Guarino a FerraraPrimo quinquennio(1430-1435)200.Guarino giunse a Ferrara nell'aprile del 1429 e appena giunto meditava di ripartirne, perchè anche ivi si era manifestata la peste. Si rifugiò in un paese vicino, ad Argenta, nella casa di Luigi Morelli, insieme coi figlioletti dello Zilioli, col loro institutore Antonio Bresciano e con alcuniamici ferraresi. Nei primi giorni tutto camminò bene; ma verso la metà di giugno Argenta fu invasa con violenza dall'epidemia. Guarino senza indugio sparpagliò parecchi dei suoi domestici, mandandoli chi qua, chi là, ma non potè evitare che tre della sua casa fossero attaccati: il suo parente Giovanni d'Este, Paolo Zilioli e l'institutore Antonio. Antonio si salvò, ma Giovanni e Paolo rimasero vittime. Lo Zilioli ritirò subito in casa l'altro figlio, Bonaventura.201.La morte di Paolo fu un grave colpo a Guarino, ai genitori, ad Antonio Bresciano, il quale fece di tutto per salvarlo e non se ne potea dar pace. Il più forte fu il padre; la madre ne rimase tanto desolata, che solo al veder persone che glie lo rammentassero dava in smanie. Così l'11 novembre Guarino andò a Porto, su quel di Ferrara, dove villeggiavano gli Zilioli per tenersi lontani dalla peste; procurò bensì di nascondere la sua venuta, ma ciononostante donna Zilioli lo seppe e questo bastò per rinnovarle l'acerba ferita. Il povero Guarino sentì profondo dolore di quella perdita. Lo chiamava il «suo Paolo». «Giovinetto di buona indole, d'ingegno, modesto, studioso e che facea concepire di sè le più belle speranze. Oh quanto giovamento mi aspettavo da lui per i miei figli!» Morì munito di tutti i conforti della religione ed ebbe un accompagnamento se non pomposo, che non lo permetteano le condizioni sanitarie, certo affettuoso.202.Dopo la disgrazia di Paolo, Guarino cambiò di alloggio, andando ad abitare nella casa di Giacomo del Bando. Nella casa di Luigi Morelli, che fu chiusa, lasciò una parte delle masserizie e supellettili, le quali più tardi, nell'agosto, gli furono rubate da un monaco, che vi si era introdotto nonostante che fosse luogo infetto.Quid non mortalia pectora cogis, auri sacra fames, esclama Guarino nel raccontare le prodezze del frate,homo religiosus, paupertatis professor!203.In sul principio di luglio si diffuse la falsa notizia della morte di Guarino. La notizia giunse anche a Pavia, dove la udì il Panormita da un prete venuto da Venezia, il quale l'aveva intesa colà da certi veronesi. Il Panormita non si può trattenere dallo scriverne all'Aurispa, che era in quel tempo a Ferrara, sfogando il proprio cordoglio per sì grave perdita e tessendo sincere e magnifiche lodi di Guarino, di cui esalta specialmente la modestia, i meriti letterari e la bella abitudine che aveva d'incoraggiare gli studiosi e gli amici. Conchiude eccitando l'Aurispa a comporre lui più degnamente l'elogio dell'illustre defunto.204.Effettivamente la notizia si era sparsa in Verona, dove e amici e cittadini tutti lo piansero morto, esaltandone le virtù e i meriti. Quando lo Zendrata si accertò della falsità di quella voce, ne scrisse a Guarino, esponendogli quanto lutto avesse destato in Verona il triste annunzio e congratulandosi, perchè annunzio di morte falsa è presagio di vita lunga. Guarino lo ringraziò chiamandosi fortunato che a lui vivo fosse toccato di sentire le lodi che gli sarebbero state tributate dopo morto. Coglie nel medesimo tempo occasione di dire quant'egli ami la sua città nativa, con la quale, anche peregrinante per diverse terre in cerca di aria salubre, mantiene pur sempre affettuosa corrispondenza.205.Così egli si ricorda al compare Damiano Borghi, ad Agostino Montagna, a Bartolomeo Brenzoni, al Maggi, agli Ottobelli, ai Fano. A Verona si erano ricoverati anche alcuni amici di fuori, quali Stefano Tedeschi e Tommaso Cambiatore, che stava allora traducendo in ottava rima l'Eneide.206.Lo Zendrata visitò Guarino ad Argenta, di dove passò nell'agosto diretto a Forlì. Per mezzo di lui Guarino affittò la propria casa di Verona. Ivi abitava la madre e per la madre sola era troppo vasta. «Sarebbe opportunoprendere a pigione per lei la casetta di Antonio Verità, che stava di faccia; la sua si poteva affittare per un paio d'anni, chè tanti egli contava di rimaner fuori: così se ne sarebbe cavato un certo profitto». Raccomandava però allo Zendrata di trattar la faccenda con la madre molto delicatamente, sia per l'affetto che ella portava a quella casa, sia perchè le rincrescesse l'assenza del figlio da Verona.207.Quando nemmeno ad Argenta si sentiva più sicuro per il diffondersi del contagio, pensò Guarino di mutar paese e si recò nel 27 settembre a S. Biagio a cercarvi un'abitazione e scelse quella di Paolo Rasponi; poscia vi andò con la famiglia. Ivi rimase sino al 21 decembre, nel qual giorno ritornò a Ferrara.208.La vita di Guarino in questi ultimi mesi di fuga fu molto angustiata. In famiglia continue malattie e morti: morti di amici e malattie delle fantesche e dei bambini. Niccolò, l'ultimo nato, ammalò di vermi e poi di febbre per la dentizione, Agostino e Gregorio di febbre, Manuele di una caduta, poichè vivace com'era giocando cadde e si ruppe la nuca. A Guarino toccava far da balia. L'abitazione era ristrettissima. «Una sola camera serve da dormitorio, da cucina, da granaio, da portico, proprio come la povera gente che del medesimo abito si fa ora mantello, ora camicia, ora lenzuolo. Spesso i bicchieri, le pentole, i piatti, i codici si disputano il posto. Mi accade di stender la penna verso il calamaio e la intingo nella saliera, intanto che i ragazzi mi fanno intorno uno strepito d'inferno».209.Uno dei pensieri che più affannavano Guarino era quello dell'imminente parto della moglie; ma s'ingannò nei calcoli, perchè il 9 ottobre comincia a vedere i segni del prossimo parto e nel 30 decembre la moglie non aveva ancora partorito. Come trovare la levatrice? A S. Biagio ce n'era una abbastanza brava, ma nemica giurata dell'acqua etroppo devota di S. Martino. E il giorno del parto che sarà di lui? Avrebbe dovuto abbandonare il letto, nè solo il letto, ma anche la stanza, poichè un'unica stanza avevano. Dove andare a dormire, se nel paese non c'erano alberghi? alcuni lo consigliavano a rifugiarsi in una stalla, che là starebbe caldo; egli invece preferiva di farsi amico l'oste, affinchè la notte del parto gli desse alloggio. Oh perchè non sono ostetrico io! esclama Guarino. Però, aggiunge, la moglie ha fatto un patto con me, di partorire di giorno, così i miei sonni non saranno turbati.210.Tra i dispiaceri di Guarino vanno pure contate le disgrazie degli Zilioli, i quali formano ormai coi Guarini tutta una famiglia. E con lo Zilioli mettiamo insieme i suoi due generi: Niccolò Pirondoli e Ugolino Elia. A Giacomo Zilioli morì prima la madre Teodora e quindici giorni dopo il piccolo Paolo; al Pirondoli morì la moglie, figlia di Giacomo, a Ugolino il piccolo figlio Girolamo, nipote di Giacomo; senza parlare della malattia mortale di Giacomo stesso, felicemente curata dal medico Filippo Pelliccioni. E in mezzo a tutti questi colpi l'animo dello Zilioli si mantiene sempre imperterrito. Guarino gli scrive lettere meste per compiangere le sventure di lui ed egli risponde dandogli coraggio, sicchè Guarino deve più d'una volta esclamare: «ero venuto a consolarti e sono invece consolato». Nei primi di novembre Guarino cominciò a lavorare intorno all'elogio di donna Teodora, dal quale ricaviamo ch'ella visse 65 anni, che si maritò a 16 anni con un Zilioli ed ebbe da lui sette figli, di coi il primogenito fu il nostro Giacomo. Guarino attinse queste notizie dai due Zilioli, padre e figlio. Egli mette specialmente in rilievo la cura che donna Teodora aveva per i poveri.211.Guarino fu visitato di quando in quando da quelli di casa Zilioli: nel luglio andò ad Argenta la contessa Pirondoli,moglie di Niccolò; nel settembre ad Argenta e nel novembre a S. Biagio Ziliolo Zilioli. Guarino fece una corsa a Porto per trovare Ugolino Elia. Giacomo Zilioli mutava anche egli paese per fuggire la peste; ma gli affari lo trattennero gran parte a Ferrara, dove Guarino gli raccomandava spesso amici e conoscenti, p. e. Guido da Bagnacavallo imputato di furto, il visconte di Argenta, calunniato malignamente di non aver assistito ai funerali di Paolo; Giacomo e Pietro del Bando, Biagio e Domenico de Martiis, don Antonio rettore di una chiesa di Argenta, Anna vedova di Luigi Morelli. «Tu ti seccherai di tante raccomandazioni, gli dice Guarino, ma la colpa è tua. Tu mi ami, mi stimi, la gente lo sa e corre da me, affinchè io interceda presso di te. Dall'altra parte a costoro io vado debitore di molti beneficii; quando e come potrei io ricambiarli? Ricambiali tu per me, giacchè essi mi hanno servito con la persuasione di servir te».212.Tornato a Ferrara il 21 decembre si dà attorno a preparare il corso delle sue lezioni. Rimpatriare non gli sembra prudente, così nel cuor dell'inverno, coi bambini e con la moglie imminente a partorire. Dall'altro lato la gioventù ferrarese lo invitava ad aprire scuola a Ferrara. Non gli pare svantaggiosa la proposta e intende fare l'esperimento.213.Fu alloggiato primieramente in casa dei fratelli Strozzi: Niccolò, Roberto, Lorenzo, Tito; dal 1437 in poi abitò casa propria, che era stata degli eredi Boiardi e gli fu pagata dal marchese.214.Poco dopo l'arrivo a Ferrara la moglie gli partorì una bambina, Libera, che doveva essere tenuta a battesimo da Ziliolo Zilioli; ma siccome era a Roma per un'ambasceria, così lo sostituirono il padre e la moglie Caterina. Al battesimo assisteva anche il marchese Niccolò. Per tal modo gli crescevano i Guarinelli ed egli aveva il suo bel da fare adattendere al loro allevamento e alla loro educazione. Girolamo il primogenito, sugli otto anni, già cominciava a scombiccherare qualche lettera, come nell'occasione che scrisse a Stefano Tedeschi, anche a nome dei fratellini, per ringraziarlo di alcuni doni loro mandati. I doni consistevano in formaggi, vino, vasellami; ma quello che più dilettava i Guarinelli erano certe saliere con figurine grottesche. Quelle figurine, quando essi si mettevano a tavola, erano fatte segno a mille giochi e motti: i Guarinelli le chiamavano per nome, le mostravano a dito, le castigavano, le ammonivano, mandavano loro sorrisi e le contraffacevano. Il padre invece contemplava la damigiana di vino, la quale egli votava molto parcamente, affinchè gli durasse un pezzo: «così in luogo di essergli incentivo alla intemperanza, essa gli era cagione di temperanza».215.La cultura letteraria a Ferrara quando vi arrivò Guarino era su per giù a quel medesimo livello, in cui si trovava nelle altre città italiane avanti che vi penetrasse l'umanismo. Nelle scuole s'insegnava come e quanto si poteva insegnare in una scuola medievale; il latino che vi si imparava e vi si scriveva non veniva attinto alle fonti classiche, ma alla tradizione e alla consuetudine curiale; era il latino dei notai, dei glossatori, dei teologi; di greco manco l'ombra. Di quelle condizioni della cultura ci lasciò un quadro desolante il Carbone; ma ivi c'è della esagerazione retorica. E poi egli scriveva nel 1460, in un tempo in cui Ferrara possedeva una delle più fiorenti scuole umanistiche italiane. Di Mantova prima di Vittorino, di Padova prima del Barzizza, di Pavia prima del Panormita e del Valla si poteva fare il medesimo quadro.216.Del resto anche prima che Guarino vi arrivasse, era penetrata a Ferrara la sua influenza per opera di Ugo Mazzolati. Del 1422 poi vi si era fermato qualche tempo il Biondoe alla fine del 1427 vi si stabilì l'Aurispa. L'Aurispa aveva cultura latina e greca, avea tra l'altro insegnato un anno nello studio di Bologna e un anno in quello di Firenze, ma non era stoffa da caposcuola. I codici più che interpretare ed emendare, li sapeva mercanteggiare; tutt'al più poteva essere un institutore privato, un buon pedagogo. E infatti a Ferrara fu chiamato dal marchese Niccolò quale institutore di Meliaduce, uno dei suoi ventun figli bastardi. E dell'aver scelto l'Aurispa gli va data lode; quantunque vi ebbe certo la sua parte Guarino.217.Meliaduce era stato destinato dal padre alla vita ecclesiastica; il figlio vi si oppose, anzi nel luglio 1425 scappò da Ferrara a Milano: cosa che naturalmente levò scandalo. Ma finalmente vi si adattò e vestì l'abito di abate del monastero di Pomposa vicino a Ferrara; fu anche protonotario. L'Aurispa, che già nei suoi primi anni era stato cantore nella collegiata di Noto, ne seguì l'esempio e nel 1430 vestì l'abito religioso, ottenendo dal marchese il posto di priore della chiesa di S. Maria in Vado, posto che non abbandonò mai per tutta la vita.218.Nel 1431 fu chiamato alla corte di Ferrara anche Giovanni Toscanella e a lui fu affidata la educazione di Borso, un altro figlio di Niccolò. Alla chiamata del Toscanella non fu probabilmente estraneo Guarino. Borso fu uno dei successori del padre nel marchesato. Parimenti Guarino venne invitato a Ferrara quale institutore di corte e gli fu affidato Leonello, il figlio prediletto di Niccolò, che gli successe immediatamente nel governo. Come si vede, Niccolò non pensava da principio alla fondazione di un grande Studio pubblico, ma a raccogliere in corte un circolo dei migliori maestri del tempo; per l'appunto lo stesso scopo si era prefisso Gianfrancesco Gonzaga, quando nel 1423 invitò alla sua corte Vittorino da Feltre. L'idea dell'università sorse piùtardi spontanea, dopo che già erano a Ferrara tutti gli elementi per costituirla. E il primo, il più forte impulso lo diede Guarino, il quale pur facendo il pedagogo di Leonello, apriva un corso privato per la gioventù ferrarese desiderosa di entrare nella nuova via degli studi classici; e intanto raccoglieva intorno a sè altri ingegni, quali l'Aurispa, il Toscanella, il Cappelli, il Marrasio, il Lamola, il Faccio, correggendo con essi testi e cercando codici; e formava per tal modo un fascio di tutte quelle operosità individuali, che prepararono il terreno all'università, nella quale Guarino inaugurò nel 1436 il suo corso ufficiale.219.Guarino a Ferrara assunse subito quella medesima posizione, che egli aveva a Verona e che forma una delle sue più notevoli caratteristiche. Egli cioè non è soltanto l'institutore del marchesino, il maestro della gioventù, ma è pure l'ambasciatore confidenziale della corte, l'oratore delle solennità sì principesche che cittadine. Così nel palazzo di Belfiore la pasqua del 1430 il marchese insigniva del cavalierato il veronese Paolo Filippo Guantieri, che andava magistrato a Firenze, e Guarino pronunziava il discorso d'occasione. E con un discorso egli salutava nell'anno stesso il ritorno di Ziliolo Zilioli da Roma, dove era stato con un incarico del marchese. Il discorso è un inno entusiastico alle virtù di Giacomo Zilioli e della sua famiglia.220.Chi avrebbe allora pensato che soli quattro anni dopo, nel 1434, i due Zilioli padre e figlio sarebbero stati per reato di tradimento gettati nella torre di Castelvecchio? Strani contrasti nella sorte degli uomini! Il padre fu strangolato l'anno stesso; il figlio fu lasciato in carcere tredici anni, dopo i quali venne rimesso in libertà, ma senza poterne godere i beneficii, perchè morì subito. Monumento della sua prigionia ci resta una commedia, laMichaelida, nella quale egli raffigurava il suo misero stato.221.Nel gennaio del 1431 Guarino andò a Ravenna, accompagnato da Brandelisio de' Boccamaiori, ad esprimere, d'incarico del marchese Niccolò, le proprie