Dilemma.

Dilemma.

Nella elegante portineria olandese, nicchiata nel verde, di fianco al cancello del giardino, il sopraggiungere di Alberto Mentena non cagionò meraviglia alcuna. — La linda portinaja si alzò premurosamente per aprir l'uscio che metteva sul viale e accompagnò il giovane, sinchè potè vederlo, colla benevolenza del suo vispo sguardo di vecchietta. Alberto Mentena era simpatico a tutti, giovani e vecchi, ricchi e poveri.

S'inoltrò con spedito passo pel giardino, veramente bello nella pompa primaverile del suo verde. In fondo al viale, biancheggiava la villa, a mezzo rivestita di arrampicanti, un vero nido di pace elegante. La brezza temperava il calore del meriggio, mettendo dellemolli oscillazioni nei penduli rami della clematide in fiore e un fremito continuo, sommesso, quasi musicale, nei cortinaggi di tela russa che adombravano l'atrio. — Un domestico, vestito di nero passava grave ed ozioso, a capo chino. Ma Alberto non lo chiamò. — Attese anzi per procedere ch'egli si fosse allontanato. — Allora soltanto penetrò nell'atrio e prese a destra, mettendosi per un'ampia fuga di sale. Le attraversò senza fermarsi nè incontrare alcuno, sinchè giunse e si trattenne in un salotto piccino che apriva su una specie di serra, o meglio un piccolo giardino d'inverno, colle pareti ad invetriate.

In quella serra stava sola, una signora giovane, non bellissima, snella, piuttosto piccina, con un volto pallidetto, di persona ammalata o molto inquieta. Sedeva in una piccola nicchietta di verde, fra due palme, in una poltroncina di giunco e ricamava, svogliatamente però, un canovaccio campionato a disegni antichi, con delle tinte pallide e vecchie.

Alberto non entrò in quel luogo. Si fè presso all'uscio, con precauzione, perchè ellanon lo udisse, non sapesse ch'egli fosse lì. Si tenne celato dietro una portiera, rimuovendola solo quanto bastava a concedergli la visione di quanto accadeva nella piccola serra.

La signora si credeva sola. Credeva ch'eglifosse lontano assai. E perciò viveva liberamente quell'ora di solitudine e di sofferenze intime.

Tutto in lei contribuiva a tradire l'interna lotta. Il tremore delle labbra, l'espressione speciale della fisonomia, l'inconscia irrequietezza dei moti. Il lavoro fu lasciato e ripreso più di una volta. — Ogni tanto un'idea passava, quasi tangibile, sulla sua fronte, fissando negli occhi e sulle labbra semi aperte un'estasi vaga, mettendo nella personcina fremente una súbita pace di riposo, contrasto strano coll'agitazione sì viva che lo aveva preceduto...

Diana Contessa di Rezzano ebbe, finalmente un amaro sorriso, cui tenne dietro un lungo e sconsolato sospiro. Afferrò un libro che giaceva su un prossimo tavolino. Lo aperse, vi attese per dieci minuti, poi i suoi pensieri tornarono in frotta, più eloquenti delle paginedel libro. Essa lo depose, senza chiuderlo, su una poltroncina uguale a quella da lei occupata e che le era vicinissima. La contemplò a lungo, con una súbita, profonda attenzione la respinse alquanto, tornò ad accostarsela.... poi, senza allontanarla se la mise di fronte e con una mossa lenta, bizzarra, come esitante, depose la mano sul bracciale. Si chinò alquanto come se parlasse a qualcuno che le stasse di fronte, su quella poltroncina.

Sorrideva, inarcava le ciglia, pareva udire delle frasi, accoglierle... rispondere ad esse. Un momento trasse a sè la mano, che posava sul bracciale, rapidamente, come se l'avesse sfiorata il bruciore di una favilla, poi la depose sull'altra, con una vaga tenerezza di gesto e la baciò. Si scosse poscia ed ebbe uno scoppio di amare risa. S'alzò con impeto ed uscì in giardino.

Allora soltanto, Alberto entrò nella serra e sedette al posto solito, sulla poltroncina che aveva poc'anzi attirata l'attenzione di Diana. Così attese. Il suo sguardo seguiva la gonna della Contessa, volteggiante fra le ajuole.

Quand'ebbe colto, un po' a rifascio, un grosso mazzo di fiori, Diana tornò lentamente indietro, guardandoli. Solo quando fu sulla soglia dell'invetriata alzò gli occhi e vide Alberto.

S'arrestò; cogli occhi spalancati, col volto di cera! Mandò un piccolo grido di gioia involontaria, tenerissima ed una súbita, suprema letizia irradiò da tutto l'esser suo.

Ma ella non corse incontro ad Alberto. Stette ritta, fiera, sulla soglia, aggrottò le ciglia e disse con aspro accento: Che fate qui?

Alberto sorrise, venne risoluto ad incontrarla e le porse la mano.

— Sono qui, le disse.

Ella tentò di ritrarsi d'un passo. Ma non potè, l'ira fuggiva irresistibilmente da lei. Attratta, suo malgrado, mosse verso lui, colle labbra anelanti.

— Alberto! disse a voce spenta, con un fioco accento di rimprovero.

— Sono qui, ripetè il giovane... Diana!... oh Diana! Le prese ambe le mani e le depose sulle proprie spalle.

Il volto di Diana s'era acceso d'una fiamma rosea; ella guardava Alberto intensamente, con una passione, un'affetto senza pari!...

— Alberto! disse ancora con voce tremante. Ma l'intenzione del rimprovero, moriva, soverchiata dalla dolcezza suprema dell'appello inconscio, innamorato.

Sono tornato, mormorò il giovane. Non mi sgridare, non mi tormentare. Ho voluto ubbidirti, ho provato a stare lontano da te!... Ma non posso. Non posso, intendi? E tu pure non puoi... nevvero... Diana?

Le sue parole avevano quell'intonazione rotta, confusa, susurrata, ch'è la più fatale eloquenza dell'amore. — Pure ella tentò di reagire.

— Io?... lo posso... sì... perchè no?

Ma tutto smentiva la povera menzogna. Alberto sorrise. Le sue dita stringevano i freddi polsi di lei e il suo sguardo ardente si fondeva nella luce calda, umida, dell'occhio di Diana.

— Siediti qui, le disse, accennando col mento la poltrona.

— No, diss'ella a denti stretti, con irosa disperazione. — Egli aggrottò le ciglia. — Allora Diana con una súbita scossa, liberò le sue mani.

— Va via, gli disse con rauca voce, va via!

— È inutile, lo vedi. Tornerei ancora.

Diana tacque. Sentiva ch'egli aveva ragione. Il pensiero di ciò ch'ella aveva sofferto, nell'assenza di lui, la colse vivido, pieno di ribellione. Ed ora egli era tornato... era lì e per un momento la gioia inconsulta, suprema, del suo ritorno irruppe unica in lei, cancellando ogni altra impressione.

Egli leggeva, sorridendo, su quel libro aperto. Le si accostò e se la strinse dolcemente, quasi rispettosamente al cuore. Tremava anch'egli, vinto da un'emozione che non pensava a celare, nella sincerità impetuosa del suo amore. Le sue labbra cercarono quelle di lei, che parevano protendersi, ma che, irrigidite ad un tratto, si sottrassero all'incontro.

Ed ella rizzandosi gridò superbamente. Non voglio!

Non voleva infatti. — Ma qualcosa in lei, qualcosa di ardente e di indomabilevolevaa dispetto dellasuavolontà; ed ella si esauriva nello sforzo di quella ribellione, nella fatica della propria reazione contro il cuore affascinato ed i sensi destati. Diana e Alberto si amavano così da più mesi, con una verità ed una forza di passione che nulla osteggiava in lui.

In lei combattevano, dilaniandole il cuore, l'innata purezza dello spirito, l'influenza di una austera e religiosa educazione, l'istintivo orrore della macchia. Ma ella avvertiva dal paro la forza spietata che la trascinava ormai sulla rapida china dell'amore. E perciò; come tante altre povere anime così grottescamente e miseramente create, ella amava, soffriva e lottava tanto!

