CAPITOLO VII.

CAPITOLO VII.Le passioni umane di che ragione sieno. — Chi fosse Andrea Pessini, e suo carattere morale. — Cagione per la quale il Pessini si consiglia di nocere al Burlamacchi. — Imprudenza del Benedino, che in lui si confida; il Pessino cavalca a Firenze; tradisce patria ed amico rivelando tutta la congiura al duca Cosimo, che ha paura e dissimula. — Tristizia dei tempi, ai quali possono solo paragonarsi i nostri. — Se possa, essere vero che il Pessino confessasse al Benedino il suo tradimento; com'è verosimile se ne accorgesse il tradito; il Benedino ne porge notizia al Burlamacchi; quali le parole e le deliberazioni di lui; è statuita la fuga e il modo per eseguirla. — Scrive lettera alla Signoria con la quale purga da ogni complicità amici e parenti; se solo accusa: generosità adoperata verso l'Umidi sanese, e codardia del medesimo. — I magnanimi sensi del Burlamacchi derisi dai bracchi del principato. — L'Umidi svela la congiura a Bonaventura Barili cancelliere della Signoria. — Provvisioni del Burlamacchi per accertare la fuga, ed ordini che dà a Baccio donzello. — Il Burlamacchi tarda a presentarsi alla porta San Pietro, e discorsi che ne hanno fra loro Baccio e il Benedino. — Preteso imbroglio dei preposti alla custodia delle porte se verosimile. — Francesco esce di palazzo a sera, aspetta nel cortile il cugino Garzoni, che venuto esce con esso; racconto del Burlamacchi inverosimile, ma fatto a posta per salvare il cugino Garzoni: come si può supporre che accadesse il caso. — Il Burlamacchi, trovando impedita alla fuga la via, torna indietro; va a casa sua; consulta di parenti, che lo consigliano rientrare in palazzo. — La Signoria manda per esso, ed egli va: terrore e viltà dei Signori non intesi della congiura, smanie paurose dei complici; tutte si appuntano a danno del Burlamacchi. — Magnanimità di questo, che dichiarava ignari tutti della suatrama, egli solo colpevole; dopo molte ambagi gli anziani lo fanno condurre alle sue stanze e guardarlo a vista; distrugge carte e ogni altro testimonio della sua impresa. — Consulta del consiglio, dove si propone sostenere prigione il Burlamacchi: esquisite cautele che si adoperano perchè non fugga e non si ammazzi. — Giusti timori degli anziani esposti; mandansi oratori ai diversi principi ed al concilio di Trento; a Cosimo spediscono il più astuto dei cancellieri. — Raccomandazione ai cittadini lucchesi stanziati in paesi stranieri di difendere dalle accuse la Repubblica. — Colloquio fra il cancelliere lucchese e il duca Cosimo; la batte tra pirata e corsaro: non si conchiude nulla. — Il duca per isgarrarla invia alla Repubblica oratore messere Agnolo Niccolini, e si conchiude anco meno.Le passioni sembra che nel nostro cuore nascano gemelle; o se pure sola ci comparisce una passione, tosto ella da per sè si feconda e ne genera altre: questo dicasi così delle buone come delle ree finchè l'uomo non riesca conformato pienamente secondo la propria natura. Altrove affermai come in gioventù sia più cosa la libidine, nella vecchiezza l'avarizia; ma e l'una e l'altra si ammogliano ad altre parecchie. Però sovente crede chi osserva alla grossa che sia accaduto nelle passioni un tramutamento, e non è; rimangono invece quali erano, e o si applicano diversamente, ovvero, non essendo state considerate oltre la scorza, ora paiono diverse.Questo accadde al povero Cesare Benedino, il quale aveva preso dimestichezza con certo Andrea Pessini e, reputandolo buono non meno che bravo, lo amava per traverso la vita. Andrea, frequentando la gente manesca, aveva una tal quale prestanza acquistata, ma più di lingua chedi mano; pure anco di mano: compagnone oltre il dovere; a passatempi e a stravizzi immancabile; era più facile a Lucca trovare una osteria senza la immagine del Volto Santo che senza il Pessini, giocatore e perditore disperato; prodigo del suo, contro la ordinaria indole dei Lucchesi, non liberale, onde in un punto stesso o con intervallo breve lo provavano taccagno e sciupone; ma fra la gente pari sua godeva fama di generoso, imperciocchè in compagnia la vanità vinceva la sordidezza, se si giudicava inosservato, allora la sordidezza pigliava il sopravvento alla vanità; siccome poi ogni giorno più la sua sostanza si riduceva al verde, l'agonia della imminente inopia gli andava scanicando lo intonaco di onestà, e più ampie nella bruttezza si palesavano le turpitudini dell'anima sua. Forse se Cesare avesse potuto stargli del continuo allato, si sarebbe accorto di cotesta trasformazione; ma essendosi egli assai travagliato in continui viaggi, poco ci aveva avuto usanza negli ultimi tempi; però quando prima lo vide, malgrado gli ammonimenti gravissimi di non aprirsi se non a persone di fede provata, riputando ch'ei fosse proprio il caso, gli confidò il disegno del Burlamacchi, sicuro di averlo compagno alla impresa. Il Pessini senza farsi pregare ci entrò dentro fino al manico per la ragione che i garbugli approdano ai malestanti, e presentendo quasi per istinto che un qualche brindello gliene sarebbe rimasto in mano; da una parte e dall'altra raccomandazioni e promesse e sacramenti di prudenzae di audacia, di segretezza e di solerzia per procacciare congiurati alla impresa: cose tutte che stanno insieme come l'acqua col fuoco, ma che paiono agevolissime a conseguirsi dalle menti esaltate.Ora, mentre Andrea ustolava per mancanza di danaro, avvenne un caso mercè del quale sperò rimpannucciarsi e andare avanti aspettando il meglio. Era rimasta orfana in età pupillare Giulia figliuola di Bastiano Giustiniani di Rôcca Tagliata sua nipote, assai bene provveduta di sostanza; ond'egli, senza frapporre tempo, andato a torsela, se la recò a casa non si dando pensiero se lo potesse o no fare e se alla giovane garbasse ovvero repugnasse starsi con lui. Gli è più che verosimile, anzi l'ho per certo, che se la fanciulla fosse stata ignuda di ogni ben di Dio, i parenti sarieno rimasti coll'acqua in bocca, e gli zii paterni o avrebbero finto non ricordarsene od anco giurato di non essere parenti; ma l'interesse riscalda il sangue, onde saltò su un Agnello Pessini come più prossimo congiunto a pretendere la tutela per sè. Non mi è chiaro del perchè questa causa fosse sottomessa alla decisione del Burlamacchi; forse in Lucca il magistrato supremo, ch'era il gonfaloniere, come in Inghilterra nei tempi antichi il re, esercitava giurisdizione sopra la persona e i beni dei pupilli: fatto stà che il Burlamacchi, pigliata cognizione della faccenda, sentenziò non Andrea, bensì Agnello avesse ad essere tutore dell'orfana e per sequela amministratore della sostanza dilei, ad Agnello e non ad Andrea spettasse il diritto di custodirne la persona e nella propria casa ricoverarla. — La sentenza era giusta, ma la giustizia o la ingiustizia delle decisioni non importa ai litiganti, i quali non badano ad altro che al danno o al lucro: e il danno tanto più mordeva doloroso Andrea quanto maggiore il fuoco della miseria gli scottava i piedi; e poi per mente accecata qual'era quella di costui c'incastrava benissimo il sospetto che Francesco Burlamacchi gli avesse fatto torto, conciossiachè Agnello gli fosse per parentela congiunto e la sua casa in qualità di avvocato difendesse. Pertanto mossero Andrea Pessino a vendicarsi del Burlamacchi la persuasione di patita ingiuria, la miseria venuta in fondo e la cupidità di rifiorire in auge, sicchè, come vedete, di cause ce n'erano anco troppe: poteva avvertire al danno ch'egli apportava alla patria, ma il Pessini e chi gli rassomiglia non conoscono la patria: anco doveva percotergli la mente la cara immagine dello amico, ma non ci pensò neppure. Calata la sera, se la svigna da Lucca e, tolto a nolo un cavallo, cavalca forte prima a Pisa, poi a Firenze, dove giunto la mattina per tempo senza pure scotersi la polvere da' panni, si presenta al palazzo del duca Cosimo chiedendo con ardente pressa volergli favellare per cosa di stato. Il duca, che, a mo' dei tiranni, massime dei nuovi come lui, dormiva nella guisa dei lepri, ordinò di subito s'intromettesse, ed il Pessini dopo essere stato frugato dal capo alle pianteentrò nella stanza, dove a parte a parte espose la trama ordita dal potente ingegno del Burlamacchi; la quale udendo, il duca si turbò nel profondo, pure uso a contenersi fe' vista di dare in risa sgangherate sclamando di tratto in tratto: «Oh che pazzo! oh che grullo!» ma dentro tremava[22].E pur fingendo di tenere la cosa per inveceria, si buttò giù da letto, e vestitosi in meno che non si dice unCredo, ragunò i suoi segretari, i capi dell'arme e i cittadini complici col principato per avvisare insieme intorno ai provvedimenti da pigliarsi in così momentoso accidente. Al Pessini fu intanto ordinato di non partirsi da Firenze, allogandogli stanza in apparenza onorata, in vero prigione; e così rimase finchè non fu chiarito il caso: allora il duca gli diede ufficio in corte e stipendio a bastanza largo. Cotesto pane d'infamia ed intriso di sangue avrebbe dovuto bruciargli le viscere; a lui non bruciò nulla: bevve e morì; questo il suo epitafio sopra la tomba: la fortuna in ciò gli fu cortese che lo spense quando rilassato non poteva più bere nè satisfare alle parti turpissime del corpo:la coscienza in lui non visse o, se pur visse, era morta prima di lui: che fosse fama non seppe mai, e se lo avesse saputo, non correvano tempi che avesse valore: preti e Spagnuoli e tiranni domestici; gara di titoli e di servitù; il valore ristretto nel braccio del sicario, chiesa e bordello, empio tutto, e più di tutto la religione; rei gli amori, rei gli affetti; in mezzo a questi elementi di vita civile a che pro la fama?Taluno dei cronisti racconta come il Pessini, dopo consumato il tradimento a Firenze, tornasse a Lucca, dove, rimorso dalla coscienza, tirato da parte il Benedini, lo ammonisse di quello che aveva fatto raccomandandosi a mettersi in salvo. Ciò non sembra consentaneo al vero; imperciocchè il Pessini avrebbe dovuto repugnare da un lato a simil passo per tema di avere per risposta di un coltello nel cuore; e dall'altro il Benedini, uomo di arme e animoso, quantunque artefice adesso, era ben difficile che si tenesse le mani. La comune opinione apparisce più vera, la quale riporta che il Benedino, confidato appena il segreto al Pessini, questi prendesse a mostrarsi meno, ed anzi gli parve ch'ei lo scansasse; parlandogli della impresa lo trovava svogliato e più volte si mostrò con lui intimorito del male che potesse incoglierlo per non avere rivelato la congiura: per la quale cosa il Benedino, presolo in sospetto, incominciò a codiarlo, sicchè tosto venne a sapere com'ei si fosse allontanato da Lucca; di che egli concepì spavento grande, temendo, come pur troppo ei si apponeva,che ei fosse andato a porgerne avviso al duca di Firenze; e reputandosi come giudicato, tutto commosso si portò a trovare Francesco, a cui con molte lacrime, chiedendo perdono, aperse ogni particolare del caso. Francesco, a sua posta turbato, dopo essere stato alquanto sopra di sè, disse:«Dal principio della congiura io giudicai che la fallita impresa aveva ad essere la mia tomba, ma ad uomo cristiano non lice darsi la morte; questo, che fu reputato eroico presso i gentili, condannano gli evangeli sacrosanti; e per altra parte aborrisco gli strazi a cui mi sottometteranno se mi pigliano; nè mi posso ripromettere che la natura non ceda alla gran forza dei tormenti, donde verrebbe a me infamia, altrui danno: arrogi che veruno crederà, se io non lo affermi apertamente, la mia patria innocentissima della congiura, onde questo mal falco di Cosimo ne caverà argomento di calunniarla presso l'imperatore che il papa e tante ne dirà e tante ne inventerà che non si rimarrà contento finchè non l'abbia ridotta in servitù, scopo supremo che con tutti i nervi prosegue. Or dunque facciamo il viso dell'arme alla fortuna avversa. Tu sai, o Cesare, come io di palazzo non possa uscire, chè a me gonfaloniere lo vietano le leggi, e la notte stieno chiuse le porte della città: però non posso tentare di salvarmi con frutto, eccettochè verso l'un'ora notte e così alquanto prima che tirino i chiavistelli e portino la chiave in palazzo:per la quale cosa tu fa di trovarti a cavallo, con altro cavallo a vuoto per me; procura che sieno buoni corridori ed abbiano balía per durare; e con lo aiuto di Dio ci salveremo. La porta donde mi consiglio uscire fie quella di S. Pietro; verròimbalacuccato; e per segno, affinchè tu possa riconoscermi, porterò o panno o piuma bianca al cappello. Or va' pei fatti tuoi e non ti peritare; il peggiore dei mali è la paura, che a' veri e non piccoli arroge i falsi sterminati.»Rimasto solo, scrisse lunga e circostanziata lettera alla Signoria, nella quale, dopo narrata la impresa cui disegnava condurre a compimento, sè chiamò solo in colpa, veruno fin lì congiurato con lui, perchè, essendo lontano da eseguirla, si era guardato da confidarsi a persone che per tristizia o per levità di animo avessero potuto tradirlo: e poichè sopra gli altri egli praticava coi fuoriusciti sanesi, allettato dai piacevoli loro costumi e dalla dolce favella, così gli correva l'obbligo, per isgravio di coscienza, dichiarare come a veruno di essi avesse scoperto il concepito disegno: non recassero loro molestia, chè sarebbe stata, facendolo, pretta perversità. Non istessero a sbracciarsi in indagini a danno dei cittadini, i quali egli intendeva cogliere alla sprovvista e strascinarli seco con la forza, il terrore e la maraviglia. — Tutto ciò esponeva con efficacissime parole ed affermava con solennissime proteste. Dopo questo, chiamato a sè Giovambattista Umidi, che, comedicemmo, per anni e per esperienza aveva credito capitale presso i fuoriusciti sanesi, gli confida il caso in cui ei si versava e poi lo conforta a starsi di buono animo, avendo procurato di scolpare lui ed i compagni suoi da ogni addebito: a questo fine gli fece leggere la lettera che lasciava per la Signoria; ed aggiunse consigli e norme in virtù dei quali egli ed i compagni suoi potessero tirarsene fuori senza un pericolo al mondo.Insomma l'egregio uomo fu visto affaticarsi smanioso perchè quanti si accontarono con lui andassero immuni da ingiuria, sopprimendo ogni traccia di congiura ed ogni indizio a carico dei cittadini: certo intese a salvarsi, però con questa ragione, che, dove mai la fortuna lo tradisse, il capo suo pagasse per tutti; onde il Cini nella vita di Cosimo dei Medici, nel raccontare questo caso, oltraggia Francesco perchè, «così scioccamente tardando e pensando a salvare più i Sanesi che sè stesso, sè miseramente perdeva.» Bene stà, chè al servo del tiranno le opere generose dell'uomo libero, quando non paiono delitti, sono errori. L'Umidi, imbelle per indole, abbiosciato per la età, alla ingrata notizia batte i denti; per amore di pochi giorni di vita, ecco perde le cause del vivere e la fama; della mente cieco, tremando per tutte le membra, si parte dal gonfaloniere e vassi difilato da Bonaventura Barile cancelliere della Signoria e gli spiattella ogni cosa, sè con le lacrime agli occhi affermando innocentissimo diogni trama. Che mai questa viltà partorisse or ora vedremo.Approssimandosi al tramonto il giorno 26 agosto 1546, il Burlamacchi, chiamato a sè Baccio Pierini, donzello preposto a custodire le chiavi delle porte nella camera allato a quella dove dorme il gonfaloniere, così gli disse: «Da' retta, Baccio, a quanto sono per dirti e bada di non fallire; quando stasera sarai per serrare la porta di San Pietro, fa di traccheggiarti alquanto più dell'ordinario, e quando vedrai appressarsi per passare un uomo, turato non gl'impedire la uscita, anzi anco al commissario della porta ordinerai da parte mia che lo lasci andare oltre liberamente, imperciocchè si mandi fuora da noi per cose che importano a noi ed ai segretarii nè manco tu e il commissario curatevi conoscerlo, che tale è la volontà nostra: hai capito? — Messere, sì, e sarà fatto.»E Baccio veramente da fedele servitore adempì quanto gli era stato comandato: andò di passo nell'ora assegnata alla porta, si trattenne a ragionare col commissario della buona raccolta primaticcia, su le speranze della serotina, e co' discorsi menava il can per l'aia; all'ultimo affacciatosi alla porta, vide Cesare Benedini incavallato con un altro cavallo a mano con le staffe incrociate su la sella; onde sospettando ch'egli stesse alla porta per aspettare l'uomo del gonfaloniere, gli disse aperto;«O Cesare, state aspettando costì l'uomo che ha da mandare il gonfaloniere?»A cui il Benedino rispose: «Per lo appunto, ma si fa tardi, e lo aspettare mi tedia; pregovi in cortesia che inviate subito subito un targetto dal magnifico per sollecitarlo a spedire il messaggio, perchè qui a lungo con la porta aperta non possiamo aspettare.»