condoglianze ad Obizzo da Polenta, signor di Ravenna, al quale era morto il padre. Nel luglio del medesimo anno fu creato vescovo di Ferrara Giovanni da Tussignano, e Guarino lo felicitò con un pubblico discorso. Solenne fu pure l'avvenimento del marzo 1432, che provocò due orazioni, l'una di Guarino, l'altra di Paolo Maffei. Due nobili spagnoli, nemici implacabili, si erano sfidati a morte e dato l'appuntamento a Ferrara; l'8 marzo i due rivali erano sul terreno per azzuffarsi, quando il marchese Niccolò con bei modi si intromette e riesce a pacificarli. L'orazione del Maffei è una eccitatoria al marchese perchè impedisca il duello, quella di Guarino è una gratulatoria per la riconciliazione ottenuta.222.L'anno seguente, 1433, passava per Ferrara l'imperatore Sigismondo reduce da Roma, dove era stato incoronato. A Ferrara arrivò il 9 settembre e ne ripartì il 16. Il giorno 10 Leonello salutò l'illustre ospite con un discorso scritto da Guarino. L'imperatore conferì le insegne equestri a cinque figli del marchese, tra i quali a Leonello. La cerimonia ebbe luogo il 13 settembre e in quell'occasione Guarino disse un discorso in onore di Leonello. E il discorso non mancò in altra occasione, pure fausta, quando nel febbraio 1435 Margherita Gonzaga andò sposa a Leonello. Come dono di nozze Guarino gli offrì la traduzione delleVite di Lisandro e Sulladi Plutarco.223.Guarino, che amava molto i ragionamenti filosofici e religiosi, aveva a Ferrara l'opportunità di appagare questo suo bisogno. Una delle persone, con le quali si intratteneva di filosofia, era il milanese Filippo Pelliccioni, medico della corte Estense e di casa Guarini, quanto valente nella sua professione altrettanto dotto negli studi letterari ed esemplarenei costumi. Una volta nel 1430 si trovarono insieme nella villa di Belfiore, dove ragionarono di Platone. Frutto di quel ragionamento fu un lavoro di Guarino su Platone, nel quale narra la vita ed espone le dottrine dell'illustre filosofo greco. Il lavoro fu dedicato al Pelliccioni.223bis. Del resto prendeva parte volentieri anche agli spassi, specialmente se conditi di reminiscenze classiche, quale fu la mascherata mitologica del carnevale del 1434. La ideò e la allestì Giovanni Marrasio. Spirito bizzarro questo siciliano! Dopo aver trascorso gli anni giovanili a Siena, amando e cantando nell'Angelinetumla sua bella Angelina, si ridusse nel 1430 a Firenze, dove godè le simpatie di tutti quegli umanisti; ma fuggito di là quell'anno stesso per la pestilenza, si recò a Padova a studiare medicina, «in mezzo alle paludi e alle rane». Fece tre anni di medicina; passò indi a Ferrara, dove si stabilì parecchio tempo; da ultimo finì prete in Sicilia. Nella mascherata si vedeva un Apollo con raggiera in testa e un manto sino ai piedi, un Bacco barcollante e col tirso in mano, Esculapio con gran barba bianca, Marte e Bellona a braccetto e armati, Mercurio con le ali alle calcagna, Priapo con una canna in testa, Venere col pomo, Cupido con le freccie; e dietro a loro le Furie, le Parche, Ercole, Cerbero e via via. Il Marrasio, in costume di Bacco, declamò dinanzi al marchese un carme sulle maschere; rispose poi per il marchese con un altro carme Guarino.224.Memorabile fu in quell'anno (1434) anche la quaresima, nella quale predicò a Ferrara frate Alberto da Sarteano, l'alunno di Guarino. Che gioia non dovette essere per Guarino, dopo dodici anni che non rivedeva il suo scolaro, e ora poterlo ammirare nella pienezza della sua vigoria oratoria! «Che specchio di virtù quel frate! che fascino nella sua parola, che erudizione, che scienza dicose divine ed umane, che facondia, che fulmini contro i vizi!» Guarino forniva ad Alberto buoni codici di testi sacri, p. e. il suo Lattanzio, e gli dedicò laVita di S. Ambrogio. E nei loro colloqui fra i tanti altri argomenti devono aver toccato spesso dell'Ermafroditodel Panormita, l'idea fissa di frate Alberto, e c'è da supporre che il frate si sia fatto promettere da Guarino la ritrattazione di quel giudizio sull'Ermafrodito, che era diventato famoso e che aveva scandalizzato tante persone. E in vero quando dopo la pasqua Alberto passò a Padova, scrivendo di là al ferrarese Bendidio, lo pregava di chiedere a Guarino se si rammentava della promessa fattagli: chè a Padova pur tra le persone rispettabili il nome di lui non sonava troppo accetto, appunto per quel malaugurato giudizio. Finalmente pare che Guarino abbia preso una risoluzione e nel primo gennaio 1435 scrive la ritrattazione; scelse il primo dell'anno e la scelta fu certo meditata: anno nuovo, vita nuova.225.La ritrattazione è indirizzata al Lamola, lo stesso a cui era stata scritta la prima lettera. Questa ritrattazione produce, direi, una penosa impressione; sembra di sentire Guarino sotto il peso di uno scrupolo, che non è sorto spontaneo dalla sua anima, ma che gli fu suscitato da altri. Il pretesto poi della ritrattazione è puerile. Finge infatti di avere ricevuto una edizione dell'Ermafroditocon la sua lettera premessavi come introduzione. Ma vide con grande suo stupore che la lettera era mutila di alcuni passi, di quelli appunto che temperavano, anzi distruggevano le lodi che egli aveva date al Panormita. Egli aggiunge adesso i passi tolti, spiegando meglio il suo concetto e pregando il Lamola che come aveva disseminato la prima lettera, la quale avea fatto il male, così disseminasse anche la seconda, la quale portava il rimedio. Ma Guarino si tradisce e qua e là nella lettera si incontrano delle espressioni troppo trasparenti, nelle qualiegli dimentica che vuol correggere il suo antico giudizio e fa chiaramente scorgere che lo ritratta.226.Ma la cura principale di questo primo periodo (1430-1435) della dimora di Guarino in Ferrara fu l'educazione del suo nobile allievo, il marchesino Leonello, già destinato a succedere al padre nel principato. Quando Guarino andò a Ferrara, Leonello aveva 23 anni. Era nato nel 1407. Avrà fatti i suoi primi studi elementari come si poteano fare in una città dove ancora non eran giunti gli umanisti; indi il padre lo mandò a scuola di guerra sotto Braccio di Montone: ciò fu nel 1422, quando Leonello aveva 15 anni. Tornò a Ferrara dopo la morte di Braccio, nel 1424.227.La base fondamentale del metodo didattico di Guarino era l'intimo legame del maestro con gli scolari: legame di affetto reciproco, di rispetto e di venerazione da parte degli scolari, di benevola familiarità e dolcezza da parte del maestro. Il maestro poi dovea soprattutto essere ai suoi scolari uno specchio vivente di onestà e costumatezza. Questo metodo l'aveva imparato da Guarino a Venezia Vittorino, il quale lo applicava e sviluppava presentemente in Mantova alla corte dei Gonzaga. E all'efficacia di esso contribuiva non poco la reciproca e costante stima e benevolenza di Vittorino e di Guarino, che si riverberava nei loro allievi principeschi, quali Carlo Gonzaga e Leonello d'Este, senza dire che Leonello era fidanzato di Margherita Gonzaga, allieva di Vittorino, quella che nel 1435 egli condusse in moglie.228.Guarino è orgoglioso e geloso del suo alunno. Il suo nome non morirà, perchè i posteri lo congiungeranno con quello di Leonello:Guarinus Leonelli. «Io sono umile e oscuro; ma di rimbalzo la mia oscurità verrà illuminata dal tuo splendore. Non vediamo noi il pantano percosso dai raggi solari generare fiori bellissimi?» Lo vuole sempre vicino a sè. Quando egli è lontano, Guarino è in continuapreoccupazione per la sua salute e lo invidia ai campi, che egli percorre, agli amici, che lo accompagnano. Le frasi che egli adopera verso Leonello sono quelle stesse di una madre verso il figliolo: «Testolina gaia, dolcezza mia, volto amabile, aspetto adorato».229.E Leonello in ciò lo secondava mirabilmente. Ecco come gli risponde dalla villeggiatura di Porto: «Ieri, di giorno, stavo leggendo il mio Cesare, soletto nella mia stanza; non volevo lasciarmi sorprendere dalla sonnolenza di quest'afa estiva e nel medesimo tempo ne provavo gran diletto. Ed ecco intanto giungermi la tua bella e affettuosa lettera. Con che benevolenza, con che sollecitudine ti preoccupi della mia salute! Ed è giusto. Se noi ci prendiamo cura, per semplice istinto, di tutti i nostri simili, che non faremo per quelli che ci sono legati da intimi vincoli d'affetto! Vedi dunque che non è proprio il caso che tu debba scusarti. Tutt'altro! Bisognerebbe non aver cuore per rimproverare l'affettuosa sollecitudine di chi si preoccupa del nostro stato; anzi quella sollecitudine merita le nostre lodi, il nostro plauso ed è la più bella prova che si è amati. E io lo so che tu mi ami, non fosse altro per l'obbligo che ha ogni anima ben nata di corrispondere all'amore, e l'amore mio per te è immenso, ardente, come quello di un figlio verso il proprio padre, anche perchè così vollero i nostri antichi, che veneravano quale un padre il precettore».230.E alle parole aggiungeva i fatti, giacchè ora donava al suo maestro del grano, ora gli mandava le primizie della sua caccia: caprioli, fagiani, quaglie. Quelle bestiole erano morte, eppure venivano apportatrici di tante cose a Guarino, venivano messaggere del suo Leonello ed egli le baciava ricevendole e preparava ad esse quella onorata sepoltura che loro si conveniva: «bruciate sul rogo all'uso antico e seppellite nello stomaco tra una lieta brigata di amici».231.Leonello era appassionato per la caccia e Guarino gliela inculcava: perchè nel suo insegnamento dallo sviluppo morale e intellettuale non bisognava mai scompagnare lo sviluppo fisico. Questo era un felice ritorno alla educazione greco-romana, applicata e diffusa specialmente da Vittorino. E poi non è la caccia una preparazione alla guerra, anzi una simulazione di guerra? «Ci si alza il mattino per tempo, si affrontano i geli, gli ardori, la fame e la sete; ivi attacchi veri e finti, imboscate e lotte, colpi di freccia e di giavellotto: insomma una battaglia». E oltre la caccia gli consigliava i giochi, p. e. il gioco della palla: «anche Alessandro e Scevola si dilettavano di giocare alla palla. E buone sono le passeggiate in campagna. I grandi Romani dopo le cure di Stato non si vergognavano di prendersi un divertimento all'aria aperta; Scipione e Lelio nei loro momenti d'ozio andavano sulla spiaggia di Gaeta a raccogliere gusci di ostriche e a far mille chiassate».232.E il nuoto? «Oh il nuoto oltre che refrigerare il corpo, gli dona elasticità. Come è bello da una riva erbosa e verdeggiante gittarsi in un fiume dalle onde cristalline e ora tuffarvisi, ora lasciarsi trasportare supino dalla corrente, ora romper l'acqua con le braccia. L'uomo che sa nuotare ha si può dire natura doppia: quella degli animali di terra e quella dei pesci. Quanti illustri personaggi antichi e moderni non furono valenti nuotatori. Basti ricordare Orazio Coclite, che si salvò a nuoto nel Tevere dagli assalti di Porsena, Cesare, che si salvò dall'insurrezione alessandrina a nuoto sul mare, Alessandro.... Ma Alessandro era troppo imprudente e per essersi bagnato nelle rigide acque del Cidno fu a un punto di perderci la vita. Valga il suo esempio a renderti prudente, o Leonello».233.Non meno che all'educazione fisica del suo allievo badava Guarino alla sua educazione morale, avendo soprattuttodi mira gli ammaestramenti che si riferivano ai suoi obblighi di principe. A questo fine gli tradusse due opuscoli di Isocrate, nell'uno dei quali sono esposti i doveri dei sudditi verso il sovrano, nell'altro i doveri del sovrano verso i sudditi. La virtù che più di ogni altra gli inculcava era la clemenza, quantunque Leonello per natura sua fosse mite e clemente e solesse ripetere la parola di Tito: non dovere un principe lasciar partire nessuno dal suo cospetto senza conforto.234.Ma dove Guarino concentrò la sua operosità didattica fu nell'educazione letteraria; e qui trovò terreno fecondo e docile. Leonello aveva veramente trasporto per gli studi; e Guarino fu orgoglioso di affermarlo al Niccoli, quando nel 1431 passò da Ferrara. E non solo coltivava la letteratura latina, ma anche la volgare e le arti belle, la musica, il canto e la pittura. Fra le discipline prediligeva la storia, fra gli autori Cesare, che era il suo ideale come scrittore, come capitano e come uomo politico; e per questo appunto Guarino gli fece una redazione deiCommentariidi Cesare. Gli traduceva gli autori greci, specialmente Plutarco, e gli cercava codici. Alla ricerca dei codici prendeva parte anche Leonello, come nel domandare al cardinale Orsini le nuove commedie di Plauto e nel far venire da ogni dove manoscritti dellaStoria naturaledi Plinio, della quale Guarino preparava una redazione, che fu terminata nel 1433.235.Quando poi Leonello era fuori in villeggiatura, se incontrava nelle sue letture qualche difficoltà, si rivolgeva al suo maestro, che subito gli risolveva i dubbi e approfittava di quelle occasioni per dargli massime e precetti. «Allorchè leggi non biascicar le parole, ma pronunziale a voce alta; ciò oltre che aiutare la digestione, imprime meglio nella mente i pensieri. Percorso un periodo, raccogline mentalmente il contenuto: se non hai capito la prima volta, leggilo e rileggilo, imitando i tuoi bracchi, che quando sentonola selvaggina nelle stoppie e non riescono a scovarla, fanno e rifanno le medesime peste. Terminato un capitolo, fermati un poco a riassumerlo tutto; ma il riassunto non deve essere letterale, bensì baderai al senso; letteralmente ripeterai solo i luoghi più salienti: una frase elegante, un bell'aneddoto, un'arguta risposta. Sceglierai poi un giorno nel mese a ripassarti tutti codesti luoghi. Opportuno sarà anche che tu ti prenda un ripetitore, col quale riepilogare le lezioni imparate e non dimenticar mai di notare in un quaderno le principali nozioni che man mano acquisti nelle tue letture, ordinandole e classificandole. Se ti manca il tempo, pigliati un ragazzo intelligente che ti copii e disponga la materia».236.Dei suoi studi classici Leonello ha lasciato documenti in alcune orazioni e lettere. Le prime volte gliele sbozzava o gliele correggeva Guarino, se forse non gliele componeva per intero, ma in seguito egli potè fidarsi alle proprie forze. Non c'è da lodare ivi nè la scelta dei concetti, nè la eleganza della forma; una certa facilità vi si incontra, ma nulla più. Guarino vedeva in lui tutto bello, ma l'affetto gli preoccupava il giudizio. In ogni modo lo stile ha tutto il colorito Guariniano.237.E ora che abbiamo esaminato l'operosità di Guarino in Ferrara, usciamo di là e vediamo quali vincoli lo congiungono con altri centri di studi. Col Friuli era in rapporti per mezzo del professore Giovanni da Spilimbergo suo parente, che fino al 1432 insegnò a Cividale, indi a Udine. Lo Spilimbergo gli chiedeva dei sussidi per l'illustrazione dei classici latini, specialmente di Plauto, e Guarino lo teneva informato delle ultime novità e nel medesimo tempo gli faceva delle benevole esortazioni di carattere molto intimo: si direbbe che in famiglia ci fossero delle discordie.238.A Verona Guarino aveva tanti amici e parenti ed è naturale che egli fosse in continua corrispondenza con lasua città natia. I Fano, gli Ottobelli, i Lombardi, lo Zendrata, il Maggi, Galasio Avogari non si dimenticavano di lui, che seguitava a indirizzarli e soccorrerli nei loro studi. Ma nel febbraio del 1430 lo colpì una grave e inaspettata sventura: gli morì la madre. L'aveva lasciata a Verona, donde la buona vecchia non si era mai mossa. Era solita ammalare d'inverno, ma la primavera le riportava