IX.I CREATORI DEL FUOCO.

IX.I CREATORI DEL FUOCO.

Su di essi all’improvviso, cadde il lupetto. La colpa fu sua: aveva mancato di prudenza e camminava senza vedere. Ancora greve di sonno, (aveva cacciato tutta la notte e s’era allora svegliato) lasciata la caverna, era, trotterellando, disceso verso il torrente per andare a bere. A dir la verità, su quel sentiero a lui familiare, nessun accidente gli era mai capitato.

Aveva oltrepassato l’abete rovesciato, attraverso la radura e correva fra gli alberi; in quel momento vide e fiutò. Davanti a lui, seduti per terra, in silenzio, stavano cinque cose viventi, quali egli mai aveva incontrate. Era quella la prima volta che vedeva l’umanità!

I cinque uomini, al suo apparire, e la cosa lo sorprese, non mostrarono i denti, nè brontolarono,non fecero neppure un movimento, ma rimasero silenziosi e fatidici.

Neppure il lupetto si mosse; pure, tutto l’istinto della sua natura selvaggia, lo spingeva a fuggire, ma un altro istinto categorico e perentorio, si contrapponeva ad esso.

Uno stupore ignoto gli occupò la mente; il lupetto si sentiva, a un tratto, diminuito da una nuova conoscenza della sua piccolezza e debolezza; un potere superiore, molto al di sopra di lui, si appesantiva sull’animale e lo dominava.

Il lupetto non aveva mai visto un uomo, eppure, per istinto, sentiva l’uomo; nell’uomo egli riconosceva, oscuramente, l’animale che aveva combattuto e vinto tutti gli animali del Wild. Ed egli non guardava solo con gli occhi suoi, ma con quelli di tutti gli antenati, con pupille che avevano, durante generazioni, accerchiato nell’ombra e nella neve, innumerevoli accampamenti umani, spiato da lontano, sull’orizzonte e più dappresso, nel folto degli alberi, la strana bestia a due zampe che era il signore e padrone di tutte le cose viventi.

Quest’eredità morale e soprannaturale, formata da timore e da lunga serie di lotte, durata per secoli, sopraffaceva il lupetto, troppo giovane ancora per liberarsene.

Se fosse stato un lupo adulto, avrebbe preso rapidamente la fuga; ma, così com’era, egli si coricò, paralizzato dallo spavento, accettando giàla sottomissione che la sua razza aveva accettato il primo giorno in cui un lupo era andato a sedersi al focolare di un uomo, per riscaldarvisi.

Uno degl’indiani finì per alzarsi, camminò verso la bestiola e gli si fermò sopra; il lupetto si appiattì sempre più verso il suolo. Era l’ignoto, diventato carne e sangue, che si chinava su di lui per afferrarlo. Il pelo dell’animale si rizzò involontariamente, le labbra si contrassero e le piccole zanne apparvero. La mano che gli stava sospesa addosso, come una condanna, esitò e l’uomo disse ridendo:

—Wabam Wabisca ip pit tah!(Guardate le zanne bianche!)

Gli altri indiani risero alla loro volta grossamente, ed incitarono l’uomo a prendere il lupetto.

Mentre la mano si abbassava, a poco a poco, una violenta lotta interiore avveniva nell’animale, fra diversi istinti in contrasto.

Egli non sapeva se doveva soltanto ringhiare o combattere; finalmente ringhiò sino a quando la mano non lo toccò, poi diede battaglia.

I suoi denti lucenti morsero, ma immediatamente egli riceveva a un lato della testa, su un osso, un colpo tale che lo fece oscillare.

Allora ogni istinto di lotta lo abbandonò e la bestiola ricominciò a gemere come un bambino, e l’istinto della sottomissione vinse tutti gli altri istinti.

Rialzatosi, egli si accosciò, miaulando, ma l’indiano,che egli aveva morsicato, era irritato, e il lupetto si ebbe un altro colpo dall’altra parte del capo, e guaì più forte.

Gli altri quattro indiani si scompisciavano dal ridere, al punto che il loro compagno rise anch’egli. Tutti quanti circondarono il lupetto e lo beffarono, mentre egli gemeva dal dolore e dal terrore.