Per lui tutto ciò era una novità. Sentiva di aver scatenata una tempesta vera nel cuore di una vera donna e conosceva abbastanza le donne per apprezzare il valore e la verità del fatto. — Non aveva deliberatamente tentata la conquista di Diana; s'era abbandonato, adocchi aperti però, alla dolcezza nuova di un sentimento, lasciando poi ch'egli seguisse il corso della sua logica evoluzione. Aveva lasciato venir l'amore senza sollecitarlo, serbando, anche quando l'aveva ravvisato in volto, un rispetto gentile per la donna gentile che glielo aveva ispirato. No, quell'amore non poteva essere per lui un episodio volgare come i tanti che l'avevan preceduto. — Certo; non doveva neppure essere un episodio eccezionale, ma tanto nel suo delicato epicureismo della passione, quanto nella sincerità stessa del suo amore per Diana, egli aveva trovate delle onorevoli ed eccellenti ragioni per prolungare unostato quodel quale molti avrebbero potuto sorridere.

Aveva avuta, aveva tutt'ora una certa pietà di Diana e delle sue intime lotte. Senonchè, da qualche tempo in qua, cominciava ad aver pure una certa pietà di sè stesso... Bellissimo, curiosissimo in lei quel contrasto di docilità all'amore e di ribellione alle sue esigenze, ma durava da un po' di tempo e... come ammettere che avesse a durar sempre?

Il marito... solito, che non sa... che non ci pensa, che nulla teme. Cacciatore emerito, ora in Sicilia, ora in Sardegna, ora in Maremma. Bello e giovane, d'indole gaia e spensierata senza finezza alcuna, senz'altre cure che quelle del compiacimento proprio, di un'immoralità comoda e larga, spesso infedele e bonariamente sorpreso che Diana avesse a tanto adontarsene, tranquillo nel sereno convincimento dell'innocuità dei suoi piccoli tradimenti di passaggio. — Ma Diana l'intendeva altrimenti. S'era messo in capo una stramba idea, che la fedeltà nel matrimonio dovesse esser obbligatoria per entrambi i conjugi!.. Aveva ignorato molto, perdonato qualcosa, ma non ammetteva la recidiva e il suo pseudo amore pel marito s'era smorzato, bruscamente, nella collera di quelle replicate offese alla santità del vincolo. — Uno scandaluccio di bassa lega, qualcosa che s'aggirava tra una cameriera e una ballerina, aveva esasperato il risentimento di Diana ed ella aveva creduto bene di ritirarsi nella sua tenda; cioè nella sua villa di Rezzano.

Ed a ciò s'era limitata, solo per deferenza ai caldi consigli di sua madre, poichè questa, la buona contessa Galli, osteggiava apertamente la estrema risoluzione alla quale Diana aveva pensato dapprima. Diana, quella benedetta figliuola, aveva parlato nientemeno che di una buona e completa divisione. Quella povera creatura aveva un'antipatia istintiva per le mezze misure e per le posizioni mal definite. Si sentiva crudelmente offesa e voleva dimostrarsi tale.

Non erano dunque al tutto divisi. Leone, il marito, non desiderava affatto una divisione. Vivevano assieme, scontenti, nel malessere di quei mutati rapporti, nelle perenni difficoltà delle loro conseguenze.

Egli si dedicava molto alla caccia, faceva lunghe e frequenti assenze. Si scrivevano solo quando occorreva, per affari, lettere cordiali, freddine che cominciavano: Carissimo amico... ovvero: Mia buona Diana, e non si aggiravano che su cose indifferenti. La buona Diana si era isolata nel suo cantuccio della tenda comune e aveva iniziato unmodus vivendiabbastanzafrigido, che il marito aveva tacitamente accettato, distratto in quel tempo da altre preoccupazioni e da quelli che a lui parevano sufficenti compensi.

Ella aveva intensamente gioito, della riacquistata libertà e aveva fatta una scoperta famosa... quella di poter vivercosì, a quel modo, per sempre. Non temeva nè di sè, nè dell'avvenire. Si ubbriacava d'acqua fresca e faceva delle orgie d'aria pura. Aveva degli alti ideali, una grande fiducia nella fermezza dei suoi principi. Conduceva a Rezzano una vita solitaria ed austera, occupandosi di libri, di poveri, di fiori, credendo sinceramente di poterla durare all'infinito... non felice no... ma tranquilla.

Ma così non la pensava nè poteva pensarla il destino che aveva dato a quella donna un benedetto cuore, uno di quelli che sono per l'amore ciò che l'elitropio è pel sole. Il cuore di Diana, ozioso, non tacitato, illanguidiva come una persona che campa di troppo scarso alimento. Ella non lo sapeva forse, ma soffriva intensamente.

E allora; al momento dato, era venuto Albertoe aveva posto piede a poco, senza ch'ella dapprima lo avvertisse, nel vano di quella vita.

Era un antico conoscente di casa, compagno di liceo e di università, a Leone Rezzano. Dimorava in una città poco lontana e avendo certi beni nel vicinato, capitava di frequente da quelle parti. Nessuno ci trovava a ridere e Leone non era affatto geloso.

Nella sua fiducia entravano parecchi elementi; quali buoni e quali no. Aveva molta stima di sua moglie, sapeva ch'essa aveva passati, incolumi, i primi anni del loro matrimonio, nutriva il convincimento ch'ella fosse troppo bene educata, non solo, ma anche troppo freddina per fare: uno sproposito — Poi... quella tal dose sopranumeraria di cecità che hanno quasi tutti i mariti!... A dir vero; la sua fiducia era abbastanza logica, ma la spensieratezza del suo carattere ne esagerava alquanto le conseguenze.

L'amore s'era dunque presentato a Diana colla veste gentile ed il sicuro aspetto dell'amicizia.

Passato un certo tempo, la cordialità, si accentuò fra Alberto e Diana, divenne un intesa delicata e costante. Si meravigliavano, ingenuamente, di scoprire ogni giorno, nuove comunanze di gusti, di simpatie, una tenerezza latente metteva nei loro semplici, contegnosi colloqui delle finezze squisite di segrete emozioni, assaporate con un acuità di confuso desiderio, nelle assenze; sempre più rade, sempre più brevi. Egli vide, ben prima di Diana ciò che avveniva nell'indole di quella cara amicizia ma, accorto, benchè affascinato anch'egli lasciò che in lei, male accorta, continuasse sinchè poteva, il dolcissimo inganno.

E veramente questo continuò a lungo. Ella ignorava ancora di amarlo e già, da tempo, lo amava.

Per cento ragioni, tutte naturalissime. Perchè egli era amabile, per quella crudele pietà ch'egli aveva di lei, perchè ella non aveva figli ed era tradita, pressochè abbandonata dal marito!

L'amava, perchè il suo cuore ne avevad'uopo e perchè egli era la sua ora di amore... Lo amava finalmente, per quella suprema fra le ragioni dell'amore... perchè di sì!..

Quando non potè più celare a sè stessa di amare Alberto, non seppe neppur celarlo a lui. Il primo bacio era venuto a tradimento, per una semplice quanto terribile forza delle circostanze.

Si fermarono lì... a quel punto; per uno di quei miracoli ai quali il mondo non crede e che irride, beffardamente. Ma ella non si sentì meno: perduta, perciò. Si sentì colpevole di tutto il male che non aveva fatto, ma che si era posta in grado di fare. Non accattò scuse di fronte a sè stessa, non si chiamò vittima, non si pensò giovane, ardente, trascinata!... Non pensò che al pericolo. Riunì tutte le sue povere forze, lottò e credette di aver vinto quando egli, obbedendo alla disperata ingiunzione di lei, si allontanò da Rezzano. Dieci giorni prima, essa gli aveva detto: va!.. Glielo aveva detto sì efficacemente ch'egli era andato. Giudicava forse venuto il tempo in cui la privazione di lui dovesse tornarle intollerabilee determinare la situazione? Ovvero se n'era andato onestamente anch'egli, con una cavalleresca ubbia di abnegazione e di salvamento? Chi lo sa! Fatto è ch'era partito... Ma fatto pure che passati quei dieci intollerabili giorni, era tornato. Senza idea preconcetta, forse. Ma era tornato e ora; l'equivoco non era più possibile.

La situazione si era aggravata di tutta l'entità del fallito tentativo. L'ambiente era più caldo, più pericoloso di prima, il bisogno di un concreto avvenire s'imponeva al loro amore. Ciò sentivano entrambi, mentre si guardavano negli occhi, accesi di un vago spavento. S'interrogavano a vicenda, così, senza parlare, colle mani prese nella forza di una stretta che pareva accentuare i loro pensieri.