la salute; questa volta le portò la morte. La dolorosa notizia gli fu data dallo Zendrata giusto appunto quando egli attendeva buone nuove di miglioramento. «È proprio così la nostra vita: siamo destinati a morire. Lo so bene che il pianto è inutile, ma è un legittimo tributo di affetto filiale». Sollievo nel grave lutto gli fu l'essere stata la madre assistita premurosamente nella malattia e le parole di sincera lode dettele sul feretro dal Maggi.239.I Veronesi non si sapevano rassegnare di aver perduto Guarino e cercavano di farlo rimpatriare. Pratiche erano state avviate a questo scopo sin dal 1432; ma era il tempo in cui ardeva la guerra tra la Repubblica veneta e il Visconti; e Guarino, per mostrarsi grato dell'invito, rispose doversi aspettare migliore occasione. L'occasione si presentò l'anno dopo, 1433, in cui fu conchiusa la pace. Il Consiglio di Verona aveva portato lo stipendio da 150 scudi a 200 per allettare maggiormente Guarino. E l'affare pareva conchiuso e se ne parlava a Ferrara, a Verona, a Venezia; quando tutto a un tratto Guarino dà al Consiglio una risposta gentile sì, ma che toglieva l'adito a ogni ulteriore speranza. Si capisce che nella deliberazione ci entrava anche la questione economica, perchè Guarino prendeva a Ferrara 350 scudi, ma il vero motivo fu che il marchese vi si oppose risolutamente, desiderando che si compisse l'educazione di Leonello. Allora Guarino seguitava ad essere maestro di corte.240.Capitava poi a Verona or questo or quello, per cui Guarino aveva occasione di mettersi in corrispondenza coisuoi concittadini. Così nel 1430 vi fece una gita il marchese Niccolò per assistere a un matrimonio nell'illustre famiglia dei dal Verme. Nell'autunno del 1434 vi andò podestà Francesco Barbaro, al quale appunto allora Guarino dedicò laVita di Focionetradotta da Plutarco. Il Barbaro per la via dell'Adige arrivò a Lendinara, dove fu ospitato dal conte di Sambonifacio, col quale parlò di Guarino, indi pernottò nella casa di Guarino a Villa Bartolomea. Il conte di Sambonifacio era stato nei suoi primi anni governatore di Padova, quindi fece la carriera militare sotto Braccio di Montone; presentemente viveva ritirato nel suo feudo di Lendinara, dove attendeva agli studi teologici, per i quali ricorreva spesso ai consigli di Guarino. Tenne a cresima un figlio di lui e così gli diventò compare.241.Comica fu la comparsa a Verona nel 1433 di un Calabrese. Era di statura piuttosto bassa, di persona smilza, gambe un po' storte, volto di color terriccio, guardatura guercia. Costui un bel giorno con un vestito stracciato e in stivaloni si presenta sulla piazza di Verona, seguito da un gran codazzo di curiosi, e improvvisa dinanzi al podestà un rimbombante discorso, infarcito di versi dei poeti d'allora. Quando dagli astanti gli fu chiesto chi fosse, egli rispose: «sono Antonio Panormita, poeta laureato, al servizio del duca di Milano». Sarebbe curioso sapere se questo ciarlatano avesse veramente veduto il Panormita e l'avesse praticato in modo da poterlo contraffare, chè non è improbabile che il Panormita offrisse qualche appiglio alla caricatura. Comunque, a Verona il nome del Panormita, da quando Guarino vi avea diffuso l'Ermafrodito, era venerato; e i Veronesi fecero a gara per rendere onore all'illustre ospite. Intanto qualcuno ne scrisse a Ferrara a Guarino, il quale capito di che si trattava rispose subito dando i connotati del vero Panormita. Seppero così che il vero Panormita non eraguercio e domandarono al Calabrese come avesse quel difetto. Il furbo matricolato inventò che era stato per una malattia. Gli domandarono il diploma della laurea poetica ed egli rispose che l'aveva dovuta vendere per comprarsi da mangiare. E continuò a menare per il naso i Veronesi, finchè Guarino non spedì a Verona una lettera a lui diretta dal Panormita; allora si persuasero; e il ciarlatano andò altrove forse a ripetere il gioco, poichè l'aveva già fatto anche prima nel Piceno.242.Intima, come si vede, e frequente era la corrispondenza di Guarino col Panormita; e tale essa si conservò tutto il tempo che il Panormita rimase a Pavia, cioè sino al principio del 1435, quando passò al servizio di Alfonso d'Aragona. Anzi fu per mezzo del Panormita che Guarino si tenne in stretta relazione col circolo letterario lombardo di Pavia e Milano, ma più di Pavia.243.Fra i tanti del circolo pavese, oltre il Panormita, conosciuti da Guarino nomino Catone Sacco e Maffeo Vegio, luminari della giurisprudenza, il secondo anche poeta e autore di libri educativi, e Lorenzo Valla, che allora faceva il suo primo ingresso, diremmo, ufficiale nella grande famiglia degli umanisti italiani.Bello e veramente eroico quinquennio fu questo (1431-1435) per lo Studio pavese! Francesco Pizolpasso, vescovo allora di Pavia e più tardi arcivescovo di Milano, uno dei più dotti ecclesiastici del tempo, pigliava parte attiva a quel movimento letterario; Francesco Bossi vescovo di Como vi insegnava diritto. Era viva ancora l'eco della voce venerata di Gasparino Barzizza, che aveva chiuso a Pavia nel 1430 la sua lunga carriera di insegnante e la sua lunga vita, quando vi venne a insegnare il Valla, presentato dal Panormita.244.C'era tra costoro due una differenza di 15 anni, eppure il Panormita già celebre non disdegnava di andare a sentirele lezioni del Valla, giovanotto appena; se non che questa fraterna armonia non ebbe a durare più di due anni. Intorno a quei due grandi si raccoglieva una turba numerosissima di allievi ed insegnanti, che cercavano godersi la vita alternando la serietà e l'operosità dello studio con la gaiezza clamorosa e con la spensieratezza deiconviviae dellecompotationes. Fu di là che il Valla lanciò nel mondo stupefatto e scandalizzato il suo libroSulla voluttà, in cui per la prima volta venivano solennemente rivendicati e affermati i diritti del senso sullo spirito; fu di là che il Panormita diffondeva per la prima volta in Lombardia la conoscenza di Plauto. E tempo di fiere polemiche fu quello: del Valla contro i giuristi, che egli mandava a imparar grammatica; del Panormita contro i minoriti, che non gli sapevano perdonare l'Ermafrodito; e da ultimo del Panormita contro il Valla; poichè i due umanisti avevano troppa coscienza delle proprie forze e, come suole avvenire, non poterono star lungamente insieme senza che sorgesse l'invidia a dividerli.245.Il primo passo a mettersi in relazione col circolo pavese lo fece Guarino. Già da Ferrara a Pavia andavano e venivano spesso persone d'affari e di studio e c'era quindi occasione di scriversi. Una di queste occasioni si presentò a Guarino nel 1430, quando andava a Pavia suo nipote Lodovico Ferrari. Quel nipote e sua madre Cecilia avevano una questione di eredità ad Alessandria e Guarino li raccomandò al Panormita, il quale parte con l'opera sua parte con la cooperazione di alcuni personaggi della cancelleria ducale riuscì a dar loro vinta la causa. Egli pose molto impegno nella protezione assuntasi e mostrò sincero affetto ai due raccomandati, che egli chiamava scherzosamente i suoiGuarinastrie ai quali concesse ospitalità nella propria casa.246.Verso il luglio dunque del 1430 Lodovico Ferrari andò a Pavia e Guarino ne approfittò per mandare unsaluto al suo Panormita, a cui da qualche tempo non scriveva, e per dargli notizie della sua nuova posizione a Ferrara.247.La gradita impressione prodotta da questa novella sull'animo del Panormita è da lui manifestata con queste caratteristiche parole: «posso senza commuovermi sopportare l'inedia, le malattie, la povertà, fin anco l'invidia degli uomini; ma non so padroneggiarmi davanti alla propizia fortuna degli amici». Di ricambio egli annunziò a Guarino la sua nomina di poeta aulico del Visconti e nel 1432 l'incoronazione poetica per mano dell'imperatore Sigismondo. Ad ognuno di questi annunzi l'animo di Guarino esultò di gioia.248.Il Valla e Guarino non si erano ancora veduti; ma il Valla trovò una occasione di andare a Ferrara a visitarvi l'illustre umanista, per il quale nutriva sincera stima. Egli aveva pubblicato nel 1430 il suo libroDe voluptatein forma di dialogo, nel quale gli interlocutori erano personaggi del circolo romano e fiorentino: tra essi anche il Panormita. Nel 1433 pubblicò la seconda edizione col titolo mutatoDe vero bonoe mutò anche gli interlocutori, sostituendoli con personaggi del circolo pavese e milanese, ma escluso il Panormita, col quale allora era in discordia. Di questa seconda edizione il Valla deliberò di far dono anche a Guarino e di portargliela in persona, per aver così opportunità di stringere conoscenza con lui. Ciò fu nel settembre 1433, quando il Valla si licenziò da Pavia. Il Panormita cercò di predisporre l'animo di Guarino contro il Valla, prima che costui arrivasse a Ferrara. Guarino però, uomo di molto buon senso e prudente, rispose alto alto al Panormita, schermendosi con frasi generiche, che non compromettessero la libertà del proprio contegno. Il Valla faceva allora un giro per Ferrara e Firenze, donde si sarebbe recato ad insegnare a Milano e a Genova. A Ferrara si trattenne un paio di giorni.249.L'accoglienza di Guarino deve essere stata soddisfacente, perchè il Valla la ricorda con una certa compiacenza. Noi del resto sappiamo che Guarino professava verace stima al Valla, a cui più tardi lodò leEleganzecon quelle parole, che il Valla ripeteva non senza orgoglio:Laurenti laurea et Valla vallari corona ornandus es. E quest'amicizia reciproca fu cementata da Girolamo Guarini, quando andò nel 1443 a Napoli al servizio di re Alfonso, raccomandato al Valla. Si capisce che quella visita a Ferrara sia stata sentita con dispiacere a Roma dal circolo del Poggio, del Loschi, del Rustici, tutti nemici del Valla. A Roma anzi dicevano che tra il Valla e Guarino si era un poco mormorato del circolo romano e che Guarino erasi mostrato freddo verso il Valla: voci nate, come è facile spiegare, dalla gelosia e in parte anche da una erronea relazione che di quell'incontro mandò a Roma ad Antonio Loschi il figlio Niccolò, il quale allora studiava sotto Guarino a Ferrara.250.In questo tempo Guarino oltre che per la sua fama di dotto e venerato maestro, correva sulle bocche dei Pavesi e dei Milanesi per una polemica, che gli venne sollevata contro da Pier Candido Decembrio. La cagione più che letteraria era politica. L'orazione di Guarino in lode del conte di Carmagnola, composta nel principio del 1428, si era divulgata per tutta la Venezia e la Lombardia, suscitando sentimenti molto diversi, giacchè i Veneziani si compiacevano di quegli elogi prodigati al loro gran generale, il vincitor di Maclodio, e i Milanesi se ne rodevano, scorgendo elevato alle stelle il disertore del Visconti. Quando Guarino passò a Ferrara, gli amici di Pavia e di Milano facevano a gara per avere, col mezzo del Panormita, copia di quell'orazione. L'ebbe anche Cambio Zambeccari e da lui Pier Candido Decembrio. Allo Zambeccari, il cospiratore bolognese, che non si preoccupava della questione politica, l'orazionepiaceva; ma non piacque al Decembrio, attaccato al partito ducale, tanto più che giusto allora, nel 1431, si erano riaccese le ostilità fra Venezia e Milano. E giusto allora sentivano a Milano la mancanza del Carmagnola, sicchè il Decembrio non potè soffrire di sentirlo tanto lodato nel discorso di Guarino. Intraprese dunque una confutazione di esso, indirizzandola, non so quanto opportunamente, allo Zambeccari.251.La confutazione, pedantesca, minuziosa, aggressiva, procede passo passo col testo di Guarino, verso cui è talvolta molto acre e in generale poco rispettosa. Nè l'orazione di Guarino ci perdette, bensì ci guadagnò, perchè la confutazione la rese più ricercata e dell'una e dell'altra si moltiplicavano gli esemplari. Guarino seguendo il suo costume non se ne dette per inteso, ma ci fu chi pensò di prender le sue difese: il Panormita. Egli infatti ribattè gli argomenti del Decembrio, ritorcendogli contro i propri colpi, e tessè l'apologia di Guarino. E il Decembrio non si diede vinto, ma replicò, lanciando una invettiva contro Guarino e il suo apologista. La questione però non ebbe altro seguito, poichè dietro consiglio del Panormita stesso Guarino poscia, non si sa se con una lettera o con dei versi, disse le lodi del Visconti, per mostrare che nelle lodi del Carmagnola non c'era entrata la partigianeria. Ciò del resto dovea corrispondere anche agli intendimenti del marchese Niccolò, la cui politica era conciliativa e il quale non voleva dar motivi di disgusto a nessuno dei suoi vicini.252.Partito da Pavia il Panormita, i legami di Guarino col circolo lombardo si rallentarono molto, anche perchè il movimento intellettuale si andava trasportando sempre più da Pavia a Milano e quindi allontanavasi dal centro di attività, dove operava Guarino. Il Panormita lasciò Pavia nel principio del 1435 e andò a Palermo, sua patria. Ivi si fermò poco tempo, dopo di che si imbarcò a Messina nell'apriledell'anno stesso con Alfonso di Aragona e si diresse alla volta di Gaeta. D'allora in poi egli fu attratto nell'orbita del re Alfonso e le sue relazioni con l'Alta Italia e con Guarino diventarono più rare. Anzi a Guarino nella partenza cagionò un grave dispiacere.253.Guarino nel 1433 circa gli aveva prestato la propria copia delle nuove dodici commedie di Plauto del codice Orsiniano, la quale il Panormita si portò seco a Palermo. Quando di là si trasferì a Gaeta, egli vi lasciò una parte de' suoi codici e tra essi il Guariniano. Guarino avendo inteso della partenza del Panormita e come si era portato via il proprio codice, se ne accorò profondamente e scrisse a parecchi amici pavesi, i quali gli confermarono che il Panormita non sarebbe più tornato. Per allora Guarino dovette mettersi l'animo in pace. Quando poi nel 1442 Alfonso d'Aragona entrò vincitore in Napoli, allora si diresse a lui con lettera, pregandolo di ottenergli dal Panormita la restituzione del codice Plautino: invano. Si rivolse direttamente al Panormita: invano; nuovamente al re Alfonso: sempre invano. Gli fu forza aspettare l'anno 1444, in cui il Panormita fece una corsa a Palermo. In quell'occasione riprese i suoi codici, tra i quali il Plautino e lo rimandò a Guarino nei primi mesi del 1445.254.Quanto penò ora Guarino a riavere il suo apografo di Plauto, altrettanto avea penato prima ad avere l'archetipo Orsiniano. L'Orsini, pur non sapendolo leggere, lo teneva gelosamente custodito presso di sè e per parecchio tempo non ne fece parte agli umanisti, che d'ogni dove gli rinnovavano gli assalti per cavarglielo di mano. Inutilmente gli fu chiesto da Milano, inutilmente da Ferrara, donde partirono due suppliche: l'una di Leonello d'Este, l'altra, molto caratteristica, del nipote di Guarino, Lodovico Ferrari. Lo stesso esito ebbero le pratiche del Traversari e del Niccolida Firenze. Quante volte non ritentò a Roma la prova il Poggio! ma sempre senza successo; tanto che in un momento di cattivo umore protestò che ormai non l'avrebbe più preso, nemmeno se gli venisse offerto. Guarino ricorse a un altro mezzo. Era andato a Roma, con un incarico del marchese, il giovane giureconsulto Ziliolo Zilioli; a lui si rivolse acciocchè facesse pratiche per avere il codice: anche questa volta fatica sprecata. Solo Lorenzo dei Medici, che si era recato nel 1431 a Roma con l'ambasciata fiorentina a fare omaggio al nuovo pontefice Eugenio IV, solo egli riuscì con molta arte a trar di mano all'arpia il codice e a portarlo a Firenze. A Ferrara esso giunse, direttamente