«Giusto, gli è quello che diceva ancora io; io farò come avvisate.»Per la quale cosa, chiamato ad alta voce il targetto Gattaiola, gli ordinò andasse difilato al palazzo per dire al gonfaloniere che non mettesse tempo tra mezzo a spedire il suo uomo. Qui dicono taluni cronisti che il targetto prima di partirsi per fare la commissione avvertisse il commissario a non lasciare che persona alcuna uscisse fuora di città; non già che stesse in facultà sua dare siffatti comandamenti, ma così volle il destino o piuttosto la provvidenza per preservare dagli estremi mali la città; e si ravvisò inoltre il dito di Dio in questo altro accidente, e fu, che il targetto non solo diede l'ordine senza facoltà, ma lo diede alla rovescia; ed aggiungono ancora che così pure intendesse Baccio; in siffatta guisa la raccontano parecchi cronisti, ma a me queste cose paiono novelle.Fatto stà che il gonfaloniere uscì di palazzo alle ventiquattro ed un quarto, e sceso nel cortile, vi si fermò alquanto aspettando Ludovico di Garzone Garzoni suo cugino, a cui poche ore prima aveva dato la posta; e siccome costui indugiava, e ad esso premeva partirsi, gli mandò un targetto per sollecitarlo; indi a breve essendocomparso Ludovico, uscì insieme con lui dal cortile per la porta di dietro, la quale egli aveva ordinato tenessero aperta a suo libito: su la soglia egli licenziò i targetti che andavano seco, i quali costumavano accompagnarlo ogni volta notte tempo recavasi a casa sua.Ricavo dalle dichiarazioni fatte da Francesco nel suo processo come, andando per via, egli per la prima volta significasse al cugino i suoi disegni, il caso successo e la necessità di sottrarsi con la fuga allo imminente castigo; dal quale proponimento il Garzoni si studiò con ogni maniera persuasioni distorlo, ma egli come uomo deliberato non gli diede retta, proseguendo sempre il suo cammino finchè, giunti in prossimità della porta di San Pietro, egli tolse commiato da lui, avviandosi solo verso quella tutto turato dentro una cappa, col cappello chino sul volto. Costà giunto mentre domanda passare, glielo vietano; il donzello Baccio cerca e non trova; insiste su l'ordine trasmesso dal palazzo di lasciare libero il passo ad uomo che esca imbacuccato, e rispondono di palazzo essere stato ricapitato loro l'ordine opposto, vale a dire s'impedisse a tutta persona l'uscita: messo così con le spalle al muro Francesco si diede a conoscere, ma non approdò: allora, accortosi della sciagura, rifece i passi.Comechè questo racconto noi caviamo dalla Cronaca manoscritta del Civitali, non che dalle medesime confessioni di Francesco Burlamacchi, assai di lieve si comprende com'egli sia moncoed alterato; invero grave cosa è credere a tutta quella gaglioffaggine del donzello e del targetto che intendono alla rovescia; ad ogni modo in caso ordinario aríeno pur dovuto obbedire al gonfaloniere ora che se lo vedevano lì dinanzi per farli capaci della diritta: parmi chiaro che ormai al commissario della porta fossero giunti ordini terribili della Signoria per impedire la fuga del Burlamacchi; che se non mandarono rinforzo di gente per arrestarlo, forse lo si vuole attribuire a paura di mettere il paese a soqquadro, ovvero alla perplessità nella quale i governi cascano quante volte colpiti da vicende inopinate abbiano a prendere provvisioni supreme; e dal modo in cui il Burlamacchi fa entrare nel negozio il cugino Garzoni tu vedi aperto com'ei tiri a salvarlo; e valga il vero, o che montava porre il Garzoni a cotesta ora bruciata a cognizione della congiura? O che premeva al nostro Francesco farsi accompagnare fin presso alla porta dal cugino? Temeva forse smarrirsi? Ignorava le vie di Lucca il Burlamacchi lucchese? Di palazzo imbacuccato certo non uscì; ciò avrebbe messo in suspicione i targetti: per me la posta venne assegnata al Garzoni per dare ad intendere ai targetti recarsi forse a cena in casa di lui e quindi non avere mestieri di altra accompagnatura; e in casa del cugino certamente andò od in altro più riposto luogo per mutare vesti e chiudersi nella cappa. — Conobbe Francesco per le tante disdette come la fortuna intendesse dargli l'ultimo crollo; onde senza sbigottirsi, acceleratoil passo, raggiunse il Garzoni, col quale si ridusse alle proprie case, le quali tuttavia stanno in piedi a Lucca; nè sentendosi capaci a deliberare in cotesto tumulto, mandarono per Pietro Burlamacchi altro cugino di Francesco, che, venuto ed udito il caso, fu di avviso si avesse a consultare Nicolaio suo fratello. Piacque il consiglio, sicchè insieme uniti andarono a casa Nicolaio: colà, messa da parte ogni intempestiva querimonia, esaminata sottilmente la bisogna, spedita gente a speculare le mura e andatici eglino medesimi, con dolore inestimabile conobbero chiusa alla fuga ogni via: per meno reo partito confortaronlo a tornarsene in palazzo; di quanto fosse per succedergli poi non si pigliasse soverchio pensiero, imperciocchè con le aderenze, con le raccomandazioni e co' danari e' si facevano forti di levarlo d'imbarazzo: poichè non si presentava meglio, necessità non dà scelta; però, mentre ripiglia gli abiti civili a fine di recarsi al palazzo, ecco arrivare in casa Girolamo di Spagna coadiutore di cancelleria a significargli di presentarsi subito subito nel collegio degli anziani per trattare di negozi di stato. E il Burlamacchi non frapponendo indugio alla chiamata andò tosto e rinvenne gli anziani allibbiti starsi accalcati attorno a Bonaventura Barili, che per la ventesima volta ricantava loro quanto aveva partecipato a lui il vile Umidi. La paura talvolta si appunta con la virtù per suscitare nell'uomo la ferocia; e la Signoria di Lucca adesso era eroica di terrore: tremavapensando che lei incolperebbero complice del Burlamacchi; proteste e giuramenti non varrebbero a salvarla dal sospetto di reggere il sacco al gonfaloniere; come poteva egli nascondersi sempre agli occhi suoi? Se essa non complice, connivente almeno; e chi tale regge non merita reggere; forse non andrebbe immune da pena; ad ogni modo quelli gli ultimi giorni della Repubblica insidiata da Cosimo, in uggia allo imperatore. In cotesto amore di patria si mescevano il pensiero dei gravi balzelli che si tira sempre dietro il principato, la perduta autorità e le pungenti subiezioni dello schiavo; se ci era via di scampo, questa, non altra: dimostrare con atti atroci animo rigido contro il Burlamacchi, imperciocchè non sarebbe stato verosimile che i complici di lui volessero fare a fidanza sopra la sua sofferenza nè avessero a temere che nelle smanie del dolore non rivelasse la verità: certo la storia rammenta parecchi uomini e talune donne capaci di siffatto eroismo; ma per ordinario sopra le sublimi virtù, anzi divine, non si fa capitale; nè disposto a ciò egli od altri credeva: bisognava altresì che gli strazi comparissero a prova reali, onde Cosimo non ne cavasse argomento di malignare che l'erano lustre, epperò movesse istanza affinchè a lui lo consegnassero, chè egli avrebbe saputo spremergli sangue e verità. In questa sentenza concorrevano i più, come quelli che procedevano sinceri; taluno no, i quali pur troppo si trovavano con Francesco indettati, e nondimanco, per rimovereda loro ogni indizio, ora si mostrano più arrabbiati degli altri; non pietà gli si usi, non rispetto; tanto maggiore sia l'asprezza quanto più grande la fiducia: qual mestieri processo? A che interrogatori e difese? Col frenello alla bocca si conduca sotto la forca e impicchisi.Tu pensa, lettore, qual tremito nei muscoli patissero costoro; come per poco non si sfiancasse nei lor petti il cuore quando mesto sì, ma tranquillo si presentò dinanzi ad essi il Burlamacchi. Egli prevenne ogni disonesta ricerca; chiesto ed ottenuto silenzio, a parte a parte tutta la trama narrò ponendo diligentissima cura nello affermare sè solo colpevole, non avere compagni, anzi averli aborriti perchè fosse tutta sua la gloria della impresa: e parve bene dei magnanimi antichi quando affermò tutto piacergli nel suo tentativo, l'animo, il fine, la stessa morte; rincrescergli, e Dio sa quanto! se dovesse dalla non riuscita averne danno o molestia la sua povera patria.Coloro che col Burlamacchi non avevano mai consentito nè consentivano adesso, ammirarono la costanza e la generosità dell'uomo; gli altri non ammirarono nulla e, vie più temendo ch'egli mutasse di proposito, instavano perchè della capitale e meritata pena senza indugio si multasse; ma i primi prevalevano dicendo: Adagio ai ma' passi, e posto il dito giusto sopra la piaga replicavano: Il subitaneo castigo parrebbe vendetta, non giustizia, e peggio ancora gli avversari nostri non senza ragione sospetterebbero:lo hanno morto perchè non parli, sendo tutti tinti della medesima pece. Così mareggiando in diversi pareri produssero la veglia fino alle sei della mattina; allora, sentendosi rifiniti dalla fatica e dalla commozione, deliberarono andare a riposarsi, non però prima di aver preso tutte le cautele affinchè il Burlamacchi, fuggendo, non portasse via il più potente documento della propria innocenza, la vita di lui: ormai avevano compreso tutti come il miglior mezzo di scolparsi fosse levare le mani tinte nel suo sangue gridando: «Non è colpa in noi!»Pertanto gli anziani consegnarono il Burlamacchi a Sforza mazziero perchè lo conducesse nelle stanze del gonfaloniere e quivi lo guardasse a vista in compagnia di due targetti; se gli fuggisse, pena la vita. Prima cura di Francesco ricondotto nelle sue stanze fu cercare la lettera che innanzi la sua uscita di palazzo aveva scritto alla Signoria e trovatala bruciò: rovistato quindi e frugato ogni cosa, quanto gli occorse che potesse indurre remoto sospetto distrusse; assicuratosi che veruno documento avrebbe detto più o diverso da quello che avrebbe voluto confessare egli, dettò la dichiarazione la quale per me sarà riportata nel seguente capitolo; poi adagiatosi sul letto, dormì. Ma non dormirono gli anziani, stanchi invero, ma fieramente agitati da passioni diverse; però prima assai dell'ora in cui eransi data la posta convennero in palazzo; la paura non ha palpebre. Innanzi tratto ognuno portava nuova provvista di odiocontro il Burlamacchi, cagione che il quieto loro vivere adesso si trovasse esposto a cimento, quindi suprema cura di tutti porlo in sicuro: per la quale cosa, radunato il consiglio maggiore, misero a partito, che fu vinto con tutte le fave, dal palazzo si trasportasse Francesco Burlamacchi nella torre con buonissima guardia, la quale lo custodisse a vista giorno e notte perchè non pure ei non fuggisse, che questo credevano difficile, ma nè anco potesse darsi la morte. A tale uffizio preposero Iacopo Lioni mazziere, dandogli certo numero di targetti che di due ore in due ore mutassero, e così vispi sempre lo tenessero d'occhio; ancora fecero espresso comandamento al mazziere che non pigliasse da casa sua nè da altri cosa alcuna così al vivere come al vestire necessaria, chè tutto aríeno provvisto gl'illustrissimi anziani. Di più costituirono Alberto Capparoni maestro di casa della Signoria alla custodia della torre, dandogliene la chiave, e lo stesso Burlamacchi consegnandogli per istrumento pubblico: il Capparoni accettò l'ufficio, o perchè non potesse fare a meno, o perchè piace a cui sta sotto saltare quando capita sul collo ai superiori, sia pure carceriere o carnefice; però ci pose per patto che gli fornissero gente da poterle rilevare, sicchè la squisita vigilanza non venisse mai a languire.I padri, consultato il negozio con più maturo consiglio, trovarono sempre maggiore argomento di spaventarsi: pareva loro impossibile che, correndo tempi pieni di mutazioni e vivendo uominiper natura e per abito sospettosi, si piegassero a credere Lucca incolpevole, anzi affatto inconscia della trama del suo gonfaloniere: se il papa o se l'imperatore pigliavano in odio la Repubblica, questa poteva apparecchiarsi a fare il suo testamento; e presso entrambi doppia l'accusa, epperò più difficile la difesa: al papa sarebbe premuto più la eresia, meno la ribellione, allo imperatore viceversa; la batteva tra la corda e la mannaia: quindi non è a dirsi se cotesti padri sentissero salirsi il freddo su per le ossa. Più che tutto tremavano di Cosimo duca di Firenze, genio malo; per istinto tigre, per potenza gatto; Tiberio nano, pure, non potendo sbranare, rodeva; e questa sua facoltà esercitava quotidianamente ai danni di Siena e di Lucca: a Siena rôse pur troppo: parricida, incestuoso, di eretici amico e ausiliatore, e nonostante questo ligio ai pontefici, zelatore di religiose susperstizioni e traditore del Carnesecchi. In tanto estremo loro non sovvenne lì su due piedi più sicuro consiglio oltre quello di mandare subito oratori ai principi italiani per giustificare la città e tenerseli bene edificati, sicchè tosto ne spedirono a Napoli, a Roma, a Genova, a Ferrara, a Bologna ed a Mantova: più solenne ambasceria fecero allo imperatore, nè trascurarono il concilio di Trento, presso cui ebbero difensore interessato sì ma efficace il cardinale Guidiccioni. Però sopra gli altri premeva Cosimo; onde statuirono spedirgli il più astuto dei loro cancellieri, e tale giudicarono che fosse Gherando Macarini: ancoramandarono significando ai cittadini lucchesi i quali o per ragione di mercatura o per vaghezza ovvero per ufficio si trovavano sparsi pel mondo che, per quanto avessero cara la patria e la grazia del senato, attestassero presso principi e repubbliche della innocenza della repubblica nello attentato del Burlamacchi; così i Lucchesi studiavano purgarsi dalla partecipazione del gesto generoso con la solerzia che il reo mette a scolparsi del delitto. I Lucchesi eseguirono il comando del senato con amore, se con frutto non so; fecero quello che i nostri diarii fanno, però gratuitamente, la quale cosa i nostri moderni diarii non fanno.Il cancelliere Macarini, giunto alla presenza di Cosimo, con prolisso discorso gli espose lo accaduto; il quale dopo ch'egli ebbe udito con singolare pazienza, rispose: «Lo sapeva; la è stata una follia, una cosa da non darsene pensiero: non ci ha mestieri sforzo di fede per andare persuasi che i Signori lucchesi, così compassati, usi a non movere passo senza il pegno in mano, volessero ficcarsi giù a scavezzacollo in siffatto selcieto. Cancelliere, non istate a spendere più altre parole, voi predichereste ai convertiti.»Al cancelliere Macarini venne tanto di cuore vedendo come agevolmente fosse riuscito nella sua commissione; e quasi stava per giudicare Cosimo migliore della sua fama, accorto sì, ma giusto principe, quando questi sempre con voce blanda soggiunse:«Però, cancelliere dolcissimo, voi comprenderete di leggieri col vostro savio intendimento che, come io, non tutti la crederanno secondochè voi la contate e com'è; però il meglio sarebbe che voi consegnaste a me il Burlamacchi, ond'io facessi fabbricare il suo processo qui in Firenze dai miei giudici; così veruno dubiterebbe che io ne avessi spremuto il vero, e vi so dire ch'io lo so spillare.»«La non pare proposta che cammini bene in gambe, imperciocchè ogni stato vada giustamente geloso della sua giurisdizione, e la Signoria Vostra Serenissima è qui per insegnarmelo», riprese il Lucchese mascagno.«Certo questo non si può negare, ma nei casi straordinari è mestieri regolarci come possiamo, non come vogliamo.»«Però io non mi persuado perchè altri deva diffidare della lealtà della Repubblica, molto più che noi circonderemo questo processo di tali è tante cautele da appagare i più sospettosi.»«Ed io pure adopererei come proponete voi: anzi io non mi oppongo a che i giudici sieno tanti e tanti; cioè mezzi lucchesi e mezzi fiorentini.»«Serenissimo, non sono i giudici quelli che mettono in pensiero, bensì la tortura, l'eculeo e gli altri tormenti di cui voi siete in abbondanza fornito.»«Forse ne vanno sprovvisti i vostri?»«No, ma voi sapete che tutto sta nello adoperarli.»«Or bene io mi obbligo, per fede a rendervelo vivo.»«Serenissimo, rispose il Macarini guardandolo dentro gli occhi, nell'attimo che precede la morte l'uomo non è vivo?»«Voi, ben me ne accorgo, a verun patto consentite consegnarmi il vostro gonfaloniere. Volete sapere che cosa ne dirà l'universale? Dirà che voi repugnate a lasciarvelo scappare di mano per paura ch'egli confessi cose le quali palesino la ribellione di cotesta vostra repubblica alla maestà dell'impero ed alla dottrina di santa madre Chiesa.»«Serenissimo, per quanto mi è dato conoscere, io vi assicuro diversa affatto la causa per cui i Signori rifuggono dal commettere in balía vostra la vita di Francesco Burlamacchi.»«E quale dunque? Parlate.»«Per obbedienza al comandamento della Serenità Vostra io parlerò: penso, e, così dicendo, se non imbrocco, rasento il vero, che i miei Signori temano che voi per forza di tormenti facciate dire al Burlamacchi non quello ch'è vero, bensì quello che gioverebbe al vostro fine di disservire la Repubblica presso l'imperatore e il pontefice. Per altra parte a me fa difetto la commissione per negoziare simile faccenda: piacciavi, se così vi talenta, indirizzarvi alla Signoria.»E Cosimo, che non si dava agevolmente per vinto, quindi a breve spedi suo oratore alla Repubblica messere Agnolo Niccolini, uomo sagace, devotissimo a lui, onde aguzzasse il suo ingegno per farglielo avere. Il panno mostrava troppo lacorda, sicchè da un lato cresceva la tenacità a negarle alla stregua che dall'altro diventava più intensa la smania di volerlo. Parole molte, anzi infinite, scaltrimenti sottili e scherma da disgradarne i più scaltriti negoziatori, profferte e carezze, tutto riuscì invano: oltre alle ragioni già riferite, il Niccolini allegava come veruno meglio del duca fosse impegnato a scoprire proprio come la fosse ita la faccenda; e veruno essere provveduto meglio di lui degli arnesi adattati a questo. Lucca, luogo oltre ogni credere male acconcio a formare il processo; imperciocchè, messa da parte qualunque complicità dal lato dei concittadini e dei parenti del Burlamacchi, egli era naturale almeno che i congiunti, gli amici ed i clienti della sua casa e suoi di ogni pruno facessero siepe per arruffare le prove e sottrarlo al castigo: si lasciassero servire. Ma i Lucchesi, che non si volevano lasciare servire, volendosi salvare dall'ardente molestia, altro scampo non trovarono che dirgli: il fatto del Burlamacchi come attentatorio alla maestà dello impero doversi denunziare a cesare, il quale nel suo consiglio ordinerebbe quello che avessero a fare. — Cosimo sentì la botta; rise sottile, nè potendo pararla, risposo: «Giusto! Anco a lui pareva così: non si potevano i Signori riporre in migliori mani di quelle di cesare»; e volse raddoppiati i suoi conati in corte dello imperatore per avere il Burlamacchi, argomento per lui di terrore e arnese buono ad allargargli il principato.

