderini contro, e, mandato a voti il partito, si vinse non si accordasse, a ciò indotti da parecchie ragioni, ma più che tutto dai giuramenti di Francesco I, il quale prometteva, sopra la sua fede di gentiluomo, non sarebbe mai entrato in lega con Clemente VII, nè fatto accordo senza metterceli dentro.Ira o coscienza lo inasprisse poi, tale dimostrò Andrea in seguito animo iniquo contro a Firenze, che se di più non le nocque, certo è da credersi non dipendesse da lui.Ricordano le storie come tre galee del Doria, venendo da Napoli, passarono via dinanzi a Livorno senza salutare, com'è di costume, il porto, onde Beco Capassoni, il quale era contestabile della fortezza, riputandole nemiche, ne sfondò una con le artiglierie; e comecchè i Fiorentini mandassero persone a posta per iscusarsi, Andrea mise mano addosso, per rappresaglia, a molte bestie in Val di Serchio,e agli averi dei mercanti a Genova, a Lucca e a Pietrasanta, e questo parve caso luttuosissimo non solo per ciò, ma anco e più, perchè fu colpa, che Jacopo, e Francesco Corsi perdessero il capo, e certo vetturale di Calcinaia restasse condannato alla forca, come si può vedere nel libro undecimo delle storie di Benedetto Varchi.Baccio Valori, avendolo richiesto lo soccorresse di artiglierie per pigliare Volterra difesa dal commissario Francesco Ferruccio, gli mandò un cannone da sessanta, due colubrine, un mezzo cannone, e un sagro con 360 palle di ferro, che, imbarcate alla Spezia, giunsero alla spiaggia di Bibbona il 18 Aprile 1530; e peggio ancora, come lo vediamo somministrare ai danni della Repubblica fiorentina veracemente e sola in travaglio per la libertà d'Italia, così le taglia insidioso i nervi alle difese: i mercanti fiorentini stanziati a Lione, mossi da patria carità, ed anco pei conforti di Luigi Alamanni volendo sovvenire il commissario Ferruccio che attendeva in Pisa a far massa di soldati, tanto da comporre un esercito nuovo, il quale con lo aiuto dei Cancellieri e dei montanari di Pistoia bastasse a rompere l'esercito imperiale e papalino assediante Firenze, collettarono fra loro ventimila scudi di oro; nè lipotendo rimettere per via di lettere di cambio, consegnaronli all'Alamanni affinchè per terra o per acqua li portasse a Genova, e quinci a Pisa con destro viaggio. Messere Luigi, per più sicurezza, scelse il cammino per terra, e, giunto al confine ligure, spedì al Doria un messo per averne il salvocondotto di passare incolume le terre del Genovesato, non immaginando nè manco per sogno, che, stante la molta amicizia la quale passava fra loro, fosse per negarglielo Andrea, e questo fu quello che per lo appunto gl'intervenne con molta amarezza di lui e biasimo del Doria, non pure dei presenti, ma dei futuri. Animo e corpo il Doria si era dato a Cesare.E poichè fu confitta la Italia in croce, Andrea più tardi si mise di mezzo a sconficcarla: forse per avanzarne i chiodi. Quando i fuorusciti e i Cardinali fiorentini spedirono oratori in Ispagna a movere querela contro al duca Alessandro, il Doria prese a favorirli grandemente proponendo a Carlo V, che dove avesse restituito la libertà a Firenze, egli si sarebbe adoperato, con molta speranza di venirne a capo, ad ordinare una lega tra Lucca, Siena, Firenze e Genova, la quale eleggendo lui per capitano, lo Imperatore avrebbe potuto noverare il nuovo Stato fra quelli a lui massimamentedevoti. Ma la necessità sola agguanta i principi per gli orecchi, e gli costringe ad ascoltare la ragione dei popoli; Carlo allora si sentiva gagliardo così, che poco dopo, assalita Provenza, sperò conquistare la Francia; e poi, per imperiale istinto, dalle repubbliche ei repugnava: nè penso che il comando di Andrea sopra una lega poderosa gli garbasse: ragione per dubitare della fede di Andrea lo Imperatore non aveva, che co' benefizi se lo era legato; ma se fidati è buono, non ti fidare è meglio di lui, e se questa regola di governo nacque prima in Corte non so; so questo per altro, che da moltissimo tempo vi fu accolta e ci ha stabile stanza.Riuscito invano siffatto tentativo, Andrea si sprofondava nell'odio contro la libertà. Nel 1527, tornando di Spagna in compagnia di grossa mano di soldati, udita la morte del duca Alessandro, gl'invia in Toscana per mantenervi i popoli in devozione dello Imperatore, e però impedire, che si riscattino dalla servitù. Col granduca Cosimo si mostrò svisceratissimo, per quanto glielo permettessero il tenace interesse, il gelo degli anni e l'indole sospettosa. Dopo ciò non si dica, che Andrea avversando la libertà fuori, la favorisse in casa, dacchè ella non sia pianta, che qui attecchiscae lì no; formando ella parte di umanità, perseguitandola in un luogo, la perseguiti da per tutto.Altri dice: Andrea fare oltre, e meglio di quello ch'ei fece, per avventura non potè; il bene e il male formano termine di confronto nelle vicende umane, che, quanto al bene assoluto, non si conosce, ed anco, conoscendolo, all'uomo forse non è concesso arrivarci: così, se il governo di casa non fu buono, parve almeno l'unico possibile in coteste contingenze, e, tranne poche mutazioni, durò 269 anni; fuori, nella rovina delle fortune italiche, fondò stato immune dalla immediata potestà straniera: forse le prerogative attribuite al Doria superarono la modestia del cittadino di libera repubblica, ma potè risparmiare alla patria l'onta del presidio spagnuolo.In questo modo ragiona una scuola che, per essere timida e bugiarda, si presume prudente. Della riforma interna abbiamo detto quanto basta. Rispetto a Genova, affermiamo, che, se Andrea avesse secondato il senso patrio, che nel popolo genovese non venne mai meno, e la operosità, stupenda dote di lui, avrebbe potuto ammannire cinquanta galee, le quali avrieno posto la Repubblica in grado a secondare le occasioni di avvantaggiarsi con le leghe, ampliaree confermare lo Stato. Nè fa ostacolo la fede allo Imperatore, imperciocchè, messo anco da parte, che la patria deva andare innanzi a tutto, e che commette ingiustizia suprema chiunque obblighi, o si obblighi a fare cosa contraria a lei, onde la forma del contratto non può vincere la sostanza di quello; non curato nè pure lo esempio, non che dei principi, dello stesso Papa (esempi a vero dire dagli onesti imitabili poco), di leghe strette, allo improvviso tronche, rannodate da capo, per iscioglierle alla prima occasione sotto pretesto di cacciare i barbari d'Italia, nulla impediva ad Andrea che, venuto il termine della prima condotta, si scansasse da rinnovarla, essendo appunto la decorrenza del tempo il modo più piano col quale cessano le obbligazioni. Per lo contrario Andrea, con venti galere in Genova disarmata, qui è tiranno, in Ispagna schiavo; condottiero altrui, non cittadino: egli conta la patria fra i suoi capitali fruttiferi; la milizia diventa un traffico per guadagnare moneta, o buscare, se capita, qualche terra o città; la patria vassalla siede con le ciurme sopra i banchi delle sue galere e voga con lui.Ora fa più di ventotto anni, che, scrivendo io il libro delloAssedio di Firenze, giudicai Andrea Doria nè grande cittadino, nè della suapatria liberatore: nel medesimo libro, e a modo che mi spirava amore, mi posi con industria a purgare Michelangelo Bonarroti dall'accusa di avere derelitta per formidine la patria; ora il cercare lungo pei volumi della storia mi confermava nel giudizio intorno al Doria, da quello sopra il Bonarroti mi dissuadeva. Miseria grande ella è questa per noi! che, tenendoti al male, quasi sempre ti apponi, mentre per converso con la medesima spessezza tu la sbagli supponendo il bene. Così oggi come allora io penso, che se in Andrea fossero stati cuore e mente magnanimi, avrebbe potuto, volendo, mutare la faccia della Italia; la lega delle Repubbliche, tardi ed in mal punto immaginata, se fosse stata proposta allo Imperatore mentre durava in lui la paura dei Francesi, poteva farsi, e costituirsi gagliarda, mercè di vincoli con sapienza tessuti; non difficile, anzi destro approfittarsi dell'odio, che i due emuli si avvicendavano implacabile; e quando anco si fosse dovuto con industria prolungarlo ed inasprirlo, questo non è vietato da legge divina od umana, quando sia per liberare la patria dalla servitù straniera. Ne porgevano congiuntura propizia le cose della religione scompigliate in Alemagna, torbide in Francia; il Turco minaccevole: forse (questo però assevero non senza peritanza)il Papa non si sarebbe, almeno in quel torno, mostrato nemico alla salute della Italia.Quanto poi alla prova riesca agevole abbattere questi colossi dalla fronte di bronzo, dai piè di creta, lasciati da parte gli esempi, che si rinnovano cotidianamente dinanzi agli occhi, ci basti toccare i prossimi ai tempi dei quali favelliamo. Di vero la Repubblica di Firenze resse sola contro lo Imperatore e il Papa, e stette ad un pelo per vincerli, nè vuolsi dubitare nè manco, che gli avrebbe abbattuti tutti, se le fosse proceduto amico Andrea, come pur troppo ella ebbe a sperimentarlo nemico: più tardi la fortuna offerse un'altra occasione con la guerra di Siena; nè fu reputato folle, bensì arditissimo il disegno di Francesco Burlamacchi da Lucca. Certo in fama non si salisce, che con molto rischio. Vari i talenti degli uomini, ma vari hanno da essere altresì i premii. Andrea fu vago sopra tutto di beni terreni, ed ebbe in copia sostanze, e quelli, che corre il costume di appellare onori; fu principe, fu cavaliere, prima di San Michele, poi del Tosone; una bestia e un santo; ammiraglio di re, d'imperatore e di papa; tanto deve bastargli; la fama di liberatore della patria ei lasci ai pochissimi eccelsi, che si misero dentro a tanta impresa anima e corpo, senza pretendere, comesenza sperare altro guiderdone, eccetto la lode, e le più volte postuta.Questo poi io ho reputato debito scrivere, non in odio di Andrea, ma per giustizia verso coloro, i quali dal fatto magnanimo non si aspettando altro che fama, è mestieri, che questa sia conservata per loro intatta ed intera. Se le parole paressero troppe a taluno, pensi, che lo errore s'insinua negli animi umani come il pruno dentro le carni presto, e profondo, sicchè a volernelo cavare ci bisognano tempo e diligenza infiniti.Se il Doria non fosse stato un grande capitano, adesso io non istarei a dettarne la vita, ma affermo risoluto, che, scrivendo di lui, non penso, e non ho pensato mai esporre i gesti di un grande cittadino.

