APPENDICELETTERA INEDITA DI FRANCESCO BURLAMACCHI«Molto magnifici Signori. Da poi che intesi Andrea Pissini essere andato a Pisa e di lì auto cavalli per andare a Firenze a rivelare quello che io avevo ragionato con Ciesari di Benedino alla Excelentia del Duca di Firenze, parendomi di avere errato; conosciendo che a vostre S. M. dava disturbo, affanno e spesa, pensai salvarmi. E così aveo ordinata la cosa, secondo me, benissimo. Ma siando piaciuto a Dio di fare che non seguisse così come l'aveo hordinata, bisogna ringraziarne Dio, che le S. vostre magnifiche ne saranno più giustificate. E ancho che a me habbi a esser di pregiudisio più che non sarè stato se fussi stato fuora (che come si dicie è meglio essere uccello di boscho che di cabbia), nè averò pasiensiae sforzeromi di andarmi accomodando alla volontà di Dio,sine quo factum est nihil: e dirò alle S. V. M. la cosa come stà.Avendo lecto molti libri di storie e considerato che quando un paese è unito insieme e che stia d'accordio, in quel paese si stà sicuramente e però allegramente, e inoltre lecto che la Toscana antichissimamente è stata in quella unione che io attendevo di fare, mi pareva che, potendosi fare, fusse cosa avesse a tornare in gran benefisio della città delle M. S. V. e conseguentemente di tutta la Toscana. E così andavo pigliando piacere di pensarvi, andavo da me considerando se ci fusse modo a farla. E così siando stato in questo pensiere, andai pensando che fusse bene far quelle ordinanse di montagna; chè quando si feciono quelle del piano non ero in quella considerazione[31]. E parendo al generale della città che fusse così bene per poterci difendere el paese, si vinseno. E siandosi vinte, mi pareva che fusse stato assai. E così andai poi vedendo di essere fatto uno de' commissari di quelle hordinanse di montagne. E così siando stato fatto avendo questo pensiere, ne parlai con Ciesari di Benedino, mostrandoli el modo che secondo me era facile a succiedere; al quale, per essere stato soldato, prestavo qualche fede. Ecosì siando parso ancho a lui, ne andavo ragionando e pensando, se mai fusse tempo di metterla in effetto, che era al presente, per molte opportunità che concorrevano; e così consigliavamo quanto fusse da fare. E in questo è accaduto che, avendoli ditto la importansia che era di tener la cosa secreta, lui parendoli che fosse secreto assai ancho che la conferisse con Andrea Pissini, la conferì secho. E lui avendo ricevuto dal M. Consiglio, secondo però gli pareva, torto della suplica che si lesse in Consiglio e che si determinò sopra: che la fanciulla, che era in casa sua, nipote di Agnello, avesse a stare in quel luogho che allo spettabile officio delle vedove paresse honesto e buono; o vero parendoli avere ricevuto torto da me, che l'avessi passata o consigliato la si passasse fra le M. S. V. e da poi si mettesse a Consiglio, s'è voluto vendicare contra tutta la città e contra me; che bastava vendicarsi contra di me; e farne advertite le M. S. V.: e quelle mi aren dato quel castico fusse parso ragionevile: dove che al presente bixognerà ghovernarsi altramente, e le S. V. M. ne faranno quello parrà più espediente per la città che bisogna ben consigliarla.El modo che aveo pensato fare era questo. Di far venire l'ordinansa della Vicaria del Borgo qui in la città, così come eran venute quelle del Bagno e di Villa. E questa era di più numero di giente che altra ordinansa, perchè inquesta è compresa la Vicaria di Gallicano, e tutte sono sotto il colonnello Gian Tommaso. E perchè vi è molti di quelli che sono sotto ditta hordinansa, che sono molto discosti, facevo pensieri, ed ancho tornava meglio a quello volevo fare, ordinar che fosse la mattina al ponte a Moriano, e lì vedere che avesse buono rinfrescamento o da poi farla venire el giorno in la città. E potendo, che credo sarè stato facile, ci arei condutto la hordinansa del Ponte a Moriano, che el commissario Nicolao Bernardi non penso avesse mancato. E così facevo conto di farla venire qui in la città che, fatta la mostra, si fusse partita alle 22 hore e meso, o 23; e riduttola in prato, dove facievo conto di darli da mangiare; e passar così el tempo fino a mezz'hora, o una hora di nocte, e da poi hordinar che andasseno per la via di Santa Anna a passare al ponte a Salissimo e a Pontetetto, e di là qui, e poi andarsene in montagna. Quando fussero là mostrar che vi fosse stato nuove delle gente del Duca, e così inanimatoli condurli alla volta del monte San Giuliano e da poi a Pisa. E avrè avuto la banda del Colle e così quella del Pon San Pieri, talmente che saremmo stati 1800 fanti. E inoltre avrè hordinato a Camajore che fusse partita la banda di là e venutane a Chiesa; e di là andarsene a Pisa. Talmente che con quella giente, e col dar nome della libertà, si può tenere per certo che gli arè incitati a pigliare l'arme, e insieme con noi andarne allavolta di Firenze. E anche aveo pensato mandar a far 500 fanti a Pontremoli, et esser el primo su l'armi e al dar danari: quali danari cioè lire 4 per fante con prometter buona paga, pensavo non avessen a manchare. Di verso Pescia facievo conto che la banda di Villa e del Bagno vi andassen, e non penso avessen mancato li colonnelli, maxime scrivendoli io che ero commissario, e siando stato in quel luogo che sono stato[32], talmente che poteva facilmente andar tutto bene.A Castelnuovo ancho e per la Garfagnana facievo pensieri far come a Pontremoli, di sorta che la cosa si potea tener a 15 soldi per lira[33].Le opportunità che erano sono queste: li cattivi portamenti del Duca contra li suoi sudditi, che tutti erano malcontenti, e ogni poco di cosa che si fusse visto non mancavano di attacarceli: non avere un soldato solo in tutto el suo stato: e anche non esser gente in Italia: et esser io commissario: et essere stato nel luogo vostro: e avere preso (faciendo conto di far questo) amicisie a Pescia, a Pistola, aBargha e a Pisa; talmente che si poteva sperarne buona fine, e così fatto la cosa, far conto si vivesse in questa Toscana securamente e allegramente.Questi sono stati ragionamenti, e ne avevo parlato con questi gentiluomini senesi generalmente, ma particolarmente con M. Giambaptista Humidi, e con M. Marciello, quali mi sconfortavano, et io gli assegnavo le ragioni che pareno vi fossero; e se cie li avessi potuti condurre, che noi di qua e lor di là, in un medesimo tempo ci fossino missi in arme, si potea dire el giuocho vinto. Ma non è piaciuto a Dio! Pur non s'era pensato ancho di avere licensia dalle S. V. M., di condur qua la banda che si aveva a condurre; nè anche parlatone, aspettando la opportunità. E forsi sarè indugiato e non fatta; che homo si poteva pentire e dismetterla. Le S. V. M. ànno inteso el ragionamento e pensamento; quelle deliberino quello che si ha da fare: che Dio piaccia al meglio spirarle!»
«Molto magnifici Signori. Da poi che intesi Andrea Pissini essere andato a Pisa e di lì auto cavalli per andare a Firenze a rivelare quello che io avevo ragionato con Ciesari di Benedino alla Excelentia del Duca di Firenze, parendomi di avere errato; conosciendo che a vostre S. M. dava disturbo, affanno e spesa, pensai salvarmi. E così aveo ordinata la cosa, secondo me, benissimo. Ma siando piaciuto a Dio di fare che non seguisse così come l'aveo hordinata, bisogna ringraziarne Dio, che le S. vostre magnifiche ne saranno più giustificate. E ancho che a me habbi a esser di pregiudisio più che non sarè stato se fussi stato fuora (che come si dicie è meglio essere uccello di boscho che di cabbia), nè averò pasiensiae sforzeromi di andarmi accomodando alla volontà di Dio,sine quo factum est nihil: e dirò alle S. V. M. la cosa come stà.
Avendo lecto molti libri di storie e considerato che quando un paese è unito insieme e che stia d'accordio, in quel paese si stà sicuramente e però allegramente, e inoltre lecto che la Toscana antichissimamente è stata in quella unione che io attendevo di fare, mi pareva che, potendosi fare, fusse cosa avesse a tornare in gran benefisio della città delle M. S. V. e conseguentemente di tutta la Toscana. E così andavo pigliando piacere di pensarvi, andavo da me considerando se ci fusse modo a farla. E così siando stato in questo pensiere, andai pensando che fusse bene far quelle ordinanse di montagna; chè quando si feciono quelle del piano non ero in quella considerazione[31]. E parendo al generale della città che fusse così bene per poterci difendere el paese, si vinseno. E siandosi vinte, mi pareva che fusse stato assai. E così andai poi vedendo di essere fatto uno de' commissari di quelle hordinanse di montagne. E così siando stato fatto avendo questo pensiere, ne parlai con Ciesari di Benedino, mostrandoli el modo che secondo me era facile a succiedere; al quale, per essere stato soldato, prestavo qualche fede. Ecosì siando parso ancho a lui, ne andavo ragionando e pensando, se mai fusse tempo di metterla in effetto, che era al presente, per molte opportunità che concorrevano; e così consigliavamo quanto fusse da fare. E in questo è accaduto che, avendoli ditto la importansia che era di tener la cosa secreta, lui parendoli che fosse secreto assai ancho che la conferisse con Andrea Pissini, la conferì secho. E lui avendo ricevuto dal M. Consiglio, secondo però gli pareva, torto della suplica che si lesse in Consiglio e che si determinò sopra: che la fanciulla, che era in casa sua, nipote di Agnello, avesse a stare in quel luogho che allo spettabile officio delle vedove paresse honesto e buono; o vero parendoli avere ricevuto torto da me, che l'avessi passata o consigliato la si passasse fra le M. S. V. e da poi si mettesse a Consiglio, s'è voluto vendicare contra tutta la città e contra me; che bastava vendicarsi contra di me; e farne advertite le M. S. V.: e quelle mi aren dato quel castico fusse parso ragionevile: dove che al presente bixognerà ghovernarsi altramente, e le S. V. M. ne faranno quello parrà più espediente per la città che bisogna ben consigliarla.
El modo che aveo pensato fare era questo. Di far venire l'ordinansa della Vicaria del Borgo qui in la città, così come eran venute quelle del Bagno e di Villa. E questa era di più numero di giente che altra ordinansa, perchè inquesta è compresa la Vicaria di Gallicano, e tutte sono sotto il colonnello Gian Tommaso. E perchè vi è molti di quelli che sono sotto ditta hordinansa, che sono molto discosti, facevo pensieri, ed ancho tornava meglio a quello volevo fare, ordinar che fosse la mattina al ponte a Moriano, e lì vedere che avesse buono rinfrescamento o da poi farla venire el giorno in la città. E potendo, che credo sarè stato facile, ci arei condutto la hordinansa del Ponte a Moriano, che el commissario Nicolao Bernardi non penso avesse mancato. E così facevo conto di farla venire qui in la città che, fatta la mostra, si fusse partita alle 22 hore e meso, o 23; e riduttola in prato, dove facievo conto di darli da mangiare; e passar così el tempo fino a mezz'hora, o una hora di nocte, e da poi hordinar che andasseno per la via di Santa Anna a passare al ponte a Salissimo e a Pontetetto, e di là qui, e poi andarsene in montagna. Quando fussero là mostrar che vi fosse stato nuove delle gente del Duca, e così inanimatoli condurli alla volta del monte San Giuliano e da poi a Pisa. E avrè avuto la banda del Colle e così quella del Pon San Pieri, talmente che saremmo stati 1800 fanti. E inoltre avrè hordinato a Camajore che fusse partita la banda di là e venutane a Chiesa; e di là andarsene a Pisa. Talmente che con quella giente, e col dar nome della libertà, si può tenere per certo che gli arè incitati a pigliare l'arme, e insieme con noi andarne allavolta di Firenze. E anche aveo pensato mandar a far 500 fanti a Pontremoli, et esser el primo su l'armi e al dar danari: quali danari cioè lire 4 per fante con prometter buona paga, pensavo non avessen a manchare. Di verso Pescia facievo conto che la banda di Villa e del Bagno vi andassen, e non penso avessen mancato li colonnelli, maxime scrivendoli io che ero commissario, e siando stato in quel luogo che sono stato[32], talmente che poteva facilmente andar tutto bene.
A Castelnuovo ancho e per la Garfagnana facievo pensieri far come a Pontremoli, di sorta che la cosa si potea tener a 15 soldi per lira[33].
Le opportunità che erano sono queste: li cattivi portamenti del Duca contra li suoi sudditi, che tutti erano malcontenti, e ogni poco di cosa che si fusse visto non mancavano di attacarceli: non avere un soldato solo in tutto el suo stato: e anche non esser gente in Italia: et esser io commissario: et essere stato nel luogo vostro: e avere preso (faciendo conto di far questo) amicisie a Pescia, a Pistola, aBargha e a Pisa; talmente che si poteva sperarne buona fine, e così fatto la cosa, far conto si vivesse in questa Toscana securamente e allegramente.
Questi sono stati ragionamenti, e ne avevo parlato con questi gentiluomini senesi generalmente, ma particolarmente con M. Giambaptista Humidi, e con M. Marciello, quali mi sconfortavano, et io gli assegnavo le ragioni che pareno vi fossero; e se cie li avessi potuti condurre, che noi di qua e lor di là, in un medesimo tempo ci fossino missi in arme, si potea dire el giuocho vinto. Ma non è piaciuto a Dio! Pur non s'era pensato ancho di avere licensia dalle S. V. M., di condur qua la banda che si aveva a condurre; nè anche parlatone, aspettando la opportunità. E forsi sarè indugiato e non fatta; che homo si poteva pentire e dismetterla. Le S. V. M. ànno inteso el ragionamento e pensamento; quelle deliberino quello che si ha da fare: che Dio piaccia al meglio spirarle!»
NOTE1.Questi fu un ingegnoso fabbro fiorentino il quale non metteva mano a verun lavoro, e fosse pure il principe, se prima non gli lasciavano la caparra; onde ebbe il soprannome diCaparra: egli fece gli anelli e gli altri ornamenti di ferro del palazzo Strozzi.2.Nella Biblioteca di Lucca.3.Storie fiorent.lib. 33.4.Storia de' suoi tempi, lib. 5.5.Storia d'Italia, di seguito al Guicciardini, lib. 5.6.Baroni.Armi delle famiglie nobili di Lucca, t. 8, ms. nella Biblioteca lucchese.7.Ms. nella biblioteca di Lucca.8.Contratto di nozze rogato il 29 ottobre 1525, ind. XIV, notaro Giuseppe da Piscilla.9.Miscel. Lucen. ms. nella Biblioteca del Municipio.10.Dalli can., Cron. di Lucca compilata sopra la più antica di Salvatore Dalli ms. nella Biblioteca del Municipio.11.Spada Alessandro, Storia lucchese ms. fino al 1594: «operò tanto essere nominato dei 3 commessari di esse milizie, nel quale uffizio si mostrò diligentissimo e cortesissimo, ond'era dai soldati amato, ed i suoi colleghi a lui si riportavano.»CivitaliGiuseppe, Storia di Lucca fino al 1572 ms.: «si faceva molti amici, facendo piacere a ciascheduno, spendendo anco del suo patrimonio e con evidente danno della sua famiglia, e trascurava le sue faccende con mala sodisfatione dei suoi.»12.La è strana la etimologia delSantoviene: e dicono che i Sanesi aspettando il capo di san Ausano, il quale aveva ad essere intromesso in Siena dalla porta Eugenia, quivi in gran numero convenissero, e standovi su le spine a causa della impazienza, di tratto in tratto per cosa che vedessero movere alla lontana gridavano: «Il santo viene», per lo che, smesso il nome di porta Eugenia, prese l'altro di Santoviene.13.«E dico che di dir non mi dà il cuore,E lascio dire a un altro dicitore.»Malmantile — 6 canto.14.MartirisEpistola universis ecclesiæ lucensis fidelibus, 1543.15.Io scrittore ricordo come nella primissima età frequentando la scuola dei padri barnabiti di Livorno, mi tafanassero per farmi pigliare in odio il Castelvetro come uomo empio, zotico ignorantissimo e maligno, e se più ne sai, più ne metti; mercè loro consegnai alla memoria questo primo sonetto della corona del Caro contro messer Castelvetro Ludovico che ancora non ci è voluto uscire, e ormai non ci uscirà più:«O vituperio della umana gente!I sacri studi e le onorate scole,Onde ha l'alma virtù perpetua prole,Ond'è simile a Dio la nostra mente,«Contamina un sfacciato, un impudenteVeglio immaginator di ombre e di fole,Di cui lo stil, lo inchiostro e le paroleSon la rabbia, il veleno, il ferro e il dente.«Questo empio vecchio per fare empio altruiCoi caduti dal ciel nostri avversariVenuto è in terra fuor dei regni bui.«Quinci turba le cattedre e gli altariE muove guerra ai santi, e tu da luiMisera età senno e valore impari!....»Singolare è il confronto degli epitafi di questi due più che avversari nemici: si mette su quello del Caro come principalissimo vantola fedeltàovveroservitùa Pierluigi Farnese e al cardinale Alessandro suo figliuolo; su l'altro del Castelvetro si scrive come conforto del decennale esilio cheliberoriposa, inliberaterra, doveliberamentemorì.16.Il magnanimo Alfonso era anco poeta; difatti avendo Torquato Tasso richiesto la provvista del vino al dispensiere del duca, questi rispose in rima:«Una botte di vin sia data al Tasso,«E mangi e beva e dorma e vada a spasso.»E bene stà: i poeti di corte non hanno a fare altro, e ringrazino Dio se non li mettono in gabbia a cantare. Anco in Inghilterra ilsalariodel poeta di corte fu ed è una botte di malvagìa all'anno.17.Nella relazione di questo caso mandata dall'oratore Veneto residente a Roma al senato si legge: «Furono i rei diecisette, dei quali quindiciabiurati, restando condannati, chiserrati in perpetuo fra due muri, chi in prigion perpetua, chi in galea perpetua o per tempo, ed alcuni appresso in certa somma di danari per la fabbrica che si ha da far....»18.Il Laderchio annalista papalino desidera che il Tuano referendo la condanna del Carnesecchi avesse dichiarato s'ei fu arso vivo o morto, e poi afferma come la Chiesa non abbia mai condannato persona a perire vivo fra le fiamme; però egli stesso nel volume seguente XXIII, pag. 200, emenda l'error suo su questo particolare. Il buon Cantù, che tante cose sa, questa finge ignorare, e ciò a profitto di quella scellerata curia di cui si costituiva campione:nec tali auxilio, nec defensoribus istis tempus eget.19.In certa oda adPetrum Carnesecchumdel Flaminio soppressa per cautela del Mancurti occorrono questi versi:Non loci tamen ulla temporisveIntervalla, tuos mihi lepores,Non mors ipsa adiment. Manebo tecum,Tecum semper ero tibique semperMagnam partem animæ meæ relinquam.I quali recati nel volgar nostro suonano così: «nè di tempo spazio nè di luogo nè la morte stessa fie che mi tolga le grazie tue; sempre teco starommi e teco sempre sarò e a te pur sempre di questa anima mia lascerò gran parte.» Questo altro non prova se non che le bugie possono significarsi tanto bene in latino quanto in italiano; vero è che l'oda fu soppressa dal Mancurti, ma il Flaminio non avrebbe operato diverso, sendo uomo pusillanime e rimesso secondatore dei tempi.20.Furono pubblicate anco due note di libri proibiti, come si ricava dal Manuale della Cancelleria del 10 luglio 1545 fog. 57, e dal libro delle Riformagioni nello Archivio di Stato, Arm. 45, n. 18. fog. 39.Antonio BrucioliPietro Martire VermigliFra' Bernardo OchinoGiovanni EcolampadioSimone HessyGiusto IonaGiovanni LeoniceroGiovanni VicleffoGiovanni DelenioGiovanni PomeranioLeone IudeBullingerioErasmo SarcerioOsvaldo Miconio, LucemarioGiovanni BomelioSommario di scrittureErmano Bodio, e tra le altre opere la sua Unione dei dissidentiLibri tre della penitenzaFilippo MelanetonioOttone BrunsfegioUlderico ZuinglioGiovanni BrismannoAndrea CarlostadioUlrico UttenioMartino BuceroGiovanni HusPietro ArtopeoLamberto PellicanoHeirischioGiovanni BrenzioCharicio Cogelio e AricioArsace SchofferMartino LuteroDottrina vecchia e nuova, volgare e latina di Urbano RegioGiovanni HepinoOchino, della ConfessioneVita nuova, e certa sua semplice dichiarazionePasquillo in Ispirito, e tutti gli altri contenenti eresia, ovvero opinione di eresia, precipuamente condannati dalla santa chiesa romana per dichiarazione dello spettabile Officio. Finchè li proibì la Chiesa questi libri cercaronsi, compraronsi, con pericolo si tennero e lessero: oggi li vietò la filosofia, e cascarono giù nell'oblio, donde veruno varrà a trarli fuora.21.Vedi la Dichiarazione autografa di F. Burlamacchi su questo proposito nel Cap. ultimo.22.Nuove ricerche ci hanno fatto conoscere come in Lucca fosse instituito l'Ufficio delle vedove e dei pupilli: ora davanti a questo fu discusso il piato fra i Pessini, che venne primamente composto per via di transazione, cui non volendo osservare quel malanno di Andrea, Agnello ricorse ai magnifici Signori, i quali tutti il 23 agosto 1546 decisero la transazione si adempisse: onde par vero, almeno in parte, che Andrea Pessini non del solo Francesco Burlamacchi, bensì della intera Signoria volesse vendicarsi.23.Nel capitolo antecedente ho detto che il Burlamacchi quando tornò in palazzo ebbe cura di abolire la lettera che scrisse innanzi di lasciarlo per provvedere alla sua salute con la fuga, deponendola sul tavolino di camera sua; tuttavia reputò spediente sostituire alla lettera distrutta certa narrativa che il diligente signor Lione Del Prete rinvenne e pubblicò nel tomo 12 p. 309 2.º S. dello Archivio Storico italiano: gli è certo che la lettera doveva contenere cose buone a dirsi, se riusciva la fuga e buone a tacersi se questa andava come andò fallita: però simile scrittura deve considerarsi se non simulatrice, almeno in parte dissimulatrice del vero; nondimeno in tanta scarsezza di documenti relativi alla vita del Burlamacchi qui la metto, come quella che, nota a pochi, pure emana autenticamente da lui.24.Cosmus Medices dux florentiæ.Le vostre del 4 sono state gratissime al solito per i molti avvisi.....Quel che a noi occorre dirvi dell'occorentie di qua si è che dopo che fu scoperto el trattato del Burlamacchi confaloniere di Lucca del quale per le nostre de 29 del passato vi demmo avviso, furono inviati qua da noi prima un secretario et dipoi dui ambasciatori di quella città per persuaderci che la cosa non havesse fondamento alcuno faciendola leggiera quanto più si poteva, con allegar che detto confaloniere è persona capricciosa et pazza, il che quanto sia verisimile lo demostra il luogo supremo che teneva di quella signoria et l'officio di commissario della militia loro. Noi, premendo la cosa per l'interesse nostro et non punto meno per quello di S. Maestà nella coniuntura che ella si trova di presente, giudicammo expediente di ricercare quei Signori che si contentassino di darlo in mano nostra per insin a tanto che noi l'havessimo fatto examinare con intervento et presentia di qualche uomo loro et questo per bene intendere e' particularj della cosa et chi erano i compiici et fautori, et per tale effetto mandammo a Lucca uno del nostro consiglio a fare ogni istantia possibile che ce lo concedessino con promessione di rimetterlo nelle mani loro subito che si fussi esaminato. Ma nò ce l'hanno voluto concedere, come quelli (pensiamo noi) che debbon sapere che costui ha in corpo molto più di quello che loro hanno mandato fuora, et non vogliano si propali maxime che de compiici et fautori ce ne debbono essere assai della città loro et d'altronde, et forse persone d'importanza. Haviamo fatto noto el tutto a S. M. dalla quale speriamo sì come ella fece gratia a quei Signori del Fascinello (sic) per lo interesse della città loro vorrà anco che Costui sia examinato fuor di Lucca nelle mani nostre o in altro luogo conveniente, perchè si sappia lo intero di questo trattato et per il suo et per il nostro interesse, et ci è parso dare anche conto di tutto questo a voi per vostra informatione perchè sappiate di che maniera e' Lucchesi si deportino verso di noi in questo negotio et la satisfazione che lo animo nostro può e deve prendere di loro.Gli avvisi più freschi che habbiamo della corte......Da Firenze Alli XI di Settembre 1546El duca di Florentia.25.Et subito postosi da se medesimo alla corda spoliato e dopo ligato e alsato per brasa quattro o circa da terra e quivi stando sospeso ecc. — Processo negli archivi di stato.26.Et allora alzato, squassato, ecc. — Id.27.Cavaliere, come si è visto di sopra, i Lucchesi chiamavano il boia: proprio così; io non ci metto su nè olio ne sale.28.Si noti che la massima parte delle parole, in ispecie poi quelle che pongo in bocca al Burlamacchi, furono tolte dal processo originale.29.Di nuovo avverto il processo originale fatto al Burlamacchi in Lucca si trova nello archivio di stato, Serie A Armario 4, N. 44; occorre stampato nella Biografia del Minutoli, ma in parte manchevole: perchè ciò facesse ignoro. —30.Sentenza di morte di Cesare Benedino. «6 luglio 1566 C. Cesare di Niccolaio Benedino da Lucca, per havere da più tempo in qua insieme con Francesco Burlamacchi cittadino lucchese in diversi luoghi havuto intelligenza di macchinare et perturbare il pacifico e quieto stato e benessere di S. E. S. con intrare di notte armata mano in la città di Pisa et quella furtivamente tôrre a essa S. E, e con animo perverso entrare in più luoghi dello stato sollevando et facendo movimenti in danno di quella, et essere andato a Venezia e conferito il loro malanimo a banditi e ribelli di quella, come più appieno appare nella sentenza, fu condannato ad essere decapitato in su un palco perciò da farsi nella piazza di S. Pulinare et la testa messa sur una picca.A dì detto fu es: lib: 299 e 42.Veduto il processo et l'esame fatto dal capitano Cesare di Niccolaio Benedino da Lucca, dove in sostanza si contiene che il prefato capitano insieme con Francesco Burlamacchi cittadino lucchese dello anno....... o più vero tempo in Lucca et in più e diversi altri luoghi havere havuto intelligentia di macchinare et perturbare il pacifico et quieto stato e bene essere dello Illmo Signor nostro il signor duca di Fiorenza et di Siena, con entrare di notte, armata mano, in la città di Pisa e quella furtivamente torre alla prefata E. S. con animo perverso d'intrare in più luoghi dello stato e sollevando il popolo fare molti e diversi movimenti in danno et pregiuditio di S. E. I. et dei suoi fedelissimi sudditi, et a questo effetto più volte è andato a Venezia e conferito questo loro cattivo animo e pensamento con più sbanditi e ribelli della prefata S. E. I. e fatti più altri discorsi e cattivi effetti tendenti solo a mettere in esecutione il malo intento loro, come più largamente et a pieno appare nel detto processo, examine et costituti in un libro a parte nella cancelleria di detto magistrato. Et veduta la ratificatione fatta per lui davanti al magistrato e tutto quello che fu a vedere et a considerare, et volendo intorno a ciò fare conveniente e meritevole giustizia acciocchè di tal suo fallo mai più per tempo alcun possa gloriarsi, ma la sua pena passi in esempio agli altri. — Per ciò lo condanniamo ad essere menato in sulla piazza di S. Pulinare presso al palazzo della residenza di detto magistrato, dove per il ministro d'iustitia in su un palco a ciò deputato gli sia tagliatoil capo dalle spalle sì et in tal modo che l'anima dal corpo si divida(non si può negare a cotesti giudici il merito di significare precisamente il proprio concetto)e la testa fittae confitta in su una picca su detto palco per termine di tre o quattro ore, al tutte le predette cose con ogni et.»A dì 15 luglio et.31.Le ordinanze della Montagna furono stabilite il 17 maggio 1544. Notisi che da quel tempo il Burlamacchi meditava il suo disegno; e da quanto dice può credersi che a questo effetto egli n'eccitasse la istituzione.32.Allude qui alla carica di gonfaloniere che avea ricoperto.33.IntendasiPer tre quarti assicurata, ossiadi molto probabileriuscita. È un modo di dire che può sembrare strano, ma che trovasi nel Machiavelli e in altri cinquecentisti. Notabile questo Ricordo di messere Francesco Guicciardini CCLX: — Chi ha governo di citta, o di popoli, se li vuole tenere corretti, bisogna ch'e' sia severo in punire tutti e delitti, ma può usare misericordia nella qualità delle pene, perchè dai casi atroci, e quelli che hanno bisogno di esemplo in fuora, assai è ordinariamente se gli altri delitti sono punitia 15 soldi per lira.
