Guarino a FerraraUltimo ventennio(1440-1460)

Guarino a FerraraUltimo ventennio(1440-1460)305.Nel maggio del 1441 Guarino venne confermato professore in Ferrara per un secondo quinquennio. Fu questo l'ultimo anno che servì sotto il dominio del marchese Niccolò, il quale morì nel 26 decembre del 1441. Morì a Milano, donde fu trasportato il 28 dello stesso mese a Ferrara e quivi seppellito nella chiesa di S. Maria di Belfiore da lui edificata.306.Pochi giorni dopo, nel 6 gennaio 1442, Guarino ne scrisse la commemorazione in forma di lettera a Leonello. «La piena del dolore mi ha fin qui tolta la facoltà di parlare e scrivere; ora dopo i primi sfoghi, rimessomi dalla commozione, posso darti quei conforti, dei quali io stesso avevo bisogno quando il colpo era troppo recente». E gli fa un quadro lusinghiero delle virtù paterne. «Fu prudente nel saper mantenere l'integrità del suo piccolo Stato in mezzo a Stati potenti e ambiziosi e fra tante guerre, che gli romoreggiavano intorno. Fu benigno e le porte del suo palazzo erano aperte a tutti i cittadini che ricorrevano a lui. Fu mite nelle pene ed è notevole quella sua risposta: che un regnante non deve mai esercitare la crudeltà, qualche volta la severità, sempre la clemenza. Fu liberale e arricchì molti dei suoi sudditi; soleva dire che la ricchezza dei re è costituita dalla ricchezza dei cittadini. Fu grandioso e lo provano i monumenti che egli seminò come gemme in città e nel territorio. Fu forte nelle fatiche e lo attestano le guerre da lui sostenute nel primo periodo del suo governo, mentrenel secondo periodo egli attese alle arti della pace, acquistandosi anzi grandi meriti come moderatore e arbitro nelle contese altrui».307.Guarino qui è panegirista e perciò mette in rilievo le parti buone e lascia nell'ombra le meno buone. Comunque, se p. e. sulla mitezza e sulla benignità di Niccolò lo storico fa le sue riserve, un merito incontestabile egli ebbe, quello di essersi costituito moderatore nelle controversie degli altri principati italiani; e a quell'arte egli va debitore dell'incolumità del suo Stato e della fama di principe scaltro.308.Il passaggio dall'un governo all'altro avvenne in Ferrara senza scosse, tanto che Leonello non sentì nemmeno il bisogno di circondare il proprio palazzo di guardie: «la guardia la faceva l'affetto dei cittadini». Già prima della morte del padre era Leonello stato da lui assunto collega nell'amministrazione e avea perciò avuto occasione di mostrare le sue buone qualità, per cui era ben voluto dal pubblico. «La sua faccia bella, la fronte aperta, gli occhi sereni, la statura alta, la capigliatura bionda gli conciliavano la simpatia della gente. Inoltre di belle doti morali, come la religiosità, il sentimento della giustizia, l'accorgimento nella scelta dei propri consiglieri, avea già dato prima luminose prove; e ciò era sicuro pegno e buon augurio che egli si sarebbe dimostrato degno successore del padre».309.Le previsioni si avverarono; anzi egli fu migliore del padre, se non nella politica, certo in tutte le altre virtù e specialmente nella protezione delle arti e delle lettere. E cominciò senz'altro dal riformare l'università, chiamando da ogni dove illustri insegnanti; basti notare tra i principali acquisti Teodoro Gaza, venutovi nel 1444. La solenne inaugurazione del nuovo istituto fu fatta da Guarino nel 1442 il 18 ottobre, festa di S. Luca, che era il giorno consacrato all'apertura delle scuole. L'oratore assunse di dimostrare cheFerrara per opera di Leonello era diventata la vera sede degli studi; e passando in rassegna le discipline, che erano rappresentate nell'università ferrarese, cioè la grammatica, la dialettica, la retorica, la fisica, la filosofia, la medicina, il diritto civile e il diritto canonico, mise in rilievo i pregi di esse e la loro reciproca connessione.310.Guarino faceva doppia scuola: pubblica e privata. Alla pubblica dedicava il giorno, alla privata la sera. La lezione pubblica era doppia, nella mattina spiegava un poeta e un prosatore latino, nel pomeriggio leggeva ordinariamente greco. La sera e la notte erano dedicate ai convittori, che egli teneva in casa; essi lavoravano sotto i suoi occhi e l'avevano sempre lì presente e pronto a rispondere a tutte le difficoltà che incontrassero.311.Uno dei convittori più famosi e che merita di esser conosciuto un po' da vicino fu Giano Pannonio. Il suo nome era Giovanni, ma egli se lo latinizzò; il cognome Cesinge, con cui è comunemente chiamato, è storpiatura di Csezmicze; era di origine ungherese e perciò assunse il soprannome diPannonius. Era nipote di Giovanni Vitez, che fu cancelliere nella reggia ungherese, vescovo di Waradino, arcivescovo di Gran e da ultimo, nel 1471, cardinale. Fu mandato dallo zio a studiare sotto Guarino a Ferrara. Quando arrivò nel 1447 a Ferrara aveva un dodici anni e in breve tempo diede prova d'ingegno vivacissimo e di memoria straordinaria; s'impadronì ben presto del latino e del greco e cominciò a pubblicare saggi poetici, che riscotevano il plauso universale.312.Giano aveva per il suo maestro un vero culto, come dimostra ilPanegyricuscomposto in lode di lui, bellissimo monumento di ammirazione, di riconoscenza e di amore. E non solo a lui, ma alla sua famiglia egli nutrì schietta affezione. Così tanto nei fausti quanto negli infausti eventi di casa Guarini sapeva trovare una parola sincera di congratulazione o dicondoglianza. Per la morte della Taddea compose l'epitafio; per le nozze delle due figlie Fiordimiglia e Libera compose l'epitalamio: Fiordimiglia sposò Guglielmo Calefini e Libera Salomone Sacrati, entrambi cittadini ferraresi. Maggiore dimestichezza strinse Giano coi figli maschi di Guarino e specialmente con Battista, che era press'a poco della sua età, anch'egli ingegno svegliato e precoce, e col quale «ebbe comuni gli studi, il tetto, la cella, il maestro».313.Dopo di Giano altri ungheresi vennero a Ferrara, p. e. un Simone, un Czepes, un Policarpo, che poi fu arcivescovo: una piccola colonia, come si vede. Fra i condiscepoli di Giano e di Battista c'erano a Ferrara p. e. Roberto degli Orsi di Rimini, Basinio da Parma, Galeotto Marzio di Narni, i quali diventarono poi famosi.314.Nei cinque o sei anni che Giano fu a Ferrara noi possiamo, guidati dai suoi versi, gettar lo sguardo entro la vita e i costumi della scolaresca Guariniana. Ivi si studiava con vera passione: «Noi che dormivamo, dice Giano a Galeotto, sempre nella medesima stanza e mangiavamo alla medesima mensa, quante volte non vegliammo insieme fino alla mezzanotte, facendo violenza ai nostri occhi; quante volte non ci alzammo tre ore avanti giorno, lasciando il dolce tepore del letto». Vero è che capitava pure il caso (e quale studente potrebbe in ciò scagliare la prima pietra?), nel quale i libri passavano dal tavolo di studio alla bottega di un rigattiere ebreo; sorte toccata una volta a un Lucano, a un Ovidio, a un Vergilio, ai quali Giano avea chiesto inutilmente dieci scudi in prestito.315.I convittori costituivano proprio una famiglia e Guarino facea da padre, con la sua bonaria severità, lasciandoli liberi nei loro leciti passatempi. Un giorno una brigatella di essi con a capo Giano combinarono una refezione, alla quale invitarono anche Guarino. Ma egli rispose che igiovanetti non dovevano essere turbati nella loro baldoria chiassosa dalla musoneria di un vecchio; e Giano a replicare: che la sua presenza, oltre all'essere l'onor della tavola, sarebbe stata un freno a qualche trasmodamento dei commensali; che del resto la sua burletta poteva dirla anche lui, quantunque vecchio, e che essi aveano imparato giusto da lui come Tullio, Socrate, Catone con tutta la loro serietà si permettessero di quando in quando lo scherzo.316.Però i suoi giovanetti egli li teneva sempre d'occhio; e Giano in una occasione che fu dai compagni portato, senza saperlo, in un cattivo ridotto, minacciò di denunziarli a Guarino. Ma non sempre il buon vecchio riusciva a evitare le scappatelle dei suoi scolari e talvolta gliele facevano i propri figli e sotto gli occhi, in casa, come quando uno di loro si prese troppa confidenza con la domestica; e Giano a cantargli: «La tua indulgenza ti fa torto, o Guarino, e intanto sei la favola della città; uno dei tuoi figli ti ha reso suocero della tua fantesca e nonno; pensa che hai in casa delle figliuole da marito e apri gli occhi».317.Fra quegli scapatacci non mancava certo la satira, la quale diventava anche impertinente, come quando Giano si prendea gioco del suo confessore Lino, un frate francescano, o consigliava Rinuccio di portar fuori le sue figliole, p. e. alle prediche di padre Roberto o ai balli in piazza, se voleva maritarle. Talora la satira era di buona lega. Con Lodovico Carbone, alunno di Guarino, Giano non se la dicea troppo: «prima eri bragia, ora sei carbone, tra poco diventerai cenere». Paolo poi gli dava a correggere i suoi versi, che egli rimandava senza nemmeno un segno: «sfido! bisognerebbe segnarli tutti; del resto tu non sai pronunziar bene il tuo nome, la prima lettera devi aspirarla» (paulusφαῦλος).318.E si fossero fermati alla satira! C'era dell'altro. Molestavano le donne maritate e davano la caccia alle facilidonzelle. Quella Tecla, che «quando cammina per le strade ha l'aria di una aitante matrona, dove che in casa pare una civetta spennacchiata», quella Silvia, che «va cercando in ogni studente il padre del proprio frutto», sono fino a un certo punto macchiette che possono correre. Ma quando discendiamo alle Lelie, alle Orsole, alle Lucie, allora il colorito degli epigrammi di Giano diventa marzialesco, anzi addirittura priapeo, tanto che certi vocaboli osceni egli non ha il coraggio di scriverli in latino e li scrive in ungherese. Incliniamo del resto a credere che fossero più parole che fatti, più imitazione classica che realtà, come era il casodell'Ermafroditodi Antonio Beccadelli.319.Questa la studentesca. Un altro scolaro di Guarino ci guiderà per entro al circolo letterario ferrarese. Il circolo socratico, quale fu idealizzato nei dialoghi platonici e quale rivisse in Roma p. e. nei dialoghi di Cicerone e nelleNotti attichedi A. Gellio, ebbe una larga rifioritura tra gli umanisti. Rifiorì a Ferrara per opera di Guarino, nel tempo specialmente del governo di Leonello d'Este, il quale ne era il centro e l'anima; il relatore fu Angelo Decembrio con laPolitia literaria.320.Angelo Decembrio, fratello di Pier Candido, dalla scuola del vecchio Barzizza, dove si trovò fanciulletto, era passato a quella di Guarino. Stava a Ferrara sino almeno dal 1438 e vi si trattenne per tutto il tempo che governò Leonello, morto il quale, si trasferì alla corte di Alfonso in Napoli e, morto anche Alfonso, a quella dei re di Spagna. Compose epistole, panegirici poetici, elogi funebri, opere grammaticali e laPolitia, importantissima, perchè con essa diffuse e rese popolare l'insegnamento e il metodo guariniano.321.Nel circolo ferrarese c'era l'elemento vecchio e l'elemento giovane. Fra i vecchi nominiamo anzitutto il maestro.Guarino. Gli altri erano Uguccione Contrari, uno dei più autorevoli consiglieri del marchese Niccolò, Giovanni Gualengo, i due cavalieri Feltrino Boiardo e Alberto Costabili; il Boiardo avea tradotto in volgarel'Asinodi Apuleio, il Gualengo si dilettava di fabbricare e in una sua villetta del suburbio aveva imitato quella di Plinio. Fra i giovani notiamo il principe Alberto Carpi, alto della persona ed eloquente, imparentato con gli Estensi, Carlo Nuvoloni, i fratelli Nicola e Tito Strozzi, Francesco Ariosto, Leonello Sardi e il cavalier Tommaso Morroni da Rieti, maestro dell'arte mnemonica.322.Alle riunioni del circolo non mancavano di quando in quando gli interlocutori avventizi. Così vi faceva qualche comparsa il minorita Agostino, ferrarese, buon predicatore e rispettato da Leonello e dagli altri; ma non erano accettate le sue teorie sui danni che provenivano dalla lettura dei poeti antichi. Tito Strozzi su questo punto non voleva dar quartiere al monaco; Guarino, più moderato, lo confutava con buone ragioni, alle quali il monaco non avea che ribattere, ma faceva le sue riserve: «non c'è da fidarsi troppo con voi altri oratori, che mutate il nero in bianco». E la brigata rideva.323.Peggio quando capitava nel circolo un pedagogo, come dicevano loro, o maestro di grammatichetta, come diciamo noi. Tito Strozzi lo prendeva a frustate, se lo lasciavano fare. Verso quella genìa perdeva la moderazione persin Guarino, il quale metteva in canzonatura le loro pedanterie. Uno di essi a Ferrara, un tal Palamede, si vantava di sapere a memoria tutto Vergilio e che, sentitone un verso da chiunque, avrebbe continuato col seguente. Tito lo incontra e gli recita il verso 19 dell'Ecl. I:Urbem quam dicunt Romam Meliboee putavi; Palamede senz'altro seguitò:Stultus ego. Tito non ne volle più: «te lo sei detto da te».324.Ma comica sopra ogni altra fu la comparsa nel circolo di Ugolino Pisani. Si presentò nel suo consueto atteggiamento teatrale, con la capigliatura arruffata e lunga barba. Portava a leggere una delle sue commedie in prosa, nella quale gli interlocutori erano arnesi di cucina; gli astanti se la passavano di mano in mano, ridendo sotto i baffi e strizzando l'occhio. Però il volumetto era di una perfetta calligrafia e rilegato elegantemente. Quel povero Ugolino era mezzo pazzo e morì pazzo, appena quarantenne. Entusiasta di Plauto, scrisse commedie in prosa, imitandone lo stile. Per pochi versi ottenne nel 1432 l'alloro poetico dall'imperatore Sigismondo. Girò le corti italiane ed estere, facendo il giullare, recitando le sue commedie, prendendo parte alle mascherate ed eccitando la curiosità specialmente delle donne. Gli era stato affibbiato il nomignolo di scimia letterata.325.Il circolo si raccoglieva di solito nell'appartamento di Leonello, dopo il pranzo; qualche volta anche inter pocula. Altre volte invece la brigata si recava a caccia o faceva una gita nella villa di uno degli amici o al palazzo suburbano di Belfiore o al castello di Bellosguardo; e ivi o sotto un portico o all'ombra delle piante si intrattenevano in amichevoli discussioni letterarie.326.Le discussioni versavano su argomenti di vario genere. Erano preferiti gli argomenti di letteratura romana e in specie la letteratura poetica. I due grandi poeti di Guarino erano Terenzio e Vergilio; da essi citava continuamente e su di essi fondava la prima educazione dei suoi allievi. E per riverbero l'attenzione sua si fermava molto anche sui commentatori di quei due poeti, cioè Donato e Servio. Nè solo studiava Vergilio in sè, ma pure nelle sue attinenze con gli autori che lo precedettero e che lo seguirono, specialmente con gli storici, mettendo a raffronto tanto la materia quanto lo stile. Se dovea spiegare agli amici la teoria degli omonimi,egli traeva ricca messe di esempi da Vergilio. Se poi voleva proporre un maestro di moralità, designava Terenzio.327.Nel circolo venivano trattate importanti questioni estetiche, come quella dei rapporti tra il sostantivo e l'aggettivo nel verso e l'altra della vera natura della brevità sallustiana. Faceano argomento di discussione anche la proprietà dei vocaboli, l'ortografia, i dittonghi; qualche volta il tema era archeologico, come sulle corone, sui pesi, sulle sigle, sui monumenti. Le interpretazioni si discutevano con la massima minuziosità.328.Frequenti erano le questioni critiche: anzitutto sull'autenticità dei testi. Non è di Cicerone laRhetorica ad Herenniume il libercolo sui sinonimi, non di Ovidio il carmeDe Vetula, non di Giovenale la satira XVI, non di Seneca le lettere a S. Paolo, non di Catone i distici morali, non di Cesare ilBellum Alexandrinum. Dopo l'autenticità, l'emendazione dei testi. Molto lavorò Guarino per colmare le lacune dei passi greci, particolarmente in Macrobio, Gellio, Quintiliano, i due Plini. Egli ha un concetto assai chiaro dell'opera dei copisti, i quali scambiano le parole l'una per l'altra (iuvenisconveniens) o le mutano di posto, introducono nel testo le glosse marginali o lo alterano con le proprie interpolazioni. E qui Guarino si mette in cerca di codici, esercitando, fin dove può, coscienziosamente la critica diplomatica; ma dove i codici gli vengono meno, ricorre alla critica congetturale, chiamando in soccorso il nesso dei pensieri, i principii estetici, l'uso peculiare dello scrittore.329.Fornivano materia a quei discorsi anche gli autori contemporanei e del secolo precedente. Il Valla era molto stimato a Ferrara e molto studiato e i suoi principii grammaticali e stilistici facevano ivi legge. Poca stima si aveva invece dei tempi, a cui appartennero il Petrarca, il Boccaccio, il Salutati: tempi d'ignoranza e di lingua barbara. Gli scrittoriin volgare non erano apprezzati o tutt'al più riservati da leggersi ai nonni e ai bimbi d'inverno sotto il camino. A Dante poi non sapea Guarino perdonare la prolissità dellaCommediae l'avere nel noto verso vergilianoQuid non mortaliaintesoquidpercur.330.Ferrara nel 1447 ebbe una seconda visita di frate Alberto da Sarteano, che vi predicò il quaresimale e l'ottavario dell'Ascensione. Guarino non mancò di andare a sentire «la cignea voce di quel celeste usignolo», il quale «quando inveiva contro i vizi diventava tromba, anzi tuono». Il 7 maggio frate Alberto aprì l'ottavario con un discorso sulla dottrina teologica. Passò in rassegna tutte le discipline antiche e moderne, sacre e profane, mostrando la loro utilità e il diletto che se ne ritrae sì per lo spirito che per il corpo e proclamando regina di tutte la teologia. «Che profondità e vastità di erudizione in quel discorso, che acutezza di giudizio, che fiume di eloquenza! pareva il Po quando straripa; e parlò conservando sempre il suo timbro di voce per quattr'ore di seguito e nessuno se ne accorse più che se avesse parlato una sola ora».331.Quale differenza tra questo monaco e Giovanni da Prato, che andò a predicare a Ferrara la quaresima tre anni dopo, nel 1450. In quella stagione Guarino leggeva Terenzio nella sua scuola. Non l'avesse mai fatto! Il monaco furibondo lanciò dal pulpito i suoi fulmini contro i poeti classici e chi li leggeva, li copiava, li spiegava nelle scuole, li conservava in casa, prendendo soprattutto di mira Terenzio. La questione sul poter leggere o no i poeti pagani non era sorta allora, nè finì allora; ma la maniera come la risolse Guarino ha la sua importanza, poichè egli riteneva che la lettura dei poeti classici fosse non solo innocua, ma anzi scuola di morale.332.Il monaco zelante dopo la predica scrisse una lettera a Guarino, cercando di condurlo sulla buona via e insinuandosi nel suo animo col protestargli quanto lo stimasse per il bene che gliene avea detto Alberto da Sarteano. Guarino gli rispose rispettosamente, pigliando le mosse giusto dall'argomento che da frate Alberto era stato trattato tre anni innanzi. Alberto avea dimostrato che la teologia è la regina di tutte le altre discipline, le quali la servono come ancelle. «Or dunque, ragiona Guarino, se sono ad essa ancelle, bisogna bene studiarle per conoscer meglio la teologia; ed è così che lo studio dei classici ridonda a profitto della religione. Altrimenti incoglierà ai ministri del culto ciò che incolse a quel tal prete, che io ho inteso qualche anno fa, il quale predicando disse che glietnicisi chiamavano così perchè venivano dal monteEtnae volendo nominareCadmoripetè più volteCadino, suscitando le risate del pubblico».333.La lettera è molto lunga e Guarino difende la sua tesi tenendosi sempre nel campo dell'avversario e traendo perciò gli esempi dalla storia ecclesiastica. Egli ricorda anzitutto come Mosè e Daniele prima di comporre libri sacri si iniziarono alle scienze degli Assiri e Caldei. Ma il perno della discussione si aggira su tre grandi padri della chiesa, Basilio, Girolamo e Agostino, i quali, e sopra tutti Girolamo, si avviarono agli studi teologici per mezzo degli