Questi ed ogni altro, che la patria tentaDi libera far serva, si arrossisca,Nè dove il nome di Andrea Doria sentaDi levar gli occhi in viso d'uomo ardisca.

Questi ed ogni altro, che la patria tenta

Di libera far serva, si arrossisca,

Nè dove il nome di Andrea Doria senta

Di levar gli occhi in viso d'uomo ardisca.

Cotesta forse è setta generosa, non prudente, imperciocchè lo ufficio della storia stia soprattutto nella giustizia, e poi frugando le azioni dei trapassati insegnare ai vivi quello di cui devano fidarsi, e quello dal quale devano maggiormente aborrire; onde, per giudicare con proposito di Andrea, voglionsi inquisire questi punti, che partisconsi in due: circa l'ordinamento interno, e circa lo esterno. Sul primo preme investigare: quale il suo merito nella Riforma, e che cosa questa riforma valga, e quali benefizi partorisse all'ordinato vivere civile; quanto al secondo esamina: se per virtùsua liberasse Genova dai Francesi; conceduto che dai Francesi, se dagli Spagnuoli eziandio la liberasse; e se, toltole il giogo della servitù straniera, le imponesse il suo. Poteva egli operare diversamente da quello che operò? E potendo, provvide meglio alle cose della patria in cotesta maniera, che facendosene principe addirittura? Ebbe ingegno e cuore per comprendere e sentire la libertà della Italia intera? Altri gli ebbe in cotesti tempi? Poteva approdare in quel torno simile concetto e come? La fama del Doria non adombra ingiustamente la fama di altro più degno cittadino meritevole di essere richiamato alla grata memoria dei posteri?

Alla concordia egli non attese solo, nè meglio di altrui: a questi prima ch'egli ci pensasse provvide Ottaviano Fregoso per eccellenza della propria natura, e pei conforti di Raffaello Ponsorno segretario del pubblico, che in processo di tempo risegnato lo ufficio si fece frate; il quale Ottaviano volentieri consentì a dimettersi dal principato, e vedere la sua casa depressa eleggendo dodici cittadini con balía di riformare come e quanto reputassero spediente pel bene della patria. Gli si oppose, secondo che in altro luogo fu avvertito, il suo fratello arcivescovo di Salerno, il quale, comeai vili ambiziosi interviene, anzichè vivere libero, ebbe talento di servire a patto di dominare altrui. Tuttavolta non rimase interrotto il generoso concetto, che Stefano Giustiniano, e gli stessi Adorni continuarono a caldeggiarlo con soddisfazione non piccola della Italia tutta, e di papa Clemente in particolare, il quale persuaso da Agostino Foglietta (padre di Uberto, ch'io pendo incerto a salutare o più degno cittadino, o più arguto politico, gloria bellissima di questa nobile terra) ne scriveva spesso ed acceso ad Antoniotto Adorno. Ma per venirne a capo si opposero allora i tempi e gli uomini; però le vicende umane mutansi spesso; difatti i Francesi diventati signori della Liguria, volendo anteporre Savona a Genova, e dandone indizio manifesto col riscotere in essa il dazio del sale, e le altre gravezze, misero i Genovesi in cervello, che tra per questo, e per le ammonizioni di frate Marco Cattaneo, raumiliati, tutti si mostravano più che mai disposti a riconciliarsi col cuore per non iscapitare con la borsa. Il Trivulzio, o per bontà, o per manco di sagacia, e tuttavia costretto dai casi, barcamenava; onde non disfece i Dodici, che da Andrea furono trovati in piedi. Per ultimo è da avvertirsi che, questa smania di cacciare fuori dalle repubbliche le discordie, palesa osomma ignoranza o somma perfidia; dacchè non è mica male, che gli uomini appaiano di pareri diversi quante volte gli manifestino con modi civili; il male sta nelle violenze, e peggiori delle violenze nelle corruzioni, nelle calunnie e nelle frodi. I partiti, come vento in fiamma o in acqua, accendono la virtù cittadina, o commovendola, impediscono che si guasti; ed ognuno sa come Solone, il quale non solo fu legislatore, ma filosofo d'indole mitissima altresì, ordinava, che qualunque in Atene non si accostasse ad un partito uscisse come persona apatica e da niente. Però Andrea doveva regolare il moto, non già spegnerlo. Certo le guerre civili condussero a Genova la signoria dei forestieri, ma la pace del Doria fu la pace dell'antifona al salmo dei morti.