1.Questi fu un ingegnoso fabbro fiorentino il quale non metteva mano a verun lavoro, e fosse pure il principe, se prima non gli lasciavano la caparra; onde ebbe il soprannome diCaparra: egli fece gli anelli e gli altri ornamenti di ferro del palazzo Strozzi.
1.Questi fu un ingegnoso fabbro fiorentino il quale non metteva mano a verun lavoro, e fosse pure il principe, se prima non gli lasciavano la caparra; onde ebbe il soprannome diCaparra: egli fece gli anelli e gli altri ornamenti di ferro del palazzo Strozzi.
2.Nella Biblioteca di Lucca.
2.Nella Biblioteca di Lucca.
3.Storie fiorent.lib. 33.
3.Storie fiorent.lib. 33.
4.Storia de' suoi tempi, lib. 5.
4.Storia de' suoi tempi, lib. 5.
5.Storia d'Italia, di seguito al Guicciardini, lib. 5.
5.Storia d'Italia, di seguito al Guicciardini, lib. 5.
6.Baroni.Armi delle famiglie nobili di Lucca, t. 8, ms. nella Biblioteca lucchese.
6.Baroni.Armi delle famiglie nobili di Lucca, t. 8, ms. nella Biblioteca lucchese.
7.Ms. nella biblioteca di Lucca.
7.Ms. nella biblioteca di Lucca.
8.Contratto di nozze rogato il 29 ottobre 1525, ind. XIV, notaro Giuseppe da Piscilla.
8.Contratto di nozze rogato il 29 ottobre 1525, ind. XIV, notaro Giuseppe da Piscilla.
9.Miscel. Lucen. ms. nella Biblioteca del Municipio.
9.Miscel. Lucen. ms. nella Biblioteca del Municipio.
10.Dalli can., Cron. di Lucca compilata sopra la più antica di Salvatore Dalli ms. nella Biblioteca del Municipio.
10.Dalli can., Cron. di Lucca compilata sopra la più antica di Salvatore Dalli ms. nella Biblioteca del Municipio.
11.Spada Alessandro, Storia lucchese ms. fino al 1594: «operò tanto essere nominato dei 3 commessari di esse milizie, nel quale uffizio si mostrò diligentissimo e cortesissimo, ond'era dai soldati amato, ed i suoi colleghi a lui si riportavano.»CivitaliGiuseppe, Storia di Lucca fino al 1572 ms.: «si faceva molti amici, facendo piacere a ciascheduno, spendendo anco del suo patrimonio e con evidente danno della sua famiglia, e trascurava le sue faccende con mala sodisfatione dei suoi.»
11.Spada Alessandro, Storia lucchese ms. fino al 1594: «operò tanto essere nominato dei 3 commessari di esse milizie, nel quale uffizio si mostrò diligentissimo e cortesissimo, ond'era dai soldati amato, ed i suoi colleghi a lui si riportavano.»CivitaliGiuseppe, Storia di Lucca fino al 1572 ms.: «si faceva molti amici, facendo piacere a ciascheduno, spendendo anco del suo patrimonio e con evidente danno della sua famiglia, e trascurava le sue faccende con mala sodisfatione dei suoi.»
12.La è strana la etimologia delSantoviene: e dicono che i Sanesi aspettando il capo di san Ausano, il quale aveva ad essere intromesso in Siena dalla porta Eugenia, quivi in gran numero convenissero, e standovi su le spine a causa della impazienza, di tratto in tratto per cosa che vedessero movere alla lontana gridavano: «Il santo viene», per lo che, smesso il nome di porta Eugenia, prese l'altro di Santoviene.
12.La è strana la etimologia delSantoviene: e dicono che i Sanesi aspettando il capo di san Ausano, il quale aveva ad essere intromesso in Siena dalla porta Eugenia, quivi in gran numero convenissero, e standovi su le spine a causa della impazienza, di tratto in tratto per cosa che vedessero movere alla lontana gridavano: «Il santo viene», per lo che, smesso il nome di porta Eugenia, prese l'altro di Santoviene.
13.«E dico che di dir non mi dà il cuore,E lascio dire a un altro dicitore.»Malmantile — 6 canto.
13.
«E dico che di dir non mi dà il cuore,E lascio dire a un altro dicitore.»Malmantile — 6 canto.
«E dico che di dir non mi dà il cuore,
E lascio dire a un altro dicitore.»
Malmantile — 6 canto.
14.MartirisEpistola universis ecclesiæ lucensis fidelibus, 1543.
14.MartirisEpistola universis ecclesiæ lucensis fidelibus, 1543.
15.Io scrittore ricordo come nella primissima età frequentando la scuola dei padri barnabiti di Livorno, mi tafanassero per farmi pigliare in odio il Castelvetro come uomo empio, zotico ignorantissimo e maligno, e se più ne sai, più ne metti; mercè loro consegnai alla memoria questo primo sonetto della corona del Caro contro messer Castelvetro Ludovico che ancora non ci è voluto uscire, e ormai non ci uscirà più:«O vituperio della umana gente!I sacri studi e le onorate scole,Onde ha l'alma virtù perpetua prole,Ond'è simile a Dio la nostra mente,«Contamina un sfacciato, un impudenteVeglio immaginator di ombre e di fole,Di cui lo stil, lo inchiostro e le paroleSon la rabbia, il veleno, il ferro e il dente.«Questo empio vecchio per fare empio altruiCoi caduti dal ciel nostri avversariVenuto è in terra fuor dei regni bui.«Quinci turba le cattedre e gli altariE muove guerra ai santi, e tu da luiMisera età senno e valore impari!....»Singolare è il confronto degli epitafi di questi due più che avversari nemici: si mette su quello del Caro come principalissimo vantola fedeltàovveroservitùa Pierluigi Farnese e al cardinale Alessandro suo figliuolo; su l'altro del Castelvetro si scrive come conforto del decennale esilio cheliberoriposa, inliberaterra, doveliberamentemorì.
15.Io scrittore ricordo come nella primissima età frequentando la scuola dei padri barnabiti di Livorno, mi tafanassero per farmi pigliare in odio il Castelvetro come uomo empio, zotico ignorantissimo e maligno, e se più ne sai, più ne metti; mercè loro consegnai alla memoria questo primo sonetto della corona del Caro contro messer Castelvetro Ludovico che ancora non ci è voluto uscire, e ormai non ci uscirà più:
«O vituperio della umana gente!I sacri studi e le onorate scole,Onde ha l'alma virtù perpetua prole,Ond'è simile a Dio la nostra mente,«Contamina un sfacciato, un impudenteVeglio immaginator di ombre e di fole,Di cui lo stil, lo inchiostro e le paroleSon la rabbia, il veleno, il ferro e il dente.«Questo empio vecchio per fare empio altruiCoi caduti dal ciel nostri avversariVenuto è in terra fuor dei regni bui.«Quinci turba le cattedre e gli altariE muove guerra ai santi, e tu da luiMisera età senno e valore impari!....»
«O vituperio della umana gente!
I sacri studi e le onorate scole,
Onde ha l'alma virtù perpetua prole,
Ond'è simile a Dio la nostra mente,
«Contamina un sfacciato, un impudente
Veglio immaginator di ombre e di fole,
Di cui lo stil, lo inchiostro e le parole
Son la rabbia, il veleno, il ferro e il dente.
«Questo empio vecchio per fare empio altrui
Coi caduti dal ciel nostri avversari
Venuto è in terra fuor dei regni bui.
«Quinci turba le cattedre e gli altari
E muove guerra ai santi, e tu da lui
Misera età senno e valore impari!....»
Singolare è il confronto degli epitafi di questi due più che avversari nemici: si mette su quello del Caro come principalissimo vantola fedeltàovveroservitùa Pierluigi Farnese e al cardinale Alessandro suo figliuolo; su l'altro del Castelvetro si scrive come conforto del decennale esilio cheliberoriposa, inliberaterra, doveliberamentemorì.
16.Il magnanimo Alfonso era anco poeta; difatti avendo Torquato Tasso richiesto la provvista del vino al dispensiere del duca, questi rispose in rima:«Una botte di vin sia data al Tasso,«E mangi e beva e dorma e vada a spasso.»E bene stà: i poeti di corte non hanno a fare altro, e ringrazino Dio se non li mettono in gabbia a cantare. Anco in Inghilterra ilsalariodel poeta di corte fu ed è una botte di malvagìa all'anno.
16.Il magnanimo Alfonso era anco poeta; difatti avendo Torquato Tasso richiesto la provvista del vino al dispensiere del duca, questi rispose in rima:
«Una botte di vin sia data al Tasso,«E mangi e beva e dorma e vada a spasso.»
«Una botte di vin sia data al Tasso,
«E mangi e beva e dorma e vada a spasso.»
E bene stà: i poeti di corte non hanno a fare altro, e ringrazino Dio se non li mettono in gabbia a cantare. Anco in Inghilterra ilsalariodel poeta di corte fu ed è una botte di malvagìa all'anno.
17.Nella relazione di questo caso mandata dall'oratore Veneto residente a Roma al senato si legge: «Furono i rei diecisette, dei quali quindiciabiurati, restando condannati, chiserrati in perpetuo fra due muri, chi in prigion perpetua, chi in galea perpetua o per tempo, ed alcuni appresso in certa somma di danari per la fabbrica che si ha da far....»
17.Nella relazione di questo caso mandata dall'oratore Veneto residente a Roma al senato si legge: «Furono i rei diecisette, dei quali quindiciabiurati, restando condannati, chiserrati in perpetuo fra due muri, chi in prigion perpetua, chi in galea perpetua o per tempo, ed alcuni appresso in certa somma di danari per la fabbrica che si ha da far....»
18.Il Laderchio annalista papalino desidera che il Tuano referendo la condanna del Carnesecchi avesse dichiarato s'ei fu arso vivo o morto, e poi afferma come la Chiesa non abbia mai condannato persona a perire vivo fra le fiamme; però egli stesso nel volume seguente XXIII, pag. 200, emenda l'error suo su questo particolare. Il buon Cantù, che tante cose sa, questa finge ignorare, e ciò a profitto di quella scellerata curia di cui si costituiva campione:nec tali auxilio, nec defensoribus istis tempus eget.
18.Il Laderchio annalista papalino desidera che il Tuano referendo la condanna del Carnesecchi avesse dichiarato s'ei fu arso vivo o morto, e poi afferma come la Chiesa non abbia mai condannato persona a perire vivo fra le fiamme; però egli stesso nel volume seguente XXIII, pag. 200, emenda l'error suo su questo particolare. Il buon Cantù, che tante cose sa, questa finge ignorare, e ciò a profitto di quella scellerata curia di cui si costituiva campione:nec tali auxilio, nec defensoribus istis tempus eget.
19.In certa oda adPetrum Carnesecchumdel Flaminio soppressa per cautela del Mancurti occorrono questi versi:Non loci tamen ulla temporisveIntervalla, tuos mihi lepores,Non mors ipsa adiment. Manebo tecum,Tecum semper ero tibique semperMagnam partem animæ meæ relinquam.I quali recati nel volgar nostro suonano così: «nè di tempo spazio nè di luogo nè la morte stessa fie che mi tolga le grazie tue; sempre teco starommi e teco sempre sarò e a te pur sempre di questa anima mia lascerò gran parte.» Questo altro non prova se non che le bugie possono significarsi tanto bene in latino quanto in italiano; vero è che l'oda fu soppressa dal Mancurti, ma il Flaminio non avrebbe operato diverso, sendo uomo pusillanime e rimesso secondatore dei tempi.
19.In certa oda adPetrum Carnesecchumdel Flaminio soppressa per cautela del Mancurti occorrono questi versi:
Non loci tamen ulla temporisveIntervalla, tuos mihi lepores,Non mors ipsa adiment. Manebo tecum,Tecum semper ero tibique semperMagnam partem animæ meæ relinquam.
Non loci tamen ulla temporisve
Intervalla, tuos mihi lepores,
Non mors ipsa adiment. Manebo tecum,
Tecum semper ero tibique semper
Magnam partem animæ meæ relinquam.
I quali recati nel volgar nostro suonano così: «nè di tempo spazio nè di luogo nè la morte stessa fie che mi tolga le grazie tue; sempre teco starommi e teco sempre sarò e a te pur sempre di questa anima mia lascerò gran parte.» Questo altro non prova se non che le bugie possono significarsi tanto bene in latino quanto in italiano; vero è che l'oda fu soppressa dal Mancurti, ma il Flaminio non avrebbe operato diverso, sendo uomo pusillanime e rimesso secondatore dei tempi.
20.Furono pubblicate anco due note di libri proibiti, come si ricava dal Manuale della Cancelleria del 10 luglio 1545 fog. 57, e dal libro delle Riformagioni nello Archivio di Stato, Arm. 45, n. 18. fog. 39.Antonio BrucioliPietro Martire VermigliFra' Bernardo OchinoGiovanni EcolampadioSimone HessyGiusto IonaGiovanni LeoniceroGiovanni VicleffoGiovanni DelenioGiovanni PomeranioLeone IudeBullingerioErasmo SarcerioOsvaldo Miconio, LucemarioGiovanni BomelioSommario di scrittureErmano Bodio, e tra le altre opere la sua Unione dei dissidentiLibri tre della penitenzaFilippo MelanetonioOttone BrunsfegioUlderico ZuinglioGiovanni BrismannoAndrea CarlostadioUlrico UttenioMartino BuceroGiovanni HusPietro ArtopeoLamberto PellicanoHeirischioGiovanni BrenzioCharicio Cogelio e AricioArsace SchofferMartino LuteroDottrina vecchia e nuova, volgare e latina di Urbano RegioGiovanni HepinoOchino, della ConfessioneVita nuova, e certa sua semplice dichiarazionePasquillo in Ispirito, e tutti gli altri contenenti eresia, ovvero opinione di eresia, precipuamente condannati dalla santa chiesa romana per dichiarazione dello spettabile Officio. Finchè li proibì la Chiesa questi libri cercaronsi, compraronsi, con pericolo si tennero e lessero: oggi li vietò la filosofia, e cascarono giù nell'oblio, donde veruno varrà a trarli fuora.
20.Furono pubblicate anco due note di libri proibiti, come si ricava dal Manuale della Cancelleria del 10 luglio 1545 fog. 57, e dal libro delle Riformagioni nello Archivio di Stato, Arm. 45, n. 18. fog. 39.
Pasquillo in Ispirito, e tutti gli altri contenenti eresia, ovvero opinione di eresia, precipuamente condannati dalla santa chiesa romana per dichiarazione dello spettabile Officio. Finchè li proibì la Chiesa questi libri cercaronsi, compraronsi, con pericolo si tennero e lessero: oggi li vietò la filosofia, e cascarono giù nell'oblio, donde veruno varrà a trarli fuora.
21.Vedi la Dichiarazione autografa di F. Burlamacchi su questo proposito nel Cap. ultimo.
21.Vedi la Dichiarazione autografa di F. Burlamacchi su questo proposito nel Cap. ultimo.
22.Nuove ricerche ci hanno fatto conoscere come in Lucca fosse instituito l'Ufficio delle vedove e dei pupilli: ora davanti a questo fu discusso il piato fra i Pessini, che venne primamente composto per via di transazione, cui non volendo osservare quel malanno di Andrea, Agnello ricorse ai magnifici Signori, i quali tutti il 23 agosto 1546 decisero la transazione si adempisse: onde par vero, almeno in parte, che Andrea Pessini non del solo Francesco Burlamacchi, bensì della intera Signoria volesse vendicarsi.
22.Nuove ricerche ci hanno fatto conoscere come in Lucca fosse instituito l'Ufficio delle vedove e dei pupilli: ora davanti a questo fu discusso il piato fra i Pessini, che venne primamente composto per via di transazione, cui non volendo osservare quel malanno di Andrea, Agnello ricorse ai magnifici Signori, i quali tutti il 23 agosto 1546 decisero la transazione si adempisse: onde par vero, almeno in parte, che Andrea Pessini non del solo Francesco Burlamacchi, bensì della intera Signoria volesse vendicarsi.
23.Nel capitolo antecedente ho detto che il Burlamacchi quando tornò in palazzo ebbe cura di abolire la lettera che scrisse innanzi di lasciarlo per provvedere alla sua salute con la fuga, deponendola sul tavolino di camera sua; tuttavia reputò spediente sostituire alla lettera distrutta certa narrativa che il diligente signor Lione Del Prete rinvenne e pubblicò nel tomo 12 p. 309 2.º S. dello Archivio Storico italiano: gli è certo che la lettera doveva contenere cose buone a dirsi, se riusciva la fuga e buone a tacersi se questa andava come andò fallita: però simile scrittura deve considerarsi se non simulatrice, almeno in parte dissimulatrice del vero; nondimeno in tanta scarsezza di documenti relativi alla vita del Burlamacchi qui la metto, come quella che, nota a pochi, pure emana autenticamente da lui.
23.Nel capitolo antecedente ho detto che il Burlamacchi quando tornò in palazzo ebbe cura di abolire la lettera che scrisse innanzi di lasciarlo per provvedere alla sua salute con la fuga, deponendola sul tavolino di camera sua; tuttavia reputò spediente sostituire alla lettera distrutta certa narrativa che il diligente signor Lione Del Prete rinvenne e pubblicò nel tomo 12 p. 309 2.º S. dello Archivio Storico italiano: gli è certo che la lettera doveva contenere cose buone a dirsi, se riusciva la fuga e buone a tacersi se questa andava come andò fallita: però simile scrittura deve considerarsi se non simulatrice, almeno in parte dissimulatrice del vero; nondimeno in tanta scarsezza di documenti relativi alla vita del Burlamacchi qui la metto, come quella che, nota a pochi, pure emana autenticamente da lui.