A un tratto, bestia e indiani si posero in ascolto. Il lupetto sapeva che cosa annunziava quel rumore che si faceva udire, e cessando di gemere, lanciò un lungo grido che manifestava, ora, più gioia che spavento. Poi tacque ed attese, attese l’arrivo della madre, di sua madre liberatrice, indomabile e tremenda, che sapeva combattere così bene, e uccideva tutto ciò che le resisteva, e non aveva mai paura.

Essa arrivò correndo e brontolando; vista l’impronta del suo piccolo, si precipitava per soccorrerlo. Balzò in mezzo al gruppo, magnifica, trasfigurata, nella sua furiosa e inquieta maternità.

Quello sdegno protettore era un sollievo pel lupetto, che saltò verso di lei, con un piccolo grido di gioia, mentre gli animali uomini indietreggiavano in fretta, di parecchi passi.

La lupa si fermò presso il piccolo, che si stringeva a lei, e tenne testa agl’indiani. Sulla faccia e sul muso della bestia appariva una contrazione di minaccia che le piegava tutta la pelle sino agli occhi, in una prodigiosa e orribile smorfia di collera.

Allora uno degli uomini lanciò un grido: — Kisce! — gridò egli con una esclamazione di sorpresa.

Il lupetto sentì, a quella voce, vacillare sua madre.

—Kisce!— gridò nuovamente l’uomo, e questa volta con durezza, con un tono di comando.

E il lupetto vide sua madre, la lupa impaurita, piegarsi sino a toccare il ventre al suolo, gemendo e dimenando la coda, con i soliti segni di sottomissione e di pace.

Il lupetto non comprendeva nulla di quegli atti: si sentiva dominato nuovamente dal terrore dell’uomo, da un istinto che non l’aveva ingannato, al quale ubbidiva anche sua madre, rendendo anch’essa omaggio all’animale uomo.

L’indiano che aveva parlato le si accostò; le posò la mano sul capo, e lei si appiattì sempre più verso il suolo. Non brontolava nè tentava di mordere. Anche gli altri indiani si erano avvicinati, e aggruppatisi attorno alla lupa, la palpavano e l’accarezzavano senza suscitare in lei la minima velleità di resistenza e di ribellione.

I cinque uomini erano molto eccitati e facevano un gran vociare; ma poichè quel vocìo non pareva punto minaccioso, il lupetto si decise a coricarsi presso sua madre, drizzandosi di tanto in tanto, ma facendo il possibile per sottomettersi.

— Quello che succede non è affatto sorprendente, — disse uno degli indiani. — Il padre di Kisceera un lupo; vero è che sua madre era una cagna, ma mio fratello dimenticò di legarla nel bosco, per tre notti durante la stagione dagli amori, e un lupo la coprì.

— È passato un anno, Castoro Grigio, dacchè Kisce è fuggita.

— Tu conti bene, Lingua di Salmone: fu al tempo della carestia che noi soffrimmo, quando non avevamo più carne da dare ai cani.

— È rimasta con i lupi, — fece un terzo indiano.

— Proprio così, Tre Aprile, — approvò Castoro Grigio, toccando con la mano il lupetto. — Ed eccone la prova.

Il lupetto, al contatto della mano, accennò un ringhio, ma la mano si ritrasse e gli assestò uno scappellotto; allora egli ricoprì le zanne e s’accosciò in atto di sottomissione. La mano tornò a posarsi su di lui e gli sfregò amorevolmente il padiglione delle orecchie e la schiena.

— Questo lo prova, — rispose Castoro Grigio. — È chiaro che sua madre è Kisce; ma suo padre è anch’esso un lupo; però questo somiglia più a un lupo che a un cane; le sue zanne sono bianche, e White Fang (Zanna Bianca) dev’esser il suo nome. Ho detto, il cane è mio.

— Non era Kisce la cagna di mio fratello? E mio fratello non è morto?

Per un po’ gli animali uomini seguitarono a far rumore con le loro bocche: durante questi colloqui,il lupetto, che aveva ricevuto un nome nel mondo, se ne stava tranquillo e attendeva.

Poi, Castoro Grigio, preso un coltello da un sacchetto che gli pendeva sulla pancia, andò verso un cespuglio e tagliò un bastone. Zanna Bianca l’osservava.