studi profani e mostrano nei loro libri continue reminiscenze di autori classici. Girolamo poi giova alla causa di Guarino anche per l'alto concetto in che teneva Terenzio, l'autore che è specialmente preso di mira dal monaco. Guai a toccare Terenzio a Guarino, il suo prediletto poeta, quello che prima di ogni altro egli leggeva e spiegava ai suoi scolari. Terenzio era per lui il modello dello stilista elegante, dell'oratore perfetto, dello squisito educatore. «Se i suoi personaggi parlano e operano male, così richiede il loro carattere e non è da imputarsia lui. Bruceremo forse l'evangelista, perchè ci rappresenta Giuda traditore di Gesù?»334.Il monaco abbozzò una risposta, nella quale confuta punto per punto le argomentazioni di Guarino, citando alla rinfusa autori contemporanei, santi padri e filosofi pagani. Conchiude che, ammesso pure che sia battuto lui, la causa rimane salva.335.Del suo allievo Leonello, anche ora che è diventato principe, non si dimentica Guarino e gli dedica pur sempre qualche lavoro, p. e. nel 1444 la traduzione dell'opuscolo di PlutarcoSulla differenzia tra l'amico e l'adulatore, nel 1449 il trattatello sulla antica lingua latina, nel 1447 uno schizzo sul modo di dipingere le muse. Leonello era appassionato dell'arte e volle in quell'anno adornare dei ritratti delle nove muse il suo studio di Belfiore. Per le pitture si servì del Maccagnino, Guarino suggerì gli atteggiamenti e l'abito delle singole figure, dettando per ciascuna un verso da scriversi sotto. Il pittore seguì in parte i consigli di Guarino, in parte, come è ben naturale, si attenne al proprio gusto. Quelle pitture furono vedute e descritte da Ciriaco d'Ancona che si era, in uno dei tanti suoi viaggi, fermato a Ferrara nel 1449.336.Grande allegria ci fu a Ferrara nei mesi di aprile e maggio del 1444 per le seconde nozze di Leonello con Maria, figlia naturale di re Alfonso d'Aragona, nozze veramente illustri che legavano in parentela la casa d'Este col più potente degli Stati italiani; onde ben a ragione Ferrara assistette in quei giorni a spettacoli di ogni genere e vide d'ogni parte d'Italia accorrer moltitudine e personaggi principeschi a rendere omaggio ai due sposi. Fra i principi convenuti colà vanno nominati Oddantonio di Urbino, Gismondo Malatesta di Rimini, il Malatesta di Cesena, Guidantonio di Faenza, Carlo Gonzaga di Mantova, Rodolfo di Camerino.Andò a prendere la sposa Borso, fratello di Leonello, imbarcandosi a Venezia su navi venete e sbarcando ad Ortona, donde fece la via di terra fino a Napoli. Da Napoli partì Maria d'Aragona ai primi d'aprile, scortata dal principe di Salerno e salutata da un epitalamio di Girolamo Guarini, che allora era alla corte di Alfonso.337.Il 24 d'aprile giunsero a Ferrara e il giorno dopo nel castello del marchese si compì la cerimonia nuziale, che fu presieduta da Guarino. Egli domandò agli sposi se erano contenti di diventar marito e moglie; indi Leonello pose l'anello matrimoniale in dito a Maria, e Guarino recitò l'epitalamio d'occasione. L'ultimo d'aprile poi si celebrò un altro matrimonio, di Isotta sorella di Leonello con Oddantonio d'Urbino e anche questa volta Guarino recitò l'epitalamio.338.Ma venne purtroppo il giorno del lutto, il giorno che Guarino dovè intonare al suo illustre allievo il canto funebre. Leonello ammalò gravemente nei primi di settembre del 1450. La città fu tutta in costernazione e il vescovo ordinò pubbliche preghiere in ogni cappella, in ogni chiesa, in ogni monastero. L'infermo era assistito dal marchese di Mantova. Niccolò, il piccolo e unico figlio di Leonello, dodicenne, era compreso anch'egli di tristezza per l'imminente pericolo e avea fatto voto di dieci scudi al beato Bernardino da Siena, da pochi mesi canonizzato, se il padre fosse guarito. «Dove li trovi i dieci scudi?» gli domandava Guarino che lo teneva in custodia. E Niccolò: «li chiederò a qualche amico di papà». La malattia fortunatamente prese una buona piega e Leonello fu fuori di pericolo. Allora scoppiò generale il giubilo dei cittadini e Guarino nel congratularsi con Leonello della ricuperata salute propose di collocare tra i fasti, da solennizzarsi ogni anno, l'8 settembre, il dì della guarigione. Ma fu gioia passeggera. Altri pochi giorni furonoaggiunti alla vita di Leonello, il quale morì il 1.º ottobre dell'anno stesso, e a Guarino non restò che recitargli l'elogio funebre.339.La morte di Leonello sconcertò senza dubbio la posizione di Guarino a Ferrara e i Veronesi ne approfittarono, per appagare un loro voto, carezzato da tanto tempo, di riavere in patria l'illustre concittadino. Anche questa volta, come nel 1432, ci furono le premure private degli amici, le pratiche ufficiali del Consiglio veronese e l'elegia di Verona, che invitava nel suo seno affettuoso il figlio da tanti anni lontano. Guarino secondò quelle pratiche e ottenne che lo stipendio gli fosse portato da 150 scudi a 200 e stava preparato alla partenza; mancava solo la licenza del marchese. Ma la licenza non fu accordata e Guarino fu riconfermato a Ferrara, donde ormai non contava di muoversi più, avuto riguardo specialmente all'età avanzata.340.Borso se non nella cultura, certo nell'amor delle arti belle eguagliò il fratello; lo superò nella liberalità e nel lusso e magnificenza dei ricevimenti. Basti ricordare le feste per l'arrivo a Ferrara dell'imperatore Federico III nel 1452, di papa Pio II nel 1459 e per il matrimonio di Beatrice d'Este con Tristano Sforza.341.Federico III nel 1452 fece il suo famoso viaggio a Roma e a Napoli per ricevere dal papa la corona imperiale e per sposare donna Leonora, figlia del re di Portogallo. Nell'andata giunse a Ferrara di gennaio e tra le meraviglie che sorpresero gli astanti fu non ultima l'orazione che recitò all'imperatore il piccolo Galeazzo Maria Sforza, figlio del duca Francesco, fanciullo di otto anni. L'orazione gli era stata scritta dal Filelfo. Di Guarino non sappiamo se abbia per l'occasione fatto nulla, ma difficilmente un suo discorso sarà mancato. Non mancò ad ogni modo un lungo carme latino del suo scolaro Giano Pannonio, il quale con versirimbombanti, con stile declamatorio e con immagini esagerate tratteggia un quadro desolante delle condizioni d'Italia, esprimendo le grandi speranze concepite per la venuta dell'imperatore, dal quale si attendeva una nuova era di pace. Il discorso è messo in bocca all'Italia, «che si prostra ai piedi dell'imperatore in atteggiamento di nobile matrona, cinta di una corona di torri, vestita a lutto, con le chiome sparse, battendosi il petto e piangendo e singhiozzando».342.Nel ritorno da Roma Federico III ripassò da Ferrara di maggio. In questa seconda fermata Borso fu creato duca di Modena e Reggio e Battista Guarini recitò davanti all'imperatore l'epitalamio per le nozze di Bartolomeo Pendaglia con Margherita Costabili.343.Non clamorosa come quella fatta all'imperatore, ma pur sempre splendida fu l'accoglienza che ricevette Pio II, quando passò da Ferrara del 1459 nel suo viaggio a Mantova, dove era intimato il gran congresso per la crociata contro il Turco. Arrivò il 19 maggio e ne ripartì il 25. Guarino salutò con un'orazione l'illustre pontefice «pio di nome e di fatto, il ripristinatore dell'età dell'oro, il ristoratore della cultura, il vero estimatore della virtù e del merito». Suo figlio Manuele accompagnò i! papa al congresso di Mantova.344.Parimenti sontuose furono le feste per il matrimonio di Beatrice d'Este sorella di Borso con Tristano Sforza nell'aprile del 1455. Lo sposo era figlio di Francesco duca di Milano, il quale mandò il Filelfo a tenere il discorso d'occasione. Per il marchese compose l'epitalamio Guarino, il quale fa una particolare allusione al nome cavalleresco dello sposo; ciò che prova come egli stesso leggesse i romanzi cavallereschi, molto in voga del resto alla corte di Ferrara.345.Gli epitalami di Guarino e del Filelfo furono cagione di un pettegolezzo tra i due umanisti. Fra essi nonc'era grande intimità, ma nemmeno ebbero mai a venire in discordia. Ora i maligni aveano notato che all'epitalamio del Filelfo il marchese Borso era stato largo di sole lodi, ma nessun regalo. In un crocchio di persone a Ferrara, dove si commentava l'accaduto, a Guarino scappò detto che Borso si era piccato, che il Filelfo avesse fatto il panegirico della famiglia dello sposo, scarseggiando molto nelle lodi della famiglia della sposa. Ci fu chi si prese la briga di riferire le parole di Guarino al Filelfo, il quale sentitosi offeso nel suo orgoglio scrisse a Lodovico Casella una lettera piena di insolenze contro Guarino. Egli poneva, come al suo solito, la questione addirittura tragicamente: «che forse Guarino si crede superiore a me?» Si capisce bene che Guarino non se ne diede per inteso e il Filelfo dovette restare col suo groppo in gola.346.Appena riebbe Guarino da Borso la primiera posizione che aveva goduto sotto Leonello e potè riprendere le sue antiche abitudini, pensò il vecchio umanista di pagare un tributo di riconoscenza al suo illustre maestro Manuele Crisolora. Quel tributo parea dovessegli pesar sulla coscienza come un obbligo sacro da soddisfare, essendo che di tanti beneficati dal Crisolora nessuno gli aveva innalzato un monumento letterario degno di lui. Ora più che mai la sua fantasia rievocava la cara immagine del Greco, trasfigurata attraverso ai quarant'anni trascorsi dall'ultima volta che lo aveva veduto vivo. Se lo rivedeva risorgere dinanzi «bello della persona, le membra ben misurate e proporzionate, il volto rubicondo e la bionda barba che accresceva dignità all'aspetto»; e dalla faccia serena partiva ancora quel sorriso intelligente e si sentiva tuttavia carezzato dall'affabilità delle sue parole e dalla grazia dei suoi modi. Come si ingigantivano i suoi meriti letterari! «Prima del Crisolora l'Italia era sepolta nell'ignoranza, spezzato il filo della tradizioneciceroniana, barbaro lo stile: il Crisolora aprì una nuova via agli studi, con lui comincia il rinascimento della civiltà antica».347.Preoccupato da questa idea Guarino si dà a raccogliere gli scritti del Crisolora e le lettere indirizzate a lui o quelle che parlano di lui, e si rivolge agli amici, come all'Ottobelli in Verona, al Poggio in Firenze, pregandoli di cercargli e mandargli scritture in lode del Crisolora. Così mise insieme l'orazione funebre del Giuliani, alcune lettere sue e d'altri dirette al Crisolora o che trattavano di lui. Si rivolse quindi ai propri figli, eccitandoli a scrivere commemorazioni e panegirici del Crisolora; ed essi corrisposero subito ai desideri del padre, poichè Niccolò, Battista, Girolamo, Manuele gli indirizzarono affettuose lettere commemorative. A tutta questa collezione, della quale ci arrivarono parecchi saggi, diede il titolo di Chrysolorina.348.NellaChrysolorinadunque, intorno alla quale attese negli anni 1452-1455, Guarino ebbe collaboratori i propri figli, come li aveva collaboratori nell'insegnamento all'università. Infatti Girolamo fece un corso suo proprio, parallelo a quello del padre, sulla terza deca di Livio. In nome del padre recitò Manuele l'orazione inaugurale nel 1444; nel 1453 la recitò Battista, «il quale tra i figli di Guarino brilla come Sirio e Boote fra gli astri minori. Egli già (nel 1453) monta la cattedra come insegnante, parla nelle adunanze pubbliche come oratore e affascina l'uditorio, e le aule e le chiese echeggiano dei suoi plausi, intanto che il padre ne piange di gioia».349.In ciò riconosciamo una tra le principali e più originali caratteristiche del metodo di Guarino, quella di associarsi nel lavoro i suoi discepoli e i figlioli, moltiplicando così la propria operosità e rendendola più feconda e in certo qual modo perpetuandola dopo la sua morte, poichèessi ne sarebbero stati gli eredi e i continuatori. È questo il suo gran principio, che egli inculca e ripete ad ogni momento nelle lettere, che i figli sono i legittimi eredi non tanto delle sostanze paterne quanto delle amicizie e delle virtù. E infatti uno dei suoi maggiori meriti fu l'essersi preparato un degno successore nel figlio Battista, il quale dopo morto il padre occupò la cattedra di lui, riempiendo del proprio nome e della propria operosità tutta la seconda metà del secolo XV. Però dei figli di Guarino il solo Battista fu vero umanista come il padre. Degli altri sei maschi Girolamo si accosta più a Battista per carattere umanistico, quantunque più tardi siasi dato alla carriera diplomatica. Anche Niccolò coltivò gli studi, ma nulla produsse in quelli. I quattro rimanenti percorsero carriere, le quali stavano in antitesi con l'umanismo, poichè Manuele si fece prete, Gregorio medico, Leonello e Agostino notai. Agostino si applicò alla mercatura ed ebbe il posto di maggiordomo presso il marchese di Ferrara.350.I figli di Guarino furono tutti educati sotto la sorveglianza paterna, ma poi uscirono di Ferrara e andarono altrove chi a perfezionarsi negli studi, chi a cercarvi una collocazione. Per tal modo essi contribuirono non poco a rendere più vive le relazioni del padre con gli altri centri letterari e con le varie città italiane. E nell'esame infatti di quelle relazioni, le quali ora esporrò brevemente, ci si presenterà spesso or l'uno or l'altro dei figli di Guarino.351.Cominciamo da Verona, dove essi andavano frequentemente a curare gli interessi della famiglia o a villeggiare a Valpolicella. È certo poi che Leonello, Niccolò, Gregorio, Battista si stabilirono qualche tempo o a Verona o in villa. E ivi attendevano agli studi e corrispondevano col padre, specialmente Niccolò e Battista. Niccolò era già arrivato a conoscere il greco e per darne un saggio al padre gli scrisse nel 1450 una lettera greca: e il padre se ne congratulò,incoraggiandolo a continuare; nel 1452 egli carteggiava col padre per la compilazione dellaChrysolorinae per una curiosa lite che si dibatteva fra le città di Verona e di Brescia. Le due città vicine si disputavano la proprietà del lago di Garda. Guarino risponde al figlio, che la proprietà spettava a Verona, appoggiandosi all'autorità degli scrittori romani, quali Catullo, Plinio, Claudiano.352.Battista prendeva già parte, come una volta il padre, ai pubblici affari di Verona; e nel gennaio del 1458 recitava il discorso di commiato al podestà Niccolò Marcello. Nello stesso anno diede un buon saggio dei suoi studi con la traduzione dell'Agesilaodi Senofonte, dedicata a Ermolao Barbaro, l'antico scolaro di suo padre, allora vescovo di Verona. L'anno dopo, 1459, pubblicò ilLibellus de ordine studendi ac docendi, nel quale rivela ottimo senso didattico e mostra di avere in sè trasfuso il metodo paterno. Non bisogna dimenticare che da poco era tornato da Bologna, dove aveva insegnato per due anni.353.Ma non c'era di bisogno della presenza dei figli in Verona, perchè Guarino mantenesse vivi e cordiali rapporti con la sua città nativa. Si è veduto che Verona non dimenticò mai il suo Guarino, la quale fece nel 1451 l'ultimo tentativo per riaverlo insegnante. Si davano poi circostanze in cui il Consiglio veronese dovea trattare qualche pubblico interesse col marchese di Ferrara e allora Guarino interponeva i suoi buoni uffici presso il principe. I suoi vecchi scolari lo ricordavano sempre, come l'Ottobelli, che gli cercava documenti per laChrysolorina, e Silvestro Landi, che redigendo lo statuto della città di Verona fece nell'introduzione onorevole menzione del suo maestro. E non mancava colà chi volesse erigergli un piccolo monumento; e questi era il suo compare Damiano Borghi, che gli fece forse scolpire un busto, per tramandare immortale il nome di lui.354.A Venezia si trovarono per qualche tempo i figli Niccolò e Gregorio. Niccolò accompagnava il marchese Carlo Gonzaga, di cui era segretario; Gregorio si era recato colà nel 1451 un po' a perfezionarsi nella medicina e un po' a conoscere quella città. Ma buon medico per gli altri e non per sè si lasciò ferire il cuore da una bella fanciulla, la quale gli rubava la pace e a cui desiderava dare la mano di sposo. La madre della fanciulla fece serie opposizioni, ma mercè l'interposizione di Francesco Barbaro le difficoltà furono appianate e Gregorio impalmò la sua Antonia.355.Col mezzo di questi due figli le comunicazioni di Guarino col circolo veneziano erano tenute vive. Oltre che con Francesco Barbaro, egli corrispondeva col figlio di lui Zaccaria, con Bernardo Giustinian, col medico Niccolò Leonardi, con Marco Zane. In casa Barbaro ci fu nel gennaio 1453 una festa di famiglia per il matrimonio di Paola figlia di Francesco con Giacomo Balbi. Da Ferrara Guarino se ne congratulò per lettera e Giano Pannonio compose per quell'occasione un lungo panegirico di Francesco Barbaro. In quello stesso anno Giano andava a Venezia raccomandato da Guarino al Barbaro; probabilmente era quello il tempo in cui il Pannonio, lasciati gli studi letterari dell'università di Ferrara, si recava a frequentare il corso di giurisprudenza in quella di Padova. D'ora in poi i legami di Guarino col circolo veneziano si rallentano o si spezzano affatto, essendo morto nel principio del 1454 il Barbaro, che ne costituiva il nucleo.356.Anche nelle relazioni di Guarino con la corte di Rimini incontriamo un figlio suo, Girolamo, che nel 1448 dedicò a Gismondo Malatesta unaVita di Senofonte. Guarino aveva avuto occasione di conoscere personalmente Gismondo nel 1444, quando esso venne a Ferrara ad assistere alle nozze di Leonello. Più frequenti diventarono le corrispondenze traGuarino e Rimini allorchè si recarono a quella corte due suoi illustri scolari, Tobia Borghi e il Basini, stato allievo quest'ultimo anche di Vittorino e del Gaza. A Rimini il Basini si trovò in lotta con due rivali, il Porcelli napoletano e Tommaso Seneca da Camerino, contro le cui maligne suggestioni egli dovea disputarsi la grazia del principe, il quale alla sua volta prendeva diletto di quelle guerricciole. Guarino era informato di tutto dal Basini.357.Il Basini conosceva, come allievo delle scuole di Mantova e di Ferrara, il greco, del quale erano digiuni il Porcelli e il Seneca. Costoro due cercarono di mettere in cattivo occhio presso il principe il loro rivale col pretesto che egli disprezzasse i Latini in confronto dei Greci; il Basini rispose vittoriosamente, mostrando la loro ignoranza e tessendo l'apologia degli studi greci. Qui scorgiamo un'altra prova della superiorità della scuola guariniana e un nuovo sintomo della guerra fra Greci e Latini. L'altro scolaro di Guarino, Tobia Borghi, fu in Rimini storiografo di corte; infatti scrisse la vita di Gismondo, specialmente per eccitamento di Guarino, che gli delineò anche le principali norme per scrivere la storia, desumendole da Luciano.358.Fra i principi convenuti a Ferrara nel 1444 alle nozze di Leonello ci fu Rodolfo di Camerino, fratello della famosa Costanza Varano, una delle umaniste del secolo XV. Certamente Guarino ebbe occasione di parlar di lei col fratello Rodolfo, quantunque egli già la conoscesse per fama e per aver letto i suoi scritti. Avea levato gran rumore la sua orazione recitata al conte Francesco Sforza e alla sua sposa novella Bianca Visconti, quando nel 1442 andarono a prender possesso della loro signoria delle Marche. Da allora in poi la Costanza incoraggiata si mise in corrispondenza con principi, umanisti e umaniste, come il duca Filippo Maria Visconti, Guiniforte Barzizza e l'Isotta Nogarola. Guarino, cheaveva ott'anni innanzi tributato il suo omaggio alla Nogarola, non si lasciò sfuggire ora (1444) l'opportunità di tributarlo con una lettera anche alla Varano, adoperando quasi le stesse frasi e le stesse lodi e mostrandosi in certo modo mortificato di presentarsele così da sè, senza averla conosciuta prima; che però non ce n'era di bisogno, perchè egli era stato ammiratore dei suoi scritti, dai quali l'aveva imparata a conoscere molto bene. Il pretesto di scriverle gli fu fornito da un codice degli scolii