24.Cosmus Medices dux florentiæ.Le vostre del 4 sono state gratissime al solito per i molti avvisi.....Quel che a noi occorre dirvi dell'occorentie di qua si è che dopo che fu scoperto el trattato del Burlamacchi confaloniere di Lucca del quale per le nostre de 29 del passato vi demmo avviso, furono inviati qua da noi prima un secretario et dipoi dui ambasciatori di quella città per persuaderci che la cosa non havesse fondamento alcuno faciendola leggiera quanto più si poteva, con allegar che detto confaloniere è persona capricciosa et pazza, il che quanto sia verisimile lo demostra il luogo supremo che teneva di quella signoria et l'officio di commissario della militia loro. Noi, premendo la cosa per l'interesse nostro et non punto meno per quello di S. Maestà nella coniuntura che ella si trova di presente, giudicammo expediente di ricercare quei Signori che si contentassino di darlo in mano nostra per insin a tanto che noi l'havessimo fatto examinare con intervento et presentia di qualche uomo loro et questo per bene intendere e' particularj della cosa et chi erano i compiici et fautori, et per tale effetto mandammo a Lucca uno del nostro consiglio a fare ogni istantia possibile che ce lo concedessino con promessione di rimetterlo nelle mani loro subito che si fussi esaminato. Ma nò ce l'hanno voluto concedere, come quelli (pensiamo noi) che debbon sapere che costui ha in corpo molto più di quello che loro hanno mandato fuora, et non vogliano si propali maxime che de compiici et fautori ce ne debbono essere assai della città loro et d'altronde, et forse persone d'importanza. Haviamo fatto noto el tutto a S. M. dalla quale speriamo sì come ella fece gratia a quei Signori del Fascinello (sic) per lo interesse della città loro vorrà anco che Costui sia examinato fuor di Lucca nelle mani nostre o in altro luogo conveniente, perchè si sappia lo intero di questo trattato et per il suo et per il nostro interesse, et ci è parso dare anche conto di tutto questo a voi per vostra informatione perchè sappiate di che maniera e' Lucchesi si deportino verso di noi in questo negotio et la satisfazione che lo animo nostro può e deve prendere di loro.Gli avvisi più freschi che habbiamo della corte......Da Firenze Alli XI di Settembre 1546El duca di Florentia.
24.
Cosmus Medices dux florentiæ.
Le vostre del 4 sono state gratissime al solito per i molti avvisi.....
Quel che a noi occorre dirvi dell'occorentie di qua si è che dopo che fu scoperto el trattato del Burlamacchi confaloniere di Lucca del quale per le nostre de 29 del passato vi demmo avviso, furono inviati qua da noi prima un secretario et dipoi dui ambasciatori di quella città per persuaderci che la cosa non havesse fondamento alcuno faciendola leggiera quanto più si poteva, con allegar che detto confaloniere è persona capricciosa et pazza, il che quanto sia verisimile lo demostra il luogo supremo che teneva di quella signoria et l'officio di commissario della militia loro. Noi, premendo la cosa per l'interesse nostro et non punto meno per quello di S. Maestà nella coniuntura che ella si trova di presente, giudicammo expediente di ricercare quei Signori che si contentassino di darlo in mano nostra per insin a tanto che noi l'havessimo fatto examinare con intervento et presentia di qualche uomo loro et questo per bene intendere e' particularj della cosa et chi erano i compiici et fautori, et per tale effetto mandammo a Lucca uno del nostro consiglio a fare ogni istantia possibile che ce lo concedessino con promessione di rimetterlo nelle mani loro subito che si fussi esaminato. Ma nò ce l'hanno voluto concedere, come quelli (pensiamo noi) che debbon sapere che costui ha in corpo molto più di quello che loro hanno mandato fuora, et non vogliano si propali maxime che de compiici et fautori ce ne debbono essere assai della città loro et d'altronde, et forse persone d'importanza. Haviamo fatto noto el tutto a S. M. dalla quale speriamo sì come ella fece gratia a quei Signori del Fascinello (sic) per lo interesse della città loro vorrà anco che Costui sia examinato fuor di Lucca nelle mani nostre o in altro luogo conveniente, perchè si sappia lo intero di questo trattato et per il suo et per il nostro interesse, et ci è parso dare anche conto di tutto questo a voi per vostra informatione perchè sappiate di che maniera e' Lucchesi si deportino verso di noi in questo negotio et la satisfazione che lo animo nostro può e deve prendere di loro.
Gli avvisi più freschi che habbiamo della corte......
Da Firenze Alli XI di Settembre 1546
El duca di Florentia.
25.Et subito postosi da se medesimo alla corda spoliato e dopo ligato e alsato per brasa quattro o circa da terra e quivi stando sospeso ecc. — Processo negli archivi di stato.
25.Et subito postosi da se medesimo alla corda spoliato e dopo ligato e alsato per brasa quattro o circa da terra e quivi stando sospeso ecc. — Processo negli archivi di stato.
26.Et allora alzato, squassato, ecc. — Id.
26.Et allora alzato, squassato, ecc. — Id.
27.Cavaliere, come si è visto di sopra, i Lucchesi chiamavano il boia: proprio così; io non ci metto su nè olio ne sale.
27.Cavaliere, come si è visto di sopra, i Lucchesi chiamavano il boia: proprio così; io non ci metto su nè olio ne sale.
28.Si noti che la massima parte delle parole, in ispecie poi quelle che pongo in bocca al Burlamacchi, furono tolte dal processo originale.
28.Si noti che la massima parte delle parole, in ispecie poi quelle che pongo in bocca al Burlamacchi, furono tolte dal processo originale.
29.Di nuovo avverto il processo originale fatto al Burlamacchi in Lucca si trova nello archivio di stato, Serie A Armario 4, N. 44; occorre stampato nella Biografia del Minutoli, ma in parte manchevole: perchè ciò facesse ignoro. —
29.Di nuovo avverto il processo originale fatto al Burlamacchi in Lucca si trova nello archivio di stato, Serie A Armario 4, N. 44; occorre stampato nella Biografia del Minutoli, ma in parte manchevole: perchè ciò facesse ignoro. —
30.Sentenza di morte di Cesare Benedino. «6 luglio 1566 C. Cesare di Niccolaio Benedino da Lucca, per havere da più tempo in qua insieme con Francesco Burlamacchi cittadino lucchese in diversi luoghi havuto intelligenza di macchinare et perturbare il pacifico e quieto stato e benessere di S. E. S. con intrare di notte armata mano in la città di Pisa et quella furtivamente tôrre a essa S. E, e con animo perverso entrare in più luoghi dello stato sollevando et facendo movimenti in danno di quella, et essere andato a Venezia e conferito il loro malanimo a banditi e ribelli di quella, come più appieno appare nella sentenza, fu condannato ad essere decapitato in su un palco perciò da farsi nella piazza di S. Pulinare et la testa messa sur una picca.A dì detto fu es: lib: 299 e 42.Veduto il processo et l'esame fatto dal capitano Cesare di Niccolaio Benedino da Lucca, dove in sostanza si contiene che il prefato capitano insieme con Francesco Burlamacchi cittadino lucchese dello anno....... o più vero tempo in Lucca et in più e diversi altri luoghi havere havuto intelligentia di macchinare et perturbare il pacifico et quieto stato e bene essere dello Illmo Signor nostro il signor duca di Fiorenza et di Siena, con entrare di notte, armata mano, in la città di Pisa e quella furtivamente torre alla prefata E. S. con animo perverso d'intrare in più luoghi dello stato e sollevando il popolo fare molti e diversi movimenti in danno et pregiuditio di S. E. I. et dei suoi fedelissimi sudditi, et a questo effetto più volte è andato a Venezia e conferito questo loro cattivo animo e pensamento con più sbanditi e ribelli della prefata S. E. I. e fatti più altri discorsi e cattivi effetti tendenti solo a mettere in esecutione il malo intento loro, come più largamente et a pieno appare nel detto processo, examine et costituti in un libro a parte nella cancelleria di detto magistrato. Et veduta la ratificatione fatta per lui davanti al magistrato e tutto quello che fu a vedere et a considerare, et volendo intorno a ciò fare conveniente e meritevole giustizia acciocchè di tal suo fallo mai più per tempo alcun possa gloriarsi, ma la sua pena passi in esempio agli altri. — Per ciò lo condanniamo ad essere menato in sulla piazza di S. Pulinare presso al palazzo della residenza di detto magistrato, dove per il ministro d'iustitia in su un palco a ciò deputato gli sia tagliatoil capo dalle spalle sì et in tal modo che l'anima dal corpo si divida(non si può negare a cotesti giudici il merito di significare precisamente il proprio concetto)e la testa fittae confitta in su una picca su detto palco per termine di tre o quattro ore, al tutte le predette cose con ogni et.»A dì 15 luglio et.
30.Sentenza di morte di Cesare Benedino. «6 luglio 1566 C. Cesare di Niccolaio Benedino da Lucca, per havere da più tempo in qua insieme con Francesco Burlamacchi cittadino lucchese in diversi luoghi havuto intelligenza di macchinare et perturbare il pacifico e quieto stato e benessere di S. E. S. con intrare di notte armata mano in la città di Pisa et quella furtivamente tôrre a essa S. E, e con animo perverso entrare in più luoghi dello stato sollevando et facendo movimenti in danno di quella, et essere andato a Venezia e conferito il loro malanimo a banditi e ribelli di quella, come più appieno appare nella sentenza, fu condannato ad essere decapitato in su un palco perciò da farsi nella piazza di S. Pulinare et la testa messa sur una picca.
A dì detto fu es: lib: 299 e 42.
Veduto il processo et l'esame fatto dal capitano Cesare di Niccolaio Benedino da Lucca, dove in sostanza si contiene che il prefato capitano insieme con Francesco Burlamacchi cittadino lucchese dello anno....... o più vero tempo in Lucca et in più e diversi altri luoghi havere havuto intelligentia di macchinare et perturbare il pacifico et quieto stato e bene essere dello Illmo Signor nostro il signor duca di Fiorenza et di Siena, con entrare di notte, armata mano, in la città di Pisa e quella furtivamente torre alla prefata E. S. con animo perverso d'intrare in più luoghi dello stato e sollevando il popolo fare molti e diversi movimenti in danno et pregiuditio di S. E. I. et dei suoi fedelissimi sudditi, et a questo effetto più volte è andato a Venezia e conferito questo loro cattivo animo e pensamento con più sbanditi e ribelli della prefata S. E. I. e fatti più altri discorsi e cattivi effetti tendenti solo a mettere in esecutione il malo intento loro, come più largamente et a pieno appare nel detto processo, examine et costituti in un libro a parte nella cancelleria di detto magistrato. Et veduta la ratificatione fatta per lui davanti al magistrato e tutto quello che fu a vedere et a considerare, et volendo intorno a ciò fare conveniente e meritevole giustizia acciocchè di tal suo fallo mai più per tempo alcun possa gloriarsi, ma la sua pena passi in esempio agli altri. — Per ciò lo condanniamo ad essere menato in sulla piazza di S. Pulinare presso al palazzo della residenza di detto magistrato, dove per il ministro d'iustitia in su un palco a ciò deputato gli sia tagliatoil capo dalle spalle sì et in tal modo che l'anima dal corpo si divida(non si può negare a cotesti giudici il merito di significare precisamente il proprio concetto)e la testa fittae confitta in su una picca su detto palco per termine di tre o quattro ore, al tutte le predette cose con ogni et.»
A dì 15 luglio et.
31.Le ordinanze della Montagna furono stabilite il 17 maggio 1544. Notisi che da quel tempo il Burlamacchi meditava il suo disegno; e da quanto dice può credersi che a questo effetto egli n'eccitasse la istituzione.
31.Le ordinanze della Montagna furono stabilite il 17 maggio 1544. Notisi che da quel tempo il Burlamacchi meditava il suo disegno; e da quanto dice può credersi che a questo effetto egli n'eccitasse la istituzione.
32.Allude qui alla carica di gonfaloniere che avea ricoperto.
32.Allude qui alla carica di gonfaloniere che avea ricoperto.
33.IntendasiPer tre quarti assicurata, ossiadi molto probabileriuscita. È un modo di dire che può sembrare strano, ma che trovasi nel Machiavelli e in altri cinquecentisti. Notabile questo Ricordo di messere Francesco Guicciardini CCLX: — Chi ha governo di citta, o di popoli, se li vuole tenere corretti, bisogna ch'e' sia severo in punire tutti e delitti, ma può usare misericordia nella qualità delle pene, perchè dai casi atroci, e quelli che hanno bisogno di esemplo in fuora, assai è ordinariamente se gli altri delitti sono punitia 15 soldi per lira.
33.IntendasiPer tre quarti assicurata, ossiadi molto probabileriuscita. È un modo di dire che può sembrare strano, ma che trovasi nel Machiavelli e in altri cinquecentisti. Notabile questo Ricordo di messere Francesco Guicciardini CCLX: — Chi ha governo di citta, o di popoli, se li vuole tenere corretti, bisogna ch'e' sia severo in punire tutti e delitti, ma può usare misericordia nella qualità delle pene, perchè dai casi atroci, e quelli che hanno bisogno di esemplo in fuora, assai è ordinariamente se gli altri delitti sono punitia 15 soldi per lira.
INDICEDEDICA.Pag. 5.PROEMIO.Pag. 7.Decadenza dei popoli graduata: difficilmente risorgono: e se risorgono, sentono per lungo tempo il sepolcro. — Viltà nostra di che danni operatrice nel secolo decimosesto; diversità che passa tra dominatore che ti regge in casa e dominatore che ti regge di fuori. — I papi prima dominatori, poi soci, all'ultimo aguzzini dei re. — I mutamenti religiosi o sovvertono le condizioni dei popoli o le confermano e perchè: Quello che dapprima Leone X pensasse della riforma. — Cristianesimo in onta alle apparenze di subiezione è ribelle, protestantesimo nonostante la sembianza di ribelle è servile. — Per quali cause gl'Italiani si mostrassero parziali alla riforma religiosa. — Condizioni della virtù militare in Italia durante il secolo decimosesto: molta e a suo danno. — La Italia non può morire, e lo ha dimostrato: circolo delle umane cose se vero; umanità sempre in moto verso il meglio. — Sardanapalo ed Anassarco, e parallelo fra loro. — Immondezzaio moderato che ha avvilito la Italia dal 1859 in poi. — Non avendo nè potendo avere credito da per sè, i moderati sfruttano l'altrui, ma per poco; finchè non si fanno forti su le manette. — Dove, come e perchè il Burlamacchi si avesse la statua, per virtù dei moderati. — Orazione del professore Pacini ed iscrizione bugiarda: fatti che lo provano: verun tiranno si mostrò astioso quanto i moderati in Toscana. — Della setta moderata vuolsi disperso il seme, se intendiamo che la buona morale risorga, senza la quale restaurare la vita del popolo è niente.CAPITOLO I.Pag. 19.Dicono Francesco Burlamacchi nato di piccola gente, e non è vero. — Il Dalli canonico ce lo dà per fallito, e perchè; così pure lo Ammirato e lo Adriani per piaggeria al principe; non diversamente il Botta, ma per pecoraggine: giudizio sopra questo scrittore, severo ma meritato. — Antichità della famiglia Burlamacca: donde il suo soprannome per opinione dei cronisti: quale fosse prima. — Questa famiglia, come degli ottimati, e guelfa è cacciata dal popolo; torna in patria, dove si distingue per uomini insigni e tiene sempre luogo onorato fra i maggiorenti. — Sue case e torri, patronati, sepolcri ed armi gentilizie; sostanza dei Burlamacchi, per quali cause scemata. — Francesco mercatante di seta; per ciò lo sfregiano l'Ammirato e lo Adriani. — Fiorentini mercadanti tutti, così i Capponi, e così i Medici, i quali esercitavano la mercatura anco dopo fattisi principi. — Giovanni Bicci presta danaro sul pegno della tiara papale a papa Martino. — Dei genitori di Francesco, dei suoi fratelli e delle loro fortune. — Quali i suoi studi; allora fra semplici artefici s'incontravano con frequenza in Toscana dicitori in prosa ed in rima; stato presente di letteratura deplorabile in Toscana, in Firenze deplorabilissimo. — Fra Pacifico, zio di Francesco Burlamacchi e veneratore di fra Girolamo Savonarola, ne detta la vita; lo difende altresì nel dialogo chiamatoDidimo e Sofia; insegna il modo di mettere in cervello l'enormezze romane, educa la gioventù e muore in odore di santo; educatore della gioventù lucchese e di Francesco. — Sue qualità fisiche e morali: chi fosse la sua moglie. — In che età entrasse Francesco nella magistratura; ed indi in poi tenne sempre il maestrato: non cerca mai uffizio, uno sì, e perchè. — Buoni ordinamenti della repubblica lucchese per difendersi dalle insidie dei potentati vicini. — Divisione della città per l'amministrazione e per la difesa, terzieri, gonfaloni e pennoni. — I Burlamacchi del terziere della Sirena adoprano questa immagine per cimiero. — Come ordinate le milizie; quante le armi e quanti gli armati così in città come in campagna; segnali diurni e notturni per convocare le milizie. — Francesco col favore di Giambattista Borrella viene eletto commissario delle armi. Quali i compagni di Francesco in cotesto maestrato, e quali i luoghi alla custodia loro commessi; larghezze del Burlamacchi per attirarsi la benevolenza dei soldati: a quanto sommassero le battaglie di campagna. — Si parla delle imprese felici e delle sventurate, e per quali cause le seconde possano acquistare lode pari alle prime. — Di Focione e del suo giudizio intorno alla guerra lamiaca.CAPITOLO II.Pag. 37.Se una legge fissa governi le cose morali e politiche come le fisiche: difficoltà di rinvenirla. — Scienza politica fallacissima e perchè. — Quante volte nei suoi presagi politici sbagliasse il Machiavello; esempio solenne di giudizio errato accaduto ieri. — Burbanza e vanità delle cicalate che appellanoFilosofia della storia; sistemi a vicenda divoransi. — Secolo XVI secolocaposaldo; comincia epoca nuova non anco compita: a qual patto i popoli cesserano le guerre. — Ciclo perpetuo dei medesimi eventi presagito dal Machiavello non è fatale: nuovi semi partorirono e partoriranno sempre nuovi frutti. — Speranza e pazienza veraci angioli custodi della vita. — Stato di Europa nel punto della storia nostra: conquiste normanne in Inghilterra: Inglesi conquistano la Francia. — A Carlo VII succede Luigi XI che compone il reame di Francia in arnese di guerra. Prosunzione dei giudici moderni; con quali norme hassi a giudicare dei tempi e degli uomini passati. — Come la religione diventi flagello del consorzio civile: colpe del cattolicesimo pervertitore di morale e impedimento al migliorare della stirpe umana. — Luigi XI morendo non si pente, anzi crede di aver ben meritato della monarchia e di Dio. — Se Ludovico il Moro e le donne di Savoia e di Monferrato fossero unicamente cause che i Francesi calassero in Italia, e sembra di no. — Stato d'Italia per colpa dei suoi principi dispostissima ad essere invasa. — I Francesi l'avrebbero conquistata e tenuta se non era la Spagna; la quale in breve per virtù e per fortuna si costituisce in potente reame. — I reali di Spagna; consentono a starsi in mezzo neutrali perchè Carlo VIII spogli gli Aragonesi di Napoli, poi sotto pretesto di soccorerli vanno a spogliarli essi. — Dura sentenza del Prescott contro la Italia e non giusta. — Tra il re di Francia e il re di Spagna cresce l'odio per la contesa dello impero: prevale la fortuna di Carlo, ch'è assunto imperatore; Francesco I è condannato nelle spese e perde la causa. — Larghezza di stato non fa grandezza. — Lo imperatore non arriva mai a soggiogare la Francia; se ne assegnano le cause diverse interne come esterne. — Carlo V come politico sommette ogni considerazione all'interesse, pure pende per natura al beghino. La libertà di coscienza in Germania si desiderava davvero, pure serviva a colorire il fine della libertà politica. — Pace inopinata di Crespy; in apparenza la Francia ne ha il meglio; vantaggi grandi che ne cava Carlo V. — Opinioni contrarie sopra cotesta pace: anche nelle famiglie dei contraenti genera dissidi. — Misero stato d'Italia. — La Francia procura tregua, non potendo pace, fra lo imperatore e il Turco. — Carlo scarrucola Francesco, e questi non se ne vuole accorgere. — Carlo si volta intero alle cose di Germania: convoca la dieta a Vormazia per istabilire il concilio, il quale abbia a definire le questioni religiose. —Interimche fosse, e quando, ed a quali fini si concedesse. — I Tedeschi cresciuti di forze repugnano a mettere in compromesso il presente loro stato: e poi non hanno sicurezza recandosi a Vormazia: salvocondotto imperiale da non se ne fidare: quando salva e quando no; perse Hus e Girolamo da Praga; difese Lutero ma perchè: parole animose di Lutero recandosi a Vormazia. — Ferdinando re dei Romani sotto apparenze sante nasconde fine scellerato pel quale convoca la dieta a Vormazia. Altri fatti donde i protestanti desumono prova di animo ostile dello imperatore contro di loro; e segnatamente dal caso dello arcivescovo di Colonia. — Si apre il concilio di Trento; con quali intenti di Carlo. — Morte di Lutero; allegrezza dei cattolici e sbigottimento dei luterani; a torto entrambi; le cose apparecchiate, protratte per necessità di tempi poco si offendono per la morte di un uomo. — Paolo papa mette le mani nel negozio dell'arcivescovo di Colonia per arruffare la matassa allo imperatore. — Lo imperatore apre la dieta a Ratisbona; i protestanti vi si presentano per via di mandatari. — Se meriti lode di astuto il contegno tenuto da Carlo in cotesta congiuntura. — Trattato dello imperatore col papa, e patti della lega: girandole di Carlo e stizza del papa che si vede rubare il mestiere. — La Germania va in fiamme: apprestansi armi a combattere. — I Veneziani dissuadono il papa di porgere aiuto allo Imperatore, e buone ragioni che ne danno, ma invano. — Tradimento di Maurizio di Sassonia a carico del suocero e del cognato. — Conchiudonsi nozze, come sempre, favorevoli a casa di Austria. — Iattanze del langravio: numero stupendo di milizie raccolte. — Dannose dimore e peggio che inutili proposte dei luterani a Carlo; il quale, montato in furore, senza consultare la dieta, gli mette al bando dello impero. — I principi mandano l'araldo a intimare la guerra contro lo imperatore ed a protestare contro il bando. — Così le armi dello impero ingaggiate in guerra piena di pericolo, ottima la occasione per tentare novità in Italia, il Burlamacchi poi uomo da volere e sapere cogliere la occasione.CAPITOLO III.Pag. 67.Condizioni d'Italia. — Paolo III e suoi concetti per ingrandire il figliuolo Pierluigi: quali i costumi di questo scellerato, nè la storia li dichiara tutti: quanti stati il padre gli procurasse e su quanti mettesse gli occhi; Milano e Napoli desiderati