A ciascun capo del bastone l’indiano fissò una correggia con una delle quali legò Kisce per il collo; e condotta la lupa presso un piccolo abete, la legò all’albero con l’altra correggia.

Zanna Bianca seguì sua madre e le si coricò accanto. Vide Lingua di Salmone stendere la mano verso di lui, e si sentì ripreso da paura, mentre Kisce, da parte sua, guardava con ansietà; ma l’Indiano, allargando le dita e curvandole, lo capovolse, e cominciò a fregargli il ventre in modo delizioso.

Il lupetto, colle zampe in aria, si lasciava maneggiare con aria goffa ed esilarata, senza tentare di opporsi. D’altra parte, nella posizione in cui si trovava, come avrebbe potuto? Se l’animale uomo avesse avuto l’intenzione di maltrattarlo, gli si sarebbe abbandonato senza difesa, non potendo fuggire.

Si rassegnò dunque, e si limitò a brontolare dolcemente: l’altro era più forte di lui.

Ma Lingua di Salmone pareva non accorgersene neppure e non gli diede alcun colpo sulla testa; anzi, seguitò a stropicciarlo dall’alto in basso, accrescendo il piacere del lupetto. Quandola mano carezzevole gli passò sui fianchi, egli cessò di brontolare, e quando le dita risalirono alle orecchie, premendone delicatamente la base, il godimento della bestiola non ebbe limiti.

Allorchè, infine, dopo l’ultima e abile frizione l’Indiano lo lasciò tranquillo, sparve ogni timore dall’animo del lupetto.

Senza dubbio, c’era da aspettarsi, in seguito, altre paure, ma da quel giorno egli sentì fiducia e cordialità verso l’uomo col quale doveva vivere.

Dopo un po’ Zanna Bianca udì avvicinarsi dei rumori insoliti, che egli, pronto com’era ad osservare e distinguere, riconobbe subito come prodotti dall’animale uomo.

Pochi istanti dopo infatti, tutta la tribù Indiana appariva lungo il sentiero. C’erano molti uomini, donne e bambini, in tutto quaranta teste; tutti carichi di bagagli da campo, di provviste di cibo e di utensili. C’erano anche molti cani carichi anch’essi, tranne i piccoli, come gli altri. Ciascuna bestia aveva dei sacchi legati sulla schiena, e portava un peso di venti o trenta libbre.

Zanna Bianca non aveva mai visto un cane, ma, dal primo sguardo capì che era un animale della sua stessa specie, con qualche cosa di diverso. Quanto ai cani, sentirono di più la diversità fra loro e il lupetto e la madre.

Ci fu una calca orribile. Zanna Bianca si drizzò, urlò e morse a casaccio nel flutto, fra quellegole spalancate che gli si precipitavano addosso. Cadde e ruzzolò sotto i cani, provocando i morsi crudeli dei loro denti e morsicando, a sua volta, zampe e ventri.

Udiva, nella mischia, gli urli di sua madre, Kisce, che combatteva per lui, i gridi degli animali uomini e il rumore dei colpi dei loro bastoni sui cani, che gemevano dal dolore.

Tutto ciò in pochi secondi. Il lupetto, rimessosi in piedi, vide gl’Indiani che lo difendevano, respingere i cani indietro, a colpi di bastone e di pietra, e salvarlo dall’aggressione feroce dei suoi fratelli che non erano punto suoi fratelli.

E, sebbene non potesse concepire, nel suo cervello, un sentimento astratto come quello della giustizia, sentiva, a modo suo, la giustizia degli animali uomini; seppe così che essi dettavano le leggi e le imponevano.

Strano anche era il modo col quale adottavano le loro leggi, diverse da tutte le leggi che il lupo aveva incontrato sino ad allora. Essi non mordevano nè graffiavano, ma imponevano la loro forza viva mediante le cose morte, che facevano le veci dei morsi: bastoni e pietre dirette da quelle strane creature, saltavano nell’aria, come cose viventi, e andavano a colpire i cani.

Era un potere straordinario e misterioso che sorpassava i limiti della natura: era un potere divino.

