CAPITOLO IV.

CAPITOLO IV.Stato di Lucca nei tempi medii pari a quello delle altre terre toscane: i servi si ribellano contro i feudatari e costituiscono il comune. — Imperatore e papa, considerati fonte di autorità nel mondo, talora facevano approvare dallo imperatore gli eletti dal popolo, talora no. — A Lucca i supremi magistrati appellavansi anziani: potestà, capitano del popolo e sindaco che fossero, che facessero, quanto durassero, donde si traessero. — Se ai consigli partecipasse il popolo intero. — I consigli erano due in Lucca e da cui presieduti. — Consiglio di credenza che fosse. — Le tasche dove s'imborsavano i cittadini eligendi quante fossero, e chi vi mettessero. — Agl'imperatori non cale la cessazione dei feudatari a patto di redarne i diritti a carico del popolo. — Lo impero sostenne fino all'ultimo feudi imperiali le repubbliche toscane. — Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani vicarii imperiali a Lucca. — Motto acerbo dell'Alighieri, contro Uguccione. — Digressione intorno a Castruccio, e quante miserie nella sua prosperità apparecchia alla sua patria ed alla sua discendenza. — I Tedeschi lasciati da Ludovico il Bavaro mettono Lucca allo incanto: la compra lo Spinola mercante genovese, che la tiene poco e male; subentrano al dominio di Lucca uno dopo l'altro Giovanni di Boemia, i Rossi di Parma e gli Scaligeri, finalmente i Pisani nemici acerbissimi ai Lucchesi. — I Fiorentini si vendicano su Lucca delle ingiurie di Castruccio: in mezzo a questi tramestii le forme repubblicane non mutano: forme politiche non rilevano se manchi la sostanza della libertà. — Carlo IV vende la libertà ai Lucchesi; a quali patti ed a che prezzo. — I Lucchesi diventano fittaioli dello impero; poi con diuturnaindustria anco vicarii. — I nobili non vonno compagnia nel governo della repubblica, e il popolo li caccia via dai maestrati non già dalla città: rimedio unico per purgare gli stati dalle consorterie. — Legge proposta da Francesco Guinigi buona o trista secondo i tempi e gli uomini, e tuttavia necessaria. — Giovanni degli Obizzi e come rintuzza la improntitudine sua. — Statuto del 1372 nè libero nè tiranno, e seme di rancori. — Il maestrato dei conservatori della libertà prima si riforma, poi per la morte del Guinigi si cassa; gli surrogano l'ufficio dei Commissari di Palazzo, ma ad altro fine. Principia lo screzio fra i Forteguerra ed i Guinigi; moto dell'Obizzi spento nel sangue. — I Forteguerra esclusi dai maestrati. — Il senato s'industria rimediarci e come. — Bartolomeo Forteguerra viene alla prova delle armi; è vinto. — Il gonfaloniere Forteguerra da Forteguerra messo alle coltella. — Lazaro Guinigi si fa tiranno: instituisce una maniera di governo oligarchico d'interessi materiali. — Lazaro è ammazzato dal nipote di Bartolomeo Forteguerra, ma i Guinigi non cascano, anzi Paolo Guinigi si fa tiranno assoluto: sua viltà e sua avarizia; pure ha la Rosa di oro da Roma. — I Lucchesi lo combattono, lo vincono, lo condannano a morte; poi lo mandano prigione a Pavia, dove muore. — Riforma dello stato. — Pietro Cenami gonfaloniere, procedendo rigido più che non conveniva, è ammazzato: vendetta che ne pigliano i Lucchesi. — Nuove congiure. — Michele Guerrucci per non avere con che pagare le multe è decapitato. — Legge del discolato che fosse: ragione dei provvedimenti straordinari che gli stati pigliano nelle vere o credute necessità; e quando giovino, e quando no. — Condizioni della signoria di Lucca di faccia allo impero: privilegio di Carlo IV, impronta pitoccheria di Massimiliano I in contrasto con l'avara tenacità dei Lucchesi; per ultimo Massimiliano sbracia privilegi; Luigi XII anch'egli vuole quattrini per non far male. — Carlo V, e nuovo mercato per Lucca dovendo le concessioni imperiali finire con la persona che le fa. — Caso festevole avvenuto fra Massimiliano ed i Lucchesi per cagione di 1000 scudi. — Lucca reputata sempre feudo imperiale. — Nuovi tumulti provocati dai Poggi: origine prima del tumulto il benefizio di Santa Giulia; l'Orafo creatura dei Poggi malmena la famiglia del vescovo. — I Poggi ammazzano il gonfaloniere Vellutelli, feriscono Piero e Lazaro Arnolfini; vogliono imporre gonfaloniere Stefano da Poggio, gli anziani rifiutano. — Cittadini armansi a sostenere gli anziani; questi, per tôrre capi ai sediziosi, li perdonano, contro gli altri procedono;diversità tra Genova e Lucca in proposito, se e quanto meriti lode per questo. — Tumulto degli Straccioni e perchè chiamato così. — Cause del tumulto. — Oligarchia borghese e suoi scopi miserrimi; esclusione dei cittadini dalle magistrature; riforme intorno allo statuto dell'arte della seta ed angherie ai tessitori; comincia il subbuglio: gli anziani, come suole, non cedono poco in tempo per cedere troppo inopportunamente. — Adunanza popolare nel convento di S. Lucia; e quello che ci si discorse: che cosa si deliberasse di domandare. — Cenami gonfaloniere ben disposto a concedere le cose richieste. — Feroci parole di Fabbrizio dei Nobili rimettono in compromesso la pace. — Di nuovo il popolo si aduna, ma non ingiuria persona. — Anziani mandano pacieri, e sono accolti male, i tumultuanti domandano pane; pure si viene a patti, e sembra composto lo screzio. Chi soffia dentro perchè lo incendio rinfocoli. — Cagioni di querele manifestate. — Si riforma il reggimento, nuove concessioni al popolo, e non si conchiude nulla; ne sono cagione i giovani scapestrati, principalmente quelli che avevano cessato il mestiero delle armi. — Malefizi dei giovani insofferenti di ogni freno. — Partiti larghi sono vinti dal consiglio per calmare gli spiriti, che non si quietano, ormai ostinati a vivere licenziosamente. — Congiura di cittadini a Forci presso i Buonvisi per occupare la città alla sprovvista e restituirci, come oggi si direbbe, l'ordine, e non riesce. — Pericolo che corre la città: i popolani spartisconsi; chi vuole sangue, chi no: nel contrasto non si fa niente, pure bisogna piegare davanti la volontà dei popolani; provvisioni su le chiavi della città. — Guardia alle porte dei più avventati. — I cittadini abbandonano la città: bandi per impedirli; i popolani pigliano le merci e i beni che tentano scansare dalla città. — Il maestrato propone uscire di palazzo e abbandonare lo stato: pietà di siffatto partito; un popolano si oppone, e rimette il cuore in corpo agli anziani profferendosi difenderli a tutt'uomo. — Preci solenni e processione statuita per ricondurre gli animi alla concordia; singolarità della processione; i preti tirano l'acqua al loro mulino. — Dio pei preti ètrinoin cielo equattrinoin terra; gli aiuti divini o si fanno aspettare troppo o non giovano. — Signoria nuova, di cui fa parte Francesco Burlamacchi; partiti risoluti che piglia. — Festa dellaLibertà; la manda all'aria un popolano: conseguenze di cotesto scompiglio. — Nuove risoluzioni della Signoria proposte dal Burlamacchi; la plebe si ribella, che di un tratto si avventa alle case dei Buonvisi per abbatterle; parte di plebe contrasta, ne seguitauna terribile zuffa: prevalgono i demolitori, che vanno per le artiglierie; i Buonvisi mostrano i denti alla bordaglia, che li lascia stare; nella notte però essi lasciano la città. — Assemblea universale per provvedere ai bisogni presenti; donde venga che gli uomini talvolta sono sapienti e animosi stando da sè soli, messi in mucchio diventano stolti e codardi: deliberazioni gravissime dell'assemblea vinte per virtù di popolani appartatisi dai licenziosi. — I partigiani dei ribelli, impediti di uscire dalle porte gittansi dalle finestre per avvisare gli amici, i quali corrono alle armi e tornano ad assediare il palazzo. — Gli assediati resistono. — Le leggi contro i sediziosi sono vinte. — Alberto da Castelnuovo vuol mandare all'aria il palazzo e non riesce per miracolo. — Gli assediati inviano a sonare a stormo perchè le compagnie delle bande cittadine traggano a liberarli; ma prima che vengano ingaggiano battaglia con quei del cortile: li finivano tutti, dove i sediziosi per tema di essere presi tra due fuochi non uscivano a guardare gli sbocchi delle strade. — I sediziosi cacciati dagli sbocchi, i difensori della Signoria si sparpagliano per la città; di ciò i sediziosi accortisi, fanno testa e tornano ad occupare il cortile: trista condizione degli anziani rimasti in palazzo; i Buonvisi fanno massa a monte San Quilico, ma gli anziani non sanno come avvisarlo; per devozione di Lunardo Pagnini sono avvertiti i Buonvisi; il difficile sta nello introdurli a Lucca. — Fede di prete Bastiano da Colle che si profferisce portare la chiave di porta San Donato affinchè sieno intromessi: avventure e disdette di prete Bastiano; finalmente trova Taddeo Pippi e si apre con lui: favore del Pippi, che si acconta col Dini, e per diverse vie si accordano di far capo a porta San Donato. — Orazione di Martino Buonvisi prima di muovere per Lucca. — Casi che ritardano e imbrogliano il cammino: il fiume con non poco travaglio è guazzato. — Consigli diversi di scalare le mura, o di ardere le porte: vanno a pigliare lingua a porta San Pietro, tornano assicurati si aprirà tantosto la porta san Donato. — Prestanza di Vincenzo da Puccio, finalmente schiusa la porta, il Buonvisi co' seguaci suoi sono intromessi. — Modestia del Buonvisi. — Descrizione dello ingresso. — Argutezze di Meuccio cuoiaio. — La sedizione vinta. — Fuga di alcuni sediziosi e morte di altri. — Acclamazioni al Buonviso; e grave riprensione del gonfaloniere, a cui egli risponde umanamente. — Crudeltà esercitate dai vincitori; condanne di morte, carceri ed esilii. — Il commissario imperiale tradisce i commessi alla sua fede. — Due preti giustiziati. — I poggeschi di nuovo perseguiti; altripreti più avventurati scappano. — Nuove vendette patrizie. Parallelo fra i rivolgimenti di Lucca e di Siena, e si adducono le ragioni per le quali compariscono diversi fra loro. — È mortale la paura che fai al potente comechè in suo benefizio. — Leggi predisposte a instituire la oligarchia lucchese. — Congiura del Fatinelli e del Baccigalupo: loro supplizio. — Stato degli animi di Lucca inchinevoli a novità, epperò a favorire il moto del Burlamacchi.Ora importa che in succinto vediamo quali le disposizioni di Lucca per opporsi, ovvero per favorire una impresa avventurata in pro della sua libertà. La sua storia ab antiquo pari a quella delle altre repubbliche toscane: colà come altrove il torrente barbarico lasciò una melma di feudatari i quali trebbiavano il servo della gleba come questi trebbiava il grano; se non che un dì avendo il servo fatto tesoro di rabbia ed avendo acquistato senso di forza, si rivoltò e vinse i suoi oppressori: di qui sorse il comune, che per necessità si ordinò da prima a reggimento popolesco, stando lontani e in altre cure involti il papa e lo imperatore, considerati come sorgenti di ogni autorità sopra la terra. Quali per lo appunto gli ordini onde si governavano noi potremmo chiarire, ma a un dipresso furono consigli presieduti da un maggiorente fra i cittadini eletti dal popolo, per più o meno durata sedenti in ufficio; questi, se lo imperatore si faceva sentire (e qualche volta lo sentivano come la mola quando macina), procuravano venissero da lui approvati, se no e con molta contentezza ne facevano a meno; i nomi mutarono, ed oraappellaronsi consoli, tale altra anziani e priori, ma in Lucca per ordinarioanziani: Ecco uno degli anziani di Santa Zita, mettetel sotto, come scrive Dante Alighieri. Oltre gli anziani ebbero potestà preposti ai giudizi vuoi civili o vuoi criminali, e capitani di popolo, negli inizi paesani, poi li trassero di fuori, forse per causa di emulazioni procellose e forse per iniqua parzialità: anco si legge del magistrato del sindaco, di cui lo ufficio investigare l'operato di ogni ufficiale compito il termine della sua condotta, imperciocchè tutte le cariche fossero temporanee, ed esso pure si chiamasse da paesi stranieri. I parlamenti del popolo intero rari e solo per approvare, e al popolo ne avanzava, ponendo egli allora in massima parte lo studio della libertà nell'essere governato con amore e con cura del suo vantaggio; e per me credo che a molti, eziandio ai giorni nostri, basterebbe così: invece di assemblee universali, istituirono due consigli, uno maggiore e l'altro minore: in vari tempi il numero di ambedue vario, il primo presiedeva il podestà, che, non pago di eseguire la legge, la faceva, per consueto in compagnia e qualche volta anco solo; al secondo il capitano del popolo: dal luogo dove si adunavano, quello dicevano di San Michele, questo di San Pietro: eravi altresì un consiglio di credenza, non già distinto, sibbene composto di cittadini meglio saputi e prudenti dei due consigli, il quale trattava delle faccende destinate a rimanere segrete. Per un tempo il consiglio minore, scelto fra giovani, sopperivaalla mancanza dei consiglieri del primo, ma dopo ognuno ebbe attribuzioni proprie. I consiglieri traevansi a sorte da due tasche dove s'imborsavano i nomi dei cittadini che a norma degli statuti n'erano degni; più tardi si aggiunse una terza tasca, la quale da capo rimase soppressa.Agl'imperatori poco importò che i feudatari sparissero quando restava il popolo; anzi se, cessati i pastori rimaneva il gregge, guadagnavano un tanto. Bene avrieno potuto le repubbliche toscane affermare con la mano sopra la spada (chè a questo modo unicamente si afferma bene) la propria autorità, ma non vollero, intese per gara stupida a lacerarsi fra loro, o non seppero (perchè e' ci bisogna del buono e del bello per fare capire al popolo che il padrone della terra èlui, propriolui). Però, quando gli stava per isguizzargli di mano lo imperatore, ei si volgeva al papa; o guelfo o ghibellino, gli era mestieri un attaccagnolo dove appiccare la libertà; per la quale cosa queste repubbliche di proprio diritto non si costituirono giuridicamente mai, e, per tacere di Siena, di Pisa e di Lucca, anco Firenze i giureconsulti dello impero sostennero feudo imperiale allorquando, prima di spegnersi la stirpe dei Medici, l'Austria ne dispose come di cosa sua; difatti Uguccione della Faggiuola in qualità di vicario imperiale tiranneggiò Pisa, e quando per tradimento di Castruccio sorprese Lucca, ci entrò e la tenne con titolo e potestà di vicario imperiale; nè con diversotitolo la signoreggiò poi lo stesso Castruccio, allorchè Uguccione ebbe perduto a un tratto Lucca e Pisa. Pari furono in Uguccione ed in Castruccio le voglie rapaci e la prestanza nelle armi, superiore d'assai lo ingegno nel Castruccio; e due capi dentro una corona non entrano; e poi, per antichi e per novelli esempi, tristo o no il principe ch'ei sia, non perdona al suddito il dono del regno; i doni che si fanno ai principi, se tali da potere essere rimeritati, essi qualche volta rimeritano; se poi troppo grandi, gli hanno in uggia quanto le ribellioni, di vero gli uni e le altre fanno ricompensare dall'ordinario loro elemosiniere, il carnefice; però Ranieri figliuolo di Uguccione rimasto a Lucca, come più garoso del padre, essendo giovane, smaniando fare troppo presto, fece male, perchè, messe le mani addosso al Castruccio stava per mandargli il prete e il boia; e forse era meglio, ma il popolo, che s'innamora di chiunque ha potenza di fargli male, saltò su i mazzi, minacciando romperla se subito non si liberava Castruccio; di che sbigottito Ranieri da un lato s'industria menare il can per l'aia e dall'altro spedisce al padre Uguccione celeri messi a Pisa onde venisse via: ma Uguccione, che assai compiaceva alle turpi parti del corpo, massime al ventre, standosi a mensa rispose che non cascava nel quarto, e finchè non fu pinzo e satollo non si volle quinci rimovere. Intanto a Lucca il popolo armato si versava per le strade gridando libertà, e quando ci entrò Uguccione, ilmeglio che gli rimanesse a fare fu di fuggire, mentre Pisa, uscito appena, gli si ribellava al grido di:popolo, popolo, e libertà, il quale, comechè, più spesso che non dovrebbe essere, bugiardo, tuttavolta serbò e serba sempre virtù di agghiacciare il sangue del tiranno.Castruccio fu tale uomo da scavare le occasioni di sotto terra, pensiamo se se le lasciasse fuggire di mano; gli diedero un compagno che subito gli si strusse a canto a mo' di neve, ebbe potestà quanta ne volle, gliel'assentirono tutti, popolo ed ottimati, acclamazioni di piazza e voti di consigli: usarono i Lucchesi libertà pienissima di costituirsi servi, caso che via via nel mondo si rinnuova. Se alle piccole cose è lecito paragonare le grandi, Castruccio legò al carro della sua fortuna Lucca come già Napoleone la Francia, uguali i trionfi, l'ebbrezza e i rovesci; in questo il Lucchese più avventuroso del Côrso, che quegli non vide la malignità del destino avverso, mentre Napoleone l'ebbe a provare vivo; Castruccio vinse i suoi nemici sempre o quasi, mirabile lo celebrarono, e veramente fu per moti celeri, per subiti assalti, per sagaci ritirate, espugnò terre, vinse battaglie nelle storie famose, si assoggettò Pisa, prese e riprese Pistoia, trascorse fin sotto le mura di Firenze e per istrazio ci fe' correre tre palii, uno di meretrici; qual civanzo ne trassero i Lucchesi? Ludovico il Bavaro prima spoglia della signoria paterna i figli di Castruccio e poi lascia su quel di Lucca i Tedeschi quasi belve in pastura, i quali, fastiditidel soggiorno, anelando i patrii luoghi, la mettono allo incanto, la offrono a Firenze che non la vuole, a Pisa che anch'ella la rifiuta; all'ultimo come ciarpa vecchia la comprò un mercante genovese, Spinola, che la tenne poco e male e ci rimise le spese; gli subentrarono uno dopo l'altro Giovanni di Boemia, Piero Rossi di Parma, lo Scaligero di Verona: venduta e rivenduta, che anco dopo tanto tempo è una pietà leggere, per ultimo cascò nelle mani dei Pisani acerbissimi ed eterni nemici dei Lucchesi, sicchè adesso che hanno perduto perfino la gagliardia dell'odio con mutui dileggi si trafiggono fra loro, tanto è fecondo nel cuore dell'uomo il seme del male! I Fiorentini si ricattarono altresì contro i Lucchesi, e di che tinta! e col cambio resero loro le scorrerie del paese, le uccisioni, i guasti del contado e perfino i tre palii côrsi sotto le mura di Lucca, compreso quello delle meretrici. Vuolsi notare che in mezzo a tutti questi tramestii le forme apparenti della repubblica non mutarono, stettero gli anziani, il capitano del popolo, il potestà ed i consigli; la qual cosa dimostra quanto sieno poca cosa gl'instituti dovo manchi la sostanza.A Pisa tiranna di Lucca tiranneggiava il mercante Agnello, che caduto dall'alto si ruppe ad un tratto una gamba e la tirannide; allora sopraggiunse lo imperatore Carlo IV acclamato dai Lucchesi come liberatore, ormai ridotti a tale da stimare libertà il mutamento di servaggio: lo imperatore inprimisvolle quattrini, equindi concesse loro le facoltà della zecca, dello studio, di conferire lauree e parecchie altre coserelle a patto che nello impero restasse fermo il diritto di superiorità in tutto e per tutto, compreso l'utile dominio. Degli scrittori lucchesi taluno afferma da Carlo IV derivare la libertà di Lucca, altri sostengono all'opposto ch'ei ribadì le catene vecchie, e mi sembra che questi abbiano ragione: per ora fittaiuoli del proprio paese diventano i Lucchesi; nè dai principi vuolsi aspettare mai libertà diversa da questa.Tanto vero così che lo imperatore avendo lasciato in Toscana un suo vicario, questi in Lucca si recò in mano la elezione del potestà, ricevè giuramenti, gli anziani non elesse ma approvò, e via discorrendo; ma i Lucchesi si misero alla usanza del ragnatelo a rifare la repubblica loro, ed ora agli anziani reputando spediente preporre un gonfaloniere, lo fecero; poi l'autorità loro stabilirono; pian piano anco di un po' di milizia si provvidero; ricomposero le tasche per la elezione degli anziani; il fitto annuo venne rinunziato; che più? ottennero il privilegio di essere padroni in casa propria, ma come vicarii imperiali o, vogliam dire, rappresentanti di un padrone straniero.Nella composizione di questo reggimento fu provvisto che vi partecipassero così nobili come popolani; ma a ciò non consentirono i nobili, i quali nella potestà non si chiamando contenti di prevalere, la presero tutta, e sta bene; vissero e vivono finchè possono vita di consorteria ipatrizi; tuttavia anco in seno al popolo si formano le consorterie, e allora queste diventano non già forza, bensì cancrena di popolo. Il popolo, dacchè i patrizi rifiutano uguaglianza, li dichiara decaduti dal reggimento e si chiude un nemico nelle viscere: veramente nemici sarebbero stati essi sempre, ma, esclusi a questo modo, i patrizi per necessità dovevano agitarsi irrequieti: tutto ben ventilato, a sperdere le consorterie io non ci vedo altro modo che il bando dei consorti o permanente o temporaneo e fuori dello stato: certo grave partito questo o copioso di danno, pure altro meno nocivo non mi riesce trovare, ed è ruina espressa sopportarli chiusi dentro il corpo sociale: per la quale cosa bene conobbe gli umori di costoro il dabbene cittadino Francesco Guinigi quando per ischermirsi dalle insidie patrizie propose un magistrato di cui unico fine fosse la difesa della libertà, che fu chiamato deiconservatori della libertà e del buono stato; accettarono ed elessero a farne parte lui primo. I patrizi, accortisi della ragia, si diedero moto per istrozzare cotesto magistrato sul nascere e levarono tumulto, se non che il magistrato diede prova di essere nato co' denti, imperciocchè, agguantati quattro, tagliò al primo il capo e la mano destra, gli altri licenziò col solo taglio della testa. A Giovanni degli Obizzi precipio eccitatore del tumulto, trovandosi fuori di città, intimarono stesse lontano; non obbediva, audacemente rientrava, sostenuto con passione diceva: Questa la ricompensa dello esiliosofferto durante la tirannide pisana? questo il compenso della scemata sostanza? Così Lucca ristora i suoi figliuoli del sangue versato per riacquistarle libertà? A cui rispondevano: Or come per mercede della difesa libertà tu vuoi che ti soffriamo tiranno, tu per te combattevi e non per noi, dacchè Lucca in potestà altrui non poteva essere tua. — Tuttavia, oltre al confermargli il bando, da ogni altra molestia si rimasero: costui bestemmiò il popolo ingrato; a me par giusto.Nel 1372 ebbe compimento lo statuto della repubblica; le forme repubblicane sempre, ma per così dire l'aria repubblicana non vi circola dentro, dagli uffici esclude i nobili e i cavalieri di parecchie famiglie, gli Antelminelli e i consorti tutti, ma nè anche ammette il popolo in generale e non pochi dei popolani ormai per industrie proficuamente esercitate diventati cospicui. Non è da dirsi se dai desiderosi di novità fosse inviso il magistrato dei conservatori della libertà; e siccome di vero appariva eccessivo, come sono sempre quelli i quali o una grande necessità od un grande timore suggeriscono, così non fu difficile apporgli accuse; ad evitare le quali ne raddoppiarono il numero e provvidero che solo un terzo per anno tenesse lo ufficio: e a questo modo un tempo durò sostenuto dalla bontà grande di Francesco Guinigi, ma egli cesse al fato comune nel 1384; allora tornarono i mestatori a lacerare più perfidiosi che mai il magistrato dei conservatoridella libertà, e tanto pontarono che all'ultimo ottennero si abolisse; ai conservatori surrogarono i commissari di palazzo, ma erano altra cosa, imperciocchè lo ufficio di questi stesse unicamente nel vigilare le fortezze e le faccende della guerra: di qui incominciò uno screzio tra i Guinigi e i Forteguerra, cui piaceva l'acqua torba per pescarci dentro, del quale tentò approfittarsi Giovanni Obizzi fuoruscito mandando lettere ai suoi partigiani col mezzo di due frati; il reggimento, che stava a orecchi tesi, n'ebbe odore, e in un bacchio baleno acciuffa, tormenta e fa confessare i delinquenti, dei quali i laici decapita, i chiesastici manda a Roma. Giovanni degli Obizzi si era male apposto; i Lucchesi allora aborrivano moversi non perchè stessero bene, ma perchè temevano trovarsi peggio, sicchè con decreto amplissimo bandirono che le leggi veglianti sopra i consigli e le imborsazioni rimanessero inviolabili nè alcuno si attentasse arringare per riformarle: ma ecco mentre si guardano dalla pioggia sopraggiunge loro addosso la gragnuola.I Guinigi, massime Lazaro figliuolo di Francesco, reputandosi offesi dai Forteguerra, tra cui primeggiava Bartolomeo dottore in leggi ed estimato uomo d'assai, nella occasione che si aveva a rinnovare la tasca per la imborsazione dei collegi si dimenarono in guisa che poterono escluderne la più parte dei Forteguerra, e Bartolomeo più volte gonfaloniere e anziano fecero noverare fra gli arroti o, vogliam dire, supplenti,i quali costumavasi trarre dai giovani che non avevano mai tenuto maestrato. Buonagiunta Schiezza fece la spia o per levità o per tristizia; Bartolomeo meritamente ne mosse strepito infinito, e seco quanti queste soperchierie detestavano; i quali umori desiderando sopire sul nascere, il senato propose aggiungere una tasca di ducento dieci cittadini dove gli esclusi sarebbero stati imborsati, con avvertenza però che non avessero ad essere tratti se la prima non fosse vuotata: pretesto di simile novità fu che, molti cittadini stando fuori a cagione della morìa o per negozi, importava provvedere affinchè gli uffici non rimanessero scoperti, ma Bartolomeo, invece di quetare, s'incollerì due cotanti, e parendogli che quello non fosse riparo bastevole alla ingiuria, lacerava la turpe pusillanimità del senato; voleva al tutto cassa la imborsazione, i truffatori puniti; sotto sembianza di giustizia la vendetta compita: tentaronsi diversi modi di composizione, e taluni parvero tali da contentare chi ormai non avesse fermo il chiodo di romperla; e questo per lo appunto era l'animo di Bartolomeo, il quale, valendosi della congiuntura di Forteguerra entrato gonfaloniere, ruppe in aperta contesa; gli mandò la virtù, e la fortuna; prevalse il Guinigi, che, espugnato il palazzo, mentre il gonfaloniere repugna a lasciarglielo sgombro, cade iniquamente spento dai seguaci satelliti. In questo tumulto si nota un caso che male s'intende, se pure non si spiega così, che il Guinigi, tutto inteso a vincere, fecedi ogni erba fascio per procurarsi satelliti, i quali poi inferocirono per proprio conto, chè la mala compagnia grava sempre non solo le spalle, ma bensì anco l'anima e la fama: parecchi vinti al furiare della plebe ebbero asilo nelle case del Guinigi e furono salvi; i fratelli Serangeli, lo stesso Bartolomeo Forteguerra rimasero spenti a ghiado; dopo passato il Rubicone che avanza a Cesare? Diventare imperatore o morire trafitto; a Lazaro occorsero ambedue i fati: fu principe assentendolo unanimi gli sbigottiti cittadini; pochi emuli bandì, fra questi Gherardo Burlamacchi antenato di Francesco, agli altri concesse perdono. A dire il vero, ei si mostrò mite tiranno, ma delle arti tiranniche si valse con inestimabile studio, condusse armi straniere, poche e fidatissime le paesane, profuse grazie ai complici meno per gratitudine che per allettamento a mantenerseli fedeli, si circondò di guardie, anzi diede loro stanza nel suo proprio palazzo. Non diverso dai prudenti tiranni, le forme del reggimento lasciò illese, e tuttavia giunse ad alterarne la sostanza, conciossiachè ridusse lo stato nelle mani dei borghesi, istituendo, per così dire, una oligarchia d'interessi, da cui escluse i dottori di leggi, i medici, i lettori di studio, insomma chiunque per dignità di dottrina o per eccellenza d'ingegno presentisse dovergli un giorno procedere avverso; nè può negarsi che secondo l'ordinario andamento delle cose umane ei si apponesse. In odio agli emuli Lazaro tutto quello che da loro emanava distrusse; perfino lostatuto penale stesso nella massima parte da Bartolomeo Forteguerra in codesti tempi lodato, cui fece vie più desiderare il nuovo sostituito e che all'ultimo venne richiamato in vigore con plauso di quelli che lo composero: infine, perchè cotesta antica soperchieria in tutto e per tutto alle nuove e alle nuovissime rassomigliasse, con solenni apparecchi si resero grazie a Dio, quasi per renderlo complice del reato. Dio pur troppo alle miserie nostre non attende o non le cura; chè, se così non fosse, e dove meglio potrebbe adoperare i suoi fulmini quanto a incenerire colui che, tradendo la fede del popolo, se ne fa con violenza tiranno? Il vendicatore fu Antonio Sbarra nipote ai Forteguerra: costui per condurre a fine il disegno si fece famigliare di Lazaro, gli entrò in grazia, ne sposò la sorella, e covata la vendetta sette anni, certa sera mentre Lazaro si stava senza sospetto di lui a suono di pugnalate lo ammazzò. Nè a lui nè alla patria giovò la Nemesi, ch'egli n'ebbe mozzo il capo, e quella non ricuperò la libertà; i cittadini bollirono un cotal po', ma non diedero di fuori; della quale ventura e della pestilenza che allora infieriva approfittandosi, i Guinigi riserrarono gli ordini oligarchici riducendo il reggimento in dodici del consiglio con balía suprema sopra tutte le cose, da durare finchè non cessava il contagio. Il contagio cessò, ma costoro non ismisero la balía: allora i cittadini ripigliarono a brontolare e accennavano a peggio; li prevenne Paolo Guinigi, che sostenuto dai soldati mercenari si costituiscetiranno; cupido e avaro lo dice la storia e a tutta prova codardo; eccetto questi meriti, altri non gliene sappiamo, ma l'avere accolto Gregorio XII con gentilezza ed undici cardinali gli fruttò larosa d'oro, dono solenne dei sommi pontefici largito ai sostegni della Chiesa: di viltà in viltà, dopo avere patteggiato co' ladroni del suo paese, giunse allo estremo di tutto, che fu negoziare la vendita di Lucca ai Fiorentini; e poichè tanta infamia non seppero tollerare, i Lucchesi, accontandosi insieme, gli fanno impeto addosso e presolo lo giudicano: dichiarava lo statuto che il magistrato reo di avere manomessa la libertà della patria pagasse del capo; gli risparmiarono pietosi troppo il patibolo, sì bene lo consegnarono al conte Francesco Sforza, che lo mandò a Milano, donde trasportato a Pavia, quivi miseramente morì prigione.Dev'essere la libertà gaudio divino, dacchè una sembianza di lei o un grido che la chiami bastino a empire di dolcezza un popolo intero. Le campane sonavano a gloria, sulle torri, dai balconi sventolavano le bandiere, le pareti comparivano ornate di drappi stupendi per oro contesto e per seta; di liete voci intorno echeggiava l'aere, i cittadini frequenti per le vie abbracciavansi e piangevano e tutto questo perchè s'invocava il nome della libertà. Si adunarono cento padri di fediglia, i quali, dopo avere dichiarato che repubblicani volevano morire siccome erano nati, elessero dodici cittadini cui diedero balía di riformare lo stato, fra questiPietro Cenami, della ruina del Guinigi massima parte, che poi crearono gonfaloniere: ma rei tempi soprastavano a Lucca, la quale non valse a districarsi da guerre infelici e dalla più desolata carestia: bene accolse dentro le sue mura vincitore Nicolò Piccinino e mostrò rallegrarsene come si può per vittoria la quale non ti porta benefizio ed è vinta con armi non nostre; ella abbattè le mura della cittadella Augusta, arnese di tirannide, stimando che distrutto il covo fosse spenta la bestia; i beni dei Guinigi confiscò, scarso compenso dei danni patiti; ai suoi discendenti interdisse la terra, dove sarebbero tornati non figli ma lupi; e poichè tristi cittadini, o per lo effetto dei loro mali pensieri ovvero ad istigazione altrui, non posavano di macchinare in iscapito della repubblica, si restituiva il magistrato per la custodia della libertà ed in danno dello sciagurato Cenami, imperciocchè, detestando gli scapestrati il rigido gonfaloniere, notte tempo entratigli in quattro nella stanza dove ei dormiva dietro la scorta di due anziani colleghi di Pietro che li guidarono, di mille punte lui inerme ferirono e misero a morte. Il defunto con esequie spontanee onorarono; i principali operatori della strage di lui decapitarono; e la storia con dolore registra complice del misfatto un Giovanni Burlamacchi, anch'egli dei maggiori di Francesco, e però condannato a carcere perpetuo. Da ora in poi solertissima la vigilanza dei custodi della libertà: onde il doppio tentativo di Ladislao Guinigi figlio di Paoloper sorprendere Lucca riuscito a vuoto; del pari scopersero la congiura di Michele Guerrucci, il quale, comunque anziano si fosse, rifuggì legarsi con uomini di piccolo affare per sovvertire lo stato in mezzo alla solennità di santa Croce; condannato nel capo, ottenne grazia per intercessione del duca di Milano a patto che si riscattasse con diecimila fiorini d'oro da pagarsi in due rate; arrivata la scadenza della prima, non pagata la moneta, pagò col capo: di ciò sendosi dolto il duca di Milano, come quello a cui parve non si avesse avuto debito riguardo, i Lucchesi mandarono oratori per iscusarsi; se ne sarebbero astenuti un'altra volta, per cotesta ormai non ci era più rimedio.Per ischermirsi da tante e siffatte insidie, a questi tempi venne fuori la legge detta del discolato, da taluni come ottima difesa, da altri come pessima lacerata: su la quale è da avvertirsi che necessità non ha legge e che per insulso culto della libertà non si devono lasciare le mani libere, e peggio poi armarle, ai nemici di lei perchè la trucidino: la questione sta nell'adoperare i partiti straordinari lealmente in pro' del vivere libero, e tanto si ottiene quando lo stato si governa davvero a libertà; in caso diverso tu somministri i flagelli per isferzare i buoni a vantaggio de' rei: a questo modo avvenne nel nostro regno d'Italia due volte, perchè nè retti nè reggitori amano, sanno o vogliono la libertà: di libertà a noi le veci e il sembiante, ai figli nostri la sostanza. Ora ecco lalegge del discolato che fosse: di tratto in tratto i consiglieri erano chiamati a segnare una nota di cittadini reputati perniciosi alla repubblica; tutti quelli che nello squittinio occorrevano scritti in due terzi delle note si mettevano da parte e si sottoponevano da capo alla votazione del consiglio se avessero a bandirsi; dove si trovasse che in tre quarti dei voti erano per bandirsi, durante tre anni cacciavansi fuori di stato.Con simile argomento si otteneva che nei casi supremi, dove l'attimo perduto a superare il pericolo genera esizio, l'animoso rettore non venisse distratto da far presto e bene dalle invidie, dalle malignità e peggio dalle più frequenti saccenterie d'inani mestatori. Il guaio fu che a Lucca, remosso il pericolo, l'arnese piacque e si mantenne non già in pro' dello stato, al contrario nello interesse dell'aristocrazia in danno dei popoleschi perchè non fiatassero, molto meno operassero; e conchiudo col dire che colui il quale crede che si possa governare sempre in un modo mettilo a mazzo del pilota che vorrebbe navigare a tutti i venti con una vela sola.Prima di ripigliare il filo dei casi interni, a fine di chiarire quale e quanta parte dei cittadini appetisse novità e perciò fosse disposta a sostenere la impresa del Burlamacchi onde conseguire riforme nel reggimento, con pochi cenni mi sbrigherò ad esporre come e perchè i cittadini tutti avessero a desiderare di emanciparsi dalla subiezione imperiale. Già dissi del diploma di Carlo IV; adesso aggiungo come MassimilianoI imperatore, senza giudizio e senza danari, venuto in fantasia di pigliare la corona a Roma e forse anche il papato, di repente per suoi oratori domanda alla Repubblica imperiale di Lucca gli mantenga attorno a sè cento fanti per un anno, gli paghi venticinquemila ducati e per ultimo il deposito per le crociate e i giubilei. A Lucca parve essere pecora nella siepe; e poichè pecora non uscì mai dal pruneto se qualche briciolo di lana non ci lasciasse, così invia oratori a tirarsi i capelli co' ministri imperiali; e' la batteva tra il rotto e lo stracciato; assottiglia, assottiglia, più di cinquemila ducati non vollero da una parte dare nè dall'altra poterono prendere; e poi non isborsarono nè anco questi, chè allo imperatore saltò il ticchio di non andare più a Roma, e i Lucchesi procederono come costuma il marinaro, che, passato il pericolo, gabba il santo. Ma lo imperatore più tardi torna a spillare quattrini dai Lucchesi, non sapendo, per farne, a qual santo votarsi; le antiche ragioni non si potevano addurre, ne propose nuove: gli pagassero subito dodici mila scudi, ed egli avrebbe confermato loro i privilegi antichi. Piacque l'offerta, non il prezzo, e qui da capo il mercato giudaico; si convenne per novemila, ed egli da Padova con diploma ampissimo conferma l'antica libertà di Lucca, le concede facoltà legislative ed amministrative, autorità giudiziaria, il mero e misto impero; rinnuova le largizioni fatte a Castruccio, i privilegi di Carlo IV, renunzia all'annuo canone, il quale del resto non si pagavapiù fino dai tempi del vicario imperiale Guidone, e per ultimo enumera tutte le terre e castella che dovevano formare parte del dominio di Lucca senza darsi per inteso se per violenza o per trattato si trovassero in potestà altrui; e conchiude promettendo protezione e difesa con tutte le forze dello impero. Ma la protezione dello impero proteggeva poco; imperciocchè i Lucchesi, minacciati da Luigi XII, come quelli che procedevano parziali a Massimiliano, e quindi a lui ostili, ebbero di catti di comprare la protezione della Francia per trentaseimila tornesi, e loro non parvero troppi. A Massimiliano successe Carlo V, che di bene altri ugnoli si mostrò armato dell'avo suo; i Lucchesi gli spediscono subito oratori per tenerselo bene edificato e chiedere la conferma del diploma di Massimiliano. Il cancelliere Gattinara faceva cascare la cosa dall'alto: negozio grave questo; molta ma molta somma richiedersi all'uopo per ispianare le difficoltà. I Lucchesi sentivano venirsi addosso i sudori freddi e guaivano miseria; ma il Gattinara spietato gl'intronava sponendo come nella dieta di Vormazia, quando si fermò la lega col papa, persone intendenti avessero dichiarato che Lucca senza incomodarsi poteva contribuire per sua quota di spese fino a 40000 ducati; e poi a lui essere noto di certa scienza che a Luigi XII in più volte ne avessero pagati due tanti: ora volevano mettere Luigi a petto di Carlo? Costui non pastore, non padre, non re, bensì mercenario: e quanto a fede Carlo, prima di tradire lapromessa, avrebbe fatto falò di tutte le provincia dello impero senza lasciarne pure una. I Lucchesi stretti alla gola lasciarono scappare la offerta di novemila scudi; il Gattinara, compreso da orrore per lo avaro sussidio, lungi da sè sdegnosamente lo rigettava; intanto correvano o piuttosto si facevano correre voci sinistre: due baroni, uno tedesco e l'altro spagnuolo, chiedevano Lucca in feudo e quattrini subito; lo imperatore risoluto a romperla con la ingrata città, di voce imperiale, coi fatti francese: allora i Lucchesi con le lagrime agli occhi offersero quindicimila scudi in tre rate di cinquemila l'una, che poi i mercanti lucchesi sottomano scontarono raspandovi su quattromiladugento scudi. I re tirarono e tirano sempre via; il popolo paga. In ghetto non si saria potuto negoziare meglio nè peggio di quello che lo imperatore e i Lucchesi si facessero. Nè si creda già che narrando io queste cose carichi le tinte; perchè trovi nelle storie che il povero Massimiliano ridotto al verde supplicava i Lucchesi di un migliaio di scudi per carità, ed i Lucchesi pur compiangendolo gli si buttarono in ginocchio davanti a mani giunte esortando che per amore di Dio non li ruinasse: quasi ruggine della natura lucchese in ogni tempo la spilorceria, sicchè fra essi corre un proverbio strano ed è «che per pigliare darieno il core.» Checchè sia del