invano: Siena insidiata. — Con quali arti i Sacerdoti abbiano messo assieme la roba: perchè i cardinali assumessero vesti di colore vermiglio. — Andrea Doria avverso a Farnesi: se avesse cause private s'ignora, pubbliche ne aveva e quali; si espongono gli argomenti per credere che Andrea non si sarebbe opposto ad un moto inteso a liberare la Italia dagli stranieri. — Venezia fino da cotesti tempi a quale stato ridotta; politica conservatrice sa dell'etico e perchè; ragione delle repubbliche aristocratiche: durare non è vivere, e mal s'intende di che cosa sappia la lode data da Vittorio Alfieri a Venezia; anch'ella non avrebbe impedito la cacciata degl'imperiali d'Italia; solo non avrebbe mosso un dito per affrettarla. — Di Savoia non importa parlare; piccolo stato egli era e ad ogni moto ostile. — Firenze sola a sostenere la causa della democrazia; da tutti abbandonata e tradita, massime dai Francesi; poi dal Doria, da Siena e da Lucca: condizione degli animi dei Fiorentini spenta la Repubblica. — Lorenzino dei Medici a cui parve Bruto, che cosa paia a noi. — Perchè Cosimo I abbindolasse il Guicciardino. — Quale ragionevolmente lo scopo di Cosimo I dei Medici. — Pure in Firenze, Lucca e Siena bollivano umori vogliosi di novità. — Cose di Siena per mostrare come potesse favorire il moto del Burlamacchi. — Fabio Petrucci cacciato: mutazione del reggimento verso il principato per opera di Alessandro Bichi, che viene ucciso; i suoi aderenti. — Contese tra il popolo e i noveschi. — Noveschi che fossero e quanto arieggino coi moderati moderni. — Governo popolesco che pensi e che faccia. — Noveschi tentano pigliar Siena, sono ributtati. — Il Trecerchi alla porta diSantoviene, e donde questo nome. — Il popolo si vendica. — Caso del Bellarmati o di suprema virtù o di avarizia suprema. — I Sanesi procacciando i propri vantaggi mentre il papa e lo imperatore si versano in angustie si stimano astuti: necessità grande che avevano per andare cauti: pure screzio tra nobili e popoli circa al doversi sovvenire Firenze, e il popolo vuole. — Carlo vinta la guerra si scopre favorevole ai noveschi; invia a Siena Lopez perchè agguindoli con le frodi; non riuscendo, manda Ferrante Gonzaga onde adoperi la forza; l'adopera. I noveschi tornano a prevalere; si armano; tumulto dove il popolo si conduce in parte da esserci oppresso: questo consiglia il capitano Borghese, ma non gli danno retta, ond'ei se ne va con Dio. — Nuovo tumulto, dove i noveschi vengono abbattuti; ne arrovella il Gonzaga, minacce e pretensioni: — Ardire di Mario Bandino e di Achille Salvi. — I Sanesi attendono risoluti a difenderli. — Lo imperatore richiama il Gonzaga e il Lopez e viene a patti. I noveschi rimangono abbassati. — Il duca Alfonso Piccolomini di Amalfi surrogato al Lopez si mangia le paghe di 300 fanti. — Noveschi più volte si adoperano ai danni del popolo, il quale avutone odore, combatte i noveschi, e non li perde a patto che, inquisita la cosa, si puniscano i rei. — Alfonso di Pietro paga per tutti. — Sorge la tirannide dei Salvi venuta su per favore di popolo, poi avversa al popolo ed a tutti. — Miseria universale. — Comparisce l'Occhino; qualità di lui. — Congiura con i Salvi; questi pigliano il dinanzi mettendo mano alle armi. — Il duca Alfonso seda il tumulto. I Salvi perdono riputazione; ricercati a seguitare le parti di Francia per danari e promesse, si lasciano corrompere: gl'imperiali scoprono il trattato; Giulio Salvi prima fa scappare il negoziatore francese, poi lo arresta e lo consegna a Cosimo duca di Toscana. — Nuovi sospetti per parte degl'imperiali. — Il duca di Amalfi è rimosso da Siena. — Monsignore Granvela preposto alla riforma di Siena manda innanzi lo Sfondrato a scoprire marina. — Riforma del Granvela in che consistesse ed a qual fine preordinata. — I noveschi tornano a galla: cominciansi le persecuzioni contro i Salvi e i popolari, che vengono interrotte per la notizia del naufragio della flotta imperiale ad Algeri. — La balía entra in carica; sue provvisioni in parte ottime e in parte strane: se la piglia con le donne, mentre tutto il male viene dagli uomini. — Giulio Salvi scade di credito, chiamato in Fiandra è messo prigione, più tardi lo liberano: della sua prigionia come della sua libertà non se ne danno per intesi i Sanesi. — Lo Sfondrato finchè promuove i noveschi lasciasi fare; più tardi, scoperto ch'egli favorisce il papa, è licenziato. — Gli subentra don Giovanni De Luna, che pure parteggia pei noveschi. — I Farnesi molestano Siena, per interposizione dello imperatore, lascianla stare. — don Giovanni con la opera dei noveschi trama insignorirsi di Siena: tracotanza dei noveschi; il Tondi novesco ammazza il Bianchino plebeo e ne sorge tumulto. — Eccitamenti a romperla; capestri appiccati agli usci delle botteghe del popolo. — Apparecchi di nozze della figlia di don Giovanni sono argomento di sospetto. — I noveschi confidano fare eleggere capitano del popolo uno di loro, ed invece esce un popolesco; lacci tesi al popolo perchè concorra alle feste e quivi a mano salva opprimerlo; avvisato ei gli evita. — I noveschi primi a rompere la guerra; battaglia cittadina descritta; vari casi di quella. — Cosimo duca di Firenze accosta le sue bande ai confini. — Milizie del contado in città; don Giovanni fa che le bande del duca si ritirino. — I popoleschi mandano oratore al marchese del Vasto perchè tenga bene edificato lo imperatore. — Consulta popolesca intorno il da farsi: diversi pareri; prevale quello di Antonio dei Vecchi. — Noveschi cacciati dal reggimento. Don Giovanni lascia Siena e cita a comparire in corte imperiale parecchi cittadini. — Guardia spagnuola cassata. — Città ripartita in tre soli ordini. — Luna manda oratori a congratularsi in Siena. — Baldanza dei popoleschi fondata sopra gl'imbarazzi di Carlo e su la protezione del marchese del Vasto, il quale mentre sta in Vigevano su le mosse per Siena di un tratto muore; dicesi per veleno propinatogli da Cosimo dei Medici. — Per la costui morte mutano di cima in fondo le condizioni di Siena; da capo torna la pratica in mano al Granvela nemico a vita tagliata del popolo. — I noveschi di nuovo a galla. — I cittadini citati da don Giovanni a corte inesorabilmente confinati parte in Lucca e parte in Milano; il Savini confinato comunque capitano di popolo per cordoglio ne muore; i cittadini gli surrogano nell'ufficio Enea suo figliuolo venticinquenne. — La città restaurata al governo dei Quattro Monti. — Guardia spagnuola prima di 400 Spagnuoli, poi a cagione del rammarichio dei cittadini cresciuta fino a 500. — Si mulina la fabbrica di un castello. — Sanesi frementi della novella tirannide e smaniosi di gittarsela giù dal collo.CAPITOLO IV.Pag. 113.Stato di Lucca nei tempi medii pari a quello delle altre terre toscane: i servi si ribellano contro i feudatari e costituscono il comune. — Imperatore e papa, considerati fonte di autorità nel mondo, talora facevano approvare dallo imperatore gli eletti dal popolo, talora no. — A Lucca i supremi magistrati appellavansi anziani: potestà, capitano del popolo e sindaco che fossero, che facessero, quanto durassero, donde si traessero. — Se ai consigli partecipasse il popolo intero. — I consigli erano due in Lucca e da cui presieduti. — Consiglio di credenza che fosse. — Le tasche dove s'imborsavano i cittadini eligendi quante fossero, e chi vi mettessero. — Agl'imperatori non cale la cessazione dei feudatari a patto di redarne i diritti a carico del popolo. — Lo impero sostenne fino all'ultimo feudi imperiali le repubbliche toscane. — Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani vicarii imperiali a Lucca. — Motto acerbo dell'Alighieri, contro Uguccione. — Digressione intorno a Castruccio, e quante miserie nella sua prosperità apparecchia alla sua patria ed alla sua discendenza. — I Tedeschi lasciati da Ludovico il Bavaro mettono Lucca allo incanto: la compra lo Spinola mercante genovese, che la tiene poco e male; subentrano al dominio di Lucca uno dopo l'altro Giovanni di Boemia, i Rossi di Parma e gli Scaligeri, finalmente i Pisani nemici acerbissimi ai Lucchesi. — I Fiorentini si vendicano su Lucca delle ingiurie di Castruccio: in mezzo a questi tramestii le forme repubblicane non mutano: forme politiche non rilevano se manchi la sostanza della libertà. — Carlo IV vende la libertà ai Lucchesi; a quali patti ed a che prezzo. — I Lucchesi diventano fittaioli dello impero; poi con diuturna industria anco vicarii. — I nobili non vonno compagnia nel governo della repubblica, e il popolo li caccia via dai maestrati non già dalla città: rimedio unico per purgare gli stati dalle consorterie. — Legge proposta da Francesco Guinigi buona o trista secondo i tempi e gli uomini, e tuttavia necessaria. — Giovanni degli Obizzi e come rintuzza la improntitudine sua. — Statuto del 1372 nè libero nè tiranno, e seme di rancori. — Il maestrato dei conservatori della libertà prima si riforma, poi per la morte del Guinigi si cassa; gli surrogano l'ufficio dei Commissari di Palazzo, ma ad altro fine. Principia lo screzio fra i Forteguerra ed i Guinigi; moto dell'Obizzi spento nel sangue. — I Forteguerra esclusi dai maestrati. — Il senato s'industria rimediarci e come. — Bartolomeo Forteguerra viene alla prova delle armi; è vinto. — Il gonfaloniere Forteguerra da Forteguerra messo alle coltella. — Lazaro Guinigi si fa tiranno: instituisce una maniera di governo oligarchico d'interessi materiali. — Lazaro è ammazzato dal nipote di Bartolomeo Forteguerra, ma i Guinigi non cascano, anzi Paolo Guinigi si fa tiranno assoluto; sua viltà e sua avarizia; pure ha la Rosa di oro da Roma. — I Lucchesi lo combattono, lo vincono, lo condannano a morte; poi lo mandano prigione a Pavia, dove muore. — Riforma dello stato. — Pietro Cenami gonfaloniere, procedendo rigido più che non conveniva, è ammazzato: vendetta che ne pigliano i Lucchesi. — Nuove congiure. — Michele Guerrucci per non avere con che pagare le multe è decapitato. — Legge del discolato che fosse: ragione dei provvedimenti straordinari che gli stati pigliano nelle vere o credute necessità; e quando giovino, e quando no. — Condizioni della signoria di Lucca di faccia allo impero: privilegio di Carlo IV, impronta pitoccheria di Massimiliano I in contrasto con l'avara tenacità dei Lucchesi; per ultimo Massimiliano sbracia privilegi; Luigi XII anch'egli vuole quattrini per non far male. — Carlo V, e nuovo mercato per Lucca dovendo le concessioni imperiali finire con la persona che le fa. — Caso festevole avvenuto fra Massimiliano ed i Lucchesi per cagione di 1000 scudi. — Lucca reputata sempre feudo imperiale. — Nuovi tumulti provocati dai Poggi: origine prima del tumulto il benefizio di Santa Giulia; l'Orafo creatura dei Poggi malmena la famiglia del vescovo. — I Poggi ammazzano il gonfaloniere Vellutelli; feriscono Piero e Lazaro Arnolfini: vogliono imporre gonfaloniere Stefano da Poggio, gli anziani rifiutano. — Cittadini armansi a sostenere gli anziani; questi, per tôrre i capi ai sediziosi, li perdonano, contro gli altri procedono: diversità tra Genova e Lucca in proposito, se e quanto meriti lode per questo. — Tumulto degli Straccioni e perchè chiamato così. — Cause del tumulto. — Oligarchia borghese e suo scopi miserrimi; esclusione dei cittadini dalle magistrature; riforme intorno allo statuto dell'arte della seta ed angherie ai tessitori; comincia il subbuglio: gli anziani, come suole, non cedono poco in tempo per cedere troppo inopportunamente. — Adunanza popolare nel convento di S. Lucia; e quello che ci si discorse: che cosa si deliberasse di domandare. — Cenami gonfaloniere ben disposto a concedere le cose richieste. — Feroci parole di Fabbrizio dei Nobili rimettono in compromesso la pace. — Di nuovo il popolo si aduna, ma non ingiuria persona. — Anziani mandano pacieri, e sono accolti male, i tumultuanti domandano pane; pure si viene a patti, e sembra composto lo screzio. Chi soffia dentro perchè lo incendio rinfocoli. — Cagioni di querele manifestate. — Si riforma il reggimento, nuove concessioni al popolo, e non si conchiude nulla: ne sono cagione i giovani scapestrati, principalmente quelli che avevano cessato il mestiero delle armi. — Malefizi dei giovani insofferenti di ogni freno. — Partiti larghi sono vinti dal consiglio per calmare gli spiriti, che non si quietano, ormai ostinati a vivere licenziosamente. — Congiura di cittadini a Forci presso i Buonvisi per occupare la città alla sprovvista e restituirci, come oggi si direbbe, l'ordine, e non riesce. — Pericolo che corre la città: i popolani spartisconsi; chi vuole sangue, chi no: nel contrasto non si fa niente, pure bisogna piegare davanti la volontà dei popolani, provvisioni su le chiavi della città. — Guardia alle porte dei più avventati. — I cittadini abbandonano la città: bandi per impedirli; i popolani pigliano le merci e i beni che tentano scansare dalla città. — Il maestrato propone uscire di palazzo e abbandonare lo stato: pietà di siffatto partito; un popolano si oppone, e rimette il cuore in corpo agli anziani profferendosi difenderli a tutt'uomo. — Preci solenni e processione statuita per ricondurre gli animi alla concordia; singolarità della processione; i preti tirano l'acqua al loro mulino. — Dio pei preti ètrinoin cielo equattrinoin terra; gli aiuti divini o si fanno aspettare troppo o non giovano. — Signoria nuova, di cui fa parte Francesco Burlamacchi; partiti risoluti che piglia. — Festa dellaLibertà; la manda all'aria un popolano: conseguenze di cotesto scompiglio. — Nuove risoluzioni della Signoria proposte dal Burlamacchi; la plebe si ribella, che di un tratto si avventa alle case dei Buonvisi per abbatterle; parte di plebe contrasta, ne seguita una terribile zuffa: prevalgono i demolitori, che vanno per le artiglierie; i Buonvisi mostrano i denti alla bordaglia, che li lascia stare; nella notte però essi lasciano la città. — Assemblea universale per provvedere ai bisogni presenti; donde venga che pii uomini talvolta sono sapienti e animosi stando da sè soli, messi in mucchio diventano stolti e codardi: deliberazioni gravissime dell'assemblea vinte per virtù di popolani appartatisi dai licenziosi. — I partigiani dei ribelli, impediti di uscire dalle porte gittansi dalle finestre per avvisare gli amici, i quali corrono alle armi e tornano ad assediare il palazzo. — Gli assediati resistono. — Le leggi contro i sediziosi sono vinte. — Alberto da Castelnuovo vuol mandare all'aria il palazzo e non riesce per miracolo. — Gli assediati inviano a sonare a stormo perchè le compagnie delle bande cittadine traggano a liberarli; ma prima che vengano ingaggiano battaglia con quei del cortile; li finivano tutti, dove i sediziosi per tema di essere presi tra due fuochi non uscivano a guardare gli sbocchi delle strade. — I sediziosi cacciati dagli sbocchi, i difensori della Signoria si sparpagliano per la città; di ciò i sediziosi accortisi, fanno testa e tornano ad occupare il cortile: trista condizione degli anziani rimasti in palazzo: i Buonvisi fanno massa a monte San Quilico, ma gli anziani non sanno come avvisarlo; per devozione di Lunardo Pagnini sono avvertiti i Buonvisi; il difficile sta nello introdurli a Lucca. — Fede di prete Bastiano da Colle che si profferisce portare la chiave di porta San Donato affinchè sieno intromessi: avventure e disdette di prete Bastiano; finalmente trova Taddeo Pippi e si apre con lui: favore del Pippi, che si acconta col Dini, e per diverse vie si accordano di far capo a porta San Donato. — Orazione di Martino Buonvisi prima di muovere per Lucca. — Casi che ritardano e imbrogliano il cammino: il fiume con non poco travaglio è guazzato. — Consigli diversi di scalare le mura, o di ardere le porte: vanno a pigliare lingua a porta San Pietro, tornano assicurati si aprirà, tantosto la porta san Donato. — Prestanza di Vincenzo da Puccio; finalmente schiusa la porta, il Buonvisi co' seguaci suoi sono intromessi. — Modestia del Buonvisi. — Descrizione dello ingresso. — Argutezze di Meuccio cuoiaio. — La sedizione vinta. — Fuga di alcuni sediziosi e morte di altri. — Acclamazioni al Buonviso; e grave riprensione del gonfaloniere, a cui egli risponde umanamente. — Crudeltà esercitate dai vincitori: condanne di morte, carceri ed esilii. — Il commissario imperiale tradisce i commessi alla sua fede. — Due preti giustiziati. — I poggeschi di nuovo perseguiti; altri preti più avventurati scappano. — Nuove vendette patrizie. Parallelo fra i rivolgimenti di Lucca e di Siena, e si adducono le ragioni per le quali compariscono diversi fra loro. — È mortale la paura che fai al potente comechè in suo benefizio. — Leggi predisposte a instituire la oligarchia lucchese. — Congiura del Fatinelli e del Baccigalupo: loro supplizio. — Stato degli animi di Lucca inchinevoli a novità, epperò a favorire il moto del Burlamacchi.CAPITOLO V.Pag. 189.La Riforma in Italia fa progressi e minaccia sopraffare il cattolicesimo. — Cause che la provocano. — Spettacolo quotidiano dei vizi del clero. — Santi padri, poeti, storici e letterati grandi tutti addosso a Roma. — Valdesi e albigesi se fossero in Italia e quanto durassero. — Benveduti dal clero nella Calabria e perchè. — Paganesimo della corte romana, da questo rimane indebolita la fede. — Imposture dei chierici e documenti falsi per la goffaggine loro di leggieri scoperti. — Lorenzo Valla e donazione di Costantino. — Versi di Battista Mantovano. — Lione X morendo non potè avere i sacramenti perchè gli aveva venduti. — Studi biblici: traduzioni, chiose e commentari. — Savonarola se possa considerarsi precursore di Lutero. — Cesare Cantù e suo perfido libro degliEretici in Italia; sue strane difese della chiesa romana. — Versioni italiane della Bibbia. — Smania di leggere libri dei riformatori. — Opinione stramba di fra Iacopo Passavanti su la traduzione volgare della Bibbia; così non la pensa Sisto V; al fine Roma approva la traduzione italiana della Bibbia, ma come. — Libri proibiti sotto nomi diversi dei loro autori penetrano nel Vaticano. — Curiosa avventura narrata dal cardinale Serafino circa Melantone che si rinnuova per altri. — Copie di libri proibiti; guadagno e pericolo allettamenti per i librai ed i pirati. — Scoperte, viaggi e commerci nocciono alla soperchianza romana; nocciono altresì le guerre e il mescersi delle nazioni fra loro. — Improperi che si avvicendano. — Imperatore e papa. — Sacco di Roma; maraviglia dei Tedeschi di vedere gl'Italiani sopportare il dominio dei preti. — Spagnuoli ladri e cattolici superlativi. — Tedeschi ladri un po' meno e cattolici punto. — Scede al papato. — Scena accaduta sotto Castello Sant'Angiolo. — Giorgo di Furstemberg venuto dal fondo di Germania per impiccare il papa e i cardinali. — Arringa del vescovo di Bari agli auditori della Ruota Romana. — Ferrara. — Renata. — Modena i Grillenzoni, Ludovico Castelvetro ed altri: in Modena la Riforma si allarga. — Bologna: casi del frate Mollio. — Sparata dello Altieri. Commissione romana per la riforma dei costumi creata da Paolo III, e caso che ne fanno i preti, anzi quei dessi, che la composero. — Le città del patrimonio di San Pietro: disputa ad Imola tra un frate ed un laico. — Venezia mercanteggia di eresia come di droghe. — Progressi della Riforma costà. — I luterani per poco non professano la religione loro pubblicamente; provincie di terraferma in quale stato si trovino. — Milano giudicato da Paolo III. — Vita ed avventure di Curio Secondo. — Valdesio spagnuolo a Napoli svia l'Ochino dal cammino della Chiesa. — Siena città dei santi e degli eretici. — Ochino e donde il suo nome; sue vicende, peripezie e dottrine. — Pietro Aretino e l'Ochino. — La devozione delle Quarant'ore inventata dall'Ochino. — Smancerie del cardinal teatino all'Ochino. — La riforma a Pisa, a Mantova, a Locarno. — Digressione intorno al fanatismo religioso e politico. — Odio contro il papato nella universa Italia. — Donne eretiche in Italia. — Si parla della riforma nella città di Lucca: e cause per aborrire Roma in Lucca antichissime. — Pietro Martire, donde il nome e la patria; suoi studi; predica sul purgatorio. — Vicario di San Frediano a Lucca: suo apostolato costà; amici e studi suoi. — Paolo III a Lucca non molesta il Martire, e perchè. — Cardinale Contarini amico del Martire e tinto di eresia. Carlo V tiene al fonte Carlo padre di Giovanni Diodati volgarizzatore della Bibbia, e papa Paolo lo battezza. — Oscena guerra contro il Martire: perfidissime lettere del cardinale Guidiccioni lucchese alla Signoria di Lucca. — Disegno di Carlo V circa a tôrre la libertà a Lucca riportato dal Luito Balbani non è creduto dal Tommasi, e con poco fondamento. — Un frate è preso; a forza liberato dal carcere, nella fuga si rompe una gamba ed è ripreso. — Il Martire e l'Ochino lasciano la Italia; il primo è eletto professore a Strasburgo. — Chiesa luterana di Lucca percossa non dispersa: che cose le scrivesse il Martire tredici anni dopo la sua fuga. — Lucca donde cava il nome: cause per le quali a Lucca la Riforma più presto che altrove attecchì e più lungo durò. — La Riforma in onta alle apparenze di esito certo e alle paure di Roma venne meno in Italia. — Se ne indagano sommariamente le cause. — Inquisizione; Roma da prima osteggia la inquisizione, e perchè. — Persecuzioni a Modena. — Del Castelvetro e della infamia del Caro buon letterato ed uomo pessimo: nè chi vive in corte di Roma può essere diverso. — Sonetto del Caro contro il Castelvetro mandato a memoria per virtù dei reverendi padri barnabiti. — Confronto delle lapidi sepolcrali di ambedue. — Feroce e moltiplice persecuzione a Ferrara: Olimpia Morato fuggendo scampa. — Commissione del re di Francia alla zia Renata duchessa di Ferrara; sue angustie; messa in carcere, divisa dai suoi: il figlio Alfonso la manda via. — Questi ilmagnanimoAlfonso di cui canta il Tasso: in che pregio ilmagnanimotenesse il Tasso. — Grandezza d'animo di Renata; sue figliuole. — Venezia tira partito dalla libertà di coscienza come da ogni altra cosa; ma poi spaventala dalle minacce di Roma piega: persecuzioni costà. — Terrore cattolico nell'Istria. — I Vergeri. — Caso miserabile di esuli veneziani dannati a morte per eresia. — Quali i supplizi veneziani. — Improntitudine dello inquisitore contro il duca di Mantova. — Ferocie clericali a Faenza ed a Parma; a Faenza il popolo dà di fuori e si sfoga. — Falsità pretine a Locarno; miserie dei Locarnesi spatriati. — Disputa tra il nunzio e le donne di Locarno. — Avventura di Barbara Montalto. — Altre atrocità pretine da clericali