Egli ardeva ed ella era gelata, colla violenta impressione di doverlo amare ad ogni costo. Anelava forte. Ma si difendeva ancora, nel sublime controsenso d'un diniego folle, ostinato, mentre egli ribatteva quel diniego coll'onnipotente ardore di una sola parola.

T'amo.... t'amo.... t'amo!

Un'ubbriachezza la coglieva, e in pari tempo un'inesorabile lucidità del pensiero. Una brutale risoluzione investì il suo cervello. Con un subito, folle oblio di tutto ciò che non era Alberto ella chiese ad Alberto: — Che vuoi?

Ed egli rispose sordamente: — Voglio te.

Tacquero entrambi. Poi Alberto le prese la faccia tra le mani e l'accostò alle sue labbra.

Gli sguardi si smarrirono nell'infinito del reciproco ardore... le labbra si protesero e il lungo forte bacio scoccò, col suo sapore di dolcezze ineffabili. E appena divise, quelle labbra tornarono ad unirsi, ancora... ancora... due, tre, dieci volte...

Finalmente ella si liberò da quella grandine. Mosse un passo addietro ed ebbe un grande gesto di rinuncia, il gesto di una regina che abdica.

— Alberto, gli disse recisamente, portami via!

— Via?... chiese Alberto... tentando un altro bacio che essa evitò.

— Portarmi via, ripetè Diana. Dove vuoi... non importa ma via... subito... intendi?...

Il giovane la guardava sbalordito, cercandodì raccapezzare le proprie idee di fronte a quella strana domanda. Ella aggrottò le ciglia e guardandolo con gli occhi pieni di delirio:

— Esiti?... gli chiese.

Era sì fremente, sì disperata, sì bella, ch'egli trovò, in quell'istante, il coraggio di un'immensa follia.

— No... disse... ti amo!

Allora essa lo avvinghiò colle braccia, lo baciò con furiosa veemenza. Poi si scostò e gli disse:

— Sta bene. Ora sono tua e per sempre. Domattina... alla stazione alle otto. Partiremo assieme. Ora va... questa è casa sua.

Scomparve così ratta, dietro una porta vicina, la chiuse sì rapidamente che Alberto non ebbe il tempo di raggiungere quella donna che fuggiva. — Ma sapeva, ormai, che sarebbe sua.

Tornando a casa, il giovane era alquanto stordito dall'idea della sua sconfinata felicità... Non sapeva bene s'egli stesso fosse un eroe o un imbecille. A dir vero non aveva mai pensato alla possibilità diquellaconclusionedel suo romanzo con Diana, a quella fuga chiassosa, romantica, che avrebbe avuto una sì inattesa importanza pel suo avvenire. Comprendeva Diana e non l'accusava... ma tant'è... era un po' forte... tutto ciò! Forse, se avesse saputo...

Ma non aveva saputo e ad ogni modo, ormai era tardi. Egli amava realmente Diana e in quell'amore cercò un conforto di risoluzione spensierata. Sarà quel che sarà! Ripeteva: domani... domani... esaltandosi in quel pensiero, tanto che non pensò più ad altro. Si chiuse in camera e dispose tutto per la partenza e per la vita nuova.

Diana era sola, nella sua vasta e bella camera da letto. — Sedeva al tavolino; su una seggiola poco discosta stava la sua valigia già fatta e già chiusa. La Contessa non recava seco che lo stretto necessario, il suo scrigno di fanciulla e pochi oggetti, esclusivamente suoi. S'era tolte dalle dita i ricchianelli, dalle orecchie i grossi solitari donateli per le nozze. Non voleva nulla di lui. Di fronte a lei stava uno specchio ed ella guardava ogni tanto, come attratta da un fascino, la pallida faccia di quella sciagurata che, in un collo splendore dei celebri giojelli, stava per lasciarsi dietro, nella casa abbandonata, la intatta luce del suo passato, lo splendore della sua reputazione di donna onesta. Il suo volto pareva quello di una condannata, visto così nello specchio, nell'incerto chiarore del giorno che finiva anticipatamente, abbujato da una minaccia di temporale.

Pensò un istante se dovesse scrivere a suo marito. — Ma che dirgli? Accattare un pretesto? Muovergli dei rimproveri? No, tutto era inutile... tutto era un'aggravante dell'oltraggio! — Meglio, di gran lunga scomparire così, in silenzio. — E non solo per lui, ma per tutti.

Allora, ella pensò a sua madre.

Urtandosi a quell'immagine, il pensiero di Diana si smarrì, in un'agonia di spasimo. Ella ebbe il ricordo, rapido, vivo come unaluce di lampo, dei giorni passati con sua madre, del suo amore, dei suoi precetti, del suo esempio. Vide quella bella testa bianca, immacolata, di vecchia e di signora, sentì l'intollerabile peso dello sguardo materno, sì amoroso e sì austero. Grosse goccie di sudore le irrigarono le tempie, ed ella strinse le mani tremanti, con una mossa forsennata.

Pensò alle sorelline... pensò a ciò che direbbero, quando fosse noto anche ad esse...

Si contorse, nell'eccesso dell'ambascia che invadeva e disse ad alta voce, come un'insensata: È impossibile.

Ma subito, le corse al pensiero che impossibile pure era il vivere senza Alberto, impossibile il ritrarsi dall'estremo partito cui l'era stato giuocoforza l'appigliarsi. Che fare, ora che lo amava, ora che aveva risolto di esser sua?

La vita sua non doveva forse appartenergli?

Doveva ella abbracciare l'altro partito, quello della colpa, quale ha corso nella società... la colpa plateale, sicura, ignobile, protetta dall'ignoranza del marito? Due tradimenti anzichè uno solo, il buon nome scroccato, l'impunitàdel giornaliero adulterio, quello che nulla toglie, nulla altera nell'esistenza di una donna?...

No... oh... non scender sì basso, non questo estremo fra i gradini dell'avvilimento, non questo vigliacco sistema d'impunità degradante! Ell'era già troppo caduta col cuore e col pensiero, per poter fermarsi sulla china, per poter tornare indietro, bisognava ora andare avanti così, ciecamente, tragicamente sino alla fine!

Pure... gran Dio! sua madre! Ebbe un nuovo sussulto spasmodico. — Ma disse stolidamente: Che farci? Si sentì impietrire e non pensò più ad alcuno, nemmeno ad Alberto, per non odiarlo!

Le fu recata la lucerna accesa, ma non appena fu sola, Diana abbassò il lucignolo, sì fattamente che non le tornò più possibile il distinguer bene gli oggetti famigliari, le fotografie incorniciate che si agglomeravano dovunque. Pure, le sentì ancora troppo vicine, si allontanò. Si recò sul balcone e stette inerte, senza pensiero, di fronte alla sera che calava, tormentata dal temporale in preparazione. Unventicello caldo, afoso, errava all'impazzata pel giardino e investendo il porticato, sollevava come uno spione i cortinaggi delle tende, rincorrendo sulla lucentezza marmorea del pavimento le foglie che vi aveva già spinte a suo diporto. L'immobilità delle cose circostanti era rotta ogni tanto da una specie di galvanismo fugace, inquieto, ingrato come un mal essere. Pure, nel boschetto lontano, una capinera trillava qualcosa di amoroso e di gajo. Tacque; quando venne la notte.

Verso le otto un facchino della prossima stazione venne alla villa. Recava un telegramma per la Contessa.

Essa lo aprì e lesse:

Morletta, ore 5 pomeridianeRezzano-Brianza.Contessa Rezzano.Perdoni, Illus.maSignora Contessa, ma la prego di venir subito. Il Signor Conte è qui, sta malissimo e non sappiamo cosa fare.La riverisco.Luigi Lozza.

Morletta, ore 5 pomeridiane

Rezzano-Brianza.

Contessa Rezzano.

Perdoni, Illus.maSignora Contessa, ma la prego di venir subito. Il Signor Conte è qui, sta malissimo e non sappiamo cosa fare.

La riverisco.

Luigi Lozza.

Per un istante Diana rimase come intontita.

Luigi Lozza, il fattore della villa della Morletta... E Leone era alla Morletta... Stava male! Moriva forse. Lui? Ma come... perchè? Era ammalato... ferito?... Le aveva scritto da Cecina venti giorni prima... stava benissimo, allora!

Per un momento, tutto, nel cervello di Diana fu confusione e disordine, un cozzo vertiginoso d'incertezze. Leone stava male... Bisognava dunque andar subito, telegrafare a Luigi Lozza, alla mamma — partire, scrivere. E Alberto... la promessa... l'amore?...