Per questa riforma la plebe rimase senza voce o parte alcuna nel governo, nè la plebe solo, sibbene anco il popolo, imperciocchè l'arroto annuale delle dieci famiglie popolane all'ordine dei nobili essendo facoltativo, il Senato lo cessò più tardi; non gli mancando pretesto nella imperfezione della riforma, che avendo omesso specificare quali arti dovessero accogliersi e quali rigettarsi, nel dubbio si asteneva da promoverne alcuna. Certo qualche privilegio al popolo, così infimo come mezzano,rimase, e lo rammenta la storia: così a mo' di esempio, il giorno della incoronazione del Doge, egli ebbe il diritto, entrato in palazzo, di contemplare a suo agio le mense del banchetto festivo; gli abati dei Valligiani del Bisagno poterono, la vigilia del natale, portare in dono al Doge ilconfogo, ch'era un ceppo di albero ornato di fiori e di fronde; due bovi addobbati di vermiglio a suono di musica lo traevano sopra la piazza ducale, dove il Principe dopo averlo asperso di vino con molta solennità lo bruciava; indi a poco, ricevuti non so che confetti, popolo e bovi se ne tornavano pei fatti loro. Principi e patrizi, finchè poterono, nè più onorati nè più larghi doni consentirono alle moltitudini. I medesimi patrizi genovesi ai Côrsi abitatori dell'Algaiola, i quali per mantenersi in fede della repubblica furono dai propri compatriotti da capo in fondo disertati, per ristorarli del sofferto eccidio e della miseria presente, concessero in virtù di amplissimo decreto accattare per Genova; un papa Corsini sopra i testoni fè incidere la leggenda: — li vedano i popoli e se ne rallegrino! — E ai tempi nostri un conte di Cavour porge esempio di quanto possa da un lato l'audace sfrontatezza, e dall'altro la pazienza e l'errore, scrivendo, al popolo non ispettare altro diritto daquello in fuori di chiedere la carità. Come il popolo questa esclusione patisse, quali umori generasse ora non è da dirsi; — solo accenno, che i popolani in compagnia degli aggregati non posarono mai, ed anco dopo molti e molti anni in odio di cotesta riforma e delle peggiori aggiunte congiurarono di ammazzare il doge, i governatori, la nobiltà vecchia, ed impadronirsi dello Stato. Il popolo per mezzo di uno Aurelio Fregoso tentò Francesco I granduca di Toscana a sovvenirlo, allettandolo con la promessa della signoria di Genova, nè questi se ne mostrava alieno, e lo faceva, se non lo impedivano le condizioni del paese, la vigilanza dell'oratore spagnuolo presso la Repubblica, e il ritorno di don Giovanni di Austria dalla vittoria di Tunisi. Carlo Botta, il quale scrive storie qualche volta con l'abbondanza di Livio, e sempre con i concetti di un missionario, s'inalbera contro il popolo genovese, ch'ebbe ardimento di torsi tarda vendetta ed innocente contro il suo simulacro, e sbalestra in parole contro di lui: dov'egli avesse, con senno, meditato la cosa, forse gli sarebbe parso come il popolo in quel punto saldasse al vecchio Doria la partita da tempo così remoto accesa sui libri della sua ragione, imperciocchè reietto il popolo, sotto pretesto dilibertà, dal governo della Repubblica, prevalse un ordine peggiore del Centauro assai, il quale almanco, secondochè la favola porge, mezzo fu uomo e mezzo bestia, componendosi questo di due bestie intere patrizi e mercanti, senza dignità come senza onore, e piuttostochè ad ira movono a pietà le parole del Botta, se si pensa com'egli in altre storie racconti le prodezze di cotesta nobilea istituita dal Doria, la quale non rifuggì da recarsi a Parigi per chiedere a Luigi XIV perdono di avere avuto ragione, e dopo consegnata ai Tedeschi Genova, con le braccia in croce supplicava il popolo di non mettere a cimento la sua vita per non porre essa in pericolo le sue genovine; onde il popolo, avvisando che se la sua virtù non era, la viltà non salvava, con alte voci ammoniva: — armi, armi ci vogliono, non parole; dateci le armi, e se non vi volete salvare da voi altri, vi salveremo noi, e voi con noi. — Nobilea, la quale meritò che Giovanni Carbone, servitore della osteria della Croce bianca, nel riportare al palazzo le chiavi della porta di San Tommaso, dicesse al doge Giovanfrancesco Brignole Sale: — signori, queste sono le chiavi che con tanta arrendevolezza essi hanno dato ai nostri nemici; procurino in avvenire custodirle meglio, perchènoi col nostro sangue le abbiamo acquistate. — Nobilea, che stava in palazzo tremante a consultare il modo di mettere fuori il terzo milione di genovine con quel più che chiedeva l'avara crudeltà del Cotek, mentre garzoni di osteria, pattumai, pescivendoli, fognai, facchini, di ogni maniera plebe, chiedeva armi per combattere, e la nobilea le negava, sicchè prima fu mestieri combattere per avere le armi, poi per adoperarle contro il nemico.

Anzi, comecchè la riforma fosse ordinata a beneficio dei nobili vecchi, nè manco essi furono contenti, e forse taluno aveva ragione: in fatti dichiarando alberghi quelle sole famiglie, che tenevano sei case aperte, si guardò piuttosto alla potenza, che al merito, onde parecchie rimasero escluse delle più illustri, mentre altre sorte su da piccola gente ci furono ascritte: per la quale cosa non tutte le ventotto designate accettarono farne parte; ricusarono cinque, e lo strano cumulo o aggregazione successe veramente per ventitrè[24]. Se cosiffatta comunella di famiglie avesse potuto alla lunga attecchire ignoro; certo è che nè questa, nè altre cose si operano per legge, se i costumi repugnano, ed a Genova sembra i costumi repugnassero. Di vero la distinzionedi nobile vecchio, e di nobile aggregato disparve, come nota argutamente Foglietta, dalla sopraccarta delle lettere, non già dai cuori: durarono entrambi corpi separati ed emuli fra loro. Gli aggregati, non potendo mai spogliare il nome antico pel nuovo, ne presero due; bene ordinava il Senato ne adoperassero un solo, quello dello albergo a cui vennero aggregati, ma non faceva frutto. Le antiche case rifuggivano dal mescersi per via di nozze con le nuove: ogni commercio evitavano; le jattanze delle donne e dei giovani gli umori di già alterati inciprignivano. A dimostrazione di odio, e di paura nei nobili vecchi di restare in processo del tempo confusi co' nobili pensarono una sottigliezza, la quale fu questa: sotto pretesto di conservare le proprie sostanze, diedero opera a comporre gli alberi delle famiglie procurando li confermasse il Senato: in simile faccenda i Lomellini procederono più accesi degli altri; ma il Senato, accortosi del tiro, se ne astenne: allora ricorsero ai Tribunali con varie industrie procurando sentenze, che gli ratificassero: avvisati i Giudici tacquero: e tuttavolta anco questo non valse, imperciocchè (strano a dirsi!) colui il quale, a fine di concordia, cotesta riforma ordinava, meno degli altri pregiavala, ed attendeva adadempirla; di ciò porge prova manifesta il suo testamento, dove in più luoghi Andrea vieta alle donne della propria famiglia le nozze co' nobiliascritti; nè i nati da cosiffatti sponsali egli accetta eredi in mancanza di discendenti maschi. I nobili vecchi avevano grande entratura nelle corti dei principi, massime nella spagnuola, dove patrizi ad un punto e mercanti sapevano procurarsi di grossi guadagni per rimanerne poi scottati più tardi; intanto poderosi di aderenze e di ricchezze fabbricavano palazzi magnifici; vivevano alla grande; superbia ostentavano pari al fasto, e per avventura di più. Gli uffizi da prima non si partirono a mezzo tra nobili vecchi e nobili nuovi, però che le divisioni non ci avevano più ad essere, anzi tutti insieme formare un ordine solo; ma durò poco, e questo spartimento ebbe a farsi quasi subito, non per legge, ma per consuetudine; e fu solo nel 1545, quando in virtù dell'alternativa dovendosi eleggere dall'ordine dei nobili vecchi il Doge successore a messere Andrea da Pietrasanta, i nuovi la spuntarono, facendo uscire Giovanni Battista Fornari, che pure era dei loro. I vecchi in cotesta occasione misero innanzi, che ciò che si era fin lì osservato per pratica, con legge si confermasse, tempestando con minacce, che si sarieno datia principi forestieri, e magari anco al diavolo, a patto di non trovarsi soperchiati dai popolari, chè per essi popolani e nobili nuovi formavano tutta una pasta. Rimasero vinti, e per allora, comecchè la provassero ostica, la masticarono, ma non la ingollarono mai; più tardi tornarono a far rivivere le covate pretensioni, e la sgararono.

