PARTE TERZA

Raimonda ora, ogni tanto, spariva. Senza preavviso, senza lasciar detto nulla, partiva e rimaneva assente talvolta un giorno solo, talvolta tre o quattro giorni, talvolta anche una settimana.

Durante quelle assenze Alberto si aggirava inquieto e sdegnato tra lo studio e la casa in corso Umberto, covando dei foschi propositi di rottura e di vendetta; poi, non appena la rivedeva, pur trovandola sciupata e intristita, pur sentendo quasi di odiarla, ricadeva sotto al fascino di lei. Ella, d'altronde, non faceva più nulla per avvincerlo o ammaliarlo. Ormai lo teneva. Lo teneva colla forza speciale della donna non bella, della donna non giovane, della donna non buona. Lo teneva, soprattutto, colla forza incrollabile della donna che ha amato e che sembra aver cessato di amare.

—Tu non sei mia come una volta,—ansava Alberto, stringendola convulso.

—Ma che idea! Ma perchè?...—diceva lei, ravviandosi i capelli.

—Ti sento diversa... lontana... Una volta eri tutto fuoco e furore...

—Mio caro,—sorrideva lei, respingendolo con soave noncuranza e accendendo una sigaretta,—se avessi continuato ad amarti con fuoco e furore, tu a quest'ora mi detestavi e mi tradivi.

Alberto protestò, sdegnato; ma in cuor suo sentiva che forse ella diceva il vero.

—Già,—riflettè lei pensierosa;—voi uomini siete strani. Amarvi come voi volete è il modo più sicuro di farci disamare da voi. Perchè voi ci amiate noi vi dobbiamo tradire.

—Tradire!—disse lui, fissandola colle ciglia aggrottate.—Tradire!... Orribile parola! Orribile pensiero!

—Orribile, orribile!—assentì lei con un piccolo brivido e socchiudendo gli occhi verdognoli.—Per un uomo, non so; ma per una donna, certo, il tradire è una cosa infinitamente triste.

—Infinitamente infame!—esclamò Alberto.

Ella parve non udirlo. Fissava in lui lo sguardo un po' velato, un po' lontano.

—Ciò che per noi donne vi è di più triste e tragico nei nostri inganni,—continuò lei,—è l'impossibilità di riamare un uomo una volta che lo abbiamo tradito. Per quanto disperatamentepossiamo averlo un giorno amato, quando lo abbiamo tradito non lo amiamo più.

Alberto guardandola sentì una piccola stretta fredda al cuore.

—E questo è assai triste,—sospirò la donna, fissandolo collo sguardo trasognato.—È triste perchè rende vane tutte le sofferenze passate, tutte le gioie passate. Rende vano tutto.

—E perchè tradite, allora?—gridò il giovane, sdegnato, quasi rivolgesse quel grido a tutto il sesso frale e fatale.—Perchè tradite?

—Perchè?... Perchè?... Quando te lo dicessi non mi crederesti.—E china verso di lui gli prese la mano.—Vuoi conoscere la psicologia del nostro tradimento? Ebbene, sappi che noi donne non vorremmo tradire mai. Mai! Noi siamo per indole e per istinto delle creature tenere, fedeli, costanti, immutabili. Siamo «crampons» noi; non siamo vagabonde in amore. Quando amiamo un uomo, è per l'eternità.

Il giovane crollò le spalle con gesto incredulo. Ella continuò, veemente:

—Sì! noi amiamo con disperata angoscia, con incrollabile tenacia; amiamo con profondo spasimo di sentimento più ancora che disensualità. La donna che ama non conosce stanchezza, non conosce sazietà; si attacca, si avvinghia, si avviticchia; e non chiede che di restare nelle braccia dell'amante, chiusa sul suo petto, per sempre!

—Ebbene?

—Ebbene, l'uomo non vuole quella frenesia di passione, quel disperato abbandono che getta la femmina ai suoi piedi come uno straccio, senza ritegno e senza volontà. L'uomo rifugge dalla catena; ha terrore dell'immutabile, dell'indissolubile, dell'eterno.

—Ma no!—protestò Alberto.—Non è vero.

Ella alzò verso l'amante il viso sottile e sagace.

—Allora noi, quasi per rassicurarlo, per tranquillizzarlo, per convincerlo che questa nostra frenesia non sarà eterna, assumiamo verso di lui degli atteggiamenti frivoli; sfoggiamo capricci e volubilità. E poichè nella morsa della passione o l'uno o l'altro deve pel primo rallentare la stretta, allora... allora perchè non sia lui, siamo noi, noi che, disperate e straziate fingiamo di volerlo lasciare! Perch'egli non ci sfugga fingiamo di volergli sfuggire; perch'egli non ci tradisca fingiamo di volerlo tradire.

—Fingete?—esclamò Alberto con una risata amara,—Se vi limitaste a fingerlo!

—Sì; da principio fingiamo soltanto. Per inquietarlo, per destare la sua gelosia, per tenerlo e trattenerlo, mostriamo d'interessarci ad altri, d'incoraggiare gli altri, gli estranei, gli intrusi che ci sono perfettamente indifferenti, o anche perfettamente odiosi.

—Già,—fece Alberto ironico.

—E poi... e poi... visto che tutti gli uomini press'a poco si assomigliano e si equivalgono...

—Ma bene! bene!—proruppe Alberto, con un'aspra risata.

—... e visto che l'ammirazione altrui ci rialza il morale, ci rende più gioiose, più gaie, più padrone di noi... e quindi più padrone anche degli altri...

—Allora?

—Allora... per ridarci sicurezza, per renderci più affascinanti agli occhi di colui che amiamo, incoraggiamo il nuovo arrivato finch'egli, a sua volta, s'innamora di noi. Sempre—divagò Raimonda,—l'uomo s'innamora della donna che ha l'aria di promettere e di non voler mantenere, della donna che ride di lui e piange... non per lui!

—Avanti!—fece Alberto, coi denti stretti.—Avanti pure!

Ella continuò, senza badargli, fissi nel vuoto gli occhi d'acquamarina che parevano divenuti più glauchi e più profondi.

—E viene il giorno in cui (per dispetto o per disperazione? per vanità o per follìa? per ira o per dolore?...) cadiamo in quelle braccia che si aprono a noi, cerchiamo rifugio e conforto in quell'anima ignota!... E la bocca dell'amante nuovo soffoca sulla nostra bocca il singulto che prorompe per l'altro, placa nel nostro cuore lo struggimento per l'altro, spegne nei nostri nervi il desiderio dell'altro.

Alberto si sentì impallidire.

Ella continuò, quasi parlando a sè stessa:

—E quando ci siamo date a lui... ecco che—per un fenomeno misterioso della nostra anima—è di lui che siamo innamorate! Eccoci guarite di uno spasimo, e piombate in uno spasimo nuovo. Ecco il nuovo amante che ci strazia, ci tortura, ci dilania come ci aveva straziato e dilaniato il primo...

Tacque un istante; indi riprese:

—E l'altro?... il primo?... quello che fino allora abbiamo amato sino al delirio, sino alla follìa?... Egli per noi non esiste più. È caduto dai nostri desideri come una cosa morta. È diventato per noi un essere trascurabile e insignificante; nulla in lui cipiace più, nulla in lui ci agita o ci commuove. La sua passione ci stanca, la sua bramosia ci ripugna, le sue ire ci fanno sorridere, il suo dolore ci lascia indifferenti...

Vi fu un nuovo silenzio; poi ella volse all'amante il viso un poco impallidito:

—E così la catena continua. Così noi passiamo di amore in amore, di tradimento in tradimento; noi, che non vorremmo tradire giammai!