dall'Orsini, l'anno seguente 1432. Così Guarino lo copiò e mandò il proprio apografo al Panormita.255.Si è veduto Ziliolo Zilioli a Roma nel 1430. Per mezzo suo e per mezzo di Meliaduce d'Este e del suo institutore Aurispa, andati a Roma alla fine del 1431, Guarino ebbe occasione di rinfrescare le proprie conoscenze coi porporati e con gli umanisti della curia, quali il cardinale Albergati, il cardinale Capranica, il Poggio, il Loschi, il Rustici. Ma la corrispondenza con quel circolo si animò di più, quando Guarino lo ebbe più prossimo, giacchè nel giugno del 1434 la corte pontificia si trasferì a Firenze.256.Senza di che le comunicazioni tra Ferrara e Firenze erano già prima assai vive, specialmente perché Ferrara era il consueto convegno degli ambasciatori degli stati belligeranti italiani. Il marchese d'Este manteneva con molta astuzia e prudenza la sua posizione neutrale e veniva per questo sempre scelto come intermediario nei trattati di pace. Così nel 1432 e nel 1433 ci fu convegno di plenipotenziari a Ferrara; la prima volta vi andarono come incaricati della repubblica fiorentina Cosimo dei Medici e Palla Strozzi, la seconda volta il solo Strozzi: entrambi erano stretti da vincolidi antica amicizia con Guarino. Nel 1431 era passato, di ritorno da Verona, per Ferrara il Niccoli e si abboccò con Guarino, col quale ragionò di codici e di studi; e nel 1433 era andato da Ferrara a Firenze il Lamola, come institutore privato in casa Strozzi. Ora poi che la corte pontificia stava a Firenze vi si recarono a far visita ad Eugenio IV i due fratelli Estensi Leonello e Meliaduce, coi loro aiutanti il cavaliere Feltrino Boiardo e il cavaliere Alberto della Sale.257.Quegli anni nei quali la corte pontificia si piantò a Firenze, prima dal 1434 al 1436, poi dal 1439 al 1443 nel tempo del Concilio, costituiscono uno dei momenti più fecondi e più felici dell'umanismo italiano. I letterati della corte papale si trovarono allora insieme con quelli di Firenze, la culla del grande movimento umanistico, dove erano nel massimo fiore il Traversari, il Bruni, il Niccoli, il Marsuppini. Ne era partito o ne stava per partire il Filelfo, ma in compenso veniva da Basilea l'Aurispa coi suoi nuovi codici scoperti in Germania e specialmente col commento di Donato a Terenzio. E in quell'intreccio di attività, in quello scambio di cognizioni e di vedute si agitarono grandi questioni, che nel periodo umanistico ebbero varia fortuna e spesso divisero il campo in due partiti. Esse versavano sulla preminenza fra i capitani antichi, sulla natura della lingua latina, sulla preferenza da darsi al latino o al volgare italiano, sulla superiorità dei Latini o dei Greci. Le due ultime furono cominciate specialmente a discutere nella seconda dimora della corte pontificia a Firenze (1439-1443); le altre due furono discusse nella prima dimora e propriamente nell'anno 1435, anzi su per giù nello stesso mese: tra il marzo e l'aprile. In esse, la questione cioè sulla preminenza fra i capitani antichi e quella sulla natura dell'antico latino, si trovò impegnato anche Guarino.258.Era a Firenze con la corte pontificia un giovane ferrarese, Scipione Mainenti, amico comune di Guarino e del Poggio. Avea studiato diritto civile a Bologna e di là era passato a Firenze nel 1429. Nel 1433 avea fatto la sua gita a Basilea, donde era tornato con alcuni codici nel 1434. In quell'anno stesso si era dottorato a Bologna. Fatta una breve sosta in patria, si era trasferito a Firenze, dove si accompagnò alla curia che egli seguì poi sempre. Fu eletto nel 1436 vescovo di Modena e morì nel 1444. Scipione Mainenti era entusiastico ammiratore del suo omonimo romano, tanto che il pio Alberto da Sarteano ne lo rimproverava, sembrandogli che paganeggiasse un pochino troppo.259.Per deferenza all'ammirazione dell'amico Mainenti il Poggio gli scrisse una lettera, nella quale fra i capitani antichi dà la palma a Scipione. A Scipione aveva dato la palma anche il Petrarca; Pier Candido Decembrio invece presso a poco nel tempo stesso della lettera del Poggio dava la palma a Cesare. Ciò era naturale nel Decembrio, che rendeva così omaggio alla maestà Cesarea del suo Filippo Maria Visconti. Ma il Decembrio a riscontro di Cesare poneva Annibale, il Poggio al contrario confrontò Cesare con Scipione. Egli nella sua lettera esamina anzitutto i giudizi degli antichi, indi la vita dei due grandi capitani e viene alla conclusione che Scipione nella virtù e nella rettitudine fu molto superiore a Cesare e che non gli fu inferiore nella gloria militare.260.Leonello reduce dalla sua gita di Firenze portò a Guarino a Ferrara i saluti del Poggio e una copia della lettera sulla preminenza di Scipione. Guarino lesse la lettera e ne rimase scandalizzato. Egli scorse nel Poggio addirittura un detrattore, un calunniatore di Cesare, unCaesaro-mastixe gli scrisse contro una violenta confutazione: «Come haiil coraggio di chiamar Cesareparricida linguae latinae? No parricida malitterarum expolitor et munditiarum parens». E cita le testimonianze degli antichi, mettendo in chiaro quanta cultura ci fu in Roma e dopo Cesare e sotto Augusto e durante l'impero e come Cesare promosse molto gli studi. «Nè Cesare tolse le istituzioni repubblicane: le vere cause della rovina di Roma furono l'avarizia e il lusso. E se vi furono imperatori iniqui, ve ne furono anche di buoni; e Cesare non è responsabile degli iniqui, come S. Pietro non ha colpa dei papi malvagi che gli succedettero». Indi esamina l'adolescenza di Cesare e mostra, contro l'asserzione del Poggio, che in essa Cesare diede ottimi indizi di animo forte e generoso. «Perchè vai pescando, o Poggio, tutte le accuse mosse a Cesare dalla malignità e che sono naturalmente sospette e taci il buono di cui si ha notizia sicura? Perchè interpreti malamente azioni di Cesare, che considerate da un animo imparziale sono invece oneste? — Cesare si servì di largizioni per farsi eleggere console. — Ma lasciando le largizioni, cosa allora comune, chi ha più merito dei due: Cesare eletto con tanta lotta o Scipione eletto perchè nessuno si presentava? Non vedo che si deva rimproverare a Cesare di aver proposto il domicilio coatto dei Catilinarii, giacchè non fu egli il solo; e Catone che lo osteggiò non era poi quell'irreprensibile uomo, che potrebbe parere. — Ma si fece prorogare il comando della Gallia. — E non pensi alla capitale importanza di quella guerra? Del resto Cesare in guerra fu clementissimo e umano. — Ma si avvilì negli amori di Cleopatra. — E Scipione non amò una schiava? Dici che fu poca gloria vincere i Galli imbelli. Leggi il giudizio di Sallustio e mi saprai poi dire se erano imbelli». Da ultimo Guarino difende Cesare dall'accusa di essere stato il distruttore della libertà, mostrando che la libertà di Roma era già morta da prima e che Cesare fu anzi quegli che ladifese. Conchiude che Scipione fuvir bonus, civis pusillanimis, imperator excellens, che Cesare fucivis magnanimus, princeps prudentissimus, imperator excellentissimus.261.La lettera di Guarino fu intitolata a Leonello, l'ammiratore di Cesare; e fu certo per deferenza a lui, se mise tanto calore e, diciamolo, acrimonia nella confutazione del Poggio. Il Poggio replicò indirizzando la lettera al Barbaro, da lui scelto arbitro della contesa. Nel preambolo egli confessa di non sapersi persuadere come mai Guarino abbia preso in sul serio una questione accademica, trattata unicamente per esercizio di ingegno, e che vi abbia mischiata tanta acrimonia; egli non trova altra ragione di tanto accanimento se non il supporre che c'entrasse di mezzo Leonello: e non s'ingannava.262.La replica del Poggio è molto moderata. Egli ribatte uno per uno tutti gli argomenti di Guarino. Cicerone, Vergilio, Sallustio, Orazio vissero sotto Cesare, ma nacquero e furono educati al tempo della repubblica. Vi furono valenti grammatici sotto l'impero, ma tutti insieme non valgono una pagina di Varrone; dopo morto Cesare non si trova un comico come Plauto, un oratore come Cicerone; e questo dicasi pure dei filosofi, dei giureconsulti. Da ultimo il Poggio con una lunga serie di testimonianze antiche dimostra l'assurdità della tesi di Guarino, che Cesare cioè non abbia distrutta la libertà di Roma, anzi la abbia promossa.263.Quest'ostilità terminò meno d'un anno dopo con l'interposizione di Francesco Barbaro. La personalità era assolutamente esclusa dalla disputa e l'amicizia tra Guarino e il Poggio fu delle poche veramente costanti e sincere di quel tempo; fu quindi facilissimo il riavvicinamento.264.L'altra questione, non oziosa e accademica, almeno per noi, come la prima, ma vitale e di un grandissimo valore storico, si aggirava sulla natura della lingua latina. Eccocome è nata. Nel marzo 1435 in Firenze nell'anticamera del palazzo dove alloggiava il papa si trovavano il Biondo, il Loschi, il Poggio, il Rustici, Andrea Fiocchi. Discutevano sulla lingua latina e sulla sua natura, se cioè al tempo di Roma antica gli illetterati e i letterati parlassero la medesima lingua. In mezzo alla discussione comparì nell'anticamera il Bruni, mandato a chiamare dal papa. Subito colleghi ed amici si rivolsero a lui per sentire la sua autorevole parola. Fu allora che il Bruni lanciò quel suo audace e famoso giudizio: il volgo romano antico parlava il medesimo linguaggio delle nostre plebi presenti. La parola del Bruni divise senza altro il campo in due partiti; stettero con lui il Loschi e il Rustici, gli si dichiararono contrari il Biondo, il Poggio, il Fiocchi. Più tardi si schierarono contro il Bruni anche Carlo Marsuppini e Leon Battista Alberti. Ma intanto il Bruni dovette entrare dal papa e la discussione rimase interrotta.265.Portavoce del partito contrario al Bruni si fece il Biondo, il quale tornato a casa pensò di ordinare e raccogliere le proprie idee e quelle degli amici e dare ad esse forma di dissertazione. La dissertazione uscì il primo aprile 1435 intitolata al Bruni.266.Il Biondo pone la questione nei suoi veri termini; indi ribatte gli argomenti addotti dal Loschi, dal Rustici, dal Bruni nella prima discussione; da ultimo entra nel tema e sostiene la propria tesi, appoggiandosi alle testimonianze di Cicerone. Egli ammette una differenza di grado tra la lingua della classe colta e quella della classe incolta. Quella differenza è dovuta in parte allo studio, in parte al contatto con la migliore società. Ma tutti i Romani parlavano il latino grammaticale, perchè così lo aveano da natura. La moltitudine intendeva non solo ma sapeva anche apprezzare tanto le orazioni del Foro quanto le rappresentazioni del teatro. Delresto non fa bisogno per capire aver la cultura di chi parla: altro è parlare, altro intendere.267.Il Bruni rispose al Biondo in data 7 maggio. Ribattè l'argomento degli oratori, dicendo che in senato e nei tribunali il pubblico era di gente colta e che perciò parlava il latino letterario; il pubblico del Foro era misto e quelli che capivano erano colti; del resto non doversi dimenticare che gli oratori parlavano un linguaggio volgare, che poi traducevano in linguaggio letterato per la pubblicazione. Ribattè l'argomento del teatro, cercando di mostrare che il pubblico non vi andava tanto a sentire la recitazione, quanto a vedere l'apparato scenico e la mimica. La confutazione specialmente di questo secondo punto è addirittura puerile. Però non manca una certa felice intuizione. Il Bruni con tatto fine distingue, sulla scorta di Cicerone e di Varrone, le forme volgari Bellius vella vellatura dalle letterateDuellius villa vectura, ma è troppo poco.268.Il vero argomento del Bruni è un sentimento soggettivo. Egli non può nè persuadersi nè credere che altri, specialmente se istruito, si persuada, che una donnicciola romana sapesse p. e. distinguerefiliisdafiliabus,cecididacecidie parlasse il latino di Terenzio e di Cicerone senza averlo studiato. Quel latino lo sapeva ben lui quanta fatica gli era costato e non si rassegnava che a Roma si avesse a così buon prezzo.269.A Ferrara la questione si era pure agitata e Guarino ne parlò spesso con Leonello, con Angelo Decembrio, col Boiardo e col Pirondoli. Questi due ultimi pareva che stessero dalla parte del Bruni; risolutamente col Bruni stavano Leonello e il Decembrio, i quali notavano che in Roma c'erano scuole e maestri e che perciò la lingua si doveva impararla; se il volgo la avesse posseduta per natura, erano inutili i maestri e le scuole. Guarino invece si mise dalla parte delBiondo. Egli ripiglia i due argomenti tratti dal Foro e dal teatro, aggiungendo nuove citazioni e nuovi schiarimenti. Soprattutto riguardo al Foro insiste sull'esistenza degli stenografi anche in antico e ritiene perciò che noi abbiamo le orazioni quali venivano recitate. Si indugia a lungo a dimostrare, con l'autorità specialmente di Cicerone, che la latinità in Roma non si imparava, come sostiene il Bruni, ma ciascuno la portava con sè nel sangue per eredità.270.Distingue però i tempi primitivi nei quali la latinità si parlava incoscientemente, dai tempi recenti, nei quali la si parlava coscientemente cioè studiandola. I periodi della lingua latina secondo Guarino sono quattro: il periodo di Giano, il periodo di Latino, il periodo dei monumenti letterari e il periodo della decadenza. Nei tre primi il latino èlitteralise va man mano perfezionandosi, nel quarto per influenza dei barbari si imbastardisce, perde la propria fisonomia, si snatura e diventavulgaricus. Solo qua e là nelle provincie si incontrano ancor tracce dell'antica fisonomialitteralise in questo proposito Guarino cita alcuni esempi dallo spagnolo. Dichiara da ultimo, che vi doveva essere una differenza tra la lingua del volgo e quella dei dotti, il latino dei quali possedeva vocaboli di unasecretior quaedam intelligentia.271.Su questa differenza, già notata dal Biondo, ritorna il Filelfo, il quale ha trattato la questione in due lettere, schierandosi contro il Bruni. Il Filelfo distingue in Roma unsermo litteralis grammaticuse unsermo vulgaris latinus forensis. Ilsermo litteralisappartiene allo stile elevato, p. e. alla filosofia ed alla poesia epica; così Cicerone adoperacalliditasper indicare una facoltà intellettuale, dove che il popolo prendeva la parola in ben altro senso; così Vergilio adoperaolliinvece diilli. Ilsermo vulgarisera la lingua usuale del senato, dei tribunali, del foro, dei teatri, del parlar domestico; ilsermo vulgariscontiene naturalmente delle sgrammaticature; p. e. Terenzioadoperaemoririperemori. Ma la differenza fra l'uno e l'altrosermoèadmodum parva; esempi disermo vulgarisrispetto allitteralissono i genitiviornatitumultisenativictirispetto ai genitiviornatustumultussenatusvictus, le formebarbariesbarbarieirispetto abarbariabarbariae. Così i grammatici non ammettono il nominativonex, che si può adoperare nelsermo vulgaris; non ammettono che il solo ablativosponte, dove che Cornelio Celso hasuae spontis.272.Una obbiezione muove il Filelfo al Bruni sull'esistenza del volgare italiano nei tempi di Roma antica, che cioè di esso non c'è rimasto nessun monumento. Inoltre Guarino e il Filelfo, per mostrare l'assurdità della ripugnanza che aveva espresso il Bruni ad ammettere la grammaticalità del volgare romano, citano un fatto del quale essi furono testimoni. Entrambi erano stati a Costantinopoli, Guarino nel 1403, il Filelfo nel 1427, e ivi aveano notato che il volgo parlava il greco grammaticalmente, conservando cioè le terminazioni dei casi, dei numeri, dei tempi, come si riscontra negli antichi autori greci.