Potevano i nobili nuovi contentarsi della riforma, e tuttavia anch'essi ne vivevano di mala voglia; sia perchè lo spregio in che si vedevano tenuti dai vecchi gl'inaspriva, sia perchè vivono irrequieti nelle città tanto quelli, che patiscono la offesa, quanto gli altri, che la fanno; i primi smaniando ricattarsi; i secondi paurosi di rendere il mal tolto con la giunta; donde accade, che la disuguaglianza non si potendo mantenere per ragione, si mantenga per forza, e per forza chi la sopporta s'ingegni levarla via, e siccome la vendetta non piglia mai per consigliera la temperanza, così a prepotenza vecchia subentra prepotenza nuova, ed i privati, muniti di armi, e intesi a valersene, fanno sì che la città rimanga debile e disarmata.

Errori di questa riforma furono: escludere il popolo dal reggimento dello Stato, e la prosunzione di costringere in miscela impossibile due ordini di cittadini: mentre questa concordiasi aveva a trovare lasciando a ciascheduno ordine facoltà liberissima di trasformarsi in un altro o per merito di virtù, o per favore d'industrie felici, ed intanto assegnare ad ambedue la sua equa parte nel governo della patria. Se si potesse torre di mezzo ogni distinzione tra uomini ridotti a vivere insieme in comunanza civile sarebbe bene, forse; ma torla via parmi impossibile; però riesce fastidioso assottigliarci il cervello a indagare quello, che fosse per avvenirne: pigliamo dunque questa convivenza umana quale ci si presenta, ed ordiniamola pel meglio. I Romani in quale modo si abbia a fare praticarono felicemente un tempo; poi l'obliarono, e quello che accadesse fra loro, e fra i Fiorentini, i quali non l'obliarono, perchè non lo seppero mai, il Machiavello avvertì.

E fu errore eziandio di questa riforma, assegnare le cariche supreme dei 300 del Consiglio grande, e dei 10 del Consiglietto, all'Ordine, non alla persona, tirandole a sorte; donde accadeva, che uscissero uomini spesso incapaci. Errore concedere diritti, esenzioni, o privilegi agli ordini dei cittadini, imperciocchè la uguaglianza loro di faccia alla legge si possa mantenere, e però si deva. Insomma se la sera il dì, e il fine lauda la impresa, bisogna dire, che da questa riforma nacquero nuovi mali, e fu impedito rimediare agli antichi.

Ora, trapassando ad altra disamina, diremo, che avendo di già esposto con quanta agevolezza venisse fatto ad Andrea impossessarsi della città, parrebbe insania paragonarlo in questo a Cammillo, ad Arato, a Pelopida, o a Trasibulo; nulla in questo fatto ti apparisce, che sia da lodarsi per magnanimo ardimento, o per aperta virtù, o per astuta ferocia. Inoltre i Genovesi, quanto furono facili fin lì a tirarsi addosso il dominio straniero, altrettanto si mostrarono valenti a buttarselo giù dalle spalle, quante volte lor piacque: in ogni caso il merito nuovo di Andrea per avere cacciato i Francesi adesso, varrebbe a bilanciare il demerito antico di averceli introdotti. Certo parecchi cittadini dei maggiorenti, e taluno anco suo consorte lo intimarono con prieghi e con minacci a levarsi da cotesta impresa di liberare Genova, ed invece di gratitudine e di gloria gli promettevano aborrimento ed infamia: questo non si può negare, ma è vero altresì, che troppi più lo chiamavano; ed egli avrà provato allora, come noi adesso proviamo, che i codardi sono più pronti a impedire, che gli animosi a fare.