Alberto proruppe in un'esclamazione di sdegno.

—Facile teoria!

—Ah no! No! Non facile,—disse lei, e la sua voce si era abbassata di tono; era grave, vibrante, profonda.—No; è terribile, terribile non poter mairiposarenell'amore. Non poter mai amare con abbandono, con gioia, con semplicità! È terribile, terribile dover ricominciare sempre da capo la straziante tragicommedia della passione...

—Già—fece il giovane con un sogghigno.—A sentir voi, la donna tradisce l'uomo ... perchè l'ama!

—L'hai detto,—rispose lei senza sorridere.—La donna tradisce l'uomo perchè l'ama. E quando lo ha tradito non lo ama più.

Nello studio soleggiato Alberto, in camiciotto da lavoro, stretti i fianchi da una cintura di cuoio, i capelli scarmigliati sulla fronte, dipingeva. Sbatteva delle pennellate di cadmio schietto in viso a una figura legnosa, dalle ombre di un cerulo d'acqua-marina e l'intitolava: «Donna nel Sole».

Il campanello squillò ed egli colla tavolozza alla mano, andò ad aprire.

Due uomini stavano sulla soglia. Con viva sorpresa Alberto riconobbe l'uno e l'altro. Il più vecchio—un bell'uomo, alto, aristocratico, sulla cinquantina, era quello stesso che accompagnava Raimonda alla stazione la mattina della Domenica delle Palme. Nell'altro Alberto riconobbe tosto il giovane cieco che aveva veduto al Valentino a braccio di Raimonda. Sotto il feltro a larghe falde facevano due cupe macchie i grandi occhiali azzurri.

Alberto salutò sorpreso e un po' turbato.

—La importuniamo?—domandò il più anziano dei due, mentre l'altro si teneva fermo sul limitare in atteggiamento rigido.

—Ma no, no! Tutt'altro,—rispose Alberto.

—Mi chiamo Scotti;—disse il nobiluomo—e questo è mio figlio. Egli desidera parlarle.

—Entrino, prego!—E Alberto stese la mano per guidare nello studio il più giovane dei due; ma questi si ritrasse, tenendo sempre una mano sul braccio del padre.

—C'è qualcuno qui, da lei?—domandò con diffidenza, e la sua voce tremava un poco.

—Nessuno, nessuno!—lo rassicurò Alberto.

Allora i due, tenendosi a braccetto, entrarono.

—Segga, la prego,—fece Alberto, spingendo subito verso il giovane una grande poltrona. Ma quello non ebbe l'aria di accorgersene, e rivolto al padre gli disse a bassa voce qualche parola che Alberto non intese.

Volgendosi al pittore il marchese Scotti disse:

—Mio figlio chiede se Ella può concedergli qualche momento.

—Ma s'imagini!—fece Alberto, sempre più sorpreso.

Allora il vecchio signore salutò cerimoniosamente, e uscì.

Vi fu un breve silenzio tra i due giovani; indi Alberto spinse di nuovo verso il suo visitatore la grande poltrona di cuoio.

—La prego, segga!

Ma l'altro nuovamente si scansò.

—Grazie,—disse. E soggiunse con una risatina amara:—È curioso che a noi, ciechi, non è mai consentito stare in piedi, neppure un momento. Tutti, non appena ci scorgono, si affrettano a spingerci in una seggiola o una poltrona. È un fenomeno curioso...

—Perdoni,—fece Alberto un po' mortificato. E rimase anche lui in piedi, in faccia all'altro, turbato da quello sguardo che, pur essendo spento, sembrava fisso in lui.

Dopo un attimo di silenzio il giovane cieco riparlò.

—Ella conosce il mio nome? Mi chiamo Adriano Scotti.

—Felicissimo!—fece Alberto e stese la sua mano. Ebbe poi un momento di umiliata tristezza poichè l'altro non si era accorto di quel gesto. La mano gli ricadde lungo il fianco.

—Ella, se non erro—continuò Adriano Scotti,—sta facendo il ritratto di una signora... di una signora che io conosco...

—La baronessa Ferrari?

—No,—rispose l'altro, secco secco.—La signora...—esitò, quasi schivo di pronunciarne il nome;—la signora... Rosàlia...

Alberto lo interruppe.

—«Rosàlia»? No. Non conosco Rosàlie.

L'altro parve impazientirsi.

—Come no? Se me l'ha detto la signora stessa...

—Io non conosco alcuna Rosàlia,—ripetè Alberto.

—Lei—insistette l'altro, e la sua voce tremava ancor più,—sta dipingendo una Madonna che è il ritratto di una signora che io conosco.

—Ah! la Madonna di Laghet? Sì, è vero; mi sono infatti inspirato a una signora ... un'amica... Ma essa non ha posato per me. E non si chiama Rosàlia. Si chiama Raimonda,—concluse Alberto.

Il cieco crollò nervosamente le spalle.

—Raimonda o Rosàlia... è tutt'uno,—disse impaziente, e Alberto vide sopra gli occhiali azzurri aggrottarsi le fini sopracciglia. Subito si sentì preso da rimorso e da pietà; per un attimo aveva scordato la sventura del suo interlocutore.

—Ebbene?—chiese in tono di maggiore dolcezza:—dato che è così... in che cosa posso io servirla?

—Anzitutto,—disse il giovane a bassa voce, e un fiotto vermiglio gli salì alle tempia,—mi conduca dove posso...guardarequel ritratto.

Commosso, Alberto lo prese per mano e lo condusse nello studiolo attiguo, dove su di un cavalletto sorrideva blanda la sua Madonna di Laghet, una Madonna dagli oblunghi occhi verdi un poco sciupati, dalle fini narici sensuali, dalla socchiusa bocca che pareva ritoccata al cinabro di Dorin.

—Com'è?—chiese il cieco a bassa voce, e sporgendosi a toccare lievemente colla punta delle dita l'orlo della tela.—Me la descriva.

—È diritta in piedi; sulle spalle ha un manto d'oltremare,—disse Alberto a bassa voce contemplando l'opera sua, la suggestiva figura che di sacro non aveva nulla se non la tenue, nebulosa aureola vagamente accennata dietro alla fine testa moderna.—Ha il sole nei capelli e l'ombra negli occhi. Tiene tra le mani, con sussiego, un teschio, un teschio giallolino chiaro...

—Perchè un teschio?—esclamò il giovane.

—Ma sapete pure,—rise Alberto—in pittura... un buon teschio fa sempre bene. D'altronde se gliel'ho messo tra le mani—soggiunse,fissando pensieroso il suo quadro—è perchè l'ho proprio veduta così.

—Veduta così? Dove? Quando?

—È venuta qui un giorno, e ha veduto sullo scaffale un teschio. L'ha preso, l'ha tenuto tra le mani... così... per un poco. Poi l'ha baciato...

—Dia qui, dia qui,—interruppe l'altro, stendendo le mani vagamente nel vuoto.—Dia anche a me.

Alberto obbedì; prese dallo scaffale il teschio gialliccio e glielo pose nelle palme. Subito le dita lunghe del giovane lo sfiorarono cercando le vuote orbite degli occhi.

—Anche tu, anche tu sei cieco,—mormorò, chino sul lugubre oggetto;—sei cieco e sei più spaventoso di me. Eppure, ella ti ha baciato!—E abbassando il capo poggiò la fronte sul lucido cranio glabro. Così inclinato non gli si vedevano più gli occhiali, non si vedeva che il giovanile capo adorno di bruni capelli ondeggianti.

E Alberto pensò:

—Che bel quadro, macabro e suggestivo!