Sì compresse forte le tempia, frenò l'irruenza dei suoi pensieri, si sforzò a calmarsi ed a farsi un'idea precisa del dovere immediato. Vi pervenne, dopo un certo tempo. Rilesse, più calma, il dispaccio. — Poi, sedette allo scrittojo, mise il telegramma in una busta che sigillò e sulla quale scrisse distintamente: Marchese Alberto Mentana. — Suonò poscia e al domestico sopraggiunto impartì due ordini.

Di far recapitare quella lettera al suo destino nelle prime ore della domane.

Di far attaccare il coupè pel momento voluto onde condurla alla stazione per il prossimo treno serale, quello delle dieci. — Erano ormai vicine le nove e la trottata richiedeva mezz'ora di tempo.

La notte si fè buja, tempestosa e la piova cominciava a cadere quando l'oscurità della via, si vide corsa dalla luce fuggente di due fanali accesi. I cavalli avevano presa una rapida andatura. La signora aveva specialmente raccomandato al cocchiere di farla giungere in tempo per la corsa. E nell'interno della carrozza, Diana abbandonata sui cuscini, cogli occhi spalancati nel bujo, tentava di non pensare a nulla, di non ricordarsi di nulla, di non chiedere a se stessa che significasse tutto ciò, dachela salvasse quel telegramma.

Giunse in tempo e partì colla corsa delle dieci.

***

Nel lasciare la villa, il giorno prima e dopo quella brusca spiegazione con Diana, Alberto era, come abbiamo detto, fortemente in dubbiosull'epiteto che meglio lo avrebbe definito in quel momento. — Ma non lo fu certo la mattina susseguente, quando lesse il telegramma inviatogli da Diana. — Si morse forte le labbra e con mirabile candore di apprezzamenti si diè dell'imbecille; sonoramente!

Una collera brutale si fe strada in cuor suo, assieme al convincimento di aver giocata male, sbadatamente, la sua partita. Pensò all'occasione, ch'era venuta tante volte a cercar di lui e ch'egli non aveva mai afferrata. Non comprendeva più sè stesso, ora, nè la sua pietà cavalleresca, davanti a quel bizzarro intervento del destino che gliene strappava di mano, bruscamente, il compenso. Strano ma vero; egli era ora adiratissimo con Diana, la rendeva quasi responsale dell'accaduto, avrebbe voluto poterle fare scontare ad un tempo il disappunto acerbissimo dell'oggi ed il folle sacrifizio che la imperiosa determinazione di lei aveva imposto all'affascinata volontà di lui. — Ah! se gli capitava ancora fra le mani... colei!...

Non si arrestò col pensiero al vantaggiodella folle impresa evitata, egli che aveva pure esitato ad acconsentirvi, sotto il fuoco stesso dagli occhi di Diana. — Ora non sentiva che la stizza rabbiosa del colpo fallito, l'aggiornamento della conclusione, fors'anche mal sicura, ormai. Battè il piede sul suolo.

Ah no... questo no... Ora ella gli sfuggiva e ben gli stava. Ma lo amava, questo era certo, egli aveva l'amore dalla sua. E la seconda volta; quella poi.

Gli occhi gli scintillarono in fronte, per l'intima energia dell'ingenerosa risoluzione.

Fece sfare il suo baule e rimase tranquillamente in casa, pensando al modo di aver notizie dirette ed immediate del suo carissimo amico, il conte Leone Rezzano.

***

La Morletta, una vecchia e trascurata villa di pianura, dove i Rezzano non solevano passare che una ventina di giorni d'autunno, profilava nella scialba luce del mattino, le linee della sua tozza architettura, quando unacarrozzella, proveniente dalla prossima stazione si fermò davanti al portone socchiuso. — La casa pareva disabitata, le imposte erano chiuse. Il vetturino scese ed ajutò a scendere dall'interno, la signora che aveva condotta. Poi risalì in serpa e partì. La contessa Diana si guardò attorno, stanca del viaggio, sbigottita da quel silenzio, nell'attesa vaga d'esser presso a subire una grande scossa. Si spinse sotto l'atrio deserto, sotto il porticato, non trovò nessuno. Salì lo scalone lentamente, con un tremore crescente, che le rendeva difficile il passo. Sul pianerottolo s'incontrò con una contadina ch'ella non conosceva e che vedendola rimase a bocca aperta. La Contessa le si rivolse, trattenendola con un gesto imperioso.

— Ebbene?... chiese con angoscia profonda.

La donna spalancò i suoi stupidi occhi grigi.

— Io non so niente, rispose, sono forestiera, sono la sposa del fattore nuovo. Mi hanno chiamata per dare una mano in cucina. Andrò a domandare alla signora che è arrivata stanotte.

Diana ebbe un amaro sorriso.

— Ah!... una signora! No... chiama piuttosto il Luigi Lozza. Lo conosci?

L'altra accennò di sì.

— Bene, digli che...

Diana non prosegui. Un urlo formidabile giunto dall'appartamento interno echeggiò nella sonora vastità dello scalone.

— Oh Signore! sciamò la donna, lo sente?..-È lui, il signor Conte!

E scappò via, lasciando la Contessa sola, atterrita.

A quel primo tenne dietro una serie di urli potenti rabbiosi, l'espressione estrema di uno strazio fisico, manifestato da un uomo vigoroso ed intollerante. Ella ascoltava, inchiodata al suo posto dallo spavento e dal dubbio. Forse subiva un'operazione... forse era impazzito!...

L'uscio di fianco s'aperse a un tratto con impeto e la signora giunta nella notte corse verso Diana. — La signora era: sua madre.

Diana la guardò, colla pupilla dilatata, con un'interrogazione suprema dello sguardo. — No...no, disse la contessa Galli. Artrite — Dolorosissima, ma nessun pericolo.

Diana si accasciò alquanto su sè stessa. I suoi nervi, dopo la tensione di tante ore ebbero un subito rilassamento.

— Come sei pallida! disse amorosamente sua madre. — Poverina, hai viaggiato tutta la notte e con quello spavento! Figurati! Lozza ha mandato un telegramma anche a casa mia, dubitando che tu potessi esser meco. Son venuta subito col dottore. Qui avevano perso la testa, sentendolo fare quei strilli... Ma ti ripeto, sta di buon animo, non è che un attacco di artrite. Gli prese ieri, a un tratto. Sai... quelle benedette caccie in palude. Hai mangiato qualcosa, tu? Vieni, scaldati, riposati...

Diana si lasciò andare un istante, con un completo abbandono, sul petto materno. Le grida tacevano.

— Vieni, insistè dolcemente la contessa Galli.

Diana sollevò il capo, emise un profondo sospiro, poi disse quietamente: andiamo.

Leone tornava a strillare come un dannato.

Ma ella sapeva, ora, che suo marito non morrebbe.

Un mese intiero alla Morletta, con sua madre e col marito ammalato. Venti giorni e venti notti di quegli accessi saltuari che lo facevano gridare come un ossesso e bestemmiare come un turco. Venti giorni di atmosfera soffocante in una camera chiusa, di silenzi cauti nelle fugaci ore del sonno di lui di attento studio dell'orologio, per non lasciar passare l'ora del salicilato o della veratrina, venti giorni di stretta vigilanza sui misteri della cucina e dispensa. Ma tutto ciò tornava facile a Diana.

Ell'era mirabilmente atta al disimpegno di quanto havvi di preciso, di determinato in un dovere od in una situazione. Quel tanto di suora di carità che la donna o quasi ogni donna, alberga in un cantuccio anche celato del cuore, s'era subito destato in Diana e per un momento, giganteggiando nell'anormalità stessa delle circostanze, aveva tutto assorbito nell'animo suo. — E fu quasi una tregua nellemortali ambasce che la agitavano — Quel povero essere immobile, dimagrato, stecchito nel suo letto, che soffriva come un cane, non poteva muovere un dito e aveva d'uopo per nutrirsi che lo imboccassero, assumeva per Diana un aspetto inatteso e degno di pietà. Le pareva quasi un suo bambino, piccolo ed ammalato. E nel segreto dell'animo suo, con quel misterioso bisogno di espiazione che tortura e solleva a un tempo il cuore della donna, quando essa ha l'intuizione del bene che non può fare e del male che non dovrebbe fare, ella era istancabile nelle sue cure di infermiera, vi si dedicava con un ardore, una intensità di abnegazione senza pari, era veramente atta alla pratica del dovere verso una persona che soffre. — Povera donna!... soffriva tanto anch'ella, senza urlare!... Sua madre la secondava benissimo nella pia bisogna, cercando a volte di moderare quell'ardore di sacrifizio, meravigliandone a volta, traendone però buon augurio per l'esaudimento del suo più vivo desiderio, quello cioè di una completa riconciliazione fra sua figlia e suo genero.

