XVIII.LA MORTE ADDOSSO.

XVIII.LA MORTE ADDOSSO.

Quando l’ora dell’incontro fu giunta, Beauty-Smith staccò la catena che tratteneva Zanna Bianca, e si ritrasse indietro. Zanna Bianca, questa volta non mosse immediatamente all’attacco: ma rimase immobile con le orecchie puntate avanti, vigile e curioso, a osservare lo strano animale, che gli stava davanti.

Egli non aveva mai visto un cane di quella fatta. Tim Keenan aizzò il bull-dog, sussurrandogli: «Dài!».

Il bull-dog, tozzo, corto, con aria goffa, ciondolava nel centro del cerchio che circondava i due campioni; fermatosi a pochi passi, guardò di traverso Zanna Bianca.

Dalla folla sorsero delle grida:

— Dai, Cherokee! ammazzalo, Cherokee! Sbrana!

Ma Cherokee non pareva disposto a combattere. Egli volse la testa verso la gente che gridava, annusando loscamente e agitando un mozzicone di coda, festosamente; non già perchè avesse paura di Zanna Bianca, ma per pigrizia.

D’altra parte non sentiva l’obbligo di combattere contro il cane che gli veniva presentato, che era di razza diversa dalle solite alle quali era avvezzo, e aspettava che gli dessero un altro cane.

Tim Keenan entrò nel recinto e, curvatosi su Cherokee, incominciò a grattargli le spalle, ad arruffargli il pelo per incitarlo.

Ottenne il risultato di irritare il cane a poco a poco; Cherokee cominciò a ringhiare, dapprima in sordina, poi rumorosamente. Al ritmo delle dita corrispondeva quello dei brontolii che, come s’accelerava il movimento della mano, diventavano più intensi, e terminarono bruscamente, con un abbaiamento furioso.

Tutta questa manovra eccitò Zanna Bianca; il pelo del lupetto si rizzò, sul collo e sulle spalle. Tim Keenan, dopo un’ultima spinta e un incitamento più vivo, lasciò libero Cherokee, il quale fece l’atto di lanciarsi. Ma già Zanna Bianca aveva colpito, suscitando un grido di ammirazione e di stupore; con la rapidità e la flessuosità d’un gatto, egli si era avventato sull’avversario, lo aveva ferito, ed era ribalzato indietro, a distanza.

Il bull-dog sanguinava da un’orecchia in partestrappata e da un largo squarcio nel suo collo spesso. Egli parve non accorgersene neppure, non si lasciò sfuggire un lamento, ma si buttò addosso a Zanna Bianca.

La velocità dell’uno, l’impassibilità dell’altro appassionavano la folla; furono rinnovate le scommesse, e accresciute le poste, e fatte nuove scommesse. Intanto si ripetevano, allo stesso modo, l’attacco e la difesa.

Zanna Bianca diede un altro balzo in avanti, lacerò e poi si ritrasse senz’essere toccato. E nuovamente il suo strano nemico lo seguì senza troppa fretta e senza lentezza eccessiva; ma deliberatamente, con la ponderatezza colla quale si discute un affare.

Era evidente che egli si proponeva uno scopo e lo svolgimento di un metodo adatto; il resto non contava e non doveva distrarlo.

Zanna Bianca se ne accorse, e divenne perplesso: n’era tutto sconcertato. Quel cane appariva senza dubbio molto strano; aveva il pelo raso, senza alcuna pelliccia protettrice, e i morsi si affondavano facilmente in una carne grassa, senza strati profondi di cute protettrice, e pareva che l’animale non avesse modo di difendersene.

Inoltre, pareva che non ne risentisse, e sanguinava senza lamentarsi; il che dava da pensare; quando era colpito, emetteva solo un lieve grido.

Pure, Cherokee non era impotente a muoversi, anzi girava e si voltava lestamente; ma ZannaBianca sfuggiva alla presa, e il mastino era perplesso da parte sua.

Non aveva mai lottato con un cane che egli non poteva afferrare, con un avversario che non cessava di danzare e rigirarglisi intorno.

Senonchè, Zanna Bianca non riusciva a colpire come avrebbe voluto, nella parte inferiore della gola, il bull-dog; il quale la teneva troppo bassa, proteggendola validamente con le sue mascelle massicce.