L'altro alzò la fronte lievemente arrossata.

—E forse... forse siete cieco anche voi,—disse al pittore—cieco più di me, e più di questo!

Alzò le mani col teschio tondo e biancheggiantefra le dita. Poi indicando con un cenno del capo la tela:

—Non è, di noi tre, che lei... che lei che vede chiaro!... Noi brancoliamo nel buio. Essa ci guarda... e ride.

Gli sguardi di Alberto andarono dalle vuote occhiaie del teschio agli occhiali azzurri del giovane, e da quelli alle glauche iridi della donna dipinta. Un profondo turbamento, un turbamento come di sogno lo teneva.

Poi mosso da un profondo irresistibile impulso si sporse in avanti verso il pallido giovane; e sopra quel simbolo di morte che li separava, lo baciò in fronte.

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Allorchè, un'ora dopo, il marchese Scotti venne a prendere suo figlio, i due giovani si lasciarono con una lunga stretta di mano.

—È promesso?...—chiese Adriano, fermo sul limitare.

—È promesso,—rispose Alberto, a voce bassa.

E la promessa fu mantenuta.

Rivedendo Raimonda quella sera stessa, Alberto le narrò la visita ricevuta, e soggiunse:

—Egli ti prega di andare a trovarlo a Muralto. Te ne supplica. Io ho promesso per te, che ci andrai.

—Tu!... hai promesso per me?—Ella lo fissò con uno sguardo strano.

—Sì, ho promesso,—fece Alberto con l'espressione testarda di un fanciullo ostinato.—Mi ha detto che non lo ricevi quando viene a cercarti, che non rispondi quando ti scrive... Era molto infelice.

Raimonda lo fissava collo sguardo gelido e il sorriso cattivo.

—Sta bene. Poichè sei tu, proprio tu, che me lo chiedi, andrò.

E stringendo le labbra in una linea dura, mise fine alla conversazione prendendo un libro dalla tavola.

—È uno sventurato,—continuò Alberto dopo un silenzio. E per debito di coscienza insistette:—Andrai domani?

—Sì, sì; andrò domani. All'alba,—fece lei, ironica.

—No. Perchè all'alba? Va nel pomeriggio,—disse Alberto.—Ed io, verso sera, verrò a prenderti.

Stese la mano ad accarezzare le dita di Raimonda, strette come una piovra bianca intorno alla copertina del libro.—Farai una buona azione,—soggiunse un po' commosso.

—Sì, sì, sì—disse lei,—e si alzò. Gli battè leggermente la mano sulla spalla in quel gesto di indulgente superiorità che al giovane spiaceva assai, e lasciò la stanza.

All'indomani mattina, allorchè Alberto si recò a chiedere nuove di lei, gli dissero che alla prim'ora ella era partita.

Cadeva già il crepuscolo—un grigio crepuscolo autunnale—quando Alberto all'indomani scese alla stazione di Muralto e prese la biancheggiante via maestra che conduce in breve salita al Pian del Cigno e alla vecchia villa dei marchesi Scotti di Castellazzo.

Riconobbe l'entrata del parco descrittagli dal giovane, decifrò il nome sul cancello; lo schiuse ed entrò. Il giardino era triste e incolto, le aiuole senza fiori, il viale maculato e molle di vecchie foglie infradiciate.

Per quanto Adriano Scotti gli avesse descritto lo stato di rovina in cui era caduta la vecchia dimora patrizia della sua famiglia, nobilissima ma ormai quasi povera, Alberto provò un senso di sconforto, quasi di sbigottimento, davanti alla decadenza e l'abbandono di quel luogo. Si avanzò a passi lenti, spiando le finestre: nessuna di esse era aperta o illuminata.

I suoi passi non fecero rumore sulla superficie umida e fangosa del viale; ma quasi subito, sulla porta della villa, in cima allabreve scalinata di marmo, comparve la figura smilza del giovane cieco.

—Chi c'è?—domandò con la voce giovanile un po' vibrante. E subito ripetè con tono inquieto la domanda:—Chi c'è?

Alberto rallentò il passo.

—Sono io.—E pronunciò il suo nome.

—Ah!—fece il giovane, e rimase immobile sulla soglia.

Così ritto e immoto sullo sfondo nero della porta, aveva qualcosa di macabro e di spettrale, con quei due grandi cerchi scuri al posto degli occhi.

Alberto si avvicinò un poco titubante.

—Sono venuto a cercare... la signora... Mi ha pregato di venirla a prendere e riaccompagnarla in città.

Il cieco trasalì. Indi disse con tono aspro:

—Non è qui.

—Non è qui?—esclamò Alberto, fermandosi ai piedi della breve scalinata.—Ma come... non è qui?

—No. Non è venuta.

Alberto lo fissò stupito.

—Eppure... è partita di casa stamattina.

L'altro si strinse nelle spalle.

—Ah? è partita?—Ebbe un'amara risata. Poi chiese:—Vuole entrare?—E si trasse in disparte per lasciar libero il passo.

Alberto salì i quattro scalini ed entrò nella casa.

Adriano lo precedette camminando spedito e sicuro in quell'ambiente a lui noto. Traversarono la vasta anticamera buia e fredda; indi il giovane cieco aprì la porta di un salone, vasto anch'esso e buio e desolato.

—Non vorrei disturbare...—mormorò Alberto, esitando sul limitare.

—Entri, entri!—fece l'altro con una lieve nota d'impazienza; e Alberto obbedì.

Il cieco chiuse la porta, e Alberto si guardò intorno. La grande stanza, invasa dal crepuscolo e drappeggiata alle due finestre da ampie tende, era quasi buia. Già, pensò con mestizia Alberto, di questo il suo giovane ospite non si accorgeva!

Con una stretta di pietà al cuore Alberto obbedendo a un breve—S'accomodi!—depose sul divano cappello e soprabito. Indi sedette in una poltroncina accanto al caminetto spento.

Adriano Scotti prese posto in faccia a lui vicino al tavolo, e sedette appoggiando il gomito e velandosi la fronte colla mano.

Dopo un breve silenzio parlò:

—Che cosa le ha detto ieri Rosàlia?—domandò a bassa voce.

—Che sarebbe venuta qui stamane.

—È tutto il giorno che l'aspetto.—E il giovane alzò nella penombra il triste viso mutilato, fatto più bianco per le due chiazze scure dell'orbite.

Un'onda di tristezza immensa invase il cuore di Alberto. E alla tristezza si mesceva un senso di disgusto, di nausea della vita, di orrore di sè, e di costui, e della donna che li faceva soffrire entrambi.

—Crede che verrà ancora?—chiese l'altro e la sua voce pareva quella di un bambino malinconico e pauroso.—Crede che verrà? Poichè le ha detto di venirla a prendere?...

Alberto non rispose; e i due sedettero immobili, silenziosi nel buio.

D'un tratto Alberto trasalì. Aveva udito dei passi nell'andito. Ma il suo compagno scosse malinconicamente il capo.

—No. Non è lei.

Si bussò alla porta. Nessuno dei due rispose; allora l'uscio si aprì e sulla soglia comparve una contadina con una candela accesa in mano.

Parve stupita di vedere l'estraneo.

—La cena è pronta, signor Adriano,—disse.—Non vuol mangiare?

Quegli rispose:—No!

La contadina rimase, un po' perplessa, sulla porta.

—Non le occorre niente?

Il cieco ripetè:—No.

Gli occhi della donna vagarono incerti dal padrone allo sconosciuto visitatore.

—Vogliono il lume?