200.Guarino giunse a Ferrara nell'aprile del 1429 e appena giunto meditava di ripartirne, perchè anche ivi si era manifestata la peste. Si rifugiò in un paese vicino, ad Argenta, nella casa di Luigi Morelli, insieme coi figlioletti dello Zilioli, col loro institutore Antonio Bresciano e con alcuniamici ferraresi. Nei primi giorni tutto camminò bene; ma verso la metà di giugno Argenta fu invasa con violenza dall'epidemia. Guarino senza indugio sparpagliò parecchi dei suoi domestici, mandandoli chi qua, chi là, ma non potè evitare che tre della sua casa fossero attaccati: il suo parente Giovanni d'Este, Paolo Zilioli e l'institutore Antonio. Antonio si salvò, ma Giovanni e Paolo rimasero vittime. Lo Zilioli ritirò subito in casa l'altro figlio, Bonaventura.
201.La morte di Paolo fu un grave colpo a Guarino, ai genitori, ad Antonio Bresciano, il quale fece di tutto per salvarlo e non se ne potea dar pace. Il più forte fu il padre; la madre ne rimase tanto desolata, che solo al veder persone che glie lo rammentassero dava in smanie. Così l'11 novembre Guarino andò a Porto, su quel di Ferrara, dove villeggiavano gli Zilioli per tenersi lontani dalla peste; procurò bensì di nascondere la sua venuta, ma ciononostante donna Zilioli lo seppe e questo bastò per rinnovarle l'acerba ferita. Il povero Guarino sentì profondo dolore di quella perdita. Lo chiamava il «suo Paolo». «Giovinetto di buona indole, d'ingegno, modesto, studioso e che facea concepire di sè le più belle speranze. Oh quanto giovamento mi aspettavo da lui per i miei figli!» Morì munito di tutti i conforti della religione ed ebbe un accompagnamento se non pomposo, che non lo permetteano le condizioni sanitarie, certo affettuoso.
202.Dopo la disgrazia di Paolo, Guarino cambiò di alloggio, andando ad abitare nella casa di Giacomo del Bando. Nella casa di Luigi Morelli, che fu chiusa, lasciò una parte delle masserizie e supellettili, le quali più tardi, nell'agosto, gli furono rubate da un monaco, che vi si era introdotto nonostante che fosse luogo infetto.Quid non mortalia pectora cogis, auri sacra fames, esclama Guarino nel raccontare le prodezze del frate,homo religiosus, paupertatis professor!
203.In sul principio di luglio si diffuse la falsa notizia della morte di Guarino. La notizia giunse anche a Pavia, dove la udì il Panormita da un prete venuto da Venezia, il quale l'aveva intesa colà da certi veronesi. Il Panormita non si può trattenere dallo scriverne all'Aurispa, che era in quel tempo a Ferrara, sfogando il proprio cordoglio per sì grave perdita e tessendo sincere e magnifiche lodi di Guarino, di cui esalta specialmente la modestia, i meriti letterari e la bella abitudine che aveva d'incoraggiare gli studiosi e gli amici. Conchiude eccitando l'Aurispa a comporre lui più degnamente l'elogio dell'illustre defunto.
204.Effettivamente la notizia si era sparsa in Verona, dove e amici e cittadini tutti lo piansero morto, esaltandone le virtù e i meriti. Quando lo Zendrata si accertò della falsità di quella voce, ne scrisse a Guarino, esponendogli quanto lutto avesse destato in Verona il triste annunzio e congratulandosi, perchè annunzio di morte falsa è presagio di vita lunga. Guarino lo ringraziò chiamandosi fortunato che a lui vivo fosse toccato di sentire le lodi che gli sarebbero state tributate dopo morto. Coglie nel medesimo tempo occasione di dire quant'egli ami la sua città nativa, con la quale, anche peregrinante per diverse terre in cerca di aria salubre, mantiene pur sempre affettuosa corrispondenza.
205.Così egli si ricorda al compare Damiano Borghi, ad Agostino Montagna, a Bartolomeo Brenzoni, al Maggi, agli Ottobelli, ai Fano. A Verona si erano ricoverati anche alcuni amici di fuori, quali Stefano Tedeschi e Tommaso Cambiatore, che stava allora traducendo in ottava rima l'Eneide.
206.Lo Zendrata visitò Guarino ad Argenta, di dove passò nell'agosto diretto a Forlì. Per mezzo di lui Guarino affittò la propria casa di Verona. Ivi abitava la madre e per la madre sola era troppo vasta. «Sarebbe opportunoprendere a pigione per lei la casetta di Antonio Verità, che stava di faccia; la sua si poteva affittare per un paio d'anni, chè tanti egli contava di rimaner fuori: così se ne sarebbe cavato un certo profitto». Raccomandava però allo Zendrata di trattar la faccenda con la madre molto delicatamente, sia per l'affetto che ella portava a quella casa, sia perchè le rincrescesse l'assenza del figlio da Verona.
207.Quando nemmeno ad Argenta si sentiva più sicuro per il diffondersi del contagio, pensò Guarino di mutar paese e si recò nel 27 settembre a S. Biagio a cercarvi un'abitazione e scelse quella di Paolo Rasponi; poscia vi andò con la famiglia. Ivi rimase sino al 21 decembre, nel qual giorno ritornò a Ferrara.
208.La vita di Guarino in questi ultimi mesi di fuga fu molto angustiata. In famiglia continue malattie e morti: morti di amici e malattie delle fantesche e dei bambini. Niccolò, l'ultimo nato, ammalò di vermi e poi di febbre per la dentizione, Agostino e Gregorio di febbre, Manuele di una caduta, poichè vivace com'era giocando cadde e si ruppe la nuca. A Guarino toccava far da balia. L'abitazione era ristrettissima. «Una sola camera serve da dormitorio, da cucina, da granaio, da portico, proprio come la povera gente che del medesimo abito si fa ora mantello, ora camicia, ora lenzuolo. Spesso i bicchieri, le pentole, i piatti, i codici si disputano il posto. Mi accade di stender la penna verso il calamaio e la intingo nella saliera, intanto che i ragazzi mi fanno intorno uno strepito d'inferno».
209.Uno dei pensieri che più affannavano Guarino era quello dell'imminente parto della moglie; ma s'ingannò nei calcoli, perchè il 9 ottobre comincia a vedere i segni del prossimo parto e nel 30 decembre la moglie non aveva ancora partorito. Come trovare la levatrice? A S. Biagio ce n'era una abbastanza brava, ma nemica giurata dell'acqua etroppo devota di S. Martino. E il giorno del parto che sarà di lui? Avrebbe dovuto abbandonare il letto, nè solo il letto, ma anche la stanza, poichè un'unica stanza avevano. Dove andare a dormire, se nel paese non c'erano alberghi? alcuni lo consigliavano a rifugiarsi in una stalla, che là starebbe caldo; egli invece preferiva di farsi amico l'oste, affinchè la notte del parto gli desse alloggio. Oh perchè non sono ostetrico io! esclama Guarino. Però, aggiunge, la moglie ha fatto un patto con me, di partorire di giorno, così i miei sonni non saranno turbati.
210.Tra i dispiaceri di Guarino vanno pure contate le disgrazie degli Zilioli, i quali formano ormai coi Guarini tutta una famiglia. E con lo Zilioli mettiamo insieme i suoi due generi: Niccolò Pirondoli e Ugolino Elia. A Giacomo Zilioli morì prima la madre Teodora e quindici giorni dopo il piccolo Paolo; al Pirondoli morì la moglie, figlia di Giacomo, a Ugolino il piccolo figlio Girolamo, nipote di Giacomo; senza parlare della malattia mortale di Giacomo stesso, felicemente curata dal medico Filippo Pelliccioni. E in mezzo a tutti questi colpi l'animo dello Zilioli si mantiene sempre imperterrito. Guarino gli scrive lettere meste per compiangere le sventure di lui ed egli risponde dandogli coraggio, sicchè Guarino deve più d'una volta esclamare: «ero venuto a consolarti e sono invece consolato». Nei primi di novembre Guarino cominciò a lavorare intorno all'elogio di donna Teodora, dal quale ricaviamo ch'ella visse 65 anni, che si maritò a 16 anni con un Zilioli ed ebbe da lui sette figli, di coi il primogenito fu il nostro Giacomo. Guarino attinse queste notizie dai due Zilioli, padre e figlio. Egli mette specialmente in rilievo la cura che donna Teodora aveva per i poveri.
211.Guarino fu visitato di quando in quando da quelli di casa Zilioli: nel luglio andò ad Argenta la contessa Pirondoli,moglie di Niccolò; nel settembre ad Argenta e nel novembre a S. Biagio Ziliolo Zilioli. Guarino fece una corsa a Porto per trovare Ugolino Elia. Giacomo Zilioli mutava anche egli paese per fuggire la peste; ma gli affari lo trattennero gran parte a Ferrara, dove Guarino gli raccomandava spesso amici e conoscenti, p. e. Guido da Bagnacavallo imputato di furto, il visconte di Argenta, calunniato malignamente di non aver assistito ai funerali di Paolo; Giacomo e Pietro del Bando, Biagio e Domenico de Martiis, don Antonio rettore di una chiesa di Argenta, Anna vedova di Luigi Morelli. «Tu ti seccherai di tante raccomandazioni, gli dice Guarino, ma la colpa è tua. Tu mi ami, mi stimi, la gente lo sa e corre da me, affinchè io interceda presso di te. Dall'altra parte a costoro io vado debitore di molti beneficii; quando e come potrei io ricambiarli? Ricambiali tu per me, giacchè essi mi hanno servito con la persuasione di servir te».
212.Tornato a Ferrara il 21 decembre si dà attorno a preparare il corso delle sue lezioni. Rimpatriare non gli sembra prudente, così nel cuor dell'inverno, coi bambini e con la moglie imminente a partorire. Dall'altro lato la gioventù ferrarese lo invitava ad aprire scuola a Ferrara. Non gli pare svantaggiosa la proposta e intende fare l'esperimento.
213.Fu alloggiato primieramente in casa dei fratelli Strozzi: Niccolò, Roberto, Lorenzo, Tito; dal 1437 in poi abitò casa propria, che era stata degli eredi Boiardi e gli fu pagata dal marchese.
214.Poco dopo l'arrivo a Ferrara la moglie gli partorì una bambina, Libera, che doveva essere tenuta a battesimo da Ziliolo Zilioli; ma siccome era a Roma per un'ambasceria, così lo sostituirono il padre e la moglie Caterina. Al battesimo assisteva anche il marchese Niccolò. Per tal modo gli crescevano i Guarinelli ed egli aveva il suo bel da fare adattendere al loro allevamento e alla loro educazione. Girolamo il primogenito, sugli otto anni, già cominciava a scombiccherare qualche lettera, come nell'occasione che scrisse a Stefano Tedeschi, anche a nome dei fratellini, per ringraziarlo di alcuni doni loro mandati. I doni consistevano in formaggi, vino, vasellami; ma quello che più dilettava i Guarinelli erano certe saliere con figurine grottesche. Quelle figurine, quando essi si mettevano a tavola, erano fatte segno a mille giochi e motti: i Guarinelli le chiamavano per nome, le mostravano a dito, le castigavano, le ammonivano, mandavano loro sorrisi e le contraffacevano. Il padre invece contemplava la damigiana di vino, la quale egli votava molto parcamente, affinchè gli durasse un pezzo: «così in luogo di essergli incentivo alla intemperanza, essa gli era cagione di temperanza».
215.La cultura letteraria a Ferrara quando vi arrivò Guarino era su per giù a quel medesimo livello, in cui si trovava nelle altre città italiane avanti che vi penetrasse l'umanismo. Nelle scuole s'insegnava come e quanto si poteva insegnare in una scuola medievale; il latino che vi si imparava e vi si scriveva non veniva attinto alle fonti classiche, ma alla tradizione e alla consuetudine curiale; era il latino dei notai, dei glossatori, dei teologi; di greco manco l'ombra. Di quelle condizioni della cultura ci lasciò un quadro desolante il Carbone; ma ivi c'è della esagerazione retorica. E poi egli scriveva nel 1460, in un tempo in cui Ferrara possedeva una delle più fiorenti scuole umanistiche italiane. Di Mantova prima di Vittorino, di Padova prima del Barzizza, di Pavia prima del Panormita e del Valla si poteva fare il medesimo quadro.
216.Del resto anche prima che Guarino vi arrivasse, era penetrata a Ferrara la sua influenza per opera di Ugo Mazzolati. Del 1422 poi vi si era fermato qualche tempo il Biondoe alla fine del 1427 vi si stabilì l'Aurispa. L'Aurispa aveva cultura latina e greca, avea tra l'altro insegnato un anno nello studio di Bologna e un anno in quello di Firenze, ma non era stoffa da caposcuola. I codici più che interpretare ed emendare, li sapeva mercanteggiare; tutt'al più poteva essere un institutore privato, un buon pedagogo. E infatti a Ferrara fu chiamato dal marchese Niccolò quale institutore di Meliaduce, uno dei suoi ventun figli bastardi. E dell'aver scelto l'Aurispa gli va data lode; quantunque vi ebbe certo la sua parte Guarino.
217.Meliaduce era stato destinato dal padre alla vita ecclesiastica; il figlio vi si oppose, anzi nel luglio 1425 scappò da Ferrara a Milano: cosa che naturalmente levò scandalo. Ma finalmente vi si adattò e vestì l'abito di abate del monastero di Pomposa vicino a Ferrara; fu anche protonotario. L'Aurispa, che già nei suoi primi anni era stato cantore nella collegiata di Noto, ne seguì l'esempio e nel 1430 vestì l'abito religioso, ottenendo dal marchese il posto di priore della chiesa di S. Maria in Vado, posto che non abbandonò mai per tutta la vita.
218.Nel 1431 fu chiamato alla corte di Ferrara anche Giovanni Toscanella e a lui fu affidata la educazione di Borso, un altro figlio di Niccolò. Alla chiamata del Toscanella non fu probabilmente estraneo Guarino. Borso fu uno dei successori del padre nel marchesato. Parimenti Guarino venne invitato a Ferrara quale institutore di corte e gli fu affidato Leonello, il figlio prediletto di Niccolò, che gli successe immediatamente nel governo. Come si vede, Niccolò non pensava da principio alla fondazione di un grande Studio pubblico, ma a raccogliere in corte un circolo dei migliori maestri del tempo; per l'appunto lo stesso scopo si era prefisso Gianfrancesco Gonzaga, quando nel 1423 invitò alla sua corte Vittorino da Feltre. L'idea dell'università sorse piùtardi spontanea, dopo che già erano a Ferrara tutti gli elementi per costituirla. E il primo, il più forte impulso lo diede Guarino, il quale pur facendo il pedagogo di Leonello, apriva un corso privato per la gioventù ferrarese desiderosa di entrare nella nuova via degli studi classici; e intanto raccoglieva intorno a sè altri ingegni, quali l'Aurispa, il Toscanella, il Cappelli, il Marrasio, il Lamola, il Faccio, correggendo con essi testi e cercando codici; e formava per tal modo un fascio di tutte quelle operosità individuali, che prepararono il terreno all'università, nella quale Guarino inaugurò nel 1436 il suo corso ufficiale.
219.Guarino a Ferrara assunse subito quella medesima posizione, che egli aveva a Verona e che forma una delle sue più notevoli caratteristiche. Egli cioè non è soltanto l'institutore del marchesino, il maestro della gioventù, ma è pure l'ambasciatore confidenziale della corte, l'oratore delle solennità sì principesche che cittadine. Così nel palazzo di Belfiore la pasqua del 1430 il marchese insigniva del cavalierato il veronese Paolo Filippo Guantieri, che andava magistrato a Firenze, e Guarino pronunziava il discorso d'occasione. E con un discorso egli salutava nell'anno stesso il ritorno di Ziliolo Zilioli da Roma, dove era stato con un incarico del marchese. Il discorso è un inno entusiastico alle virtù di Giacomo Zilioli e della sua famiglia.
220.Chi avrebbe allora pensato che soli quattro anni dopo, nel 1434, i due Zilioli padre e figlio sarebbero stati per reato di tradimento gettati nella torre di Castelvecchio? Strani contrasti nella sorte degli uomini! Il padre fu strangolato l'anno stesso; il figlio fu lasciato in carcere tredici anni, dopo i quali venne rimesso in libertà, ma senza poterne godere i beneficii, perchè morì subito. Monumento della sua prigionia ci resta una commedia, laMichaelida, nella quale egli raffigurava il suo misero stato.