Senonchè, all'acuta se non completa esperienza della contessa Galli non erano sfuggiti certi indizî che tradivano talvolta, in sua figlia, una preoccupazione propria e segreta, che colla malattia del marito non aveva nulla di comune. Certi scatti involontarî, certi sussulti nervosi, certi rossori subitanei e senza causa apparente, certi accasciamenti molli della persona, certi sguardi erranti dapprima e che si smarrivano poscia, arcanamente, verso un orizzonte lontano... Oh!... cos'era tutto ciò. Tentò di scrutare lontanamente l'animo della figlia, ma s'imbattè in una specie d'impenetrabilità, nuova affatto in Diana e che alla contessa Galli non piacque punto... Pensò a un'infinità di cose, poi le dispiacque di averci pensato. E se non fosse nulla? Se fossero ubbie le sue? Madre e figlia occupavano la stessa stanza, non si lasciavano mai, passavano intera la giornata nella camera di Leone. Nulla, assolutamente nulla, pareva giustificare nella mente della contessa Galli il vago sospetto concepito, un presentimento tutto materno disventure intime che minacciavano sua figlia, di pericoli indefiniti, latenti che non era prudente accennare, per non suscitare una diffidenza che avrebbe potuto deludere la vigilanza. La madre pensava alla pace della propria gioventù, pace minacciata pure ai suoi tempi, ma vagamente, da lungi, salvata da una maternità faticosa ed assorbente. Ah!... se Diana avesse figli!...

Qui la buona Signora sospirava forte. Era la sua idea fissa, quella di diventar nonna.

A volte, invece, rimproverava a sè stessa quella sorda inquietudine sul conto di Diana. Ma che!... Diana era sua figlia... aveva dei principî così solidi, aveva ricevuta una educazione sì solida, sì austera! Ubbie! Diana sarebbe sempre la sua Diana!

Ora, tutto sarebbe andato forse a seconda dei voti della buona Contessa, se le cose si fossero prolungate all'infinito, nell'attuale loro andamento, colla madre e la figlia costrette al capezzale di Leone, e questi costretto come una mummia nella sua fasciatura, coi suoi versacci da condannato ad ogni crisi, colle sue sofferenzee colla sua spossatezza di malato. Ma le cose, invece, mutavano celeramente; l'artrite era vinta, gli accessi si facevano più rari e meno intensi, il dottore e il salicilato avevan fatto miracoli. Leone si sgranchiva, ricuperava ogni giorno un po' della sua forza.

Sentiva, con gioia inesprimibile di guarire, e di tornar lui... Il bimbo docile ed inerte veniva meno gradatamente, e invece sua si destava l'uomo, tornava, indocile, intollerante, padrone di se stesso e padrone di casa... Leone parlava ora molto, chiassosamente e nelle sue parole sopratutto finiva di morire il povero piccino infermo che Diana aveva cullato nelle braccia della sua fantastica maternità. Pure c'era un mutamento, ma un mutamento inatteso, terribile per lei. Leone si ridestava alla vita e con lui si ridestava un essere ch'ella aveva quasi scordato e creduto di poter scordare, si ridestava il marito. Leone guariva ed era più gentile, più premuroso per lei di quanto nol fosse mai stato. Dimostrava alla moglie una chiassosa gratitudine, conciliante, piena di buon umore. I suoi pensieri eranoevidentemente modificati dalla circostanza, si foggiavano ad una specie di nuovo apprezzamento della famiglia, della vita coniugale, si volgevano verso un avvenire più normale del tempo trascorso. La malattia e le sofferenze avevano avuto un eccellente risultato pel morale di Leone, le sue idee s'erano alquanto modificate, egli non era cattivo in fondo e le cure di Diana non lo avevano lasciato indifferente. Ciò non sarebbe forse bastato per un mutamento quale avveniva nell'animo o meglio nella fantasia di quell'uomo, se la gratitudine non si fosse avvalorata in lui da uno di quei bizzarri capricci che si destano talvolta, a un tratto per una persona alla quale non s'era attribuito dapprima il potere di destarli. Sua moglie gli appariva sotto un aspetto nuovo, ed attraente. Sorprendeva in sè stesso una specie di ammirazione per lei, la facoltà di subire un fascino che non aveva sino ad allora avvertito. Le pareva mutata, con un'espressione più profonda, più calda, più appassionata. Quella specie di seconda vita che le tempeste intime del cuore impartiscono alla donna, avevanodato anche all'aspetto di Diana una specie di rilievo qualcosa irradiava, qualcosa misteriosamente da lei. Leone era tutto lieto della sua grande scoperta, si trovava in un certo modo il Cristoforo Colombo di sua moglie. Quando ella era sola in camera, egli fingeva talvolta di dormire, per poi tener gli occhi socchiusi e guardarla da lungi, come studiandola, nella sua stuzzicante novità di attrattativa.

Ella sentiva confusamente tutto ciò, l'osservazione dal quale era oggetto le arrecava un senso disgustosissimo di turbamento, un'irritazione disperata e ribelle. S'avvide ch'egli preferiva di gran lunga le sue alle cure della contessa Galli; piegandosi a prendere una medicina disgustosa, Leone attribuiva unicamente a sua moglie il merito della propria docilità! lo faceva soltanto per far piacere a Diana. — Una volta, mentre essa gli porgeva una tazza di stillato, le loro dita s'erano intrecciate attorno alla porcellana ed egli, con una leggera pressione, aveva per così dire, sottolineato quel contatto di un secondo. Maquel secondo era bastato a rammentarle un caso consimile, a proposito di Alberto e di una tazza di the. Una trasfigurazione era passata sul suo volto, accompagnata da un violento rossore, nè tutto ciò era rimasto inosservato da Leone.

Ma non se ne inquietò, se ne compiacque anzi, in cuor suo e parve non avvertire la reazione di più sostenuta freddezza che Diana fe' tener dietro a quel muto incidente. — Leone conosceva molto le donne; non forse altrettanto la donna.

La convalescenza progrediva benone. Il conte di Rezzano s'alzava, moveva qualche passo e non si opponeva per nulla all'annunciata partenza di sua suocera.

Diana invece la combatteva con tutte le forze.

Supplicava, scongiurava... coprendo di baci quel caro vecchio volto... No, mamma, non andar via... rimani.

La contessa Galli si difendeva, commossa da quell'insistenza, non senza una vaga inquietudine di quel visibile terrore della solitudine,che si tradiva in Diana. Invano cercava dimostrarle la necessità di quella partenza, già più volte posposta, accampava la necessità di attendere alla propria casa, le due sorelle erano sole da un mese colla governante... gli affari... insomma, era impossibile!

Una volta Diana, nell'ardore delle sue istanze si lasciò sfuggire un: non lasciarmi, sì spaventato, sì angoscioso che la contessa Galli ne rimase davvero impensierita. Pensò che se non si batteva il ferro, subito, ora che era caldo, chissà quando sarebbe tornata l'occasione.

— Non ti lascio sola, cara Diana, le disse teneramente, ti lascio con tuo marito.

Diana si strinse le mani, con un gesto nervoso.

— Ma sai... sclamò... sai pure...

— Lo so... pur troppo... Ma non è possibile che abbia sempre a durare così.

Diana ebbe un brivido.

— Mamma, disse. Ma tu vorresti?...

Si arrestò, mordendosi a sangue le labbra.

— Vorrei solo questo, continuò la madrecon grande dolcezza, che tu ti convincessi del quanto sia deplorevole, contraria alla normalità delle cose l'attuale vostra posizione.

— Non son io che l'ho voluta, ribattè Diana seccamente.

— Infatti. Ma sei la prima a subirnetuttigli inconvenienti.

Appoggiò alquanto sulla parola tutti, senza però cercarne gli effetti sul volto di Diana.

Procedeva lentamente, con grande cautela, sentendosi al buio e pur paventando la luce.