moderni, massime dal Cantù, non pure scusate, ma quasi lodate. — Roma avversa a Napoli la Inquisizione di Spagna perchè intende esercitarla da sè. — Lamentabili casi avvenuti in Calabria. — Sansisto e la Guardia colonne infami per Roma. — Corrispondenza tra Roma ed Austria, e poi tra Austria e Francia; digressione intorno alle condizioni presenti d'Italia. Testimonianze cattoliche intorno alle crudeltà sacerdotali da mettere non che ad altri pietà a Nerone. — Bartolomeo Fonzio mazzerato nel Tevere. — Paolo IV invaso da libidine di sangue: popolo romano rompe le statue di lui morto, mentre avrebbe dovuto rompere la testa di lui vivo. — I parziali di Pompeo Di Negri mercè settemila ducati ottengono che prima di bruciarlo lo strangolino: questo il Cantù afferma che i preti facessero senza quattrini; ma per essere creduti dal Cantù bisogna essere preti e carnefici. — Pio V più feroce di tutti: varie stragi a Como, a Torino, a Roma. — Paschali strangolato ed arso alla presenza del papa. — Altre persecuzioni. — Si torna a Lucca: diligenze per estirpare in cotesta repubblica l'eresie. — Lucchesi sciamano a frotte, massime i Burlamacchi: dove si rifuggissero; discendenza ed estinzione della linea di Francesco Burlamacchi.CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO V.Pag. 5.CAPITOLO VI.Pag. 97.I moderati del 1859 erigono al Burlamacchi una statua, ma non ne dettano la vita, e perchè. — Concetto del Burlamacchi repubblicano e avverso al potere temporale. — Sua prudenza ed arti adoperate a procacciarsi compagni nella impresa. Sebastiano Carletti chi fosse; prima operaio nel fondaco Burlamacchi, poi soldato sopra le galere di Lione Strozzi; viene a Lucca, va a Marsiglia per tirare lo Strozzi nella congiura. — Cesare Benedino è messo a parte della impresa: chi fosse; come lo adoperasse il Burlamacchi, che lo tratta più largamente di quello che la Repubblica fiorentina non trattasse il Machiavelli. — Generosità del Burlamacchi. — Gli Strozzi e l'indole loro; Bastiano Carletti va a Marsiglia per conferire col priore; non ce lo trovando, lo raggiunge a Parigi. — Ragioni diverse delle congiure. — Bastiano va in Iscozia ed in Inghilterra col priore, e succede una sosta alla congiura: gesti del priore costà. — Favorito da Francesco I, ma poco accetto ad Enrico II, e perchè. — Lo pospone nel comando dell'armata ad altro capitano meno degno; non per questo si ribella, come il Doria, e perchè. — Lione Strozzi, priore di Capua come il padre suo Filippo, si giudica fosse ateo. — Il Carletto, tornato a Lucca, ferma una posta fra Lione Strozzi e Francesco Burlamacchi a Lucca; ma Lione balena; pure va a Venezia per aspettarlo. — Il Burlamacchi è eletto commissariodelle milizie di montagna: quando queste milizie venissero instituite: reputazione di questo ufficio e vantaggi che porge ai disegni del Burlamacchi. — Va a mettere pace tra San Quirico e Castelvecchio, ma è pretesto; messa da banda la pace, schizza a Bologna: quivi lasciato il servo, va a Ferrara, dove conferisce co' riformati: poi s'incammina a Venezia dopo avere da capo lasciato il servo Bati a Francolino, ma poi ce lo raggiunge; motivi presunti onde così costumasse il Burlamacchi. — Quello che avvenisse a Venezia secondo che depose con giuramento in giudizio Bartolomeo da Pontito detto il Bati. — Differenza di forma e d'ingegno fra il Burlamacchi e lo Strozzi. — Conferenza fra questi due. — Il Burlamacchi espone a parte a parte l'ordine della congiura e il modo di riuscirvi: Lione approva, ma piglia tempo per la esecuzione della impresa: pericoli e vantaggi dello aspettare, e per converso dello affrettarsi. — Il Burlamacchi torna a Lucca, dove attende a confermare gli amici ed a crescere il numero dei suoi seguaci; esce degli anziani: subito dopo lo eleggono gonfaloniere con universale soddisfazione. — Manda più volte il Benedino a Venezia sotto pretesto di comprare tinte, per sollecitare lo Strozzi, che gingilla senza prendere nè lasciare. —CAPITOLO VII.Pag. 125.Le passioni umane di che ragione sieno. — Chi fosse Andrea Pessini, e suo carattere morale. — Cagione per la quale il Pessini si consiglia di nocere al Burlamacchi. — Imprudenza del Benedino, che in lui si confida; il Pessino cavalca a Firenze; tradisce patria ed amico rivelando tutta la congiura al duca Cosimo, che ha paura e dissimula. — Tristizia dei tempi, ai quali possono solo paragonarsi i nostri. — Se possa essere vero che il Pessino confessasse al Benedino il suo tradimento; com'è verosimile se ne accorgesse il tradito; il Benedino ne porge notizia al Burlamacchi: quali le parole e le deliberazioni di lui; è statuita la fuga e il modo per eseguirla. — Scrive lettera alla Signoria con la quale purga da ogni complicità amici e parenti; se solo accusa: generosità adoperata verso l'Umidi sanese, e codardia del medesimo. — I magnanimi sensi del Burlamacchi derisi dai bracchi del principato. — L'Umidi svela la congiura a Bonaventura Barili cancelliere della Signoria. — Provvisioni del Burlamacchi per accertare la fuga, ed ordini che dà aBaccio donzello. — Il Burlamacchi tarda a presentarsi alla porta San Pietro, e discorsi che ne hanno fra loro Baccio e il Benedino. — Preteso imbroglio dei preposti alla custodia delle porte se verosimile. — Francesco esce di palazzo a sera, aspetta nel cortile il cugino Garzoni, che venuto esce con esso: racconto del Burlamacchi inverosimile, ma fatto a posta per salvare il cugino Garzoni: come si può supporre che accadesse il caso. — Il Burlamacchi, trovando impedita alla fuga la via, torna indietro; va a casa sua; consulta di parenti, che lo consigliano rientrare in palazzo. — La Signoria manda per esso, ed egli va: terrore e viltà dei Signori non intesi della congiura; smanie paurose dei compiici; tutte si appuntano a danno del Burlamacchi. — Magnanimità di questo, che dichiarava ignari tutti della sua trama, egli solo colpevole; dopo molte ambagi gli anziani lo fanno condurre alle sue stanze e guardarlo a vista; distrugge carte e ogni altro testimonio della sua impresa. — Consulta del consiglio, dove si propone sostenere prigione il Burlamacchi; esquisite cautele che si adoperano perchè non fugga e non si ammazzi. — Giusti timori degli anziani esposti; mandansi oratori ai diversi principi ed al concilio di Trento; a Cosimo spediscono il più astuto dei cancellieri. — Raccomandazione ai cittadini lucchesi stanziati in paesi stranieri di difendere dalle accuse la Repubblica. — Colloquio fra il cancelliere lucchese e il duca Cosimo; la batte tra pirata e corsaro: non si conchiude nulla. — Il duca per isgarrarla invia alla Repubblica oratore messere Agnolo Niccolini, e si conchiude anco meno.CAPITOLO VIII.Pag 149.Lucchesi, paurosi che il caso del Burlamacchi possa danneggiarli, fanno profferte vilissime a cesare. — Due volte mandansi oratori ai principi per tenerseli bene edificati. — Manoscritto originale del processo si conserva negli archivi di Lucca. — Quali le aderenze del Burlamacchi nelle città toscane. — Corrispondenze co' Sanesi quali. — Sua virtù a scolpare l'Umidi, che pure lo aveva tradito. — Confessa lui essere buono cattolico, e non ci si crede. — Testimonianze soppresse ed ora restituite. — E messo al tormento, altezza di animo dimostrata da lui in cotesto frangente. — Scrive allo imperatore ed al gonfaloniere di Lucca: della prima lettera non trovammo traccia; forse conservasi negli archividi Vienna; pure se ne conosce il contenuto e si dichiara: si riporta la lettera del Burlamacchi al gonfaloniere. — Che cosa egli e gli Strozzi intendessero fare di Cosimo duca di Firenze. — Torturato da capo. — Smanie di Cosimo per avere nelle mani il Burlamacchi. — Lettera del duca Cosimo in corte allo imperatore per ottenere il suo intento. — Ferrante Gonzaga governatore di Milano manda un commissario imperiale per rinnovare gli esami del Burlamacchi. — Martoriato da capo: da sè spogliasi e si adatta alla corda. — Minacciato della prova del fuoco, da cui per pietà il commissario si rimane. — Terminato il processo, il commissario torna a Milano con due istanze contrarie: il duca voleva il Burlamacchi, e la Repubblica non glielo voleva dare. — Richiesto a Milano: squisite diligenze per custodirlo e perchè: si consegna con pubblico contratto: è messo in prigione onesta, ma dopo pochi giorni condannato a morte. — Tentativi degli amici e dei parenti del Burlamacchi per liberarlo. — Il Gonzaga dà buone parole; memoriali allo imperatore. — Andrea Doria raccomanda il Burlamacchi allo imperatore. — Per salvare Francesco, spendono in corte i parenti più di 36m. ff. — La moglie del Burlamacchi, la madre e l'amica di Cosimo pregano costui per la salvezza di Francesco, e risposta del duca. — Tentasi la fuga: disdetta onde non potè avere luogo: se vero o verosimile il caso. — Compagni di prigionia; chi fosse il marchese Giulio Cibo Malaspina. — Vengono per la tirannide le vendemmie di sangue: quali le cause che mossero cesare a incrudelire, e tra queste le principali. — Ultimi particolari della vita di Francesco Burlamacchi. — Sua sepoltura; potrebbero rinvenirsene le ossa. — Sebastiano Carletti si salva. — Fine miserabile di Cesare Benedino decapitato 14 anni dopo la congiura. — Commiato dello Autore.APPENDICEPag. 183.
DEDICA.Pag. 5.
PROEMIO.Pag. 7.
Decadenza dei popoli graduata: difficilmente risorgono: e se risorgono, sentono per lungo tempo il sepolcro. — Viltà nostra di che danni operatrice nel secolo decimosesto; diversità che passa tra dominatore che ti regge in casa e dominatore che ti regge di fuori. — I papi prima dominatori, poi soci, all'ultimo aguzzini dei re. — I mutamenti religiosi o sovvertono le condizioni dei popoli o le confermano e perchè: Quello che dapprima Leone X pensasse della riforma. — Cristianesimo in onta alle apparenze di subiezione è ribelle, protestantesimo nonostante la sembianza di ribelle è servile. — Per quali cause gl'Italiani si mostrassero parziali alla riforma religiosa. — Condizioni della virtù militare in Italia durante il secolo decimosesto: molta e a suo danno. — La Italia non può morire, e lo ha dimostrato: circolo delle umane cose se vero; umanità sempre in moto verso il meglio. — Sardanapalo ed Anassarco, e parallelo fra loro. — Immondezzaio moderato che ha avvilito la Italia dal 1859 in poi. — Non avendo nè potendo avere credito da per sè, i moderati sfruttano l'altrui, ma per poco; finchè non si fanno forti su le manette. — Dove, come e perchè il Burlamacchi si avesse la statua, per virtù dei moderati. — Orazione del professore Pacini ed iscrizione bugiarda: fatti che lo provano: verun tiranno si mostrò astioso quanto i moderati in Toscana. — Della setta moderata vuolsi disperso il seme, se intendiamo che la buona morale risorga, senza la quale restaurare la vita del popolo è niente.
Decadenza dei popoli graduata: difficilmente risorgono: e se risorgono, sentono per lungo tempo il sepolcro. — Viltà nostra di che danni operatrice nel secolo decimosesto; diversità che passa tra dominatore che ti regge in casa e dominatore che ti regge di fuori. — I papi prima dominatori, poi soci, all'ultimo aguzzini dei re. — I mutamenti religiosi o sovvertono le condizioni dei popoli o le confermano e perchè: Quello che dapprima Leone X pensasse della riforma. — Cristianesimo in onta alle apparenze di subiezione è ribelle, protestantesimo nonostante la sembianza di ribelle è servile. — Per quali cause gl'Italiani si mostrassero parziali alla riforma religiosa. — Condizioni della virtù militare in Italia durante il secolo decimosesto: molta e a suo danno. — La Italia non può morire, e lo ha dimostrato: circolo delle umane cose se vero; umanità sempre in moto verso il meglio. — Sardanapalo ed Anassarco, e parallelo fra loro. — Immondezzaio moderato che ha avvilito la Italia dal 1859 in poi. — Non avendo nè potendo avere credito da per sè, i moderati sfruttano l'altrui, ma per poco; finchè non si fanno forti su le manette. — Dove, come e perchè il Burlamacchi si avesse la statua, per virtù dei moderati. — Orazione del professore Pacini ed iscrizione bugiarda: fatti che lo provano: verun tiranno si mostrò astioso quanto i moderati in Toscana. — Della setta moderata vuolsi disperso il seme, se intendiamo che la buona morale risorga, senza la quale restaurare la vita del popolo è niente.
CAPITOLO I.Pag. 19.
Dicono Francesco Burlamacchi nato di piccola gente, e non è vero. — Il Dalli canonico ce lo dà per fallito, e perchè; così pure lo Ammirato e lo Adriani per piaggeria al principe; non diversamente il Botta, ma per pecoraggine: giudizio sopra questo scrittore, severo ma meritato. — Antichità della famiglia Burlamacca: donde il suo soprannome per opinione dei cronisti: quale fosse prima. — Questa famiglia, come degli ottimati, e guelfa è cacciata dal popolo; torna in patria, dove si distingue per uomini insigni e tiene sempre luogo onorato fra i maggiorenti. — Sue case e torri, patronati, sepolcri ed armi gentilizie; sostanza dei Burlamacchi, per quali cause scemata. — Francesco mercatante di seta; per ciò lo sfregiano l'Ammirato e lo Adriani. — Fiorentini mercadanti tutti, così i Capponi, e così i Medici, i quali esercitavano la mercatura anco dopo fattisi principi. — Giovanni Bicci presta danaro sul pegno della tiara papale a papa Martino. — Dei genitori di Francesco, dei suoi fratelli e delle loro fortune. — Quali i suoi studi; allora fra semplici artefici s'incontravano con frequenza in Toscana dicitori in prosa ed in rima; stato presente di letteratura deplorabile in Toscana, in Firenze deplorabilissimo. — Fra Pacifico, zio di Francesco Burlamacchi e veneratore di fra Girolamo Savonarola, ne detta la vita; lo difende altresì nel dialogo chiamatoDidimo e Sofia; insegna il modo di mettere in cervello l'enormezze romane, educa la gioventù e muore in odore di santo; educatore della gioventù lucchese e di Francesco. — Sue qualità fisiche e morali: chi fosse la sua moglie. — In che età entrasse Francesco nella magistratura; ed indi in poi tenne sempre il maestrato: non cerca mai uffizio, uno sì, e perchè. — Buoni ordinamenti della repubblica lucchese per difendersi dalle insidie dei potentati vicini. — Divisione della città per l'amministrazione e per la difesa, terzieri, gonfaloni e pennoni. — I Burlamacchi del terziere della Sirena adoprano questa immagine per cimiero. — Come ordinate le milizie; quante le armi e quanti gli armati così in città come in campagna; segnali diurni e notturni per convocare le milizie. — Francesco col favore di Giambattista Borrella viene eletto commissario delle armi. Quali i compagni di Francesco in cotesto maestrato, e quali i luoghi alla custodia loro commessi; larghezze del Burlamacchi per attirarsi la benevolenza dei soldati: a quanto sommassero le battaglie di campagna. — Si parla delle imprese felici e delle sventurate, e per quali cause le seconde possano acquistare lode pari alle prime. — Di Focione e del suo giudizio intorno alla guerra lamiaca.
Dicono Francesco Burlamacchi nato di piccola gente, e non è vero. — Il Dalli canonico ce lo dà per fallito, e perchè; così pure lo Ammirato e lo Adriani per piaggeria al principe; non diversamente il Botta, ma per pecoraggine: giudizio sopra questo scrittore, severo ma meritato. — Antichità della famiglia Burlamacca: donde il suo soprannome per opinione dei cronisti: quale fosse prima. — Questa famiglia, come degli ottimati, e guelfa è cacciata dal popolo; torna in patria, dove si distingue per uomini insigni e tiene sempre luogo onorato fra i maggiorenti. — Sue case e torri, patronati, sepolcri ed armi gentilizie; sostanza dei Burlamacchi, per quali cause scemata. — Francesco mercatante di seta; per ciò lo sfregiano l'Ammirato e lo Adriani. — Fiorentini mercadanti tutti, così i Capponi, e così i Medici, i quali esercitavano la mercatura anco dopo fattisi principi. — Giovanni Bicci presta danaro sul pegno della tiara papale a papa Martino. — Dei genitori di Francesco, dei suoi fratelli e delle loro fortune. — Quali i suoi studi; allora fra semplici artefici s'incontravano con frequenza in Toscana dicitori in prosa ed in rima; stato presente di letteratura deplorabile in Toscana, in Firenze deplorabilissimo. — Fra Pacifico, zio di Francesco Burlamacchi e veneratore di fra Girolamo Savonarola, ne detta la vita; lo difende altresì nel dialogo chiamatoDidimo e Sofia; insegna il modo di mettere in cervello l'enormezze romane, educa la gioventù e muore in odore di santo; educatore della gioventù lucchese e di Francesco. — Sue qualità fisiche e morali: chi fosse la sua moglie. — In che età entrasse Francesco nella magistratura; ed indi in poi tenne sempre il maestrato: non cerca mai uffizio, uno sì, e perchè. — Buoni ordinamenti della repubblica lucchese per difendersi dalle insidie dei potentati vicini. — Divisione della città per l'amministrazione e per la difesa, terzieri, gonfaloni e pennoni. — I Burlamacchi del terziere della Sirena adoprano questa immagine per cimiero. — Come ordinate le milizie; quante le armi e quanti gli armati così in città come in campagna; segnali diurni e notturni per convocare le milizie. — Francesco col favore di Giambattista Borrella viene eletto commissario delle armi. Quali i compagni di Francesco in cotesto maestrato, e quali i luoghi alla custodia loro commessi; larghezze del Burlamacchi per attirarsi la benevolenza dei soldati: a quanto sommassero le battaglie di campagna. — Si parla delle imprese felici e delle sventurate, e per quali cause le seconde possano acquistare lode pari alle prime. — Di Focione e del suo giudizio intorno alla guerra lamiaca.
CAPITOLO II.Pag. 37.
Se una legge fissa governi le cose morali e politiche come le fisiche: difficoltà di rinvenirla. — Scienza politica fallacissima e perchè. — Quante volte nei suoi presagi politici sbagliasse il Machiavello; esempio solenne di giudizio errato accaduto ieri. — Burbanza e vanità delle cicalate che appellanoFilosofia della storia; sistemi a vicenda divoransi. — Secolo XVI secolocaposaldo; comincia epoca nuova non anco compita: a qual patto i popoli cesserano le guerre. — Ciclo perpetuo dei medesimi eventi presagito dal Machiavello non è fatale: nuovi semi partorirono e partoriranno sempre nuovi frutti. — Speranza e pazienza veraci angioli custodi della vita. — Stato di Europa nel punto della storia nostra: conquiste normanne in Inghilterra: Inglesi conquistano la Francia. — A Carlo VII succede Luigi XI che compone il reame di Francia in arnese di guerra. Prosunzione dei giudici moderni; con quali norme hassi a giudicare dei tempi e degli uomini passati. — Come la religione diventi flagello del consorzio civile: colpe del cattolicesimo pervertitore di morale e impedimento al migliorare della stirpe umana. — Luigi XI morendo non si pente, anzi crede di aver ben meritato della monarchia e di Dio. — Se Ludovico il Moro e le donne di Savoia e di Monferrato fossero unicamente cause che i Francesi calassero in Italia, e sembra di no. — Stato d'Italia per colpa dei suoi principi dispostissima ad essere invasa. — I Francesi l'avrebbero conquistata e tenuta se non era la Spagna; la quale in breve per virtù e per fortuna si costituisce in potente reame. — I reali di Spagna; consentono a starsi in mezzo neutrali perchè Carlo VIII spogli gli Aragonesi di Napoli, poi sotto pretesto di soccorerli vanno a spogliarli essi. — Dura sentenza del Prescott contro la Italia e non giusta. — Tra il re di Francia e il re di Spagna cresce l'odio per la contesa dello impero: prevale la fortuna di Carlo, ch'è assunto imperatore; Francesco I è condannato nelle spese e perde la causa. — Larghezza di stato non fa grandezza. — Lo imperatore non arriva mai a soggiogare la Francia; se ne assegnano le cause diverse interne come esterne. — Carlo V come politico sommette ogni considerazione all'interesse, pure pende per natura al beghino. La libertà di coscienza in Germania si desiderava davvero, pure serviva a colorire il fine della libertà politica. — Pace inopinata di Crespy; in apparenza la Francia ne ha il meglio; vantaggi grandi che ne cava Carlo V. — Opinioni contrarie sopra cotesta pace: anche nelle famiglie dei contraenti genera dissidi. — Misero stato d'Italia. — La Francia procura tregua, non potendo pace, fra lo imperatore e il Turco. — Carlo scarrucola Francesco, e questi non se ne vuole accorgere. — Carlo si volta intero alle cose di Germania: convoca la dieta a Vormazia per istabilire il concilio, il quale abbia a definire le questioni religiose. —Interimche fosse, e quando, ed a quali fini si concedesse. — I Tedeschi cresciuti di forze repugnano a mettere in compromesso il presente loro stato: e poi non hanno sicurezza recandosi a Vormazia: salvocondotto imperiale da non se ne fidare: quando salva e quando no; perse Hus e Girolamo da Praga; difese Lutero ma perchè: parole animose di Lutero recandosi a Vormazia. — Ferdinando re dei Romani sotto apparenze sante nasconde fine scellerato pel quale convoca la dieta a Vormazia. Altri fatti donde i protestanti desumono prova di animo ostile dello imperatore contro di loro; e segnatamente dal caso dello arcivescovo di Colonia. — Si apre il concilio di Trento; con quali intenti di Carlo. — Morte di Lutero; allegrezza dei cattolici e sbigottimento dei luterani; a torto entrambi; le cose apparecchiate, protratte per necessità di tempi poco si offendono per la morte di un uomo. — Paolo papa mette le mani nel negozio dell'arcivescovo di Colonia per arruffare la matassa allo imperatore. — Lo imperatore apre la dieta a Ratisbona; i protestanti vi si presentano per via di mandatari. — Se meriti lode di astuto il contegno tenuto da Carlo in cotesta congiuntura. — Trattato dello imperatore col papa, e patti della lega: girandole di Carlo e stizza del papa che si vede rubare il mestiere. — La Germania va in fiamme: apprestansi armi a combattere. — I Veneziani dissuadono il papa di porgere aiuto allo Imperatore, e buone ragioni che ne danno, ma invano. — Tradimento di Maurizio di Sassonia a carico del suocero e del cognato. — Conchiudonsi nozze, come sempre, favorevoli a casa di Austria. — Iattanze del langravio: numero stupendo di milizie raccolte. — Dannose dimore e peggio che inutili proposte dei luterani a Carlo; il quale, montato in furore, senza consultare la dieta, gli mette al bando dello impero. — I principi mandano l'araldo a intimare la guerra contro lo imperatore ed a protestare contro il bando. — Così le armi dello impero ingaggiate in guerra piena di pericolo, ottima la occasione per tentare novità in Italia, il Burlamacchi poi uomo da volere e sapere cogliere la occasione.