Liberato che ebbe Genova dai Francesi, che cosa fece egli mai se non renderla mancipia degli Spagnuoli? Di ciò la storia somministrain copia riscontri. Notabili questi: al primo patto stipulato fra Andrea e Cesare per la sua condotta, il quale si versava intorno alla libertà di Genova, lo Imperatore rispose succinto: — piace e così si faccia in buona e valida forma. — Ora essendo stata questa condotta prorogata per due anni a Bologna, il 10 Marzo 1530, Cesare crebbe di proprio moto lo stipendio ducati 500 per ogni galera, con che però Andrea pensasse a provvederle di polvere e di palle a conto suo; dopo il leccume egli così di straforo l'accettazione semplice del primo patto muta con parole agguindolate, le quali a tempo e luogo porgono il filo per convertirle in lacciuolo: — e s'intenda, che cotesta repubblica, e i cittadini, e giurisdizione suoi sieno conservati e mantenuti, purchè osservino, e conservino la nostra autorità, e preminenza imperiale[25]. — Lascia da parte, che dell'alterata forma non si accorse Andrea, e minor bruscolo, che 6500 ducati all'anno non sono, basta ad offuscare la vista; tu, per poco che ci posi la mente, conoscerai come Genova sia serva in mano al Doria per assoggettarla altrui. Anzil'uno serviva all'altro; il Doria, con la reputazione dello Imperatore, si teneva sottomessa la Repubblica, ed in cotesto strano reggimento si confermava: lo Imperatore per converso, con la reputazione del Doria, e il favore dei suoi partigiani, si conservava divota la città. Di vero, o ch'era mai il Doria, se avesse liberata veramente la patria, per istipulare in privata scrittura, e affatto speciale ai suoi interessi lo Stato di lei? I cittadini, pigliando la cosa sul serio, non volevano più che l'oratore cesareo stesse a Genova nel modo di prima, al quale effetto spedirono Vincenzo Pallavicino a Montobbio dandogli per commissione di dissuadere don Lopez oratore di S. M. cesarea a venirci, procurando però di adoperare parole e modi i più acconci a non isdegnarlo[26]: l'oratore non gli dette retta, e ci andò, e dopo lui altri, e comandavano a bacchetta; più tardi Carlo V volle rimurare la fortezzaed introdurci presidio spagnuolo, e il Doria tentennò quasi assentendo; poi, fatta migliore considerazione, si oppose; ma per suo utile; imperciocchè, fino a tanto che Genova per suo mezzo rimaneva subietta allo Imperatore, fosse mestieri con esso lui trattare come confederato, mentre che se lo Imperatore vi dominasse direttamente, la città acquistava forze proprie a scapito suo, ed egli si riduceva in condizione di suddito pari ad ogni altro. Lo Imperatore, lasciando correre, operò in guisa, che Genova gli restasse attaccata con due maniere d'interessi diversi tra loro gelosi, e nondimanco costretto a vigilare l'un l'altro per mantenerglisi in fede; i quali furono, gl'interessi dei nobili adescati in Ispagna con la ingordigia dei guadagni, mediante i traffici, e con la paura del perdere i presti, che aveva cavato da loro, porgendo una fama credibile come taluno dei nobili genovesi gli andasse creditore niente meno che di un milione di oro; grossa somma ai tempi nostri, a quelli ingentissima: l'altro interesse fu quello del Doria preso dai doni, dal soldo, dalla grandezza della sua casa fondata sopra uffici e feudi di provenienza imperiale, e posti su quel dello impero. D'ora in poi Genova non ha più vita propria, ed anco si mostra intaccata dentro come chi patisce del male del tisico.Fuori veruno la rappresenta, e se il re di Francia chiederà più tardi gli mandino ambasciatore Luigi Alamanni, e la facultà di servirsi, egli ed i confederati suoi, dei porti della Liguria, il Doge ed il Senato circa l'oratore risponderanno: temere, fra questo e lo ambasciatore cesareo non fosse per uscirne contesa; liberissima essere Genova: tuttavia fresca della riforma, ed aderente a Cesare; però dovere innanzi tutto devozione a lui, onde sembrava spediente senza il suo consenso non aversi a movere foglia: quanto ai porti si serva, ma badi bene; Turchi non se ne vogliono; e poichè il Re aveva messo avanti non so che parole di danaro, anco a questo con breve sermone risposero: la borsa pubblica vuota, piene quelle dei privati, ma su questo non avere la Signoria potestà veruna. Celebri sempre i Genovesi per anteporre l'utile privato al pubblico, e ne lasciarono esempio miserabile nella formazione della propria città, dove, ad ogni piè sospinto, tu miri come il cittadino, invece di mettere la sua casa in guisa che la città se ne ornasse, pigli un pezzo di patria per accomodare la sua casa. Adesso poi gl'intelletti si chiudono così, che il Veneto sagace referendo al suo Senato la condizione di Genova di cotesti tempi notava con parole piene disapienza civile: — circa alla forma poi del governo fuori dello Stato, in questo non essendo loro accaduto necessità di trattare con gli altri Stati, nè potentati, eccetto che col re Filippo, il quale si è sempre mostrato loro assai comodo, et oltre a questo non essendo loro occorso di maneggiarsi altramente, non si possono promettere, che in ogni caso potesse esservi un numero di persone esercitate in simili governi, ma si ha da sperare, che la necessità partorirebbe virtù ed ingegno[27]. — E, come si chiudono gl'intelletti, avvizzisconsi i cuori, sicchè a noi Italiani non rimane altra balía che di venire a turpe gara di titoli e servitù, come scrisse quella intemerata coscienza dei tempi nostri Giovambattista Niccolini; e valga il vero, Jacopo Bonfadio, che pure piaggiava la nobilea genovese, ci descrive a questo modo la preclara cortesia accaduta fra Giovambattista Lercaro spedito in compagnia di Francesco Fiesco e Niccolò Giustiniano alla incoronazione dello Imperatore a Bologna, e gli oratori francesi e sanesi. Mentre Carlo V, addobbato degli arredi imperiali esce da una cappella per entrare in un'altra a sentire la messa, ecco occorrergli gli oratori sanesi, epretendere la precedenza. Il Lercaro non la intende e contrasta; il maestro delle cerimonie, udito il piato, giudica in pro dei Sanesi: non per questo il Genovese lascia la presa, anzi perfidia allegando non so quale decreto, in virtù del quale lo Imperatore antepone i Genovesi ai Fiorentini; però i Sanesi inferiori a questi non aversi a pigliare in considerazione: allora Carlo infastidito, invece di uscire ultimo, esce primo, e gli oratori dietro alla rinfusa: ma la cosa non finiva qui; entrati nella cappella maggiore, l'oratore di Ferrara vieta al Lercaro di salire sul palco, e il Genovese senza badargli tira di lungo; di qui rumore da capo: allora il Papa comanda al Ferrarese, taccia; quegli per obbedienza tace, ma subito gli sottentra nella lite l'oratore di Siena, e il Lercaro, ch'è, che non è, gli appiccica una solenne ceffata; un compagno del Sanese sopraggiunge alla riscossa, e ghermita la cappa del Lercaro gliene straccia fino in fondo un gherone; per lo che inviperito il Lercaro gli mena tale col piè sinistro un calcio, che colui ranchettando esce di chiesa piagnoloso per dolore: — cotesto fatto, conchiude il Bonfadio, fu per il Lercaro bellissimo et onorevolissimo, però che egli avesse in quel giorno con le mani, co' piedi, e con la lingua difeso le ragioni della Repubblica. — Seil Bonfadio, scrivendo così, piaggiava bassamente, o, come credo piuttosto, irrideva malignamente le miserie della patria, certo una giusta Nemesi lo trasse più tardi al patibolo infame.

Dove andò Genova? Quella Genova, che durante la guerra pisana aveva messo in assetto 627 navigli, e nella veneziana 165 galere con 45000 Genovesi, di cui ottomila vestiti di oro e di seta? Al partirsi della libertà, il demonio del male si rovescia sopra di lei come sopra di un'anima dannata; i commerci arricchiscono pochi, e l'universale languisce; la fame ci si dà la muta con la peste, e spesso desolano di conserto la città; di qui un nugolo di ladri come sorci notturni, e come sorci frequentatori di fogne, che adesso cominciano a munire con grate di ferro; incendii spaventevoli, e moti di mare, che, minacciando sobbissare la Liguria, sforzano i magistrati, venuta meno ogni provvidenza umana, di ricorrere alla divina. Menate in processione le reliquie di San Giovambattista placaronsi i flagelli, così affermano gli storici tutti, però che allora tutti fossero bigotti o fingessero. Gesti contro ai pirati se ne fecero, ma pochi, e piuttosto in utile dei privati che della città: tali i fasti della repubblica di Genova, dopo che con falso nome di Libertà venne posta nellasubiezione di Carlo imperatore di Austria e dei suoi successori. Mette sgomento nel cuore a vedere quella robusta natura del Doria studiarsi, con ogni maniera bassezze, a convertire il suo palazzo di Genova in locanda per comodo dei suoi imperiali padroni; e lui locandiere non solo, bensì soprassagliente, nella gravissima età di ottantaquattro anni, per menare incolume nella Italia, sopra una stupenda quinquereme, Filippo di Spagna che il mondo nomòdemonio meridiano. Contrista profondo considerare come nel suo testamento, allorchè i casti pensieri della tomba arieno a purgare l'anima dell'uomo con la virtù di un secondo battesimo, Andrea, non pago del proprio servaggio, scongiuri ed ammonisca gli eredi e successori suoi a servire il cattolico Re di Spagna, e delle Sicilie[28]: e Giovannandrea, che subito gli tenne dietro, dopo avere per quanto gli bastò la vita compiuto il legato di Andrea, presso a morte anch'egli commette all'erede procuri mantenere il suo palazzo sempre in assetto così, che possa serviredi albergo ai padroni, che passeranno per Genova. Nè mancò allora un Bonfadio, come ve ne ha dovizia anco adesso, il quale, adornando con istile di retore la tristizia dei tempi, a quel modo che si costuma co' fiori ai defunti, diceva: — indi in poi si attese meglio alle azioni civili et alle buone arti della pace, le quali indubitatamente si devono anteporre agli studi della guerra. — Così scambiandosi le carte in mano, lodaronsi sempre gl'inciviliti cui ozio con vergogna talenta meglio di libertà con travaglio.