221.Nel gennaio del 1431 Guarino andò a Ravenna, accompagnato da Brandelisio de' Boccamaiori, ad esprimere, d'incarico del marchese Niccolò, le proprie condoglianze ad Obizzo da Polenta, signor di Ravenna, al quale era morto il padre. Nel luglio del medesimo anno fu creato vescovo di Ferrara Giovanni da Tussignano, e Guarino lo felicitò con un pubblico discorso. Solenne fu pure l'avvenimento del marzo 1432, che provocò due orazioni, l'una di Guarino, l'altra di Paolo Maffei. Due nobili spagnoli, nemici implacabili, si erano sfidati a morte e dato l'appuntamento a Ferrara; l'8 marzo i due rivali erano sul terreno per azzuffarsi, quando il marchese Niccolò con bei modi si intromette e riesce a pacificarli. L'orazione del Maffei è una eccitatoria al marchese perchè impedisca il duello, quella di Guarino è una gratulatoria per la riconciliazione ottenuta.
222.L'anno seguente, 1433, passava per Ferrara l'imperatore Sigismondo reduce da Roma, dove era stato incoronato. A Ferrara arrivò il 9 settembre e ne ripartì il 16. Il giorno 10 Leonello salutò l'illustre ospite con un discorso scritto da Guarino. L'imperatore conferì le insegne equestri a cinque figli del marchese, tra i quali a Leonello. La cerimonia ebbe luogo il 13 settembre e in quell'occasione Guarino disse un discorso in onore di Leonello. E il discorso non mancò in altra occasione, pure fausta, quando nel febbraio 1435 Margherita Gonzaga andò sposa a Leonello. Come dono di nozze Guarino gli offrì la traduzione delleVite di Lisandro e Sulladi Plutarco.
223.Guarino, che amava molto i ragionamenti filosofici e religiosi, aveva a Ferrara l'opportunità di appagare questo suo bisogno. Una delle persone, con le quali si intratteneva di filosofia, era il milanese Filippo Pelliccioni, medico della corte Estense e di casa Guarini, quanto valente nella sua professione altrettanto dotto negli studi letterari ed esemplarenei costumi. Una volta nel 1430 si trovarono insieme nella villa di Belfiore, dove ragionarono di Platone. Frutto di quel ragionamento fu un lavoro di Guarino su Platone, nel quale narra la vita ed espone le dottrine dell'illustre filosofo greco. Il lavoro fu dedicato al Pelliccioni.
223bis. Del resto prendeva parte volentieri anche agli spassi, specialmente se conditi di reminiscenze classiche, quale fu la mascherata mitologica del carnevale del 1434. La ideò e la allestì Giovanni Marrasio. Spirito bizzarro questo siciliano! Dopo aver trascorso gli anni giovanili a Siena, amando e cantando nell'Angelinetumla sua bella Angelina, si ridusse nel 1430 a Firenze, dove godè le simpatie di tutti quegli umanisti; ma fuggito di là quell'anno stesso per la pestilenza, si recò a Padova a studiare medicina, «in mezzo alle paludi e alle rane». Fece tre anni di medicina; passò indi a Ferrara, dove si stabilì parecchio tempo; da ultimo finì prete in Sicilia. Nella mascherata si vedeva un Apollo con raggiera in testa e un manto sino ai piedi, un Bacco barcollante e col tirso in mano, Esculapio con gran barba bianca, Marte e Bellona a braccetto e armati, Mercurio con le ali alle calcagna, Priapo con una canna in testa, Venere col pomo, Cupido con le freccie; e dietro a loro le Furie, le Parche, Ercole, Cerbero e via via. Il Marrasio, in costume di Bacco, declamò dinanzi al marchese un carme sulle maschere; rispose poi per il marchese con un altro carme Guarino.
224.Memorabile fu in quell'anno (1434) anche la quaresima, nella quale predicò a Ferrara frate Alberto da Sarteano, l'alunno di Guarino. Che gioia non dovette essere per Guarino, dopo dodici anni che non rivedeva il suo scolaro, e ora poterlo ammirare nella pienezza della sua vigoria oratoria! «Che specchio di virtù quel frate! che fascino nella sua parola, che erudizione, che scienza dicose divine ed umane, che facondia, che fulmini contro i vizi!» Guarino forniva ad Alberto buoni codici di testi sacri, p. e. il suo Lattanzio, e gli dedicò laVita di S. Ambrogio. E nei loro colloqui fra i tanti altri argomenti devono aver toccato spesso dell'Ermafroditodel Panormita, l'idea fissa di frate Alberto, e c'è da supporre che il frate si sia fatto promettere da Guarino la ritrattazione di quel giudizio sull'Ermafrodito, che era diventato famoso e che aveva scandalizzato tante persone. E in vero quando dopo la pasqua Alberto passò a Padova, scrivendo di là al ferrarese Bendidio, lo pregava di chiedere a Guarino se si rammentava della promessa fattagli: chè a Padova pur tra le persone rispettabili il nome di lui non sonava troppo accetto, appunto per quel malaugurato giudizio. Finalmente pare che Guarino abbia preso una risoluzione e nel primo gennaio 1435 scrive la ritrattazione; scelse il primo dell'anno e la scelta fu certo meditata: anno nuovo, vita nuova.
225.La ritrattazione è indirizzata al Lamola, lo stesso a cui era stata scritta la prima lettera. Questa ritrattazione produce, direi, una penosa impressione; sembra di sentire Guarino sotto il peso di uno scrupolo, che non è sorto spontaneo dalla sua anima, ma che gli fu suscitato da altri. Il pretesto poi della ritrattazione è puerile. Finge infatti di avere ricevuto una edizione dell'Ermafroditocon la sua lettera premessavi come introduzione. Ma vide con grande suo stupore che la lettera era mutila di alcuni passi, di quelli appunto che temperavano, anzi distruggevano le lodi che egli aveva date al Panormita. Egli aggiunge adesso i passi tolti, spiegando meglio il suo concetto e pregando il Lamola che come aveva disseminato la prima lettera, la quale avea fatto il male, così disseminasse anche la seconda, la quale portava il rimedio. Ma Guarino si tradisce e qua e là nella lettera si incontrano delle espressioni troppo trasparenti, nelle qualiegli dimentica che vuol correggere il suo antico giudizio e fa chiaramente scorgere che lo ritratta.
226.Ma la cura principale di questo primo periodo (1430-1435) della dimora di Guarino in Ferrara fu l'educazione del suo nobile allievo, il marchesino Leonello, già destinato a succedere al padre nel principato. Quando Guarino andò a Ferrara, Leonello aveva 23 anni. Era nato nel 1407. Avrà fatti i suoi primi studi elementari come si poteano fare in una città dove ancora non eran giunti gli umanisti; indi il padre lo mandò a scuola di guerra sotto Braccio di Montone: ciò fu nel 1422, quando Leonello aveva 15 anni. Tornò a Ferrara dopo la morte di Braccio, nel 1424.
227.La base fondamentale del metodo didattico di Guarino era l'intimo legame del maestro con gli scolari: legame di affetto reciproco, di rispetto e di venerazione da parte degli scolari, di benevola familiarità e dolcezza da parte del maestro. Il maestro poi dovea soprattutto essere ai suoi scolari uno specchio vivente di onestà e costumatezza. Questo metodo l'aveva imparato da Guarino a Venezia Vittorino, il quale lo applicava e sviluppava presentemente in Mantova alla corte dei Gonzaga. E all'efficacia di esso contribuiva non poco la reciproca e costante stima e benevolenza di Vittorino e di Guarino, che si riverberava nei loro allievi principeschi, quali Carlo Gonzaga e Leonello d'Este, senza dire che Leonello era fidanzato di Margherita Gonzaga, allieva di Vittorino, quella che nel 1435 egli condusse in moglie.
228.Guarino è orgoglioso e geloso del suo alunno. Il suo nome non morirà, perchè i posteri lo congiungeranno con quello di Leonello:Guarinus Leonelli. «Io sono umile e oscuro; ma di rimbalzo la mia oscurità verrà illuminata dal tuo splendore. Non vediamo noi il pantano percosso dai raggi solari generare fiori bellissimi?» Lo vuole sempre vicino a sè. Quando egli è lontano, Guarino è in continuapreoccupazione per la sua salute e lo invidia ai campi, che egli percorre, agli amici, che lo accompagnano. Le frasi che egli adopera verso Leonello sono quelle stesse di una madre verso il figliolo: «Testolina gaia, dolcezza mia, volto amabile, aspetto adorato».
229.E Leonello in ciò lo secondava mirabilmente. Ecco come gli risponde dalla villeggiatura di Porto: «Ieri, di giorno, stavo leggendo il mio Cesare, soletto nella mia stanza; non volevo lasciarmi sorprendere dalla sonnolenza di quest'afa estiva e nel medesimo tempo ne provavo gran diletto. Ed ecco intanto giungermi la tua bella e affettuosa lettera. Con che benevolenza, con che sollecitudine ti preoccupi della mia salute! Ed è giusto. Se noi ci prendiamo cura, per semplice istinto, di tutti i nostri simili, che non faremo per quelli che ci sono legati da intimi vincoli d'affetto! Vedi dunque che non è proprio il caso che tu debba scusarti. Tutt'altro! Bisognerebbe non aver cuore per rimproverare l'affettuosa sollecitudine di chi si preoccupa del nostro stato; anzi quella sollecitudine merita le nostre lodi, il nostro plauso ed è la più bella prova che si è amati. E io lo so che tu mi ami, non fosse altro per l'obbligo che ha ogni anima ben nata di corrispondere all'amore, e l'amore mio per te è immenso, ardente, come quello di un figlio verso il proprio padre, anche perchè così vollero i nostri antichi, che veneravano quale un padre il precettore».
230.E alle parole aggiungeva i fatti, giacchè ora donava al suo maestro del grano, ora gli mandava le primizie della sua caccia: caprioli, fagiani, quaglie. Quelle bestiole erano morte, eppure venivano apportatrici di tante cose a Guarino, venivano messaggere del suo Leonello ed egli le baciava ricevendole e preparava ad esse quella onorata sepoltura che loro si conveniva: «bruciate sul rogo all'uso antico e seppellite nello stomaco tra una lieta brigata di amici».
231.Leonello era appassionato per la caccia e Guarino gliela inculcava: perchè nel suo insegnamento dallo sviluppo morale e intellettuale non bisognava mai scompagnare lo sviluppo fisico. Questo era un felice ritorno alla educazione greco-romana, applicata e diffusa specialmente da Vittorino. E poi non è la caccia una preparazione alla guerra, anzi una simulazione di guerra? «Ci si alza il mattino per tempo, si affrontano i geli, gli ardori, la fame e la sete; ivi attacchi veri e finti, imboscate e lotte, colpi di freccia e di giavellotto: insomma una battaglia». E oltre la caccia gli consigliava i giochi, p. e. il gioco della palla: «anche Alessandro e Scevola si dilettavano di giocare alla palla. E buone sono le passeggiate in campagna. I grandi Romani dopo le cure di Stato non si vergognavano di prendersi un divertimento all'aria aperta; Scipione e Lelio nei loro momenti d'ozio andavano sulla spiaggia di Gaeta a raccogliere gusci di ostriche e a far mille chiassate».
232.E il nuoto? «Oh il nuoto oltre che refrigerare il corpo, gli dona elasticità. Come è bello da una riva erbosa e verdeggiante gittarsi in un fiume dalle onde cristalline e ora tuffarvisi, ora lasciarsi trasportare supino dalla corrente, ora romper l'acqua con le braccia. L'uomo che sa nuotare ha si può dire natura doppia: quella degli animali di terra e quella dei pesci. Quanti illustri personaggi antichi e moderni non furono valenti nuotatori. Basti ricordare Orazio Coclite, che si salvò a nuoto nel Tevere dagli assalti di Porsena, Cesare, che si salvò dall'insurrezione alessandrina a nuoto sul mare, Alessandro.... Ma Alessandro era troppo imprudente e per essersi bagnato nelle rigide acque del Cidno fu a un punto di perderci la vita. Valga il suo esempio a renderti prudente, o Leonello».
233.Non meno che all'educazione fisica del suo allievo badava Guarino alla sua educazione morale, avendo soprattuttodi mira gli ammaestramenti che si riferivano ai suoi obblighi di principe. A questo fine gli tradusse due opuscoli di Isocrate, nell'uno dei quali sono esposti i doveri dei sudditi verso il sovrano, nell'altro i doveri del sovrano verso i sudditi. La virtù che più di ogni altra gli inculcava era la clemenza, quantunque Leonello per natura sua fosse mite e clemente e solesse ripetere la parola di Tito: non dovere un principe lasciar partire nessuno dal suo cospetto senza conforto.
234.Ma dove Guarino concentrò la sua operosità didattica fu nell'educazione letteraria; e qui trovò terreno fecondo e docile. Leonello aveva veramente trasporto per gli studi; e Guarino fu orgoglioso di affermarlo al Niccoli, quando nel 1431 passò da Ferrara. E non solo coltivava la letteratura latina, ma anche la volgare e le arti belle, la musica, il canto e la pittura. Fra le discipline prediligeva la storia, fra gli autori Cesare, che era il suo ideale come scrittore, come capitano e come uomo politico; e per questo appunto Guarino gli fece una redazione deiCommentariidi Cesare. Gli traduceva gli autori greci, specialmente Plutarco, e gli cercava codici. Alla ricerca dei codici prendeva parte anche Leonello, come nel domandare al cardinale Orsini le nuove commedie di Plauto e nel far venire da ogni dove manoscritti dellaStoria naturaledi Plinio, della quale Guarino preparava una redazione, che fu terminata nel 1433.
235.Quando poi Leonello era fuori in villeggiatura, se incontrava nelle sue letture qualche difficoltà, si rivolgeva al suo maestro, che subito gli risolveva i dubbi e approfittava di quelle occasioni per dargli massime e precetti. «Allorchè leggi non biascicar le parole, ma pronunziale a voce alta; ciò oltre che aiutare la digestione, imprime meglio nella mente i pensieri. Percorso un periodo, raccogline mentalmente il contenuto: se non hai capito la prima volta, leggilo e rileggilo, imitando i tuoi bracchi, che quando sentonola selvaggina nelle stoppie e non riescono a scovarla, fanno e rifanno le medesime peste. Terminato un capitolo, fermati un poco a riassumerlo tutto; ma il riassunto non deve essere letterale, bensì baderai al senso; letteralmente ripeterai solo i luoghi più salienti: una frase elegante, un bell'aneddoto, un'arguta risposta. Sceglierai poi un giorno nel mese a ripassarti tutti codesti luoghi. Opportuno sarà anche che tu ti prenda un ripetitore, col quale riepilogare le lezioni imparate e non dimenticar mai di notare in un quaderno le principali nozioni che man mano acquisti nelle tue letture, ordinandole e classificandole. Se ti manca il tempo, pigliati un ragazzo intelligente che ti copii e disponga la materia».
236.Dei suoi studi classici Leonello ha lasciato documenti in alcune orazioni e lettere. Le prime volte gliele sbozzava o gliele correggeva Guarino, se forse non gliele componeva per intero, ma in seguito egli potè fidarsi alle proprie forze. Non c'è da lodare ivi nè la scelta dei concetti, nè la eleganza della forma; una certa facilità vi si incontra, ma nulla più. Guarino vedeva in lui tutto bello, ma l'affetto gli preoccupava il giudizio. In ogni modo lo stile ha tutto il colorito Guariniano.
237.E ora che abbiamo esaminato l'operosità di Guarino in Ferrara, usciamo di là e vediamo quali vincoli lo congiungono con altri centri di studi. Col Friuli era in rapporti per mezzo del professore Giovanni da Spilimbergo suo parente, che fino al 1432 insegnò a Cividale, indi a Udine. Lo Spilimbergo gli chiedeva dei sussidi per l'illustrazione dei classici latini, specialmente di Plauto, e Guarino lo teneva informato delle ultime novità e nel medesimo tempo gli faceva delle benevole esortazioni di carattere molto intimo: si direbbe che in famiglia ci fossero delle discordie.