Diana tacque; come se non avesse più nulla a dire. Mandò un lungo sospiro, del quale la madre si allietò sinceramente. Un principio di rinunzia, forse, al tenace risentimento.

Ma Diana aveva sospirato, senza saperlo e solo per lo sconforto di non poter fare intendere la vera causa dei suoi terrori. Più volte avrebbe voluto confessarsi alla Contessa. Ma non osava, atterrita dalla severità dei loro comuni principî, dall'austerità della vita ch'ella aveva sempre condotto, dall'orgoglio di pura esistenza ch'ella sapeva riposto in lei da sua madre. Temeva di arrecarle un colpo troppocrudele, lasciandole vedere quanto ella fosse già calata nell'abisso. Temeva di udirsi a condannare, di vedersi aborrita e respinta.

Errore! Dio solo sa quanto può intendere e perdonare chi, pur lottando, non soggiacque! Ma Diana era giovane ed ignorava questo anche perchè aveva, in tutto, delle idee troppo logiche e per conseguenza, estreme.

Un giorno, sola in giardino, aveva veduto alzarsi dietro una siepe la pallida e tormentata faccia di Alberto. Non s'erano parlati, ma in quella rapida apparizione essa aveva trovata la conferma dell'immutato ed esigente amore di lui. No!... egli era sempre determinato, era quale le era apparso a Rezzano, nell'ultimo istante. — Aspettava.

E così; ella si sentiva presa tra due fuochi.

Leone stava comodamente seduto in una lunga poltrona di giunco, sul limitare del porticato aperto sul giardino. Aveva accanto un tavolino carico di quanto potesse occorrerglie teneva fra le mani un giornale spiegato. Ma egli non leggeva e il suo sguardo correva, furtivo e un po' inquieto, dietro due figure femminili erranti pel giardino.

Egli era ora quasi al tutto guarito ed aveva incaricata sua suocera di parlare a Diana in favor suo. La pecorella smarrita chiedeva di far ritorno all'ovile.

La contessa Galli, lietissima della santa missione, aveva colta la prima occasione, quella cioè della passeggiatina ch'ella e sua figlia erano solito fare ogni giorno, dopo colazione, in giardino.

Giardino, per modo di dire. — C'erano i soliti comparti di bosso sì cari ai nostri nonni, la solita montagnuola, fresca dell'ombra di un vicinissimo boschetto di cipressi e d'ippocastani, ornato d'un tavolo e di qualche seggio di pietra, nonchè di un parapetto, dal quale si poteva godere lo spettacolo della pianura senza fine e quello di una larga gora che stagnava all'esterno, costeggiando la base del muro di cinta. I sentieri si serbavano a mala pena, tanto erano scarsamente battuti.

La contessa Galli condusse sua figlia sulla montagnuola e sedette. Diana rimase in piedi. Indovinava, a un dipresso, le intenzioni di sua madre, sentiva venir la burrasca, senza poterla evitare.

Per un momento, quelle due donne stettero raccolte in un silenzio grave. S'udiva, poco lungi di là, dietro il boschetto, lo strepito dei cavalli che si governavano nelle vicine scuderie. Dalla lucentezza immobile del fossato esterno saliva una frescura umidiccia ed un musicale ronzìo di moscerini.

La contessa Galli fu affettuosissima colla figliuola e fe' rapida strada nell'argomento. Le disse di aver avuto un lungo colloquio con Leone, d'aver deplorato con lui le difficili e spiacevoli circostanze della posizione. Parlò del sincero pentimento del genero, egli riconosceva apertamente i suoi torti e nutriva vivo desiderio di ottenere il perdono di sua moglie.

Diana sorrise. Ora!... disse con profonda amarissima ironia.

La madre, sconcertata un'istante da quell'enigmatica parola e più ancora dall'accentocol quale era stata profferita, riprese con somma e dolce cautela, le proprie argomentazioni.

Leone aveva errato, senza dubbio, aveva crudelmente offesa la sua povera Diana. Chi, più della madre, aveva sofferto dell'infelicità, della figlia? Ma ora tutto ciò era passato, finito. Dio aveva parlato al cuore di Leone, le cure, l'affetto della moglie lo avevano richiamato sulla via del dovere, cancellando in lui ogni traccia del passato. Diana trionfava ora, nel pentimento e nel ravvedimento del marito.

E con questo riferto, alquanto amplificato, a dir vero, sul tracciato della missione affidatale, la buona signora credette d'aver tagliata la testa al toro.

Ma Diana non rispondeva. Appoggiata al parapetto, guardava non già sua madre, ma qualcosa che a lei sola era visibile, nelle sfumature dell'orizzonte. Stava rigida, immota colle ciglia aggrottate, il suo volto era duro, contratto, recava una espressione che turbò la madre, più assai di quanto nol lasciasse scorgere.

— Ebbene? chiese questa, cercando di sorridere e di parlare scherzevolmente.

— È impossibile!... disse Diana con accento vibrato.

— Impossibile?... Oh che parolone, mia cara Diana. Ma perchè?

— Perchè è impossibile. Doveva pensarci prima. Ora, è tardi.

— Non è mai tardi per pentirsi. È naturalissimo ch'egli, rinunziando alle colpevoli leggerezze che ti hanno tanto afflitta, desideri il tuo perdono e lo implori. E tu... sei sua moglie.

Diana ebbe un moto di rabbia convulsa. Strappò di terra alcuni fili d'erba e li gettò con un aspro gesto nel fossato.

— Sei sua moglie, continuò dolcemente la vecchia signora. Questo stato t'impone dei doveri speciali... dirò anche, dei sacrifici. Non puoi esimertene.

Diana si morse le labbra e non rispose che dopo un istante, con impeto.

— Egli si è liberato da questi legami, li ha infranti, egli... pel primo.

— Vero. Pur troppo; verissimo. — Ma quando tu lo hai sposato, mia povera Diana, quando hai giurato di esser sua, per sempre, non hai fatte condizioni speciali, non hai messe clausole preventive? Hai giurato, semplicemente ed illimitatamente. — Poi?... Egli fu debole ed infedele, mentre tu serbavi incolume, illibata la tua personale dignità di donna e di moglie.

Sotto la sferza di quella lode materna, Diana impallidì e la sua persona ebbe un breve guizzo nervoso.

— Egli, continuò imperturbata la madre, ebbe la sventura di cadere, non trovò, per difendersi contro le passioni la forza che tu, insidiata da esse, avresti attinte alla nostra fede, ai nostri principi. Perciò ti è serbato l'alto privilegio del perdono. E questo; pietosamente accordato da te, può ritrarre per sempre tuo marito dal male, può essere la salvezza del suo avvenire e... del tuo.

— Il mio?... gridò Diana.

— Il tuo, sì. — Ascoltami, sia sincera. Sei contenta dell'attuale tua posizione? Guardami in faccia, rispondi.

Ella non rispose, nè guardò in faccia sua madre. Alzò le spalle bruscamente, come nello sforzo di un singhiozzo.

— Non puoi essere contenta, Diana... non lo sei. — E perciò, dimmi; cosa intendi fare?

— Io?... Che vuoi ch'io faccia? Che posso dire? Ma scordare, tornar come prima è impossibile. — È impossibile! ripetè esasperata.

— Ebbene, ammettiamo. È impossibile. — Ma allora, in questo caso, quali sono i tuoi progetti.

— I miei progetti?... balbettò Diana. Ma non so, non ne ho. — Vivere a Rezzano, così... nome ora.

— Sola?

— Sì... sola...

— Ma s'egli non volesse? Può venirci o condurti via, a piacer suo. Non siete separati legalmente.

— E se mi separassi legalmente?

— Non puoi farlo senza il suo consenso e senza un motivo legale. Anche nei suoi disordini, egli ha rispettata la dimora coniugale. Egli ha avuti dei torti, e tu hai tutte le ragioni,ma con tutto ciò, la legge è per lui e non per te. E quand'anche ottenessi una separazione amichevole, che faresti poscia?... Penseresti forse di venir con me?... Ma io ti amo troppo, figlia mia, per acconsentire a questo falsissimo passo.

Diana ebbe un grido.

— Tu non mi vuoi?... tu?

— No Diana, non ti voglio così. Non voglio per te una posizione ambigua, che il mondo giudicherebbe sinistramente. Ricusando di accettare il pentimento di tuo marito, rinunzieresti a tutti i privilegi della tua posizione e ne incontreresti una di gran lunga peggiore. E ciò potrebbe altresì recar danno all'avvenire delle tue sorelle.