di Cornuto a Giovenale, che esisteva in Camerino e di cui le chiedeva una copia.359.Con la corte di Urbino troviamo in relazione Guarino e il figlio Battista. Duca di Urbino era Federico di Montefeltro, non letterato ma protettore dei letterati, col quale Guarino carteggiava sin dal 1451. Ebbe poi occasione di conoscerlo personalmente nel 1457, quando Federico e Gismondo Malatesta si abboccarono a Ferrara con Borso d'Este, che essi aveano scelto per paciere; ma la pace non fu ottenuta. Al duca Federico si accompagnava anche Ottaviano Ubaldini, entrambi cresciuti in corte come fratelli. Ottaviano era letterato, fu allievo di Vittorino da Feltre e si occupava di studi latini e italiani; corrispondeva p. e. col Prendilacqua, col Filelfo e con Guarino; quest'ultimo anzi gli mandò come institutore uno dei suoi scolari, Marino Filetico. Battista Guarino si era incontrato con Ottaviano nel 1456, probabilmente in Bologna, e in quell'anno stesso gli emendò un Catullo.360.Dico in Bologna, perchè Battista insegnò in quell'università due anni, 1455-1456, 1456-1457. Fu onore non ordinario per un giovanotto appena forse ventenne esser chiamato a dettar lezione in quell'illustre ateneo. Il discorso inaugurale del decembre 1455 fu un trionfo per Battista. L'uditorio era affollatissimo; vi si notavano i rettori e ragguardevoli personaggi fra i quali il cardinal legato. Il vecchioGuarino, quando ne udì la relazione in piazza a Ferrara da uno che veniva da Bologna, non potè trattenere dalla consolazione le lagrime.361.In Bologna c'era giusto in quegli stessi anni un altro figlio di Guarino, il canonico Manuele, che avea l'ufficio di segretario presso il cardinal legato. Per mezzo di questi due figli Guarino tenea viva corrispondenza col circolo bolognese. Senza di che egli carteggiava con la famiglia Bentivoglio e col cardinal Bessarione, che fu legato in Bologna dal 1450 al principio del 1455. Essendosi recato a Bologna il suo scolaro Marco Aurelio, gli portò nel ritorno iRicordi di Socratedi Senofonte tradotti dal Bessarione; con ciò fu offerta a Guarino l'occasione di tributar meritate lodi al dotto Greco e di rinnovare l'amicizia stretta in Ferrara nel 1438 al tempo del Concilio. A Bologna predicavano di quando in quando due monaci veronesi di quel tempo, fra' Timoteo e fra' Matteo Bossi. Timoteo trovò in una di quelle circostanze, sembra, a Bologna la vita di S. Guarino, che fu trasmessa a Guarino da un monaco bolognese, fra' Cipriano. Fu un'immensa esultanza per Guarino l'aver trovato il suo santo omonimo e fu fortuna per noi, poichè nel ringraziare Cipriano egli dà preziose notizie intorno ai suoi primi anni.362.Quel Timoteo era uomo istruito e abbastanza spregiudicato, perchè scrisse un libro, laSacra rusticitas, dove dimostra che lo studio delle lettere non nuoce alla pietà cristiana. Anche lui però, come tutti i minoriti, faceva la sua crociata contro il lusso, che allora cominciava a diventare una vera piaga sociale. E predicò contro il lusso nella quaresima del 1454 a Bologna, dove ebbe buon gioco, avendogli prestato mano forte il Bessarione, che già tre anni innanzi avea pubblicato ivi stesso un editto contro il lusso. Però gli attacchi di fra' Timoteo erano specialmente rivolti contro ledonne. Ciò parve poco cavalleresco a taluno, che confutò il monaco, e a Guarino stesso, il quale spezzò la sua lancia in favor delle donne.363.Egli infatti ne scrisse a Santi Bentivoglio, capo partito a Bologna, censurando l'eccessiva severità dei monaci, i quali parlavano astrattamente, anzichè tener d'occhio le condizioni della vita pratica, e notando che mentre gli uomini hanno mille mezzi per mettere in vista i propri meriti, alle donne non è riservato altro mezzo che l'ornamento. Due anni più tardi fra' Matteo Bossi rimproverò a Guarino l'acrimonia di quella critica, ma Guarino gli rispose protestandogli che la sua stima e il suo affetto verso fra' Timoteo non gli venne mai meno e tutto finì lì.364.Un altro figlio di Guarino, Girolamo, praticò la corte di Napoli. Alfonso d'Aragona dopo sette anni di guerra riusciva finalmente vittorioso del suo avversario Renato e nel febbraio del 1443 faceva il suo ingresso trionfale in Napoli. Guarino sapeva che Alfonso era re magnanimo e liberale, sapeva che egli proteggeva le lettere e i letterati, sapeva che il Panormita e il Valla, suoi antichi amici, stavano da parecchio tempo alla corte di lui e vide perciò che gli sarebbe stato utile collocare a Napoli il proprio figlio Girolamo. Ma tastò prima il terreno; infatti nell'ottobre 1442 scrisse al re Alfonso esaltando le sue imprese guerresche, ma dando maggior rilievo alle virtù dell'animo, come la fede, la religiosità, la giustizia, la liberalità, la magnanimità e simili, e dimostrando che egli non era, siccome volevano far credere, straniero nel regno di Napoli, che la Spagna fu colonizzata dai Romani e diede poi a Roma gli imperatori Adriano, Teodosio e Marco Antonio Vero. In un'altra lettera Guarino concentra le sue lodi sulla protezione che Alfonso accordava agli studi; e così si aperse la via a presentargli il proprio figlio Girolamo, il quale partì per Napoli nell'ottobre del 1443con una lettera di raccomandazione del padre al Panormita e con una dell'Aurispa al Valla.365.Alla prima lettera che Girolamo scrisse da Napoli al padre questi rispose tracciandogli le principali linee della sua condotta in corte. «Dopo Dio viene il re, indi il suo segretario; i voleri del re devono essere tutti sacri per chi vive in corte. I cortigiani vanno trattati con urbanità e in modo da non suscitare la loro gelosia». Caratteristiche sono le regole che gli dà sul contegno da osservare nelle conversazioni: «più che parlare ascolta; ma non avviare mai o non secondare la maldicenza a carico degli assenti; mostra di fare gran caso di ciò che dicono i presenti e non vantar mai la tua professione in confronto dell'altrui; sappi essere ora serio, ora gaio, ma senza trascendere in volgarità, e fa conto soprattutto che ogni tua parola debba giungere agli orecchi del re». Gli raccomanda da ultimo di fuggir l'ira e l'avidità del guadagno e di mantenere scrupolosamente la segretezza.366.I consigli del padre non caddero a vuoto e Girolamo seppe ben presto acquistare la fiducia del re che lo creò suo consigliere e segretario. Nè Girolamo si mostrò ingrato verso il suo protettore e non trascurava occasione di manifestargli la sua riconoscenza; come nel 1444 quando partiva da Napoli Maria per andare a Ferrara sposa di Leonello, e nel 1447 che compose un carme in lode del suo re per la riedificazione di Vibona (Monte Leone), alla quale aveva dato il nome di Alfonsina. Di questo carme Girolamo mandò copia al padre, che ne tolse pretesto per scrivere al re, congratulandosi di così bella azione e discorrendogli a lungo intorno alla superiorità delle arti della pace sulle arti della guerra, e trovando da ultimo il modo di lodarlo non solo come mecenate ma anche come cultore degli studi e di raccomandargli il figlio Girolamo.367.Allorchè nell'ottobre del 1443 Girolamo era giunto a Napoli con la commendatizia dell'Aurispa al Valla, quest'ultimo si affrettò a scrivere a Guarino dell'ottima impressione che gli aveva fatta il figlio, «il quale riproduceva esattamente il padre tanto nelle doti fisiche quanto nelle morali». Nel medesimo tempo gli chiedeva una copia delPanegyricusdi Plinio, offrendogli in ricambio il proprio opuscoloSulla falsa donazione di Costantino, il lavoro più oratorio che egli avesse mai, a suo stesso giudizio, potuto scrivere. E fu in verità ardimento degno dell'ingegno superiore del Valla e consentito solamente a Napoli, dove il governo di re Alfonso lasciava libertà di parola e proteggeva gli umanisti perseguitati dall'inquisizione ecclesiastica. Quanta attività non aveva spiegata il Valla in quei pochi anni dacchè stava alla corte di Alfonso! Oltre all'opuscolo sullaDonazione, avea terminati i sei libri delleEleganzee i tre dellaDialettica, aveva preparato il libro delleAdnotationescontro Antonio da Rho, avea composti otto libri di confronti tra il testo greco e il testo latino delNuovo testamento, avea tradotto in prosa latina i primi sedici libri dell'Iliadee attendeva all'emendazione del testo di Quintiliano.368.Nel principio del 1447 re Alfonso stava attendato a Tivoli, donde nel corso dell'anno intraprese la sua campagna contro i Fiorentini. Nel campo si trovavano anche il Valla e Girolamo Guarini. Venuta la stagione delle pioggie autunnali, i due umanisti pensarono di ritornare a Napoli e presero la via di Siena. Ma s'imbatterono in una schiera di briganti, dai quali il Valla potè scampare a stento, mentre il Guarini fu catturato e maltrattato; poco dopo però si rincontrarono entrambi incolumi a Napoli.369.Il Valla nell'anno seguente, 1448, lasciò per sempre Napoli e si stabilì a Roma, dove il regno di papa Niccolò V gli accordava quell'ospitalità, che gli sarebbe statanegata da Eugenio IV. Girolamo Guarini in quello stesso anno partì da Napoli, lasciando l'incarico di spedirgli le valigie a Bartolomeo Faccio. Pare che se ne sia tornato in condizioni non troppo floride, perchè il padre per fargli pagare lo stipendio ha dovuto presentare una supplica al re. Nel 1450 Girolamo aveva trovato un altro posto nella cancelleria di Modena. Il Faccio per avere avuto in consegna le valigie di Girolamo ebbe frequenti occasioni di scrivere al suo antico maestro Guarino, che egli amava e stimava sempre e al cui giudizio sottoponeva i propri lavori. Un bel giorno poi del 1451 le lettere del Faccio arrivarono non per mezzo del solito messaggiero; il messaggiero era nientemeno che il Panormita in persona: «a lui potrai chiedere, o Guarino, tutte le notizie che desideri di me; io non ho segreti per lui». E Guarino abbracciò con effusione il grande e stimato amico suo, che allora per la prima volta imparava a conoscere personalmente. Il Panormita passava da Ferrara diretto a Venezia, dove si recava ambasciatore del suo re. Lo accompagnavano Luigi Puggi e il venticinquenne Gioviano Pontano.370.Parimenti a Roma troviamo un figliolo di Guarino, Manuele, che vi si stabilì per alcuni anni a perfezionarvi i suoi studi ecclesiastici; oltre di che da Ferrara a Roma andava e veniva ogni anno l'Aurispa. Manuele e l'altro figlio Girolamo furono da Guarino con special cura raccomandati a Niccolò V nella lettera congratulatoria che gli scrisse per la sua assunzione al papato.371.La lettera ha un poco l'intonazione retorica di un'orazione, ma essa esprime perfettamente i sentimenti suscitati in tutta l'Italia dall'inaspettata elezione di Tommaso Parentucelli. Ognuno infatti ammirava l'umile e povero figlio dei medico di Sarzana elevato al massimo onore della chiesa, ognuno esaltava la sua pratica negli affari, ognuno scorgeva in lui il rimuneratore del vero merito e il dispregiatore deldanaro, ognuno salutava in lui l'inauguratore di un periodo di pace, ognuno encomiava la sua estesa e molteplice dottrina. Questi sono i cinque grandi titoli, che la pubblica opinione riconosceva al nuovo papa e questi sono i titoli messi in rilievo da Guarino. Però mentre il ceto degli umanisti concepì larghe speranze del nuovo papa per l'incremento della cultura, Guarino sembra di tali speranze non aver sentore.372.Se ne accorse invece più tardi, quando anch'egli divenne uno dei tanti collaboratori del vasto piano di Niccolò V, di fondare una grande biblioteca di traduzioni dal greco. E nella dedica a Niccolò V della traduzione dellaGeografiaStraboniana Guarino mette in vista questo merito del papa; ma non dimentica anche una particolare circostanza, ossia che il papa con la traduzione avea di mira gli interessi della religione, in quanto che badava soprattutto alla traduzione dei testi sacri; e in ciò Guarino lo paragonava a Tolomeo Filadelfo, che fece tradurre la bibbia dai settanta. Sicchè anche laGeografiadi Strabone avrebbe dovuto servire agli interessi della chiesa. «Senza dubbio; perchè la gente poteva vedere su quanta estensione di regioni imperasse la chiesa, la quale in tal modo veniva ad aumentare il suo prestigio». C'è veramente molta stiracchiatura, ma Guarino doveva aver capito che al papa premeva di far credere così.373.A Guarino dunque venne da Niccolò V assegnata la traduzione di Strabone da nessuno prima tradotto. Sin dal 1448 Guarino domandava uno Strabone al Filelfo; ma non pare che sin da allora avesse ricevuto l'incarico dal papa; lo cercava forse per proprio uso. Non so se l'abbia trovato subito; certo lo possedeva nel 1451. L'incarico gli fu dato probabilmente nel 1452, perchè nel principio del 1453 la traduzione era alquanto inoltrata. L'idea di quella traduzione nacque in Niccolò V dall'aver egli saputo che si trovavain Roma uno Strabone in possesso del cardinal Ruteno Isidoro. Ma siccome Isidoro nel maggio 1452 era partito con una missione per Costantinopoli, così avrà fatto intanto cominciare a Guarino la traduzione sul proprio esemplare, il quale era molto guasto: poi gli si sarebbe mandato l'altro da Roma, come fu in effetto. Nel marzo del 1453 Guarino mandava a Giovanni Tortelli alcuni saggi della traduzione; altri ne mandava nel settembre dell'anno stesso; allora aveva quasi finito il libro quarto. Nuovi saggi manda nel 1454, mentre annunzia che lavorava intorno al libro sesto. Nel medesimo tempo Guarino chiedeva danaro. Gli pesava sulle spalle una famiglia molto numerosa e per attendere alla traduzione avea dovuto trascurare i propri interessi e lasciare alcune lezioni private.374.Nel febbraio 1455 il lavoro avanza con gran lena; ma come dovette essere rimasto il povero Guarino quando nel marzo intese la morte del papa! Per la parte tradotta gli erano stati pagati mille scudi; e per il rimanente che fare? Gli sapeva male troncare a mezzo un lavoro così poderoso; onde si risolse a continuarlo e terminarlo per conto proprio; avrebbe poi trovato il mecenate che lo pagherebbe. Terminò la traduzione nel luglio del 1458. Cercò un mecenate a Firenze, forse tra i Medici, a cui offrirlo, ma l'offerta non fu accettata. L'accettò l'illustre patrizio veneto Giacomo Antonio Marcello, dei cui meriti, specialmente militari, fa ampio elogio nella dedica. Il Marcello alla sua volta dedicò l'opera a Renato di Angiò. Questo fu, dopo la restituzione dei passi greci al commento vergiliano di Servio, l'ultimo grande lavoro di Guarino.375.Morto Niccolò V, col suo successore Calisto III, indifferente o meglio contrario all'umanismo, Guarino non se la poteva intendere e così si rallentarono i suoi legami con Roma. Già sin dai tempi dello stesso Niccolò V degliumanisti amici di Guarino soli il Tortelli e il Poggio aveano mantenuto regolare carteggio con lui.376.Le sue relazioni col Poggio non hanno mai perduto della usata frequenza e intimità. Nel 1447 il Poggio pubblicò la traduzione dellaCiropediadi Senofonte. Ebbene, Guarino scrivendo al re Alfonso per tutt'altro trovò il modo di nominare il Poggio e la suaCiropedia, per dirgli che quell'umanista in tarda età (67 anni) aveva, come a Roma Catone, dato opera a studiare il greco e l'aveva imparato prima che si venisse a sapere che egli lo studiava. La stessa lode fece Guarino del Poggio al giureconsulto Francesco Accolti, che allora professava a Ferrara, e la stessa lode ripetè poi direttamente al Poggio, aggiungendogli esser tanto elegante e disinvolta la traduzione, da sembrar proprio opera originale. Nel 1451 vide di mal occhio la polemica tra il Valla e il Poggio, suoi amici, e unì la sua voce a quella di Pietro Tommasi per riconciliarli, se non che furono sforzi inutili i suoi, quelli del Tommasi, del Barbaro e del Filelfo; la guerra finì soltanto con la partenza del Poggio da Roma.377.Il Poggio lasciò Roma nel 1453, nel quale anno fu chiamato a reggere la cancelleria fiorentina in sostituzione del morto Marsuppini. E da Firenze non interruppe mai la sua corrispondenza amichevole con Guarino, a cui chiedeva saggio della traduzione di Strabone e gli mandava libri per il figlio Battista. Ci fu una piccola nube per una falsa voce giunta all'orecchio del Poggio sul conto di Guarino e del Perotti; ma fu tosto dissipata. «Scusami, o Guarino, se per poco ho alimentato quel sospetto contro di te; la tua lealtà m'era ben nota». E non diceva per complimento, giacchè nel 1456 trattava con lui per mandare alla sua scuola in Ferrara i propri figli; «qui a Firenze, caro Guarino, i figli non li può mandare a scuola chi vuol farli educare a principii di sana moralità; perciò li affido a te». Stupenda invidiabilegloriosa testimonianza di fiducia e di affetto, la quale compendia tutto un mezzo secolo di una operosità didattica mai venuta meno allo scopo, e di una amicizia che non ha riscontri in quell'età.378.Nell'ottobre 1459 morì a Firenze il Poggio. Dei grandi campioni dell'umanismo nati negli ultimi decenni del secolo precedente erano rimasti a lungo superstiti il Poggio e Guarino; ora restava Guarino solo. L'Aurispa, astro minore, due anni più vecchio di lui, strascicava alla meglio la sua decrepitezza in Ferrara. Nel decembre del 1459 l'Aurispa seppe che si era sparsa la falsa voce della sua morte; egli ne rise, ma poco dopo, nei primi mesi del 1460, la morte venne davvero. Al mancar d'ogni parente, d'ogni amico Guarino soleva scorgere un ammonimento della brevità della sua vita, un'avvertenza a tenersi pronto per il gran passo; ma nessuna morte deve averlo messo sull'avviso come quella del Poggio e dell'Aurispa. Gli erano premorti di pochi anni la moglie e i due figli Niccolò e Girolamo, entrambi nel fior dell'età; egli era sugli ottantasette: poco più poteva tardare anche la sua chiamata.379.E infatti nei primi di decembre del 1460 ammalò di pleurite. Il giorno 4 sentendosi prossima la fine, si munì dei conforti religiosi e dettò il testamento: lasciava alle due figlie maritate le doti già costituite, alle due figlie nubili e alla orfana di Girolamo 800 lire per ciascuna; ad Agostino la casetta paterna in Verona e alcune terre; a Manuele una parte della casa in Ferrara; a Gregorio la villa di Montorio, alcune terre e un molino; a Leonello la casa di Valpolicella; a Battista la casa grande in Verona. Quel giorno stesso circondato e baciato dagli amici e dai figli, benedicendoli come Giacobbe, placidamente spirò.380.Il trasporto della salma provocò un piccolo tumulto. I rettori dell'università si disputavano il primo posto nelcorteo e la disputa si incalorì tanto, che il feretro venne depositato e lasciato in mezzo alla via. Allora Luigi Casella, scolaro dell'estinto, alzando gli occhi ai cielo: «Vi ringrazio, o Signore, che avete permesso questo scandalo per trarne un bene. L'onore di trasportare la salma doveva essere riservato ai suoi scolari». E radunati altri allievi di Guarino, quali Pietro Costabili, Niccolò Strozzi, Annibale Gonzaga, Francesco Accolti, Pietro Marocelli, Francesco Forzati, si tolsero sulle spalle il feretro e lo portarono alla sepoltura. Gli onori funebri gli furono resi da un altro suo allievo. Luigi Carbone, il quale tessè al maestro un entusiastico elogio, tratteggiando la sua vita, accennando le varie residenze da lui occupate, nominando i più famosi suoi scolari, esaltando le qualità del suo insegnamento e le sue virtù personali.381.Il secondo giorno dopo la morte di Guarino, cioè il 6 decembre, il Consiglio dei Savi con lodevole proposito gli sostituì nella cattedra il figlio Battista, giudicato non inferiore al padre per abilità, virtù ed eloquenza.382.Nel novembre dell'anno seguente 1461 i figli di Guarino presentarono un'istanza al marchese Borso per la erezione di un monumento al padre. Borso nello stesso novembre diede parere favorevole e il Consiglio dei Savi votò il monumento da erigersi nella chiesa dei Carmelitani di San Paolo, alla sinistra dell'altare maggiore. Battista comunicò la deliberazione al fratello Leonello, incaricandolo di far preparare i marmi a Valpolicella. Il monumento fu costruito nel 1468.