Le passioni umane di che ragione sieno. — Chi fosse Andrea Pessini, e suo carattere morale. — Cagione per la quale il Pessini si consiglia di nocere al Burlamacchi. — Imprudenza del Benedino, che in lui si confida; il Pessino cavalca a Firenze; tradisce patria ed amico rivelando tutta la congiura al duca Cosimo, che ha paura e dissimula. — Tristizia dei tempi, ai quali possono solo paragonarsi i nostri. — Se possa, essere vero che il Pessino confessasse al Benedino il suo tradimento; com'è verosimile se ne accorgesse il tradito; il Benedino ne porge notizia al Burlamacchi; quali le parole e le deliberazioni di lui; è statuita la fuga e il modo per eseguirla. — Scrive lettera alla Signoria con la quale purga da ogni complicità amici e parenti; se solo accusa: generosità adoperata verso l'Umidi sanese, e codardia del medesimo. — I magnanimi sensi del Burlamacchi derisi dai bracchi del principato. — L'Umidi svela la congiura a Bonaventura Barili cancelliere della Signoria. — Provvisioni del Burlamacchi per accertare la fuga, ed ordini che dà a Baccio donzello. — Il Burlamacchi tarda a presentarsi alla porta San Pietro, e discorsi che ne hanno fra loro Baccio e il Benedino. — Preteso imbroglio dei preposti alla custodia delle porte se verosimile. — Francesco esce di palazzo a sera, aspetta nel cortile il cugino Garzoni, che venuto esce con esso; racconto del Burlamacchi inverosimile, ma fatto a posta per salvare il cugino Garzoni: come si può supporre che accadesse il caso. — Il Burlamacchi, trovando impedita alla fuga la via, torna indietro; va a casa sua; consulta di parenti, che lo consigliano rientrare in palazzo. — La Signoria manda per esso, ed egli va: terrore e viltà dei Signori non intesi della congiura, smanie paurose dei complici; tutte si appuntano a danno del Burlamacchi. — Magnanimità di questo, che dichiarava ignari tutti della suatrama, egli solo colpevole; dopo molte ambagi gli anziani lo fanno condurre alle sue stanze e guardarlo a vista; distrugge carte e ogni altro testimonio della sua impresa. — Consulta del consiglio, dove si propone sostenere prigione il Burlamacchi: esquisite cautele che si adoperano perchè non fugga e non si ammazzi. — Giusti timori degli anziani esposti; mandansi oratori ai diversi principi ed al concilio di Trento; a Cosimo spediscono il più astuto dei cancellieri. — Raccomandazione ai cittadini lucchesi stanziati in paesi stranieri di difendere dalle accuse la Repubblica. — Colloquio fra il cancelliere lucchese e il duca Cosimo; la batte tra pirata e corsaro: non si conchiude nulla. — Il duca per isgarrarla invia alla Repubblica oratore messere Agnolo Niccolini, e si conchiude anco meno.