Il sangue di Cherokee continuava a scorrere; il collo e la parte inferiore della testa erano tagliuzzate; ma il mastino incalzava instancabilmente Zanna Bianca, ch’era illeso.

Una sola volta, egli si fermò attonito, guardando di lato, verso Tim Keenan, agitando il mozzicone di coda, in segno della sua buona volontà. Poi riprese la sua caccia, con tenacia, girando in cerchio dietro Zanna Bianca.

Ad un tratto, rotto il cerchio che i due formavano inseguendosi, tentò di afferrare alla gola l’avversario, e mancò il colpo per un capello. Zanna Bianca sfuggì con destrezza, suscitando vivi applausi. Intanto il tempo passava. Zanna Bianca ripeteva i suoi balzi e Cherokee s’accaniva, con la cupa certezza di riuscire, prima o poi, nel suo intento.

Le sue orecchie erano come sottili nastri, squarciate da centinaia di ferite; il muso, anch’esso tagliuzzato, sanguinava.

Ogni tanto Zanna Bianca si sforzava di rovesciarlo a terra, con le zampe in aria, gettandoglisi addosso; ma poichè la spalla del lupacchiotto era più alta di quella del cane, il tentativo non riusciva.

A un tratto, ostinandosi a ripeterlo, in uno slancio più violento, passò al disopra del corpo di Cherokee, e per la prima volta, dacchè Zanna Bianca combatteva, fu visto perdere l’equilibrio; egli girò in aria per un secondo, si raddrizzò come un gatto, ma non fece in tempo a posarsi dritto sulle zampe, cadde di lato, e quando si raddrizzò, si sentì preso fortemente nella gola dalle zanne del bull-dog.

Ma il punto di presa non era giusto; era troppo basso, verso il petto, tenuto però saldamente. Zanna Bianca, con esasperazione frenetica, si sforzò di scuotere quei denti che lo attanagliavano, e il peso che gli si era attaccato al collo. Ora i suoi movimenti non erano liberi: gli pareva di essere stato preso da una tagliola, ed era tale la ribellione della sua natura, che sembrava che dovesse impazzire.

Egli sentì, ad un tratto, la paura della morte, una paura cieca e disperata.

Incominciò a rigirarsi intorno, a correre a destra e a sinistra, a dimenarsi, sia per persuadere se stesso d’essere ancor vivo, sia per tentare di staccare i cinquanta pounds che la sua gola trascinava.

Il bull-dog si limitava, si può dire, a difendere la sua presa; talvolta tentava di avere il sopravvento, scuotendo un po’, a sua volta, Zanna Bianca, il quale, subito dopo però, lo trascinava nuovamente e se lo trovava dietro, nel suo girotondo.

Cherokee seguiva, inconsciamente, il suo istinto, sapeva ch’era suo compito tener duro, e ne provava lievi sussulti di gioia; socchiudeva beatamente gli occhi e, senza irrigidirsi, si lasciava sballottare di qua e di là, con abbandono, indifferente alle scosse che riceveva.

Zanna Bianca si fermò soltanto allorchè si sentì estenuato; non poteva nulla contro l’avversario; mai gli era capitata un’avventura come quella. Egli si piegò sui garetti, sudante, sentendosi mancare il respiro.

Il bull-dog, senza allentare la stretta, tentò di rovesciarlo totalmente. Zanna Bianca resistè, ma sentì che le mascelle che lo attanagliavano, penetravano, per un impercettibile movimento di masticazione, più addentro, cercavano di giungere, con un paziente lavorìo, sino alla carne della gola.

Con mossa spasmodica, egli riuscì ad addentare, da parte sua, il collo grasso di Cherokee, alla giuntura con la spalla, ma lacerata la carne, dovette lasciar la presa, non avendo le zanne esperte e adatte a quella specie di masticazione nella lotta.

A questo punto accadde un mutamento nellaposizione dei due avversari: il bull-dog era riuscito a rovesciare Zanna Bianca sul dorso, e tenendogli sempre le zanne uncinate al collo, gli era salito sul ventre.