238.A Verona Guarino aveva tanti amici e parenti ed è naturale che egli fosse in continua corrispondenza con lasua città natia. I Fano, gli Ottobelli, i Lombardi, lo Zendrata, il Maggi, Galasio Avogari non si dimenticavano di lui, che seguitava a indirizzarli e soccorrerli nei loro studi. Ma nel febbraio del 1430 lo colpì una grave e inaspettata sventura: gli morì la madre. L'aveva lasciata a Verona, donde la buona vecchia non si era mai mossa. Era solita ammalare d'inverno, ma la primavera le riportava la salute; questa volta le portò la morte. La dolorosa notizia gli fu data dallo Zendrata giusto appunto quando egli attendeva buone nuove di miglioramento. «È proprio così la nostra vita: siamo destinati a morire. Lo so bene che il pianto è inutile, ma è un legittimo tributo di affetto filiale». Sollievo nel grave lutto gli fu l'essere stata la madre assistita premurosamente nella malattia e le parole di sincera lode dettele sul feretro dal Maggi.
239.I Veronesi non si sapevano rassegnare di aver perduto Guarino e cercavano di farlo rimpatriare. Pratiche erano state avviate a questo scopo sin dal 1432; ma era il tempo in cui ardeva la guerra tra la Repubblica veneta e il Visconti; e Guarino, per mostrarsi grato dell'invito, rispose doversi aspettare migliore occasione. L'occasione si presentò l'anno dopo, 1433, in cui fu conchiusa la pace. Il Consiglio di Verona aveva portato lo stipendio da 150 scudi a 200 per allettare maggiormente Guarino. E l'affare pareva conchiuso e se ne parlava a Ferrara, a Verona, a Venezia; quando tutto a un tratto Guarino dà al Consiglio una risposta gentile sì, ma che toglieva l'adito a ogni ulteriore speranza. Si capisce che nella deliberazione ci entrava anche la questione economica, perchè Guarino prendeva a Ferrara 350 scudi, ma il vero motivo fu che il marchese vi si oppose risolutamente, desiderando che si compisse l'educazione di Leonello. Allora Guarino seguitava ad essere maestro di corte.
240.Capitava poi a Verona or questo or quello, per cui Guarino aveva occasione di mettersi in corrispondenza coisuoi concittadini. Così nel 1430 vi fece una gita il marchese Niccolò per assistere a un matrimonio nell'illustre famiglia dei dal Verme. Nell'autunno del 1434 vi andò podestà Francesco Barbaro, al quale appunto allora Guarino dedicò laVita di Focionetradotta da Plutarco. Il Barbaro per la via dell'Adige arrivò a Lendinara, dove fu ospitato dal conte di Sambonifacio, col quale parlò di Guarino, indi pernottò nella casa di Guarino a Villa Bartolomea. Il conte di Sambonifacio era stato nei suoi primi anni governatore di Padova, quindi fece la carriera militare sotto Braccio di Montone; presentemente viveva ritirato nel suo feudo di Lendinara, dove attendeva agli studi teologici, per i quali ricorreva spesso ai consigli di Guarino. Tenne a cresima un figlio di lui e così gli diventò compare.
241.Comica fu la comparsa a Verona nel 1433 di un Calabrese. Era di statura piuttosto bassa, di persona smilza, gambe un po' storte, volto di color terriccio, guardatura guercia. Costui un bel giorno con un vestito stracciato e in stivaloni si presenta sulla piazza di Verona, seguito da un gran codazzo di curiosi, e improvvisa dinanzi al podestà un rimbombante discorso, infarcito di versi dei poeti d'allora. Quando dagli astanti gli fu chiesto chi fosse, egli rispose: «sono Antonio Panormita, poeta laureato, al servizio del duca di Milano». Sarebbe curioso sapere se questo ciarlatano avesse veramente veduto il Panormita e l'avesse praticato in modo da poterlo contraffare, chè non è improbabile che il Panormita offrisse qualche appiglio alla caricatura. Comunque, a Verona il nome del Panormita, da quando Guarino vi avea diffuso l'Ermafrodito, era venerato; e i Veronesi fecero a gara per rendere onore all'illustre ospite. Intanto qualcuno ne scrisse a Ferrara a Guarino, il quale capito di che si trattava rispose subito dando i connotati del vero Panormita. Seppero così che il vero Panormita non eraguercio e domandarono al Calabrese come avesse quel difetto. Il furbo matricolato inventò che era stato per una malattia. Gli domandarono il diploma della laurea poetica ed egli rispose che l'aveva dovuta vendere per comprarsi da mangiare. E continuò a menare per il naso i Veronesi, finchè Guarino non spedì a Verona una lettera a lui diretta dal Panormita; allora si persuasero; e il ciarlatano andò altrove forse a ripetere il gioco, poichè l'aveva già fatto anche prima nel Piceno.
242.Intima, come si vede, e frequente era la corrispondenza di Guarino col Panormita; e tale essa si conservò tutto il tempo che il Panormita rimase a Pavia, cioè sino al principio del 1435, quando passò al servizio di Alfonso d'Aragona. Anzi fu per mezzo del Panormita che Guarino si tenne in stretta relazione col circolo letterario lombardo di Pavia e Milano, ma più di Pavia.
243.Fra i tanti del circolo pavese, oltre il Panormita, conosciuti da Guarino nomino Catone Sacco e Maffeo Vegio, luminari della giurisprudenza, il secondo anche poeta e autore di libri educativi, e Lorenzo Valla, che allora faceva il suo primo ingresso, diremmo, ufficiale nella grande famiglia degli umanisti italiani.
Bello e veramente eroico quinquennio fu questo (1431-1435) per lo Studio pavese! Francesco Pizolpasso, vescovo allora di Pavia e più tardi arcivescovo di Milano, uno dei più dotti ecclesiastici del tempo, pigliava parte attiva a quel movimento letterario; Francesco Bossi vescovo di Como vi insegnava diritto. Era viva ancora l'eco della voce venerata di Gasparino Barzizza, che aveva chiuso a Pavia nel 1430 la sua lunga carriera di insegnante e la sua lunga vita, quando vi venne a insegnare il Valla, presentato dal Panormita.
244.C'era tra costoro due una differenza di 15 anni, eppure il Panormita già celebre non disdegnava di andare a sentirele lezioni del Valla, giovanotto appena; se non che questa fraterna armonia non ebbe a durare più di due anni. Intorno a quei due grandi si raccoglieva una turba numerosissima di allievi ed insegnanti, che cercavano godersi la vita alternando la serietà e l'operosità dello studio con la gaiezza clamorosa e con la spensieratezza deiconviviae dellecompotationes. Fu di là che il Valla lanciò nel mondo stupefatto e scandalizzato il suo libroSulla voluttà, in cui per la prima volta venivano solennemente rivendicati e affermati i diritti del senso sullo spirito; fu di là che il Panormita diffondeva per la prima volta in Lombardia la conoscenza di Plauto. E tempo di fiere polemiche fu quello: del Valla contro i giuristi, che egli mandava a imparar grammatica; del Panormita contro i minoriti, che non gli sapevano perdonare l'Ermafrodito; e da ultimo del Panormita contro il Valla; poichè i due umanisti avevano troppa coscienza delle proprie forze e, come suole avvenire, non poterono star lungamente insieme senza che sorgesse l'invidia a dividerli.
245.Il primo passo a mettersi in relazione col circolo pavese lo fece Guarino. Già da Ferrara a Pavia andavano e venivano spesso persone d'affari e di studio e c'era quindi occasione di scriversi. Una di queste occasioni si presentò a Guarino nel 1430, quando andava a Pavia suo nipote Lodovico Ferrari. Quel nipote e sua madre Cecilia avevano una questione di eredità ad Alessandria e Guarino li raccomandò al Panormita, il quale parte con l'opera sua parte con la cooperazione di alcuni personaggi della cancelleria ducale riuscì a dar loro vinta la causa. Egli pose molto impegno nella protezione assuntasi e mostrò sincero affetto ai due raccomandati, che egli chiamava scherzosamente i suoiGuarinastrie ai quali concesse ospitalità nella propria casa.
246.Verso il luglio dunque del 1430 Lodovico Ferrari andò a Pavia e Guarino ne approfittò per mandare unsaluto al suo Panormita, a cui da qualche tempo non scriveva, e per dargli notizie della sua nuova posizione a Ferrara.
247.La gradita impressione prodotta da questa novella sull'animo del Panormita è da lui manifestata con queste caratteristiche parole: «posso senza commuovermi sopportare l'inedia, le malattie, la povertà, fin anco l'invidia degli uomini; ma non so padroneggiarmi davanti alla propizia fortuna degli amici». Di ricambio egli annunziò a Guarino la sua nomina di poeta aulico del Visconti e nel 1432 l'incoronazione poetica per mano dell'imperatore Sigismondo. Ad ognuno di questi annunzi l'animo di Guarino esultò di gioia.
248.Il Valla e Guarino non si erano ancora veduti; ma il Valla trovò una occasione di andare a Ferrara a visitarvi l'illustre umanista, per il quale nutriva sincera stima. Egli aveva pubblicato nel 1430 il suo libroDe voluptatein forma di dialogo, nel quale gli interlocutori erano personaggi del circolo romano e fiorentino: tra essi anche il Panormita. Nel 1433 pubblicò la seconda edizione col titolo mutatoDe vero bonoe mutò anche gli interlocutori, sostituendoli con personaggi del circolo pavese e milanese, ma escluso il Panormita, col quale allora era in discordia. Di questa seconda edizione il Valla deliberò di far dono anche a Guarino e di portargliela in persona, per aver così opportunità di stringere conoscenza con lui. Ciò fu nel settembre 1433, quando il Valla si licenziò da Pavia. Il Panormita cercò di predisporre l'animo di Guarino contro il Valla, prima che costui arrivasse a Ferrara. Guarino però, uomo di molto buon senso e prudente, rispose alto alto al Panormita, schermendosi con frasi generiche, che non compromettessero la libertà del proprio contegno. Il Valla faceva allora un giro per Ferrara e Firenze, donde si sarebbe recato ad insegnare a Milano e a Genova. A Ferrara si trattenne un paio di giorni.
249.L'accoglienza di Guarino deve essere stata soddisfacente, perchè il Valla la ricorda con una certa compiacenza. Noi del resto sappiamo che Guarino professava verace stima al Valla, a cui più tardi lodò leEleganzecon quelle parole, che il Valla ripeteva non senza orgoglio:Laurenti laurea et Valla vallari corona ornandus es. E quest'amicizia reciproca fu cementata da Girolamo Guarini, quando andò nel 1443 a Napoli al servizio di re Alfonso, raccomandato al Valla. Si capisce che quella visita a Ferrara sia stata sentita con dispiacere a Roma dal circolo del Poggio, del Loschi, del Rustici, tutti nemici del Valla. A Roma anzi dicevano che tra il Valla e Guarino si era un poco mormorato del circolo romano e che Guarino erasi mostrato freddo verso il Valla: voci nate, come è facile spiegare, dalla gelosia e in parte anche da una erronea relazione che di quell'incontro mandò a Roma ad Antonio Loschi il figlio Niccolò, il quale allora studiava sotto Guarino a Ferrara.
250.In questo tempo Guarino oltre che per la sua fama di dotto e venerato maestro, correva sulle bocche dei Pavesi e dei Milanesi per una polemica, che gli venne sollevata contro da Pier Candido Decembrio. La cagione più che letteraria era politica. L'orazione di Guarino in lode del conte di Carmagnola, composta nel principio del 1428, si era divulgata per tutta la Venezia e la Lombardia, suscitando sentimenti molto diversi, giacchè i Veneziani si compiacevano di quegli elogi prodigati al loro gran generale, il vincitor di Maclodio, e i Milanesi se ne rodevano, scorgendo elevato alle stelle il disertore del Visconti. Quando Guarino passò a Ferrara, gli amici di Pavia e di Milano facevano a gara per avere, col mezzo del Panormita, copia di quell'orazione. L'ebbe anche Cambio Zambeccari e da lui Pier Candido Decembrio. Allo Zambeccari, il cospiratore bolognese, che non si preoccupava della questione politica, l'orazionepiaceva; ma non piacque al Decembrio, attaccato al partito ducale, tanto più che giusto allora, nel 1431, si erano riaccese le ostilità fra Venezia e Milano. E giusto allora sentivano a Milano la mancanza del Carmagnola, sicchè il Decembrio non potè soffrire di sentirlo tanto lodato nel discorso di Guarino. Intraprese dunque una confutazione di esso, indirizzandola, non so quanto opportunamente, allo Zambeccari.
251.La confutazione, pedantesca, minuziosa, aggressiva, procede passo passo col testo di Guarino, verso cui è talvolta molto acre e in generale poco rispettosa. Nè l'orazione di Guarino ci perdette, bensì ci guadagnò, perchè la confutazione la rese più ricercata e dell'una e dell'altra si moltiplicavano gli esemplari. Guarino seguendo il suo costume non se ne dette per inteso, ma ci fu chi pensò di prender le sue difese: il Panormita. Egli infatti ribattè gli argomenti del Decembrio, ritorcendogli contro i propri colpi, e tessè l'apologia di Guarino. E il Decembrio non si diede vinto, ma replicò, lanciando una invettiva contro Guarino e il suo apologista. La questione però non ebbe altro seguito, poichè dietro consiglio del Panormita stesso Guarino poscia, non si sa se con una lettera o con dei versi, disse le lodi del Visconti, per mostrare che nelle lodi del Carmagnola non c'era entrata la partigianeria. Ciò del resto dovea corrispondere anche agli intendimenti del marchese Niccolò, la cui politica era conciliativa e il quale non voleva dar motivi di disgusto a nessuno dei suoi vicini.
252.Partito da Pavia il Panormita, i legami di Guarino col circolo lombardo si rallentarono molto, anche perchè il movimento intellettuale si andava trasportando sempre più da Pavia a Milano e quindi allontanavasi dal centro di attività, dove operava Guarino. Il Panormita lasciò Pavia nel principio del 1435 e andò a Palermo, sua patria. Ivi si fermò poco tempo, dopo di che si imbarcò a Messina nell'apriledell'anno stesso con Alfonso di Aragona e si diresse alla volta di Gaeta. D'allora in poi egli fu attratto nell'orbita del re Alfonso e le sue relazioni con l'Alta Italia e con Guarino diventarono più rare. Anzi a Guarino nella partenza cagionò un grave dispiacere.
253.Guarino nel 1433 circa gli aveva prestato la propria copia delle nuove dodici commedie di Plauto del codice Orsiniano, la quale il Panormita si portò seco a Palermo. Quando di là si trasferì a Gaeta, egli vi lasciò una parte de' suoi codici e tra essi il Guariniano. Guarino avendo inteso della partenza del Panormita e come si era portato via il proprio codice, se ne accorò profondamente e scrisse a parecchi amici pavesi, i quali gli confermarono che il Panormita non sarebbe più tornato. Per allora Guarino dovette mettersi l'animo in pace. Quando poi nel 1442 Alfonso d'Aragona entrò vincitore in Napoli, allora si diresse a lui con lettera, pregandolo di ottenergli dal Panormita la restituzione del codice Plautino: invano. Si rivolse direttamente al Panormita: invano; nuovamente al re Alfonso: sempre invano. Gli fu forza aspettare l'anno 1444, in cui il Panormita fece una corsa a Palermo. In quell'occasione riprese i suoi codici, tra i quali il Plautino e lo rimandò a Guarino nei primi mesi del 1445.
254.Quanto penò ora Guarino a riavere il suo apografo di Plauto, altrettanto avea penato prima ad avere l'archetipo Orsiniano. L'Orsini, pur non sapendolo leggere, lo teneva gelosamente custodito presso di sè e per parecchio tempo non ne fece parte agli umanisti, che d'ogni dove gli rinnovavano gli assalti per cavarglielo di mano. Inutilmente gli fu chiesto da Milano, inutilmente da Ferrara, donde partirono due suppliche: l'una di Leonello d'Este, l'altra, molto caratteristica, del nipote di Guarino, Lodovico Ferrari. Lo stesso esito ebbero le pratiche del Traversari e del Niccolida Firenze. Quante volte non ritentò a Roma la prova il Poggio! ma sempre senza successo; tanto che in un momento di cattivo umore protestò che ormai non l'avrebbe più preso, nemmeno se gli venisse offerto. Guarino ricorse a un altro mezzo. Era andato a Roma, con un incarico del marchese, il giovane giureconsulto Ziliolo Zilioli; a lui si rivolse acciocchè facesse pratiche per avere il codice: anche questa volta fatica sprecata. Solo Lorenzo dei Medici, che si era recato nel 1431 a Roma con l'ambasciata fiorentina a fare omaggio al nuovo pontefice Eugenio IV, solo egli riuscì con molta arte a trar di mano all'arpia il codice e a portarlo a Firenze. A Ferrara esso giunse, direttamente dall'Orsini, l'anno seguente 1432. Così Guarino lo copiò e mandò il proprio apografo al Panormita.