diploma di Carlo V confermatorio quello di Massimiliano, e sebbene gli imperatori che di mano in mano si successero non esigessero censo veruno per rinnovare lefatte concessioni, tuttavia Lucca fu considerata sempre feudo imperiale, di cui i privilegi potevano da ogni novello imperatore revocarsi, essendode iurefeudale le concessioni temporanee e però obbligatorie solo durante la vita dello imperatore che le largiva o le confermava, e pure, avendo e cuore e fronte di affermarsi repubblica, questa catena al piede si portò Lucca fino al 1799.In Lucca, come avvertimmo, essendo prevalsa al reggimento l'oligarchia borghese, bene si accontavano con essa taluni nobili: ma pochi fiori non fanno ghirlanda; i più restavano esclusi, fra questi i Poggi casata copiosa di uomini e di ricchezze; costoro, lontani dai maestrati per volontà altrui, dai traffici per superbia propria, si davano ad ogni ragione diletti ed anco capestrerie; ozio e potenza furono sempre mai supreme spinte a mal fare: a nuovi scompigli per causa loro andò soggetta la patria, e la cagione questa. Un Arnolfino protonotario apostolico standosene a Roma per tirare acqua al suo molino, ottenne dal papa il benefizio di S. Giulia giudicato dei buoni: i patroni del benefizio se ne arrecarono, e meritamente, e da per sè soli non bastando a far contrasto, ricorsero per protezione ai Poggi e l'ebbero; sicchè il rappresentante dell'Arnolfino quantunque, come prete, tenace a tenere i denti stretti, per timore di averne le ossa rotte, scappò; se il protonotario pestasse i piedi tu il pensa, e poichè ne mosse fiero lamento agli anziani, e' fu mestieri che questi ci pigliassero parte.Frattanto un Pietro dell'Orafo creatura dei Poggi, per favorire un materassaio, insolentiva contro la famiglia del vescovo: puniti entrambi, il materassaio obbedisce, l'Orafo no e se ne richiama ai Poggi, i quali infelloniti investono il palazzo della signoria e a coltellate ammazzano il gonfaloniere Vellutelli; altri di loro, fatto impeto contro la casa di Lorenzo Arnolfino, e lui e il suo congiunto Pietro bestialmente feriscono; ciò fatto, circondandosi di scherani atterriscono gli anziani ed impongono sia eletto gonfaloniere Stefano di Poggio: comechè avessero la morte alla bocca, gli anziani rifiutano. Scesa la notte, attendono di qua e di là ad armarsi; ma scemano i partigiani dei Poggi e di tanto si accrescono i difensori della Signoria, che l'atrocità del caso a sangue freddo percosse la mente anco dei meno buoni: alla dimane gli anziani potevano vincere, pur non osarono, scesero a patti con gli omicidi ed impegnaronsi per fede a lasciare partirsi illesi dalla città Vincenzo e Iacopo dei Poggi, Lorenzo e Domenico Iotti perdutissimi giovani. Usciti costoro, si adunava la pratica, dove il vice-gonfaloniere Parpaglioni orando fervidamente conchiudeva si procedesse rigidissimi contro i rei tutti, il perdono concesso ai quattro come estorto dal timore si revocasse. I padri in parte accolsero la proposta, in parte no; i non perdonati si giudicassero, i perdonati lasciassersi stare, ciò persuadere la fama della Repubblica, austera mantenitrice della data fede. In guisa del tutto contraria a questa praticò la Repubblicadi Genova co' Fieschi a istanza di Andrea Doria, ma Andrea troppo più prepoteva del Parpaglioni sopra la volontà dei cittadini; e poichè noi biasimammo cotesto atto, volentieri loderemmo questo altro, ma in coscienza non possiamo, imperciocchè dubitiamo forte che i padri a tale si conducessero per non parere vili volendo dare ad intendere che fosse da loro conceduto il perdono con libertà di consiglio; e poi se una volta data si doveva osservare la fede, giustizia di magistrato e costanza di cittadino persuadevano a non impegnarla mai senza causa degna: ancora, non ci riesce accozzare siffatta clemenza verso gli operatori della strage con la ferocia dimostrata contro i compiici loro, dei quali nove mandarono al supplizio, e sette erano dei Poggi; tra i giustiziati andò quello Stefano di Poggio che i padri commossi dalla troppa improntitudine dei faziosi rifiutarono gonfaloniere. I di Poggio continuarono ad agitarsi un pezzo, ma i moti loro erano di coda di lucertola separata dal corpo uno più languido dell'altro; alla fine quetarono.Adesso vuolsi per noi raccontare la storia del tumulto degli Straccioni, come quella che ci sembra piena d'insegnamenti politici: e di un tratto notiamo che tale fu appellato perchè i tumultuanti tolsero per bandiera uno straccio di stoffa nera quasi segno della miseria che gli affliggeva e del cruccio dell'animo loro. Ormai regnava e governava Lucca l'oligarchia borghese, se non pessimo, certo uno dei più tristi reggimenti che si conosca: dura gente i mercanti,cui se o pericolo o concetto grande non agitino, cuore ed ingegno costringono dentro il cerchio breve di male appetita moneta. Primo scopo pertanto di lei durare al timone, onde, avendo il coltello pel manico, empiva le borse dei nomi loro e degli aderenti suoi; quindi in essa la facoltà di eleggere anziani, senatori e i magistrati tutti così dei minori come dei maggiori uffici, o direttamente co' propri voti o indirettamente creando i deputati preposti a nominare e ad ordinare i collegi: però innanzi tutto ella faceva la parte pei congiunti e per gli aderenti; caso ce ne avanzasse, andava in cerca di qualche citrullo nè carne nè pesce, ma non ce ne avanzava: la plebe escludeva perchè, superba, le sembrasse imbrattarsi a prenderla a parte del governo; escludeva i nobili perchè, paurosa, temesse rimanere soperchiata: oltre questo, precipuo scopo assottigliare i salari del popolo e più che poteva ridursi in mano ogni ragione di lavoro. Il gonfaloniere e gli anziani, correndo il 13 gennaio del 1531, commisero a sei cittadini che riformassero l'antico statuto dell'arte della seta, aggiungendo e tagliando quello che fosse loro parso utile o dannoso: ed essi adempirono il cómpito; se non che, mossi dallo scopo accennato di sopra, trafissero in più parti l'interesse del popolo: a quanto ci è dato conoscere, questo era quello che maggiormente offendeva: la facoltà tolta al popolo di lavorare seta col suo telaio in casa; l'ufficio del marchio su le pezze levato dalla corte dei testori; il prezzo diminuito alle opere in malpunto, conciossiachè grande angustiasse a cotesti tempi la carestia il popolo e quotidianamente crescesse. Il popolo, secondo il solito, guaiva, qua e là in capannelli si adunava e sbuffando smetteva i lavorii; i governanti, secondo il solito duri finchè non mirino il diavolo nel catino intorandosi dicevano: si osservasse appuntino la legge, chè cassarla o riformarla adesso gli era come darla vinta al popolo con iattura inestimabile dell'autorità ed esizio del reggimento: intanto i nobili e gli altri esclusi, infiammati di carità pelosa, soffiavano in cotesto fuoco compassionando al popolo; lo tempestavano dicendo ch'egli aveva ragione da vendere, ma che badasse a non farsi mangiare come le ciliege una dopo l'altra; nell'unione stà la forza: ora il popolo non intese a sordo, però mandato attorno lo invito, si radunò il primo di maggio nella chiesa di San Francesco, dove aveva altare; e poichè si trovò in maggior numero di quello che avessero i capi presagito, questi deliberarono recarsi nel chiostro maggiore del convento di Santa Lucia: quivi tutti a parlare, a interrompersi, a contradirsi; sentenze e voci diverse e un brontolío come di caldaia quando spicca il bollore. Matteo Vannelli capo maestro vedendo che la veglia passava in accordature, recatosi sulla predella dell'altare di S. Lucia così favella: «Orsù azzittatevi ed uditemi, chè a questo mo' voi discorrete a vánvera: quanto sia iniqua la legge che ci hanno messo addosso, inutile dire; pertanto stendiamo una bella e buona scrittura dove si legganospecificati tutti i gravami che la legge ci porta e domandiamone la emendazione; poi non sarà male metterci in fondo a mo' di rammarichío che gli avi consideravano gli operai come cristiani battezzati e fratelli da sovvenire sempre bene inteso col loro vantaggio, non già come santo Bartolommeo da scorticare con danno di loro e nostro; e ora che ho detto la mia, venga altri a dire meglio di me, chè io ci avrò gusto.» Ed altri invero parlarono, ma non aggiunsero un filo alla trama, onde i convenuti gridarono: «Andiamo al grano!» E così deliberata la supplica, elessero diciotto capi maestri tessitori, chiamandoli capitani, affinchè la presentassero e con quelle più accomodate parole che sapessero raumiliassero i padri, onde essi perseverassero nella umanità di cui avevano dato saggio pur dianzi, quando per sovvenire il popolo dalle angustie presenti gli concessero la proroga di quattro mesi a pagare i debiti. I capitani, accettato lo ufficio, prima giuraronsi unione e fede, poi s'incamminarono al palazzo, dove presentarono la supplica: il gonfaloniere Martino Cenami, uomo dabbene, gli accolse con miti parole, e comechè dichiarasse segno di contumacia e quasi di fellonia essere stato il costoro ritrovo in Santa Lucia, nondimeno li confortava a starsi di buon animo, chè sarebbero stati consolati: ond'eglino, scusandosi non avere mai inteso offendere la legge per dolo ma bensì averla per ignoranza trasgredita, si ritirarono; e forse per allora a cotesto modo si rassettava la cosa, se,dopo partiti, gli anziani continuando i ragionari sopra quel successo, Fabrizio dei Nobili agramente riprendendo la mansuetudine del gonfaloniere, non fosse uscito fuori con queste parole: «Signori miei per guarire a costoro il mal del capo ci vorrebbe un recipe di capestri.» Di che turbatosi Matteo Vannelli, che a sorte ci si trovò presente, raunato il popolo, lo ammonì a non addormentarsi in grembo a Dalila; per la quale cosa il popolo bandì un'altra radunata pel giorno di poi più solenne di quella già fatta: se riuscisse maggiormente solenne male possiamo affermare, certo ella fu più numerosa e più sediziosa; però che la gioventù, correndone la stagione, si era dilungata per la campagna a cantare il maggio, ma questa volta non con cembali e pifferi nè con arbori ornati di nastri e di fiori bensì con picche, alabarde, corazze, elmi, tamburi, come se andassero a battaglia ordinata non già a festa: e' fu ossentazione di terrore e minaccia, non offesa, dacchè dal negare reverenza ai maggiorenti nei quali occorrevano e dallo squadrarli torbidi con l'aggiunta di qualche bottone in fuori, non torsero un capello a persona; anzi essendosi dibattute in costoro Biagio Mei cittadino di alto affare, questi li riprese un cotal poco acerbo: «Giovani, giovani, non si va fuori per sollazzo con armi parate a nocere; andate su presto a deporle, se pur non volete che qualche stroppio vi accada.» I petulanti giovani si contentarono rispondergli: «Va per le tue carabattole, vecchio, chè a noi quello che piacee giova vogliamo fare.» Ora questa frotta di giovani, a quel mo' abbigliata, venne con infinito schiamazzo ad ingrossare l'adunanza, e con essi di ogni maniera operai, i quali non furono reietti, all'opposto accolti a braccia quadre, avendo inteso che gli anziani avessero spedito in montagna perchè le squadre si accostassero alla città e dessero spalla al bargello per farne una funata.I padri, vedendo crescere la tempesta, deliberarono mandare alla volta del popolo quattro commissari per abbonirlo: cessasse il tumulto; quanto aveva chiesto essergli stato largamente concesso; sul passato si mettesse una pietra. Giunti però i commissari nella piazza di San Francesco, ecco si videro accerchiati da una torma di furiosi i quali, strabuzzando gli occhi, luridi e ignudi nelle membra, scarmigliati i capelli, con le mani in alto, sbarrata la bocca ululavano: «Pane! pane, cani!» E cominciava la faccenda ad abbuiarsi; per lo che quanto più in fretta poterono accostaronsi all'altare, dove i commissari Ludovico Bonvisi e Battista dei Nobili favellarono poche e scucite parole; più efficace Giambattista Minutoli orò in questo senso: «Cittadini dabbene, che armi? che minacce sono queste? Volete buttare all'aria la libertà? E allora fatelo senza tanti arzigogoli, ma avvertite bene, per tôrre un occhio a noi, voi verrete a cavarveli tutti e due; perchè in verità io per me nel contegno vostro non mi ci raccapezzo. Voleste la proroga per soddisfare idebiti, e l'avete ottenuta; vi doleste del caro dei viveri, e per quanto stava in noi vi abbiamo sovvenuto; le riforme intorno l'arte della seta vi davano fastidio, e noi le abbiamo casse; alla maestà della legge contraffaceste e continuate a contraffare, e di questi malefizi i padri vi largirono perdono e ve lo rinnovano per mia bocca, compreso il presente. Ora dunque di che vi dolete? Di gamba sana? Dubitate per avventura della fede nostra? Mi amareggia supporre simile sospetto: ma, ad ogni modo, noi non offende, e voi avete torto; imperciocchè se alla Repubblica nostra si può movere appunto, egli è preciso per la tenacità sua talora soverchia ad osservare la fede data; e valga il vero, per non portare qui in mezzo troppo antichi esempi, chi di voi non ricorda la osservanza dei patti ai Poggi omicidiari sacrileghi e sovvertitori delle sacre leggi della libertà? Sicchè se avete nuove cose a chiedere, palesatele, onde noi vediamo se sia spediente concederle; se poi non le avete, allora quetatevi ed attendete ai lavori consueti, chè con questo sciopero per ogni dì che passa ne va un tesoro, e a voi troppo più che a noi.»Il popolo rispose che veramente si fidava poco: intorno al caro forse i padri avranno creduto provvedere, fatto sta che i fornai dispensano tuttavia ai poveri pane di vecce, e in testimonio sporgevano un tozzo, dicendo che ne cibassero per giudicarne a prova, sicchè al Bonvisi toccòingozzarne due bocconi che dichiarò stomachevoli: però su questo punto fu promesso solennemente si sarebbe apportato rimedio davvero; il marchio delle pezze si rese alla corte dei testori; ad ogni operaio fu concesso lavorare col suo telaio e per conto proprio; quanto a prezzo della stoffa grave andante arieno avuto per la tessitura sei bolognini a braccio, eccetto damaschi e roba a colori, chè allora si sarebbero portati fino ad otto e, secondo la qualità, anco a dieci ed a dodici rispetto ad ermesini e a taffettà, dei larghissimi a un colore dieci bolognini; a più colori undici. Di dolci parole non si fece a spilluzzico, sicchè anco per questa volta il popolo se ne andò a casa lieto e contento.I nobili esclusi dal reggimento, non pochi dei borghesi venuti avanti per subiti guadagni, e i caporioni della plebe, come quelli a cui pareva avere insaccato nebbia, vivevano di pessima voglia: tornando a mettere su il popolo, temevano dare a conoscere troppo che lo facevano per voglie ambiziose e avare, e quindi ritrarne beffe e danno; ma stillando la cosa, conobbero che del modo di assicurare il popolo non si era parlato e tornava inutile parlarne, imperciocchè tale che appagasse riusciva impossibile trovarsi; di qui pertanto presero partito per sommovere gli animi appena tranquilli del popolo: «chi compra dalla pazzia ha per giunta il pentimento, susurravano attorno; per che vi siete lasciati aggiundolare dai caporali vostri che sanno di melone lontano un miglio. Chi assicurail popolo di non pagare lo scotto all'oste? I bietoloni che sputano tondo sacramentavano non ci vedere modo di scavare una guarentigia, mentre bastava volerla perchè da sè ci cascasse in mano: sicuro! finchè la medesima gente regge non ci è salvazione, ma questa gente non diciamo già si cacci via, ma cessi di governare sola, si allarghino le borse degli eligendi: perchè esclusi parecchi nobili per censo e per gesti preclari? perchè non si contano nulla i borghesi più utili e più ricchi di tanti altri fanulloni da molto tempo abilitati agli uffici? E plebe o non plebe, che significa questo nelle repubbliche? Non siamo uguali davanti alla legge? Non dobbiamo tutti avere parte così agli onori come agli oneri dello stato? E perchè la plebe porterà sempre il vino e beverà l'acqua? Ad ogni tratto che al popolo piaccia gitta un plebeo su la piazza o sul campo da disgradare Tullio o Cesare. Allargandosi il governo e mettendoci dentro le persone di sua fiducia piena, il popolo conseguiva la sicurezza che leggi in suo detrimento non se ne sarebbero deliberate, e alla men trista, avvertito in tempo, avrebbe fatto stare i legislatori in cervello.» Di qui nuovi assembramenti e nuove richieste, non enormi certo nè ingiuste; tutto altro: ma pretendere a forza convertito in legge su nel palazzo quanto si delibera in piazza è morte espressa di ogni reggimento civile; meglio vale buttare giù il governo per rifarne un altro. Il consiglio messea partito le leggi, rimasero vinte tutte: invece di 30 i consiglieri furono 40 per terziero, in tutto 120; non ce n'entrasse più di 3 per famiglia; proibito il cumulo degli uffizi; fatto posto a ben trenta popolani; ai filatori data facoltà così di vendere come di comprare sete crude; rinnovasi e con solenni riti si giura la promessa del perdono.Adesso poi la si faceva finita davvero, ed i cittadini incontrandosi per via rallegravansi, per contentezza sopra l'una e l'altra guancia baciavansi; e s'ingannavano, chè il popolo è mare di molte onde ed una volta agitato non posa se prima l'ultimo flutto non venga a rompersi sul lido. Avanzava una gente di cui lo ingegno, il costume e le opere provammo e ai giorni nostri proviamo tuttavia; io renunzio a descriverla con parole mie, perchè parrebbe che voltassi addietro la faccia dal 1867 per favellare del 1531, e forse me ne potrebbe venire nota di maligno: riporto pertanto inalterate le espressioni di Giuseppe Civitali, di cui la cronaca si conserva manoscritta negli archivi del municipio di Lucca. «Dipoi suscitarono molti che, avendo visto le cose dei testori andare bene, pensarono per la medesima via arrivare a qualche loro disegno, che per inalzarsi agli onori ed ottenere premi, se n'eccettui l'arme, altra via non avevano, e questi erano certi giovani invero bravi ma piuttosto oziosi e nemici a guadagnarsi il pane con onesti lavori che altro; i quali essendo di fresco venuti dalla guerra, si eranodisvezzati da ogni maniera di negozi, e disegnando potersi mantenere bene in ordine in casa come fuori quando gli correvano grosse paghe, volentieri si accostavano a coloro i quali rimescolavano l'acqua per pescare nel torbido.» Con simile peste in corpo, con cittadini che atterriti atterrivano, con altri che alla chetichella mettevano legna sul fuoco, non parrà cosa strana nè forte se la città in breve provarono al paragone men fida del bosco; ogni dì subbugli e ferite e un chiudersi le botteghe e trarre a rumore il popolo in piazza. Il soprastante delle carceri conciavano pel dì delle feste, e quando i colpevoli dannarono alla multa ed al carcere, rispondevano questi facendo manichetto e bravavano: gli andassero a pigliare; dopo il soprastante ne veniva come per sequela che bastonassero il bargello e i famigli, bazza se non gli uccisero; un cotal più di rispetto l'ebbero pel mazziero della Signoria spedito verso di loro per sermonarli, chè si contentarono rincorrerlo a sassate: volevano nelle mani il potestà per insegnargli a camminare diritto, e più del potestà studiavano agguantare il capitano del popolo, però che si fosse vantato che se lasciavano fare a lui, gli avrebbe ricondotti al canapo. Al consiglio, comechè composto di caloscioni, pur venne la muffa al naso; ma veruno ebbe coraggio, non che di arrestare, nominare soltanto i delinquenti; onde, per non dare a conoscere la miseria in cui era caduto, il governo finse conoscerli e perdonarli: ogni cosa a rotoli;non misfatto punito, anzi bastava mostrarsi impronto ad esigere, non già a implorare perdono, perchè venisse conceduto subito. Dopo siffatto esperimento non si sa che fantasia fosse quella di ordinare che veruno si attentasse a portare arme di giorno nè di notte; e fu per non detto: ancora si fece un decreto per condurre una guardia di 100 fanti, e il popolo lo cassò; ridevole e a un punto miserabile stato questo, che il consiglio dentro il palazzo deliberava provvisioni che alla porta si annullavano, mentre quello che alla porta il popolo ordinava confermavasi dentro, e ciò perchè giù in cortile, guardia non chiesta, stanziavano continuo da quattrocento tagliacantoni con la corda degli archibugi accesa, i quali il consiglio presumeva cacciare con 100 fanti, e lo diceva, e non solo lo diceva, ma lo bandiva perchè lo sapessero meglio. Le quali inanità considerando io scrittore non solo nelle storie vecchie ma sì nei rivolgimenti che mi sono passati sotto gli occhi, ho dovuto persuadermi che lo intelletto umano va sottoposto ad eclissi come il sole e la luna; e avventurato vuolsi celebrare colui che ne patisce una volta sola in capo all'anno. Siccome però neppure agli aizzatori tornava il perpetuo subbuglio, e a qualche cosa volevano approdare, fecero chiedere che piacesse al consiglio mettere a partito: che i forastieri d'ora in poi non avessero magistrato; la età degli anziani sia non minore di anni 25, del gonfaloniere 30; al consiglio dei Trentasette si aggiungano sei per terziero; le tasche vecchiecessino, si facciano le nuove, e chi le deve fare fino da ora si elegga: finalmente, come ilGloriain fondo al salmo, perdono a tutt'oggi: le quali provvisioni riuscirono vinte agevolmente. Anche questo partito a cui satisfece e parve anco troppo, a cui no, essendo ormai risoluto di vivere di rapina; continuarono le soperchierie dei popolani, gli oltraggi, le morti, e vie e vie crescendo si diede mano agl'incendi e a tanto giunsero di esorbitanza che chi loro feriva o ammazzava aveva ad essere irremissibilmente punito, s'eglino i feritori e gli ammazzatori, dovevano del pari irremissibilmente andare assoluti. Alcuni cittadini accorgendosi ormai che a cotesto modo egli era pigliare il male per medicina, in numero di nove si trovarono a Forci villa del Buonvisi e fra di loro convennero di liberare da tanta abiezione il magistrato della patria, dando ai popolani tale un picchio sul capo da farne durare la memoria un pezzo; perciò, chiamati 500 fanti dalla Montagna e 300 da Camaiore, disposero che arrivassero sotto la condotta di Bernardo Pieroni sul fare del giorno alle porte della città quando si apriva, dove irrompendo, sforzassero la entrata e difilati si recassero al palazzo e lo custodissero tanto che nuova gente di fuori e i cittadini nobili si armassero per ingaggiare battaglia. Ma il trattato non fu tenuto segreto in guisa che la plebe non ne avesse fumo; per la quale cosa mille armati di tutto punto si trovarono ad impedirne lo ingresso: intanto anco gli avversari alla plebe armansie si versano giù per le vie; chi urla che i Camaioresi intromettansi, chi no; schiamazzi e minacce per una parte e dall'altra; più volte abbassarono le aste per ferirsi e più appressarono la corda al fucile per isparare gli archibugi; sicchè la sgarrò proprio di un pelo che in cotesto giorno le strade non corressero sangue: e nulladimeno non accadde guaio; imperciocchè taluni cittadini, o timidi o prudenti, recatisi in fretta su le mura, ordinassero ai fanti della campagna in nome della Signoria si ritirassero, e quelli obbedirono: per questo accidente i nobili sbaldanzirono e presero a sbandarsi; a cui fugge, i cani mordono le gambe. La plebe gridava: Adesso è tempo di pigliarsene una satolla; terribili gli urli: Sangue! fuoco! ma più terribile assai ciò che tacevano, ed era: Arraffare. Ma a Dio non piacque che in cotesto giorno andasse Lucca in ruina; la plebe, non tutta ladra, si divise; e siccome ambedue le parti in mezzo all'ira tanto senno serbarono da conoscere che, per poco si accapigliassero fra loro i nobili, gli avrebbero di leggeri oppressi, ristettero prevalendo i consigli men rei; però, rinfocolati i sospetti, la plebe volle si bandissero alcuni cittadini invisi, e lo furono; volle si spedissero commissari a Camaiore che per cosa al mondo non movessero senza comandamento del gonfaloniere e degli anziani, e ne furono mandati tre, Cenami, Massei e Tirti; vollero si licenziasse il Pieroni capitano di Camaiore, e fu cassato; e, ciò che parve allora enormissimo, vollero che le chiavi della cittàogni sera si presentassero in palazzo, quivi dentro una cassa ferrata si riponessero e con due chiavi si chiudessero, di cui l'una terrebbe il gonfaloniere, l'altra il popolano Granucci; ancora, i giovani di scarriera ordinarono alla meglio e loro commisero la custodia delle porte col salario di quattro e più scudi al mese: fidatissima guardia se altra fu mai, imperciocchè se veniva a cessare il governo che vigilavano, finiva la cuccagna; qualcheduno poteva tradire, ma non pareva facile però che fra di loro si guardassero, ed a corromperli tutti ci voleva troppo. Procedendo le faccende in questa maniera, ogni giorno più si coloriva il danno del diuturno disordine, il quale principalmente pativano coloro che lo avevano soprattutti o desiderato o promosso; dacchè i nobili, mano a mano spandendosi per le campagne, attendevano a lavorare e a difendere le terre, e questo facevano, e bene, non così i mercanti, che ormai come trarre profitto dai propri capitali non sapevano, e non era il peggio, il peggio era la tremarella continua che li rubassero: già parecchi erano spariti recandosi in più tranquilla stanza: e sebbene il governo accortosene facesse ardua la partenza, non per questo meno sgomberavano segretamente la pecunia e le preziosità loro; la quale paura crebbe oltre ogni confine allorchè la mattina vedevano le porte delle loro case segnate con tinta rossigna della paroladesolabitur: ma questa infelice provvidenza a parecchi fu esiziale, imperciocchè i soldati preposti alla custodia delle porte, o siache per opera di spie lo scoprissero o per istinto lo subodorassero di un tratto, avendo frugato ogni involto che fuori della porta si trasportava, trovarono il frodo, il quale per amore del bene pubblico (già s'intende) fra loro spartirono; chi si richiamava, legnate; modo spiccio e, bisogna pur dirlo, sopratutto efficace per fare star cheto chi dà fastidio: ancora, credendo di provvedere al futuro, pretesero che venisse loro stanziato il salario di 10 scudi per uomo a vita, e non sapevano che la rivoluzione dalla destra tiene un pennello per dipingere quanto gli salta nella fantasia, e nella manca una spugna per cancellare quanto il popolo non conferma.Intanto i magistrati, indegni dopo le ultime prove della suprema loro inettezza, vollero darne una di viltà; però deliberarono abbandonare il palazzo, lasciando lo stato in balia della plebe, e Bonaventura Micheli gonfaloniere, piangendo dirotto, ne mosse la proposta in consiglio, la quale udita dagli astanti, non ce ne fu uno che non recasse ambe le mani agli occhi e in singhiozzi non rompesse. Tutte le cose umane più o meno affrettandosi giungono all'apice, donde non potendo più oltre salire, forza è che scendano: e questo in Lucca fu il punto supremo della insolenza del popolo, imperciocchè uno di loro che all'acqua era stato e stava, non già alla tempesta, di repente salito in ringhiera con modi acerbi, ma ad un punto affettuosi, garrì gli anziani confortandoli a rimanere, non badassero alla improntitudine di qualche farabutto, chè egliprocedeva non solo senza, ma contro il consenso dei capi; e di quest'altro gli assicurava, ch'egli con tutti i parenti suoi e gli amici era disposto a mettere per la difesa loro a sbaraglio la vita a patto che compissero a lor posta il proprio dovere e non parlassero mai più di simile cosa.Vedendo la cosa avviata bene, quasi per metterle il tetto, pensarono ricorrere a Dio e ai santi, perchè, se non a cagione dei propri meriti, almeno per loro misericordia, li tirassero fuori da tanti affanni; perciò ordinarono prima di tutto un digiuno: veramente quale corrispondenza passasse fra il digiuno e la concordia non si vede adesso, ma allora ci si vedeva; poi allestirono una processione co' fiocchi, quale non si era mai veduta pari per lo avanti, conciossiachè nelle antecedenti più di due corpi in giro non si erano portati, e questa volta furono cinque: oltre le bandiere delle contrade e molte altre di privati cittadini, comparve il gonfalone dellaLibertà, dove a caratteri da scatola tutti di oro si leggeva questo nome trapunto, e lo portarono a vicenda tre popolani e tre nobili per vie più cimentare la concordia. Chiuse la funzione un discorso spartito in parecchi punti di quel famoso predicatore che fu fra Girolamo generale dei Servi, il quale, per giudizio di quanti lo udirono, fu cosa da smovere il pianto non, che alle belve, ai sassi. I preti, che da ogni legno sanno cavare schiappe per farne bollire la pentola, indussero i padri a fondare un altare alla Libertà e a questo altare assegnare un cappellanocon quattordici fiorini al mese, poi creare una seconda cappellania con la entrata di sei e vitto intero alla mensa degli anziani. I nostri vecchi sapevano l'arte, noi no; noi spogliamo i preti e vogliamo ci dicano grazie; noi ne manteniamo uno esercito a spilluzzico, e però tutti ci lacerano a morsi; valeva meglio tenerne pochi e assettare le faccende in guisa che per amore della paga dicessero bene di noi; alla più trista allora chi ci avrebbe benedetto, chi maledetto, mentre adesso in coro ci bestemmiano e scomunicano co' ceri gialli. Dio, argutamente sentenziò Federigo Campanella, pei preti ètrinoin paradiso, ma qui in terra èquattrino.E' parve non senza mortificazione dei fedeli che in chiesa costumasse come in cucina, dove i troppi cuochi sciupano il desinare; perocchè gli animi non si racchetarono, e gli strappi non si rammendarono, anzi tutto si arruffò peggio di prima, colpa di taluni sediziosi che di essere ridotti al canapo non ne volevano sapere; finalmente a mezzo marzo entrò il nuovo magistrato di cui per la prima volta fece parte Francesco Burlamacchi, e questo parve disposto a volerne vedere la fine, e, quasi per fare libro nuovo e conto nuovo, innanzi tratto bandì perdono generale di quanto fosse detto ovvero operato fino a tutto cotesto giorno, che fu il martedì santo: poi cassò la guardia accogliticcia del palazzo, dando ad ogni uomo di mancia un mese di paga perchè potesse rigirarsi e fare i fatti suoi; le chiavi delle porte tornarono a custodirsi nel modoantico, ed ogni cosa parve riprendere la consueta andatura. Avevano ottenuto molto, ma pel giorno della festa della Libertà confidarono di comporre ogni screzio in modo permanente; e questo dì venne: che razza di libertà fosse quella dei Lucchesi e quanta causa avessero di rallegrarsene già vedemmo, ma per ordinario la gente si contenta di poco. Per quel giorno dunque fu ordinata la processione consueta, ma più solenne degli anni passati, dove si portò attorno lo stendardo della Libertà tutto inorato ch'era una maraviglia a vederlo; lo seguivano il senato, i dottori, i cavalieri e dopo gli artieri e per ultimo il popolo in bella ordinanza. Dopo avere girato un pezzo, convennero in duomo, e colà un canonico, il quale non si sapeva bene se più sentisse di dottrina ovvero di santità, ma sentiva forte di ambedue, sciorinò una orazione con la quale dimostrava espresso che la libertà senza pace non si può dare, e pace senza libertà si può dare anco meno; poi, agguantato un Crocifisso con due mani, cominciò a trinciare benedizioni che pigliavano un miglio di paese; venne dopo la messa tra suoni e canti mirabili, e finalmente l'ora del desinare, sicchè la processione uscì dalla chiesa lieta e contenta che ogni cosa fosse riuscita a così desiderabile fine. Ma il demonio non si diede per vinto, chè anco una volta s'ingegnò di ficcarci la coda: onde accadde che, essendo uscite di chiesa le prime regole dei frati, a Giannino di Castelnuovo venisse fatto di vedere un Paolo Antongioli di Camaiore vocato loImbroglia, nèsi potendo tenere, gli corse addosso con l'arme ignuda gridando: «Ecco uno dei traditori chiamati per mandarci alle coltella.»Di qui uno scompiglio da non si potere con parole descrivere; svolazzare di tonache di più fogge e colori, ceri e lampioni in fascio, cristi in pezzi, madonne rotte, chi urla e chi piagne, chi bestemmia e chi prega; chi si fa largo giocando di calci e di pugni, chi si rassegna a farsi calpestare mugolando allorchè qualche scarpa ferrata gli ammaccava le costole; donne capovolte in mucchio addosso ai frati, cui cotesta pareva strana novità; dei rimasti in duomo parte si restrinsero come pecore sotto il leccio quando la procella imperversa, parte dalle porte laterali spulezzarono a casa, dove arrivarono a tempo che la minestra non raffreddasse: tuttavia il tumulto rimase lì, e la processione potè ripigliare il cammino; ma la fu una cosa guasta, e ad ogni uomo pareva mille anni di levarsi la cappa e correre a casa perchè le mogli non istessero in pensiero; per tutto quel dì si ebbe una pace torbida, piena di ansietà; la mano dei cittadini, virtù fosse o paura (ma se virtù ci era, la paura vinceva di cento cotanti almeno), ricorreva più spesso al pugnale che alla forchetta mentre sedevano a mensa: finalmente, come Dio volle, per tutto il giorno e per la notte appresso non accadde altro strappo.La mattina per tempo, radunato il consiglio in cotesti giorni cambiatosi, per opera principalmente di Francesco Burlamacchi, che per la prima volta ne faceva parte, i padri deliberarono si ordinasseche le armi si deponessero e tre dei più facinorosi si bandissero. La mala bestia della plebe presente il morso, per ciò recalcitra con tutte le forze; invano qualcheduno non cieco affatto contrasta, ella lo scaraventa da parte, e buon per lui se non gli passa sul corpo; e poichè il furore della plebe, se non le poni davanti un obietto da abbattere, svapora, sorse una voce che chiedeva aversi a castigare i Buonvisi, i quali prima aizzatori o soccorritori, ora sperimentano nemici, ed era vero: forse li mosse amore di giustizia, ma è da credersi poco, piuttosto io penso che lo studio del giusto fosse in loro mescolato alla cupidità di primeggiare, ed era considerando che su città ruinata altri non regna eccetto la desolazione, però intendevano preservarla; subito con urli selvaggi una frotta di furiosi domanda si atterrino i palazzi dei Buonvisi, tutta cotesta casata si cacci in bando; a questi urli contrappongonsi altri gridi non meno formidabili: «Lascinsi in pace i Buovinsi, a chi tocca loro un capello guai!» Sì, no, e in fondo ai discorsi brevi un lungo rompersi di ossa con pugni e con legni; vinse il partito degli assalitori, i quali per assicurarsi la vittoria andarono a pigliare le artiglierie del palazzo; la forza non valse a trattenerli, meno poi le parole; questi pezzi di cannone trainati a braccia tu vedevi qua e là roteare a mo' di paglie: se non che i Buonvisi non erano gente da lasciarsi cogliere alla sprovvista, anzi avevano fortificato mirabilmente il palazzo e riempitolo di molti uomini fidatissimi ed esperti nelle armi. La plebe,visto il palazzo irto di archibusi sporgenti dalle feritoie, fece come il cane intorno all'istrice, lo girò e rigirò e all'ultimo digrignando i denti andò pe' fatti suoi. Tuttavia, venuta la notte, i Buonvisi, persuasi di cedere al tempo, per amore che la città non s'insanguinasse si scansarono a Monte San Quilico, luogo quasimente su le porte della città.Essendo impertanto risoluti gli anziani di dar fine ai disordini con qualunque partito, fosse pure insolito e straordinario, intimarono un'assemblea di capi di famiglia dei chiamati o no a formare parte del governo, e perfino preti, per trattare della salute della patria; sommarono i convenuti a 1500, a cui il gonfaloniere rivolto espose: «Non essere giammai corso tempo più calamitoso del presente nè mai la città avere avuto tanto bisogno come ora del consiglio e del soccorso di tutti i cittadini; però invocassero, prima di favellare, Dio, siccome faceva egli esclamando:Domine, labia mea aperies.» — Poi stato alquanto sopra di sè, riprese a dire, e non disse nulla, se togli che la città era condotta al verde, che il medico pietoso aveva fatta la piaga puzzolente e che ci bisognava provvisioni terribili; ma quali avevano ad essere e da quali eseguirsi taceva; invitati e supplicati gli astanti a palesare il proprio parere, uno su l'altro se la sgabellava peritandosi. Strano caso questo e da me come notato sovente, non ispiegato mai: se pigli uomo per uomo, ti accadrà rinvenirlo animoso e sapiente; metti insieme due o trecento uominisiffatti, e peggio se più, e piglieranno per ordinario deliberazioni codarde e stolte: sembra che a stare in gregge si diventi bestie; onde il titolo di onoreegregio, il quale insomma che significa mai, se non fuori del gregge? Il cronista Civitali, da cui desumo questo racconto, forse per trafiggere la dappocaggine dei Lucchesi convenuti all'assemblea, scrive chetacevano aspettando che altri incominciasse a consigliare, e però consigliavano i consiglieri a manifestare primi il proprio consiglio[13]. Allora salì in bigoncia Bonaventura Michele e parve non orasse, bensì camminasse per mezzo alle uova, tuttavia, comechè velato, aperse il concetto che il palazzo avesse a munirsi di presidio capace di opporsi agl'impeti dei sediziosi; gli oratori che gli successero a mano a mano presero cuore e favellarono più aperto; un prete, il canonico Menocchi, riciso: all'ultimo uno avvocato, messere Cesare dei Nobili, il quale con lunga diceria espose che si sarebbe dato alla disperazione se non confidasse nella misericordia divina, la quale avendo tante volte salva la Repubblica, non poteva fare a meno di tutelarla anco questa: e prima di tutto si confessava della colpa di avere favorito le ragioni dei popolari come quelle che gli erano parse giuste, e di questo errore domandava a tutti umilmente perdono; e qui cavatosidal seno un batolo di taffettà di seta nera, se lo cinse al collo in segno di pentimento, e non fu certo penitenza grave: soggiungeva poi le intemperanze della plebe avere trapassato ogni termine di possibile pazienza, onde l'avrebbe fieramente perseguitata, come prima amorosamente l'aveva protetta; e certo dopo tanta longanimità di perdono altro non restava che adoperare il castigo, al quale si sarebbe potuto dare mano se come avevano il volere così possedessero il potere: dunque qui voglionci armi provate e fedeli che, messe a presidio del palazzo, ponessero il cervello a partito di quaranta o cinquanta tagliacantoni usi a mandare a soqquadro la città per campare di rapina. Conchiusa la orazione, si levò uno schiamazzo di diverse voci, parte delle quali urlava: Non guardia! non guardia! ed altre all'opposto: Buon consiglio! buon consiglio! Ma il Boccella anch'egli popolano ricreduto sopra tutti bociava: E' voglionci un quattrocento soldati forestieri almeno decisi di mettersi allo sbaraglio, e per questo si mandi subito la proposta a partito; anch'io era dei loro, ma il soverchio rompe il coperchio, e questo stare continuamente su la corda non approda all'anima nè al corpo. Tutti gli aderenti suoi, che non erano pochi, gli facevano bordone: onde allora (come sempre avviene che ognuno porta acqua al mare) uno dopo l'altro conchiusero per la guardia; accesissimi a volerla coloro che più avevano palleggiato pel popolo, quasi studiosi di emendare il fallo e di farlo dimenticare: ancogli artieri dopo tentennato un pezzo convennero in questa sentenza; pure non si omettevano i supremi sforzi per contrastarla dai pochi faziosi i quali sentivano come cotesta legge era la corda che doveva stringerli al collo; se non che a sbigottirli e a disperderli valse una parola ad alta voce bandita da certo tessitore di drappi, forse detta per eccitarli a fare di tutto, la quale fu: «Addormentati, destatevi»; e tre volte la ripetè, poi tacque; ai sediziosi sembrò udire quasi la sentenza di morte, gli altri ne presero baldanza per mandare a compimento le deliberate risoluzioni.