Stavolta fu Alberto che, visto il silenzio del suo compagno, rispose:—No!

Un'altra breve pausa, poi la donna disse:

—Allora me ne vado?

Nessuno le rispose, ed ella, dopo un istante d'incertezza, richiuse l'uscio e si allontanò.

Si udirono i suoi passi aggirarsi per la casa, indi il cigolio della porta d'uscita; un fruscio sul viale... poi più nulla.

E di nuovo il silenzio cadde sui due uomini seduti in quella stanza ormai completamente immersa nell'oscurità.

Ad Alberto pareva di essere piombato in un fantastico sogno pauroso; gli pareva di essere cieco anche lui, trascinato dal suo compagno silente in un nero abisso di tristezza.

Finalmente, quando i suoi nervi non poterono più reggere alla tensione di quel silenzio, egli si scosse e si alzò.

—È inutile che io aspetti,—disse.—Certo non verrà più.

E come un'eco più triste gli giunse nel buio la voce del suo compagno:

—Non verrà più.

E d'un tratto sentì che quello si abbatteva colla fronte sul tavolo e piangeva.

Allora stese la mano cercando quella del giovane. La trovò; era madida e fredda.

Scosso da un profondo sgomento, Alberto mormorò:

—Ditemi che cosa posso fare per voi?

Ora l'altro piangeva davvero; piangeva come un bambino, scosso da disperati singulti. Alberto si chinò e gli cinse la spalla col braccio.

—Ditemi, ditemi che cosa posso fare?

—Restate qui!—mormorò l'altro.—Restate con me! Non mi lasciate. Ho paura, qui, solo nel buio, coi miei ricordi... coi miei terribili ricordi...

E per tutta la notte Alberto restò con lui, nel silenzio, nella solitudine, nell'oscurità.

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Nelle ore che precedono l'alba, quando la vitalità è più bassa, più profondo lo spavento della vita e il bisogno di aggrapparsi a un'altra anima, fu Alberto che, tenendo stretta la mano del compagno, narrò la sua angosciante vicenda di passione.

—... Ed io non so,—concluse,—non so perchè l'amo! Non so neppurese l'amo. So che soffro, soffro...

Allora l'altro, a sua volta, parlò:

—Ascoltami. Io, cieco, ti aprirò gli occhi.

—Io conobbi Rosàlia (da voi si fa chiamare Raimonda?...) quattro anni fa.

Io allora ci vedevo.

La trovai al letto d'agonia di un giovane ch'era stato mio compagno di scuola: Angelo Silvani. Forse ne avete sentito parlare: era quel violinista che si avvelenò, così drammaticamente, durante un suo concerto... tra un pezzo e l'altro... Ricordate? Tutti i giornali ne parlarono.

Non so perchè egli volle quella fine orribile e sensazionale. Non so perchè Rosàlia si trovasse presente alla sua agonia. Essa non me l'ha mai detto. So che, vedendola per la prima volta a quel capezzale di moribondo, ella non mi piacque; la trovai quasi brutta, insignificante, trascurabile.

La sera che Angelo spirò eravamo in molti vicino a lui. Ella d'un tratto diede un urlo e mi cadde svenuta ai piedi. Mio padre ed iola portammo a casa sua; e all'indomani andammo a chiedere sue nuove. Io vi tornai l'indomani ancora, e i giorni susseguenti.

Probabilmente ero anch'io, agli occhi suoi, un essere nullo, insignificante, trascurabile. Certo non avevo alcuna qualità speciale e impressionante; non ero nè molto brillante, nè molto bello, nè molto ricco. Ero come tanti; ero come tutti. Ero giovane, null'altro. Studiavo legge senza eccellere; facevo della musica mediocre; scrivevo dei brutti versi. Ero insomma un giovinotto qualunque.

Come avvenne che quella donna si accorgesse di me, si incapricciasse di me? Non lo so. So che d'improvviso mi trovai afferrato da lei, ammaliato da lei, dominato da lei. Ella mi vinse, mi cinse, mi avvinse a lei con subdole arti, con sortilegi malefici. Versò alle mie labbra il filtro delle più raffinate lusinghe, delle più ricercate perversità...

Ed io, pur ribellandomi, pur riluttante, pur non amandola—anzi, detestandola quasi!—divenni suo schiavo, cosa sua.

Ed io, pur ribellandomi, pur riluttante, mai, nè un giorno, nè un'ora, nè un attimo di felicità.

Era una tortura la sua passione. La sua ferocia, la sua gelosia, financo la sua lussuria, così macabra e morbosa, mi martoriavanola carne e lo spirito. Essa era un'amante spaventosa, mostruosa.

Aveva sopratutto la fissazione, l'ossessione continua della sua età, del suo declinare fisico a raffronto della mia giovinezza.

La mia giovinezza! era per lei un delitto. Pur essendo la fonte unica della sua passione per me, ella la odiava e la temeva.

—Come sei giovane! come sei giovane!—sospirava in un singulto, carezzandomi la fronte.—Che meraviglia!...—E poi, abbassando la voce:—E che orrore! ah, che orrore!...

E si abbatteva su me con una frenesia in cui vi era quasi dell'odio.

Era costantemente preoccupata della sua apparenza, del suo aspetto di fronte a me.

—Non guardarmi, non guardarmi!—esclamava sovente, quando io rivolgevo gli occhi a lei.—Vorrei che tu non mi vedessi!

E soggiungeva piano:—Vorrei che tu...non ci vedessi!

Questa idea divenne una manìa, una fissazione. Non volle ricevermi che di sera. Ci incontravamo quasi sempre nelle tenebre. Se arrivavo di giorno ella teneva chiuse le imposte e abbassate le tende; poi, anche di sera velava di rosso cupo i lumi; o li spegneva.

Io ne soffrivo. Aborrivo tutto quel buio.

—Anch'io, anch'io—esclamava lei—lo aborro! Vorrei vederti, vorrei guardarti! Vorrei bere con gli occhi la tua bellezza... Ma tu, tu non devi vedere il mio triste volto sfiorito!

Talvolta mi implorava, umile e lusinghiera:—Tieni chiusi i tuoi occhi, ed io lascerò entrare la luce. Ma tu, tieni chiusi gli occhi...

Ed io, docile, chiudevo gli occhi.

Allora la udivo spalancare finestre e imposte; poi sentivo su di me fisso e intenso il suo sguardo: pareva che mi bruciasse, che mi lambisse come una fiamma.

—Ah! come sei bello! come sei bello!—E si avventava sulla mia bocca con una furia di passione, togliendomi il fiato, bevendomi l'alito con lunghi singhiozzanti respiri.

Allora se io schiudevo le palpebre, subito su di esse si abbatteva la sua mano, la sua mano fresca e leggera, ma inesorabile. E sentivo nella sua bocca il rauco singulto:

—No! no! Tu non devi guardarmi! Vorrei spegnere il tuo sguardo perchè non mi vedessi più.

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Talvolta ella m'inebriava non solo della sua perversa e raffinata lascivia, ma ancora diliquori strani, di bevande esotiche e sconosciute, di droghe stupefacenti od eccitanti. E a me pareva di vivere di una vita chimerica, inverosimile, rimossa dall'elementare esistenza quotidiana. Mi pareva di raggiungere altezze di lussuria e abissi di depravazione riservati a pochi esseri umani, privilegiati ed eccezionali.

Un giorno fui invitato da un amico, Ignazio Weill, ad una festa in casa sua. Weill era stato anch'egli, come Silvani, mio compagno di scuola e d'università; laureati, io in legge e lui in medicina, ci eravamo da qualche anno perduti di vista. Da studenti lo chiamavamo «Ignis» o «Ignatius... Fatuus», perchè ogni momento ci annunciava qualche sua idea straordinaria, qualche sua «trovata luminosa» che poi per lo più si spegneva nel nulla.