S’intende che Zanna Bianca ignorava ogni concetto di divinità, ma lo stupore e il timore che sentiva al cospetto degli animali uomini era molto simile alla sorpresa ed al timore che avrebbe potuto provare un uomo che si trovasse in cima a una montagna, davanti a un essere divino, che, tenendo un fulmine in ciascuna mano, li scagliasse poi sul mondo atterrito.

Quando l’ultimo cane fu respinto indietro, il putiferio ebbe fine. Il lupetto incominciò a leccare le sue ferite; poi meditò su quel primo contatto con la torma crudele dei presunti fratelli, e sul suo ingresso fra loro. Egli non aveva mai pensato che la specie alla quale apparteneva, potesse comprendere tipi diversi dal vecchio lupo orbo, da sua madre e da lui, considerando loro tre, nel suo pensiero, come una razza a parte.

E a un tratto, ecco che scopriva molte altre creature che appartenevano alla sua specie, e sentì oscuramente, che era ingiusto che il primo movimento dei suoi fratelli di razza si dovesse manifestare in quel modo, col balzargli addosso e tentare di distruggerlo.

Era non meno doloroso vedere sua madre legata ad un bastone, pur pensando che la saggezza superiore degli animali uomini aveva voluto che così fosse; era, quella, una specie di schiavitù, cui non era avvezzo.

La libertà di girovagare, di correre, di stendersi a terra, là dove gli piacesse, era stata, sinoa quel giorno, suo patrimonio; e ora invece, egli era prigioniero. Sua madre non poteva muoversi oltre la lunghezza del bastone, al quale era legata, ed al quale era legato anch’egli, perchè non immaginava neppure che potesse separarsi da sua madre.

Quella costrizione non gli piacque; specialmente quando gli animali uomini, alzatisi, si rimisero in cammino.

Un animale uomo, macilento all’aspetto, prese in mano la correggia del bastone al quale era legata Kisce e si condusse la lupa dietro. Dietro Kisce veniva Zanna Bianca, molto turbato e tormentato da quella nuova avventura che gli era capitata.

Il corteo discese la valle, proseguendo molto più avanti dei luoghi dove si era spinto nelle sue più lunghe scorribande, il lupetto, sino al punto in cui il torrente si gettava nel fiume Makenzie.

A questo punto c’erano dei canotti issati in aria su delle pertiche, e si stendevano dei graticci che servivano per seccare il pesce.

Lì si fermarono e si accamparono. La superiorità degli animali uomini si affermava sempre più; quello spettacolo, ancor più che il loro dominio sui cani dai denti aguzzi, era un segno evidente della loro potenza.

Mediante il potere di comunicare il movimento alle cose, era loro facile mutare il vero aspetto del mondo.

Quel piantare ed erigere le pertiche per stabilire l’accampamento, attirò l’attenzione del lupetto: in fondo, era una piccola operazione compiuta dalle stesse creature che lanciavano a distanza bastoni e pietre.

Ma quando egli vide le pertiche riunirsi e coprirsi di teli e di pelli, formando delle tende, Zanna Bianca rimase stupito.

Quelle tende, d’una colossale ed impressionante grandezza, s’innalzavano torno torno a lui, ingrandivano a vista d’occhio, da tutti i lati, come mostruose forme di vita.

Esse empivano quasi tutto l’orizzonte, e parevano dominarlo minacciosamente; quando la brezza le agitava in grandi movimenti, egli si appiattiva al suolo, spaventato e timoroso, pur non perdendoli di vista, pronto a balzare o fuggir lontano, se gli fosse accaduto di vedersele addosso.

Dopo un momento, anche la paura delle tende svanì; egli vide che donne e bambini vi penetravano e ne uscivano senz’alcun male; vide entrarvi anche dei cani, ricacciati però rudemente dalla voce o dalle pietre volanti.

Cosicchè poco dopo, lasciati i fianchi di Kisce, anche Zanna Bianca, provando a sua volta, strisciava con precauzione, verso la tenda più vicina, spinto dalla curiosità continuamente desta in lui, dal bisogno d’imparare e di conoscere, per propria esperienza

Quando fu quasi sul punto di varcare il muro di tele e di pelli raddoppiò la prudenza, avanzando con un movimento impercettibile.