Stato di Lucca nei tempi medii pari a quello delle altre terre toscane: i servi si ribellano contro i feudatari e costituiscono il comune. — Imperatore e papa, considerati fonte di autorità nel mondo, talora facevano approvare dallo imperatore gli eletti dal popolo, talora no. — A Lucca i supremi magistrati appellavansi anziani: potestà, capitano del popolo e sindaco che fossero, che facessero, quanto durassero, donde si traessero. — Se ai consigli partecipasse il popolo intero. — I consigli erano due in Lucca e da cui presieduti. — Consiglio di credenza che fosse. — Le tasche dove s'imborsavano i cittadini eligendi quante fossero, e chi vi mettessero. — Agl'imperatori non cale la cessazione dei feudatari a patto di redarne i diritti a carico del popolo. — Lo impero sostenne fino all'ultimo feudi imperiali le repubbliche toscane. — Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani vicarii imperiali a Lucca. — Motto acerbo dell'Alighieri, contro Uguccione. — Digressione intorno a Castruccio, e quante miserie nella sua prosperità apparecchia alla sua patria ed alla sua discendenza. — I Tedeschi lasciati da Ludovico il Bavaro mettono Lucca allo incanto: la compra lo Spinola mercante genovese, che la tiene poco e male; subentrano al dominio di Lucca uno dopo l'altro Giovanni di Boemia, i Rossi di Parma e gli Scaligeri, finalmente i Pisani nemici acerbissimi ai Lucchesi. — I Fiorentini si vendicano su Lucca delle ingiurie di Castruccio: in mezzo a questi tramestii le forme repubblicane non mutano: forme politiche non rilevano se manchi la sostanza della libertà. — Carlo IV vende la libertà ai Lucchesi; a quali patti ed a che prezzo. — I Lucchesi diventano fittaioli dello impero; poi con diuturnaindustria anco vicarii. — I nobili non vonno compagnia nel governo della repubblica, e il popolo li caccia via dai maestrati non già dalla città: rimedio unico per purgare gli stati dalle consorterie. — Legge proposta da Francesco Guinigi buona o trista secondo i tempi e gli uomini, e tuttavia necessaria. — Giovanni degli Obizzi e come rintuzza la improntitudine sua. — Statuto del 1372 nè libero nè tiranno, e seme di rancori. — Il maestrato dei conservatori della libertà prima si riforma, poi per la morte del Guinigi si cassa; gli surrogano l'ufficio dei Commissari di Palazzo, ma ad altro fine. Principia lo screzio fra i Forteguerra ed i Guinigi; moto dell'Obizzi spento nel sangue. — I Forteguerra esclusi dai maestrati. — Il senato s'industria rimediarci e come. — Bartolomeo Forteguerra viene alla prova delle armi; è vinto. — Il gonfaloniere Forteguerra da Forteguerra messo alle coltella. — Lazaro Guinigi si fa tiranno: instituisce una maniera di governo oligarchico d'interessi materiali. — Lazaro è ammazzato dal nipote di Bartolomeo Forteguerra, ma i Guinigi non cascano, anzi Paolo Guinigi si fa tiranno assoluto: sua viltà e sua avarizia; pure ha la Rosa di oro da Roma. — I Lucchesi lo combattono, lo vincono, lo condannano a morte; poi lo mandano prigione a Pavia, dove muore. — Riforma dello stato. — Pietro Cenami gonfaloniere, procedendo rigido più che non conveniva, è ammazzato: vendetta che ne pigliano i Lucchesi. — Nuove congiure. — Michele Guerrucci per non avere con che pagare le multe è decapitato. — Legge del discolato che fosse: ragione dei provvedimenti straordinari che gli stati pigliano nelle vere o credute necessità; e quando giovino, e quando no. — Condizioni della signoria di Lucca di faccia allo impero: privilegio di Carlo IV, impronta pitoccheria di Massimiliano I in contrasto con l'avara tenacità dei Lucchesi; per ultimo Massimiliano sbracia privilegi; Luigi XII anch'egli vuole quattrini per non far male. — Carlo V, e nuovo mercato per Lucca dovendo le concessioni imperiali finire con la persona che le fa. — Caso festevole avvenuto fra Massimiliano ed i Lucchesi per cagione di 1000 scudi. — Lucca reputata sempre feudo imperiale. — Nuovi tumulti provocati dai Poggi: origine prima del tumulto il benefizio di Santa Giulia; l'Orafo creatura dei Poggi malmena la famiglia del vescovo. — I Poggi ammazzano il gonfaloniere Vellutelli, feriscono Piero e Lazaro Arnolfini; vogliono imporre gonfaloniere Stefano da Poggio, gli anziani rifiutano. — Cittadini armansi a sostenere gli anziani; questi, per tôrre capi ai sediziosi, li perdonano, contro gli altri procedono;diversità tra Genova e Lucca in proposito, se e quanto meriti lode per questo. — Tumulto degli Straccioni e perchè chiamato così. — Cause del tumulto. — Oligarchia borghese e suoi scopi miserrimi; esclusione dei cittadini dalle magistrature; riforme intorno allo statuto dell'arte della seta ed angherie ai tessitori; comincia il subbuglio: gli anziani, come suole, non cedono poco in tempo per cedere troppo inopportunamente. — Adunanza popolare nel convento di S. Lucia; e quello che ci si discorse: che cosa si deliberasse di domandare. — Cenami gonfaloniere ben disposto a concedere le cose richieste. — Feroci parole di Fabbrizio dei Nobili rimettono in compromesso la pace. — Di nuovo il popolo si aduna, ma non ingiuria persona. — Anziani mandano pacieri, e sono accolti male, i tumultuanti domandano pane; pure si viene a patti, e sembra composto lo screzio. Chi soffia dentro perchè lo incendio rinfocoli. — Cagioni di querele manifestate. — Si riforma il reggimento, nuove concessioni al popolo, e non si conchiude nulla; ne sono cagione i giovani scapestrati, principalmente quelli che avevano cessato il mestiero delle armi. — Malefizi dei giovani insofferenti di ogni freno. — Partiti larghi sono vinti dal consiglio per calmare gli spiriti, che non si quietano, ormai ostinati a vivere licenziosamente. — Congiura di cittadini a Forci presso i Buonvisi per occupare la città alla sprovvista e restituirci, come oggi si direbbe, l'ordine, e non riesce. — Pericolo che corre la città: i popolani spartisconsi; chi vuole sangue, chi no: nel contrasto non si fa niente, pure bisogna piegare davanti la volontà dei popolani; provvisioni su le chiavi della città. — Guardia alle porte dei più avventati. — I cittadini abbandonano la città: bandi per impedirli; i popolani pigliano le merci e i beni che tentano scansare dalla città. — Il maestrato propone uscire di palazzo e abbandonare lo stato: pietà di siffatto partito; un popolano si oppone, e rimette il cuore in corpo agli anziani profferendosi difenderli a tutt'uomo. — Preci solenni e processione statuita per ricondurre gli animi alla concordia; singolarità della processione; i preti tirano l'acqua al loro mulino. — Dio pei preti ètrinoin cielo equattrinoin terra; gli aiuti divini o si fanno aspettare troppo o non giovano. — Signoria nuova, di cui fa parte Francesco Burlamacchi; partiti risoluti che piglia. — Festa dellaLibertà; la manda all'aria un popolano: conseguenze di cotesto scompiglio. — Nuove risoluzioni della Signoria proposte dal Burlamacchi; la plebe si ribella, che di un tratto si avventa alle case dei Buonvisi per abbatterle; parte di plebe contrasta, ne seguitauna terribile zuffa: prevalgono i demolitori, che vanno per le artiglierie; i Buonvisi mostrano i denti alla bordaglia, che li lascia stare; nella notte però essi lasciano la città. — Assemblea universale per provvedere ai bisogni presenti; donde venga che gli uomini talvolta sono sapienti e animosi stando da sè soli, messi in mucchio diventano stolti e codardi: deliberazioni gravissime dell'assemblea vinte per virtù di popolani appartatisi dai licenziosi. — I partigiani dei ribelli, impediti di uscire dalle porte gittansi dalle finestre per avvisare gli amici, i quali corrono alle armi e tornano ad assediare il palazzo. — Gli assediati resistono. — Le leggi contro i sediziosi sono vinte. — Alberto da Castelnuovo vuol mandare all'aria il palazzo e non riesce per miracolo. — Gli assediati inviano a sonare a stormo perchè le compagnie delle bande cittadine traggano a liberarli; ma prima che vengano ingaggiano battaglia con quei del cortile: li finivano tutti, dove i sediziosi per tema di essere presi tra due fuochi non uscivano a guardare gli sbocchi delle strade. — I sediziosi cacciati dagli sbocchi, i difensori della Signoria si sparpagliano per la città; di ciò i sediziosi accortisi, fanno testa e tornano ad occupare il cortile: trista condizione degli anziani rimasti in palazzo; i Buonvisi fanno massa a monte San Quilico, ma gli anziani non sanno come avvisarlo; per devozione di Lunardo Pagnini sono avvertiti i Buonvisi; il difficile sta nello introdurli a Lucca. — Fede di prete Bastiano da Colle che si profferisce portare la chiave di porta San Donato affinchè sieno intromessi: avventure e disdette di prete Bastiano; finalmente trova Taddeo Pippi e si apre con lui: favore del Pippi, che si acconta col Dini, e per diverse vie si accordano di far capo a porta San Donato. — Orazione di Martino Buonvisi prima di muovere per Lucca. — Casi che ritardano e imbrogliano il cammino: il fiume con non poco travaglio è guazzato. — Consigli diversi di scalare le mura, o di ardere le porte: vanno a pigliare lingua a porta San Pietro, tornano assicurati si aprirà tantosto la porta san Donato. — Prestanza di Vincenzo da Puccio, finalmente schiusa la porta, il Buonvisi co' seguaci suoi sono intromessi. — Modestia del Buonvisi. — Descrizione dello ingresso. — Argutezze di Meuccio cuoiaio. — La sedizione vinta. — Fuga di alcuni sediziosi e morte di altri. — Acclamazioni al Buonviso; e grave riprensione del gonfaloniere, a cui egli risponde umanamente. — Crudeltà esercitate dai vincitori; condanne di morte, carceri ed esilii. — Il commissario imperiale tradisce i commessi alla sua fede. — Due preti giustiziati. — I poggeschi di nuovo perseguiti; altripreti più avventurati scappano. — Nuove vendette patrizie. Parallelo fra i rivolgimenti di Lucca e di Siena, e si adducono le ragioni per le quali compariscono diversi fra loro. — È mortale la paura che fai al potente comechè in suo benefizio. — Leggi predisposte a instituire la oligarchia lucchese. — Congiura del Fatinelli e del Baccigalupo: loro supplizio. — Stato degli animi di Lucca inchinevoli a novità, epperò a favorire il moto del Burlamacchi.