— Io potrei recar danno...?

— Certamente, Diana. — È difficile, in qualunque condizione, il collocamento delle ragazze. Ma più ancora quando un primo matrimonio in casa avesse fatto cattiva prova. Il mondo...

Diana ebbe un gesto di fiera noncuranza.

— No cara, non possiamo scordarlo, nèsfidare le sue condanne, anche se ingiuste, anche se erronee. E sai tu che si direbbe di te, qualora tu respingendo il pentimento di tuo marito, volessi continuare un'esistenza indipendente? Che colla scusa dell'infedeltà del marito, vorresti libero l'esercizio della tua!

— Mamma! gridò Diana con un'angoscia piena di spavento.

— Sì, proseguì spietatamente la contessa Galli, il mondo direbbe questo. Sarebbe una menzogna; ma alcuni la crederebbero. Non quelli che ti conoscono... non io, appunto perchè più di ogni altro ti conosco; perchè sei mia figlia, perchè è impossibile che tu cada.

Tacque un istante, sopraffatta dalla sua emozione, dal segreto terrore che sorgeva e cresceva in lei davanti all'attitudine atterrita di Diana, davanti al suo curvo capo, al suo silenzio disperato.

— Questo solo è impossibile, proseguì concitata. — È impossibile per te. Fra tutte le sventure che possono accadere ad una donna, questa è la peggiore. Bada, parlo di noi, donne oneste, che abbiamo una fede, che amiamo ilbene, che soffriamo del male, anche se lo commettiamo. Non siamo fatte per il peccato, quand'anche peccassimo. Il suo orrore ci ucciderebbe, prima o poi. Ed io vedi, io, tua madre, preferirei saperti morta! Ma non dico questo per te, Diana! Io lo so... tu lo sai pure che non puoi cadere!

Tremò visibilmente, nella gloriosa audacia di quell'asserto. Diana alzò sulla madre uno sguardo spento. — Così era infatti. E per ciò appunto; come dirle il vero?

Non lo disse. Tacque.

— Allora, continuò la vecchia signora, cercando di frenarsi, ti rimane aperta una sola via. Tornare con tuo marito.

Diana si ribellò.

— Ma non lo amo, intendi?

— Il dovere non si chiama sempre amore. Ed egli è tuo marito.

Certo. Leone era suo marito. Di lì, non si esciva!

Diana si sentì invasa da una lassezza infinita, incrociò le mani sulle ginocchia con un gesto di scoramento che parve all'illusa madreun principio di rassegnazione. — Rianimata da quella speranza, prosegui con accento non più austero ma affettuosissimo:

— È una sventura che tu non l'ami, figlia mia. Ma si può vivere senza l'amore. Pur di volere, gagliardamente, ad ogni costo. Sii forte e per poterlo essere; prega. Dio ti darà la forza, ti darà la pace, ti darà forse la grazia che gli ho sempre chiesta per te, la grazia che tanto muta, tanto appiana nel cuore della donna, ti darà la maternità.

La maternità! pensò Diana. Sì. Ma a qual prezzo...!

Non parlava più, ora, persuasa di aver detto tutto ciò che poteva dire, compresa dall'onta di ciò che l'era d'uopo tacere, spaventata dalla gravità dell'ammonimento che la previdenza materna aveva celato sotto l'apparenza di una lode, convinta, nell'intimo del cuor suo, dell'inesorabile vero delle materne parole. Ma convinta pure e con pari forza di convincimento di amare Alberto, di non amare Leone e di non poter vivere con lui, senza amarlo.

***

— Ho inteso; disse lietamente Leone a sua suocera, il giorno prima della partenza di questa, ho inteso. Va tutto benone. Ora, lasci fare a me.

La contessa Galli non bramava però ch'egli dasse troppo ampia latitudine alla relazione testè fattagli del colloquio con Diana. Le pareva ch'egli corresse alquanto la posta.

— Ma bada, sai, ti raccomando. — Non ho mica detto che Diana...

— Eh! non importa. Ho inteso, le dico. La conosco sa, è una buonissima creatura, un po' testarda è vero ma a saper fare, se ne viene a capo. Non ammetterà mai, a voce, di rinunziare a una sua idea, ma poi... s'intende, capirà anche lei! E tanto meglio se non ci sono spiegazioni fra noi, le ho sempre aborrite anch'io. Così; ce le risparmiamo a vicenda. Si mette una pietra sul passato e non se ne parla più. È la più bella soluzione che si possa immaginare.

— Intendo. — Ma capirai che ora, naturalmente, la questione è sempre abbastanza scottante, per cui ci vorranno dei riguardi speciali e...

— Diavolo! lo so anch'io. Oh che sono un ragazzo? Naturalissimo! Diana è nei suoi diritti. Per conto mio, la intendo benissimo. Creda, sono proprio dolente delle mie... ehm. Del resto, tutti capricci, sa, roba di passaggio — Le ho sempre voluto bene, anche allora! Scappate, nulla più. A volta anche Diana (mi scusi veh...) era un poco freddina, non c'intendevamo. Mentre ora, si è fatta tanto carina in questi ultimi tempi, ha acquistato un certo non so che, unchic, un sentimento che non aveva, anni sono. E poi, sarei proprio un ingrato, dopo le tante cure che mi ha prodigate. Sento che saremo proprio felici!

— Sì, ma...

— Che ma d'Egitto, lasci fare a me, le ripeto. Vedrà che belle novità le porteremo a Monsoldo, questo autunno!

Rideva, d'un bel riso sonoro di convalescentefelice, baciando, da genero galante, la magra mano di sua suocera.

La contessa Galli aveva avuta parecchie volte, nei giorni scorsi, una mezza voglia di ritardare la sua partenza. Non era al tutto contenta nè della muta, accigliata docilità di Diana, nè dell'assoluta fiducia di Leone in una già avvenuta soluzione della crisi. Le pareva che tutto andasse troppo bene. — Ma d'altra parte, a che avrebbe giovato una più lunga dimora alla Morletta? Ora, toccava a loro due! Forse, suo genero non aveva torto, meglio lasciar fare a lui, cioè no, a Domeneddio. Ella aveva fatto quant'era in poter suo per preparare la via ad una completa riconciliazione, il resto verrebbe forse da sè.

Partì e nel lasciare sua figlia, che l'aveva accompagnata alla stazione, le mormorò all'orecchio una calda preghiera.

— Farò quel che potrò, rispose Diana a stento, con voce cupa ed alzando le spalle.

La contessa Galli avrebbe forse voluto aggiunger qualcosa ma il treno si metteva inmoto ed ella ebbe a mala pena il tempo di dare un bacio, l'ultimo, a sua figlia.

***

Otto giorni dopo i Rezzano ebbero una bella visita.

Alberto Mentana, il quale si recava a Milano per le corse, ebbe la gentile idea di allungare alquanto il suo viaggetto, recandosi alla Morletta, per costatare,de visula perfetta guarigione dell'amico.

Rimase soltanto a colazione, resistendo a tutte le insistenze di Leone, perchè si trattenesse almeno un giorno intiero. — Ma quelle due ore furono proprio piacevolissime, si fecero grandi progetti per Rezzano, ove si ritroverebbero tra breve. Leone pregò l'amico di aiutarlo a convincere quella testarda di sua moglie che voleva sempre ritardare la partenza per Rezzano, temendo per lui la fatica del viaggio. Come se non fosse guarito ora...perfettamente guarito! Si stava freschi a dar retta alle donne e alle loro paure!

Leone parlò molto di sua moglie, con una specie di lepida insistenza, piena di buon umore. Narrò a lungo della sua malattia, delle infinite cure prodigategli dalla sua infermiera.

Alberto ascoltava, sorridendo, coll'occhio alquanto socchiuso.

— Allora... a rivederci a Rezzano, disse nell'accomiatarsi e rivolgendosi alla moglie dell'amico.

Non eran rimasti soli un secondo, non s'erano scambiati una parola furtiva, ma Diana, colla mano ancora tremante della stretta di addio che Alberto le aveva data al momento della partenza e sotto gli occhi del marito, sapeva di certa scienza che non certo in Alberto avrebbe trovato un ajuto contro sè stessa e ch'egli l'amava ormai senza pietà nè misericordia!

— Allora, diciamo martedì eh? Va bene, martedì prossimo.

S'era al sabato.

— Martedì, ripetè Diana lentamente, come trasognata.