Le passioni umane di che ragione sieno. — Chi fosse Andrea Pessini, e suo carattere morale. — Cagione per la quale il Pessini si consiglia di nocere al Burlamacchi. — Imprudenza del Benedino, che in lui si confida; il Pessino cavalca a Firenze; tradisce patria ed amico rivelando tutta la congiura al duca Cosimo, che ha paura e dissimula. — Tristizia dei tempi, ai quali possono solo paragonarsi i nostri. — Se possa, essere vero che il Pessino confessasse al Benedino il suo tradimento; com'è verosimile se ne accorgesse il tradito; il Benedino ne porge notizia al Burlamacchi; quali le parole e le deliberazioni di lui; è statuita la fuga e il modo per eseguirla. — Scrive lettera alla Signoria con la quale purga da ogni complicità amici e parenti; se solo accusa: generosità adoperata verso l'Umidi sanese, e codardia del medesimo. — I magnanimi sensi del Burlamacchi derisi dai bracchi del principato. — L'Umidi svela la congiura a Bonaventura Barili cancelliere della Signoria. — Provvisioni del Burlamacchi per accertare la fuga, ed ordini che dà a Baccio donzello. — Il Burlamacchi tarda a presentarsi alla porta San Pietro, e discorsi che ne hanno fra loro Baccio e il Benedino. — Preteso imbroglio dei preposti alla custodia delle porte se verosimile. — Francesco esce di palazzo a sera, aspetta nel cortile il cugino Garzoni, che venuto esce con esso; racconto del Burlamacchi inverosimile, ma fatto a posta per salvare il cugino Garzoni: come si può supporre che accadesse il caso. — Il Burlamacchi, trovando impedita alla fuga la via, torna indietro; va a casa sua; consulta di parenti, che lo consigliano rientrare in palazzo. — La Signoria manda per esso, ed egli va: terrore e viltà dei Signori non intesi della congiura, smanie paurose dei complici; tutte si appuntano a danno del Burlamacchi. — Magnanimità di questo, che dichiarava ignari tutti della suatrama, egli solo colpevole; dopo molte ambagi gli anziani lo fanno condurre alle sue stanze e guardarlo a vista; distrugge carte e ogni altro testimonio della sua impresa. — Consulta del consiglio, dove si propone sostenere prigione il Burlamacchi: esquisite cautele che si adoperano perchè non fugga e non si ammazzi. — Giusti timori degli anziani esposti; mandansi oratori ai diversi principi ed al concilio di Trento; a Cosimo spediscono il più astuto dei cancellieri. — Raccomandazione ai cittadini lucchesi stanziati in paesi stranieri di difendere dalle accuse la Repubblica. — Colloquio fra il cancelliere lucchese e il duca Cosimo; la batte tra pirata e corsaro: non si conchiude nulla. — Il duca per isgarrarla invia alla Repubblica oratore messere Agnolo Niccolini, e si conchiude anco meno.