Stato di Lucca nei tempi medii pari a quello delle altre terre toscane: i servi si ribellano contro i feudatari e costituiscono il comune. — Imperatore e papa, considerati fonte di autorità nel mondo, talora facevano approvare dallo imperatore gli eletti dal popolo, talora no. — A Lucca i supremi magistrati appellavansi anziani: potestà, capitano del popolo e sindaco che fossero, che facessero, quanto durassero, donde si traessero. — Se ai consigli partecipasse il popolo intero. — I consigli erano due in Lucca e da cui presieduti. — Consiglio di credenza che fosse. — Le tasche dove s'imborsavano i cittadini eligendi quante fossero, e chi vi mettessero. — Agl'imperatori non cale la cessazione dei feudatari a patto di redarne i diritti a carico del popolo. — Lo impero sostenne fino all'ultimo feudi imperiali le repubbliche toscane. — Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani vicarii imperiali a Lucca. — Motto acerbo dell'Alighieri, contro Uguccione. — Digressione intorno a Castruccio, e quante miserie nella sua prosperità apparecchia alla sua patria ed alla sua discendenza. — I Tedeschi lasciati da Ludovico il Bavaro mettono Lucca allo incanto: la compra lo Spinola mercante genovese, che la tiene poco e male; subentrano al dominio di Lucca uno dopo l'altro Giovanni di Boemia, i Rossi di Parma e gli Scaligeri, finalmente i Pisani nemici acerbissimi ai Lucchesi. — I Fiorentini si vendicano su Lucca delle ingiurie di Castruccio: in mezzo a questi tramestii le forme repubblicane non mutano: forme politiche non rilevano se manchi la sostanza della libertà. — Carlo IV vende la libertà ai Lucchesi; a quali patti ed a che prezzo. — I Lucchesi diventano fittaioli dello impero; poi con diuturnaindustria anco vicarii. — I nobili non vonno compagnia nel governo della repubblica, e il popolo li caccia via dai maestrati non già dalla città: rimedio unico per purgare gli stati dalle consorterie. — Legge proposta da Francesco Guinigi buona o trista secondo i tempi e gli uomini, e tuttavia necessaria. — Giovanni degli Obizzi e come rintuzza la improntitudine sua. — Statuto del 1372 nè libero nè tiranno, e seme di rancori. — Il maestrato dei conservatori della libertà prima si riforma, poi per la morte del Guinigi si cassa; gli surrogano l'ufficio dei Commissari di Palazzo, ma ad altro fine. Principia lo screzio fra i Forteguerra ed i Guinigi; moto dell'Obizzi spento nel sangue. — I Forteguerra esclusi dai maestrati. — Il senato s'industria rimediarci e come. — Bartolomeo Forteguerra viene alla prova delle armi; è vinto. — Il gonfaloniere Forteguerra da Forteguerra messo alle coltella. — Lazaro Guinigi si fa tiranno: instituisce una maniera di governo oligarchico d'interessi materiali. — Lazaro è ammazzato dal nipote di Bartolomeo Forteguerra, ma i Guinigi non cascano, anzi Paolo Guinigi si fa tiranno assoluto: sua viltà e sua avarizia; pure ha la Rosa di oro da Roma. — I Lucchesi lo combattono, lo vincono, lo condannano a morte; poi lo mandano prigione a Pavia, dove muore. — Riforma dello stato. — Pietro Cenami gonfaloniere, procedendo rigido più che non conveniva, è ammazzato: vendetta che ne pigliano i Lucchesi. — Nuove congiure. — Michele Guerrucci per non avere con che pagare le multe è decapitato. — Legge del discolato che fosse: ragione dei provvedimenti straordinari che gli stati pigliano nelle vere o credute necessità; e quando giovino, e quando no. — Condizioni della signoria di Lucca di faccia allo impero: privilegio di Carlo IV, impronta pitoccheria di Massimiliano I in contrasto con l'avara tenacità dei Lucchesi; per ultimo Massimiliano sbracia privilegi; Luigi XII anch'egli vuole quattrini per non far male. — Carlo V, e nuovo mercato per Lucca dovendo le concessioni imperiali finire con la persona che le fa. — Caso festevole avvenuto fra Massimiliano ed i Lucchesi per cagione di 1000 scudi. — Lucca reputata sempre feudo imperiale. — Nuovi tumulti provocati dai Poggi: origine prima del tumulto il benefizio di Santa Giulia; l'Orafo creatura dei Poggi malmena la famiglia del vescovo. — I Poggi ammazzano il gonfaloniere Vellutelli, feriscono Piero e Lazaro Arnolfini; vogliono imporre gonfaloniere Stefano da Poggio, gli anziani rifiutano. — Cittadini armansi a sostenere gli anziani; questi, per tôrre capi ai sediziosi, li perdonano, contro gli altri procedono;diversità tra Genova e Lucca in proposito, se e quanto meriti lode per questo. — Tumulto degli Straccioni e perchè chiamato così. — Cause del tumulto. — Oligarchia borghese e suoi scopi miserrimi; esclusione dei cittadini dalle magistrature; riforme intorno allo statuto dell'arte della seta ed angherie ai tessitori; comincia il subbuglio: gli anziani, come suole, non cedono poco in tempo per cedere troppo inopportunamente. — Adunanza popolare nel convento di S. Lucia; e quello che ci si discorse: che cosa si deliberasse di domandare. — Cenami gonfaloniere ben disposto a concedere le cose richieste. — Feroci parole di Fabbrizio dei Nobili rimettono in compromesso la pace. — Di nuovo il popolo si aduna, ma non ingiuria persona. — Anziani mandano pacieri, e sono accolti male, i tumultuanti domandano pane; pure si viene a patti, e sembra composto lo screzio. Chi soffia dentro perchè lo incendio rinfocoli. — Cagioni di querele manifestate. — Si riforma il reggimento, nuove concessioni al popolo, e non si conchiude nulla; ne sono cagione i giovani scapestrati, principalmente quelli che avevano cessato il mestiero delle armi. — Malefizi dei giovani insofferenti di ogni freno. — Partiti larghi sono vinti dal consiglio per calmare gli spiriti, che non si quietano, ormai ostinati a vivere licenziosamente. — Congiura di cittadini a Forci presso i Buonvisi per occupare la città alla sprovvista e restituirci, come oggi si direbbe, l'ordine, e non riesce. — Pericolo che corre la città: i popolani spartisconsi; chi vuole sangue, chi no: nel contrasto non si fa niente, pure bisogna piegare davanti la volontà dei popolani; provvisioni su le chiavi della città. — Guardia alle porte dei più avventati. — I cittadini abbandonano la città: bandi per impedirli; i popolani pigliano le merci e i beni che tentano scansare dalla città. — Il maestrato propone uscire di palazzo e abbandonare lo stato: pietà di siffatto partito; un popolano si oppone, e rimette il cuore in corpo agli anziani profferendosi difenderli a tutt'uomo. — Preci solenni e processione statuita per ricondurre gli animi alla concordia; singolarità della processione; i preti tirano l'acqua al loro mulino. — Dio pei preti ètrinoin cielo equattrinoin terra; gli aiuti divini o si fanno aspettare troppo o non giovano. — Signoria nuova, di cui fa parte Francesco Burlamacchi; partiti risoluti che piglia. — Festa dellaLibertà; la manda all'aria un popolano: conseguenze di cotesto scompiglio. — Nuove risoluzioni della Signoria proposte dal Burlamacchi; la plebe si ribella, che di un tratto si avventa alle case dei Buonvisi per abbatterle; parte di plebe contrasta, ne seguitauna terribile zuffa: prevalgono i demolitori, che vanno per le artiglierie; i Buonvisi mostrano i denti alla bordaglia, che li lascia stare; nella notte però essi lasciano la città. — Assemblea universale per provvedere ai bisogni presenti; donde venga che gli uomini talvolta sono sapienti e animosi stando da sè soli, messi in mucchio diventano stolti e codardi: deliberazioni gravissime dell'assemblea vinte per virtù di popolani appartatisi dai licenziosi. — I partigiani dei ribelli, impediti di uscire dalle porte gittansi dalle finestre per avvisare gli amici, i quali corrono alle armi e tornano ad assediare il palazzo. — Gli assediati resistono. — Le leggi contro i sediziosi sono vinte. — Alberto da Castelnuovo vuol mandare all'aria il palazzo e non riesce per miracolo. — Gli assediati inviano a sonare a stormo perchè le compagnie delle bande cittadine traggano a liberarli; ma prima che vengano ingaggiano battaglia con quei del cortile: li finivano tutti, dove i sediziosi per tema di essere presi tra due fuochi non uscivano a guardare gli sbocchi delle strade. — I sediziosi cacciati dagli sbocchi, i difensori della Signoria si sparpagliano per la città; di ciò i sediziosi accortisi, fanno testa e tornano ad occupare il cortile: trista condizione degli anziani rimasti in palazzo; i Buonvisi fanno massa a monte San Quilico, ma gli anziani non sanno come avvisarlo; per devozione di Lunardo Pagnini sono avvertiti i Buonvisi; il difficile sta nello introdurli a Lucca. — Fede di prete Bastiano da Colle che si profferisce portare la chiave di porta San Donato affinchè sieno intromessi: avventure e disdette di prete Bastiano; finalmente trova Taddeo Pippi e si apre con lui: favore del Pippi, che si acconta col Dini, e per diverse vie si accordano di far capo a porta San Donato. — Orazione di Martino Buonvisi prima di muovere per Lucca. — Casi che ritardano e imbrogliano il cammino: il fiume con non poco travaglio è guazzato. — Consigli diversi di scalare le mura, o di ardere le porte: vanno a pigliare lingua a porta San Pietro, tornano assicurati si aprirà tantosto la porta san Donato. — Prestanza di Vincenzo da Puccio, finalmente schiusa la porta, il Buonvisi co' seguaci suoi sono intromessi. — Modestia del Buonvisi. — Descrizione dello ingresso. — Argutezze di Meuccio cuoiaio. — La sedizione vinta. — Fuga di alcuni sediziosi e morte di altri. — Acclamazioni al Buonviso; e grave riprensione del gonfaloniere, a cui egli risponde umanamente. — Crudeltà esercitate dai vincitori; condanne di morte, carceri ed esilii. — Il commissario imperiale tradisce i commessi alla sua fede. — Due preti giustiziati. — I poggeschi di nuovo perseguiti; altripreti più avventurati scappano. — Nuove vendette patrizie. Parallelo fra i rivolgimenti di Lucca e di Siena, e si adducono le ragioni per le quali compariscono diversi fra loro. — È mortale la paura che fai al potente comechè in suo benefizio. — Leggi predisposte a instituire la oligarchia lucchese. — Congiura del Fatinelli e del Baccigalupo: loro supplizio. — Stato degli animi di Lucca inchinevoli a novità, epperò a favorire il moto del Burlamacchi.