Gli avvenimenti di quel giorno avevano preparato il lupetto al contatto con l’Ignoto, alle manifestazioni più meravigliose e inattese.

Finalmente ecco che il suo muso tocca l’involucro della tenda; il lupetto attese, e non essendo accaduto nulla, fiutò nella strana materia, satura di odore umano, e, presala fra i denti, diede una piccola scossa.

Non accadde nulla di straordinario; solo una parte della tenda incominciò a muoversi. Allora egli scosse più audacemente, e il movimento si accrebbe. Il lupetto ne era entusiasmato, e scosse più forte, più forte, ripetendo, sinchè tutta la tenda si mosse.

Allora si udì il grido acuto di un Indiano, e il lupetto, spaventato, s’affrettò a ritornare, correndo, presso sua madre, ma da allora non ebbe più paura delle enormi tende.

Vinta quell’emozione, Zanna Bianca si scostò nuovamente da Kisce che, legata a un cavicchio, non poteva seguirlo.

Poco dopo, incontrava un cagnolo, un tantino più grosso e più anziano di lui, che gli veniva davanti, a passi sospettosi, dissimulando delle intenzioni bellicose.

Quel cagnolo si chiamava, così egli seppe poi udendone il nome, Lip-Lip, ed era già temibile,anche perchè, lottando con altri cagnoli, aveva acquistato già esperienza della lotta.

Lip-Lip apparteneva alla razza dei cani lupi, che era la più affine a Zanna Bianca; era giovane e sembrava poco pericoloso, cosicchè il lupetto si accingeva ad accoglierlo amichevolmente.

Senonchè, quando vide che lo straniero, camminando, si irrigidiva e aggrinzando le labbra mostrava i denti, anch’egli si irrigidì e rispose scoprendo le mandibole.

Incominciarono a girarsi intorno a vicenda col pelo irto, ringhiando; quel girotondo durò parecchi minuti, e Zanna Bianca ci stava prendendo gusto come a un gioco, allorchè ad un tratto, con sorprendente vivacità, Lip-Lip gli saltò addosso, gli diede un rapido morso, e saltò nuovamente indietro.

Quel morso aveva colpito proprio la spalla già ferita dalla lince, e rimasta, nella parte vicina all’osso, internamente addolorata.

La sorpresa e il colpo gli strapparono un gemito, ma immediatamente, con un balzo di collera, egli si slanciò su Lip-Lip, e lo morse furiosamente.

Lip-Lip era, come si è detto, già avvezzo alla lotta: tre, quattro, sei volte le sue piccole zanne aguzze si accanirono su Zanna Bianca che, tutto sconcertato, finì coll’abbandonare la lotta e col rifugiarsi, vergognoso e dolente, presso sua madre, chiedendole protezione.

Fu quello il primo combattimento con Lip-Lip, ma non doveva essere l’ultimo, perchè da quel giorno essi si ritrovarono l’uno di fronte all’altro come nemici naturali, essendo ciascuno dei due d’una natura che era in eterno contrasto con quella dell’altro.

Kisce leccò con dolcezza il suo piccolo, e tentò d’impedirgli, d’allora in poi, di allontanarsi, ma la curiosità di Zanna Bianca andava aumentando di giorno in giorno.

Dimentico di quella disavventura, egli si rimise immediatamente in cammino, per proseguire nelle sue indagini.

S’imbattè in uno degli animali uomini, in Castoro Grigio, che, seduto sulle calcagna lavorava intorno a dei pezzetti di legno e dei fili di musco, sparsi al suolo davanti a lui.

Il lupetto si accostò e lo guardò. Castoro Grigio fece dei rumori con la bocca che il lupetto interpretò come segni non ostili, e si avvicinò più dappresso.

Donne e bambini portavano altri pezzi di legno e altri rami all’indiano. Si vedeva che quella era la loro faccenda, pel momento.

Il lupetto si accostò sino a toccare il ginocchio di Castoro Grigio, dimenticando, per troppa curiosità, che costui era un terribile animale uomo.

A un tratto egli vide, fra le mani di Castoro Grigio, come una nebbia innalzarsi dai pezzetti di legno e dal musco, poi apparire una cosa vivache splendeva e ondeggiava, ed era dello stesso colore del sole nel cielo.