Egli allora non poteva farsi tiranno, però che quantunque fosse stata la sua, in ogni tempo, potentissima casa, e tuttavia durasse, pure non n'era egli mica principale nè capo. La libertà poi impartiva vita alle nostre repubbliche come l'anima ai corpi umani, ed a morire si provavano dure: in fatti perchè i Medici potessero togliere la libertà a Firenze ci fu mestieri una sequela di uomini insigni di varie virtù tutte volte alla dominazione, ricchezze eccessive, Stato a poco a poco soverchiante la uguaglianza civile, subiezione dei vari ordini di cittadini per via di presti, e di ogni altra maniera comodi; parecchi cardinali, e due papi. Inoltre, e parmi questa considerazione capitale, perchè Andrea venisse a capo nella impresa di levare Genovadi sotto alla dominazione della Francia, aveva necessità che i patrizi del suo paese prima e dopo lo sovvenissero: ora è da credersi, ch'eglino si sarebbono tirati indietro dal pericolo di cimentarsi col re Francesco, e da mettere a repentaglio vite e sostanze pel fine unico di barattare la servitù di Francia con la domestica; la quale, a cui la prova, riesce così amara che poco più è morte. Alla tirannide domestica bisogna ammannire di lunga mano il fondamento e con astuzia grande. Intanto notiamo come le arti di Andrea somigliassero quelle degli altri cittadini che all'ultimo si misero la patria sotto; la nostra storia c'insegna che quando una parte, per abbattere l'altra, ha conferito soverchio potere ad una famiglia, o ad un uomo, ovvero ha sofferto che con vari colori, comecchè in apparenza onesti, se lo pigli, ha pagato cotesta gioia infelice a prezzo di libertà; di ciò porgono testimonianza gli Scala, i Carrara, i Visconti, i Baglioni, i Bentivogli, i Petrucci, e senza aggiungere nomi i tirannelli d'Italia quasi tutti; poi, quando si vuole riparare al male, difficilmente si può, chè negli animi entra la paura, e l'interesse assidera il cuore; in ispecie se il tiranno proceda industrioso a blandire, e risoluto a percotere senza badare a rispetti.

Così Andrea, spente le fazioni Adorna e Fregosa,legò Genova al carro della sua fortuna, onde questa città, principalissima del Mediterraneo, oggimai non poteva più operare contro di lui, ma nè anco diverso da quanto a lui talentasse.

Genova, in ordine agli antichi instituti, aveva a mantenere negli arsenali venticinque galere con le ciurme sforzate in punto, e da parecchio tempo ella ne possedeva alcune poche a custodia del porto; ben ella, tosto ricuperata la libertà, mise mano a costruirne dodici, e così per gli eccitamenti dei padri, vi si affaticavano alacri dintorno, che in breve stavano per fornirle, quando di repente nel mezzo di una notte arsero tutte. Il Bonfadio, non senza malizia, raccontato il fatto, aggiunge: — se questo fosse a caso o per trattato di huomini, non havendone certezza, non ardisco affermare cosa veruna. — Però importa avvertire come Andrea in quel torno non possedesse più di tredici galee, che poi accrebbe fino a venti, onde fu visto un cittadino di città libera tenere ai suoi comandi una forza, contro la quale la città non avrebbe saputo che cosa opporre; indizio certo, se non di libertà perduta, di prossima servitù. Nè reca troppa specie il valore delle galee, il quale, quando furono venti, poteva sommare a un quattrocentomila ducati, bensì le genti prepostea governarle, che tu puoi mettere mille per galera; sicchè tu vedi che Andrea, cittadino privato, poteva di punto in bianco buttare a Genova un ventimila tra schiavi e soldati; e da ciò argomento di che razza libertà con costui si avesse a godere. Certo, se egli avesse voluto assoggettarsela, su quel subito, nessuno gli avrebbe potuto resistere, ma, per durare anche poco, bisognava smettere le faccende marittime, e, stando fermo in città, logorarsi nelle contese domestiche, e così scemare di reputazione come di forza, mentre le vittorie, le prede, e il grado di ammiraglio gli davano autorità e potenza irresistibili: nota eziandio che, fermandosi in casa avrebbe dovuto mettere a capo dell'armata altro capitano, e ai tempi che correvano non era da fidarsi nè manco dei prossimi parenti, e tu considera come Filippino, uomo di smisurato valore, che vinta la impresa di Capri aveva pure dato prova ad Andrea di fede piuttosto unica, che rara, non venne mai più preposto da lui a cosa di conto, e d'allora in poi le sue galere egli capitanò da sè, finchè non valse a surrogarlo l'erede Giannettino, e questi morto, il figliuolo Giovannandrea. Però di quello che Andrea sapeva dissimulare con senile prudenza apparvero più tardi manifesti segni in Giannettino, e tali per cui l'Adriani,storico grave, e della buona scuola, là dove discorre delle cause della congiura del Fiesco c'insegna, che rimosso Andrea, come quello che si credeva con la riputazione sua, e il favore dei partigiani mantenesse Genova nella divozione dello Imperatore, la città avrebbe potuto molto agevolmente restituirsi al vivere antico, e più che tutto impressionava il timore, che Giannettino passerebbe il segno, bastato ad Andrea, il quale si mostrava contento nella propria patria dell'onore, che ai suoi concittadini era piaciuto dargli, ed alcuna volta anco di meno, a patto però, che vi si fosse mantenuto lo Stato del tutto parziale allo Imperatore, da cui egli ricavava utile, e credito grandissimi. Della insolenza, del soldatesco e però prepotente piglio, e dei modi, più che principeschi, tirannici di Giannettino fanno fede parecchi storici genovesi; nè li contrasta nessuno. Onde per dirlo con frase proverbiale, se Genova quanto a servitù non si trovava in forno, certo era su la pala.

E quando ogni altra riprova mancasse, basterebbe questa. Oberto Foglietta, che quantunque laudato ampiamente qui sopra, noi non possiamo celebrare secondo i meriti per alcune giuste e sante parole dette al Doria, dichiarato reo di maestà condannarono a perpetuo esilio;se gli confiscassero anco i beni, non è chiaro, ma siccome ce lo affermano povero, forse non glieli poterono pigliare perchè non ne aveva; nè, finchè visse Andrea, gli perdonò mai; lui morto la Repubblica lo ribenedisse certo a mediazione di Giovannandrea, a cui dedicò gli elogi degli uomini illustri.

Ora le parole provocatrici del rancore implacabile di Andrea furono queste. Dopo avere nel suo libro della Repubblica di Genova confortato costui ad imitare lo esempio di Ottaviano Fregoso, il quale ruinando la fortezza mostrò quanto avesse più a caro il bene della patria, che la grandezza sua, gli disse: — se la patria tu ami davvero, rendile le galee, che questo solo fie valevole argomento, che alla grandezza della casa tua il pubblico bene tu preferisci: conciossiachè come potremo noi salutarti liberatore, se conservi in casa tanta potenza con la quale, quantunque volte ti piaccia, opprimerai la libertà? Come benediremo te padre, se un cittadino, un uomo di una di quelle famiglie da cui presumi avere affrancato la patria, dimostrò maggior segno di affetto, e desiderio della libertà di te, che pure te ne vanti liberatore? Nè la fortezza al Fregoso, nè il principato, quella abbattuta, questo dimesso, erano cose, che fossero a lui meno profittevoli o meno accette, che le tue galere a te. —

E non pertanto il nome di Andrea Doria sonò e suona come di cittadino principalissimo in Genova, mentre quello di Ottaviano Fregoso o va obliato o appena si rammenta: questa, oltrechè ingiustizia suprema, sarebbe indizio manifesto di non sanabile perversità se, considerando diligentemente la cosa, non andassimo capaci come ciò avvenga, piuttostochè per ispregio di coscienza, per fallacia di giudizio: infatti celebrando Andrea Doria padre della patria e restauratore di libertà, essi errano nell'oggetto, non già nello affetto. Avventurati noi, e bene imprese le nostre fatiche se ci fosse concesso raddrizzare gli storti giudizi! Nobilissima mercede dello storico è la potenza di rendere, e far sì che altri renda la giustizia ai meritevoli, togliendola a cui indegnamente la usurpò: intanto i lettori leggano questo, e ci pensino sopra. Ottaviano Fregoso profferse sincero la renunzia al dogado; Andrea finse, però che, conservando lo ufficio di censore perpetuo, poneva fondamento alla tirannide: Ottaviano, ruinando la fortezza, si fece inerme dentro città armata, Andrea, mentre Genova (fortuna o insidia che fosse) perde le galee, ritiene le sue e le accresce di numero. Il primo, libero di sè, leva ogni dipendenza alla patria; costretto dalla forza altrui la confida alla protezione della Francia,il secondo liberissimo sottopone la Repubblica all'Austria; bene la governa indi innanzi la gente Doria, ma per lei. Genova ormai, come la favola racconta che avvenne allo incantatore Merlino, sepolta viva dentro un avello imperiale, si sente morire.