305.Nel maggio del 1441 Guarino venne confermato professore in Ferrara per un secondo quinquennio. Fu questo l'ultimo anno che servì sotto il dominio del marchese Niccolò, il quale morì nel 26 decembre del 1441. Morì a Milano, donde fu trasportato il 28 dello stesso mese a Ferrara e quivi seppellito nella chiesa di S. Maria di Belfiore da lui edificata.

306.Pochi giorni dopo, nel 6 gennaio 1442, Guarino ne scrisse la commemorazione in forma di lettera a Leonello. «La piena del dolore mi ha fin qui tolta la facoltà di parlare e scrivere; ora dopo i primi sfoghi, rimessomi dalla commozione, posso darti quei conforti, dei quali io stesso avevo bisogno quando il colpo era troppo recente». E gli fa un quadro lusinghiero delle virtù paterne. «Fu prudente nel saper mantenere l'integrità del suo piccolo Stato in mezzo a Stati potenti e ambiziosi e fra tante guerre, che gli romoreggiavano intorno. Fu benigno e le porte del suo palazzo erano aperte a tutti i cittadini che ricorrevano a lui. Fu mite nelle pene ed è notevole quella sua risposta: che un regnante non deve mai esercitare la crudeltà, qualche volta la severità, sempre la clemenza. Fu liberale e arricchì molti dei suoi sudditi; soleva dire che la ricchezza dei re è costituita dalla ricchezza dei cittadini. Fu grandioso e lo provano i monumenti che egli seminò come gemme in città e nel territorio. Fu forte nelle fatiche e lo attestano le guerre da lui sostenute nel primo periodo del suo governo, mentrenel secondo periodo egli attese alle arti della pace, acquistandosi anzi grandi meriti come moderatore e arbitro nelle contese altrui».