Ed ecco che dopo aver vagabondato un paio d'anni per l'Europa e l'America egli ricompariva tra noi e invitava gli amici di un tempo all'inaugurazione di un lussuoso alloggio e di uno studio magnifico in Piazza Cavour.

Egli annunciò che avremmo veduto anche una installazione misteriosa e speciale in cimaalla sua casa, una specie di «Roof-garden» all'americana.

«Vedrai, caro Scotti», mi diceva nel suo biglietto d'invito, «vedrai gli splendori di questa mia nuovissimaidea luminosa!».

E aggiungeva un poscritto:

«Porta teco amici... e amiche!».

Alla sera fissata Rosàlia dichiarò che sarebbe venuta con me. Questo mi stupì, poichè di solito non voleva uscire; nè le piaceva vedermi in compagnia d'altri. Ella, come la maggior parte delle donne innamorate, aveva creato intorno a me il completo isolamento.

Non vi era che Pierino Alessi, un innocuo giovane, mezzo esaltato, mezzo deficiente, che fosse ammesso talvolta ai nostri incontri. Anche a questa festa egli si accompagnò a noi.

Rosàlia in quella sera fu bella come io non l'avevo veduta mai. Non so a quali arti avesse ricorso, o se era soltanto la passione e l'allegrezza,—e un meraviglioso vestito tutto a squame d'argento—che la trasfiguravano così. Certo è che la nostra entrata nelle sale di Weill fu trionfale.

Già ferveva il frastuono e la giocondità; un'orchestrina pseudo-boema strepitava inascoltata tra le risa e i clamori.

Weill, lungo, magro, un po' spiritato, ci diede con esuberanza il benvenuto.

Vi erano poche donne, e me ne rallegrai per Rosàlia che le detestava cordialmente.

Si cenò in un frastuono di conversazione allegra; e sul finire avevamo tutti bevuto troppo, fumato, parlato e riso troppo.

Weill, seduto a capo tavola, si lanciò in una lunga dissertazione scientifico-poetica a cui nessuno diede ascolto; già, eravamo esaltati ed eccitati dai vini, dalle sigarette drogate e dalla nostra esuberanza stessa.

Tentando di vincere il frastuono, egli ci spiegò che mancava all'umanità un rimedio universale, un vero antidoto contro tutti i mali. Ora, questo specifico miracoloso, lui, la Germania e l'America insieme, l'avevano trovato.

Naturalmente, l'idea era sua; i tedeschi l'avevano concretata e applicata, e gli americani l'avevano sfruttata.

Mercè questa scoperta non solo egli diventava milionario, ma l'Italia, ma l'umanità intera si prostrerebbe ai suoi piedi in una frenesia di ammirazione e di riconoscenza.

—E sapete di che cosa si tratta? Sapete che cos'ho, io, imprigionato quassù sotto al tetto?Il sole!In una lampada a mercurio in quarzo io ho fabbricato... il sole artificiale!

Noi urlammo ed applaudimmo. Ed egli continuò:

—Voi sapete della scoperta di Erlangen... avrete pur sentito parlare di Erlangen...

—Sì, sì!—gridammo noi, che non sapevamo se Erlangen fosse una persona o un paese.

—Ebbene, voi sapete che a Erlangen oggi si esperimenta coi raggi Roentgen portati alla potenza di trecento mila volts, e che si scioglie un tumore in tre giorni invece che in sei mesi. Ebbene, quei raggi, come d'altronde anche quelli del radium, non hanno che un'azione puramente locale. Ma i miei raggi, i miei portentosi raggi ultra-violetti, agiscono su tutto l'organismo! Io posso con essi guarire ogni morbo che affligge l'umanità.

—Ed ora—terminò con voce stentorea—à la tour de Nesle!...A miracol mostrare!... Venite, venite a vederla, questa mia ultima sublime idea luminosa!

Lo seguimmo sul pianerottolo e su per le scale, ridendo sgangheratamente, inciampando e barcollando. Rosàlia stretta al mio braccio rideva, rideva anche lei, bella e sguaiata, colla bocca aperta e gli occhi socchiusi.

—Silenzio!—comandò Weill, fermandosi davanti a una grande porta chiusa.

Indi, con ampio gesto, ne spalancò i due battenti.

Buio completo!

Noi scoppiammo in rinnovate risa. Bella! Bella l'idea luminosa di Weill!...

Ma ecco da un angolo, e poi da un altro, e poi da tutte le parti un subitaneo crepitìo e scintillìo! Ecco, nel nero dello stanzone, accendersi di qui, di là, da tutte le parti, dei lumi color di rosa, d'un rosa violaceo, tenero, meraviglioso. Per un attimo parve che le quattro pareti della stanza fiorissero di rose fiammeggianti, raggiassero di rubini incandescenti.

Stupiti, trattenevamo il respiro.

Poi le luci rosate si spensero d'improvviso, e la banale luce elettrica, bianca, cruda e sgargiante ricomparve.

Noi profani ascoltammo allora le spiegazioni dell'amico: le rose accese erano i raggi ultra-violetti dello spettro solare; questi raggi, dosati con precisione, avevano la facoltà di distruggere ogni bacillo, e quindi di guarire ogni male. Applicando a qualsiasi parte inferma del nostro corpo per pochi minuti i tubetti di vetro traverso i quali passava il raggio miracoloso, la guarigione, dopo poche applicazioni, era compiuta.

—Avete la tosse?—gridò Weill,—applicateal petto questa placca di vetro!—E staccò dalla parete un vetro foggiato come una cassetta quadrata e leggermente concava, vi fece brillare la luce rosata e se l'applicò allo sparato della camicia.

—Avete una gastralgia?—Staccò un'altra placca di vetro più grande e se la poggiò sull'epigastro.—Avete un raffreddore?—Due sottili tubetti di vetro s'illuminarono della tenue luce calda ed egli se li introdusse nelle nari.—Vi cadono i capelli?—Accese sopra alla sua testa una grande cappa tonda di luce rosata.—Mettetevi qui sotto per sette od otto minuti ogni giorno, e in un mese avrete una chioma da Assalonne. Avete tumori? escrescenze? cancri? Coi raggi ultra-violetti estremi tutto si guarisce.

Noi, ridendo, ma pure colpiti dalle sue asserzioni, giravamo, accendendo qua e là nei tubi di vetro la luce miracolosa.

—Attenti!—urlò Weill.—Non toccate! Non fissate a lungo gli occhi in quella luce! Vi accecherebbe.

Impressionati ci ritraemmo. Indi felicitando Weill, con applausi, scherzi e risa, ridiscendemmo le scale e tornammo giù alla musica, alle bevande, al fumo e al profumo della grande sala a pian terreno.

Vi ritrovammo Pierino Alessi che non si era staccato dal pianoforte e lo schernimmo, rimproverandogli la sua inerzia e incredulità. Ma egli, scettico e indolente, crollò le spalle; e continuò a modulare le sue barocche dissonanze finchè l'orchestra boema, avendo cenato, rientrò e affogò coll'assordante «jazz» le querule note del pianista.

Poi Lo Cursio suonò l'oboe, Clerici diede un'audizione di tamburo, Marchesini ululò dei canti negri e la piccola Ralli, la greca amica di Weill, eseguì la sua famosa «Danza di Tanagra», fra gli scroscianti applausi della baraonda.