La maggiore o minore servitù non rileva o poco, imperciocchè la libertà consista, è vero, nel patto delle franchigie, ma troppo più che nel patto, stia per mio avviso, nella potenza di costringere altrui ad osservarlo preciso e sincero.

E poichè la materia non solo lo comporta, ma altresì ne fa debito, dirò come in certo libro diElogi dei Liguri illustri, pubblicato da certo abate Giovambattista Raggio, un anonimo, il quale si segna con le lettere A. B. dettando lo elogio di Agostino Spinola, dopo avere, e a ragione, biasimato la strage del Fiesco e dei parziali suoi a Montobbio, di cui sarà discorso in appresso, scrive così: — oltrechè non sappiamo quanto fosse la magnificata libertà concessa dal Doria alla patria, nè quanto possa dirsi giustamente donato il non tolto, ma ai nomi oltraggiati ripara la posterità nella calma delle passioni e delle parti. — Ma ciò non piace all'abate Raggio, il quale, redarguendo l'anonimo scrittore, dichiara, che se la bontà dellecose si deve argomentate dagli effetti grandi, sarebbe stato ad ogni modo degno di eterna lode il beneficio del governo ordinato dal Doria, come quello, che partorì fuori pace, concordia dentro, ricchezze, e copia dei beni di Dio. Ed è falso, eccetto le ricchezze, che ci furono sì, ma salario di servitù; e se come il Raggio avverte, cotesta riforma piacque allo storico Giustiniano, doveva ammonire eziandio, come la famiglia di lui appartenesse alle ventotto degli oppressori; se giorni di pace succedessero alla riforma, lo dica la storia d'Italia; se concordia dentro, lo attestino i tumulti del 1547 e del 1575. Nè basta; chè lo stesso abate, dopo avere magnificato le leggi del Doria, ed il vivere libero instituito da lui, ecco che nello elogio di Ambrogio Spinola mi esce fuori a commendare questo, però che ardisse prima contrapporsi alla traboccante autorità di Giovannandrea successore di Andrea Doria, la quale, soprastando a tutti, minacciava spegnere la libertà; e ci racconta come Ambrogio, valendosi dell'autorità sua e del favore che godeva larghissimo in corte di Spagna, impedì la promozione al dogado di Agostino Doria caldeggiata a tutto uomo da Giovannandrea per aumentare sempre più casa sua. Donde possono cavarsi due considerazioni; la prima, che se la tirannidedei Doria non mise radice in Genova, più che ad altro se ne deve grazia alla fortuna, la quale negò ad Andrea successori quali li dava a Cosimo dei Medici a Firenze, e suscitò emulo a loro Ambrogio Spinola, capitano famoso, che meritò comune con Demetrio il nome dipoliorcete[29]e per dovizie fu chiamato ilricco, contendendo col quale era più facile scapitare che vincere: la seconda considerazione cade su l'essere gli elogi di tutte le cattive maniere di scritture pessima, come quelli, che guastano la politica, alterano la morale e sconciano l'arte: massime se composti da diversi, e raccolti in fascio, che allora ti compariranno sovente uno contrastare all'altro; nè per essi ti riuscirà più intendere quale regola di giustizia tu abbia a seguire, e quale d'ingiustizia evitare.

Andrea Doria non pure della libertà della propria patria si mostrò tenero, ma eziandio dell'altrui finchè ci trovò il conto; questo mancatogli, si attenne alla tirannide, parendogli potere fare con essa a maggiore sicurtà. Da principio noi lo vediamo studioso a indurre Firenze ad accordare con Cesare, al quale effetto persuase Luigi Alamanni, che lo accompagnò in Ispagna, a tornarsene a Firenze, equivi adoperarsi presso la Signoria, onde mandasse oratori a Cesare prima che ei si partisse da Barcellona, che per la parte sua egli avrebbe cercato, che l'accordo ad ogni modo seguisse. Luigi, venuto a Firenze, espose la proposta, la quale fu argomento di pratica nel Consiglio. Antonfrancesco degli Albizzi lesse un discorso pro, Tommaso Soderini contro, e, mandato a voti il partito, si vinse non si accordasse, a ciò indotti da parecchie ragioni, ma più che tutto dai giuramenti di Francesco I, il quale prometteva, sopra la sua fede di gentiluomo, non sarebbe mai entrato in lega con Clemente VII, nè fatto accordo senza metterceli dentro.

Ira o coscienza lo inasprisse poi, tale dimostrò Andrea in seguito animo iniquo contro a Firenze, che se di più non le nocque, certo è da credersi non dipendesse da lui.

Ricordano le storie come tre galee del Doria, venendo da Napoli, passarono via dinanzi a Livorno senza salutare, com'è di costume, il porto, onde Beco Capassoni, il quale era contestabile della fortezza, riputandole nemiche, ne sfondò una con le artiglierie; e comecchè i Fiorentini mandassero persone a posta per iscusarsi, Andrea mise mano addosso, per rappresaglia, a molte bestie in Val di Serchio,e agli averi dei mercanti a Genova, a Lucca e a Pietrasanta, e questo parve caso luttuosissimo non solo per ciò, ma anco e più, perchè fu colpa, che Jacopo, e Francesco Corsi perdessero il capo, e certo vetturale di Calcinaia restasse condannato alla forca, come si può vedere nel libro undecimo delle storie di Benedetto Varchi.

Baccio Valori, avendolo richiesto lo soccorresse di artiglierie per pigliare Volterra difesa dal commissario Francesco Ferruccio, gli mandò un cannone da sessanta, due colubrine, un mezzo cannone, e un sagro con 360 palle di ferro, che, imbarcate alla Spezia, giunsero alla spiaggia di Bibbona il 18 Aprile 1530; e peggio ancora, come lo vediamo somministrare ai danni della Repubblica fiorentina veracemente e sola in travaglio per la libertà d'Italia, così le taglia insidioso i nervi alle difese: i mercanti fiorentini stanziati a Lione, mossi da patria carità, ed anco pei conforti di Luigi Alamanni volendo sovvenire il commissario Ferruccio che attendeva in Pisa a far massa di soldati, tanto da comporre un esercito nuovo, il quale con lo aiuto dei Cancellieri e dei montanari di Pistoia bastasse a rompere l'esercito imperiale e papalino assediante Firenze, collettarono fra loro ventimila scudi di oro; nè lipotendo rimettere per via di lettere di cambio, consegnaronli all'Alamanni affinchè per terra o per acqua li portasse a Genova, e quinci a Pisa con destro viaggio. Messere Luigi, per più sicurezza, scelse il cammino per terra, e, giunto al confine ligure, spedì al Doria un messo per averne il salvocondotto di passare incolume le terre del Genovesato, non immaginando nè manco per sogno, che, stante la molta amicizia la quale passava fra loro, fosse per negarglielo Andrea, e questo fu quello che per lo appunto gl'intervenne con molta amarezza di lui e biasimo del Doria, non pure dei presenti, ma dei futuri. Animo e corpo il Doria si era dato a Cesare.