Se una legge fissa governi le cose morali e politiche come le fisiche: difficoltà di rinvenirla. — Scienza politica fallacissima e perchè. — Quante volte nei suoi presagi politici sbagliasse il Machiavello; esempio solenne di giudizio errato accaduto ieri. — Burbanza e vanità delle cicalate che appellanoFilosofia della storia; sistemi a vicenda divoransi. — Secolo XVI secolocaposaldo; comincia epoca nuova non anco compita: a qual patto i popoli cesserano le guerre. — Ciclo perpetuo dei medesimi eventi presagito dal Machiavello non è fatale: nuovi semi partorirono e partoriranno sempre nuovi frutti. — Speranza e pazienza veraci angioli custodi della vita. — Stato di Europa nel punto della storia nostra: conquiste normanne in Inghilterra: Inglesi conquistano la Francia. — A Carlo VII succede Luigi XI che compone il reame di Francia in arnese di guerra. Prosunzione dei giudici moderni; con quali norme hassi a giudicare dei tempi e degli uomini passati. — Come la religione diventi flagello del consorzio civile: colpe del cattolicesimo pervertitore di morale e impedimento al migliorare della stirpe umana. — Luigi XI morendo non si pente, anzi crede di aver ben meritato della monarchia e di Dio. — Se Ludovico il Moro e le donne di Savoia e di Monferrato fossero unicamente cause che i Francesi calassero in Italia, e sembra di no. — Stato d'Italia per colpa dei suoi principi dispostissima ad essere invasa. — I Francesi l'avrebbero conquistata e tenuta se non era la Spagna; la quale in breve per virtù e per fortuna si costituisce in potente reame. — I reali di Spagna; consentono a starsi in mezzo neutrali perchè Carlo VIII spogli gli Aragonesi di Napoli, poi sotto pretesto di soccorerli vanno a spogliarli essi. — Dura sentenza del Prescott contro la Italia e non giusta. — Tra il re di Francia e il re di Spagna cresce l'odio per la contesa dello impero: prevale la fortuna di Carlo, ch'è assunto imperatore; Francesco I è condannato nelle spese e perde la causa. — Larghezza di stato non fa grandezza. — Lo imperatore non arriva mai a soggiogare la Francia; se ne assegnano le cause diverse interne come esterne. — Carlo V come politico sommette ogni considerazione all'interesse, pure pende per natura al beghino. La libertà di coscienza in Germania si desiderava davvero, pure serviva a colorire il fine della libertà politica. — Pace inopinata di Crespy; in apparenza la Francia ne ha il meglio; vantaggi grandi che ne cava Carlo V. — Opinioni contrarie sopra cotesta pace: anche nelle famiglie dei contraenti genera dissidi. — Misero stato d'Italia. — La Francia procura tregua, non potendo pace, fra lo imperatore e il Turco. — Carlo scarrucola Francesco, e questi non se ne vuole accorgere. — Carlo si volta intero alle cose di Germania: convoca la dieta a Vormazia per istabilire il concilio, il quale abbia a definire le questioni religiose. —Interimche fosse, e quando, ed a quali fini si concedesse. — I Tedeschi cresciuti di forze repugnano a mettere in compromesso il presente loro stato: e poi non hanno sicurezza recandosi a Vormazia: salvocondotto imperiale da non se ne fidare: quando salva e quando no; perse Hus e Girolamo da Praga; difese Lutero ma perchè: parole animose di Lutero recandosi a Vormazia. — Ferdinando re dei Romani sotto apparenze sante nasconde fine scellerato pel quale convoca la dieta a Vormazia. Altri fatti donde i protestanti desumono prova di animo ostile dello imperatore contro di loro; e segnatamente dal caso dello arcivescovo di Colonia. — Si apre il concilio di Trento; con quali intenti di Carlo. — Morte di Lutero; allegrezza dei cattolici e sbigottimento dei luterani; a torto entrambi; le cose apparecchiate, protratte per necessità di tempi poco si offendono per la morte di un uomo. — Paolo papa mette le mani nel negozio dell'arcivescovo di Colonia per arruffare la matassa allo imperatore. — Lo imperatore apre la dieta a Ratisbona; i protestanti vi si presentano per via di mandatari. — Se meriti lode di astuto il contegno tenuto da Carlo in cotesta congiuntura. — Trattato dello imperatore col papa, e patti della lega: girandole di Carlo e stizza del papa che si vede rubare il mestiere. — La Germania va in fiamme: apprestansi armi a combattere. — I Veneziani dissuadono il papa di porgere aiuto allo Imperatore, e buone ragioni che ne danno, ma invano. — Tradimento di Maurizio di Sassonia a carico del suocero e del cognato. — Conchiudonsi nozze, come sempre, favorevoli a casa di Austria. — Iattanze del langravio: numero stupendo di milizie raccolte. — Dannose dimore e peggio che inutili proposte dei luterani a Carlo; il quale, montato in furore, senza consultare la dieta, gli mette al bando dello impero. — I principi mandano l'araldo a intimare la guerra contro lo imperatore ed a protestare contro il bando. — Così le armi dello impero ingaggiate in guerra piena di pericolo, ottima la occasione per tentare novità in Italia, il Burlamacchi poi uomo da volere e sapere cogliere la occasione.
CAPITOLO III.Pag. 67.
Condizioni d'Italia. — Paolo III e suoi concetti per ingrandire il figliuolo Pierluigi: quali i costumi di questo scellerato, nè la storia li dichiara tutti: quanti stati il padre gli procurasse e su quanti mettesse gli occhi; Milano e Napoli desiderati invano: Siena insidiata. — Con quali arti i Sacerdoti abbiano messo assieme la roba: perchè i cardinali assumessero vesti di colore vermiglio. — Andrea Doria avverso a Farnesi: se avesse cause private s'ignora, pubbliche ne aveva e quali; si espongono gli argomenti per credere che Andrea non si sarebbe opposto ad un moto inteso a liberare la Italia dagli stranieri. — Venezia fino da cotesti tempi a quale stato ridotta; politica conservatrice sa dell'etico e perchè; ragione delle repubbliche aristocratiche: durare non è vivere, e mal s'intende di che cosa sappia la lode data da Vittorio Alfieri a Venezia; anch'ella non avrebbe impedito la cacciata degl'imperiali d'Italia; solo non avrebbe mosso un dito per affrettarla. — Di Savoia non importa parlare; piccolo stato egli era e ad ogni moto ostile. — Firenze sola a sostenere la causa della democrazia; da tutti abbandonata e tradita, massime dai Francesi; poi dal Doria, da Siena e da Lucca: condizione degli animi dei Fiorentini spenta la Repubblica. — Lorenzino dei Medici a cui parve Bruto, che cosa paia a noi. — Perchè Cosimo I abbindolasse il Guicciardino. — Quale ragionevolmente lo scopo di Cosimo I dei Medici. — Pure in Firenze, Lucca e Siena bollivano umori vogliosi di novità. — Cose di Siena per mostrare come potesse favorire il moto del Burlamacchi. — Fabio Petrucci cacciato: mutazione del reggimento verso il principato per opera di Alessandro Bichi, che viene ucciso; i suoi aderenti. — Contese tra il popolo e i noveschi. — Noveschi che fossero e quanto arieggino coi moderati moderni. — Governo popolesco che pensi e che faccia. — Noveschi tentano pigliar Siena, sono ributtati. — Il Trecerchi alla porta diSantoviene, e donde questo nome. — Il popolo si vendica. — Caso del Bellarmati o di suprema virtù o di avarizia suprema. — I Sanesi procacciando i propri vantaggi mentre il papa e lo imperatore si versano in angustie si stimano astuti: necessità grande che avevano per andare cauti: pure screzio tra nobili e popoli circa al doversi sovvenire Firenze, e il popolo vuole. — Carlo vinta la guerra si scopre favorevole ai noveschi; invia a Siena Lopez perchè agguindoli con le frodi; non riuscendo, manda Ferrante Gonzaga onde adoperi la forza; l'adopera. I noveschi tornano a prevalere; si armano; tumulto dove il popolo si conduce in parte da esserci oppresso: questo consiglia il capitano Borghese, ma non gli danno retta, ond'ei se ne va con Dio. — Nuovo tumulto, dove i noveschi vengono abbattuti; ne arrovella il Gonzaga, minacce e pretensioni: — Ardire di Mario Bandino e di Achille Salvi. — I Sanesi attendono risoluti a difenderli. — Lo imperatore richiama il Gonzaga e il Lopez e viene a patti. I noveschi rimangono abbassati. — Il duca Alfonso Piccolomini di Amalfi surrogato al Lopez si mangia le paghe di 300 fanti. — Noveschi più volte si adoperano ai danni del popolo, il quale avutone odore, combatte i noveschi, e non li perde a patto che, inquisita la cosa, si puniscano i rei. — Alfonso di Pietro paga per tutti. — Sorge la tirannide dei Salvi venuta su per favore di popolo, poi avversa al popolo ed a tutti. — Miseria universale. — Comparisce l'Occhino; qualità di lui. — Congiura con i Salvi; questi pigliano il dinanzi mettendo mano alle armi. — Il duca Alfonso seda il tumulto. I Salvi perdono riputazione; ricercati a seguitare le parti di Francia per danari e promesse, si lasciano corrompere: gl'imperiali scoprono il trattato; Giulio Salvi prima fa scappare il negoziatore francese, poi lo arresta e lo consegna a Cosimo duca di Toscana. — Nuovi sospetti per parte degl'imperiali. — Il duca di Amalfi è rimosso da Siena. — Monsignore Granvela preposto alla riforma di Siena manda innanzi lo Sfondrato a scoprire marina. — Riforma del Granvela in che consistesse ed a qual fine preordinata. — I noveschi tornano a galla: cominciansi le persecuzioni contro i Salvi e i popolari, che vengono interrotte per la notizia del naufragio della flotta imperiale ad Algeri. — La balía entra in carica; sue provvisioni in parte ottime e in parte strane: se la piglia con le donne, mentre tutto il male viene dagli uomini. — Giulio Salvi scade di credito, chiamato in Fiandra è messo prigione, più tardi lo liberano: della sua prigionia come della sua libertà non se ne danno per intesi i Sanesi. — Lo Sfondrato finchè promuove i noveschi lasciasi fare; più tardi, scoperto ch'egli favorisce il papa, è licenziato. — Gli subentra don Giovanni De Luna, che pure parteggia pei noveschi. — I Farnesi molestano Siena, per interposizione dello imperatore, lascianla stare. — don Giovanni con la opera dei noveschi trama insignorirsi di Siena: tracotanza dei noveschi; il Tondi novesco ammazza il Bianchino plebeo e ne sorge tumulto. — Eccitamenti a romperla; capestri appiccati agli usci delle botteghe del popolo. — Apparecchi di nozze della figlia di don Giovanni sono argomento di sospetto. — I noveschi confidano fare eleggere capitano del popolo uno di loro, ed invece esce un popolesco; lacci tesi al popolo perchè concorra alle feste e quivi a mano salva opprimerlo; avvisato ei gli evita. — I noveschi primi a rompere la guerra; battaglia cittadina descritta; vari casi di quella. — Cosimo duca di Firenze accosta le sue bande ai confini. — Milizie del contado in città; don Giovanni fa che le bande del duca si ritirino. — I popoleschi mandano oratore al marchese del Vasto perchè tenga bene edificato lo imperatore. — Consulta popolesca intorno il da farsi: diversi pareri; prevale quello di Antonio dei Vecchi. — Noveschi cacciati dal reggimento. Don Giovanni lascia Siena e cita a comparire in corte imperiale parecchi cittadini. — Guardia spagnuola cassata. — Città ripartita in tre soli ordini. — Luna manda oratori a congratularsi in Siena. — Baldanza dei popoleschi fondata sopra gl'imbarazzi di Carlo e su la protezione del marchese del Vasto, il quale mentre sta in Vigevano su le mosse per Siena di un tratto muore; dicesi per veleno propinatogli da Cosimo dei Medici. — Per la costui morte mutano di cima in fondo le condizioni di Siena; da capo torna la pratica in mano al Granvela nemico a vita tagliata del popolo. — I noveschi di nuovo a galla. — I cittadini citati da don Giovanni a corte inesorabilmente confinati parte in Lucca e parte in Milano; il Savini confinato comunque capitano di popolo per cordoglio ne muore; i cittadini gli surrogano nell'ufficio Enea suo figliuolo venticinquenne. — La città restaurata al governo dei Quattro Monti. — Guardia spagnuola prima di 400 Spagnuoli, poi a cagione del rammarichio dei cittadini cresciuta fino a 500. — Si mulina la fabbrica di un castello. — Sanesi frementi della novella tirannide e smaniosi di gittarsela giù dal collo.
Condizioni d'Italia. — Paolo III e suoi concetti per ingrandire il figliuolo Pierluigi: quali i costumi di questo scellerato, nè la storia li dichiara tutti: quanti stati il padre gli procurasse e su quanti mettesse gli occhi; Milano e Napoli desiderati invano: Siena insidiata. — Con quali arti i Sacerdoti abbiano messo assieme la roba: perchè i cardinali assumessero vesti di colore vermiglio. — Andrea Doria avverso a Farnesi: se avesse cause private s'ignora, pubbliche ne aveva e quali; si espongono gli argomenti per credere che Andrea non si sarebbe opposto ad un moto inteso a liberare la Italia dagli stranieri. — Venezia fino da cotesti tempi a quale stato ridotta; politica conservatrice sa dell'etico e perchè; ragione delle repubbliche aristocratiche: durare non è vivere, e mal s'intende di che cosa sappia la lode data da Vittorio Alfieri a Venezia; anch'ella non avrebbe impedito la cacciata degl'imperiali d'Italia; solo non avrebbe mosso un dito per affrettarla. — Di Savoia non importa parlare; piccolo stato egli era e ad ogni moto ostile. — Firenze sola a sostenere la causa della democrazia; da tutti abbandonata e tradita, massime dai Francesi; poi dal Doria, da Siena e da Lucca: condizione degli animi dei Fiorentini spenta la Repubblica. — Lorenzino dei Medici a cui parve Bruto, che cosa paia a noi. — Perchè Cosimo I abbindolasse il Guicciardino. — Quale ragionevolmente lo scopo di Cosimo I dei Medici. — Pure in Firenze, Lucca e Siena bollivano umori vogliosi di novità. — Cose di Siena per mostrare come potesse favorire il moto del Burlamacchi. — Fabio Petrucci cacciato: mutazione del reggimento verso il principato per opera di Alessandro Bichi, che viene ucciso; i suoi aderenti. — Contese tra il popolo e i noveschi. — Noveschi che fossero e quanto arieggino coi moderati moderni. — Governo popolesco che pensi e che faccia. — Noveschi tentano pigliar Siena, sono ributtati. — Il Trecerchi alla porta diSantoviene, e donde questo nome. — Il popolo si vendica. — Caso del Bellarmati o di suprema virtù o di avarizia suprema. — I Sanesi procacciando i propri vantaggi mentre il papa e lo imperatore si versano in angustie si stimano astuti: necessità grande che avevano per andare cauti: pure screzio tra nobili e popoli circa al doversi sovvenire Firenze, e il popolo vuole. — Carlo vinta la guerra si scopre favorevole ai noveschi; invia a Siena Lopez perchè agguindoli con le frodi; non riuscendo, manda Ferrante Gonzaga onde adoperi la forza; l'adopera. I noveschi tornano a prevalere; si armano; tumulto dove il popolo si conduce in parte da esserci oppresso: questo consiglia il capitano Borghese, ma non gli danno retta, ond'ei se ne va con Dio. — Nuovo tumulto, dove i noveschi vengono abbattuti; ne arrovella il Gonzaga, minacce e pretensioni: — Ardire di Mario Bandino e di Achille Salvi. — I Sanesi attendono risoluti a difenderli. — Lo imperatore richiama il Gonzaga e il Lopez e viene a patti. I noveschi rimangono abbassati. — Il duca Alfonso Piccolomini di Amalfi surrogato al Lopez si mangia le paghe di 300 fanti. — Noveschi più volte si adoperano ai danni del popolo, il quale avutone odore, combatte i noveschi, e non li perde a patto che, inquisita la cosa, si puniscano i rei. — Alfonso di Pietro paga per tutti. — Sorge la tirannide dei Salvi venuta su per favore di popolo, poi avversa al popolo ed a tutti. — Miseria universale. — Comparisce l'Occhino; qualità di lui. — Congiura con i Salvi; questi pigliano il dinanzi mettendo mano alle armi. — Il duca Alfonso seda il tumulto. I Salvi perdono riputazione; ricercati a seguitare le parti di Francia per danari e promesse, si lasciano corrompere: gl'imperiali scoprono il trattato; Giulio Salvi prima fa scappare il negoziatore francese, poi lo arresta e lo consegna a Cosimo duca di Toscana. — Nuovi sospetti per parte degl'imperiali. — Il duca di Amalfi è rimosso da Siena. — Monsignore Granvela preposto alla riforma di Siena manda innanzi lo Sfondrato a scoprire marina. — Riforma del Granvela in che consistesse ed a qual fine preordinata. — I noveschi tornano a galla: cominciansi le persecuzioni contro i Salvi e i popolari, che vengono interrotte per la notizia del naufragio della flotta imperiale ad Algeri. — La balía entra in carica; sue provvisioni in parte ottime e in parte strane: se la piglia con le donne, mentre tutto il male viene dagli uomini. — Giulio Salvi scade di credito, chiamato in Fiandra è messo prigione, più tardi lo liberano: della sua prigionia come della sua libertà non se ne danno per intesi i Sanesi. — Lo Sfondrato finchè promuove i noveschi lasciasi fare; più tardi, scoperto ch'egli favorisce il papa, è licenziato. — Gli subentra don Giovanni De Luna, che pure parteggia pei noveschi. — I Farnesi molestano Siena, per interposizione dello imperatore, lascianla stare. — don Giovanni con la opera dei noveschi trama insignorirsi di Siena: tracotanza dei noveschi; il Tondi novesco ammazza il Bianchino plebeo e ne sorge tumulto. — Eccitamenti a romperla; capestri appiccati agli usci delle botteghe del popolo. — Apparecchi di nozze della figlia di don Giovanni sono argomento di sospetto. — I noveschi confidano fare eleggere capitano del popolo uno di loro, ed invece esce un popolesco; lacci tesi al popolo perchè concorra alle feste e quivi a mano salva opprimerlo; avvisato ei gli evita. — I noveschi primi a rompere la guerra; battaglia cittadina descritta; vari casi di quella. — Cosimo duca di Firenze accosta le sue bande ai confini. — Milizie del contado in città; don Giovanni fa che le bande del duca si ritirino. — I popoleschi mandano oratore al marchese del Vasto perchè tenga bene edificato lo imperatore. — Consulta popolesca intorno il da farsi: diversi pareri; prevale quello di Antonio dei Vecchi. — Noveschi cacciati dal reggimento. Don Giovanni lascia Siena e cita a comparire in corte imperiale parecchi cittadini. — Guardia spagnuola cassata. — Città ripartita in tre soli ordini. — Luna manda oratori a congratularsi in Siena. — Baldanza dei popoleschi fondata sopra gl'imbarazzi di Carlo e su la protezione del marchese del Vasto, il quale mentre sta in Vigevano su le mosse per Siena di un tratto muore; dicesi per veleno propinatogli da Cosimo dei Medici. — Per la costui morte mutano di cima in fondo le condizioni di Siena; da capo torna la pratica in mano al Granvela nemico a vita tagliata del popolo. — I noveschi di nuovo a galla. — I cittadini citati da don Giovanni a corte inesorabilmente confinati parte in Lucca e parte in Milano; il Savini confinato comunque capitano di popolo per cordoglio ne muore; i cittadini gli surrogano nell'ufficio Enea suo figliuolo venticinquenne. — La città restaurata al governo dei Quattro Monti. — Guardia spagnuola prima di 400 Spagnuoli, poi a cagione del rammarichio dei cittadini cresciuta fino a 500. — Si mulina la fabbrica di un castello. — Sanesi frementi della novella tirannide e smaniosi di gittarsela giù dal collo.
CAPITOLO IV.Pag. 113.
Stato di Lucca nei tempi medii pari a quello delle altre terre toscane: i servi si ribellano contro i feudatari e costituscono il comune. — Imperatore e papa, considerati fonte di autorità nel mondo, talora facevano approvare dallo imperatore gli eletti dal popolo, talora no. — A Lucca i supremi magistrati appellavansi anziani: potestà, capitano del popolo e sindaco che fossero, che facessero, quanto durassero, donde si traessero. — Se ai consigli partecipasse il popolo intero. — I consigli erano due in Lucca e da cui presieduti. — Consiglio di credenza che fosse. — Le tasche dove s'imborsavano i cittadini eligendi quante fossero, e chi vi mettessero. — Agl'imperatori non cale la cessazione dei feudatari a patto di redarne i diritti a carico del popolo. — Lo impero sostenne fino all'ultimo feudi imperiali le repubbliche toscane. — Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani vicarii imperiali a Lucca. — Motto acerbo dell'Alighieri, contro Uguccione. — Digressione intorno a Castruccio, e quante miserie nella sua prosperità apparecchia alla sua patria ed alla sua discendenza. — I Tedeschi lasciati da Ludovico il Bavaro mettono Lucca allo incanto: la compra lo Spinola mercante genovese, che la tiene poco e male; subentrano al dominio di Lucca uno dopo l'altro Giovanni di Boemia, i Rossi di Parma e gli Scaligeri, finalmente i Pisani nemici acerbissimi ai Lucchesi. — I Fiorentini si vendicano su Lucca delle ingiurie di Castruccio: in mezzo a questi tramestii le forme repubblicane non mutano: forme politiche non rilevano se manchi la sostanza della libertà. — Carlo IV vende la libertà ai Lucchesi; a quali patti ed a che prezzo. — I Lucchesi diventano fittaioli dello impero; poi con diuturna industria anco vicarii. — I nobili non vonno compagnia nel governo della repubblica, e il popolo li caccia via dai maestrati non già dalla città: rimedio unico per purgare gli stati dalle consorterie. — Legge proposta da Francesco Guinigi buona o trista secondo i tempi e gli uomini, e tuttavia necessaria. — Giovanni degli Obizzi e come rintuzza la improntitudine sua. — Statuto del 1372 nè libero nè tiranno, e seme di rancori. — Il maestrato dei conservatori della libertà prima si riforma, poi per la morte del Guinigi si cassa; gli surrogano l'ufficio dei Commissari di Palazzo, ma ad altro fine. Principia lo screzio fra i Forteguerra ed i Guinigi; moto dell'Obizzi spento nel sangue. — I Forteguerra esclusi dai maestrati. — Il senato s'industria rimediarci e come. — Bartolomeo Forteguerra viene alla prova delle armi; è vinto. — Il gonfaloniere Forteguerra da Forteguerra messo alle coltella. — Lazaro Guinigi si fa tiranno: instituisce una maniera di governo oligarchico d'interessi materiali. — Lazaro è ammazzato dal nipote di Bartolomeo Forteguerra, ma i Guinigi non cascano, anzi Paolo Guinigi si fa tiranno assoluto; sua viltà e sua avarizia; pure ha la Rosa di oro da Roma. — I Lucchesi lo combattono, lo vincono, lo condannano a morte; poi lo mandano prigione a Pavia, dove muore. — Riforma dello stato. — Pietro Cenami gonfaloniere, procedendo rigido più che non conveniva, è ammazzato: vendetta che ne pigliano i Lucchesi. — Nuove congiure. — Michele Guerrucci per non avere con che pagare le multe è decapitato. — Legge del discolato che fosse: ragione dei provvedimenti straordinari che gli stati pigliano nelle vere o credute necessità; e quando giovino, e quando no. — Condizioni della signoria di Lucca di faccia allo impero: privilegio di Carlo IV, impronta pitoccheria di Massimiliano I in contrasto con l'avara tenacità dei Lucchesi; per ultimo Massimiliano sbracia privilegi; Luigi XII anch'egli vuole quattrini per non far male. — Carlo V, e nuovo mercato per Lucca dovendo le concessioni imperiali finire con la persona che le fa. — Caso festevole avvenuto fra Massimiliano ed i Lucchesi per cagione di 1000 scudi. — Lucca reputata sempre feudo imperiale. — Nuovi tumulti provocati dai Poggi: origine prima del tumulto il benefizio di Santa Giulia; l'Orafo creatura dei Poggi malmena la famiglia del vescovo. — I Poggi ammazzano il gonfaloniere Vellutelli; feriscono Piero e Lazaro Arnolfini: vogliono imporre gonfaloniere Stefano da Poggio, gli anziani rifiutano. — Cittadini armansi a sostenere gli anziani; questi, per tôrre i capi ai sediziosi, li perdonano, contro gli altri procedono: diversità tra Genova e Lucca in proposito, se e quanto meriti lode per questo. — Tumulto degli Straccioni e perchè chiamato così. — Cause del tumulto. — Oligarchia borghese e suo scopi miserrimi; esclusione dei cittadini dalle magistrature; riforme intorno allo statuto dell'arte della seta ed angherie ai tessitori; comincia il subbuglio: gli anziani, come suole, non cedono poco in tempo per cedere troppo inopportunamente. — Adunanza popolare nel convento di S. Lucia; e quello che ci si discorse: che cosa si deliberasse di domandare. — Cenami gonfaloniere ben disposto a concedere le cose richieste. — Feroci parole di Fabbrizio dei Nobili rimettono in compromesso la pace. — Di nuovo il popolo si aduna, ma non ingiuria persona. — Anziani mandano pacieri, e sono accolti male, i tumultuanti domandano pane; pure si viene a patti, e sembra composto lo screzio. Chi soffia dentro perchè lo incendio rinfocoli. — Cagioni di querele manifestate. — Si riforma il reggimento, nuove concessioni al popolo, e non si conchiude nulla: ne sono cagione i giovani scapestrati, principalmente quelli che avevano cessato il mestiero delle armi. — Malefizi dei giovani insofferenti di ogni freno. — Partiti larghi sono vinti dal consiglio per calmare gli spiriti, che non si quietano, ormai ostinati a vivere licenziosamente. — Congiura di cittadini a Forci presso i Buonvisi per occupare la città alla sprovvista e restituirci, come oggi si direbbe, l'ordine, e non riesce. — Pericolo che corre la città: i popolani spartisconsi; chi vuole sangue, chi no: nel contrasto non si fa niente, pure bisogna piegare davanti la volontà dei popolani, provvisioni su le chiavi della città. — Guardia alle porte dei più avventati. — I cittadini abbandonano la città: bandi per impedirli; i popolani pigliano le merci e i beni che tentano scansare dalla città. — Il maestrato propone uscire di palazzo e abbandonare lo stato: pietà di siffatto partito; un popolano si oppone, e rimette il cuore in corpo agli anziani profferendosi difenderli a tutt'uomo. — Preci solenni e processione statuita per ricondurre gli animi alla concordia; singolarità della processione; i preti tirano l'acqua al loro mulino. — Dio pei preti ètrinoin cielo equattrinoin terra; gli aiuti divini o si fanno aspettare troppo o non giovano. — Signoria nuova, di cui fa parte Francesco Burlamacchi; partiti risoluti che piglia. — Festa dellaLibertà; la manda all'aria un popolano: conseguenze di cotesto scompiglio. — Nuove risoluzioni della Signoria proposte dal Burlamacchi; la plebe si ribella, che di un tratto si avventa alle case dei Buonvisi per abbatterle; parte di plebe contrasta, ne seguita una terribile zuffa: prevalgono i demolitori, che vanno per le artiglierie; i Buonvisi mostrano i denti alla bordaglia, che li lascia stare; nella notte però essi lasciano la città. — Assemblea universale per provvedere ai bisogni presenti; donde venga che pii uomini talvolta sono sapienti e animosi stando da sè soli, messi in mucchio diventano stolti e codardi: deliberazioni gravissime dell'assemblea vinte per virtù di popolani appartatisi dai licenziosi. — I partigiani dei ribelli, impediti di uscire dalle porte gittansi dalle finestre per avvisare gli amici, i quali corrono alle armi e tornano ad assediare il palazzo. — Gli assediati resistono. — Le leggi contro i sediziosi sono vinte. — Alberto da Castelnuovo vuol mandare all'aria il palazzo e non riesce per miracolo. — Gli assediati inviano a sonare a stormo perchè le compagnie delle bande cittadine traggano a liberarli; ma prima che vengano ingaggiano battaglia con quei del cortile; li finivano tutti, dove i sediziosi per tema di essere presi tra due fuochi non uscivano a guardare gli sbocchi delle strade. — I sediziosi cacciati dagli sbocchi, i difensori della Signoria si sparpagliano per la città; di ciò i sediziosi accortisi, fanno testa e tornano ad occupare il cortile: trista condizione degli anziani rimasti in palazzo: i Buonvisi fanno massa a monte San Quilico, ma gli anziani non sanno come avvisarlo; per devozione di Lunardo Pagnini sono avvertiti i Buonvisi; il difficile sta nello introdurli a Lucca. — Fede di prete Bastiano da Colle che si profferisce portare la chiave di porta San Donato affinchè sieno intromessi: avventure e disdette di prete Bastiano; finalmente trova Taddeo Pippi e si apre con lui: favore del Pippi, che si acconta col Dini, e per diverse vie si accordano di far capo a porta San Donato. — Orazione di Martino Buonvisi prima di muovere per Lucca. — Casi che ritardano e imbrogliano il cammino: il fiume con non poco travaglio è guazzato. — Consigli diversi di scalare le mura, o di ardere le porte: vanno a pigliare lingua a porta San Pietro, tornano assicurati si aprirà, tantosto la porta san Donato. — Prestanza di Vincenzo da Puccio; finalmente schiusa la porta, il Buonvisi co' seguaci suoi sono intromessi. — Modestia del Buonvisi. — Descrizione dello ingresso. — Argutezze di Meuccio cuoiaio. — La sedizione vinta. — Fuga di alcuni sediziosi e morte di altri. — Acclamazioni al Buonviso; e grave riprensione del gonfaloniere, a cui egli risponde umanamente. — Crudeltà esercitate dai vincitori: condanne di morte, carceri ed esilii. — Il commissario imperiale tradisce i commessi alla sua fede. — Due preti giustiziati. — I poggeschi di nuovo perseguiti; altri preti più avventurati scappano. — Nuove vendette patrizie. Parallelo fra i rivolgimenti di Lucca e di Siena, e si adducono le ragioni per le quali compariscono diversi fra loro. — È mortale la paura che fai al potente comechè in suo benefizio. — Leggi predisposte a instituire la oligarchia lucchese. — Congiura del Fatinelli e del Baccigalupo: loro supplizio. — Stato degli animi di Lucca inchinevoli a novità, epperò a favorire il moto del Burlamacchi.