Rosàlia rideva come gli altri e con gli altri; ma era impallidita e la sua bellezza di poc'anzi si era spenta.

Io conoscevo quell'improvviso spegnersi della bellezza sul suo volto di donna non più giovane! Appariva stanca e rilassata. Sulle guancie le si erano scavati due solchi, gli occhi s'erano infossati, e anche il collo pareva smagrito. Sembrava tutta improvvisamente avvizzita e sgualcita.

Con un sorriso forzato rivolse a Weill quel suo volto dolente.

—E il vostro rimedio miracoloso? Guarisce anche il male... del tempo?

—Del tempo? Ma il tempo non esiste!—rise Weill.—È una convenzione; è una relatività. Noi c'infischiamo del tempo e dello spazio! L'unica dimensione che ancora va abolita è... la distanza...

E cingendo la vita alla danzante Ralli la trasse violentemente a sè e la baciò sulla bocca.

Rosàlia si volse a me che le stavo accanto, e mi guardò. Era pallidissima. Il suo volto era contorto in uno spasimo; i suoi occhi fiammeggiavano in una specie di frenesia.

Io che la conoscevo, compresi quello sguardo: ella non avrebbe voluto ch'io vedessi quel bacio! L'idea che, in mia presenza, un'altra donna all'infuori di lei potesse accendere il desiderio di un uomo, chiunque egli fosse, la rendeva convulsa, folle, disperata.

... Ella mi fissava, ansante, con quella furia di passione che pur rendendola più conturbevole la imbruttiva.

Quasi mi leggesse in viso tale pensiero, ella allungò d'un tratto la mano, e col suo gesto così noto, mi coprì gli occhi:

—Non guardarmi! non guardarmi!—singhiozzò.

Io le afferrai il polso, e allontanando dalle mie palpebre quelle sue dita febbrili, gliele baciai e le morsi, ebbro ed aberrato.

—Ah!—fece ella in un singulto che si perdette nel clamore che ci attorniava,—vorrei, vorrei... non so che cosa vorrei!... Ma mi pare che darei la vita perchè tu non mi vedessi più, mai più! E perchè tu non vedessi...—i suoi sguardi si fermarono su Ralli, ridente e riversa tra le braccia di Weill—ah! soprattutto perchè tu non vedessi mai nessun'altra donna!

Io l'ascoltavo smarrito, titubante, con la testa in fiamme. Non so che cosa essa volesse dire, non so che cosa io volessi fare. Certo ero ubbriaco, ero completamente ubbriaco.

—Tu vorresti... vorresti?...—balbettai. E tacqui.

Come un'eco uscì dalla sua bocca anelante e aperta:

—E tu?... Vorresti?... vorresti?...

Un immenso brivido mi scosse. Le afferrai il gracile polso.

—Dillo! dillo il tuo pensiero! Spaventosa e iniqua creatura!... dillo... dillo ciò che vuoi... dillo ciò che tu pensi!

Ella taceva, fissandomi colle pupille dilatate. Un fiotto vermiglio le correva sotto la pelle. Era tornata bella; era tornata subitamente meravigliosa e magnifica.

—Io farò tutto ciò che vuoi. Capisci? Tutto ciò che vuoi!

Ella ebbe un singulto estatico.

—Ah, se fosse vero! Se tu mi amassi...fino a quel punto!

Come colpito dalla folgore compresi. Mi volsi e mi guardai intorno. Vidi Alessi; s'era rimesso al pianoforte e tempestava degli accordi stonati, il capo gettato all'indietro e gli occhi chiusi.

Io lo afferrai pel braccio. Non connettevo, non ragionavo... delle idee confuse e folli mi turbinavano nel cervello. Sentivo che, da solo, non avrei osato...

—Alessi! vieni,—gridai, e il singulto dell'ubbriachezza mi rompeva la voce.—Vieni a vedere le meraviglie di Weill!

Lo trascinai fuori e su per le scale. Barcollavamo e inciampavamo ad ogni passo, ebbri qual'eravamo tutti e due. Io gli stringevo il braccio come in una morsa, gridando delle parole insensate e sconnesse.

—Il rimedio... il rimedio a tutti i mali... vieni! vedrai!...

Giunti all'ultimo pianerottolo spinsi con violenza il battente della grande porta, e il laboratorio si aprì davanti a noi, nero come una caverna.

Brancicando, con mosse confuse, cercai gli interruttori della luce mentre coll'altra mano attanagliavo il braccio magro di Alessi.

Questi si divincolava gemendo:—Cosa fai? cosa fai? Lasciami andare!

Abbandonai il suo braccio. Avevo trovato l'interruttore e fatto scattare la luce elettrica. La rispensi subito. Avevo scorto gli altri interruttori—quelli della luce rosa!

Li girai.

Ed ecco raggiare nel vasto vano, di qua, di là, da tutte le pareti, quelle stelle color di viola rosato, a un tempo dolci e violenti.

Traversai barcollante e precipitoso la stanza. Sentivo il pavimento sollevarsi e abbassarsi in ondate alterne sotto ogni mio passo. Mi lanciai verso il fondo della sala verso la grande placca che Weill aveva acceso per la prima... Ardeva, ora, appeso alla parete, il gigantesco ciclame incandescente; brillava di un fuoco vivido e soave, che mi faceva pensare a un torrente di rubini sciolti nel latte.

Lo staccai dal muro tenendolo nelle mani, quel portentoso e spaventevole gioiello.

—Eccolo, Alessi, eccolo il rimedio a tutti i mali!... Il male degli occhi, sai qual'è? È la vista! La vista delle cose belle che ci stordiscono, la vista delle cose laide che ci disgustano,la vista delle cose tristi, delle cose triviali, delle cose nefande!...

Urlavo così, fissando nel fulgore cremisi i miei occhi sbarrati. Ora nelle mie pupille si accendevano sprazzi di rosa... s'infiggevano pugnalate di rosa... il mondo era un immenso incendio rosa!...

E adesso intorno al rosa appariva un cerchio viola, d'un viola cupo, d'un viola folle, d'un viola non mai veduto!... Ed ora mille altri colori balenavano saettavano sprizzavano intorno a me. Ero circondato di fuoco multicolore, di fuoco verde, di fuoco bianco, di fuoco nero... e traverso tutto questo balenìo questo lampeggìo questo sfolgorìo policromo, sempre delle pugnalate di rosa mi si figgevano nelle pupille...

D'improvviso tornai in me. Con un urlo volli distogliere lo sguardo da quella voragine rosata; non potevo; le mie pupille erano inchiodate, avvitate a quel rutilante braciere.

Sentii Alessi che gridava:—Cosa fai? Vieni via, vieni via!

L'universo turbinò...

Udii delle grida, degli urli, udii... non so che cosa...

Caddi in avanti, prono, colla faccia in quel barbaglio rosa, colla faccia sulla lastra accesa... spezzandola!

(Alberto ascoltava inorridito. Avrebbe voluto non udir più; avrebbe voluto non vivere più.

Lontano nella notte un cane abbaiò ed ululò nell'alto silenzio della campagna deserta.

E Adriano riprese il suo racconto.)

—Quasi prima ch'io riavessi il senso di esistere, ebbi il senso del dolore. Era un dolore atroce, lancinante, al capo, alla fronte, alle tempia.

E accanto al senso del dolore vi era il senso della paura: una paura frenetica, delirante... non sapevo di che.

Ma ecco—fluttuante, scomposta, sconnessa, come lacerata in mille brandelli—mi ritornò la memoria.

I raggi....la placca di vetro... Rosàlia... Weill... l'ultra-violetto estremo... Alessi...i raggi...i miei occhi!...