E poichè fu confitta la Italia in croce, Andrea più tardi si mise di mezzo a sconficcarla: forse per avanzarne i chiodi. Quando i fuorusciti e i Cardinali fiorentini spedirono oratori in Ispagna a movere querela contro al duca Alessandro, il Doria prese a favorirli grandemente proponendo a Carlo V, che dove avesse restituito la libertà a Firenze, egli si sarebbe adoperato, con molta speranza di venirne a capo, ad ordinare una lega tra Lucca, Siena, Firenze e Genova, la quale eleggendo lui per capitano, lo Imperatore avrebbe potuto noverare il nuovo Stato fra quelli a lui massimamentedevoti. Ma la necessità sola agguanta i principi per gli orecchi, e gli costringe ad ascoltare la ragione dei popoli; Carlo allora si sentiva gagliardo così, che poco dopo, assalita Provenza, sperò conquistare la Francia; e poi, per imperiale istinto, dalle repubbliche ei repugnava: nè penso che il comando di Andrea sopra una lega poderosa gli garbasse: ragione per dubitare della fede di Andrea lo Imperatore non aveva, che co' benefizi se lo era legato; ma se fidati è buono, non ti fidare è meglio di lui, e se questa regola di governo nacque prima in Corte non so; so questo per altro, che da moltissimo tempo vi fu accolta e ci ha stabile stanza.

Riuscito invano siffatto tentativo, Andrea si sprofondava nell'odio contro la libertà. Nel 1527, tornando di Spagna in compagnia di grossa mano di soldati, udita la morte del duca Alessandro, gl'invia in Toscana per mantenervi i popoli in devozione dello Imperatore, e però impedire, che si riscattino dalla servitù. Col granduca Cosimo si mostrò svisceratissimo, per quanto glielo permettessero il tenace interesse, il gelo degli anni e l'indole sospettosa. Dopo ciò non si dica, che Andrea avversando la libertà fuori, la favorisse in casa, dacchè ella non sia pianta, che qui attecchiscae lì no; formando ella parte di umanità, perseguitandola in un luogo, la perseguiti da per tutto.

Altri dice: Andrea fare oltre, e meglio di quello ch'ei fece, per avventura non potè; il bene e il male formano termine di confronto nelle vicende umane, che, quanto al bene assoluto, non si conosce, ed anco, conoscendolo, all'uomo forse non è concesso arrivarci: così, se il governo di casa non fu buono, parve almeno l'unico possibile in coteste contingenze, e, tranne poche mutazioni, durò 269 anni; fuori, nella rovina delle fortune italiche, fondò stato immune dalla immediata potestà straniera: forse le prerogative attribuite al Doria superarono la modestia del cittadino di libera repubblica, ma potè risparmiare alla patria l'onta del presidio spagnuolo.

In questo modo ragiona una scuola che, per essere timida e bugiarda, si presume prudente. Della riforma interna abbiamo detto quanto basta. Rispetto a Genova, affermiamo, che, se Andrea avesse secondato il senso patrio, che nel popolo genovese non venne mai meno, e la operosità, stupenda dote di lui, avrebbe potuto ammannire cinquanta galee, le quali avrieno posto la Repubblica in grado a secondare le occasioni di avvantaggiarsi con le leghe, ampliaree confermare lo Stato. Nè fa ostacolo la fede allo Imperatore, imperciocchè, messo anco da parte, che la patria deva andare innanzi a tutto, e che commette ingiustizia suprema chiunque obblighi, o si obblighi a fare cosa contraria a lei, onde la forma del contratto non può vincere la sostanza di quello; non curato nè pure lo esempio, non che dei principi, dello stesso Papa (esempi a vero dire dagli onesti imitabili poco), di leghe strette, allo improvviso tronche, rannodate da capo, per iscioglierle alla prima occasione sotto pretesto di cacciare i barbari d'Italia, nulla impediva ad Andrea che, venuto il termine della prima condotta, si scansasse da rinnovarla, essendo appunto la decorrenza del tempo il modo più piano col quale cessano le obbligazioni. Per lo contrario Andrea, con venti galere in Genova disarmata, qui è tiranno, in Ispagna schiavo; condottiero altrui, non cittadino: egli conta la patria fra i suoi capitali fruttiferi; la milizia diventa un traffico per guadagnare moneta, o buscare, se capita, qualche terra o città; la patria vassalla siede con le ciurme sopra i banchi delle sue galere e voga con lui.

Ora fa più di ventotto anni, che, scrivendo io il libro delloAssedio di Firenze, giudicai Andrea Doria nè grande cittadino, nè della suapatria liberatore: nel medesimo libro, e a modo che mi spirava amore, mi posi con industria a purgare Michelangelo Bonarroti dall'accusa di avere derelitta per formidine la patria; ora il cercare lungo pei volumi della storia mi confermava nel giudizio intorno al Doria, da quello sopra il Bonarroti mi dissuadeva. Miseria grande ella è questa per noi! che, tenendoti al male, quasi sempre ti apponi, mentre per converso con la medesima spessezza tu la sbagli supponendo il bene. Così oggi come allora io penso, che se in Andrea fossero stati cuore e mente magnanimi, avrebbe potuto, volendo, mutare la faccia della Italia; la lega delle Repubbliche, tardi ed in mal punto immaginata, se fosse stata proposta allo Imperatore mentre durava in lui la paura dei Francesi, poteva farsi, e costituirsi gagliarda, mercè di vincoli con sapienza tessuti; non difficile, anzi destro approfittarsi dell'odio, che i due emuli si avvicendavano implacabile; e quando anco si fosse dovuto con industria prolungarlo ed inasprirlo, questo non è vietato da legge divina od umana, quando sia per liberare la patria dalla servitù straniera. Ne porgevano congiuntura propizia le cose della religione scompigliate in Alemagna, torbide in Francia; il Turco minaccevole: forse (questo però assevero non senza peritanza)il Papa non si sarebbe, almeno in quel torno, mostrato nemico alla salute della Italia.

Quanto poi alla prova riesca agevole abbattere questi colossi dalla fronte di bronzo, dai piè di creta, lasciati da parte gli esempi, che si rinnovano cotidianamente dinanzi agli occhi, ci basti toccare i prossimi ai tempi dei quali favelliamo. Di vero la Repubblica di Firenze resse sola contro lo Imperatore e il Papa, e stette ad un pelo per vincerli, nè vuolsi dubitare nè manco, che gli avrebbe abbattuti tutti, se le fosse proceduto amico Andrea, come pur troppo ella ebbe a sperimentarlo nemico: più tardi la fortuna offerse un'altra occasione con la guerra di Siena; nè fu reputato folle, bensì arditissimo il disegno di Francesco Burlamacchi da Lucca. Certo in fama non si salisce, che con molto rischio. Vari i talenti degli uomini, ma vari hanno da essere altresì i premii. Andrea fu vago sopra tutto di beni terreni, ed ebbe in copia sostanze, e quelli, che corre il costume di appellare onori; fu principe, fu cavaliere, prima di San Michele, poi del Tosone; una bestia e un santo; ammiraglio di re, d'imperatore e di papa; tanto deve bastargli; la fama di liberatore della patria ei lasci ai pochissimi eccelsi, che si misero dentro a tanta impresa anima e corpo, senza pretendere, comesenza sperare altro guiderdone, eccetto la lode, e le più volte postuta.

Questo poi io ho reputato debito scrivere, non in odio di Andrea, ma per giustizia verso coloro, i quali dal fatto magnanimo non si aspettando altro che fama, è mestieri, che questa sia conservata per loro intatta ed intera. Se le parole paressero troppe a taluno, pensi, che lo errore s'insinua negli animi umani come il pruno dentro le carni presto, e profondo, sicchè a volernelo cavare ci bisognano tempo e diligenza infiniti.

Se il Doria non fosse stato un grande capitano, adesso io non istarei a dettarne la vita, ma affermo risoluto, che, scrivendo di lui, non penso, e non ho pensato mai esporre i gesti di un grande cittadino.


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