Stato di Lucca nei tempi medii pari a quello delle altre terre toscane: i servi si ribellano contro i feudatari e costituscono il comune. — Imperatore e papa, considerati fonte di autorità nel mondo, talora facevano approvare dallo imperatore gli eletti dal popolo, talora no. — A Lucca i supremi magistrati appellavansi anziani: potestà, capitano del popolo e sindaco che fossero, che facessero, quanto durassero, donde si traessero. — Se ai consigli partecipasse il popolo intero. — I consigli erano due in Lucca e da cui presieduti. — Consiglio di credenza che fosse. — Le tasche dove s'imborsavano i cittadini eligendi quante fossero, e chi vi mettessero. — Agl'imperatori non cale la cessazione dei feudatari a patto di redarne i diritti a carico del popolo. — Lo impero sostenne fino all'ultimo feudi imperiali le repubbliche toscane. — Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani vicarii imperiali a Lucca. — Motto acerbo dell'Alighieri, contro Uguccione. — Digressione intorno a Castruccio, e quante miserie nella sua prosperità apparecchia alla sua patria ed alla sua discendenza. — I Tedeschi lasciati da Ludovico il Bavaro mettono Lucca allo incanto: la compra lo Spinola mercante genovese, che la tiene poco e male; subentrano al dominio di Lucca uno dopo l'altro Giovanni di Boemia, i Rossi di Parma e gli Scaligeri, finalmente i Pisani nemici acerbissimi ai Lucchesi. — I Fiorentini si vendicano su Lucca delle ingiurie di Castruccio: in mezzo a questi tramestii le forme repubblicane non mutano: forme politiche non rilevano se manchi la sostanza della libertà. — Carlo IV vende la libertà ai Lucchesi; a quali patti ed a che prezzo. — I Lucchesi diventano fittaioli dello impero; poi con diuturna industria anco vicarii. — I nobili non vonno compagnia nel governo della repubblica, e il popolo li caccia via dai maestrati non già dalla città: rimedio unico per purgare gli stati dalle consorterie. — Legge proposta da Francesco Guinigi buona o trista secondo i tempi e gli uomini, e tuttavia necessaria. — Giovanni degli Obizzi e come rintuzza la improntitudine sua. — Statuto del 1372 nè libero nè tiranno, e seme di rancori. — Il maestrato dei conservatori della libertà prima si riforma, poi per la morte del Guinigi si cassa; gli surrogano l'ufficio dei Commissari di Palazzo, ma ad altro fine. Principia lo screzio fra i Forteguerra ed i Guinigi; moto dell'Obizzi spento nel sangue. — I Forteguerra esclusi dai maestrati. — Il senato s'industria rimediarci e come. — Bartolomeo Forteguerra viene alla prova delle armi; è vinto. — Il gonfaloniere Forteguerra da Forteguerra messo alle coltella. — Lazaro Guinigi si fa tiranno: instituisce una maniera di governo oligarchico d'interessi materiali. — Lazaro è ammazzato dal nipote di Bartolomeo Forteguerra, ma i Guinigi non cascano, anzi Paolo Guinigi si fa tiranno assoluto; sua viltà e sua avarizia; pure ha la Rosa di oro da Roma. — I Lucchesi lo combattono, lo vincono, lo condannano a morte; poi lo mandano prigione a Pavia, dove muore. — Riforma dello stato. — Pietro Cenami gonfaloniere, procedendo rigido più che non conveniva, è ammazzato: vendetta che ne pigliano i Lucchesi. — Nuove congiure. — Michele Guerrucci per non avere con che pagare le multe è decapitato. — Legge del discolato che fosse: ragione dei provvedimenti straordinari che gli stati pigliano nelle vere o credute necessità; e quando giovino, e quando no. — Condizioni della signoria di Lucca di faccia allo impero: privilegio di Carlo IV, impronta pitoccheria di Massimiliano I in contrasto con l'avara tenacità dei Lucchesi; per ultimo Massimiliano sbracia privilegi; Luigi XII anch'egli vuole quattrini per non far male. — Carlo V, e nuovo mercato per Lucca dovendo le concessioni imperiali finire con la persona che le fa. — Caso festevole avvenuto fra Massimiliano ed i Lucchesi per cagione di 1000 scudi. — Lucca reputata sempre feudo imperiale. — Nuovi tumulti provocati dai Poggi: origine prima del tumulto il benefizio di Santa Giulia; l'Orafo creatura dei Poggi malmena la famiglia del vescovo. — I Poggi ammazzano il gonfaloniere Vellutelli; feriscono Piero e Lazaro Arnolfini: vogliono imporre gonfaloniere Stefano da Poggio, gli anziani rifiutano. — Cittadini armansi a sostenere gli anziani; questi, per tôrre i capi ai sediziosi, li perdonano, contro gli altri procedono: diversità tra Genova e Lucca in proposito, se e quanto meriti lode per questo. — Tumulto degli Straccioni e perchè chiamato così. — Cause del tumulto. — Oligarchia borghese e suo scopi miserrimi; esclusione dei cittadini dalle magistrature; riforme intorno allo statuto dell'arte della seta ed angherie ai tessitori; comincia il subbuglio: gli anziani, come suole, non cedono poco in tempo per cedere troppo inopportunamente. — Adunanza popolare nel convento di S. Lucia; e quello che ci si discorse: che cosa si deliberasse di domandare. — Cenami gonfaloniere ben disposto a concedere le cose richieste. — Feroci parole di Fabbrizio dei Nobili rimettono in compromesso la pace. — Di nuovo il popolo si aduna, ma non ingiuria persona. — Anziani mandano pacieri, e sono accolti male, i tumultuanti domandano pane; pure si viene a patti, e sembra composto lo screzio. Chi soffia dentro perchè lo incendio rinfocoli. — Cagioni di querele manifestate. — Si riforma il reggimento, nuove concessioni al popolo, e non si conchiude nulla: ne sono cagione i giovani scapestrati, principalmente quelli che avevano cessato il mestiero delle armi. — Malefizi dei giovani insofferenti di ogni freno. — Partiti larghi sono vinti dal consiglio per calmare gli spiriti, che non si quietano, ormai ostinati a vivere licenziosamente. — Congiura di cittadini a Forci presso i Buonvisi per occupare la città alla sprovvista e restituirci, come oggi si direbbe, l'ordine, e non riesce. — Pericolo che corre la città: i popolani spartisconsi; chi vuole sangue, chi no: nel contrasto non si fa niente, pure bisogna piegare davanti la volontà dei popolani, provvisioni su le chiavi della città. — Guardia alle porte dei più avventati. — I cittadini abbandonano la città: bandi per impedirli; i popolani pigliano le merci e i beni che tentano scansare dalla città. — Il maestrato propone uscire di palazzo e abbandonare lo stato: pietà di siffatto partito; un popolano si oppone, e rimette il cuore in corpo agli anziani profferendosi difenderli a tutt'uomo. — Preci solenni e processione statuita per ricondurre gli animi alla concordia; singolarità della processione; i preti tirano l'acqua al loro mulino. — Dio pei preti ètrinoin cielo equattrinoin terra; gli aiuti divini o si fanno aspettare troppo o non giovano. — Signoria nuova, di cui fa parte Francesco Burlamacchi; partiti risoluti che piglia. — Festa dellaLibertà; la manda all'aria un popolano: conseguenze di cotesto scompiglio. — Nuove risoluzioni della Signoria proposte dal Burlamacchi; la plebe si ribella, che di un tratto si avventa alle case dei Buonvisi per abbatterle; parte di plebe contrasta, ne seguita una terribile zuffa: prevalgono i demolitori, che vanno per le artiglierie; i Buonvisi mostrano i denti alla bordaglia, che li lascia stare; nella notte però essi lasciano la città. — Assemblea universale per provvedere ai bisogni presenti; donde venga che pii uomini talvolta sono sapienti e animosi stando da sè soli, messi in mucchio diventano stolti e codardi: deliberazioni gravissime dell'assemblea vinte per virtù di popolani appartatisi dai licenziosi. — I partigiani dei ribelli, impediti di uscire dalle porte gittansi dalle finestre per avvisare gli amici, i quali corrono alle armi e tornano ad assediare il palazzo. — Gli assediati resistono. — Le leggi contro i sediziosi sono vinte. — Alberto da Castelnuovo vuol mandare all'aria il palazzo e non riesce per miracolo. — Gli assediati inviano a sonare a stormo perchè le compagnie delle bande cittadine traggano a liberarli; ma prima che vengano ingaggiano battaglia con quei del cortile; li finivano tutti, dove i sediziosi per tema di essere presi tra due fuochi non uscivano a guardare gli sbocchi delle strade. — I sediziosi cacciati dagli sbocchi, i difensori della Signoria si sparpagliano per la città; di ciò i sediziosi accortisi, fanno testa e tornano ad occupare il cortile: trista condizione degli anziani rimasti in palazzo: i Buonvisi fanno massa a monte San Quilico, ma gli anziani non sanno come avvisarlo; per devozione di Lunardo Pagnini sono avvertiti i Buonvisi; il difficile sta nello introdurli a Lucca. — Fede di prete Bastiano da Colle che si profferisce portare la chiave di porta San Donato affinchè sieno intromessi: avventure e disdette di prete Bastiano; finalmente trova Taddeo Pippi e si apre con lui: favore del Pippi, che si acconta col Dini, e per diverse vie si accordano di far capo a porta San Donato. — Orazione di Martino Buonvisi prima di muovere per Lucca. — Casi che ritardano e imbrogliano il cammino: il fiume con non poco travaglio è guazzato. — Consigli diversi di scalare le mura, o di ardere le porte: vanno a pigliare lingua a porta San Pietro, tornano assicurati si aprirà, tantosto la porta san Donato. — Prestanza di Vincenzo da Puccio; finalmente schiusa la porta, il Buonvisi co' seguaci suoi sono intromessi. — Modestia del Buonvisi. — Descrizione dello ingresso. — Argutezze di Meuccio cuoiaio. — La sedizione vinta. — Fuga di alcuni sediziosi e morte di altri. — Acclamazioni al Buonviso; e grave riprensione del gonfaloniere, a cui egli risponde umanamente. — Crudeltà esercitate dai vincitori: condanne di morte, carceri ed esilii. — Il commissario imperiale tradisce i commessi alla sua fede. — Due preti giustiziati. — I poggeschi di nuovo perseguiti; altri preti più avventurati scappano. — Nuove vendette patrizie. Parallelo fra i rivolgimenti di Lucca e di Siena, e si adducono le ragioni per le quali compariscono diversi fra loro. — È mortale la paura che fai al potente comechè in suo benefizio. — Leggi predisposte a instituire la oligarchia lucchese. — Congiura del Fatinelli e del Baccigalupo: loro supplizio. — Stato degli animi di Lucca inchinevoli a novità, epperò a favorire il moto del Burlamacchi.
CAPITOLO V.Pag. 189.
La Riforma in Italia fa progressi e minaccia sopraffare il cattolicesimo. — Cause che la provocano. — Spettacolo quotidiano dei vizi del clero. — Santi padri, poeti, storici e letterati grandi tutti addosso a Roma. — Valdesi e albigesi se fossero in Italia e quanto durassero. — Benveduti dal clero nella Calabria e perchè. — Paganesimo della corte romana, da questo rimane indebolita la fede. — Imposture dei chierici e documenti falsi per la goffaggine loro di leggieri scoperti. — Lorenzo Valla e donazione di Costantino. — Versi di Battista Mantovano. — Lione X morendo non potè avere i sacramenti perchè gli aveva venduti. — Studi biblici: traduzioni, chiose e commentari. — Savonarola se possa considerarsi precursore di Lutero. — Cesare Cantù e suo perfido libro degliEretici in Italia; sue strane difese della chiesa romana. — Versioni italiane della Bibbia. — Smania di leggere libri dei riformatori. — Opinione stramba di fra Iacopo Passavanti su la traduzione volgare della Bibbia; così non la pensa Sisto V; al fine Roma approva la traduzione italiana della Bibbia, ma come. — Libri proibiti sotto nomi diversi dei loro autori penetrano nel Vaticano. — Curiosa avventura narrata dal cardinale Serafino circa Melantone che si rinnuova per altri. — Copie di libri proibiti; guadagno e pericolo allettamenti per i librai ed i pirati. — Scoperte, viaggi e commerci nocciono alla soperchianza romana; nocciono altresì le guerre e il mescersi delle nazioni fra loro. — Improperi che si avvicendano. — Imperatore e papa. — Sacco di Roma; maraviglia dei Tedeschi di vedere gl'Italiani sopportare il dominio dei preti. — Spagnuoli ladri e cattolici superlativi. — Tedeschi ladri un po' meno e cattolici punto. — Scede al papato. — Scena accaduta sotto Castello Sant'Angiolo. — Giorgo di Furstemberg venuto dal fondo di Germania per impiccare il papa e i cardinali. — Arringa del vescovo di Bari agli auditori della Ruota Romana. — Ferrara. — Renata. — Modena i Grillenzoni, Ludovico Castelvetro ed altri: in Modena la Riforma si allarga. — Bologna: casi del frate Mollio. — Sparata dello Altieri. Commissione romana per la riforma dei costumi creata da Paolo III, e caso che ne fanno i preti, anzi quei dessi, che la composero. — Le città del patrimonio di San Pietro: disputa ad Imola tra un frate ed un laico. — Venezia mercanteggia di eresia come di droghe. — Progressi della Riforma costà. — I luterani per poco non professano la religione loro pubblicamente; provincie di terraferma in quale stato si trovino. — Milano giudicato da Paolo III. — Vita ed avventure di Curio Secondo. — Valdesio spagnuolo a Napoli svia l'Ochino dal cammino della Chiesa. — Siena città dei santi e degli eretici. — Ochino e donde il suo nome; sue vicende, peripezie e dottrine. — Pietro Aretino e l'Ochino. — La devozione delle Quarant'ore inventata dall'Ochino. — Smancerie del cardinal teatino all'Ochino. — La riforma a Pisa, a Mantova, a Locarno. — Digressione intorno al fanatismo religioso e politico. — Odio contro il papato nella universa Italia. — Donne eretiche in Italia. — Si parla della riforma nella città di Lucca: e cause per aborrire Roma in Lucca antichissime. — Pietro Martire, donde il nome e la patria; suoi studi; predica sul purgatorio. — Vicario di San Frediano a Lucca: suo apostolato costà; amici e studi suoi. — Paolo III a Lucca non molesta il Martire, e perchè. — Cardinale Contarini amico del Martire e tinto di eresia. Carlo V tiene al fonte Carlo padre di Giovanni Diodati volgarizzatore della Bibbia, e papa Paolo lo battezza. — Oscena guerra contro il Martire: perfidissime lettere del cardinale Guidiccioni lucchese alla Signoria di Lucca. — Disegno di Carlo V circa a tôrre la libertà a Lucca riportato dal Luito Balbani non è creduto dal Tommasi, e con poco fondamento. — Un frate è preso; a forza liberato dal carcere, nella fuga si rompe una gamba ed è ripreso. — Il Martire e l'Ochino lasciano la Italia; il primo è eletto professore a Strasburgo. — Chiesa luterana di Lucca percossa non dispersa: che cose le scrivesse il Martire tredici anni dopo la sua fuga. — Lucca donde cava il nome: cause per le quali a Lucca la Riforma più presto che altrove attecchì e più lungo durò. — La Riforma in onta alle apparenze di esito certo e alle paure di Roma venne meno in Italia. — Se ne indagano sommariamente le cause. — Inquisizione; Roma da prima osteggia la inquisizione, e perchè. — Persecuzioni a Modena. — Del Castelvetro e della infamia del Caro buon letterato ed uomo pessimo: nè chi vive in corte di Roma può essere diverso. — Sonetto del Caro contro il Castelvetro mandato a memoria per virtù dei reverendi padri barnabiti. — Confronto delle lapidi sepolcrali di ambedue. — Feroce e moltiplice persecuzione a Ferrara: Olimpia Morato fuggendo scampa. — Commissione del re di Francia alla zia Renata duchessa di Ferrara; sue angustie; messa in carcere, divisa dai suoi: il figlio Alfonso la manda via. — Questi ilmagnanimoAlfonso di cui canta il Tasso: in che pregio ilmagnanimotenesse il Tasso. — Grandezza d'animo di Renata; sue figliuole. — Venezia tira partito dalla libertà di coscienza come da ogni altra cosa; ma poi spaventala dalle minacce di Roma piega: persecuzioni costà. — Terrore cattolico nell'Istria. — I Vergeri. — Caso miserabile di esuli veneziani dannati a morte per eresia. — Quali i supplizi veneziani. — Improntitudine dello inquisitore contro il duca di Mantova. — Ferocie clericali a Faenza ed a Parma; a Faenza il popolo dà di fuori e si sfoga. — Falsità pretine a Locarno; miserie dei Locarnesi spatriati. — Disputa tra il nunzio e le donne di Locarno. — Avventura di Barbara Montalto. — Altre atrocità pretine da clericali moderni, massime dal Cantù, non pure scusate, ma quasi lodate. — Roma avversa a Napoli la Inquisizione di Spagna perchè intende esercitarla da sè. — Lamentabili casi avvenuti in Calabria. — Sansisto e la Guardia colonne infami per Roma. — Corrispondenza tra Roma ed Austria, e poi tra Austria e Francia; digressione intorno alle condizioni presenti d'Italia. Testimonianze cattoliche intorno alle crudeltà sacerdotali da mettere non che ad altri pietà a Nerone. — Bartolomeo Fonzio mazzerato nel Tevere. — Paolo IV invaso da libidine di sangue: popolo romano rompe le statue di lui morto, mentre avrebbe dovuto rompere la testa di lui vivo. — I parziali di Pompeo Di Negri mercè settemila ducati ottengono che prima di bruciarlo lo strangolino: questo il Cantù afferma che i preti facessero senza quattrini; ma per essere creduti dal Cantù bisogna essere preti e carnefici. — Pio V più feroce di tutti: varie stragi a Como, a Torino, a Roma. — Paschali strangolato ed arso alla presenza del papa. — Altre persecuzioni. — Si torna a Lucca: diligenze per estirpare in cotesta repubblica l'eresie. — Lucchesi sciamano a frotte, massime i Burlamacchi: dove si rifuggissero; discendenza ed estinzione della linea di Francesco Burlamacchi.