307.Guarino qui è panegirista e perciò mette in rilievo le parti buone e lascia nell'ombra le meno buone. Comunque, se p. e. sulla mitezza e sulla benignità di Niccolò lo storico fa le sue riserve, un merito incontestabile egli ebbe, quello di essersi costituito moderatore nelle controversie degli altri principati italiani; e a quell'arte egli va debitore dell'incolumità del suo Stato e della fama di principe scaltro.

308.Il passaggio dall'un governo all'altro avvenne in Ferrara senza scosse, tanto che Leonello non sentì nemmeno il bisogno di circondare il proprio palazzo di guardie: «la guardia la faceva l'affetto dei cittadini». Già prima della morte del padre era Leonello stato da lui assunto collega nell'amministrazione e avea perciò avuto occasione di mostrare le sue buone qualità, per cui era ben voluto dal pubblico. «La sua faccia bella, la fronte aperta, gli occhi sereni, la statura alta, la capigliatura bionda gli conciliavano la simpatia della gente. Inoltre di belle doti morali, come la religiosità, il sentimento della giustizia, l'accorgimento nella scelta dei propri consiglieri, avea già dato prima luminose prove; e ciò era sicuro pegno e buon augurio che egli si sarebbe dimostrato degno successore del padre».

309.Le previsioni si avverarono; anzi egli fu migliore del padre, se non nella politica, certo in tutte le altre virtù e specialmente nella protezione delle arti e delle lettere. E cominciò senz'altro dal riformare l'università, chiamando da ogni dove illustri insegnanti; basti notare tra i principali acquisti Teodoro Gaza, venutovi nel 1444. La solenne inaugurazione del nuovo istituto fu fatta da Guarino nel 1442 il 18 ottobre, festa di S. Luca, che era il giorno consacrato all'apertura delle scuole. L'oratore assunse di dimostrare cheFerrara per opera di Leonello era diventata la vera sede degli studi; e passando in rassegna le discipline, che erano rappresentate nell'università ferrarese, cioè la grammatica, la dialettica, la retorica, la fisica, la filosofia, la medicina, il diritto civile e il diritto canonico, mise in rilievo i pregi di esse e la loro reciproca connessione.

310.Guarino faceva doppia scuola: pubblica e privata. Alla pubblica dedicava il giorno, alla privata la sera. La lezione pubblica era doppia, nella mattina spiegava un poeta e un prosatore latino, nel pomeriggio leggeva ordinariamente greco. La sera e la notte erano dedicate ai convittori, che egli teneva in casa; essi lavoravano sotto i suoi occhi e l'avevano sempre lì presente e pronto a rispondere a tutte le difficoltà che incontrassero.

311.Uno dei convittori più famosi e che merita di esser conosciuto un po' da vicino fu Giano Pannonio. Il suo nome era Giovanni, ma egli se lo latinizzò; il cognome Cesinge, con cui è comunemente chiamato, è storpiatura di Csezmicze; era di origine ungherese e perciò assunse il soprannome diPannonius. Era nipote di Giovanni Vitez, che fu cancelliere nella reggia ungherese, vescovo di Waradino, arcivescovo di Gran e da ultimo, nel 1471, cardinale. Fu mandato dallo zio a studiare sotto Guarino a Ferrara. Quando arrivò nel 1447 a Ferrara aveva un dodici anni e in breve tempo diede prova d'ingegno vivacissimo e di memoria straordinaria; s'impadronì ben presto del latino e del greco e cominciò a pubblicare saggi poetici, che riscotevano il plauso universale.

312.Giano aveva per il suo maestro un vero culto, come dimostra ilPanegyricuscomposto in lode di lui, bellissimo monumento di ammirazione, di riconoscenza e di amore. E non solo a lui, ma alla sua famiglia egli nutrì schietta affezione. Così tanto nei fausti quanto negli infausti eventi di casa Guarini sapeva trovare una parola sincera di congratulazione o dicondoglianza. Per la morte della Taddea compose l'epitafio; per le nozze delle due figlie Fiordimiglia e Libera compose l'epitalamio: Fiordimiglia sposò Guglielmo Calefini e Libera Salomone Sacrati, entrambi cittadini ferraresi. Maggiore dimestichezza strinse Giano coi figli maschi di Guarino e specialmente con Battista, che era press'a poco della sua età, anch'egli ingegno svegliato e precoce, e col quale «ebbe comuni gli studi, il tetto, la cella, il maestro».

313.Dopo di Giano altri ungheresi vennero a Ferrara, p. e. un Simone, un Czepes, un Policarpo, che poi fu arcivescovo: una piccola colonia, come si vede. Fra i condiscepoli di Giano e di Battista c'erano a Ferrara p. e. Roberto degli Orsi di Rimini, Basinio da Parma, Galeotto Marzio di Narni, i quali diventarono poi famosi.

314.Nei cinque o sei anni che Giano fu a Ferrara noi possiamo, guidati dai suoi versi, gettar lo sguardo entro la vita e i costumi della scolaresca Guariniana. Ivi si studiava con vera passione: «Noi che dormivamo, dice Giano a Galeotto, sempre nella medesima stanza e mangiavamo alla medesima mensa, quante volte non vegliammo insieme fino alla mezzanotte, facendo violenza ai nostri occhi; quante volte non ci alzammo tre ore avanti giorno, lasciando il dolce tepore del letto». Vero è che capitava pure il caso (e quale studente potrebbe in ciò scagliare la prima pietra?), nel quale i libri passavano dal tavolo di studio alla bottega di un rigattiere ebreo; sorte toccata una volta a un Lucano, a un Ovidio, a un Vergilio, ai quali Giano avea chiesto inutilmente dieci scudi in prestito.

315.I convittori costituivano proprio una famiglia e Guarino facea da padre, con la sua bonaria severità, lasciandoli liberi nei loro leciti passatempi. Un giorno una brigatella di essi con a capo Giano combinarono una refezione, alla quale invitarono anche Guarino. Ma egli rispose che igiovanetti non dovevano essere turbati nella loro baldoria chiassosa dalla musoneria di un vecchio; e Giano a replicare: che la sua presenza, oltre all'essere l'onor della tavola, sarebbe stata un freno a qualche trasmodamento dei commensali; che del resto la sua burletta poteva dirla anche lui, quantunque vecchio, e che essi aveano imparato giusto da lui come Tullio, Socrate, Catone con tutta la loro serietà si permettessero di quando in quando lo scherzo.

316.Però i suoi giovanetti egli li teneva sempre d'occhio; e Giano in una occasione che fu dai compagni portato, senza saperlo, in un cattivo ridotto, minacciò di denunziarli a Guarino. Ma non sempre il buon vecchio riusciva a evitare le scappatelle dei suoi scolari e talvolta gliele facevano i propri figli e sotto gli occhi, in casa, come quando uno di loro si prese troppa confidenza con la domestica; e Giano a cantargli: «La tua indulgenza ti fa torto, o Guarino, e intanto sei la favola della città; uno dei tuoi figli ti ha reso suocero della tua fantesca e nonno; pensa che hai in casa delle figliuole da marito e apri gli occhi».

317.Fra quegli scapatacci non mancava certo la satira, la quale diventava anche impertinente, come quando Giano si prendea gioco del suo confessore Lino, un frate francescano, o consigliava Rinuccio di portar fuori le sue figliole, p. e. alle prediche di padre Roberto o ai balli in piazza, se voleva maritarle. Talora la satira era di buona lega. Con Lodovico Carbone, alunno di Guarino, Giano non se la dicea troppo: «prima eri bragia, ora sei carbone, tra poco diventerai cenere». Paolo poi gli dava a correggere i suoi versi, che egli rimandava senza nemmeno un segno: «sfido! bisognerebbe segnarli tutti; del resto tu non sai pronunziar bene il tuo nome, la prima lettera devi aspirarla» (paulusφαῦλος).

318.E si fossero fermati alla satira! C'era dell'altro. Molestavano le donne maritate e davano la caccia alle facilidonzelle. Quella Tecla, che «quando cammina per le strade ha l'aria di una aitante matrona, dove che in casa pare una civetta spennacchiata», quella Silvia, che «va cercando in ogni studente il padre del proprio frutto», sono fino a un certo punto macchiette che possono correre. Ma quando discendiamo alle Lelie, alle Orsole, alle Lucie, allora il colorito degli epigrammi di Giano diventa marzialesco, anzi addirittura priapeo, tanto che certi vocaboli osceni egli non ha il coraggio di scriverli in latino e li scrive in ungherese. Incliniamo del resto a credere che fossero più parole che fatti, più imitazione classica che realtà, come era il casodell'Ermafroditodi Antonio Beccadelli.

319.Questa la studentesca. Un altro scolaro di Guarino ci guiderà per entro al circolo letterario ferrarese. Il circolo socratico, quale fu idealizzato nei dialoghi platonici e quale rivisse in Roma p. e. nei dialoghi di Cicerone e nelleNotti attichedi A. Gellio, ebbe una larga rifioritura tra gli umanisti. Rifiorì a Ferrara per opera di Guarino, nel tempo specialmente del governo di Leonello d'Este, il quale ne era il centro e l'anima; il relatore fu Angelo Decembrio con laPolitia literaria.

320.Angelo Decembrio, fratello di Pier Candido, dalla scuola del vecchio Barzizza, dove si trovò fanciulletto, era passato a quella di Guarino. Stava a Ferrara sino almeno dal 1438 e vi si trattenne per tutto il tempo che governò Leonello, morto il quale, si trasferì alla corte di Alfonso in Napoli e, morto anche Alfonso, a quella dei re di Spagna. Compose epistole, panegirici poetici, elogi funebri, opere grammaticali e laPolitia, importantissima, perchè con essa diffuse e rese popolare l'insegnamento e il metodo guariniano.

321.Nel circolo ferrarese c'era l'elemento vecchio e l'elemento giovane. Fra i vecchi nominiamo anzitutto il maestro.Guarino. Gli altri erano Uguccione Contrari, uno dei più autorevoli consiglieri del marchese Niccolò, Giovanni Gualengo, i due cavalieri Feltrino Boiardo e Alberto Costabili; il Boiardo avea tradotto in volgarel'Asinodi Apuleio, il Gualengo si dilettava di fabbricare e in una sua villetta del suburbio aveva imitato quella di Plinio. Fra i giovani notiamo il principe Alberto Carpi, alto della persona ed eloquente, imparentato con gli Estensi, Carlo Nuvoloni, i fratelli Nicola e Tito Strozzi, Francesco Ariosto, Leonello Sardi e il cavalier Tommaso Morroni da Rieti, maestro dell'arte mnemonica.

322.Alle riunioni del circolo non mancavano di quando in quando gli interlocutori avventizi. Così vi faceva qualche comparsa il minorita Agostino, ferrarese, buon predicatore e rispettato da Leonello e dagli altri; ma non erano accettate le sue teorie sui danni che provenivano dalla lettura dei poeti antichi. Tito Strozzi su questo punto non voleva dar quartiere al monaco; Guarino, più moderato, lo confutava con buone ragioni, alle quali il monaco non avea che ribattere, ma faceva le sue riserve: «non c'è da fidarsi troppo con voi altri oratori, che mutate il nero in bianco». E la brigata rideva.

323.Peggio quando capitava nel circolo un pedagogo, come dicevano loro, o maestro di grammatichetta, come diciamo noi. Tito Strozzi lo prendeva a frustate, se lo lasciavano fare. Verso quella genìa perdeva la moderazione persin Guarino, il quale metteva in canzonatura le loro pedanterie. Uno di essi a Ferrara, un tal Palamede, si vantava di sapere a memoria tutto Vergilio e che, sentitone un verso da chiunque, avrebbe continuato col seguente. Tito lo incontra e gli recita il verso 19 dell'Ecl. I:Urbem quam dicunt Romam Meliboee putavi; Palamede senz'altro seguitò:Stultus ego. Tito non ne volle più: «te lo sei detto da te».

324.Ma comica sopra ogni altra fu la comparsa nel circolo di Ugolino Pisani. Si presentò nel suo consueto atteggiamento teatrale, con la capigliatura arruffata e lunga barba. Portava a leggere una delle sue commedie in prosa, nella quale gli interlocutori erano arnesi di cucina; gli astanti se la passavano di mano in mano, ridendo sotto i baffi e strizzando l'occhio. Però il volumetto era di una perfetta calligrafia e rilegato elegantemente. Quel povero Ugolino era mezzo pazzo e morì pazzo, appena quarantenne. Entusiasta di Plauto, scrisse commedie in prosa, imitandone lo stile. Per pochi versi ottenne nel 1432 l'alloro poetico dall'imperatore Sigismondo. Girò le corti italiane ed estere, facendo il giullare, recitando le sue commedie, prendendo parte alle mascherate ed eccitando la curiosità specialmente delle donne. Gli era stato affibbiato il nomignolo di scimia letterata.

325.Il circolo si raccoglieva di solito nell'appartamento di Leonello, dopo il pranzo; qualche volta anche inter pocula. Altre volte invece la brigata si recava a caccia o faceva una gita nella villa di uno degli amici o al palazzo suburbano di Belfiore o al castello di Bellosguardo; e ivi o sotto un portico o all'ombra delle piante si intrattenevano in amichevoli discussioni letterarie.

326.Le discussioni versavano su argomenti di vario genere. Erano preferiti gli argomenti di letteratura romana e in specie la letteratura poetica. I due grandi poeti di Guarino erano Terenzio e Vergilio; da essi citava continuamente e su di essi fondava la prima educazione dei suoi allievi. E per riverbero l'attenzione sua si fermava molto anche sui commentatori di quei due poeti, cioè Donato e Servio. Nè solo studiava Vergilio in sè, ma pure nelle sue attinenze con gli autori che lo precedettero e che lo seguirono, specialmente con gli storici, mettendo a raffronto tanto la materia quanto lo stile. Se dovea spiegare agli amici la teoria degli omonimi,egli traeva ricca messe di esempi da Vergilio. Se poi voleva proporre un maestro di moralità, designava Terenzio.