Le passioni sembra che nel nostro cuore nascano gemelle; o se pure sola ci comparisce una passione, tosto ella da per sè si feconda e ne genera altre: questo dicasi così delle buone come delle ree finchè l'uomo non riesca conformato pienamente secondo la propria natura. Altrove affermai come in gioventù sia più cosa la libidine, nella vecchiezza l'avarizia; ma e l'una e l'altra si ammogliano ad altre parecchie. Però sovente crede chi osserva alla grossa che sia accaduto nelle passioni un tramutamento, e non è; rimangono invece quali erano, e o si applicano diversamente, ovvero, non essendo state considerate oltre la scorza, ora paiono diverse.

Questo accadde al povero Cesare Benedino, il quale aveva preso dimestichezza con certo Andrea Pessini e, reputandolo buono non meno che bravo, lo amava per traverso la vita. Andrea, frequentando la gente manesca, aveva una tal quale prestanza acquistata, ma più di lingua chedi mano; pure anco di mano: compagnone oltre il dovere; a passatempi e a stravizzi immancabile; era più facile a Lucca trovare una osteria senza la immagine del Volto Santo che senza il Pessini, giocatore e perditore disperato; prodigo del suo, contro la ordinaria indole dei Lucchesi, non liberale, onde in un punto stesso o con intervallo breve lo provavano taccagno e sciupone; ma fra la gente pari sua godeva fama di generoso, imperciocchè in compagnia la vanità vinceva la sordidezza, se si giudicava inosservato, allora la sordidezza pigliava il sopravvento alla vanità; siccome poi ogni giorno più la sua sostanza si riduceva al verde, l'agonia della imminente inopia gli andava scanicando lo intonaco di onestà, e più ampie nella bruttezza si palesavano le turpitudini dell'anima sua. Forse se Cesare avesse potuto stargli del continuo allato, si sarebbe accorto di cotesta trasformazione; ma essendosi egli assai travagliato in continui viaggi, poco ci aveva avuto usanza negli ultimi tempi; però quando prima lo vide, malgrado gli ammonimenti gravissimi di non aprirsi se non a persone di fede provata, riputando ch'ei fosse proprio il caso, gli confidò il disegno del Burlamacchi, sicuro di averlo compagno alla impresa. Il Pessini senza farsi pregare ci entrò dentro fino al manico per la ragione che i garbugli approdano ai malestanti, e presentendo quasi per istinto che un qualche brindello gliene sarebbe rimasto in mano; da una parte e dall'altra raccomandazioni e promesse e sacramenti di prudenzae di audacia, di segretezza e di solerzia per procacciare congiurati alla impresa: cose tutte che stanno insieme come l'acqua col fuoco, ma che paiono agevolissime a conseguirsi dalle menti esaltate.

Ora, mentre Andrea ustolava per mancanza di danaro, avvenne un caso mercè del quale sperò rimpannucciarsi e andare avanti aspettando il meglio. Era rimasta orfana in età pupillare Giulia figliuola di Bastiano Giustiniani di Rôcca Tagliata sua nipote, assai bene provveduta di sostanza; ond'egli, senza frapporre tempo, andato a torsela, se la recò a casa non si dando pensiero se lo potesse o no fare e se alla giovane garbasse ovvero repugnasse starsi con lui. Gli è più che verosimile, anzi l'ho per certo, che se la fanciulla fosse stata ignuda di ogni ben di Dio, i parenti sarieno rimasti coll'acqua in bocca, e gli zii paterni o avrebbero finto non ricordarsene od anco giurato di non essere parenti; ma l'interesse riscalda il sangue, onde saltò su un Agnello Pessini come più prossimo congiunto a pretendere la tutela per sè. Non mi è chiaro del perchè questa causa fosse sottomessa alla decisione del Burlamacchi; forse in Lucca il magistrato supremo, ch'era il gonfaloniere, come in Inghilterra nei tempi antichi il re, esercitava giurisdizione sopra la persona e i beni dei pupilli: fatto stà che il Burlamacchi, pigliata cognizione della faccenda, sentenziò non Andrea, bensì Agnello avesse ad essere tutore dell'orfana e per sequela amministratore della sostanza dilei, ad Agnello e non ad Andrea spettasse il diritto di custodirne la persona e nella propria casa ricoverarla. — La sentenza era giusta, ma la giustizia o la ingiustizia delle decisioni non importa ai litiganti, i quali non badano ad altro che al danno o al lucro: e il danno tanto più mordeva doloroso Andrea quanto maggiore il fuoco della miseria gli scottava i piedi; e poi per mente accecata qual'era quella di costui c'incastrava benissimo il sospetto che Francesco Burlamacchi gli avesse fatto torto, conciossiachè Agnello gli fosse per parentela congiunto e la sua casa in qualità di avvocato difendesse. Pertanto mossero Andrea Pessino a vendicarsi del Burlamacchi la persuasione di patita ingiuria, la miseria venuta in fondo e la cupidità di rifiorire in auge, sicchè, come vedete, di cause ce n'erano anco troppe: poteva avvertire al danno ch'egli apportava alla patria, ma il Pessini e chi gli rassomiglia non conoscono la patria: anco doveva percotergli la mente la cara immagine dello amico, ma non ci pensò neppure. Calata la sera, se la svigna da Lucca e, tolto a nolo un cavallo, cavalca forte prima a Pisa, poi a Firenze, dove giunto la mattina per tempo senza pure scotersi la polvere da' panni, si presenta al palazzo del duca Cosimo chiedendo con ardente pressa volergli favellare per cosa di stato. Il duca, che, a mo' dei tiranni, massime dei nuovi come lui, dormiva nella guisa dei lepri, ordinò di subito s'intromettesse, ed il Pessini dopo essere stato frugato dal capo alle pianteentrò nella stanza, dove a parte a parte espose la trama ordita dal potente ingegno del Burlamacchi; la quale udendo, il duca si turbò nel profondo, pure uso a contenersi fe' vista di dare in risa sgangherate sclamando di tratto in tratto: «Oh che pazzo! oh che grullo!» ma dentro tremava[22].