Ora importa che in succinto vediamo quali le disposizioni di Lucca per opporsi, ovvero per favorire una impresa avventurata in pro della sua libertà. La sua storia ab antiquo pari a quella delle altre repubbliche toscane: colà come altrove il torrente barbarico lasciò una melma di feudatari i quali trebbiavano il servo della gleba come questi trebbiava il grano; se non che un dì avendo il servo fatto tesoro di rabbia ed avendo acquistato senso di forza, si rivoltò e vinse i suoi oppressori: di qui sorse il comune, che per necessità si ordinò da prima a reggimento popolesco, stando lontani e in altre cure involti il papa e lo imperatore, considerati come sorgenti di ogni autorità sopra la terra. Quali per lo appunto gli ordini onde si governavano noi potremmo chiarire, ma a un dipresso furono consigli presieduti da un maggiorente fra i cittadini eletti dal popolo, per più o meno durata sedenti in ufficio; questi, se lo imperatore si faceva sentire (e qualche volta lo sentivano come la mola quando macina), procuravano venissero da lui approvati, se no e con molta contentezza ne facevano a meno; i nomi mutarono, ed oraappellaronsi consoli, tale altra anziani e priori, ma in Lucca per ordinarioanziani: Ecco uno degli anziani di Santa Zita, mettetel sotto, come scrive Dante Alighieri. Oltre gli anziani ebbero potestà preposti ai giudizi vuoi civili o vuoi criminali, e capitani di popolo, negli inizi paesani, poi li trassero di fuori, forse per causa di emulazioni procellose e forse per iniqua parzialità: anco si legge del magistrato del sindaco, di cui lo ufficio investigare l'operato di ogni ufficiale compito il termine della sua condotta, imperciocchè tutte le cariche fossero temporanee, ed esso pure si chiamasse da paesi stranieri. I parlamenti del popolo intero rari e solo per approvare, e al popolo ne avanzava, ponendo egli allora in massima parte lo studio della libertà nell'essere governato con amore e con cura del suo vantaggio; e per me credo che a molti, eziandio ai giorni nostri, basterebbe così: invece di assemblee universali, istituirono due consigli, uno maggiore e l'altro minore: in vari tempi il numero di ambedue vario, il primo presiedeva il podestà, che, non pago di eseguire la legge, la faceva, per consueto in compagnia e qualche volta anco solo; al secondo il capitano del popolo: dal luogo dove si adunavano, quello dicevano di San Michele, questo di San Pietro: eravi altresì un consiglio di credenza, non già distinto, sibbene composto di cittadini meglio saputi e prudenti dei due consigli, il quale trattava delle faccende destinate a rimanere segrete. Per un tempo il consiglio minore, scelto fra giovani, sopperivaalla mancanza dei consiglieri del primo, ma dopo ognuno ebbe attribuzioni proprie. I consiglieri traevansi a sorte da due tasche dove s'imborsavano i nomi dei cittadini che a norma degli statuti n'erano degni; più tardi si aggiunse una terza tasca, la quale da capo rimase soppressa.

Agl'imperatori poco importò che i feudatari sparissero quando restava il popolo; anzi se, cessati i pastori rimaneva il gregge, guadagnavano un tanto. Bene avrieno potuto le repubbliche toscane affermare con la mano sopra la spada (chè a questo modo unicamente si afferma bene) la propria autorità, ma non vollero, intese per gara stupida a lacerarsi fra loro, o non seppero (perchè e' ci bisogna del buono e del bello per fare capire al popolo che il padrone della terra èlui, propriolui). Però, quando gli stava per isguizzargli di mano lo imperatore, ei si volgeva al papa; o guelfo o ghibellino, gli era mestieri un attaccagnolo dove appiccare la libertà; per la quale cosa queste repubbliche di proprio diritto non si costituirono giuridicamente mai, e, per tacere di Siena, di Pisa e di Lucca, anco Firenze i giureconsulti dello impero sostennero feudo imperiale allorquando, prima di spegnersi la stirpe dei Medici, l'Austria ne dispose come di cosa sua; difatti Uguccione della Faggiuola in qualità di vicario imperiale tiranneggiò Pisa, e quando per tradimento di Castruccio sorprese Lucca, ci entrò e la tenne con titolo e potestà di vicario imperiale; nè con diversotitolo la signoreggiò poi lo stesso Castruccio, allorchè Uguccione ebbe perduto a un tratto Lucca e Pisa. Pari furono in Uguccione ed in Castruccio le voglie rapaci e la prestanza nelle armi, superiore d'assai lo ingegno nel Castruccio; e due capi dentro una corona non entrano; e poi, per antichi e per novelli esempi, tristo o no il principe ch'ei sia, non perdona al suddito il dono del regno; i doni che si fanno ai principi, se tali da potere essere rimeritati, essi qualche volta rimeritano; se poi troppo grandi, gli hanno in uggia quanto le ribellioni, di vero gli uni e le altre fanno ricompensare dall'ordinario loro elemosiniere, il carnefice; però Ranieri figliuolo di Uguccione rimasto a Lucca, come più garoso del padre, essendo giovane, smaniando fare troppo presto, fece male, perchè, messe le mani addosso al Castruccio stava per mandargli il prete e il boia; e forse era meglio, ma il popolo, che s'innamora di chiunque ha potenza di fargli male, saltò su i mazzi, minacciando romperla se subito non si liberava Castruccio; di che sbigottito Ranieri da un lato s'industria menare il can per l'aia e dall'altro spedisce al padre Uguccione celeri messi a Pisa onde venisse via: ma Uguccione, che assai compiaceva alle turpi parti del corpo, massime al ventre, standosi a mensa rispose che non cascava nel quarto, e finchè non fu pinzo e satollo non si volle quinci rimovere. Intanto a Lucca il popolo armato si versava per le strade gridando libertà, e quando ci entrò Uguccione, ilmeglio che gli rimanesse a fare fu di fuggire, mentre Pisa, uscito appena, gli si ribellava al grido di:popolo, popolo, e libertà, il quale, comechè, più spesso che non dovrebbe essere, bugiardo, tuttavolta serbò e serba sempre virtù di agghiacciare il sangue del tiranno.