I miei occhi!... Ora li aprirei.

I miei occhi!... Ora m'accorgevo che tutto il dolore—quel terribile dolore, quel senso atroce di schianto come se mi si frantumassero le ossa della fronte!—era nei miei occhi.

Adesso li aprirei.

Ma ecco di nuovo il senso di terrore... un terrore mostruoso che mi prendeva alla gola, soffocandomi.

Con un urlo mi rizzai a sedere, stesi le braccia—sbarrai le palpebre...

E vidi!Vidi.

Nella penombra della camera—la camera di Rosàlia—delle figure, delle ombre stavano intorno a me. C'era Weill, e mio padre, e degli sconosciuti... e Rosàlia... Stesi la mano a lei; ella si precipitò verso di me e cadde a ginocchi accanto al letto.

Gli altri sparirono; svanirono come spazzati via in una nebbia. Non rimase che Rosàlia... e il dolore. Il dolore, lancinante, trafiggente, nelle mie tempia e nelle mie pupille.

—Iddio! Iddio, siete buono!—gridava Rosàlia, singhiozzando e ridendo e baciandomi la fronte, i capelli, le mani.—Adriano ci vede! Adriano mi vede! Dimmi, dimmi, Adriano, che mi vedi!

—Sì! sì... ti vedo!—sospiravo affranto.

Ma lei non si calmava; tutta scossa da brividi e singhiozzi, col volto vicino al mio, mi serrava le tempia tra le mani.

—Guarda!—ansava,—guarda tutto, guarda tutto! Guarda fuori, guarda il cielo!

—Dimmi che vedi! che vedi!—E cingendomicol braccio, mi sollevava perchè io vedessi dalle finestre aperte la chiazza azzurra del cielo.

Smarrito, angosciato imploravo:

—Lasciami riposare. Non agitarmi! non agitarti così!...

Ma lei insisteva, tutta scossa da un brivido che io non comprendevo:

—Guarda!... guarda tutto!...

E se appena io mi assopivo, esausto, ella si slanciava su me con un grido:

—No! Non dormire, non dormire!Non chiudere gli occhi!

Io non comprendevo quel suo terrore; non sapevo perchè mi guardasse con quell'aria stralunata; non sapevo che cosa ella temesse ancora.

Così passarono delle ore. O dei giorni? o dei secoli? Non lo so. Weill e un altro dottore non vollero ch'io m'alzassi. Erano sempre al mio capezzale, scrutandomi con sguardi inquieti.

Io non comprendevo il perchè della loro inquietudine. Ormai stavo bene; appena qualche rara fitta di dolore alle tempia e all'occipite, un vago dolore indeterminato mi rammentava l'orrenda follìa di quella sera...

Una notte—la sesta o settima, forse—m'addormentai tardi. Ma quando mi svegliai era notte ancora; notte fitta. Tuttavia sentivo qualcuno—certo era Rosàlia—muoversi pianamente nella camera. Il suo passo leggero mi aveva forse destato?

—Rosàlia, sei tu?

—Sono io. Adriano!...—La sua voce era un ansito, rauco, irriconoscibile.

—Che fai?

Un silenzio.

—Rispondi. Che cosa fai, così nel buio?

Ancora silenzio.

E dentro di me e intorno a me qualcosa di orrendo, di indescrivibile, che mi fece gelare il sangue.

Con un urlo scattai a sedere sul letto.

—Accendi!

La mia voce era un ruggito.

Allora in quel buio Rosàlia si mise a strillare. Strillava come una creatura che si sgozza. Ed io, seduto nel letto, cogli occhi spalancati fissi nel nulla, sentivo dei brividi di gelo percorrermi a ondate il corpo, increspandomi le carni.

Lei non cessava dal pazzesco stridìo. Sentii le porte che si aprivano; dei passi affrettati; la voce di Weill, altre voci...

—Accendete! accendete! accendete!—urlavo smaniando, cercando colle braccia, con le mani, colle unghie di lacerare il buio che era intorno a me e ch'io sentivo avvolgermi, avvilupparmi come tanti fluttuanti brandelli di stoffa nera. Quel buio, come una cosa molle, morbida, mostruosa s'addensava intorno a me, a me solo... Sì! Io solo ero nel buio. Al di là dei mille drappi neri che mi circondavano, gli altri erano nella luce, gli altri ci vedevano, gli altri si vedevano... gli altrimi vedevano!

Vedevano i miei gesti scomposti, le mie braccia, le mie mani brancicanti... Atroce pensiero! Vedevano la mia faccia convulsa, frenetica. Dovevo essere orribile a vedersi, irrigidito e grottesco, colla bocca spalancata, con gli occhi sbarrati e spenti...

(Alberto, ascoltando le parole del giovane si sentì irrigidire e gelare anch'egli. Anch'egli aveva la bocca aperta e gli occhi spalancati nel buio della notte ancor fitta.

E cercava d'imaginarsi che cosa sarebbe il rimanere in quella tenebra per sempre. Anch'egli si figurava quel buio come un viluppo misterioso, come una muraglia morbida di brandelli neri fluttuanti intorno a lui; anch'eglis'imaginava di dibattersi in quell'ombra molle e mostruosa, mentre al di là, dove egli non era, dov'egli non avrebbe mai più potuto giungere, gli altri si muovevano nella luce. Gli altri lo guardavano, lo vedevano... Tremendo pensiero!

Cercò e trovò le mani fredde e magre dello sventurato; le trasse a sè; in un singhiozzo irrefrenabile si chinò a baciarle. Le mani gelide e umidicce si ritrassero lentamente dalle sue.

E la voce bassa e vibrante riprese a narrare).

—Weill voleva tirarsi una rivoltellata. Io glielo vietai.

Egli, seduto sul mio letto, sorreggendomi col braccio intorno alle mie spalle, colla sua guancia bagnata di lagrime appoggiata al mio viso, mi spiegò che i raggi ultra-violetti producevano sulla retina e sul nervo ottico delle profonde lesioni. Quella sorgente luminosa così intensa e penetrante provocava l'emorragia del fondo oculare, la paralisi delle cellule e la loro morte. Tuttavia queste lesioni non si esplicavano fulmineamente, bensì dopo un periodo di latenza più o meno lungo. Così per alcuni giorni non se ne avvertiva lagravità. Non accadeva nulla. Indi, d'improvviso—al quinto o sesto giorno—ecco... come in un soffio!... la vista si spegneva. Il nervo ottico era distrutto.

Mentre egli mi narrava questo, Rosàlia, nella sua molle vestaglia serica, stava allungata sul letto accanto a me, avvinghiata a me. Io sentivo il suo corpo, dalla punta dei piedi alla spalla, rannicchiata nell'incavo del mio braccio; il suo viso nascosto nel mio collo. E l'appassionato abbraccio di Weill e l'intenso contatto della donna mi toglievano la paura, mi davano un caldo senso di conforto e di protezione.

—Weill! se sei pietoso, fammi morire così!—supplicavo.—Dammi un veleno... fammi morire così, senza ch'io lo sappia!

Allora Rosàlia prorompeva in lacrime, e Weill mi baciava, piangendo, la fronte e le guance.

E piangevo anch'io, spaurito e disperato. Ma non triste; non veramente triste. Sentivo l'amore e la pietà di quei due esseri fiammeggiarmi intorno con tale potente intensità, da non lasciar luogo al dolore.

La donna era tutto il giorno stretta a me. La passione e l'estasi la abbatterono nelle mie braccia in un parossismo di amore, in una frenesia di sacrificio.