E pur fingendo di tenere la cosa per inveceria, si buttò giù da letto, e vestitosi in meno che non si dice unCredo, ragunò i suoi segretari, i capi dell'arme e i cittadini complici col principato per avvisare insieme intorno ai provvedimenti da pigliarsi in così momentoso accidente. Al Pessini fu intanto ordinato di non partirsi da Firenze, allogandogli stanza in apparenza onorata, in vero prigione; e così rimase finchè non fu chiarito il caso: allora il duca gli diede ufficio in corte e stipendio a bastanza largo. Cotesto pane d'infamia ed intriso di sangue avrebbe dovuto bruciargli le viscere; a lui non bruciò nulla: bevve e morì; questo il suo epitafio sopra la tomba: la fortuna in ciò gli fu cortese che lo spense quando rilassato non poteva più bere nè satisfare alle parti turpissime del corpo:la coscienza in lui non visse o, se pur visse, era morta prima di lui: che fosse fama non seppe mai, e se lo avesse saputo, non correvano tempi che avesse valore: preti e Spagnuoli e tiranni domestici; gara di titoli e di servitù; il valore ristretto nel braccio del sicario, chiesa e bordello, empio tutto, e più di tutto la religione; rei gli amori, rei gli affetti; in mezzo a questi elementi di vita civile a che pro la fama?

Taluno dei cronisti racconta come il Pessini, dopo consumato il tradimento a Firenze, tornasse a Lucca, dove, rimorso dalla coscienza, tirato da parte il Benedini, lo ammonisse di quello che aveva fatto raccomandandosi a mettersi in salvo. Ciò non sembra consentaneo al vero; imperciocchè il Pessini avrebbe dovuto repugnare da un lato a simil passo per tema di avere per risposta di un coltello nel cuore; e dall'altro il Benedini, uomo di arme e animoso, quantunque artefice adesso, era ben difficile che si tenesse le mani. La comune opinione apparisce più vera, la quale riporta che il Benedino, confidato appena il segreto al Pessini, questi prendesse a mostrarsi meno, ed anzi gli parve ch'ei lo scansasse; parlandogli della impresa lo trovava svogliato e più volte si mostrò con lui intimorito del male che potesse incoglierlo per non avere rivelato la congiura: per la quale cosa il Benedino, presolo in sospetto, incominciò a codiarlo, sicchè tosto venne a sapere com'ei si fosse allontanato da Lucca; di che egli concepì spavento grande, temendo, come pur troppo ei si apponeva,che ei fosse andato a porgerne avviso al duca di Firenze; e reputandosi come giudicato, tutto commosso si portò a trovare Francesco, a cui con molte lacrime, chiedendo perdono, aperse ogni particolare del caso. Francesco, a sua posta turbato, dopo essere stato alquanto sopra di sè, disse:

«Dal principio della congiura io giudicai che la fallita impresa aveva ad essere la mia tomba, ma ad uomo cristiano non lice darsi la morte; questo, che fu reputato eroico presso i gentili, condannano gli evangeli sacrosanti; e per altra parte aborrisco gli strazi a cui mi sottometteranno se mi pigliano; nè mi posso ripromettere che la natura non ceda alla gran forza dei tormenti, donde verrebbe a me infamia, altrui danno: arrogi che veruno crederà, se io non lo affermi apertamente, la mia patria innocentissima della congiura, onde questo mal falco di Cosimo ne caverà argomento di calunniarla presso l'imperatore che il papa e tante ne dirà e tante ne inventerà che non si rimarrà contento finchè non l'abbia ridotta in servitù, scopo supremo che con tutti i nervi prosegue. Or dunque facciamo il viso dell'arme alla fortuna avversa. Tu sai, o Cesare, come io di palazzo non possa uscire, chè a me gonfaloniere lo vietano le leggi, e la notte stieno chiuse le porte della città: però non posso tentare di salvarmi con frutto, eccettochè verso l'un'ora notte e così alquanto prima che tirino i chiavistelli e portino la chiave in palazzo:per la quale cosa tu fa di trovarti a cavallo, con altro cavallo a vuoto per me; procura che sieno buoni corridori ed abbiano balía per durare; e con lo aiuto di Dio ci salveremo. La porta donde mi consiglio uscire fie quella di S. Pietro; verròimbalacuccato; e per segno, affinchè tu possa riconoscermi, porterò o panno o piuma bianca al cappello. Or va' pei fatti tuoi e non ti peritare; il peggiore dei mali è la paura, che a' veri e non piccoli arroge i falsi sterminati.»

Rimasto solo, scrisse lunga e circostanziata lettera alla Signoria, nella quale, dopo narrata la impresa cui disegnava condurre a compimento, sè chiamò solo in colpa, veruno fin lì congiurato con lui, perchè, essendo lontano da eseguirla, si era guardato da confidarsi a persone che per tristizia o per levità di animo avessero potuto tradirlo: e poichè sopra gli altri egli praticava coi fuoriusciti sanesi, allettato dai piacevoli loro costumi e dalla dolce favella, così gli correva l'obbligo, per isgravio di coscienza, dichiarare come a veruno di essi avesse scoperto il concepito disegno: non recassero loro molestia, chè sarebbe stata, facendolo, pretta perversità. Non istessero a sbracciarsi in indagini a danno dei cittadini, i quali egli intendeva cogliere alla sprovvista e strascinarli seco con la forza, il terrore e la maraviglia. — Tutto ciò esponeva con efficacissime parole ed affermava con solennissime proteste. Dopo questo, chiamato a sè Giovambattista Umidi, che, comedicemmo, per anni e per esperienza aveva credito capitale presso i fuoriusciti sanesi, gli confida il caso in cui ei si versava e poi lo conforta a starsi di buono animo, avendo procurato di scolpare lui ed i compagni suoi da ogni addebito: a questo fine gli fece leggere la lettera che lasciava per la Signoria; ed aggiunse consigli e norme in virtù dei quali egli ed i compagni suoi potessero tirarsene fuori senza un pericolo al mondo.

Insomma l'egregio uomo fu visto affaticarsi smanioso perchè quanti si accontarono con lui andassero immuni da ingiuria, sopprimendo ogni traccia di congiura ed ogni indizio a carico dei cittadini: certo intese a salvarsi, però con questa ragione, che, dove mai la fortuna lo tradisse, il capo suo pagasse per tutti; onde il Cini nella vita di Cosimo dei Medici, nel raccontare questo caso, oltraggia Francesco perchè, «così scioccamente tardando e pensando a salvare più i Sanesi che sè stesso, sè miseramente perdeva.» Bene stà, chè al servo del tiranno le opere generose dell'uomo libero, quando non paiono delitti, sono errori. L'Umidi, imbelle per indole, abbiosciato per la età, alla ingrata notizia batte i denti; per amore di pochi giorni di vita, ecco perde le cause del vivere e la fama; della mente cieco, tremando per tutte le membra, si parte dal gonfaloniere e vassi difilato da Bonaventura Barile cancelliere della Signoria e gli spiattella ogni cosa, sè con le lacrime agli occhi affermando innocentissimo diogni trama. Che mai questa viltà partorisse or ora vedremo.

Approssimandosi al tramonto il giorno 26 agosto 1546, il Burlamacchi, chiamato a sè Baccio Pierini, donzello preposto a custodire le chiavi delle porte nella camera allato a quella dove dorme il gonfaloniere, così gli disse: «Da' retta, Baccio, a quanto sono per dirti e bada di non fallire; quando stasera sarai per serrare la porta di San Pietro, fa di traccheggiarti alquanto più dell'ordinario, e quando vedrai appressarsi per passare un uomo, turato non gl'impedire la uscita, anzi anco al commissario della porta ordinerai da parte mia che lo lasci andare oltre liberamente, imperciocchè si mandi fuora da noi per cose che importano a noi ed ai segretarii nè manco tu e il commissario curatevi conoscerlo, che tale è la volontà nostra: hai capito? — Messere, sì, e sarà fatto.»

E Baccio veramente da fedele servitore adempì quanto gli era stato comandato: andò di passo nell'ora assegnata alla porta, si trattenne a ragionare col commissario della buona raccolta primaticcia, su le speranze della serotina, e co' discorsi menava il can per l'aia; all'ultimo affacciatosi alla porta, vide Cesare Benedini incavallato con un altro cavallo a mano con le staffe incrociate su la sella; onde sospettando ch'egli stesse alla porta per aspettare l'uomo del gonfaloniere, gli disse aperto;

«O Cesare, state aspettando costì l'uomo che ha da mandare il gonfaloniere?»A cui il Benedino rispose: «Per lo appunto, ma si fa tardi, e lo aspettare mi tedia; pregovi in cortesia che inviate subito subito un targetto dal magnifico per sollecitarlo a spedire il messaggio, perchè qui a lungo con la porta aperta non possiamo aspettare.»

«Giusto, gli è quello che diceva ancora io; io farò come avvisate.»