255.Si è veduto Ziliolo Zilioli a Roma nel 1430. Per mezzo suo e per mezzo di Meliaduce d'Este e del suo institutore Aurispa, andati a Roma alla fine del 1431, Guarino ebbe occasione di rinfrescare le proprie conoscenze coi porporati e con gli umanisti della curia, quali il cardinale Albergati, il cardinale Capranica, il Poggio, il Loschi, il Rustici. Ma la corrispondenza con quel circolo si animò di più, quando Guarino lo ebbe più prossimo, giacchè nel giugno del 1434 la corte pontificia si trasferì a Firenze.
256.Senza di che le comunicazioni tra Ferrara e Firenze erano già prima assai vive, specialmente perché Ferrara era il consueto convegno degli ambasciatori degli stati belligeranti italiani. Il marchese d'Este manteneva con molta astuzia e prudenza la sua posizione neutrale e veniva per questo sempre scelto come intermediario nei trattati di pace. Così nel 1432 e nel 1433 ci fu convegno di plenipotenziari a Ferrara; la prima volta vi andarono come incaricati della repubblica fiorentina Cosimo dei Medici e Palla Strozzi, la seconda volta il solo Strozzi: entrambi erano stretti da vincolidi antica amicizia con Guarino. Nel 1431 era passato, di ritorno da Verona, per Ferrara il Niccoli e si abboccò con Guarino, col quale ragionò di codici e di studi; e nel 1433 era andato da Ferrara a Firenze il Lamola, come institutore privato in casa Strozzi. Ora poi che la corte pontificia stava a Firenze vi si recarono a far visita ad Eugenio IV i due fratelli Estensi Leonello e Meliaduce, coi loro aiutanti il cavaliere Feltrino Boiardo e il cavaliere Alberto della Sale.
257.Quegli anni nei quali la corte pontificia si piantò a Firenze, prima dal 1434 al 1436, poi dal 1439 al 1443 nel tempo del Concilio, costituiscono uno dei momenti più fecondi e più felici dell'umanismo italiano. I letterati della corte papale si trovarono allora insieme con quelli di Firenze, la culla del grande movimento umanistico, dove erano nel massimo fiore il Traversari, il Bruni, il Niccoli, il Marsuppini. Ne era partito o ne stava per partire il Filelfo, ma in compenso veniva da Basilea l'Aurispa coi suoi nuovi codici scoperti in Germania e specialmente col commento di Donato a Terenzio. E in quell'intreccio di attività, in quello scambio di cognizioni e di vedute si agitarono grandi questioni, che nel periodo umanistico ebbero varia fortuna e spesso divisero il campo in due partiti. Esse versavano sulla preminenza fra i capitani antichi, sulla natura della lingua latina, sulla preferenza da darsi al latino o al volgare italiano, sulla superiorità dei Latini o dei Greci. Le due ultime furono cominciate specialmente a discutere nella seconda dimora della corte pontificia a Firenze (1439-1443); le altre due furono discusse nella prima dimora e propriamente nell'anno 1435, anzi su per giù nello stesso mese: tra il marzo e l'aprile. In esse, la questione cioè sulla preminenza fra i capitani antichi e quella sulla natura dell'antico latino, si trovò impegnato anche Guarino.
258.Era a Firenze con la corte pontificia un giovane ferrarese, Scipione Mainenti, amico comune di Guarino e del Poggio. Avea studiato diritto civile a Bologna e di là era passato a Firenze nel 1429. Nel 1433 avea fatto la sua gita a Basilea, donde era tornato con alcuni codici nel 1434. In quell'anno stesso si era dottorato a Bologna. Fatta una breve sosta in patria, si era trasferito a Firenze, dove si accompagnò alla curia che egli seguì poi sempre. Fu eletto nel 1436 vescovo di Modena e morì nel 1444. Scipione Mainenti era entusiastico ammiratore del suo omonimo romano, tanto che il pio Alberto da Sarteano ne lo rimproverava, sembrandogli che paganeggiasse un pochino troppo.
259.Per deferenza all'ammirazione dell'amico Mainenti il Poggio gli scrisse una lettera, nella quale fra i capitani antichi dà la palma a Scipione. A Scipione aveva dato la palma anche il Petrarca; Pier Candido Decembrio invece presso a poco nel tempo stesso della lettera del Poggio dava la palma a Cesare. Ciò era naturale nel Decembrio, che rendeva così omaggio alla maestà Cesarea del suo Filippo Maria Visconti. Ma il Decembrio a riscontro di Cesare poneva Annibale, il Poggio al contrario confrontò Cesare con Scipione. Egli nella sua lettera esamina anzitutto i giudizi degli antichi, indi la vita dei due grandi capitani e viene alla conclusione che Scipione nella virtù e nella rettitudine fu molto superiore a Cesare e che non gli fu inferiore nella gloria militare.
260.Leonello reduce dalla sua gita di Firenze portò a Guarino a Ferrara i saluti del Poggio e una copia della lettera sulla preminenza di Scipione. Guarino lesse la lettera e ne rimase scandalizzato. Egli scorse nel Poggio addirittura un detrattore, un calunniatore di Cesare, unCaesaro-mastixe gli scrisse contro una violenta confutazione: «Come haiil coraggio di chiamar Cesareparricida linguae latinae? No parricida malitterarum expolitor et munditiarum parens». E cita le testimonianze degli antichi, mettendo in chiaro quanta cultura ci fu in Roma e dopo Cesare e sotto Augusto e durante l'impero e come Cesare promosse molto gli studi. «Nè Cesare tolse le istituzioni repubblicane: le vere cause della rovina di Roma furono l'avarizia e il lusso. E se vi furono imperatori iniqui, ve ne furono anche di buoni; e Cesare non è responsabile degli iniqui, come S. Pietro non ha colpa dei papi malvagi che gli succedettero». Indi esamina l'adolescenza di Cesare e mostra, contro l'asserzione del Poggio, che in essa Cesare diede ottimi indizi di animo forte e generoso. «Perchè vai pescando, o Poggio, tutte le accuse mosse a Cesare dalla malignità e che sono naturalmente sospette e taci il buono di cui si ha notizia sicura? Perchè interpreti malamente azioni di Cesare, che considerate da un animo imparziale sono invece oneste? — Cesare si servì di largizioni per farsi eleggere console. — Ma lasciando le largizioni, cosa allora comune, chi ha più merito dei due: Cesare eletto con tanta lotta o Scipione eletto perchè nessuno si presentava? Non vedo che si deva rimproverare a Cesare di aver proposto il domicilio coatto dei Catilinarii, giacchè non fu egli il solo; e Catone che lo osteggiò non era poi quell'irreprensibile uomo, che potrebbe parere. — Ma si fece prorogare il comando della Gallia. — E non pensi alla capitale importanza di quella guerra? Del resto Cesare in guerra fu clementissimo e umano. — Ma si avvilì negli amori di Cleopatra. — E Scipione non amò una schiava? Dici che fu poca gloria vincere i Galli imbelli. Leggi il giudizio di Sallustio e mi saprai poi dire se erano imbelli». Da ultimo Guarino difende Cesare dall'accusa di essere stato il distruttore della libertà, mostrando che la libertà di Roma era già morta da prima e che Cesare fu anzi quegli che ladifese. Conchiude che Scipione fuvir bonus, civis pusillanimis, imperator excellens, che Cesare fucivis magnanimus, princeps prudentissimus, imperator excellentissimus.
261.La lettera di Guarino fu intitolata a Leonello, l'ammiratore di Cesare; e fu certo per deferenza a lui, se mise tanto calore e, diciamolo, acrimonia nella confutazione del Poggio. Il Poggio replicò indirizzando la lettera al Barbaro, da lui scelto arbitro della contesa. Nel preambolo egli confessa di non sapersi persuadere come mai Guarino abbia preso in sul serio una questione accademica, trattata unicamente per esercizio di ingegno, e che vi abbia mischiata tanta acrimonia; egli non trova altra ragione di tanto accanimento se non il supporre che c'entrasse di mezzo Leonello: e non s'ingannava.
262.La replica del Poggio è molto moderata. Egli ribatte uno per uno tutti gli argomenti di Guarino. Cicerone, Vergilio, Sallustio, Orazio vissero sotto Cesare, ma nacquero e furono educati al tempo della repubblica. Vi furono valenti grammatici sotto l'impero, ma tutti insieme non valgono una pagina di Varrone; dopo morto Cesare non si trova un comico come Plauto, un oratore come Cicerone; e questo dicasi pure dei filosofi, dei giureconsulti. Da ultimo il Poggio con una lunga serie di testimonianze antiche dimostra l'assurdità della tesi di Guarino, che Cesare cioè non abbia distrutta la libertà di Roma, anzi la abbia promossa.
263.Quest'ostilità terminò meno d'un anno dopo con l'interposizione di Francesco Barbaro. La personalità era assolutamente esclusa dalla disputa e l'amicizia tra Guarino e il Poggio fu delle poche veramente costanti e sincere di quel tempo; fu quindi facilissimo il riavvicinamento.
264.L'altra questione, non oziosa e accademica, almeno per noi, come la prima, ma vitale e di un grandissimo valore storico, si aggirava sulla natura della lingua latina. Eccocome è nata. Nel marzo 1435 in Firenze nell'anticamera del palazzo dove alloggiava il papa si trovavano il Biondo, il Loschi, il Poggio, il Rustici, Andrea Fiocchi. Discutevano sulla lingua latina e sulla sua natura, se cioè al tempo di Roma antica gli illetterati e i letterati parlassero la medesima lingua. In mezzo alla discussione comparì nell'anticamera il Bruni, mandato a chiamare dal papa. Subito colleghi ed amici si rivolsero a lui per sentire la sua autorevole parola. Fu allora che il Bruni lanciò quel suo audace e famoso giudizio: il volgo romano antico parlava il medesimo linguaggio delle nostre plebi presenti. La parola del Bruni divise senza altro il campo in due partiti; stettero con lui il Loschi e il Rustici, gli si dichiararono contrari il Biondo, il Poggio, il Fiocchi. Più tardi si schierarono contro il Bruni anche Carlo Marsuppini e Leon Battista Alberti. Ma intanto il Bruni dovette entrare dal papa e la discussione rimase interrotta.
265.Portavoce del partito contrario al Bruni si fece il Biondo, il quale tornato a casa pensò di ordinare e raccogliere le proprie idee e quelle degli amici e dare ad esse forma di dissertazione. La dissertazione uscì il primo aprile 1435 intitolata al Bruni.
266.Il Biondo pone la questione nei suoi veri termini; indi ribatte gli argomenti addotti dal Loschi, dal Rustici, dal Bruni nella prima discussione; da ultimo entra nel tema e sostiene la propria tesi, appoggiandosi alle testimonianze di Cicerone. Egli ammette una differenza di grado tra la lingua della classe colta e quella della classe incolta. Quella differenza è dovuta in parte allo studio, in parte al contatto con la migliore società. Ma tutti i Romani parlavano il latino grammaticale, perchè così lo aveano da natura. La moltitudine intendeva non solo ma sapeva anche apprezzare tanto le orazioni del Foro quanto le rappresentazioni del teatro. Delresto non fa bisogno per capire aver la cultura di chi parla: altro è parlare, altro intendere.
267.Il Bruni rispose al Biondo in data 7 maggio. Ribattè l'argomento degli oratori, dicendo che in senato e nei tribunali il pubblico era di gente colta e che perciò parlava il latino letterario; il pubblico del Foro era misto e quelli che capivano erano colti; del resto non doversi dimenticare che gli oratori parlavano un linguaggio volgare, che poi traducevano in linguaggio letterato per la pubblicazione. Ribattè l'argomento del teatro, cercando di mostrare che il pubblico non vi andava tanto a sentire la recitazione, quanto a vedere l'apparato scenico e la mimica. La confutazione specialmente di questo secondo punto è addirittura puerile. Però non manca una certa felice intuizione. Il Bruni con tatto fine distingue, sulla scorta di Cicerone e di Varrone, le forme volgari Bellius vella vellatura dalle letterateDuellius villa vectura, ma è troppo poco.
268.Il vero argomento del Bruni è un sentimento soggettivo. Egli non può nè persuadersi nè credere che altri, specialmente se istruito, si persuada, che una donnicciola romana sapesse p. e. distinguerefiliisdafiliabus,cecididacecidie parlasse il latino di Terenzio e di Cicerone senza averlo studiato. Quel latino lo sapeva ben lui quanta fatica gli era costato e non si rassegnava che a Roma si avesse a così buon prezzo.
269.A Ferrara la questione si era pure agitata e Guarino ne parlò spesso con Leonello, con Angelo Decembrio, col Boiardo e col Pirondoli. Questi due ultimi pareva che stessero dalla parte del Bruni; risolutamente col Bruni stavano Leonello e il Decembrio, i quali notavano che in Roma c'erano scuole e maestri e che perciò la lingua si doveva impararla; se il volgo la avesse posseduta per natura, erano inutili i maestri e le scuole. Guarino invece si mise dalla parte delBiondo. Egli ripiglia i due argomenti tratti dal Foro e dal teatro, aggiungendo nuove citazioni e nuovi schiarimenti. Soprattutto riguardo al Foro insiste sull'esistenza degli stenografi anche in antico e ritiene perciò che noi abbiamo le orazioni quali venivano recitate. Si indugia a lungo a dimostrare, con l'autorità specialmente di Cicerone, che la latinità in Roma non si imparava, come sostiene il Bruni, ma ciascuno la portava con sè nel sangue per eredità.
270.Distingue però i tempi primitivi nei quali la latinità si parlava incoscientemente, dai tempi recenti, nei quali la si parlava coscientemente cioè studiandola. I periodi della lingua latina secondo Guarino sono quattro: il periodo di Giano, il periodo di Latino, il periodo dei monumenti letterari e il periodo della decadenza. Nei tre primi il latino èlitteralise va man mano perfezionandosi, nel quarto per influenza dei barbari si imbastardisce, perde la propria fisonomia, si snatura e diventavulgaricus. Solo qua e là nelle provincie si incontrano ancor tracce dell'antica fisonomialitteralise in questo proposito Guarino cita alcuni esempi dallo spagnolo. Dichiara da ultimo, che vi doveva essere una differenza tra la lingua del volgo e quella dei dotti, il latino dei quali possedeva vocaboli di unasecretior quaedam intelligentia.
271.Su questa differenza, già notata dal Biondo, ritorna il Filelfo, il quale ha trattato la questione in due lettere, schierandosi contro il Bruni. Il Filelfo distingue in Roma unsermo litteralis grammaticuse unsermo vulgaris latinus forensis. Ilsermo litteralisappartiene allo stile elevato, p. e. alla filosofia ed alla poesia epica; così Cicerone adoperacalliditasper indicare una facoltà intellettuale, dove che il popolo prendeva la parola in ben altro senso; così Vergilio adoperaolliinvece diilli. Ilsermo vulgarisera la lingua usuale del senato, dei tribunali, del foro, dei teatri, del parlar domestico; ilsermo vulgariscontiene naturalmente delle sgrammaticature; p. e. Terenzioadoperaemoririperemori. Ma la differenza fra l'uno e l'altrosermoèadmodum parva; esempi disermo vulgarisrispetto allitteralissono i genitiviornatitumultisenativictirispetto ai genitiviornatustumultussenatusvictus, le formebarbariesbarbarieirispetto abarbariabarbariae. Così i grammatici non ammettono il nominativonex, che si può adoperare nelsermo vulgaris; non ammettono che il solo ablativosponte, dove che Cornelio Celso hasuae spontis.
272.Una obbiezione muove il Filelfo al Bruni sull'esistenza del volgare italiano nei tempi di Roma antica, che cioè di esso non c'è rimasto nessun monumento. Inoltre Guarino e il Filelfo, per mostrare l'assurdità della ripugnanza che aveva espresso il Bruni ad ammettere la grammaticalità del volgare romano, citano un fatto del quale essi furono testimoni. Entrambi erano stati a Costantinopoli, Guarino nel 1403, il Filelfo nel 1427, e ivi aveano notato che il volgo parlava il greco grammaticalmente, conservando cioè le terminazioni dei casi, dei numeri, dei tempi, come si riscontra negli antichi autori greci.