—Ah! ti amo, ti amo, ti amo!—gridava cento volte al giorno—Che cosa posso fare perchè tu comprenda quanto ti amo!

Fu un'epoca meravigliosa. Io non rimpiangevo nulla. Tutto il giorno (per me era sempre giorno... e sempre notte!) sentivo la presenza di Rosàlia, la sua carezza sul mio braccio, sul mio collo, sul mio viso. Appena movevo o stendevo la mia mano incontravo la mano sua, o la sua bocca che mi baciava, o sentivo sotto le dita i morbidi capelli di quella creatura abbattuta e prona accanto a me...

Venne il giorno in cui potei alzarmi dal letto.

Mi aggirai nel mio mondo di tenebre; andai tastoni, barcollando e brancolando, per la casa.

Poi m'avventurai nel giardino.

Poi per le strade.

Avevo paura, avevo terribilmente paura. Paura di ogni rumore, e il mondo pareva pieno di spaventosi fragori nuovi ch'io non avevo percepito mai! Avevo paura di cadere; paura di sbattere il viso contro un ostacolo; paura di mettere il piede in fallo; paura di attirare l'attenzione, di essere stravagante, di essere ridicolo, di essere compassionevole.

Ah! il terrore di far pietà! Era quello il pensiero che, nella immane sciagura, mi torturava di più.

Ero sempre teso in ascolto di quell'atroce parola: «Poveretto!» E l'idea che Rosàlia vedesse negli occhi altrui rivolti su me la compassione, mi metteva in furore; un furore frenetico, tigrino, un furore truculento e omicida. I sospiri repressi, le voci dolci che facevano gli estranei avvicinandosi a me mi facevano impazzire, mi davano la voglia, il bisogno quasi fisico di reagire, di insultare, di percuotere.

Anche Rosàlia, che aveva nel parlarmi una nuova dolcezza di tono, m'inferociva. E un giorno ch'essa, irritata per un nonnulla e scordando per un istante la mia disgrazia, mi aggredì colla voce dura e metallica di un tempo, io avrei pianto di gioia.

Rammento che quella sua ira fu provocata dalla visita di una fanciulla che mi portava dei fiori—una fanciulla di sedici anni:—e i fiori sentivano della sua gioventù, e lei aveva la fragrante freschezza dei suoi fiori.

In quel giorno, allorchè, rimasti soli noi due, Rosàlia fu con me viperina e insolente, io, chiuso nel mio carcere di oscurità, fui felice—profondamente, completamente felice.

Ed era felice anche lei. Me lo diceva mille volte al giorno:

—Sono felice!... felice!... felice!

E, passato il primo urto, il primo schianto di orrore, ella mi amava con una passione meravigliosa, una frenesia che mi sconvolgeva e mi rapiva.

—Tu non ami che me,—singhiozzava sul mio cuore;—tu non vedi che me... perchè tu mi vedi, è vero che mi vedi? Io sono vestita così...—E mi descriveva la sua veste, la sua pettinatura, i suoi ornamenti.

Ma presto non ve ne fu più bisogno. Iosentivoesattamente quale veste indossava, ne indovinavo financo il colore. Intuivo se ella era pallida, se aveva gli occhi bistrati, se le sue labbra erano smorte o ritoccate col carminio. E volevo che fosse bella; volevo che si facesse bella per me.

—Fàtti elegante, non trascurarti!—la ammonivo.—Pèttina meglio questi bei capelli. Voglio che tu sia bella! bella come ti ricordo... bella come quando ti vedevo.

E per un po' di tempo fu così. Rosàlia si curava, si adornava, si profumava, per me, per me solo, per deliziare la mia mente e la mia imaginazione, per ammaliare i miei sensi che la percepivano quasi più acutamente che non quando la vedevo.

Ma poi, poco a poco, senza mostrarsi meno tenera divenne più trascurata. Sentivo sotto alle mie dita la sua chioma scarmigliata; era discinto il suo corpo che si avviticchiava a me; e la udivo girare per la casa in pianelle, strascicando con passo negligente quei piedini ch'io ricordavo sempre elegantemente stretti negli arcuati stivaletti dai tacchi Louis-quinze.

Ormai essa non si dava la pena di acconciarsi che per uscire; oppure... quando veniva Weill.

Già. Weill, che nei primi giorni era sempre in casa mia, sempre angosciato e ansioso al mio fianco, aveva poi gradualmente diradato le sue visite. Ma ecco che ora tornava più sovente. Giungeva a tutte le ore, improvviso e inaspettato... O ero solo io che non l'aspettavo?

Notavo che Rosàlia smetteva bruscamente di leggermi o di parlarmi per correre a far toeletta. Cessava il rumore delle strascicanti pianelle, e per la casa risonava nuovamente il tichettìo dei tacchi alti, alitava il suo profumo d'Origan di Coty; ed io, toccandole con mano leggera il capo, le sentivo i capelli serici rassettati in morbidi ondeggiamenti...

E dopo un poco arrivava Weill.

(Adriano tacque per alcuni istanti. Alberto non osava nè muoversi nè fiatare).

—Due mesi più tardi Weill si tirò un colpo di rivoltella al cuore.

Lasciò una lettera in cui diceva:

«Ho orrore di me... Ho orrore di tutti... e della vita... Adriano, addio. Perdona!»

Morì dopo quattro giorni di agonia all'ospedale. Rosàlia ed io accorremmo al suo capezzale, ma dopo il primo giorno—sia per desiderio di lui, sia per divieto dei medici—non fummo più ammessi alla sua presenza.

Da allora in poi sparì dalla mia casa il profumo dell'Origan, e ritornò il suono strascicante delle pianelle.

(Adriano sostò nuovamente.

E di nuovo il cane abbaiò lugubre e lontano nel gran silenzio della campagna. Un lieve fruscio e crepitìo sui rami annunciò che cadeva la pioggia.

La voce del narratore si fece più bassa).

—Poco a poco subentrò... in lei? in me? chi può dirlo?... un altro sentimento. La stanchezza? Il disamore? No. Qualcosa di più profondo e di più fosco.

La passione, quella grande auto-demolitrice, agonizzava; e negli intervalli tra un frenetico abbraccio e l'altro, nei nostri cuori entrò un nuovo più cupo visitatore: l'odio!

Sì; l'odio.

Nel buio delle nostre notti insonni, nelle lunghe silenziose giornate, lo sentimmo penetrare in noi, acquattarsi nel fondo delle nostre anime.

Io sentivo nascere in me un'oscura selvaggia esecrazione di lei, di lei cui dovevo la mia sciagura. E in lei—io lo sentivo!—saliva, torbida marea, un lento, subdolo orrore di me.

E questo orrore ch'ella provava—l'orrore di me, di sè, l'orrore delle sue giornate, l'orrore delle sue notti—io lo sentivo; e la odiavo con cupa silenziosa ferocia.

Di notte, a fianco l'uno dell'altro, restavamo lì, muti nel buio, come due belve in agguato... E i nostri abbracci erano più parossistici, più furiosi, poichè in essi ruggiva la nostra oscura crudeltà, la nostra occulta brama di reciproco annientamento.

.     .     .      .     .     .     .

Questo durò fino a un anno fa... o due anni fa? Non lo so. Ho perso la nozione del tempo. Da allora in poi tutto è mutato.

Rosàlia lasciò improvvisamente la mia casa.

Ora viene ogni tanto a trovarmi. Resta con me qualche giorno, calma e indifferente.

Quando essa arriva, torna con lei nella mia casa il profumo dell'Origan, il ticchettio dei tacchi... I suoi capelli sono serici e ondulati...

Ed io sono stanco di vivere.


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