Castruccio fu tale uomo da scavare le occasioni di sotto terra, pensiamo se se le lasciasse fuggire di mano; gli diedero un compagno che subito gli si strusse a canto a mo' di neve, ebbe potestà quanta ne volle, gliel'assentirono tutti, popolo ed ottimati, acclamazioni di piazza e voti di consigli: usarono i Lucchesi libertà pienissima di costituirsi servi, caso che via via nel mondo si rinnuova. Se alle piccole cose è lecito paragonare le grandi, Castruccio legò al carro della sua fortuna Lucca come già Napoleone la Francia, uguali i trionfi, l'ebbrezza e i rovesci; in questo il Lucchese più avventuroso del Côrso, che quegli non vide la malignità del destino avverso, mentre Napoleone l'ebbe a provare vivo; Castruccio vinse i suoi nemici sempre o quasi, mirabile lo celebrarono, e veramente fu per moti celeri, per subiti assalti, per sagaci ritirate, espugnò terre, vinse battaglie nelle storie famose, si assoggettò Pisa, prese e riprese Pistoia, trascorse fin sotto le mura di Firenze e per istrazio ci fe' correre tre palii, uno di meretrici; qual civanzo ne trassero i Lucchesi? Ludovico il Bavaro prima spoglia della signoria paterna i figli di Castruccio e poi lascia su quel di Lucca i Tedeschi quasi belve in pastura, i quali, fastiditidel soggiorno, anelando i patrii luoghi, la mettono allo incanto, la offrono a Firenze che non la vuole, a Pisa che anch'ella la rifiuta; all'ultimo come ciarpa vecchia la comprò un mercante genovese, Spinola, che la tenne poco e male e ci rimise le spese; gli subentrarono uno dopo l'altro Giovanni di Boemia, Piero Rossi di Parma, lo Scaligero di Verona: venduta e rivenduta, che anco dopo tanto tempo è una pietà leggere, per ultimo cascò nelle mani dei Pisani acerbissimi ed eterni nemici dei Lucchesi, sicchè adesso che hanno perduto perfino la gagliardia dell'odio con mutui dileggi si trafiggono fra loro, tanto è fecondo nel cuore dell'uomo il seme del male! I Fiorentini si ricattarono altresì contro i Lucchesi, e di che tinta! e col cambio resero loro le scorrerie del paese, le uccisioni, i guasti del contado e perfino i tre palii côrsi sotto le mura di Lucca, compreso quello delle meretrici. Vuolsi notare che in mezzo a tutti questi tramestii le forme apparenti della repubblica non mutarono, stettero gli anziani, il capitano del popolo, il potestà ed i consigli; la qual cosa dimostra quanto sieno poca cosa gl'instituti dovo manchi la sostanza.

A Pisa tiranna di Lucca tiranneggiava il mercante Agnello, che caduto dall'alto si ruppe ad un tratto una gamba e la tirannide; allora sopraggiunse lo imperatore Carlo IV acclamato dai Lucchesi come liberatore, ormai ridotti a tale da stimare libertà il mutamento di servaggio: lo imperatore inprimisvolle quattrini, equindi concesse loro le facoltà della zecca, dello studio, di conferire lauree e parecchie altre coserelle a patto che nello impero restasse fermo il diritto di superiorità in tutto e per tutto, compreso l'utile dominio. Degli scrittori lucchesi taluno afferma da Carlo IV derivare la libertà di Lucca, altri sostengono all'opposto ch'ei ribadì le catene vecchie, e mi sembra che questi abbiano ragione: per ora fittaiuoli del proprio paese diventano i Lucchesi; nè dai principi vuolsi aspettare mai libertà diversa da questa.

Tanto vero così che lo imperatore avendo lasciato in Toscana un suo vicario, questi in Lucca si recò in mano la elezione del potestà, ricevè giuramenti, gli anziani non elesse ma approvò, e via discorrendo; ma i Lucchesi si misero alla usanza del ragnatelo a rifare la repubblica loro, ed ora agli anziani reputando spediente preporre un gonfaloniere, lo fecero; poi l'autorità loro stabilirono; pian piano anco di un po' di milizia si provvidero; ricomposero le tasche per la elezione degli anziani; il fitto annuo venne rinunziato; che più? ottennero il privilegio di essere padroni in casa propria, ma come vicarii imperiali o, vogliam dire, rappresentanti di un padrone straniero.

Nella composizione di questo reggimento fu provvisto che vi partecipassero così nobili come popolani; ma a ciò non consentirono i nobili, i quali nella potestà non si chiamando contenti di prevalere, la presero tutta, e sta bene; vissero e vivono finchè possono vita di consorteria ipatrizi; tuttavia anco in seno al popolo si formano le consorterie, e allora queste diventano non già forza, bensì cancrena di popolo. Il popolo, dacchè i patrizi rifiutano uguaglianza, li dichiara decaduti dal reggimento e si chiude un nemico nelle viscere: veramente nemici sarebbero stati essi sempre, ma, esclusi a questo modo, i patrizi per necessità dovevano agitarsi irrequieti: tutto ben ventilato, a sperdere le consorterie io non ci vedo altro modo che il bando dei consorti o permanente o temporaneo e fuori dello stato: certo grave partito questo o copioso di danno, pure altro meno nocivo non mi riesce trovare, ed è ruina espressa sopportarli chiusi dentro il corpo sociale: per la quale cosa bene conobbe gli umori di costoro il dabbene cittadino Francesco Guinigi quando per ischermirsi dalle insidie patrizie propose un magistrato di cui unico fine fosse la difesa della libertà, che fu chiamato deiconservatori della libertà e del buono stato; accettarono ed elessero a farne parte lui primo. I patrizi, accortisi della ragia, si diedero moto per istrozzare cotesto magistrato sul nascere e levarono tumulto, se non che il magistrato diede prova di essere nato co' denti, imperciocchè, agguantati quattro, tagliò al primo il capo e la mano destra, gli altri licenziò col solo taglio della testa. A Giovanni degli Obizzi precipio eccitatore del tumulto, trovandosi fuori di città, intimarono stesse lontano; non obbediva, audacemente rientrava, sostenuto con passione diceva: Questa la ricompensa dello esiliosofferto durante la tirannide pisana? questo il compenso della scemata sostanza? Così Lucca ristora i suoi figliuoli del sangue versato per riacquistarle libertà? A cui rispondevano: Or come per mercede della difesa libertà tu vuoi che ti soffriamo tiranno, tu per te combattevi e non per noi, dacchè Lucca in potestà altrui non poteva essere tua. — Tuttavia, oltre al confermargli il bando, da ogni altra molestia si rimasero: costui bestemmiò il popolo ingrato; a me par giusto.

Nel 1372 ebbe compimento lo statuto della repubblica; le forme repubblicane sempre, ma per così dire l'aria repubblicana non vi circola dentro, dagli uffici esclude i nobili e i cavalieri di parecchie famiglie, gli Antelminelli e i consorti tutti, ma nè anche ammette il popolo in generale e non pochi dei popolani ormai per industrie proficuamente esercitate diventati cospicui. Non è da dirsi se dai desiderosi di novità fosse inviso il magistrato dei conservatori della libertà; e siccome di vero appariva eccessivo, come sono sempre quelli i quali o una grande necessità od un grande timore suggeriscono, così non fu difficile apporgli accuse; ad evitare le quali ne raddoppiarono il numero e provvidero che solo un terzo per anno tenesse lo ufficio: e a questo modo un tempo durò sostenuto dalla bontà grande di Francesco Guinigi, ma egli cesse al fato comune nel 1384; allora tornarono i mestatori a lacerare più perfidiosi che mai il magistrato dei conservatoridella libertà, e tanto pontarono che all'ultimo ottennero si abolisse; ai conservatori surrogarono i commissari di palazzo, ma erano altra cosa, imperciocchè lo ufficio di questi stesse unicamente nel vigilare le fortezze e le faccende della guerra: di qui incominciò uno screzio tra i Guinigi e i Forteguerra, cui piaceva l'acqua torba per pescarci dentro, del quale tentò approfittarsi Giovanni Obizzi fuoruscito mandando lettere ai suoi partigiani col mezzo di due frati; il reggimento, che stava a orecchi tesi, n'ebbe odore, e in un bacchio baleno acciuffa, tormenta e fa confessare i delinquenti, dei quali i laici decapita, i chiesastici manda a Roma. Giovanni degli Obizzi si era male apposto; i Lucchesi allora aborrivano moversi non perchè stessero bene, ma perchè temevano trovarsi peggio, sicchè con decreto amplissimo bandirono che le leggi veglianti sopra i consigli e le imborsazioni rimanessero inviolabili nè alcuno si attentasse arringare per riformarle: ma ecco mentre si guardano dalla pioggia sopraggiunge loro addosso la gragnuola.

I Guinigi, massime Lazaro figliuolo di Francesco, reputandosi offesi dai Forteguerra, tra cui primeggiava Bartolomeo dottore in leggi ed estimato uomo d'assai, nella occasione che si aveva a rinnovare la tasca per la imborsazione dei collegi si dimenarono in guisa che poterono escluderne la più parte dei Forteguerra, e Bartolomeo più volte gonfaloniere e anziano fecero noverare fra gli arroti o, vogliam dire, supplenti,i quali costumavasi trarre dai giovani che non avevano mai tenuto maestrato. Buonagiunta Schiezza fece la spia o per levità o per tristizia; Bartolomeo meritamente ne mosse strepito infinito, e seco quanti queste soperchierie detestavano; i quali umori desiderando sopire sul nascere, il senato propose aggiungere una tasca di ducento dieci cittadini dove gli esclusi sarebbero stati imborsati, con avvertenza però che non avessero ad essere tratti se la prima non fosse vuotata: pretesto di simile novità fu che, molti cittadini stando fuori a cagione della morìa o per negozi, importava provvedere affinchè gli uffici non rimanessero scoperti, ma Bartolomeo, invece di quetare, s'incollerì due cotanti, e parendogli che quello non fosse riparo bastevole alla ingiuria, lacerava la turpe pusillanimità del senato; voleva al tutto cassa la imborsazione, i truffatori puniti; sotto sembianza di giustizia la vendetta compita: tentaronsi diversi modi di composizione, e taluni parvero tali da contentare chi ormai non avesse fermo il chiodo di romperla; e questo per lo appunto era l'animo di Bartolomeo, il quale, valendosi della congiuntura di Forteguerra entrato gonfaloniere, ruppe in aperta contesa; gli mandò la virtù, e la fortuna; prevalse il Guinigi, che, espugnato il palazzo, mentre il gonfaloniere repugna a lasciarglielo sgombro, cade iniquamente spento dai seguaci satelliti. In questo tumulto si nota un caso che male s'intende, se pure non si spiega così, che il Guinigi, tutto inteso a vincere, fecedi ogni erba fascio per procurarsi satelliti, i quali poi inferocirono per proprio conto, chè la mala compagnia grava sempre non solo le spalle, ma bensì anco l'anima e la fama: parecchi vinti al furiare della plebe ebbero asilo nelle case del Guinigi e furono salvi; i fratelli Serangeli, lo stesso Bartolomeo Forteguerra rimasero spenti a ghiado; dopo passato il Rubicone che avanza a Cesare? Diventare imperatore o morire trafitto; a Lazaro occorsero ambedue i fati: fu principe assentendolo unanimi gli sbigottiti cittadini; pochi emuli bandì, fra questi Gherardo Burlamacchi antenato di Francesco, agli altri concesse perdono. A dire il vero, ei si mostrò mite tiranno, ma delle arti tiranniche si valse con inestimabile studio, condusse armi straniere, poche e fidatissime le paesane, profuse grazie ai complici meno per gratitudine che per allettamento a mantenerseli fedeli, si circondò di guardie, anzi diede loro stanza nel suo proprio palazzo. Non diverso dai prudenti tiranni, le forme del reggimento lasciò illese, e tuttavia giunse ad alterarne la sostanza, conciossiachè ridusse lo stato nelle mani dei borghesi, istituendo, per così dire, una oligarchia d'interessi, da cui escluse i dottori di leggi, i medici, i lettori di studio, insomma chiunque per dignità di dottrina o per eccellenza d'ingegno presentisse dovergli un giorno procedere avverso; nè può negarsi che secondo l'ordinario andamento delle cose umane ei si apponesse. In odio agli emuli Lazaro tutto quello che da loro emanava distrusse; perfino lostatuto penale stesso nella massima parte da Bartolomeo Forteguerra in codesti tempi lodato, cui fece vie più desiderare il nuovo sostituito e che all'ultimo venne richiamato in vigore con plauso di quelli che lo composero: infine, perchè cotesta antica soperchieria in tutto e per tutto alle nuove e alle nuovissime rassomigliasse, con solenni apparecchi si resero grazie a Dio, quasi per renderlo complice del reato. Dio pur troppo alle miserie nostre non attende o non le cura; chè, se così non fosse, e dove meglio potrebbe adoperare i suoi fulmini quanto a incenerire colui che, tradendo la fede del popolo, se ne fa con violenza tiranno? Il vendicatore fu Antonio Sbarra nipote ai Forteguerra: costui per condurre a fine il disegno si fece famigliare di Lazaro, gli entrò in grazia, ne sposò la sorella, e covata la vendetta sette anni, certa sera mentre Lazaro si stava senza sospetto di lui a suono di pugnalate lo ammazzò. Nè a lui nè alla patria giovò la Nemesi, ch'egli n'ebbe mozzo il capo, e quella non ricuperò la libertà; i cittadini bollirono un cotal po', ma non diedero di fuori; della quale ventura e della pestilenza che allora infieriva approfittandosi, i Guinigi riserrarono gli ordini oligarchici riducendo il reggimento in dodici del consiglio con balía suprema sopra tutte le cose, da durare finchè non cessava il contagio. Il contagio cessò, ma costoro non ismisero la balía: allora i cittadini ripigliarono a brontolare e accennavano a peggio; li prevenne Paolo Guinigi, che sostenuto dai soldati mercenari si costituiscetiranno; cupido e avaro lo dice la storia e a tutta prova codardo; eccetto questi meriti, altri non gliene sappiamo, ma l'avere accolto Gregorio XII con gentilezza ed undici cardinali gli fruttò larosa d'oro, dono solenne dei sommi pontefici largito ai sostegni della Chiesa: di viltà in viltà, dopo avere patteggiato co' ladroni del suo paese, giunse allo estremo di tutto, che fu negoziare la vendita di Lucca ai Fiorentini; e poichè tanta infamia non seppero tollerare, i Lucchesi, accontandosi insieme, gli fanno impeto addosso e presolo lo giudicano: dichiarava lo statuto che il magistrato reo di avere manomessa la libertà della patria pagasse del capo; gli risparmiarono pietosi troppo il patibolo, sì bene lo consegnarono al conte Francesco Sforza, che lo mandò a Milano, donde trasportato a Pavia, quivi miseramente morì prigione.

Dev'essere la libertà gaudio divino, dacchè una sembianza di lei o un grido che la chiami bastino a empire di dolcezza un popolo intero. Le campane sonavano a gloria, sulle torri, dai balconi sventolavano le bandiere, le pareti comparivano ornate di drappi stupendi per oro contesto e per seta; di liete voci intorno echeggiava l'aere, i cittadini frequenti per le vie abbracciavansi e piangevano e tutto questo perchè s'invocava il nome della libertà. Si adunarono cento padri di fediglia, i quali, dopo avere dichiarato che repubblicani volevano morire siccome erano nati, elessero dodici cittadini cui diedero balía di riformare lo stato, fra questiPietro Cenami, della ruina del Guinigi massima parte, che poi crearono gonfaloniere: ma rei tempi soprastavano a Lucca, la quale non valse a districarsi da guerre infelici e dalla più desolata carestia: bene accolse dentro le sue mura vincitore Nicolò Piccinino e mostrò rallegrarsene come si può per vittoria la quale non ti porta benefizio ed è vinta con armi non nostre; ella abbattè le mura della cittadella Augusta, arnese di tirannide, stimando che distrutto il covo fosse spenta la bestia; i beni dei Guinigi confiscò, scarso compenso dei danni patiti; ai suoi discendenti interdisse la terra, dove sarebbero tornati non figli ma lupi; e poichè tristi cittadini, o per lo effetto dei loro mali pensieri ovvero ad istigazione altrui, non posavano di macchinare in iscapito della repubblica, si restituiva il magistrato per la custodia della libertà ed in danno dello sciagurato Cenami, imperciocchè, detestando gli scapestrati il rigido gonfaloniere, notte tempo entratigli in quattro nella stanza dove ei dormiva dietro la scorta di due anziani colleghi di Pietro che li guidarono, di mille punte lui inerme ferirono e misero a morte. Il defunto con esequie spontanee onorarono; i principali operatori della strage di lui decapitarono; e la storia con dolore registra complice del misfatto un Giovanni Burlamacchi, anch'egli dei maggiori di Francesco, e però condannato a carcere perpetuo. Da ora in poi solertissima la vigilanza dei custodi della libertà: onde il doppio tentativo di Ladislao Guinigi figlio di Paoloper sorprendere Lucca riuscito a vuoto; del pari scopersero la congiura di Michele Guerrucci, il quale, comunque anziano si fosse, rifuggì legarsi con uomini di piccolo affare per sovvertire lo stato in mezzo alla solennità di santa Croce; condannato nel capo, ottenne grazia per intercessione del duca di Milano a patto che si riscattasse con diecimila fiorini d'oro da pagarsi in due rate; arrivata la scadenza della prima, non pagata la moneta, pagò col capo: di ciò sendosi dolto il duca di Milano, come quello a cui parve non si avesse avuto debito riguardo, i Lucchesi mandarono oratori per iscusarsi; se ne sarebbero astenuti un'altra volta, per cotesta ormai non ci era più rimedio.

Per ischermirsi da tante e siffatte insidie, a questi tempi venne fuori la legge detta del discolato, da taluni come ottima difesa, da altri come pessima lacerata: su la quale è da avvertirsi che necessità non ha legge e che per insulso culto della libertà non si devono lasciare le mani libere, e peggio poi armarle, ai nemici di lei perchè la trucidino: la questione sta nell'adoperare i partiti straordinari lealmente in pro' del vivere libero, e tanto si ottiene quando lo stato si governa davvero a libertà; in caso diverso tu somministri i flagelli per isferzare i buoni a vantaggio de' rei: a questo modo avvenne nel nostro regno d'Italia due volte, perchè nè retti nè reggitori amano, sanno o vogliono la libertà: di libertà a noi le veci e il sembiante, ai figli nostri la sostanza. Ora ecco lalegge del discolato che fosse: di tratto in tratto i consiglieri erano chiamati a segnare una nota di cittadini reputati perniciosi alla repubblica; tutti quelli che nello squittinio occorrevano scritti in due terzi delle note si mettevano da parte e si sottoponevano da capo alla votazione del consiglio se avessero a bandirsi; dove si trovasse che in tre quarti dei voti erano per bandirsi, durante tre anni cacciavansi fuori di stato.

Con simile argomento si otteneva che nei casi supremi, dove l'attimo perduto a superare il pericolo genera esizio, l'animoso rettore non venisse distratto da far presto e bene dalle invidie, dalle malignità e peggio dalle più frequenti saccenterie d'inani mestatori. Il guaio fu che a Lucca, remosso il pericolo, l'arnese piacque e si mantenne non già in pro' dello stato, al contrario nello interesse dell'aristocrazia in danno dei popoleschi perchè non fiatassero, molto meno operassero; e conchiudo col dire che colui il quale crede che si possa governare sempre in un modo mettilo a mazzo del pilota che vorrebbe navigare a tutti i venti con una vela sola.