327.Nel circolo venivano trattate importanti questioni estetiche, come quella dei rapporti tra il sostantivo e l'aggettivo nel verso e l'altra della vera natura della brevità sallustiana. Faceano argomento di discussione anche la proprietà dei vocaboli, l'ortografia, i dittonghi; qualche volta il tema era archeologico, come sulle corone, sui pesi, sulle sigle, sui monumenti. Le interpretazioni si discutevano con la massima minuziosità.

328.Frequenti erano le questioni critiche: anzitutto sull'autenticità dei testi. Non è di Cicerone laRhetorica ad Herenniume il libercolo sui sinonimi, non di Ovidio il carmeDe Vetula, non di Giovenale la satira XVI, non di Seneca le lettere a S. Paolo, non di Catone i distici morali, non di Cesare ilBellum Alexandrinum. Dopo l'autenticità, l'emendazione dei testi. Molto lavorò Guarino per colmare le lacune dei passi greci, particolarmente in Macrobio, Gellio, Quintiliano, i due Plini. Egli ha un concetto assai chiaro dell'opera dei copisti, i quali scambiano le parole l'una per l'altra (iuvenisconveniens) o le mutano di posto, introducono nel testo le glosse marginali o lo alterano con le proprie interpolazioni. E qui Guarino si mette in cerca di codici, esercitando, fin dove può, coscienziosamente la critica diplomatica; ma dove i codici gli vengono meno, ricorre alla critica congetturale, chiamando in soccorso il nesso dei pensieri, i principii estetici, l'uso peculiare dello scrittore.

329.Fornivano materia a quei discorsi anche gli autori contemporanei e del secolo precedente. Il Valla era molto stimato a Ferrara e molto studiato e i suoi principii grammaticali e stilistici facevano ivi legge. Poca stima si aveva invece dei tempi, a cui appartennero il Petrarca, il Boccaccio, il Salutati: tempi d'ignoranza e di lingua barbara. Gli scrittoriin volgare non erano apprezzati o tutt'al più riservati da leggersi ai nonni e ai bimbi d'inverno sotto il camino. A Dante poi non sapea Guarino perdonare la prolissità dellaCommediae l'avere nel noto verso vergilianoQuid non mortaliaintesoquidpercur.

330.Ferrara nel 1447 ebbe una seconda visita di frate Alberto da Sarteano, che vi predicò il quaresimale e l'ottavario dell'Ascensione. Guarino non mancò di andare a sentire «la cignea voce di quel celeste usignolo», il quale «quando inveiva contro i vizi diventava tromba, anzi tuono». Il 7 maggio frate Alberto aprì l'ottavario con un discorso sulla dottrina teologica. Passò in rassegna tutte le discipline antiche e moderne, sacre e profane, mostrando la loro utilità e il diletto che se ne ritrae sì per lo spirito che per il corpo e proclamando regina di tutte la teologia. «Che profondità e vastità di erudizione in quel discorso, che acutezza di giudizio, che fiume di eloquenza! pareva il Po quando straripa; e parlò conservando sempre il suo timbro di voce per quattr'ore di seguito e nessuno se ne accorse più che se avesse parlato una sola ora».

331.Quale differenza tra questo monaco e Giovanni da Prato, che andò a predicare a Ferrara la quaresima tre anni dopo, nel 1450. In quella stagione Guarino leggeva Terenzio nella sua scuola. Non l'avesse mai fatto! Il monaco furibondo lanciò dal pulpito i suoi fulmini contro i poeti classici e chi li leggeva, li copiava, li spiegava nelle scuole, li conservava in casa, prendendo soprattutto di mira Terenzio. La questione sul poter leggere o no i poeti pagani non era sorta allora, nè finì allora; ma la maniera come la risolse Guarino ha la sua importanza, poichè egli riteneva che la lettura dei poeti classici fosse non solo innocua, ma anzi scuola di morale.

332.Il monaco zelante dopo la predica scrisse una lettera a Guarino, cercando di condurlo sulla buona via e insinuandosi nel suo animo col protestargli quanto lo stimasse per il bene che gliene avea detto Alberto da Sarteano. Guarino gli rispose rispettosamente, pigliando le mosse giusto dall'argomento che da frate Alberto era stato trattato tre anni innanzi. Alberto avea dimostrato che la teologia è la regina di tutte le altre discipline, le quali la servono come ancelle. «Or dunque, ragiona Guarino, se sono ad essa ancelle, bisogna bene studiarle per conoscer meglio la teologia; ed è così che lo studio dei classici ridonda a profitto della religione. Altrimenti incoglierà ai ministri del culto ciò che incolse a quel tal prete, che io ho inteso qualche anno fa, il quale predicando disse che glietnicisi chiamavano così perchè venivano dal monteEtnae volendo nominareCadmoripetè più volteCadino, suscitando le risate del pubblico».

333.La lettera è molto lunga e Guarino difende la sua tesi tenendosi sempre nel campo dell'avversario e traendo perciò gli esempi dalla storia ecclesiastica. Egli ricorda anzitutto come Mosè e Daniele prima di comporre libri sacri si iniziarono alle scienze degli Assiri e Caldei. Ma il perno della discussione si aggira su tre grandi padri della chiesa, Basilio, Girolamo e Agostino, i quali, e sopra tutti Girolamo, si avviarono agli studi teologici per mezzo degli studi profani e mostrano nei loro libri continue reminiscenze di autori classici. Girolamo poi giova alla causa di Guarino anche per l'alto concetto in che teneva Terenzio, l'autore che è specialmente preso di mira dal monaco. Guai a toccare Terenzio a Guarino, il suo prediletto poeta, quello che prima di ogni altro egli leggeva e spiegava ai suoi scolari. Terenzio era per lui il modello dello stilista elegante, dell'oratore perfetto, dello squisito educatore. «Se i suoi personaggi parlano e operano male, così richiede il loro carattere e non è da imputarsia lui. Bruceremo forse l'evangelista, perchè ci rappresenta Giuda traditore di Gesù?»

334.Il monaco abbozzò una risposta, nella quale confuta punto per punto le argomentazioni di Guarino, citando alla rinfusa autori contemporanei, santi padri e filosofi pagani. Conchiude che, ammesso pure che sia battuto lui, la causa rimane salva.

335.Del suo allievo Leonello, anche ora che è diventato principe, non si dimentica Guarino e gli dedica pur sempre qualche lavoro, p. e. nel 1444 la traduzione dell'opuscolo di PlutarcoSulla differenzia tra l'amico e l'adulatore, nel 1449 il trattatello sulla antica lingua latina, nel 1447 uno schizzo sul modo di dipingere le muse. Leonello era appassionato dell'arte e volle in quell'anno adornare dei ritratti delle nove muse il suo studio di Belfiore. Per le pitture si servì del Maccagnino, Guarino suggerì gli atteggiamenti e l'abito delle singole figure, dettando per ciascuna un verso da scriversi sotto. Il pittore seguì in parte i consigli di Guarino, in parte, come è ben naturale, si attenne al proprio gusto. Quelle pitture furono vedute e descritte da Ciriaco d'Ancona che si era, in uno dei tanti suoi viaggi, fermato a Ferrara nel 1449.

336.Grande allegria ci fu a Ferrara nei mesi di aprile e maggio del 1444 per le seconde nozze di Leonello con Maria, figlia naturale di re Alfonso d'Aragona, nozze veramente illustri che legavano in parentela la casa d'Este col più potente degli Stati italiani; onde ben a ragione Ferrara assistette in quei giorni a spettacoli di ogni genere e vide d'ogni parte d'Italia accorrer moltitudine e personaggi principeschi a rendere omaggio ai due sposi. Fra i principi convenuti colà vanno nominati Oddantonio di Urbino, Gismondo Malatesta di Rimini, il Malatesta di Cesena, Guidantonio di Faenza, Carlo Gonzaga di Mantova, Rodolfo di Camerino.Andò a prendere la sposa Borso, fratello di Leonello, imbarcandosi a Venezia su navi venete e sbarcando ad Ortona, donde fece la via di terra fino a Napoli. Da Napoli partì Maria d'Aragona ai primi d'aprile, scortata dal principe di Salerno e salutata da un epitalamio di Girolamo Guarini, che allora era alla corte di Alfonso.

337.Il 24 d'aprile giunsero a Ferrara e il giorno dopo nel castello del marchese si compì la cerimonia nuziale, che fu presieduta da Guarino. Egli domandò agli sposi se erano contenti di diventar marito e moglie; indi Leonello pose l'anello matrimoniale in dito a Maria, e Guarino recitò l'epitalamio d'occasione. L'ultimo d'aprile poi si celebrò un altro matrimonio, di Isotta sorella di Leonello con Oddantonio d'Urbino e anche questa volta Guarino recitò l'epitalamio.

338.Ma venne purtroppo il giorno del lutto, il giorno che Guarino dovè intonare al suo illustre allievo il canto funebre. Leonello ammalò gravemente nei primi di settembre del 1450. La città fu tutta in costernazione e il vescovo ordinò pubbliche preghiere in ogni cappella, in ogni chiesa, in ogni monastero. L'infermo era assistito dal marchese di Mantova. Niccolò, il piccolo e unico figlio di Leonello, dodicenne, era compreso anch'egli di tristezza per l'imminente pericolo e avea fatto voto di dieci scudi al beato Bernardino da Siena, da pochi mesi canonizzato, se il padre fosse guarito. «Dove li trovi i dieci scudi?» gli domandava Guarino che lo teneva in custodia. E Niccolò: «li chiederò a qualche amico di papà». La malattia fortunatamente prese una buona piega e Leonello fu fuori di pericolo. Allora scoppiò generale il giubilo dei cittadini e Guarino nel congratularsi con Leonello della ricuperata salute propose di collocare tra i fasti, da solennizzarsi ogni anno, l'8 settembre, il dì della guarigione. Ma fu gioia passeggera. Altri pochi giorni furonoaggiunti alla vita di Leonello, il quale morì il 1.º ottobre dell'anno stesso, e a Guarino non restò che recitargli l'elogio funebre.

339.La morte di Leonello sconcertò senza dubbio la posizione di Guarino a Ferrara e i Veronesi ne approfittarono, per appagare un loro voto, carezzato da tanto tempo, di riavere in patria l'illustre concittadino. Anche questa volta, come nel 1432, ci furono le premure private degli amici, le pratiche ufficiali del Consiglio veronese e l'elegia di Verona, che invitava nel suo seno affettuoso il figlio da tanti anni lontano. Guarino secondò quelle pratiche e ottenne che lo stipendio gli fosse portato da 150 scudi a 200 e stava preparato alla partenza; mancava solo la licenza del marchese. Ma la licenza non fu accordata e Guarino fu riconfermato a Ferrara, donde ormai non contava di muoversi più, avuto riguardo specialmente all'età avanzata.

340.Borso se non nella cultura, certo nell'amor delle arti belle eguagliò il fratello; lo superò nella liberalità e nel lusso e magnificenza dei ricevimenti. Basti ricordare le feste per l'arrivo a Ferrara dell'imperatore Federico III nel 1452, di papa Pio II nel 1459 e per il matrimonio di Beatrice d'Este con Tristano Sforza.

341.Federico III nel 1452 fece il suo famoso viaggio a Roma e a Napoli per ricevere dal papa la corona imperiale e per sposare donna Leonora, figlia del re di Portogallo. Nell'andata giunse a Ferrara di gennaio e tra le meraviglie che sorpresero gli astanti fu non ultima l'orazione che recitò all'imperatore il piccolo Galeazzo Maria Sforza, figlio del duca Francesco, fanciullo di otto anni. L'orazione gli era stata scritta dal Filelfo. Di Guarino non sappiamo se abbia per l'occasione fatto nulla, ma difficilmente un suo discorso sarà mancato. Non mancò ad ogni modo un lungo carme latino del suo scolaro Giano Pannonio, il quale con versirimbombanti, con stile declamatorio e con immagini esagerate tratteggia un quadro desolante delle condizioni d'Italia, esprimendo le grandi speranze concepite per la venuta dell'imperatore, dal quale si attendeva una nuova era di pace. Il discorso è messo in bocca all'Italia, «che si prostra ai piedi dell'imperatore in atteggiamento di nobile matrona, cinta di una corona di torri, vestita a lutto, con le chiome sparse, battendosi il petto e piangendo e singhiozzando».

342.Nel ritorno da Roma Federico III ripassò da Ferrara di maggio. In questa seconda fermata Borso fu creato duca di Modena e Reggio e Battista Guarini recitò davanti all'imperatore l'epitalamio per le nozze di Bartolomeo Pendaglia con Margherita Costabili.

343.Non clamorosa come quella fatta all'imperatore, ma pur sempre splendida fu l'accoglienza che ricevette Pio II, quando passò da Ferrara del 1459 nel suo viaggio a Mantova, dove era intimato il gran congresso per la crociata contro il Turco. Arrivò il 19 maggio e ne ripartì il 25. Guarino salutò con un'orazione l'illustre pontefice «pio di nome e di fatto, il ripristinatore dell'età dell'oro, il ristoratore della cultura, il vero estimatore della virtù e del merito». Suo figlio Manuele accompagnò i! papa al congresso di Mantova.

344.Parimenti sontuose furono le feste per il matrimonio di Beatrice d'Este sorella di Borso con Tristano Sforza nell'aprile del 1455. Lo sposo era figlio di Francesco duca di Milano, il quale mandò il Filelfo a tenere il discorso d'occasione. Per il marchese compose l'epitalamio Guarino, il quale fa una particolare allusione al nome cavalleresco dello sposo; ciò che prova come egli stesso leggesse i romanzi cavallereschi, molto in voga del resto alla corte di Ferrara.

345.Gli epitalami di Guarino e del Filelfo furono cagione di un pettegolezzo tra i due umanisti. Fra essi nonc'era grande intimità, ma nemmeno ebbero mai a venire in discordia. Ora i maligni aveano notato che all'epitalamio del Filelfo il marchese Borso era stato largo di sole lodi, ma nessun regalo. In un crocchio di persone a Ferrara, dove si commentava l'accaduto, a Guarino scappò detto che Borso si era piccato, che il Filelfo avesse fatto il panegirico della famiglia dello sposo, scarseggiando molto nelle lodi della famiglia della sposa. Ci fu chi si prese la briga di riferire le parole di Guarino al Filelfo, il quale sentitosi offeso nel suo orgoglio scrisse a Lodovico Casella una lettera piena di insolenze contro Guarino. Egli poneva, come al suo solito, la questione addirittura tragicamente: «che forse Guarino si crede superiore a me?» Si capisce bene che Guarino non se ne diede per inteso e il Filelfo dovette restare col suo groppo in gola.

346.Appena riebbe Guarino da Borso la primiera posizione che aveva goduto sotto Leonello e potè riprendere le sue antiche abitudini, pensò il vecchio umanista di pagare un tributo di riconoscenza al suo illustre maestro Manuele Crisolora. Quel tributo parea dovessegli pesar sulla coscienza come un obbligo sacro da soddisfare, essendo che di tanti beneficati dal Crisolora nessuno gli aveva innalzato un monumento letterario degno di lui. Ora più che mai la sua fantasia rievocava la cara immagine del Greco, trasfigurata attraverso ai quarant'anni trascorsi dall'ultima volta che lo aveva veduto vivo. Se lo rivedeva risorgere dinanzi «bello della persona, le membra ben misurate e proporzionate, il volto rubicondo e la bionda barba che accresceva dignità all'aspetto»; e dalla faccia serena partiva ancora quel sorriso intelligente e si sentiva tuttavia carezzato dall'affabilità delle sue parole e dalla grazia dei suoi modi. Come si ingigantivano i suoi meriti letterari! «Prima del Crisolora l'Italia era sepolta nell'ignoranza, spezzato il filo della tradizioneciceroniana, barbaro lo stile: il Crisolora aprì una nuova via agli studi, con lui comincia il rinascimento della civiltà antica».