Allora Zanna Bianca, ripiegatosi sulla groppa, s’era a messo a lacerare con gli unghioni, come un gatto, l’addome dell’avversario, e Cherokee sarebbe rimasto sventrato, se non avesse girato di lato, tenendo sempre i denti stretti, e sottraendosi così alle zanne dell’avversario.

Ma il destino era inesorabile, inesorabile come la mascella che, appena Zanna Bianca rimaneva un momento immobile, continuava ad avvicinarsi alla carotide. Solo la pelle floscia del collo e il pelame folto che la copriva salvavano ancora dalla morte il giovane lupo.

Quella pelle formava un grosso rotolo nella gola del bull-dog, e il pelame non era intaccato dai denti del mastino.

Pure, Cherokee, imboccando sempre più, pelle e pelo, strangolava lentamente Zanna Bianca che respirava con crescente difficoltà.

La lotta sembrava virtualmente terminata. Coloro che avevano scommesso per Cherokee esultavano e offrivano aumenti in modo ridicolo; quelli che avevano puntato su Zanna Banca, erano scoraggiati e rifiutavano scommesse a dieci su uno, a venti per uno.

Fu visto allora un uomo avanzarsi sulla pista del combattimento: era Beauty-Smith, che teseun dito verso Zanna Bianca e incominciò a ridere, in segno di scherno e di disprezzo.

L’effetto di questo gesto non tardò: Zanna Bianca, in preda a una rabbia selvaggia, facendo appello a tutte le sue forze, riuscì a rimettersi in piedi, ma dopo aver trascinato ancora in cerchio i cinquantapoundsche portava, fu ripreso da pànico. Egli sentì la morte attaccata alla sua gola, e, incespicando, cadendo, rialzandosi, sollevando il nemico da terra, lottò invano, non per vincere ma per salvar la vita. Cadde rovescio, estenuato, e il bull-dog ne approfittò per ficcarsi nella gola, un’altra quantità di pelle e di pelo.

Lo strangolamento era prossimo; sorsero gridi ed applausi in lode del vincitore. Si acclamava: «Cherokee! Cherokee!», e Cherokee rispose agitando il mozzicone di coda, ma senza lasciarsi distrarre dall’opera. Non c’era alcun rapporto di simpatia fra la coda e quelle mascelle massicce; giacchè quella poteva agitarsi festosamente, senza che queste allentassero la loro implacabile morsa.

Intanto avveniva una diversione inaspettata; ad un tratto, si fece udire, insieme con abbaiamenti di cani di slitta, un suono di sonagli. Gli spettatori voltarono il capo, temendo di veder arrivare la polizia. Ma non si trattava di ciò; era una slitta che procedeva di gran carriera in direzione opposta al forte, portando due uomini che ritornavano senza dubbio da qualche viaggio di esplorazione.

Vista la folla, essi fermarono i cani e si accostarono, per sapere la causa della riunione di tutta quella gente.

Colui che guidava i cani, aveva i mustacchi; l’altro, un giovanottone, era completamente raso, e aveva la faccia congestionata per l’aria gelida e la rapidità della corsa, che gli avevano fatto affluire il sangue al viso.

Zanna Bianca continuava ad agonizzare e non tentava più di lottare: era scosso solo a tratti, da fremiti riflessi che in breve sarebbero cessati con l’ultimo respiro. Beauty-Smith non l’aveva perduto di vista neppure per un minuto: neppure i nuovi venuti gli avevano fatto voltare il capo.

Quando si accorse che gli occhi del suo campione cominciavano ad offuscarsi e capì che ogni speranza di vincere era perduta, quel barlume di ragione che ancora luceva nell’abisso di brutalità del suo cervello, si spense totalmente; perduto ogni ritegno, egli si lanciò ferocemente su Zanna Bianca, per colpirlo.

S’udirono gridi di protesta, e fischi, ma nessuno si mosse. Beauty Smith si ostinava a percuotere la bestia, a colpi di scarpa ferrata, allorchè la folla fu mossa come da un risucchio: era il giovanottone che s’apriva un passaggio, scostando la gente, a destra e a sinistra, senza cerimonie e riguardi.