Per la quale cosa, chiamato ad alta voce il targetto Gattaiola, gli ordinò andasse difilato al palazzo per dire al gonfaloniere che non mettesse tempo tra mezzo a spedire il suo uomo. Qui dicono taluni cronisti che il targetto prima di partirsi per fare la commissione avvertisse il commissario a non lasciare che persona alcuna uscisse fuora di città; non già che stesse in facultà sua dare siffatti comandamenti, ma così volle il destino o piuttosto la provvidenza per preservare dagli estremi mali la città; e si ravvisò inoltre il dito di Dio in questo altro accidente, e fu, che il targetto non solo diede l'ordine senza facoltà, ma lo diede alla rovescia; ed aggiungono ancora che così pure intendesse Baccio; in siffatta guisa la raccontano parecchi cronisti, ma a me queste cose paiono novelle.

Fatto stà che il gonfaloniere uscì di palazzo alle ventiquattro ed un quarto, e sceso nel cortile, vi si fermò alquanto aspettando Ludovico di Garzone Garzoni suo cugino, a cui poche ore prima aveva dato la posta; e siccome costui indugiava, e ad esso premeva partirsi, gli mandò un targetto per sollecitarlo; indi a breve essendocomparso Ludovico, uscì insieme con lui dal cortile per la porta di dietro, la quale egli aveva ordinato tenessero aperta a suo libito: su la soglia egli licenziò i targetti che andavano seco, i quali costumavano accompagnarlo ogni volta notte tempo recavasi a casa sua.

Ricavo dalle dichiarazioni fatte da Francesco nel suo processo come, andando per via, egli per la prima volta significasse al cugino i suoi disegni, il caso successo e la necessità di sottrarsi con la fuga allo imminente castigo; dal quale proponimento il Garzoni si studiò con ogni maniera persuasioni distorlo, ma egli come uomo deliberato non gli diede retta, proseguendo sempre il suo cammino finchè, giunti in prossimità della porta di San Pietro, egli tolse commiato da lui, avviandosi solo verso quella tutto turato dentro una cappa, col cappello chino sul volto. Costà giunto mentre domanda passare, glielo vietano; il donzello Baccio cerca e non trova; insiste su l'ordine trasmesso dal palazzo di lasciare libero il passo ad uomo che esca imbacuccato, e rispondono di palazzo essere stato ricapitato loro l'ordine opposto, vale a dire s'impedisse a tutta persona l'uscita: messo così con le spalle al muro Francesco si diede a conoscere, ma non approdò: allora, accortosi della sciagura, rifece i passi.

Comechè questo racconto noi caviamo dalla Cronaca manoscritta del Civitali, non che dalle medesime confessioni di Francesco Burlamacchi, assai di lieve si comprende com'egli sia moncoed alterato; invero grave cosa è credere a tutta quella gaglioffaggine del donzello e del targetto che intendono alla rovescia; ad ogni modo in caso ordinario aríeno pur dovuto obbedire al gonfaloniere ora che se lo vedevano lì dinanzi per farli capaci della diritta: parmi chiaro che ormai al commissario della porta fossero giunti ordini terribili della Signoria per impedire la fuga del Burlamacchi; che se non mandarono rinforzo di gente per arrestarlo, forse lo si vuole attribuire a paura di mettere il paese a soqquadro, ovvero alla perplessità nella quale i governi cascano quante volte colpiti da vicende inopinate abbiano a prendere provvisioni supreme; e dal modo in cui il Burlamacchi fa entrare nel negozio il cugino Garzoni tu vedi aperto com'ei tiri a salvarlo; e valga il vero, o che montava porre il Garzoni a cotesta ora bruciata a cognizione della congiura? O che premeva al nostro Francesco farsi accompagnare fin presso alla porta dal cugino? Temeva forse smarrirsi? Ignorava le vie di Lucca il Burlamacchi lucchese? Di palazzo imbacuccato certo non uscì; ciò avrebbe messo in suspicione i targetti: per me la posta venne assegnata al Garzoni per dare ad intendere ai targetti recarsi forse a cena in casa di lui e quindi non avere mestieri di altra accompagnatura; e in casa del cugino certamente andò od in altro più riposto luogo per mutare vesti e chiudersi nella cappa. — Conobbe Francesco per le tante disdette come la fortuna intendesse dargli l'ultimo crollo; onde senza sbigottirsi, acceleratoil passo, raggiunse il Garzoni, col quale si ridusse alle proprie case, le quali tuttavia stanno in piedi a Lucca; nè sentendosi capaci a deliberare in cotesto tumulto, mandarono per Pietro Burlamacchi altro cugino di Francesco, che, venuto ed udito il caso, fu di avviso si avesse a consultare Nicolaio suo fratello. Piacque il consiglio, sicchè insieme uniti andarono a casa Nicolaio: colà, messa da parte ogni intempestiva querimonia, esaminata sottilmente la bisogna, spedita gente a speculare le mura e andatici eglino medesimi, con dolore inestimabile conobbero chiusa alla fuga ogni via: per meno reo partito confortaronlo a tornarsene in palazzo; di quanto fosse per succedergli poi non si pigliasse soverchio pensiero, imperciocchè con le aderenze, con le raccomandazioni e co' danari e' si facevano forti di levarlo d'imbarazzo: poichè non si presentava meglio, necessità non dà scelta; però, mentre ripiglia gli abiti civili a fine di recarsi al palazzo, ecco arrivare in casa Girolamo di Spagna coadiutore di cancelleria a significargli di presentarsi subito subito nel collegio degli anziani per trattare di negozi di stato. E il Burlamacchi non frapponendo indugio alla chiamata andò tosto e rinvenne gli anziani allibbiti starsi accalcati attorno a Bonaventura Barili, che per la ventesima volta ricantava loro quanto aveva partecipato a lui il vile Umidi. La paura talvolta si appunta con la virtù per suscitare nell'uomo la ferocia; e la Signoria di Lucca adesso era eroica di terrore: tremavapensando che lei incolperebbero complice del Burlamacchi; proteste e giuramenti non varrebbero a salvarla dal sospetto di reggere il sacco al gonfaloniere; come poteva egli nascondersi sempre agli occhi suoi? Se essa non complice, connivente almeno; e chi tale regge non merita reggere; forse non andrebbe immune da pena; ad ogni modo quelli gli ultimi giorni della Repubblica insidiata da Cosimo, in uggia allo imperatore. In cotesto amore di patria si mescevano il pensiero dei gravi balzelli che si tira sempre dietro il principato, la perduta autorità e le pungenti subiezioni dello schiavo; se ci era via di scampo, questa, non altra: dimostrare con atti atroci animo rigido contro il Burlamacchi, imperciocchè non sarebbe stato verosimile che i complici di lui volessero fare a fidanza sopra la sua sofferenza nè avessero a temere che nelle smanie del dolore non rivelasse la verità: certo la storia rammenta parecchi uomini e talune donne capaci di siffatto eroismo; ma per ordinario sopra le sublimi virtù, anzi divine, non si fa capitale; nè disposto a ciò egli od altri credeva: bisognava altresì che gli strazi comparissero a prova reali, onde Cosimo non ne cavasse argomento di malignare che l'erano lustre, epperò movesse istanza affinchè a lui lo consegnassero, chè egli avrebbe saputo spremergli sangue e verità. In questa sentenza concorrevano i più, come quelli che procedevano sinceri; taluno no, i quali pur troppo si trovavano con Francesco indettati, e nondimanco, per rimovereda loro ogni indizio, ora si mostrano più arrabbiati degli altri; non pietà gli si usi, non rispetto; tanto maggiore sia l'asprezza quanto più grande la fiducia: qual mestieri processo? A che interrogatori e difese? Col frenello alla bocca si conduca sotto la forca e impicchisi.

Tu pensa, lettore, qual tremito nei muscoli patissero costoro; come per poco non si sfiancasse nei lor petti il cuore quando mesto sì, ma tranquillo si presentò dinanzi ad essi il Burlamacchi. Egli prevenne ogni disonesta ricerca; chiesto ed ottenuto silenzio, a parte a parte tutta la trama narrò ponendo diligentissima cura nello affermare sè solo colpevole, non avere compagni, anzi averli aborriti perchè fosse tutta sua la gloria della impresa: e parve bene dei magnanimi antichi quando affermò tutto piacergli nel suo tentativo, l'animo, il fine, la stessa morte; rincrescergli, e Dio sa quanto! se dovesse dalla non riuscita averne danno o molestia la sua povera patria.

Coloro che col Burlamacchi non avevano mai consentito nè consentivano adesso, ammirarono la costanza e la generosità dell'uomo; gli altri non ammirarono nulla e, vie più temendo ch'egli mutasse di proposito, instavano perchè della capitale e meritata pena senza indugio si multasse; ma i primi prevalevano dicendo: Adagio ai ma' passi, e posto il dito giusto sopra la piaga replicavano: Il subitaneo castigo parrebbe vendetta, non giustizia, e peggio ancora gli avversari nostri non senza ragione sospetterebbero:lo hanno morto perchè non parli, sendo tutti tinti della medesima pece. Così mareggiando in diversi pareri produssero la veglia fino alle sei della mattina; allora, sentendosi rifiniti dalla fatica e dalla commozione, deliberarono andare a riposarsi, non però prima di aver preso tutte le cautele affinchè il Burlamacchi, fuggendo, non portasse via il più potente documento della propria innocenza, la vita di lui: ormai avevano compreso tutti come il miglior mezzo di scolparsi fosse levare le mani tinte nel suo sangue gridando: «Non è colpa in noi!»