La Riforma in Italia fa progressi e minaccia sopraffare il cattolicesimo. — Cause che la provocano. — Spettacolo quotidiano dei vizi del clero. — Santi padri, poeti, storici e letterati grandi tutti addosso a Roma. — Valdesi e albigesi se fossero in Italia e quanto durassero. — Benveduti dal clero nella Calabria e perchè. — Paganesimo della corte romana, da questo rimane indebolita la fede. — Imposture dei chierici e documenti falsi per la goffaggine loro di leggieri scoperti. — Lorenzo Valla e donazione di Costantino. — Versi di Battista Mantovano. — Lione X morendo non potè avere i sacramenti perchè gli aveva venduti. — Studi biblici: traduzioni, chiose e commentari. — Savonarola se possa considerarsi precursore di Lutero. — Cesare Cantù e suo perfido libro degliEretici in Italia; sue strane difese della chiesa romana. — Versioni italiane della Bibbia. — Smania di leggere libri dei riformatori. — Opinione stramba di fra Iacopo Passavanti su la traduzione volgare della Bibbia; così non la pensa Sisto V; al fine Roma approva la traduzione italiana della Bibbia, ma come. — Libri proibiti sotto nomi diversi dei loro autori penetrano nel Vaticano. — Curiosa avventura narrata dal cardinale Serafino circa Melantone che si rinnuova per altri. — Copie di libri proibiti; guadagno e pericolo allettamenti per i librai ed i pirati. — Scoperte, viaggi e commerci nocciono alla soperchianza romana; nocciono altresì le guerre e il mescersi delle nazioni fra loro. — Improperi che si avvicendano. — Imperatore e papa. — Sacco di Roma; maraviglia dei Tedeschi di vedere gl'Italiani sopportare il dominio dei preti. — Spagnuoli ladri e cattolici superlativi. — Tedeschi ladri un po' meno e cattolici punto. — Scede al papato. — Scena accaduta sotto Castello Sant'Angiolo. — Giorgo di Furstemberg venuto dal fondo di Germania per impiccare il papa e i cardinali. — Arringa del vescovo di Bari agli auditori della Ruota Romana. — Ferrara. — Renata. — Modena i Grillenzoni, Ludovico Castelvetro ed altri: in Modena la Riforma si allarga. — Bologna: casi del frate Mollio. — Sparata dello Altieri. Commissione romana per la riforma dei costumi creata da Paolo III, e caso che ne fanno i preti, anzi quei dessi, che la composero. — Le città del patrimonio di San Pietro: disputa ad Imola tra un frate ed un laico. — Venezia mercanteggia di eresia come di droghe. — Progressi della Riforma costà. — I luterani per poco non professano la religione loro pubblicamente; provincie di terraferma in quale stato si trovino. — Milano giudicato da Paolo III. — Vita ed avventure di Curio Secondo. — Valdesio spagnuolo a Napoli svia l'Ochino dal cammino della Chiesa. — Siena città dei santi e degli eretici. — Ochino e donde il suo nome; sue vicende, peripezie e dottrine. — Pietro Aretino e l'Ochino. — La devozione delle Quarant'ore inventata dall'Ochino. — Smancerie del cardinal teatino all'Ochino. — La riforma a Pisa, a Mantova, a Locarno. — Digressione intorno al fanatismo religioso e politico. — Odio contro il papato nella universa Italia. — Donne eretiche in Italia. — Si parla della riforma nella città di Lucca: e cause per aborrire Roma in Lucca antichissime. — Pietro Martire, donde il nome e la patria; suoi studi; predica sul purgatorio. — Vicario di San Frediano a Lucca: suo apostolato costà; amici e studi suoi. — Paolo III a Lucca non molesta il Martire, e perchè. — Cardinale Contarini amico del Martire e tinto di eresia. Carlo V tiene al fonte Carlo padre di Giovanni Diodati volgarizzatore della Bibbia, e papa Paolo lo battezza. — Oscena guerra contro il Martire: perfidissime lettere del cardinale Guidiccioni lucchese alla Signoria di Lucca. — Disegno di Carlo V circa a tôrre la libertà a Lucca riportato dal Luito Balbani non è creduto dal Tommasi, e con poco fondamento. — Un frate è preso; a forza liberato dal carcere, nella fuga si rompe una gamba ed è ripreso. — Il Martire e l'Ochino lasciano la Italia; il primo è eletto professore a Strasburgo. — Chiesa luterana di Lucca percossa non dispersa: che cose le scrivesse il Martire tredici anni dopo la sua fuga. — Lucca donde cava il nome: cause per le quali a Lucca la Riforma più presto che altrove attecchì e più lungo durò. — La Riforma in onta alle apparenze di esito certo e alle paure di Roma venne meno in Italia. — Se ne indagano sommariamente le cause. — Inquisizione; Roma da prima osteggia la inquisizione, e perchè. — Persecuzioni a Modena. — Del Castelvetro e della infamia del Caro buon letterato ed uomo pessimo: nè chi vive in corte di Roma può essere diverso. — Sonetto del Caro contro il Castelvetro mandato a memoria per virtù dei reverendi padri barnabiti. — Confronto delle lapidi sepolcrali di ambedue. — Feroce e moltiplice persecuzione a Ferrara: Olimpia Morato fuggendo scampa. — Commissione del re di Francia alla zia Renata duchessa di Ferrara; sue angustie; messa in carcere, divisa dai suoi: il figlio Alfonso la manda via. — Questi ilmagnanimoAlfonso di cui canta il Tasso: in che pregio ilmagnanimotenesse il Tasso. — Grandezza d'animo di Renata; sue figliuole. — Venezia tira partito dalla libertà di coscienza come da ogni altra cosa; ma poi spaventala dalle minacce di Roma piega: persecuzioni costà. — Terrore cattolico nell'Istria. — I Vergeri. — Caso miserabile di esuli veneziani dannati a morte per eresia. — Quali i supplizi veneziani. — Improntitudine dello inquisitore contro il duca di Mantova. — Ferocie clericali a Faenza ed a Parma; a Faenza il popolo dà di fuori e si sfoga. — Falsità pretine a Locarno; miserie dei Locarnesi spatriati. — Disputa tra il nunzio e le donne di Locarno. — Avventura di Barbara Montalto. — Altre atrocità pretine da clericali moderni, massime dal Cantù, non pure scusate, ma quasi lodate. — Roma avversa a Napoli la Inquisizione di Spagna perchè intende esercitarla da sè. — Lamentabili casi avvenuti in Calabria. — Sansisto e la Guardia colonne infami per Roma. — Corrispondenza tra Roma ed Austria, e poi tra Austria e Francia; digressione intorno alle condizioni presenti d'Italia. Testimonianze cattoliche intorno alle crudeltà sacerdotali da mettere non che ad altri pietà a Nerone. — Bartolomeo Fonzio mazzerato nel Tevere. — Paolo IV invaso da libidine di sangue: popolo romano rompe le statue di lui morto, mentre avrebbe dovuto rompere la testa di lui vivo. — I parziali di Pompeo Di Negri mercè settemila ducati ottengono che prima di bruciarlo lo strangolino: questo il Cantù afferma che i preti facessero senza quattrini; ma per essere creduti dal Cantù bisogna essere preti e carnefici. — Pio V più feroce di tutti: varie stragi a Como, a Torino, a Roma. — Paschali strangolato ed arso alla presenza del papa. — Altre persecuzioni. — Si torna a Lucca: diligenze per estirpare in cotesta repubblica l'eresie. — Lucchesi sciamano a frotte, massime i Burlamacchi: dove si rifuggissero; discendenza ed estinzione della linea di Francesco Burlamacchi.
CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO V.Pag. 5.
CAPITOLO VI.Pag. 97.
I moderati del 1859 erigono al Burlamacchi una statua, ma non ne dettano la vita, e perchè. — Concetto del Burlamacchi repubblicano e avverso al potere temporale. — Sua prudenza ed arti adoperate a procacciarsi compagni nella impresa. Sebastiano Carletti chi fosse; prima operaio nel fondaco Burlamacchi, poi soldato sopra le galere di Lione Strozzi; viene a Lucca, va a Marsiglia per tirare lo Strozzi nella congiura. — Cesare Benedino è messo a parte della impresa: chi fosse; come lo adoperasse il Burlamacchi, che lo tratta più largamente di quello che la Repubblica fiorentina non trattasse il Machiavelli. — Generosità del Burlamacchi. — Gli Strozzi e l'indole loro; Bastiano Carletti va a Marsiglia per conferire col priore; non ce lo trovando, lo raggiunge a Parigi. — Ragioni diverse delle congiure. — Bastiano va in Iscozia ed in Inghilterra col priore, e succede una sosta alla congiura: gesti del priore costà. — Favorito da Francesco I, ma poco accetto ad Enrico II, e perchè. — Lo pospone nel comando dell'armata ad altro capitano meno degno; non per questo si ribella, come il Doria, e perchè. — Lione Strozzi, priore di Capua come il padre suo Filippo, si giudica fosse ateo. — Il Carletto, tornato a Lucca, ferma una posta fra Lione Strozzi e Francesco Burlamacchi a Lucca; ma Lione balena; pure va a Venezia per aspettarlo. — Il Burlamacchi è eletto commissariodelle milizie di montagna: quando queste milizie venissero instituite: reputazione di questo ufficio e vantaggi che porge ai disegni del Burlamacchi. — Va a mettere pace tra San Quirico e Castelvecchio, ma è pretesto; messa da banda la pace, schizza a Bologna: quivi lasciato il servo, va a Ferrara, dove conferisce co' riformati: poi s'incammina a Venezia dopo avere da capo lasciato il servo Bati a Francolino, ma poi ce lo raggiunge; motivi presunti onde così costumasse il Burlamacchi. — Quello che avvenisse a Venezia secondo che depose con giuramento in giudizio Bartolomeo da Pontito detto il Bati. — Differenza di forma e d'ingegno fra il Burlamacchi e lo Strozzi. — Conferenza fra questi due. — Il Burlamacchi espone a parte a parte l'ordine della congiura e il modo di riuscirvi: Lione approva, ma piglia tempo per la esecuzione della impresa: pericoli e vantaggi dello aspettare, e per converso dello affrettarsi. — Il Burlamacchi torna a Lucca, dove attende a confermare gli amici ed a crescere il numero dei suoi seguaci; esce degli anziani: subito dopo lo eleggono gonfaloniere con universale soddisfazione. — Manda più volte il Benedino a Venezia sotto pretesto di comprare tinte, per sollecitare lo Strozzi, che gingilla senza prendere nè lasciare. —
I moderati del 1859 erigono al Burlamacchi una statua, ma non ne dettano la vita, e perchè. — Concetto del Burlamacchi repubblicano e avverso al potere temporale. — Sua prudenza ed arti adoperate a procacciarsi compagni nella impresa. Sebastiano Carletti chi fosse; prima operaio nel fondaco Burlamacchi, poi soldato sopra le galere di Lione Strozzi; viene a Lucca, va a Marsiglia per tirare lo Strozzi nella congiura. — Cesare Benedino è messo a parte della impresa: chi fosse; come lo adoperasse il Burlamacchi, che lo tratta più largamente di quello che la Repubblica fiorentina non trattasse il Machiavelli. — Generosità del Burlamacchi. — Gli Strozzi e l'indole loro; Bastiano Carletti va a Marsiglia per conferire col priore; non ce lo trovando, lo raggiunge a Parigi. — Ragioni diverse delle congiure. — Bastiano va in Iscozia ed in Inghilterra col priore, e succede una sosta alla congiura: gesti del priore costà. — Favorito da Francesco I, ma poco accetto ad Enrico II, e perchè. — Lo pospone nel comando dell'armata ad altro capitano meno degno; non per questo si ribella, come il Doria, e perchè. — Lione Strozzi, priore di Capua come il padre suo Filippo, si giudica fosse ateo. — Il Carletto, tornato a Lucca, ferma una posta fra Lione Strozzi e Francesco Burlamacchi a Lucca; ma Lione balena; pure va a Venezia per aspettarlo. — Il Burlamacchi è eletto commissariodelle milizie di montagna: quando queste milizie venissero instituite: reputazione di questo ufficio e vantaggi che porge ai disegni del Burlamacchi. — Va a mettere pace tra San Quirico e Castelvecchio, ma è pretesto; messa da banda la pace, schizza a Bologna: quivi lasciato il servo, va a Ferrara, dove conferisce co' riformati: poi s'incammina a Venezia dopo avere da capo lasciato il servo Bati a Francolino, ma poi ce lo raggiunge; motivi presunti onde così costumasse il Burlamacchi. — Quello che avvenisse a Venezia secondo che depose con giuramento in giudizio Bartolomeo da Pontito detto il Bati. — Differenza di forma e d'ingegno fra il Burlamacchi e lo Strozzi. — Conferenza fra questi due. — Il Burlamacchi espone a parte a parte l'ordine della congiura e il modo di riuscirvi: Lione approva, ma piglia tempo per la esecuzione della impresa: pericoli e vantaggi dello aspettare, e per converso dello affrettarsi. — Il Burlamacchi torna a Lucca, dove attende a confermare gli amici ed a crescere il numero dei suoi seguaci; esce degli anziani: subito dopo lo eleggono gonfaloniere con universale soddisfazione. — Manda più volte il Benedino a Venezia sotto pretesto di comprare tinte, per sollecitare lo Strozzi, che gingilla senza prendere nè lasciare. —
CAPITOLO VII.Pag. 125.
Le passioni umane di che ragione sieno. — Chi fosse Andrea Pessini, e suo carattere morale. — Cagione per la quale il Pessini si consiglia di nocere al Burlamacchi. — Imprudenza del Benedino, che in lui si confida; il Pessino cavalca a Firenze; tradisce patria ed amico rivelando tutta la congiura al duca Cosimo, che ha paura e dissimula. — Tristizia dei tempi, ai quali possono solo paragonarsi i nostri. — Se possa essere vero che il Pessino confessasse al Benedino il suo tradimento; com'è verosimile se ne accorgesse il tradito; il Benedino ne porge notizia al Burlamacchi: quali le parole e le deliberazioni di lui; è statuita la fuga e il modo per eseguirla. — Scrive lettera alla Signoria con la quale purga da ogni complicità amici e parenti; se solo accusa: generosità adoperata verso l'Umidi sanese, e codardia del medesimo. — I magnanimi sensi del Burlamacchi derisi dai bracchi del principato. — L'Umidi svela la congiura a Bonaventura Barili cancelliere della Signoria. — Provvisioni del Burlamacchi per accertare la fuga, ed ordini che dà aBaccio donzello. — Il Burlamacchi tarda a presentarsi alla porta San Pietro, e discorsi che ne hanno fra loro Baccio e il Benedino. — Preteso imbroglio dei preposti alla custodia delle porte se verosimile. — Francesco esce di palazzo a sera, aspetta nel cortile il cugino Garzoni, che venuto esce con esso: racconto del Burlamacchi inverosimile, ma fatto a posta per salvare il cugino Garzoni: come si può supporre che accadesse il caso. — Il Burlamacchi, trovando impedita alla fuga la via, torna indietro; va a casa sua; consulta di parenti, che lo consigliano rientrare in palazzo. — La Signoria manda per esso, ed egli va: terrore e viltà dei Signori non intesi della congiura; smanie paurose dei compiici; tutte si appuntano a danno del Burlamacchi. — Magnanimità di questo, che dichiarava ignari tutti della sua trama, egli solo colpevole; dopo molte ambagi gli anziani lo fanno condurre alle sue stanze e guardarlo a vista; distrugge carte e ogni altro testimonio della sua impresa. — Consulta del consiglio, dove si propone sostenere prigione il Burlamacchi; esquisite cautele che si adoperano perchè non fugga e non si ammazzi. — Giusti timori degli anziani esposti; mandansi oratori ai diversi principi ed al concilio di Trento; a Cosimo spediscono il più astuto dei cancellieri. — Raccomandazione ai cittadini lucchesi stanziati in paesi stranieri di difendere dalle accuse la Repubblica. — Colloquio fra il cancelliere lucchese e il duca Cosimo; la batte tra pirata e corsaro: non si conchiude nulla. — Il duca per isgarrarla invia alla Repubblica oratore messere Agnolo Niccolini, e si conchiude anco meno.
Le passioni umane di che ragione sieno. — Chi fosse Andrea Pessini, e suo carattere morale. — Cagione per la quale il Pessini si consiglia di nocere al Burlamacchi. — Imprudenza del Benedino, che in lui si confida; il Pessino cavalca a Firenze; tradisce patria ed amico rivelando tutta la congiura al duca Cosimo, che ha paura e dissimula. — Tristizia dei tempi, ai quali possono solo paragonarsi i nostri. — Se possa essere vero che il Pessino confessasse al Benedino il suo tradimento; com'è verosimile se ne accorgesse il tradito; il Benedino ne porge notizia al Burlamacchi: quali le parole e le deliberazioni di lui; è statuita la fuga e il modo per eseguirla. — Scrive lettera alla Signoria con la quale purga da ogni complicità amici e parenti; se solo accusa: generosità adoperata verso l'Umidi sanese, e codardia del medesimo. — I magnanimi sensi del Burlamacchi derisi dai bracchi del principato. — L'Umidi svela la congiura a Bonaventura Barili cancelliere della Signoria. — Provvisioni del Burlamacchi per accertare la fuga, ed ordini che dà aBaccio donzello. — Il Burlamacchi tarda a presentarsi alla porta San Pietro, e discorsi che ne hanno fra loro Baccio e il Benedino. — Preteso imbroglio dei preposti alla custodia delle porte se verosimile. — Francesco esce di palazzo a sera, aspetta nel cortile il cugino Garzoni, che venuto esce con esso: racconto del Burlamacchi inverosimile, ma fatto a posta per salvare il cugino Garzoni: come si può supporre che accadesse il caso. — Il Burlamacchi, trovando impedita alla fuga la via, torna indietro; va a casa sua; consulta di parenti, che lo consigliano rientrare in palazzo. — La Signoria manda per esso, ed egli va: terrore e viltà dei Signori non intesi della congiura; smanie paurose dei compiici; tutte si appuntano a danno del Burlamacchi. — Magnanimità di questo, che dichiarava ignari tutti della sua trama, egli solo colpevole; dopo molte ambagi gli anziani lo fanno condurre alle sue stanze e guardarlo a vista; distrugge carte e ogni altro testimonio della sua impresa. — Consulta del consiglio, dove si propone sostenere prigione il Burlamacchi; esquisite cautele che si adoperano perchè non fugga e non si ammazzi. — Giusti timori degli anziani esposti; mandansi oratori ai diversi principi ed al concilio di Trento; a Cosimo spediscono il più astuto dei cancellieri. — Raccomandazione ai cittadini lucchesi stanziati in paesi stranieri di difendere dalle accuse la Repubblica. — Colloquio fra il cancelliere lucchese e il duca Cosimo; la batte tra pirata e corsaro: non si conchiude nulla. — Il duca per isgarrarla invia alla Repubblica oratore messere Agnolo Niccolini, e si conchiude anco meno.
CAPITOLO VIII.Pag 149.
Lucchesi, paurosi che il caso del Burlamacchi possa danneggiarli, fanno profferte vilissime a cesare. — Due volte mandansi oratori ai principi per tenerseli bene edificati. — Manoscritto originale del processo si conserva negli archivi di Lucca. — Quali le aderenze del Burlamacchi nelle città toscane. — Corrispondenze co' Sanesi quali. — Sua virtù a scolpare l'Umidi, che pure lo aveva tradito. — Confessa lui essere buono cattolico, e non ci si crede. — Testimonianze soppresse ed ora restituite. — E messo al tormento, altezza di animo dimostrata da lui in cotesto frangente. — Scrive allo imperatore ed al gonfaloniere di Lucca: della prima lettera non trovammo traccia; forse conservasi negli archividi Vienna; pure se ne conosce il contenuto e si dichiara: si riporta la lettera del Burlamacchi al gonfaloniere. — Che cosa egli e gli Strozzi intendessero fare di Cosimo duca di Firenze. — Torturato da capo. — Smanie di Cosimo per avere nelle mani il Burlamacchi. — Lettera del duca Cosimo in corte allo imperatore per ottenere il suo intento. — Ferrante Gonzaga governatore di Milano manda un commissario imperiale per rinnovare gli esami del Burlamacchi. — Martoriato da capo: da sè spogliasi e si adatta alla corda. — Minacciato della prova del fuoco, da cui per pietà il commissario si rimane. — Terminato il processo, il commissario torna a Milano con due istanze contrarie: il duca voleva il Burlamacchi, e la Repubblica non glielo voleva dare. — Richiesto a Milano: squisite diligenze per custodirlo e perchè: si consegna con pubblico contratto: è messo in prigione onesta, ma dopo pochi giorni condannato a morte. — Tentativi degli amici e dei parenti del Burlamacchi per liberarlo. — Il Gonzaga dà buone parole; memoriali allo imperatore. — Andrea Doria raccomanda il Burlamacchi allo imperatore. — Per salvare Francesco, spendono in corte i parenti più di 36m. ff. — La moglie del Burlamacchi, la madre e l'amica di Cosimo pregano costui per la salvezza di Francesco, e risposta del duca. — Tentasi la fuga: disdetta onde non potè avere luogo: se vero o verosimile il caso. — Compagni di prigionia; chi fosse il marchese Giulio Cibo Malaspina. — Vengono per la tirannide le vendemmie di sangue: quali le cause che mossero cesare a incrudelire, e tra queste le principali. — Ultimi particolari della vita di Francesco Burlamacchi. — Sua sepoltura; potrebbero rinvenirsene le ossa. — Sebastiano Carletti si salva. — Fine miserabile di Cesare Benedino decapitato 14 anni dopo la congiura. — Commiato dello Autore.
Lucchesi, paurosi che il caso del Burlamacchi possa danneggiarli, fanno profferte vilissime a cesare. — Due volte mandansi oratori ai principi per tenerseli bene edificati. — Manoscritto originale del processo si conserva negli archivi di Lucca. — Quali le aderenze del Burlamacchi nelle città toscane. — Corrispondenze co' Sanesi quali. — Sua virtù a scolpare l'Umidi, che pure lo aveva tradito. — Confessa lui essere buono cattolico, e non ci si crede. — Testimonianze soppresse ed ora restituite. — E messo al tormento, altezza di animo dimostrata da lui in cotesto frangente. — Scrive allo imperatore ed al gonfaloniere di Lucca: della prima lettera non trovammo traccia; forse conservasi negli archividi Vienna; pure se ne conosce il contenuto e si dichiara: si riporta la lettera del Burlamacchi al gonfaloniere. — Che cosa egli e gli Strozzi intendessero fare di Cosimo duca di Firenze. — Torturato da capo. — Smanie di Cosimo per avere nelle mani il Burlamacchi. — Lettera del duca Cosimo in corte allo imperatore per ottenere il suo intento. — Ferrante Gonzaga governatore di Milano manda un commissario imperiale per rinnovare gli esami del Burlamacchi. — Martoriato da capo: da sè spogliasi e si adatta alla corda. — Minacciato della prova del fuoco, da cui per pietà il commissario si rimane. — Terminato il processo, il commissario torna a Milano con due istanze contrarie: il duca voleva il Burlamacchi, e la Repubblica non glielo voleva dare. — Richiesto a Milano: squisite diligenze per custodirlo e perchè: si consegna con pubblico contratto: è messo in prigione onesta, ma dopo pochi giorni condannato a morte. — Tentativi degli amici e dei parenti del Burlamacchi per liberarlo. — Il Gonzaga dà buone parole; memoriali allo imperatore. — Andrea Doria raccomanda il Burlamacchi allo imperatore. — Per salvare Francesco, spendono in corte i parenti più di 36m. ff. — La moglie del Burlamacchi, la madre e l'amica di Cosimo pregano costui per la salvezza di Francesco, e risposta del duca. — Tentasi la fuga: disdetta onde non potè avere luogo: se vero o verosimile il caso. — Compagni di prigionia; chi fosse il marchese Giulio Cibo Malaspina. — Vengono per la tirannide le vendemmie di sangue: quali le cause che mossero cesare a incrudelire, e tra queste le principali. — Ultimi particolari della vita di Francesco Burlamacchi. — Sua sepoltura; potrebbero rinvenirsene le ossa. — Sebastiano Carletti si salva. — Fine miserabile di Cesare Benedino decapitato 14 anni dopo la congiura. — Commiato dello Autore.
APPENDICEPag. 183.