Quando giunse sull’arena, Beauty-Smith stava per dare una pedata a Zanna Bianca e, alzatauna gamba, si manteneva in equilibrio instabile sull’altra. Il momento era propizio, e il giovanottone ne approfittò per assestare a Beauty-Smith un magistrale colpo di pugno, in piena faccia. Bellezza, sollevato dal suolo, fece una capriola in aria, e cadde rovescio sulla neve battuta. Il giovanottone, rivolto alla folla, gridò:

— Siete dei vigliacchi, dei bruti!

Era in preda a un’indicibile collera, a una santa collera: i suoi occhi grigi che avevano luci metalliche e riflessi di acciaio dardeggiavano verso la folla. Beauty-Smith, rimessosi in piedi, s’avanzò verso di lui, sbuffando, ma impaurito. Il nuovo venuto, senz’aspettar di sapere che cosa l’altro volesse e non conoscendo l’abiezione del bel tomo, pensò che Bellezza volesse sfidarlo, e si affrettò a schiacciargli il muso con un altro pugno, dicendo:

— Sei un bruto!

Beauty-Smith, rovesciato nuovamente, ritenne che il suolo fosse il posto più sicuro per lui, e rimase coricato dov’era caduto, senza fare alcun tentativo per risollevarsi.

— Venite qui, Matt, e aiutatemi! — fece il giovanottone al compagno che l’aveva seguito nel cerchio.

I due uomini si chinarono sui combattenti; Matt sostenne Zanna Bianca, accingendosi a svincolarlo, appena le mascelle di Cherokee si fossero schiuse; ma il giovanottone tentò invano, con le suemani, di aprir la bocca del bull-dog; e sudava, sbuffava, tirava, esclamando fra l’uno e l’altro sforzo:

— Bruti!

La folla cominciò a brontolare e mormorare; i più arditi protestarono perchè venivano disturbati nei loro divertimenti, ma tacevano appena il giovanottone, interrompendo la sua faccenda, li fissava con lo sguardo e li apostrofava:

— Bruti, ignobili bruti!

— Tutti i vostri sforzi non servono a nulla, signor Scott, — fece infine Matt. — Non riuscirete a separarli, in quel modo.

Si rialzarono ad esaminare le due bestie.

— Non perde molto sangue, — pronunziò Matt, — e non è ancora morto.

— La morte può avvenire in un momento, — rispose Scott. — Toh! vedete? Il bull-dog ha approfondito ancora il morso.

Egli colpì Cherokee al capo, duramente e parecchie volte, ma i denti non allentavano la presa; Cherokee scodinzolava col suo moncone, come per far capire che comprendeva il perchè di quei colpi, ma che sapeva che era in pieno diritto di fare ciò che faceva, e che compiva rigorosamente il suo dovere rifiutando di allentar la presa.

— Orsù! Non c’è nessuno fra voi che venga ad aiutarci? — gridò Scott alla folla, disperando ormai dell’impresa.

Ma la sua invocazione fu vana; anzi lo schernirono, gli diedero dei consigli faceti, scherzarono con ironia.

Egli frugò nell’astuccio che gli pendeva dalla cintura, ne trasse una rivoltella, e si sforzò di introdurre la canna fra le mascelle di Cherokee, con tanta forza che s’udiva distintamente lo stridìo dell’acciaio contro i denti. I due uomini erano in ginocchio curvi sulle due bestie.

Tim Keenan s’avanzò verso di essi, sull’arena, e, fermatosi davanti a Scott, gli toccò una spalla dicendo:

— Non gli spezzate i denti, forestiero!

— Gli spezzerò il collo, dunque! — rispose Scott seguitando a spingere e a ritrarre la canna della rivoltella!

— Dico, non gli rompete i denti! — ripetè il padrone di Cherokee, con accento più solenne.

Ma fu un’intimazione inutile: Scott non si turbò. Alzò gli occhi verso l’interlocutore e gli domandò freddamente:

— È il vostro cane?

Tim Keenan brontolò affermativamente.

— Ebbene, mettetevi al mio posto e fategli lasciar la presa.

Tim Keenan s’irritò:

— Straniero, io non ho l’abitudine di mettermi a fare ciò che non saprei fare: non potrei aprire quel catenaccio.

— E allora levatevi di mezzo e non mi fate imbestialire. Ho da fare.