347.Preoccupato da questa idea Guarino si dà a raccogliere gli scritti del Crisolora e le lettere indirizzate a lui o quelle che parlano di lui, e si rivolge agli amici, come all'Ottobelli in Verona, al Poggio in Firenze, pregandoli di cercargli e mandargli scritture in lode del Crisolora. Così mise insieme l'orazione funebre del Giuliani, alcune lettere sue e d'altri dirette al Crisolora o che trattavano di lui. Si rivolse quindi ai propri figli, eccitandoli a scrivere commemorazioni e panegirici del Crisolora; ed essi corrisposero subito ai desideri del padre, poichè Niccolò, Battista, Girolamo, Manuele gli indirizzarono affettuose lettere commemorative. A tutta questa collezione, della quale ci arrivarono parecchi saggi, diede il titolo di Chrysolorina.

348.NellaChrysolorinadunque, intorno alla quale attese negli anni 1452-1455, Guarino ebbe collaboratori i propri figli, come li aveva collaboratori nell'insegnamento all'università. Infatti Girolamo fece un corso suo proprio, parallelo a quello del padre, sulla terza deca di Livio. In nome del padre recitò Manuele l'orazione inaugurale nel 1444; nel 1453 la recitò Battista, «il quale tra i figli di Guarino brilla come Sirio e Boote fra gli astri minori. Egli già (nel 1453) monta la cattedra come insegnante, parla nelle adunanze pubbliche come oratore e affascina l'uditorio, e le aule e le chiese echeggiano dei suoi plausi, intanto che il padre ne piange di gioia».

349.In ciò riconosciamo una tra le principali e più originali caratteristiche del metodo di Guarino, quella di associarsi nel lavoro i suoi discepoli e i figlioli, moltiplicando così la propria operosità e rendendola più feconda e in certo qual modo perpetuandola dopo la sua morte, poichèessi ne sarebbero stati gli eredi e i continuatori. È questo il suo gran principio, che egli inculca e ripete ad ogni momento nelle lettere, che i figli sono i legittimi eredi non tanto delle sostanze paterne quanto delle amicizie e delle virtù. E infatti uno dei suoi maggiori meriti fu l'essersi preparato un degno successore nel figlio Battista, il quale dopo morto il padre occupò la cattedra di lui, riempiendo del proprio nome e della propria operosità tutta la seconda metà del secolo XV. Però dei figli di Guarino il solo Battista fu vero umanista come il padre. Degli altri sei maschi Girolamo si accosta più a Battista per carattere umanistico, quantunque più tardi siasi dato alla carriera diplomatica. Anche Niccolò coltivò gli studi, ma nulla produsse in quelli. I quattro rimanenti percorsero carriere, le quali stavano in antitesi con l'umanismo, poichè Manuele si fece prete, Gregorio medico, Leonello e Agostino notai. Agostino si applicò alla mercatura ed ebbe il posto di maggiordomo presso il marchese di Ferrara.

350.I figli di Guarino furono tutti educati sotto la sorveglianza paterna, ma poi uscirono di Ferrara e andarono altrove chi a perfezionarsi negli studi, chi a cercarvi una collocazione. Per tal modo essi contribuirono non poco a rendere più vive le relazioni del padre con gli altri centri letterari e con le varie città italiane. E nell'esame infatti di quelle relazioni, le quali ora esporrò brevemente, ci si presenterà spesso or l'uno or l'altro dei figli di Guarino.

351.Cominciamo da Verona, dove essi andavano frequentemente a curare gli interessi della famiglia o a villeggiare a Valpolicella. È certo poi che Leonello, Niccolò, Gregorio, Battista si stabilirono qualche tempo o a Verona o in villa. E ivi attendevano agli studi e corrispondevano col padre, specialmente Niccolò e Battista. Niccolò era già arrivato a conoscere il greco e per darne un saggio al padre gli scrisse nel 1450 una lettera greca: e il padre se ne congratulò,incoraggiandolo a continuare; nel 1452 egli carteggiava col padre per la compilazione dellaChrysolorinae per una curiosa lite che si dibatteva fra le città di Verona e di Brescia. Le due città vicine si disputavano la proprietà del lago di Garda. Guarino risponde al figlio, che la proprietà spettava a Verona, appoggiandosi all'autorità degli scrittori romani, quali Catullo, Plinio, Claudiano.

352.Battista prendeva già parte, come una volta il padre, ai pubblici affari di Verona; e nel gennaio del 1458 recitava il discorso di commiato al podestà Niccolò Marcello. Nello stesso anno diede un buon saggio dei suoi studi con la traduzione dell'Agesilaodi Senofonte, dedicata a Ermolao Barbaro, l'antico scolaro di suo padre, allora vescovo di Verona. L'anno dopo, 1459, pubblicò ilLibellus de ordine studendi ac docendi, nel quale rivela ottimo senso didattico e mostra di avere in sè trasfuso il metodo paterno. Non bisogna dimenticare che da poco era tornato da Bologna, dove aveva insegnato per due anni.

353.Ma non c'era di bisogno della presenza dei figli in Verona, perchè Guarino mantenesse vivi e cordiali rapporti con la sua città nativa. Si è veduto che Verona non dimenticò mai il suo Guarino, la quale fece nel 1451 l'ultimo tentativo per riaverlo insegnante. Si davano poi circostanze in cui il Consiglio veronese dovea trattare qualche pubblico interesse col marchese di Ferrara e allora Guarino interponeva i suoi buoni uffici presso il principe. I suoi vecchi scolari lo ricordavano sempre, come l'Ottobelli, che gli cercava documenti per laChrysolorina, e Silvestro Landi, che redigendo lo statuto della città di Verona fece nell'introduzione onorevole menzione del suo maestro. E non mancava colà chi volesse erigergli un piccolo monumento; e questi era il suo compare Damiano Borghi, che gli fece forse scolpire un busto, per tramandare immortale il nome di lui.

354.A Venezia si trovarono per qualche tempo i figli Niccolò e Gregorio. Niccolò accompagnava il marchese Carlo Gonzaga, di cui era segretario; Gregorio si era recato colà nel 1451 un po' a perfezionarsi nella medicina e un po' a conoscere quella città. Ma buon medico per gli altri e non per sè si lasciò ferire il cuore da una bella fanciulla, la quale gli rubava la pace e a cui desiderava dare la mano di sposo. La madre della fanciulla fece serie opposizioni, ma mercè l'interposizione di Francesco Barbaro le difficoltà furono appianate e Gregorio impalmò la sua Antonia.

355.Col mezzo di questi due figli le comunicazioni di Guarino col circolo veneziano erano tenute vive. Oltre che con Francesco Barbaro, egli corrispondeva col figlio di lui Zaccaria, con Bernardo Giustinian, col medico Niccolò Leonardi, con Marco Zane. In casa Barbaro ci fu nel gennaio 1453 una festa di famiglia per il matrimonio di Paola figlia di Francesco con Giacomo Balbi. Da Ferrara Guarino se ne congratulò per lettera e Giano Pannonio compose per quell'occasione un lungo panegirico di Francesco Barbaro. In quello stesso anno Giano andava a Venezia raccomandato da Guarino al Barbaro; probabilmente era quello il tempo in cui il Pannonio, lasciati gli studi letterari dell'università di Ferrara, si recava a frequentare il corso di giurisprudenza in quella di Padova. D'ora in poi i legami di Guarino col circolo veneziano si rallentano o si spezzano affatto, essendo morto nel principio del 1454 il Barbaro, che ne costituiva il nucleo.

356.Anche nelle relazioni di Guarino con la corte di Rimini incontriamo un figlio suo, Girolamo, che nel 1448 dedicò a Gismondo Malatesta unaVita di Senofonte. Guarino aveva avuto occasione di conoscere personalmente Gismondo nel 1444, quando esso venne a Ferrara ad assistere alle nozze di Leonello. Più frequenti diventarono le corrispondenze traGuarino e Rimini allorchè si recarono a quella corte due suoi illustri scolari, Tobia Borghi e il Basini, stato allievo quest'ultimo anche di Vittorino e del Gaza. A Rimini il Basini si trovò in lotta con due rivali, il Porcelli napoletano e Tommaso Seneca da Camerino, contro le cui maligne suggestioni egli dovea disputarsi la grazia del principe, il quale alla sua volta prendeva diletto di quelle guerricciole. Guarino era informato di tutto dal Basini.

357.Il Basini conosceva, come allievo delle scuole di Mantova e di Ferrara, il greco, del quale erano digiuni il Porcelli e il Seneca. Costoro due cercarono di mettere in cattivo occhio presso il principe il loro rivale col pretesto che egli disprezzasse i Latini in confronto dei Greci; il Basini rispose vittoriosamente, mostrando la loro ignoranza e tessendo l'apologia degli studi greci. Qui scorgiamo un'altra prova della superiorità della scuola guariniana e un nuovo sintomo della guerra fra Greci e Latini. L'altro scolaro di Guarino, Tobia Borghi, fu in Rimini storiografo di corte; infatti scrisse la vita di Gismondo, specialmente per eccitamento di Guarino, che gli delineò anche le principali norme per scrivere la storia, desumendole da Luciano.

358.Fra i principi convenuti a Ferrara nel 1444 alle nozze di Leonello ci fu Rodolfo di Camerino, fratello della famosa Costanza Varano, una delle umaniste del secolo XV. Certamente Guarino ebbe occasione di parlar di lei col fratello Rodolfo, quantunque egli già la conoscesse per fama e per aver letto i suoi scritti. Avea levato gran rumore la sua orazione recitata al conte Francesco Sforza e alla sua sposa novella Bianca Visconti, quando nel 1442 andarono a prender possesso della loro signoria delle Marche. Da allora in poi la Costanza incoraggiata si mise in corrispondenza con principi, umanisti e umaniste, come il duca Filippo Maria Visconti, Guiniforte Barzizza e l'Isotta Nogarola. Guarino, cheaveva ott'anni innanzi tributato il suo omaggio alla Nogarola, non si lasciò sfuggire ora (1444) l'opportunità di tributarlo con una lettera anche alla Varano, adoperando quasi le stesse frasi e le stesse lodi e mostrandosi in certo modo mortificato di presentarsele così da sè, senza averla conosciuta prima; che però non ce n'era di bisogno, perchè egli era stato ammiratore dei suoi scritti, dai quali l'aveva imparata a conoscere molto bene. Il pretesto di scriverle gli fu fornito da un codice degli scolii di Cornuto a Giovenale, che esisteva in Camerino e di cui le chiedeva una copia.

359.Con la corte di Urbino troviamo in relazione Guarino e il figlio Battista. Duca di Urbino era Federico di Montefeltro, non letterato ma protettore dei letterati, col quale Guarino carteggiava sin dal 1451. Ebbe poi occasione di conoscerlo personalmente nel 1457, quando Federico e Gismondo Malatesta si abboccarono a Ferrara con Borso d'Este, che essi aveano scelto per paciere; ma la pace non fu ottenuta. Al duca Federico si accompagnava anche Ottaviano Ubaldini, entrambi cresciuti in corte come fratelli. Ottaviano era letterato, fu allievo di Vittorino da Feltre e si occupava di studi latini e italiani; corrispondeva p. e. col Prendilacqua, col Filelfo e con Guarino; quest'ultimo anzi gli mandò come institutore uno dei suoi scolari, Marino Filetico. Battista Guarino si era incontrato con Ottaviano nel 1456, probabilmente in Bologna, e in quell'anno stesso gli emendò un Catullo.

360.Dico in Bologna, perchè Battista insegnò in quell'università due anni, 1455-1456, 1456-1457. Fu onore non ordinario per un giovanotto appena forse ventenne esser chiamato a dettar lezione in quell'illustre ateneo. Il discorso inaugurale del decembre 1455 fu un trionfo per Battista. L'uditorio era affollatissimo; vi si notavano i rettori e ragguardevoli personaggi fra i quali il cardinal legato. Il vecchioGuarino, quando ne udì la relazione in piazza a Ferrara da uno che veniva da Bologna, non potè trattenere dalla consolazione le lagrime.

361.In Bologna c'era giusto in quegli stessi anni un altro figlio di Guarino, il canonico Manuele, che avea l'ufficio di segretario presso il cardinal legato. Per mezzo di questi due figli Guarino tenea viva corrispondenza col circolo bolognese. Senza di che egli carteggiava con la famiglia Bentivoglio e col cardinal Bessarione, che fu legato in Bologna dal 1450 al principio del 1455. Essendosi recato a Bologna il suo scolaro Marco Aurelio, gli portò nel ritorno iRicordi di Socratedi Senofonte tradotti dal Bessarione; con ciò fu offerta a Guarino l'occasione di tributar meritate lodi al dotto Greco e di rinnovare l'amicizia stretta in Ferrara nel 1438 al tempo del Concilio. A Bologna predicavano di quando in quando due monaci veronesi di quel tempo, fra' Timoteo e fra' Matteo Bossi. Timoteo trovò in una di quelle circostanze, sembra, a Bologna la vita di S. Guarino, che fu trasmessa a Guarino da un monaco bolognese, fra' Cipriano. Fu un'immensa esultanza per Guarino l'aver trovato il suo santo omonimo e fu fortuna per noi, poichè nel ringraziare Cipriano egli dà preziose notizie intorno ai suoi primi anni.

362.Quel Timoteo era uomo istruito e abbastanza spregiudicato, perchè scrisse un libro, laSacra rusticitas, dove dimostra che lo studio delle lettere non nuoce alla pietà cristiana. Anche lui però, come tutti i minoriti, faceva la sua crociata contro il lusso, che allora cominciava a diventare una vera piaga sociale. E predicò contro il lusso nella quaresima del 1454 a Bologna, dove ebbe buon gioco, avendogli prestato mano forte il Bessarione, che già tre anni innanzi avea pubblicato ivi stesso un editto contro il lusso. Però gli attacchi di fra' Timoteo erano specialmente rivolti contro ledonne. Ciò parve poco cavalleresco a taluno, che confutò il monaco, e a Guarino stesso, il quale spezzò la sua lancia in favor delle donne.

363.Egli infatti ne scrisse a Santi Bentivoglio, capo partito a Bologna, censurando l'eccessiva severità dei monaci, i quali parlavano astrattamente, anzichè tener d'occhio le condizioni della vita pratica, e notando che mentre gli uomini hanno mille mezzi per mettere in vista i propri meriti, alle donne non è riservato altro mezzo che l'ornamento. Due anni più tardi fra' Matteo Bossi rimproverò a Guarino l'acrimonia di quella critica, ma Guarino gli rispose protestandogli che la sua stima e il suo affetto verso fra' Timoteo non gli venne mai meno e tutto finì lì.

364.Un altro figlio di Guarino, Girolamo, praticò la corte di Napoli. Alfonso d'Aragona dopo sette anni di guerra riusciva finalmente vittorioso del suo avversario Renato e nel febbraio del 1443 faceva il suo ingresso trionfale in Napoli. Guarino sapeva che Alfonso era re magnanimo e liberale, sapeva che egli proteggeva le lettere e i letterati, sapeva che il Panormita e il Valla, suoi antichi amici, stavano da parecchio tempo alla corte di lui e vide perciò che gli sarebbe stato utile collocare a Napoli il proprio figlio Girolamo. Ma tastò prima il terreno; infatti nell'ottobre 1442 scrisse al re Alfonso esaltando le sue imprese guerresche, ma dando maggior rilievo alle virtù dell'animo, come la fede, la religiosità, la giustizia, la liberalità, la magnanimità e simili, e dimostrando che egli non era, siccome volevano far credere, straniero nel regno di Napoli, che la Spagna fu colonizzata dai Romani e diede poi a Roma gli imperatori Adriano, Teodosio e Marco Antonio Vero. In un'altra lettera Guarino concentra le sue lodi sulla protezione che Alfonso accordava agli studi; e così si aperse la via a presentargli il proprio figlio Girolamo, il quale partì per Napoli nell'ottobre del 1443con una lettera di raccomandazione del padre al Panormita e con una dell'Aurispa al Valla.