Prima di ripigliare il filo dei casi interni, a fine di chiarire quale e quanta parte dei cittadini appetisse novità e perciò fosse disposta a sostenere la impresa del Burlamacchi onde conseguire riforme nel reggimento, con pochi cenni mi sbrigherò ad esporre come e perchè i cittadini tutti avessero a desiderare di emanciparsi dalla subiezione imperiale. Già dissi del diploma di Carlo IV; adesso aggiungo come MassimilianoI imperatore, senza giudizio e senza danari, venuto in fantasia di pigliare la corona a Roma e forse anche il papato, di repente per suoi oratori domanda alla Repubblica imperiale di Lucca gli mantenga attorno a sè cento fanti per un anno, gli paghi venticinquemila ducati e per ultimo il deposito per le crociate e i giubilei. A Lucca parve essere pecora nella siepe; e poichè pecora non uscì mai dal pruneto se qualche briciolo di lana non ci lasciasse, così invia oratori a tirarsi i capelli co' ministri imperiali; e' la batteva tra il rotto e lo stracciato; assottiglia, assottiglia, più di cinquemila ducati non vollero da una parte dare nè dall'altra poterono prendere; e poi non isborsarono nè anco questi, chè allo imperatore saltò il ticchio di non andare più a Roma, e i Lucchesi procederono come costuma il marinaro, che, passato il pericolo, gabba il santo. Ma lo imperatore più tardi torna a spillare quattrini dai Lucchesi, non sapendo, per farne, a qual santo votarsi; le antiche ragioni non si potevano addurre, ne propose nuove: gli pagassero subito dodici mila scudi, ed egli avrebbe confermato loro i privilegi antichi. Piacque l'offerta, non il prezzo, e qui da capo il mercato giudaico; si convenne per novemila, ed egli da Padova con diploma ampissimo conferma l'antica libertà di Lucca, le concede facoltà legislative ed amministrative, autorità giudiziaria, il mero e misto impero; rinnuova le largizioni fatte a Castruccio, i privilegi di Carlo IV, renunzia all'annuo canone, il quale del resto non si pagavapiù fino dai tempi del vicario imperiale Guidone, e per ultimo enumera tutte le terre e castella che dovevano formare parte del dominio di Lucca senza darsi per inteso se per violenza o per trattato si trovassero in potestà altrui; e conchiude promettendo protezione e difesa con tutte le forze dello impero. Ma la protezione dello impero proteggeva poco; imperciocchè i Lucchesi, minacciati da Luigi XII, come quelli che procedevano parziali a Massimiliano, e quindi a lui ostili, ebbero di catti di comprare la protezione della Francia per trentaseimila tornesi, e loro non parvero troppi. A Massimiliano successe Carlo V, che di bene altri ugnoli si mostrò armato dell'avo suo; i Lucchesi gli spediscono subito oratori per tenerselo bene edificato e chiedere la conferma del diploma di Massimiliano. Il cancelliere Gattinara faceva cascare la cosa dall'alto: negozio grave questo; molta ma molta somma richiedersi all'uopo per ispianare le difficoltà. I Lucchesi sentivano venirsi addosso i sudori freddi e guaivano miseria; ma il Gattinara spietato gl'intronava sponendo come nella dieta di Vormazia, quando si fermò la lega col papa, persone intendenti avessero dichiarato che Lucca senza incomodarsi poteva contribuire per sua quota di spese fino a 40000 ducati; e poi a lui essere noto di certa scienza che a Luigi XII in più volte ne avessero pagati due tanti: ora volevano mettere Luigi a petto di Carlo? Costui non pastore, non padre, non re, bensì mercenario: e quanto a fede Carlo, prima di tradire lapromessa, avrebbe fatto falò di tutte le provincia dello impero senza lasciarne pure una. I Lucchesi stretti alla gola lasciarono scappare la offerta di novemila scudi; il Gattinara, compreso da orrore per lo avaro sussidio, lungi da sè sdegnosamente lo rigettava; intanto correvano o piuttosto si facevano correre voci sinistre: due baroni, uno tedesco e l'altro spagnuolo, chiedevano Lucca in feudo e quattrini subito; lo imperatore risoluto a romperla con la ingrata città, di voce imperiale, coi fatti francese: allora i Lucchesi con le lagrime agli occhi offersero quindicimila scudi in tre rate di cinquemila l'una, che poi i mercanti lucchesi sottomano scontarono raspandovi su quattromiladugento scudi. I re tirarono e tirano sempre via; il popolo paga. In ghetto non si saria potuto negoziare meglio nè peggio di quello che lo imperatore e i Lucchesi si facessero. Nè si creda già che narrando io queste cose carichi le tinte; perchè trovi nelle storie che il povero Massimiliano ridotto al verde supplicava i Lucchesi di un migliaio di scudi per carità, ed i Lucchesi pur compiangendolo gli si buttarono in ginocchio davanti a mani giunte esortando che per amore di Dio non li ruinasse: quasi ruggine della natura lucchese in ogni tempo la spilorceria, sicchè fra essi corre un proverbio strano ed è «che per pigliare darieno il core.» Checchè sia del diploma di Carlo V confermatorio quello di Massimiliano, e sebbene gli imperatori che di mano in mano si successero non esigessero censo veruno per rinnovare lefatte concessioni, tuttavia Lucca fu considerata sempre feudo imperiale, di cui i privilegi potevano da ogni novello imperatore revocarsi, essendode iurefeudale le concessioni temporanee e però obbligatorie solo durante la vita dello imperatore che le largiva o le confermava, e pure, avendo e cuore e fronte di affermarsi repubblica, questa catena al piede si portò Lucca fino al 1799.

In Lucca, come avvertimmo, essendo prevalsa al reggimento l'oligarchia borghese, bene si accontavano con essa taluni nobili: ma pochi fiori non fanno ghirlanda; i più restavano esclusi, fra questi i Poggi casata copiosa di uomini e di ricchezze; costoro, lontani dai maestrati per volontà altrui, dai traffici per superbia propria, si davano ad ogni ragione diletti ed anco capestrerie; ozio e potenza furono sempre mai supreme spinte a mal fare: a nuovi scompigli per causa loro andò soggetta la patria, e la cagione questa. Un Arnolfino protonotario apostolico standosene a Roma per tirare acqua al suo molino, ottenne dal papa il benefizio di S. Giulia giudicato dei buoni: i patroni del benefizio se ne arrecarono, e meritamente, e da per sè soli non bastando a far contrasto, ricorsero per protezione ai Poggi e l'ebbero; sicchè il rappresentante dell'Arnolfino quantunque, come prete, tenace a tenere i denti stretti, per timore di averne le ossa rotte, scappò; se il protonotario pestasse i piedi tu il pensa, e poichè ne mosse fiero lamento agli anziani, e' fu mestieri che questi ci pigliassero parte.Frattanto un Pietro dell'Orafo creatura dei Poggi, per favorire un materassaio, insolentiva contro la famiglia del vescovo: puniti entrambi, il materassaio obbedisce, l'Orafo no e se ne richiama ai Poggi, i quali infelloniti investono il palazzo della signoria e a coltellate ammazzano il gonfaloniere Vellutelli; altri di loro, fatto impeto contro la casa di Lorenzo Arnolfino, e lui e il suo congiunto Pietro bestialmente feriscono; ciò fatto, circondandosi di scherani atterriscono gli anziani ed impongono sia eletto gonfaloniere Stefano di Poggio: comechè avessero la morte alla bocca, gli anziani rifiutano. Scesa la notte, attendono di qua e di là ad armarsi; ma scemano i partigiani dei Poggi e di tanto si accrescono i difensori della Signoria, che l'atrocità del caso a sangue freddo percosse la mente anco dei meno buoni: alla dimane gli anziani potevano vincere, pur non osarono, scesero a patti con gli omicidi ed impegnaronsi per fede a lasciare partirsi illesi dalla città Vincenzo e Iacopo dei Poggi, Lorenzo e Domenico Iotti perdutissimi giovani. Usciti costoro, si adunava la pratica, dove il vice-gonfaloniere Parpaglioni orando fervidamente conchiudeva si procedesse rigidissimi contro i rei tutti, il perdono concesso ai quattro come estorto dal timore si revocasse. I padri in parte accolsero la proposta, in parte no; i non perdonati si giudicassero, i perdonati lasciassersi stare, ciò persuadere la fama della Repubblica, austera mantenitrice della data fede. In guisa del tutto contraria a questa praticò la Repubblicadi Genova co' Fieschi a istanza di Andrea Doria, ma Andrea troppo più prepoteva del Parpaglioni sopra la volontà dei cittadini; e poichè noi biasimammo cotesto atto, volentieri loderemmo questo altro, ma in coscienza non possiamo, imperciocchè dubitiamo forte che i padri a tale si conducessero per non parere vili volendo dare ad intendere che fosse da loro conceduto il perdono con libertà di consiglio; e poi se una volta data si doveva osservare la fede, giustizia di magistrato e costanza di cittadino persuadevano a non impegnarla mai senza causa degna: ancora, non ci riesce accozzare siffatta clemenza verso gli operatori della strage con la ferocia dimostrata contro i compiici loro, dei quali nove mandarono al supplizio, e sette erano dei Poggi; tra i giustiziati andò quello Stefano di Poggio che i padri commossi dalla troppa improntitudine dei faziosi rifiutarono gonfaloniere. I di Poggio continuarono ad agitarsi un pezzo, ma i moti loro erano di coda di lucertola separata dal corpo uno più languido dell'altro; alla fine quetarono.

Adesso vuolsi per noi raccontare la storia del tumulto degli Straccioni, come quella che ci sembra piena d'insegnamenti politici: e di un tratto notiamo che tale fu appellato perchè i tumultuanti tolsero per bandiera uno straccio di stoffa nera quasi segno della miseria che gli affliggeva e del cruccio dell'animo loro. Ormai regnava e governava Lucca l'oligarchia borghese, se non pessimo, certo uno dei più tristi reggimenti che si conosca: dura gente i mercanti,cui se o pericolo o concetto grande non agitino, cuore ed ingegno costringono dentro il cerchio breve di male appetita moneta. Primo scopo pertanto di lei durare al timone, onde, avendo il coltello pel manico, empiva le borse dei nomi loro e degli aderenti suoi; quindi in essa la facoltà di eleggere anziani, senatori e i magistrati tutti così dei minori come dei maggiori uffici, o direttamente co' propri voti o indirettamente creando i deputati preposti a nominare e ad ordinare i collegi: però innanzi tutto ella faceva la parte pei congiunti e per gli aderenti; caso ce ne avanzasse, andava in cerca di qualche citrullo nè carne nè pesce, ma non ce ne avanzava: la plebe escludeva perchè, superba, le sembrasse imbrattarsi a prenderla a parte del governo; escludeva i nobili perchè, paurosa, temesse rimanere soperchiata: oltre questo, precipuo scopo assottigliare i salari del popolo e più che poteva ridursi in mano ogni ragione di lavoro. Il gonfaloniere e gli anziani, correndo il 13 gennaio del 1531, commisero a sei cittadini che riformassero l'antico statuto dell'arte della seta, aggiungendo e tagliando quello che fosse loro parso utile o dannoso: ed essi adempirono il cómpito; se non che, mossi dallo scopo accennato di sopra, trafissero in più parti l'interesse del popolo: a quanto ci è dato conoscere, questo era quello che maggiormente offendeva: la facoltà tolta al popolo di lavorare seta col suo telaio in casa; l'ufficio del marchio su le pezze levato dalla corte dei testori; il prezzo diminuito alle opere in malpunto, conciossiachè grande angustiasse a cotesti tempi la carestia il popolo e quotidianamente crescesse. Il popolo, secondo il solito, guaiva, qua e là in capannelli si adunava e sbuffando smetteva i lavorii; i governanti, secondo il solito duri finchè non mirino il diavolo nel catino intorandosi dicevano: si osservasse appuntino la legge, chè cassarla o riformarla adesso gli era come darla vinta al popolo con iattura inestimabile dell'autorità ed esizio del reggimento: intanto i nobili e gli altri esclusi, infiammati di carità pelosa, soffiavano in cotesto fuoco compassionando al popolo; lo tempestavano dicendo ch'egli aveva ragione da vendere, ma che badasse a non farsi mangiare come le ciliege una dopo l'altra; nell'unione stà la forza: ora il popolo non intese a sordo, però mandato attorno lo invito, si radunò il primo di maggio nella chiesa di San Francesco, dove aveva altare; e poichè si trovò in maggior numero di quello che avessero i capi presagito, questi deliberarono recarsi nel chiostro maggiore del convento di Santa Lucia: quivi tutti a parlare, a interrompersi, a contradirsi; sentenze e voci diverse e un brontolío come di caldaia quando spicca il bollore. Matteo Vannelli capo maestro vedendo che la veglia passava in accordature, recatosi sulla predella dell'altare di S. Lucia così favella: «Orsù azzittatevi ed uditemi, chè a questo mo' voi discorrete a vánvera: quanto sia iniqua la legge che ci hanno messo addosso, inutile dire; pertanto stendiamo una bella e buona scrittura dove si legganospecificati tutti i gravami che la legge ci porta e domandiamone la emendazione; poi non sarà male metterci in fondo a mo' di rammarichío che gli avi consideravano gli operai come cristiani battezzati e fratelli da sovvenire sempre bene inteso col loro vantaggio, non già come santo Bartolommeo da scorticare con danno di loro e nostro; e ora che ho detto la mia, venga altri a dire meglio di me, chè io ci avrò gusto.» Ed altri invero parlarono, ma non aggiunsero un filo alla trama, onde i convenuti gridarono: «Andiamo al grano!» E così deliberata la supplica, elessero diciotto capi maestri tessitori, chiamandoli capitani, affinchè la presentassero e con quelle più accomodate parole che sapessero raumiliassero i padri, onde essi perseverassero nella umanità di cui avevano dato saggio pur dianzi, quando per sovvenire il popolo dalle angustie presenti gli concessero la proroga di quattro mesi a pagare i debiti. I capitani, accettato lo ufficio, prima giuraronsi unione e fede, poi s'incamminarono al palazzo, dove presentarono la supplica: il gonfaloniere Martino Cenami, uomo dabbene, gli accolse con miti parole, e comechè dichiarasse segno di contumacia e quasi di fellonia essere stato il costoro ritrovo in Santa Lucia, nondimeno li confortava a starsi di buon animo, chè sarebbero stati consolati: ond'eglino, scusandosi non avere mai inteso offendere la legge per dolo ma bensì averla per ignoranza trasgredita, si ritirarono; e forse per allora a cotesto modo si rassettava la cosa, se,dopo partiti, gli anziani continuando i ragionari sopra quel successo, Fabrizio dei Nobili agramente riprendendo la mansuetudine del gonfaloniere, non fosse uscito fuori con queste parole: «Signori miei per guarire a costoro il mal del capo ci vorrebbe un recipe di capestri.» Di che turbatosi Matteo Vannelli, che a sorte ci si trovò presente, raunato il popolo, lo ammonì a non addormentarsi in grembo a Dalila; per la quale cosa il popolo bandì un'altra radunata pel giorno di poi più solenne di quella già fatta: se riuscisse maggiormente solenne male possiamo affermare, certo ella fu più numerosa e più sediziosa; però che la gioventù, correndone la stagione, si era dilungata per la campagna a cantare il maggio, ma questa volta non con cembali e pifferi nè con arbori ornati di nastri e di fiori bensì con picche, alabarde, corazze, elmi, tamburi, come se andassero a battaglia ordinata non già a festa: e' fu ossentazione di terrore e minaccia, non offesa, dacchè dal negare reverenza ai maggiorenti nei quali occorrevano e dallo squadrarli torbidi con l'aggiunta di qualche bottone in fuori, non torsero un capello a persona; anzi essendosi dibattute in costoro Biagio Mei cittadino di alto affare, questi li riprese un cotal poco acerbo: «Giovani, giovani, non si va fuori per sollazzo con armi parate a nocere; andate su presto a deporle, se pur non volete che qualche stroppio vi accada.» I petulanti giovani si contentarono rispondergli: «Va per le tue carabattole, vecchio, chè a noi quello che piacee giova vogliamo fare.» Ora questa frotta di giovani, a quel mo' abbigliata, venne con infinito schiamazzo ad ingrossare l'adunanza, e con essi di ogni maniera operai, i quali non furono reietti, all'opposto accolti a braccia quadre, avendo inteso che gli anziani avessero spedito in montagna perchè le squadre si accostassero alla città e dessero spalla al bargello per farne una funata.

I padri, vedendo crescere la tempesta, deliberarono mandare alla volta del popolo quattro commissari per abbonirlo: cessasse il tumulto; quanto aveva chiesto essergli stato largamente concesso; sul passato si mettesse una pietra. Giunti però i commissari nella piazza di San Francesco, ecco si videro accerchiati da una torma di furiosi i quali, strabuzzando gli occhi, luridi e ignudi nelle membra, scarmigliati i capelli, con le mani in alto, sbarrata la bocca ululavano: «Pane! pane, cani!» E cominciava la faccenda ad abbuiarsi; per lo che quanto più in fretta poterono accostaronsi all'altare, dove i commissari Ludovico Bonvisi e Battista dei Nobili favellarono poche e scucite parole; più efficace Giambattista Minutoli orò in questo senso: «Cittadini dabbene, che armi? che minacce sono queste? Volete buttare all'aria la libertà? E allora fatelo senza tanti arzigogoli, ma avvertite bene, per tôrre un occhio a noi, voi verrete a cavarveli tutti e due; perchè in verità io per me nel contegno vostro non mi ci raccapezzo. Voleste la proroga per soddisfare idebiti, e l'avete ottenuta; vi doleste del caro dei viveri, e per quanto stava in noi vi abbiamo sovvenuto; le riforme intorno l'arte della seta vi davano fastidio, e noi le abbiamo casse; alla maestà della legge contraffaceste e continuate a contraffare, e di questi malefizi i padri vi largirono perdono e ve lo rinnovano per mia bocca, compreso il presente. Ora dunque di che vi dolete? Di gamba sana? Dubitate per avventura della fede nostra? Mi amareggia supporre simile sospetto: ma, ad ogni modo, noi non offende, e voi avete torto; imperciocchè se alla Repubblica nostra si può movere appunto, egli è preciso per la tenacità sua talora soverchia ad osservare la fede data; e valga il vero, per non portare qui in mezzo troppo antichi esempi, chi di voi non ricorda la osservanza dei patti ai Poggi omicidiari sacrileghi e sovvertitori delle sacre leggi della libertà? Sicchè se avete nuove cose a chiedere, palesatele, onde noi vediamo se sia spediente concederle; se poi non le avete, allora quetatevi ed attendete ai lavori consueti, chè con questo sciopero per ogni dì che passa ne va un tesoro, e a voi troppo più che a noi.»

Il popolo rispose che veramente si fidava poco: intorno al caro forse i padri avranno creduto provvedere, fatto sta che i fornai dispensano tuttavia ai poveri pane di vecce, e in testimonio sporgevano un tozzo, dicendo che ne cibassero per giudicarne a prova, sicchè al Bonvisi toccòingozzarne due bocconi che dichiarò stomachevoli: però su questo punto fu promesso solennemente si sarebbe apportato rimedio davvero; il marchio delle pezze si rese alla corte dei testori; ad ogni operaio fu concesso lavorare col suo telaio e per conto proprio; quanto a prezzo della stoffa grave andante arieno avuto per la tessitura sei bolognini a braccio, eccetto damaschi e roba a colori, chè allora si sarebbero portati fino ad otto e, secondo la qualità, anco a dieci ed a dodici rispetto ad ermesini e a taffettà, dei larghissimi a un colore dieci bolognini; a più colori undici. Di dolci parole non si fece a spilluzzico, sicchè anco per questa volta il popolo se ne andò a casa lieto e contento.

I nobili esclusi dal reggimento, non pochi dei borghesi venuti avanti per subiti guadagni, e i caporioni della plebe, come quelli a cui pareva avere insaccato nebbia, vivevano di pessima voglia: tornando a mettere su il popolo, temevano dare a conoscere troppo che lo facevano per voglie ambiziose e avare, e quindi ritrarne beffe e danno; ma stillando la cosa, conobbero che del modo di assicurare il popolo non si era parlato e tornava inutile parlarne, imperciocchè tale che appagasse riusciva impossibile trovarsi; di qui pertanto presero partito per sommovere gli animi appena tranquilli del popolo: «chi compra dalla pazzia ha per giunta il pentimento, susurravano attorno; per che vi siete lasciati aggiundolare dai caporali vostri che sanno di melone lontano un miglio. Chi assicurail popolo di non pagare lo scotto all'oste? I bietoloni che sputano tondo sacramentavano non ci vedere modo di scavare una guarentigia, mentre bastava volerla perchè da sè ci cascasse in mano: sicuro! finchè la medesima gente regge non ci è salvazione, ma questa gente non diciamo già si cacci via, ma cessi di governare sola, si allarghino le borse degli eligendi: perchè esclusi parecchi nobili per censo e per gesti preclari? perchè non si contano nulla i borghesi più utili e più ricchi di tanti altri fanulloni da molto tempo abilitati agli uffici? E plebe o non plebe, che significa questo nelle repubbliche? Non siamo uguali davanti alla legge? Non dobbiamo tutti avere parte così agli onori come agli oneri dello stato? E perchè la plebe porterà sempre il vino e beverà l'acqua? Ad ogni tratto che al popolo piaccia gitta un plebeo su la piazza o sul campo da disgradare Tullio o Cesare. Allargandosi il governo e mettendoci dentro le persone di sua fiducia piena, il popolo conseguiva la sicurezza che leggi in suo detrimento non se ne sarebbero deliberate, e alla men trista, avvertito in tempo, avrebbe fatto stare i legislatori in cervello.» Di qui nuovi assembramenti e nuove richieste, non enormi certo nè ingiuste; tutto altro: ma pretendere a forza convertito in legge su nel palazzo quanto si delibera in piazza è morte espressa di ogni reggimento civile; meglio vale buttare giù il governo per rifarne un altro. Il consiglio messea partito le leggi, rimasero vinte tutte: invece di 30 i consiglieri furono 40 per terziero, in tutto 120; non ce n'entrasse più di 3 per famiglia; proibito il cumulo degli uffizi; fatto posto a ben trenta popolani; ai filatori data facoltà così di vendere come di comprare sete crude; rinnovasi e con solenni riti si giura la promessa del perdono.