Scott era già riuscito a ficcare la canna a un lato, su una mascella, e tanto fece che toccò l’altra, e, premendo come con una leva aprì a poco a poco i denti del bull-dog, mentre Matt tirava, a mano a mano, dalla bocca della bestia socchiusa come un cuscinetto di pelle e di pelo di Zanna Bianca.

— Preparatevi a prendere il cane, — ordinò Scott, con accento risoluto a Tim Keenan, che era rimasto in piedi, senza allontanarsi.

Tim Keenan ubbidì, e chinatosi, afferrò fortemente Cherokee che con l’ultima spinta della rivoltella fu completamente distaccato.

Il bull-dog si dimenava vigorosamente.

— Conducetelo al largo, — ordinò Scott.

Tim Keenan si allontanò fra la folla, tirandosi dietro Cherokee. Zanna Bianca fece, per rialzarsi, parecchi sforzi inutili; finalmente riuscì a raddrizzarsi sulle zampe, ma i garetti, senza forza, cedettero, ed egli si abbandonò al suolo mollemente.

Gli occhi di Zanna Bianca erano socchiusi, le pupille appannate, la bocca spalancata, e la lingua penzoloni, gonfia e inerte. Pareva un cane morto strangolato. Matt lo esaminò.

— È agli estremi, ma respira ancora.

Intanto Beauty-Smith si rimetteva in piedi e s’accostava.

— Matt, quanto vale un buon cane da slitta? — domandò Scott.

Il conducente della slitta, che era inginocchiato presso Zanna Bianca, calcolò un po’.

— Trecento dollari, — rispose.

— E un cane pestato così, quanto?

— La metà.

Scott si voltò verso Beauty-Smith.

— Capite, signor bruto? Io prendo il vostro cane e vi dò centocinquanta dollari!

E, aperto il portafogli, contò i biglietti. Ma Beauty-Smith incrociò le braccia sul dorso e rifiutò la somma.

— Io non vendo cani, — fece.

— Oh! ma io compero, io! — fece l’altro. — Eccovi il danaro: il cane è mio.

Beauty-Smith, con le mani sul dorso, indietreggiò. Scott gli si avanzò contro, vivacemente, col pugno alzato, pronto a colpire, mentre Beauty-Smith si curvava prevedendo il colpo.

— Io ho tutto il diritto, — gemette.

— Voi siete venuto meno ai vostri diritti. Siete disposto a ricevere questo denaro? o debbo picchiare nuovamente?

— Bene, — si affrettò ad accettare Beauty-Smith, vinto dalla paura — prendo il danaro, ma protesto, — aggiunse. — Il cane è mio e mi viene tolto. Un uomo ha i suoi diritti.

— Giustissimo! — rispose Scott consegnandogli i biglietti. — Un uomo ha i suoi diritti, ma voi non siete un uomo, siete una bestia brutale.

— Aspettate che ritorni a Dawson! — minacciòBeauty-Smith. — Avrò la difesa della legge.

— Se fiatate soltanto, al vostro ritorno a Dawson, vi faccio espellere dalla città, avete capito?

Una specie di grugnito fu la risposta.

— Avete capito? — gridò Scott, in uno scatto di collera.

— Sì, — brontolò ancora Beauty-Smith, indietreggiando come prima.

— Sì, chi?

— Sì, Sir.

— Badate, vi morde! — gridò una voce tra la folla, e s’udirono delle grasse risate.

Scott, voltate le spalle, s’accostò nuovamente al compagno che spingeva Zanna Bianca verso la slitta.

Degli spettatori, alcuni si erano allontanati, altri rimanevano, formando dei gruppi che guardavano e chiacchieravano.

Tim Keenan raggiunse uno di questi gruppi.

— Chi è quel bel tipo?

— Weedon Scott, — rispose qualcuno.

— E chi è Weedon Scott, per tutti i diavoli?

— Uno di quegli indiavolati ingegneri delle miniere. Se la intende con tutti i pezzi grossi di Dawson. Se non volete dei grattacapi, è meglio che ve ne stiate alla larga, credete a me.

È in intimità con tutti i funzionarii; il Commissario dell’oro è come pane e cacio, con lui.

— Lo pensavo che era un personaggio importante, — disse Tim Keenan. — Perciò gli ho usato riguardo.


Back to IndexNext