— Sì. — Martedì. — Sono stufo di star qui che non ne posso più e voglio trattenermi un poco a Rezzano prima di andare ad Acqui. Anche tu hai bisogno di cambiar aria. Sei pallidina, da qualche tempo in qua. A Rezzano, se non altro, c'è un po' di gente, ora. Poi c'è Alberto, che verrà a farci compagnia, inviteremo qualcuno, troveremo qualcosa da fare. Vuoi che facciamo addobbare a nuovo quell'anticaglia del nostro appartamento?

— No, disse Diana, trasalendo, no, lascialo stare.

— Oh bella! e perchè no? Credevo che voi altre donne aveste tutte la manìa dei cambiamenti. Pare che tu sia un'eccezione.Ovvero, ti spiace forse perchè colà abbiamo iniziata la nostra luna di miele?

Ed ammiccò, ridendo.

Una vampa passò sul volto di lei e gli occhi ebbero un lampo di uragano.

Egli continuava a ridere, canzonando sua moglie, trovandola bella, sotto l'impeto di quel colpo di sangue, guardandola coll'espressione speciale che tornava ormai sì frequente negli sguardi di lui.

— Suvvia! che bisogno ci è di arrossire a quel modo. Non già che t'imbruttisca, sai. Eri bellina anche allora, un bocciolino di rosa, con quell'arietta da educanda, ti ricordi? Ma adesso sei molto più simpatica, e ti prometto che a Rezzano non te la passerai troppo male. Sarà la nostra luna di miele N.º 2! No... che sciocca, non alzarti, cos'hai?

Ma ella, malgrado l'ammonimento di Leone, s'era alzata e si dirigeva verso l'uscio.

Egli volle trattenerla, ma Diana non cedette.

— Lasciami, ti prego, gli disse con voce fioca, non mi sento bene.

La guardò. Qualcosa, nel volto di lei, giustificava l'asserto.

— Cos'hai? Ti ha fatto male qualcosa a colazione? le fragole, forse.

— Sì... le fragole, mormorò Diana.

Diavolo! pensò Leone tornando in sala dopo aver accompagnato sua moglie sino all'uscio della sua camera, che si ammalasse lei, ora!

***

Ma Diana non si ammalò e il martedì la trovò pronta pel viaggio di Rezzano.

Ell'era docile e quieta quanto si poteva desiderare. La tacita riconciliazione pareva aver tutto sistemato fra quei due. — Al passato non si alludeva mai. Leone non ci pensava più e forse non ci pensava più neppur Diana. Il presente, col suo nodo gordiano, sì stranamente aggrovigliato dalla fatalità, assorbiva tutte quante le facoltà dell'anima sua.

Leone, dal canto suo, memore forse dei saggi consigli della suocera, aveva avuto il buon senso di non accentuar troppo, presso Diana,la parte di marito ravveduto. — È vero che Diana, col suo contegno non lo incoraggiava soverchiamente, ma egli s'era fitto in capo che tutto ciò potesse stare, finchè si stava alla Morletta. A Rezzano, poi...

Egli attribuiva il contegno riserbatissimo della moglie ad un miscuglio di risentimento pei vecchi torti, ovvero ad un fermento di gelosia retrospettiva e il suo amor proprio, lusingato, accettava facilmente quella facile spiegazione. Supponeva altresì in sua moglie un'astuzia, recentemente acquisita, di farsi valere, un'arte sagace di farsi desiderare, una rivincita dell'amor proprio femminile sull'umiliazione d'aver sì lungo atteso, nell'abbandono.

Quasi egli sapeva grado a Diana di essere diventata un po' più simile alle altre, l'aveva tanto imbarazzato a volte, con quella sua cieca fiducia, con quelle sue ingenuità dell'altro mondo!

Ma ora, interpretata così, a modo suo, Diana gli piaceva sinceramente. Parola d'onore, era carina sua moglie, quasi quanto potrebbe esserlo la moglie di un altro!

Ella era dunque già vestita pel viaggio e sedeva sotto l'atrio, nella lunga poltrona chinese. Teneva fra le mani un grosso mazzo di garofani, testè recatole dalla moglie del fattore.

Era assai pallida, una perplessità estrema si leggeva sul suo povero volto.

— Diana! chiamò Leone dal giardino, sei pronta?

— Sì, rispose Diana, si va?

— Non subito, fa ancora troppo caldo. Ho detto che attacchino per le tre. C'è un'ora buona e io vado col fattore, per certe cosuccie.

S'avviò frettolosamente, ma si trattenne tosto.

— Leone! aveva chiamato lei, con voce vibrata.

— Che c'è? chiese Leone attonito.

— Leone, ripetè la misera donna, supplichevolmente, lascia che telegrafi alla mamma.

— A tua madre? Ma perchè?

— Per dirle di venir subito da noi... a Rezzano.

Leone guardò sua moglie come si guarda una bimba capricciosa ed esigente.

— Di venir subito! Ma sei matta?

— No, non son matta. Credilo... Lascia almeno che le scriva di venire.

— Ma ti ripeto che sei matta! Non è stata qui or ora più di un mese?

— Non importa. Sarei così contenta. Non posso dirti... Ma tu se sapessi... Leone!

— So che sei un bel tipo e che tutti i giorni ne inventi una nuova. Neppure per idea. Verrà più tardi, quest'autunno. Ma per questi primi giorni, non voglio gente in casa. Mi basti tu, hai inteso?

Ella aveva inteso. Non insistè. Ebbe un semi sorriso, indefinibile.

Leone era già andato pei fatti suoi col fattore.

Diana stava lì, sotto l'atrio, perchè non sapeva più dove stare. Le sale a terreno erano già chiuse e le grandi coperte di tela biancheggiavano come marmi di tomba, sui mobili accatastati al centro. Al piano superiore le cameriere e la fattora scorazzavano pei corritoj, accudendo alle ultime disposizioni della partenza. Si sentivano sbattere degli usci e ogni tanto, l'aspro cigolìo delle grosse chiavigirate nelle serrature dei grevi armadi di noce. Nell'atrio, già denudato degli accessori, regnava un silenzio freddo e un'anticipata malinconia di assenza.

Diana guardò l'oriolo. Appena suonate le due! Impossibile rimanere colà per un'ora intera. S'alzò, depose sulla poltrona i garofani ed un giornale che non aveva potuto leggere. Prese il parasole ed escì.

Errò alquanto nel giardino, passando svogliatamente pei sentieri chiazzati dal tenace verde delle gramigne, giunse all'ombrosa collinetta e vi fè sosta, appoggiandosi al parapetto che dava sul fossato, al luogo stesso dove ella aveva avuto con sua madre il colloquio a proposito di Leone e del suo ravvedimento.

Tutto era quiete e silenzio assonnato in quell'ora di pomeriggio. Non faceva troppo caldo, era piovuto durante il mattino e il parapetto di sasso serbava tuttora una tinta cupa ed una lieve umidità. Diana ne risentì la sgradita impressione quando, appoggiati i gomiti sovr'esso, prese a guardare attorno a sè, per l'aperta campagna.

Dinanzi a lei, dietro lo sforacchiato velame dei pioppi, la pianura si stendeva a perdita d'occhio, solcata da una uniforme vicenda di gelsi e di gabbe biancheggianti ad ogni lieve spirar del vento. Il fossato era colmo per la recente piova e rifletteva luminosamente il cielo, corso da grossi e lenti nuvoloni, tutti sporgenze di soffici candori inargentati. L'azzurro assumeva nell'acqua una più turchina intensità di tinte, ed i pioppi del margine si rispecchiavano capovolti con un'esattezza fotografica, le foglie avevano una riproduzione dei loro più intimi tremori. In quello stretto spazio d'acqua stagnante, capiva tutta un'imitazione ideale di lassù e Diana ebbe una strana, assurda idea di abisso celeste. Un fascino la prendeva dinanzi a quel miraggio. Per un momento, contemplandolo, non pensò e fu quieta.

A un tratto, diè un guizzo. Aveva udito un fischio nella direzione delle scuderie, laggiù dietro gli alberi.

Conosceva il significato di quel fischio. Chiamavano i palafrenieri per approntare la carrozza pel viaggio di Rezzano.

Diana ripiombò bruscamente nella tortura del suo vivere, ebbe l'idea netta, precisa della propria angoscia, la visione esatta di Rezzano, di ciò che l'attendeva colà, inesorabilmente.


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