Pertanto gli anziani consegnarono il Burlamacchi a Sforza mazziero perchè lo conducesse nelle stanze del gonfaloniere e quivi lo guardasse a vista in compagnia di due targetti; se gli fuggisse, pena la vita. Prima cura di Francesco ricondotto nelle sue stanze fu cercare la lettera che innanzi la sua uscita di palazzo aveva scritto alla Signoria e trovatala bruciò: rovistato quindi e frugato ogni cosa, quanto gli occorse che potesse indurre remoto sospetto distrusse; assicuratosi che veruno documento avrebbe detto più o diverso da quello che avrebbe voluto confessare egli, dettò la dichiarazione la quale per me sarà riportata nel seguente capitolo; poi adagiatosi sul letto, dormì. Ma non dormirono gli anziani, stanchi invero, ma fieramente agitati da passioni diverse; però prima assai dell'ora in cui eransi data la posta convennero in palazzo; la paura non ha palpebre. Innanzi tratto ognuno portava nuova provvista di odiocontro il Burlamacchi, cagione che il quieto loro vivere adesso si trovasse esposto a cimento, quindi suprema cura di tutti porlo in sicuro: per la quale cosa, radunato il consiglio maggiore, misero a partito, che fu vinto con tutte le fave, dal palazzo si trasportasse Francesco Burlamacchi nella torre con buonissima guardia, la quale lo custodisse a vista giorno e notte perchè non pure ei non fuggisse, che questo credevano difficile, ma nè anco potesse darsi la morte. A tale uffizio preposero Iacopo Lioni mazziere, dandogli certo numero di targetti che di due ore in due ore mutassero, e così vispi sempre lo tenessero d'occhio; ancora fecero espresso comandamento al mazziere che non pigliasse da casa sua nè da altri cosa alcuna così al vivere come al vestire necessaria, chè tutto aríeno provvisto gl'illustrissimi anziani. Di più costituirono Alberto Capparoni maestro di casa della Signoria alla custodia della torre, dandogliene la chiave, e lo stesso Burlamacchi consegnandogli per istrumento pubblico: il Capparoni accettò l'ufficio, o perchè non potesse fare a meno, o perchè piace a cui sta sotto saltare quando capita sul collo ai superiori, sia pure carceriere o carnefice; però ci pose per patto che gli fornissero gente da poterle rilevare, sicchè la squisita vigilanza non venisse mai a languire.

I padri, consultato il negozio con più maturo consiglio, trovarono sempre maggiore argomento di spaventarsi: pareva loro impossibile che, correndo tempi pieni di mutazioni e vivendo uominiper natura e per abito sospettosi, si piegassero a credere Lucca incolpevole, anzi affatto inconscia della trama del suo gonfaloniere: se il papa o se l'imperatore pigliavano in odio la Repubblica, questa poteva apparecchiarsi a fare il suo testamento; e presso entrambi doppia l'accusa, epperò più difficile la difesa: al papa sarebbe premuto più la eresia, meno la ribellione, allo imperatore viceversa; la batteva tra la corda e la mannaia: quindi non è a dirsi se cotesti padri sentissero salirsi il freddo su per le ossa. Più che tutto tremavano di Cosimo duca di Firenze, genio malo; per istinto tigre, per potenza gatto; Tiberio nano, pure, non potendo sbranare, rodeva; e questa sua facoltà esercitava quotidianamente ai danni di Siena e di Lucca: a Siena rôse pur troppo: parricida, incestuoso, di eretici amico e ausiliatore, e nonostante questo ligio ai pontefici, zelatore di religiose susperstizioni e traditore del Carnesecchi. In tanto estremo loro non sovvenne lì su due piedi più sicuro consiglio oltre quello di mandare subito oratori ai principi italiani per giustificare la città e tenerseli bene edificati, sicchè tosto ne spedirono a Napoli, a Roma, a Genova, a Ferrara, a Bologna ed a Mantova: più solenne ambasceria fecero allo imperatore, nè trascurarono il concilio di Trento, presso cui ebbero difensore interessato sì ma efficace il cardinale Guidiccioni. Però sopra gli altri premeva Cosimo; onde statuirono spedirgli il più astuto dei loro cancellieri, e tale giudicarono che fosse Gherando Macarini: ancoramandarono significando ai cittadini lucchesi i quali o per ragione di mercatura o per vaghezza ovvero per ufficio si trovavano sparsi pel mondo che, per quanto avessero cara la patria e la grazia del senato, attestassero presso principi e repubbliche della innocenza della repubblica nello attentato del Burlamacchi; così i Lucchesi studiavano purgarsi dalla partecipazione del gesto generoso con la solerzia che il reo mette a scolparsi del delitto. I Lucchesi eseguirono il comando del senato con amore, se con frutto non so; fecero quello che i nostri diarii fanno, però gratuitamente, la quale cosa i nostri moderni diarii non fanno.

Il cancelliere Macarini, giunto alla presenza di Cosimo, con prolisso discorso gli espose lo accaduto; il quale dopo ch'egli ebbe udito con singolare pazienza, rispose: «Lo sapeva; la è stata una follia, una cosa da non darsene pensiero: non ci ha mestieri sforzo di fede per andare persuasi che i Signori lucchesi, così compassati, usi a non movere passo senza il pegno in mano, volessero ficcarsi giù a scavezzacollo in siffatto selcieto. Cancelliere, non istate a spendere più altre parole, voi predichereste ai convertiti.»

Al cancelliere Macarini venne tanto di cuore vedendo come agevolmente fosse riuscito nella sua commissione; e quasi stava per giudicare Cosimo migliore della sua fama, accorto sì, ma giusto principe, quando questi sempre con voce blanda soggiunse:

«Però, cancelliere dolcissimo, voi comprenderete di leggieri col vostro savio intendimento che, come io, non tutti la crederanno secondochè voi la contate e com'è; però il meglio sarebbe che voi consegnaste a me il Burlamacchi, ond'io facessi fabbricare il suo processo qui in Firenze dai miei giudici; così veruno dubiterebbe che io ne avessi spremuto il vero, e vi so dire ch'io lo so spillare.»

«La non pare proposta che cammini bene in gambe, imperciocchè ogni stato vada giustamente geloso della sua giurisdizione, e la Signoria Vostra Serenissima è qui per insegnarmelo», riprese il Lucchese mascagno.

«Certo questo non si può negare, ma nei casi straordinari è mestieri regolarci come possiamo, non come vogliamo.»

«Però io non mi persuado perchè altri deva diffidare della lealtà della Repubblica, molto più che noi circonderemo questo processo di tali è tante cautele da appagare i più sospettosi.»

«Ed io pure adopererei come proponete voi: anzi io non mi oppongo a che i giudici sieno tanti e tanti; cioè mezzi lucchesi e mezzi fiorentini.»

«Serenissimo, non sono i giudici quelli che mettono in pensiero, bensì la tortura, l'eculeo e gli altri tormenti di cui voi siete in abbondanza fornito.»

«Forse ne vanno sprovvisti i vostri?»

«No, ma voi sapete che tutto sta nello adoperarli.»

«Or bene io mi obbligo, per fede a rendervelo vivo.»

«Serenissimo, rispose il Macarini guardandolo dentro gli occhi, nell'attimo che precede la morte l'uomo non è vivo?»

«Voi, ben me ne accorgo, a verun patto consentite consegnarmi il vostro gonfaloniere. Volete sapere che cosa ne dirà l'universale? Dirà che voi repugnate a lasciarvelo scappare di mano per paura ch'egli confessi cose le quali palesino la ribellione di cotesta vostra repubblica alla maestà dell'impero ed alla dottrina di santa madre Chiesa.»

«Serenissimo, per quanto mi è dato conoscere, io vi assicuro diversa affatto la causa per cui i Signori rifuggono dal commettere in balía vostra la vita di Francesco Burlamacchi.»

«E quale dunque? Parlate.»

«Per obbedienza al comandamento della Serenità Vostra io parlerò: penso, e, così dicendo, se non imbrocco, rasento il vero, che i miei Signori temano che voi per forza di tormenti facciate dire al Burlamacchi non quello ch'è vero, bensì quello che gioverebbe al vostro fine di disservire la Repubblica presso l'imperatore e il pontefice. Per altra parte a me fa difetto la commissione per negoziare simile faccenda: piacciavi, se così vi talenta, indirizzarvi alla Signoria.»

E Cosimo, che non si dava agevolmente per vinto, quindi a breve spedi suo oratore alla Repubblica messere Agnolo Niccolini, uomo sagace, devotissimo a lui, onde aguzzasse il suo ingegno per farglielo avere. Il panno mostrava troppo lacorda, sicchè da un lato cresceva la tenacità a negarle alla stregua che dall'altro diventava più intensa la smania di volerlo. Parole molte, anzi infinite, scaltrimenti sottili e scherma da disgradarne i più scaltriti negoziatori, profferte e carezze, tutto riuscì invano: oltre alle ragioni già riferite, il Niccolini allegava come veruno meglio del duca fosse impegnato a scoprire proprio come la fosse ita la faccenda; e veruno essere provveduto meglio di lui degli arnesi adattati a questo. Lucca, luogo oltre ogni credere male acconcio a formare il processo; imperciocchè, messa da parte qualunque complicità dal lato dei concittadini e dei parenti del Burlamacchi, egli era naturale almeno che i congiunti, gli amici ed i clienti della sua casa e suoi di ogni pruno facessero siepe per arruffare le prove e sottrarlo al castigo: si lasciassero servire. Ma i Lucchesi, che non si volevano lasciare servire, volendosi salvare dall'ardente molestia, altro scampo non trovarono che dirgli: il fatto del Burlamacchi come attentatorio alla maestà dello impero doversi denunziare a cesare, il quale nel suo consiglio ordinerebbe quello che avessero a fare. — Cosimo sentì la botta; rise sottile, nè potendo pararla, risposo: «Giusto! Anco a lui pareva così: non si potevano i Signori riporre in migliori mani di quelle di cesare»; e volse raddoppiati i suoi conati in corte dello imperatore per avere il Burlamacchi, argomento per lui di terrore e arnese buono ad allargargli il principato.


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