Zanna Bianca non aveva alcun concetto del fuoco; quel chiarore che ne sprizzò lo attrasse, come l’aveva attratto la luce del giorno, nella sua prima infanzia, spingendolo verso l’entrata della caverna, e strisciò verso la fiamma.

Udì Castoro Grigio che gli rideva sul capo; ma poichè il suono del riso non era ostile, egli accostò il naso alla fiamma, e nello stesso tempo mise fuori la lingua per leccarla.

Per un istante rimase come paralizzato: l’ignoto, che lo spiava tra i pezzetti di legno e di musco, l’aveva preso ferocemente pel naso. Poi saltò indietro con una furia di guaiti disperati: «Chi-is! Chi-is! Chi-is!».

Kisce, udendolo, cominciò a balzare, tirando un capo del bastone, ringhiando furiosamente, perchè non poteva correre in aiuto del lupetto.

Intanto, Castoro Grigio rideva a squarciagola, battendosi le cosce colle mani, e raccontava la storia a tutta la gente dell’accampamento, facendo scoppiare tutti dal ridere.

Zanna Bianca, accovacciato, gridava sempre più disperatamente: «Chi-is! Chi-is! Chi-is!» e solo, abbandonato da tutti, faceva, in mezzo agli animali uomini una misera figura.

Era quello il peggior male che avesse sofferto: il naso e la lingua gli erano stati feriti dalla cosa viva color del sole, che era ingrandita frale mani di Castoro Grigio. Egli gridò; gridò interminabilmente, e ogni nuovo sfogo di urli era accolto da nuovi scoppi di risa degli animali uomini.

Egli tentò di mitigare con la lingua l’ardore della bruciatura al naso, ma le sue sofferenze, sovrapponendosi, ne produssero una maggiore, ed egli gridò più disperatamente che mai.

Infine fu vinto da vergogna, quando conobbe il risultato di quelle risate. Non è possibile spiegare come facciano certi animali a comprendere la natura del riso umano e a capire che noi ridiamo di loro; certo si è che il lupetto ebbe la chiara nozione che gli animali uomini si burlavano di lui e se ne vergognò.

Scappò, non tanto per il dolore delle bruciature, che provava, quanto perchè era punito nel suo orgoglio, vedendosi oggetto di scherno, e fuggì verso Kisce che si dimenava furibonda, tirando la punta del bastone, come una bestia arrabbiata; verso Kisce che era la sola creatura al mondo che non ridesse di lui.

Cadde il crepuscolo, seguì la notte, e Zanna Bianca rimaneva presso sua madre. Il naso e la lingua addolorate, lo facevano soffrire; ma soprattutto un’altra causa lo tormentava. Egli rimpiangeva la tana nella quale era nato, desiderava la quiete raccolta della caverna sulla rupe, sopra il torrente.

La vita era diventata troppo popolosa; lì c’eranotroppi animali uomini, donne e bambini, che facevano un gran baccano irritante, e c’erano cani che abbaiavano e mordevano, che lanciavano urli ogni momento e producevano confusione.

La solitudine tranquilla della vita di prima, era finita. Lì persino l’aria palpitava di vita, in un incessante mormorio e ronzio, la cui intensità variava da un momento all’altro, e le cui note diverse, gli urtavano i nervi e gl’irritavano i sensi.

Egli ne era crucciato e preoccupato, e oltremodo stanco, e temeva continuamente qualche catastrofe.

Guardava muoversi e andare su e giù per l’accampamento gli animali uomini. Li osservava con rispetto, con quel senso di distanza che l’uomo interpone fra lui e gli dei ch’egli crea.

Nel suo oscuro cervello egli considerava gli uomini come gli uomini consideravano gli dei, e cioè come meravigliose creature, come esseri potenti che disponevano di tutte le forze dell’Ignoto.

Signori e padroni di tutto ciò che vive e di tutto ciò che non vive, essi costringevano alla ubbidienza tutto ciò che si muove, e comunicavano il movimento a tutto ciò che non si muove, facevano nascere dal musco e dal legno morto, la fiamma color del sole; la fiamma che viveva e mordeva.

Erano i creatori del fuoco, erano Dei!!


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