365.Alla prima lettera che Girolamo scrisse da Napoli al padre questi rispose tracciandogli le principali linee della sua condotta in corte. «Dopo Dio viene il re, indi il suo segretario; i voleri del re devono essere tutti sacri per chi vive in corte. I cortigiani vanno trattati con urbanità e in modo da non suscitare la loro gelosia». Caratteristiche sono le regole che gli dà sul contegno da osservare nelle conversazioni: «più che parlare ascolta; ma non avviare mai o non secondare la maldicenza a carico degli assenti; mostra di fare gran caso di ciò che dicono i presenti e non vantar mai la tua professione in confronto dell'altrui; sappi essere ora serio, ora gaio, ma senza trascendere in volgarità, e fa conto soprattutto che ogni tua parola debba giungere agli orecchi del re». Gli raccomanda da ultimo di fuggir l'ira e l'avidità del guadagno e di mantenere scrupolosamente la segretezza.

366.I consigli del padre non caddero a vuoto e Girolamo seppe ben presto acquistare la fiducia del re che lo creò suo consigliere e segretario. Nè Girolamo si mostrò ingrato verso il suo protettore e non trascurava occasione di manifestargli la sua riconoscenza; come nel 1444 quando partiva da Napoli Maria per andare a Ferrara sposa di Leonello, e nel 1447 che compose un carme in lode del suo re per la riedificazione di Vibona (Monte Leone), alla quale aveva dato il nome di Alfonsina. Di questo carme Girolamo mandò copia al padre, che ne tolse pretesto per scrivere al re, congratulandosi di così bella azione e discorrendogli a lungo intorno alla superiorità delle arti della pace sulle arti della guerra, e trovando da ultimo il modo di lodarlo non solo come mecenate ma anche come cultore degli studi e di raccomandargli il figlio Girolamo.

367.Allorchè nell'ottobre del 1443 Girolamo era giunto a Napoli con la commendatizia dell'Aurispa al Valla, quest'ultimo si affrettò a scrivere a Guarino dell'ottima impressione che gli aveva fatta il figlio, «il quale riproduceva esattamente il padre tanto nelle doti fisiche quanto nelle morali». Nel medesimo tempo gli chiedeva una copia delPanegyricusdi Plinio, offrendogli in ricambio il proprio opuscoloSulla falsa donazione di Costantino, il lavoro più oratorio che egli avesse mai, a suo stesso giudizio, potuto scrivere. E fu in verità ardimento degno dell'ingegno superiore del Valla e consentito solamente a Napoli, dove il governo di re Alfonso lasciava libertà di parola e proteggeva gli umanisti perseguitati dall'inquisizione ecclesiastica. Quanta attività non aveva spiegata il Valla in quei pochi anni dacchè stava alla corte di Alfonso! Oltre all'opuscolo sullaDonazione, avea terminati i sei libri delleEleganzee i tre dellaDialettica, aveva preparato il libro delleAdnotationescontro Antonio da Rho, avea composti otto libri di confronti tra il testo greco e il testo latino delNuovo testamento, avea tradotto in prosa latina i primi sedici libri dell'Iliadee attendeva all'emendazione del testo di Quintiliano.

368.Nel principio del 1447 re Alfonso stava attendato a Tivoli, donde nel corso dell'anno intraprese la sua campagna contro i Fiorentini. Nel campo si trovavano anche il Valla e Girolamo Guarini. Venuta la stagione delle pioggie autunnali, i due umanisti pensarono di ritornare a Napoli e presero la via di Siena. Ma s'imbatterono in una schiera di briganti, dai quali il Valla potè scampare a stento, mentre il Guarini fu catturato e maltrattato; poco dopo però si rincontrarono entrambi incolumi a Napoli.

369.Il Valla nell'anno seguente, 1448, lasciò per sempre Napoli e si stabilì a Roma, dove il regno di papa Niccolò V gli accordava quell'ospitalità, che gli sarebbe statanegata da Eugenio IV. Girolamo Guarini in quello stesso anno partì da Napoli, lasciando l'incarico di spedirgli le valigie a Bartolomeo Faccio. Pare che se ne sia tornato in condizioni non troppo floride, perchè il padre per fargli pagare lo stipendio ha dovuto presentare una supplica al re. Nel 1450 Girolamo aveva trovato un altro posto nella cancelleria di Modena. Il Faccio per avere avuto in consegna le valigie di Girolamo ebbe frequenti occasioni di scrivere al suo antico maestro Guarino, che egli amava e stimava sempre e al cui giudizio sottoponeva i propri lavori. Un bel giorno poi del 1451 le lettere del Faccio arrivarono non per mezzo del solito messaggiero; il messaggiero era nientemeno che il Panormita in persona: «a lui potrai chiedere, o Guarino, tutte le notizie che desideri di me; io non ho segreti per lui». E Guarino abbracciò con effusione il grande e stimato amico suo, che allora per la prima volta imparava a conoscere personalmente. Il Panormita passava da Ferrara diretto a Venezia, dove si recava ambasciatore del suo re. Lo accompagnavano Luigi Puggi e il venticinquenne Gioviano Pontano.

370.Parimenti a Roma troviamo un figliolo di Guarino, Manuele, che vi si stabilì per alcuni anni a perfezionarvi i suoi studi ecclesiastici; oltre di che da Ferrara a Roma andava e veniva ogni anno l'Aurispa. Manuele e l'altro figlio Girolamo furono da Guarino con special cura raccomandati a Niccolò V nella lettera congratulatoria che gli scrisse per la sua assunzione al papato.

371.La lettera ha un poco l'intonazione retorica di un'orazione, ma essa esprime perfettamente i sentimenti suscitati in tutta l'Italia dall'inaspettata elezione di Tommaso Parentucelli. Ognuno infatti ammirava l'umile e povero figlio dei medico di Sarzana elevato al massimo onore della chiesa, ognuno esaltava la sua pratica negli affari, ognuno scorgeva in lui il rimuneratore del vero merito e il dispregiatore deldanaro, ognuno salutava in lui l'inauguratore di un periodo di pace, ognuno encomiava la sua estesa e molteplice dottrina. Questi sono i cinque grandi titoli, che la pubblica opinione riconosceva al nuovo papa e questi sono i titoli messi in rilievo da Guarino. Però mentre il ceto degli umanisti concepì larghe speranze del nuovo papa per l'incremento della cultura, Guarino sembra di tali speranze non aver sentore.

372.Se ne accorse invece più tardi, quando anch'egli divenne uno dei tanti collaboratori del vasto piano di Niccolò V, di fondare una grande biblioteca di traduzioni dal greco. E nella dedica a Niccolò V della traduzione dellaGeografiaStraboniana Guarino mette in vista questo merito del papa; ma non dimentica anche una particolare circostanza, ossia che il papa con la traduzione avea di mira gli interessi della religione, in quanto che badava soprattutto alla traduzione dei testi sacri; e in ciò Guarino lo paragonava a Tolomeo Filadelfo, che fece tradurre la bibbia dai settanta. Sicchè anche laGeografiadi Strabone avrebbe dovuto servire agli interessi della chiesa. «Senza dubbio; perchè la gente poteva vedere su quanta estensione di regioni imperasse la chiesa, la quale in tal modo veniva ad aumentare il suo prestigio». C'è veramente molta stiracchiatura, ma Guarino doveva aver capito che al papa premeva di far credere così.

373.A Guarino dunque venne da Niccolò V assegnata la traduzione di Strabone da nessuno prima tradotto. Sin dal 1448 Guarino domandava uno Strabone al Filelfo; ma non pare che sin da allora avesse ricevuto l'incarico dal papa; lo cercava forse per proprio uso. Non so se l'abbia trovato subito; certo lo possedeva nel 1451. L'incarico gli fu dato probabilmente nel 1452, perchè nel principio del 1453 la traduzione era alquanto inoltrata. L'idea di quella traduzione nacque in Niccolò V dall'aver egli saputo che si trovavain Roma uno Strabone in possesso del cardinal Ruteno Isidoro. Ma siccome Isidoro nel maggio 1452 era partito con una missione per Costantinopoli, così avrà fatto intanto cominciare a Guarino la traduzione sul proprio esemplare, il quale era molto guasto: poi gli si sarebbe mandato l'altro da Roma, come fu in effetto. Nel marzo del 1453 Guarino mandava a Giovanni Tortelli alcuni saggi della traduzione; altri ne mandava nel settembre dell'anno stesso; allora aveva quasi finito il libro quarto. Nuovi saggi manda nel 1454, mentre annunzia che lavorava intorno al libro sesto. Nel medesimo tempo Guarino chiedeva danaro. Gli pesava sulle spalle una famiglia molto numerosa e per attendere alla traduzione avea dovuto trascurare i propri interessi e lasciare alcune lezioni private.

374.Nel febbraio 1455 il lavoro avanza con gran lena; ma come dovette essere rimasto il povero Guarino quando nel marzo intese la morte del papa! Per la parte tradotta gli erano stati pagati mille scudi; e per il rimanente che fare? Gli sapeva male troncare a mezzo un lavoro così poderoso; onde si risolse a continuarlo e terminarlo per conto proprio; avrebbe poi trovato il mecenate che lo pagherebbe. Terminò la traduzione nel luglio del 1458. Cercò un mecenate a Firenze, forse tra i Medici, a cui offrirlo, ma l'offerta non fu accettata. L'accettò l'illustre patrizio veneto Giacomo Antonio Marcello, dei cui meriti, specialmente militari, fa ampio elogio nella dedica. Il Marcello alla sua volta dedicò l'opera a Renato di Angiò. Questo fu, dopo la restituzione dei passi greci al commento vergiliano di Servio, l'ultimo grande lavoro di Guarino.

375.Morto Niccolò V, col suo successore Calisto III, indifferente o meglio contrario all'umanismo, Guarino non se la poteva intendere e così si rallentarono i suoi legami con Roma. Già sin dai tempi dello stesso Niccolò V degliumanisti amici di Guarino soli il Tortelli e il Poggio aveano mantenuto regolare carteggio con lui.

376.Le sue relazioni col Poggio non hanno mai perduto della usata frequenza e intimità. Nel 1447 il Poggio pubblicò la traduzione dellaCiropediadi Senofonte. Ebbene, Guarino scrivendo al re Alfonso per tutt'altro trovò il modo di nominare il Poggio e la suaCiropedia, per dirgli che quell'umanista in tarda età (67 anni) aveva, come a Roma Catone, dato opera a studiare il greco e l'aveva imparato prima che si venisse a sapere che egli lo studiava. La stessa lode fece Guarino del Poggio al giureconsulto Francesco Accolti, che allora professava a Ferrara, e la stessa lode ripetè poi direttamente al Poggio, aggiungendogli esser tanto elegante e disinvolta la traduzione, da sembrar proprio opera originale. Nel 1451 vide di mal occhio la polemica tra il Valla e il Poggio, suoi amici, e unì la sua voce a quella di Pietro Tommasi per riconciliarli, se non che furono sforzi inutili i suoi, quelli del Tommasi, del Barbaro e del Filelfo; la guerra finì soltanto con la partenza del Poggio da Roma.

377.Il Poggio lasciò Roma nel 1453, nel quale anno fu chiamato a reggere la cancelleria fiorentina in sostituzione del morto Marsuppini. E da Firenze non interruppe mai la sua corrispondenza amichevole con Guarino, a cui chiedeva saggio della traduzione di Strabone e gli mandava libri per il figlio Battista. Ci fu una piccola nube per una falsa voce giunta all'orecchio del Poggio sul conto di Guarino e del Perotti; ma fu tosto dissipata. «Scusami, o Guarino, se per poco ho alimentato quel sospetto contro di te; la tua lealtà m'era ben nota». E non diceva per complimento, giacchè nel 1456 trattava con lui per mandare alla sua scuola in Ferrara i propri figli; «qui a Firenze, caro Guarino, i figli non li può mandare a scuola chi vuol farli educare a principii di sana moralità; perciò li affido a te». Stupenda invidiabilegloriosa testimonianza di fiducia e di affetto, la quale compendia tutto un mezzo secolo di una operosità didattica mai venuta meno allo scopo, e di una amicizia che non ha riscontri in quell'età.

378.Nell'ottobre 1459 morì a Firenze il Poggio. Dei grandi campioni dell'umanismo nati negli ultimi decenni del secolo precedente erano rimasti a lungo superstiti il Poggio e Guarino; ora restava Guarino solo. L'Aurispa, astro minore, due anni più vecchio di lui, strascicava alla meglio la sua decrepitezza in Ferrara. Nel decembre del 1459 l'Aurispa seppe che si era sparsa la falsa voce della sua morte; egli ne rise, ma poco dopo, nei primi mesi del 1460, la morte venne davvero. Al mancar d'ogni parente, d'ogni amico Guarino soleva scorgere un ammonimento della brevità della sua vita, un'avvertenza a tenersi pronto per il gran passo; ma nessuna morte deve averlo messo sull'avviso come quella del Poggio e dell'Aurispa. Gli erano premorti di pochi anni la moglie e i due figli Niccolò e Girolamo, entrambi nel fior dell'età; egli era sugli ottantasette: poco più poteva tardare anche la sua chiamata.

379.E infatti nei primi di decembre del 1460 ammalò di pleurite. Il giorno 4 sentendosi prossima la fine, si munì dei conforti religiosi e dettò il testamento: lasciava alle due figlie maritate le doti già costituite, alle due figlie nubili e alla orfana di Girolamo 800 lire per ciascuna; ad Agostino la casetta paterna in Verona e alcune terre; a Manuele una parte della casa in Ferrara; a Gregorio la villa di Montorio, alcune terre e un molino; a Leonello la casa di Valpolicella; a Battista la casa grande in Verona. Quel giorno stesso circondato e baciato dagli amici e dai figli, benedicendoli come Giacobbe, placidamente spirò.

380.Il trasporto della salma provocò un piccolo tumulto. I rettori dell'università si disputavano il primo posto nelcorteo e la disputa si incalorì tanto, che il feretro venne depositato e lasciato in mezzo alla via. Allora Luigi Casella, scolaro dell'estinto, alzando gli occhi ai cielo: «Vi ringrazio, o Signore, che avete permesso questo scandalo per trarne un bene. L'onore di trasportare la salma doveva essere riservato ai suoi scolari». E radunati altri allievi di Guarino, quali Pietro Costabili, Niccolò Strozzi, Annibale Gonzaga, Francesco Accolti, Pietro Marocelli, Francesco Forzati, si tolsero sulle spalle il feretro e lo portarono alla sepoltura. Gli onori funebri gli furono resi da un altro suo allievo. Luigi Carbone, il quale tessè al maestro un entusiastico elogio, tratteggiando la sua vita, accennando le varie residenze da lui occupate, nominando i più famosi suoi scolari, esaltando le qualità del suo insegnamento e le sue virtù personali.

381.Il secondo giorno dopo la morte di Guarino, cioè il 6 decembre, il Consiglio dei Savi con lodevole proposito gli sostituì nella cattedra il figlio Battista, giudicato non inferiore al padre per abilità, virtù ed eloquenza.

382.Nel novembre dell'anno seguente 1461 i figli di Guarino presentarono un'istanza al marchese Borso per la erezione di un monumento al padre. Borso nello stesso novembre diede parere favorevole e il Consiglio dei Savi votò il monumento da erigersi nella chiesa dei Carmelitani di San Paolo, alla sinistra dell'altare maggiore. Battista comunicò la deliberazione al fratello Leonello, incaricandolo di far preparare i marmi a Valpolicella. Il monumento fu costruito nel 1468.


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