Adesso poi la si faceva finita davvero, ed i cittadini incontrandosi per via rallegravansi, per contentezza sopra l'una e l'altra guancia baciavansi; e s'ingannavano, chè il popolo è mare di molte onde ed una volta agitato non posa se prima l'ultimo flutto non venga a rompersi sul lido. Avanzava una gente di cui lo ingegno, il costume e le opere provammo e ai giorni nostri proviamo tuttavia; io renunzio a descriverla con parole mie, perchè parrebbe che voltassi addietro la faccia dal 1867 per favellare del 1531, e forse me ne potrebbe venire nota di maligno: riporto pertanto inalterate le espressioni di Giuseppe Civitali, di cui la cronaca si conserva manoscritta negli archivi del municipio di Lucca. «Dipoi suscitarono molti che, avendo visto le cose dei testori andare bene, pensarono per la medesima via arrivare a qualche loro disegno, che per inalzarsi agli onori ed ottenere premi, se n'eccettui l'arme, altra via non avevano, e questi erano certi giovani invero bravi ma piuttosto oziosi e nemici a guadagnarsi il pane con onesti lavori che altro; i quali essendo di fresco venuti dalla guerra, si eranodisvezzati da ogni maniera di negozi, e disegnando potersi mantenere bene in ordine in casa come fuori quando gli correvano grosse paghe, volentieri si accostavano a coloro i quali rimescolavano l'acqua per pescare nel torbido.» Con simile peste in corpo, con cittadini che atterriti atterrivano, con altri che alla chetichella mettevano legna sul fuoco, non parrà cosa strana nè forte se la città in breve provarono al paragone men fida del bosco; ogni dì subbugli e ferite e un chiudersi le botteghe e trarre a rumore il popolo in piazza. Il soprastante delle carceri conciavano pel dì delle feste, e quando i colpevoli dannarono alla multa ed al carcere, rispondevano questi facendo manichetto e bravavano: gli andassero a pigliare; dopo il soprastante ne veniva come per sequela che bastonassero il bargello e i famigli, bazza se non gli uccisero; un cotal più di rispetto l'ebbero pel mazziero della Signoria spedito verso di loro per sermonarli, chè si contentarono rincorrerlo a sassate: volevano nelle mani il potestà per insegnargli a camminare diritto, e più del potestà studiavano agguantare il capitano del popolo, però che si fosse vantato che se lasciavano fare a lui, gli avrebbe ricondotti al canapo. Al consiglio, comechè composto di caloscioni, pur venne la muffa al naso; ma veruno ebbe coraggio, non che di arrestare, nominare soltanto i delinquenti; onde, per non dare a conoscere la miseria in cui era caduto, il governo finse conoscerli e perdonarli: ogni cosa a rotoli;non misfatto punito, anzi bastava mostrarsi impronto ad esigere, non già a implorare perdono, perchè venisse conceduto subito. Dopo siffatto esperimento non si sa che fantasia fosse quella di ordinare che veruno si attentasse a portare arme di giorno nè di notte; e fu per non detto: ancora si fece un decreto per condurre una guardia di 100 fanti, e il popolo lo cassò; ridevole e a un punto miserabile stato questo, che il consiglio dentro il palazzo deliberava provvisioni che alla porta si annullavano, mentre quello che alla porta il popolo ordinava confermavasi dentro, e ciò perchè giù in cortile, guardia non chiesta, stanziavano continuo da quattrocento tagliacantoni con la corda degli archibugi accesa, i quali il consiglio presumeva cacciare con 100 fanti, e lo diceva, e non solo lo diceva, ma lo bandiva perchè lo sapessero meglio. Le quali inanità considerando io scrittore non solo nelle storie vecchie ma sì nei rivolgimenti che mi sono passati sotto gli occhi, ho dovuto persuadermi che lo intelletto umano va sottoposto ad eclissi come il sole e la luna; e avventurato vuolsi celebrare colui che ne patisce una volta sola in capo all'anno. Siccome però neppure agli aizzatori tornava il perpetuo subbuglio, e a qualche cosa volevano approdare, fecero chiedere che piacesse al consiglio mettere a partito: che i forastieri d'ora in poi non avessero magistrato; la età degli anziani sia non minore di anni 25, del gonfaloniere 30; al consiglio dei Trentasette si aggiungano sei per terziero; le tasche vecchiecessino, si facciano le nuove, e chi le deve fare fino da ora si elegga: finalmente, come ilGloriain fondo al salmo, perdono a tutt'oggi: le quali provvisioni riuscirono vinte agevolmente. Anche questo partito a cui satisfece e parve anco troppo, a cui no, essendo ormai risoluto di vivere di rapina; continuarono le soperchierie dei popolani, gli oltraggi, le morti, e vie e vie crescendo si diede mano agl'incendi e a tanto giunsero di esorbitanza che chi loro feriva o ammazzava aveva ad essere irremissibilmente punito, s'eglino i feritori e gli ammazzatori, dovevano del pari irremissibilmente andare assoluti. Alcuni cittadini accorgendosi ormai che a cotesto modo egli era pigliare il male per medicina, in numero di nove si trovarono a Forci villa del Buonvisi e fra di loro convennero di liberare da tanta abiezione il magistrato della patria, dando ai popolani tale un picchio sul capo da farne durare la memoria un pezzo; perciò, chiamati 500 fanti dalla Montagna e 300 da Camaiore, disposero che arrivassero sotto la condotta di Bernardo Pieroni sul fare del giorno alle porte della città quando si apriva, dove irrompendo, sforzassero la entrata e difilati si recassero al palazzo e lo custodissero tanto che nuova gente di fuori e i cittadini nobili si armassero per ingaggiare battaglia. Ma il trattato non fu tenuto segreto in guisa che la plebe non ne avesse fumo; per la quale cosa mille armati di tutto punto si trovarono ad impedirne lo ingresso: intanto anco gli avversari alla plebe armansie si versano giù per le vie; chi urla che i Camaioresi intromettansi, chi no; schiamazzi e minacce per una parte e dall'altra; più volte abbassarono le aste per ferirsi e più appressarono la corda al fucile per isparare gli archibugi; sicchè la sgarrò proprio di un pelo che in cotesto giorno le strade non corressero sangue: e nulladimeno non accadde guaio; imperciocchè taluni cittadini, o timidi o prudenti, recatisi in fretta su le mura, ordinassero ai fanti della campagna in nome della Signoria si ritirassero, e quelli obbedirono: per questo accidente i nobili sbaldanzirono e presero a sbandarsi; a cui fugge, i cani mordono le gambe. La plebe gridava: Adesso è tempo di pigliarsene una satolla; terribili gli urli: Sangue! fuoco! ma più terribile assai ciò che tacevano, ed era: Arraffare. Ma a Dio non piacque che in cotesto giorno andasse Lucca in ruina; la plebe, non tutta ladra, si divise; e siccome ambedue le parti in mezzo all'ira tanto senno serbarono da conoscere che, per poco si accapigliassero fra loro i nobili, gli avrebbero di leggeri oppressi, ristettero prevalendo i consigli men rei; però, rinfocolati i sospetti, la plebe volle si bandissero alcuni cittadini invisi, e lo furono; volle si spedissero commissari a Camaiore che per cosa al mondo non movessero senza comandamento del gonfaloniere e degli anziani, e ne furono mandati tre, Cenami, Massei e Tirti; vollero si licenziasse il Pieroni capitano di Camaiore, e fu cassato; e, ciò che parve allora enormissimo, vollero che le chiavi della cittàogni sera si presentassero in palazzo, quivi dentro una cassa ferrata si riponessero e con due chiavi si chiudessero, di cui l'una terrebbe il gonfaloniere, l'altra il popolano Granucci; ancora, i giovani di scarriera ordinarono alla meglio e loro commisero la custodia delle porte col salario di quattro e più scudi al mese: fidatissima guardia se altra fu mai, imperciocchè se veniva a cessare il governo che vigilavano, finiva la cuccagna; qualcheduno poteva tradire, ma non pareva facile però che fra di loro si guardassero, ed a corromperli tutti ci voleva troppo. Procedendo le faccende in questa maniera, ogni giorno più si coloriva il danno del diuturno disordine, il quale principalmente pativano coloro che lo avevano soprattutti o desiderato o promosso; dacchè i nobili, mano a mano spandendosi per le campagne, attendevano a lavorare e a difendere le terre, e questo facevano, e bene, non così i mercanti, che ormai come trarre profitto dai propri capitali non sapevano, e non era il peggio, il peggio era la tremarella continua che li rubassero: già parecchi erano spariti recandosi in più tranquilla stanza: e sebbene il governo accortosene facesse ardua la partenza, non per questo meno sgomberavano segretamente la pecunia e le preziosità loro; la quale paura crebbe oltre ogni confine allorchè la mattina vedevano le porte delle loro case segnate con tinta rossigna della paroladesolabitur: ma questa infelice provvidenza a parecchi fu esiziale, imperciocchè i soldati preposti alla custodia delle porte, o siache per opera di spie lo scoprissero o per istinto lo subodorassero di un tratto, avendo frugato ogni involto che fuori della porta si trasportava, trovarono il frodo, il quale per amore del bene pubblico (già s'intende) fra loro spartirono; chi si richiamava, legnate; modo spiccio e, bisogna pur dirlo, sopratutto efficace per fare star cheto chi dà fastidio: ancora, credendo di provvedere al futuro, pretesero che venisse loro stanziato il salario di 10 scudi per uomo a vita, e non sapevano che la rivoluzione dalla destra tiene un pennello per dipingere quanto gli salta nella fantasia, e nella manca una spugna per cancellare quanto il popolo non conferma.

Intanto i magistrati, indegni dopo le ultime prove della suprema loro inettezza, vollero darne una di viltà; però deliberarono abbandonare il palazzo, lasciando lo stato in balia della plebe, e Bonaventura Micheli gonfaloniere, piangendo dirotto, ne mosse la proposta in consiglio, la quale udita dagli astanti, non ce ne fu uno che non recasse ambe le mani agli occhi e in singhiozzi non rompesse. Tutte le cose umane più o meno affrettandosi giungono all'apice, donde non potendo più oltre salire, forza è che scendano: e questo in Lucca fu il punto supremo della insolenza del popolo, imperciocchè uno di loro che all'acqua era stato e stava, non già alla tempesta, di repente salito in ringhiera con modi acerbi, ma ad un punto affettuosi, garrì gli anziani confortandoli a rimanere, non badassero alla improntitudine di qualche farabutto, chè egliprocedeva non solo senza, ma contro il consenso dei capi; e di quest'altro gli assicurava, ch'egli con tutti i parenti suoi e gli amici era disposto a mettere per la difesa loro a sbaraglio la vita a patto che compissero a lor posta il proprio dovere e non parlassero mai più di simile cosa.

Vedendo la cosa avviata bene, quasi per metterle il tetto, pensarono ricorrere a Dio e ai santi, perchè, se non a cagione dei propri meriti, almeno per loro misericordia, li tirassero fuori da tanti affanni; perciò ordinarono prima di tutto un digiuno: veramente quale corrispondenza passasse fra il digiuno e la concordia non si vede adesso, ma allora ci si vedeva; poi allestirono una processione co' fiocchi, quale non si era mai veduta pari per lo avanti, conciossiachè nelle antecedenti più di due corpi in giro non si erano portati, e questa volta furono cinque: oltre le bandiere delle contrade e molte altre di privati cittadini, comparve il gonfalone dellaLibertà, dove a caratteri da scatola tutti di oro si leggeva questo nome trapunto, e lo portarono a vicenda tre popolani e tre nobili per vie più cimentare la concordia. Chiuse la funzione un discorso spartito in parecchi punti di quel famoso predicatore che fu fra Girolamo generale dei Servi, il quale, per giudizio di quanti lo udirono, fu cosa da smovere il pianto non, che alle belve, ai sassi. I preti, che da ogni legno sanno cavare schiappe per farne bollire la pentola, indussero i padri a fondare un altare alla Libertà e a questo altare assegnare un cappellanocon quattordici fiorini al mese, poi creare una seconda cappellania con la entrata di sei e vitto intero alla mensa degli anziani. I nostri vecchi sapevano l'arte, noi no; noi spogliamo i preti e vogliamo ci dicano grazie; noi ne manteniamo uno esercito a spilluzzico, e però tutti ci lacerano a morsi; valeva meglio tenerne pochi e assettare le faccende in guisa che per amore della paga dicessero bene di noi; alla più trista allora chi ci avrebbe benedetto, chi maledetto, mentre adesso in coro ci bestemmiano e scomunicano co' ceri gialli. Dio, argutamente sentenziò Federigo Campanella, pei preti ètrinoin paradiso, ma qui in terra èquattrino.

E' parve non senza mortificazione dei fedeli che in chiesa costumasse come in cucina, dove i troppi cuochi sciupano il desinare; perocchè gli animi non si racchetarono, e gli strappi non si rammendarono, anzi tutto si arruffò peggio di prima, colpa di taluni sediziosi che di essere ridotti al canapo non ne volevano sapere; finalmente a mezzo marzo entrò il nuovo magistrato di cui per la prima volta fece parte Francesco Burlamacchi, e questo parve disposto a volerne vedere la fine, e, quasi per fare libro nuovo e conto nuovo, innanzi tratto bandì perdono generale di quanto fosse detto ovvero operato fino a tutto cotesto giorno, che fu il martedì santo: poi cassò la guardia accogliticcia del palazzo, dando ad ogni uomo di mancia un mese di paga perchè potesse rigirarsi e fare i fatti suoi; le chiavi delle porte tornarono a custodirsi nel modoantico, ed ogni cosa parve riprendere la consueta andatura. Avevano ottenuto molto, ma pel giorno della festa della Libertà confidarono di comporre ogni screzio in modo permanente; e questo dì venne: che razza di libertà fosse quella dei Lucchesi e quanta causa avessero di rallegrarsene già vedemmo, ma per ordinario la gente si contenta di poco. Per quel giorno dunque fu ordinata la processione consueta, ma più solenne degli anni passati, dove si portò attorno lo stendardo della Libertà tutto inorato ch'era una maraviglia a vederlo; lo seguivano il senato, i dottori, i cavalieri e dopo gli artieri e per ultimo il popolo in bella ordinanza. Dopo avere girato un pezzo, convennero in duomo, e colà un canonico, il quale non si sapeva bene se più sentisse di dottrina ovvero di santità, ma sentiva forte di ambedue, sciorinò una orazione con la quale dimostrava espresso che la libertà senza pace non si può dare, e pace senza libertà si può dare anco meno; poi, agguantato un Crocifisso con due mani, cominciò a trinciare benedizioni che pigliavano un miglio di paese; venne dopo la messa tra suoni e canti mirabili, e finalmente l'ora del desinare, sicchè la processione uscì dalla chiesa lieta e contenta che ogni cosa fosse riuscita a così desiderabile fine. Ma il demonio non si diede per vinto, chè anco una volta s'ingegnò di ficcarci la coda: onde accadde che, essendo uscite di chiesa le prime regole dei frati, a Giannino di Castelnuovo venisse fatto di vedere un Paolo Antongioli di Camaiore vocato loImbroglia, nèsi potendo tenere, gli corse addosso con l'arme ignuda gridando: «Ecco uno dei traditori chiamati per mandarci alle coltella.»

Di qui uno scompiglio da non si potere con parole descrivere; svolazzare di tonache di più fogge e colori, ceri e lampioni in fascio, cristi in pezzi, madonne rotte, chi urla e chi piagne, chi bestemmia e chi prega; chi si fa largo giocando di calci e di pugni, chi si rassegna a farsi calpestare mugolando allorchè qualche scarpa ferrata gli ammaccava le costole; donne capovolte in mucchio addosso ai frati, cui cotesta pareva strana novità; dei rimasti in duomo parte si restrinsero come pecore sotto il leccio quando la procella imperversa, parte dalle porte laterali spulezzarono a casa, dove arrivarono a tempo che la minestra non raffreddasse: tuttavia il tumulto rimase lì, e la processione potè ripigliare il cammino; ma la fu una cosa guasta, e ad ogni uomo pareva mille anni di levarsi la cappa e correre a casa perchè le mogli non istessero in pensiero; per tutto quel dì si ebbe una pace torbida, piena di ansietà; la mano dei cittadini, virtù fosse o paura (ma se virtù ci era, la paura vinceva di cento cotanti almeno), ricorreva più spesso al pugnale che alla forchetta mentre sedevano a mensa: finalmente, come Dio volle, per tutto il giorno e per la notte appresso non accadde altro strappo.

La mattina per tempo, radunato il consiglio in cotesti giorni cambiatosi, per opera principalmente di Francesco Burlamacchi, che per la prima volta ne faceva parte, i padri deliberarono si ordinasseche le armi si deponessero e tre dei più facinorosi si bandissero. La mala bestia della plebe presente il morso, per ciò recalcitra con tutte le forze; invano qualcheduno non cieco affatto contrasta, ella lo scaraventa da parte, e buon per lui se non gli passa sul corpo; e poichè il furore della plebe, se non le poni davanti un obietto da abbattere, svapora, sorse una voce che chiedeva aversi a castigare i Buonvisi, i quali prima aizzatori o soccorritori, ora sperimentano nemici, ed era vero: forse li mosse amore di giustizia, ma è da credersi poco, piuttosto io penso che lo studio del giusto fosse in loro mescolato alla cupidità di primeggiare, ed era considerando che su città ruinata altri non regna eccetto la desolazione, però intendevano preservarla; subito con urli selvaggi una frotta di furiosi domanda si atterrino i palazzi dei Buonvisi, tutta cotesta casata si cacci in bando; a questi urli contrappongonsi altri gridi non meno formidabili: «Lascinsi in pace i Buovinsi, a chi tocca loro un capello guai!» Sì, no, e in fondo ai discorsi brevi un lungo rompersi di ossa con pugni e con legni; vinse il partito degli assalitori, i quali per assicurarsi la vittoria andarono a pigliare le artiglierie del palazzo; la forza non valse a trattenerli, meno poi le parole; questi pezzi di cannone trainati a braccia tu vedevi qua e là roteare a mo' di paglie: se non che i Buonvisi non erano gente da lasciarsi cogliere alla sprovvista, anzi avevano fortificato mirabilmente il palazzo e riempitolo di molti uomini fidatissimi ed esperti nelle armi. La plebe,visto il palazzo irto di archibusi sporgenti dalle feritoie, fece come il cane intorno all'istrice, lo girò e rigirò e all'ultimo digrignando i denti andò pe' fatti suoi. Tuttavia, venuta la notte, i Buonvisi, persuasi di cedere al tempo, per amore che la città non s'insanguinasse si scansarono a Monte San Quilico, luogo quasimente su le porte della città.

Essendo impertanto risoluti gli anziani di dar fine ai disordini con qualunque partito, fosse pure insolito e straordinario, intimarono un'assemblea di capi di famiglia dei chiamati o no a formare parte del governo, e perfino preti, per trattare della salute della patria; sommarono i convenuti a 1500, a cui il gonfaloniere rivolto espose: «Non essere giammai corso tempo più calamitoso del presente nè mai la città avere avuto tanto bisogno come ora del consiglio e del soccorso di tutti i cittadini; però invocassero, prima di favellare, Dio, siccome faceva egli esclamando:Domine, labia mea aperies.» — Poi stato alquanto sopra di sè, riprese a dire, e non disse nulla, se togli che la città era condotta al verde, che il medico pietoso aveva fatta la piaga puzzolente e che ci bisognava provvisioni terribili; ma quali avevano ad essere e da quali eseguirsi taceva; invitati e supplicati gli astanti a palesare il proprio parere, uno su l'altro se la sgabellava peritandosi. Strano caso questo e da me come notato sovente, non ispiegato mai: se pigli uomo per uomo, ti accadrà rinvenirlo animoso e sapiente; metti insieme due o trecento uominisiffatti, e peggio se più, e piglieranno per ordinario deliberazioni codarde e stolte: sembra che a stare in gregge si diventi bestie; onde il titolo di onoreegregio, il quale insomma che significa mai, se non fuori del gregge? Il cronista Civitali, da cui desumo questo racconto, forse per trafiggere la dappocaggine dei Lucchesi convenuti all'assemblea, scrive chetacevano aspettando che altri incominciasse a consigliare, e però consigliavano i consiglieri a manifestare primi il proprio consiglio[13]. Allora salì in bigoncia Bonaventura Michele e parve non orasse, bensì camminasse per mezzo alle uova, tuttavia, comechè velato, aperse il concetto che il palazzo avesse a munirsi di presidio capace di opporsi agl'impeti dei sediziosi; gli oratori che gli successero a mano a mano presero cuore e favellarono più aperto; un prete, il canonico Menocchi, riciso: all'ultimo uno avvocato, messere Cesare dei Nobili, il quale con lunga diceria espose che si sarebbe dato alla disperazione se non confidasse nella misericordia divina, la quale avendo tante volte salva la Repubblica, non poteva fare a meno di tutelarla anco questa: e prima di tutto si confessava della colpa di avere favorito le ragioni dei popolari come quelle che gli erano parse giuste, e di questo errore domandava a tutti umilmente perdono; e qui cavatosidal seno un batolo di taffettà di seta nera, se lo cinse al collo in segno di pentimento, e non fu certo penitenza grave: soggiungeva poi le intemperanze della plebe avere trapassato ogni termine di possibile pazienza, onde l'avrebbe fieramente perseguitata, come prima amorosamente l'aveva protetta; e certo dopo tanta longanimità di perdono altro non restava che adoperare il castigo, al quale si sarebbe potuto dare mano se come avevano il volere così possedessero il potere: dunque qui voglionci armi provate e fedeli che, messe a presidio del palazzo, ponessero il cervello a partito di quaranta o cinquanta tagliacantoni usi a mandare a soqquadro la città per campare di rapina. Conchiusa la orazione, si levò uno schiamazzo di diverse voci, parte delle quali urlava: Non guardia! non guardia! ed altre all'opposto: Buon consiglio! buon consiglio! Ma il Boccella anch'egli popolano ricreduto sopra tutti bociava: E' voglionci un quattrocento soldati forestieri almeno decisi di mettersi allo sbaraglio, e per questo si mandi subito la proposta a partito; anch'io era dei loro, ma il soverchio rompe il coperchio, e questo stare continuamente su la corda non approda all'anima nè al corpo. Tutti gli aderenti suoi, che non erano pochi, gli facevano bordone: onde allora (come sempre avviene che ognuno porta acqua al mare) uno dopo l'altro conchiusero per la guardia; accesissimi a volerla coloro che più avevano palleggiato pel popolo, quasi studiosi di emendare il fallo e di farlo dimenticare: ancogli artieri dopo tentennato un pezzo convennero in questa sentenza; pure non si omettevano i supremi sforzi per contrastarla dai pochi faziosi i quali sentivano come cotesta legge era la corda che doveva stringerli al collo; se non che a sbigottirli e a disperderli valse una parola ad alta voce bandita da certo tessitore di drappi, forse detta per eccitarli a fare di tutto, la quale fu: «Addormentati, destatevi»; e tre volte la ripetè, poi tacque; ai sediziosi sembrò udire quasi la sentenza di morte, gli altri ne presero baldanza per mandare a compimento le deliberate risoluzioni.


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