CAPITOLO VII.

Dove conduce il principio di nazionalità.

A quell'epoca—parlo del 1977—l'Unione Europea(1) era un fatto compiuto.

Quante transazioni di idee e di principii, quante lotte della intelligenza e della materia, quanti dolori, quanti sacrifizii, quanto sangue, per riuscire al patto federativo di tutti i popoli di Europa!

Non per questo dobbiamo ritenere illogici gli sforzi del secolo precedente per determinare e circoscrivere le nazioni entro i confini segnati dalla natura(2) e dalla tradizione storica.

A prima giunta parrà assurdo. Ma l'idea di costituire l'Europa in una sola e grande nazione non avrebbe potuto sorgere nella mente dei popoli se il principio diseparazionenon si fosse preventivamente concretato.

La mente umana procede a gradi, ma non si diparte mai dalla linea retta.

Un po' di storia retrospettiva per intenderci meglio.

Vi fu tempo—quando le aspirazioni, che più tardi si chiamarono nazionali, si agitavano in embrione nella mente di pochissimi—vi fu tempo in cui l'Italia era patria ignorata per la massima parte degli Italiani.—Ciò che per l'Italia, ripetasi per la Francia, per la Spagna, per tutte le altre nazioni.

Da noi si diceva: milanesi, bergamaschi, lucchesi, aretini, faentini e via via.

Ci vedevamo di rado. Poco ci conoscevamo: disgiunti da naturali barriere, da pregiudizii ereditati, ci detestavamo per tradizione.

Si aprirono delle strade—le comunicazioni si resero più facili—il commercio mise a contatto queste popolazioni limitrofe, che per molti secoli si credettero antipode.—Oh che?… non siamo tutti fratelli?… Non si parla tutti la medesima lingua? E dopo una tale domanda, in un giorno di buon umore o di comune pericolo, i cittadini di Lodi e quelli di Bergamo, i cittadini di Arezzo e i Pistoiesi, i cittadini di Faenza e quei di Ferrara, si fusero in una denominazione più collettiva—Lombardi, Toscani, Romagnoli. Il Municipio si eclissò nella provincia—più tardi le grosse provincie assorbirono le minori—le mille divisioni si restrinsero a cento—e quando le cento divennero dieci, la parolaitalianiuscì finalmente dallo spirito del popolo, e da quel giorno l'Italia fu fatta.

Più tardi—(le proporzioni si dilatano, ma il processo è sempre uguale)—italiani, francesi, spagnuoli, portoghesi, quattro nazioni di indole omogenea e strettamente collegate da reciproci interessi, un bel giorno si accorgono di aver comune l'origine.—Chi siamo? d'onde veniamo? Meraviglia! stupore!… E dire che per tanti secoli ci siamo guardati in cagnesco, chiamandoci stranieri con reciproca diffidenza ed abborrimento! Noi siamolatini!—La parola è trovata.—Una razza distinta daigermanie daglislavi—una razza che deve fare da sè, che deve fondersi, serrarsi in vincolo dissolubile…—Latini,tedeschi,slavi—ecco la nuova divisione che deve fondare il nuovo principio separatore, che deve condurci alla unità europea.

Le strade di ferro, il compiuto traforo del Cenisio, il telegrafo parlante, le locomotive aeree, ed altre facilitazioni di contatto fra popoli e popoli, affrettano necessariamente l'applicazione del nuovo principio. Dal 1884 al 1890 laquestione di razzatiene agitata l'Europa, come trenta anni prima la questione dinazionalità.

Non intendo farvi attraversare tutta la storia di un secolo; ma l'incidente che venne a determinare questo nuovo progresso verso la fratellanza universale vuol essere accennato come una terribile minaccia alla diplomazia incongruente ed egoista. I popoli latini erano prossimi a fondersi. Convenuti i patti, accettati in massima dalle singole parti. L'iniziativa latina doveva necessariamente seguirsi dai tedeschi e dagli slavi, informati al nuovo principio. Che si tarda?… Come si spiega questa lunga esitazione? Dal 1888 al 1890, pel corso di due anni, eterni, fastidiosi, rovinosi, le tre razze si guardano, diffidenti e non osano fare il passo decisivo.

Che farà l'Inghilterra?—ecco la domanda che tutti si ripetono. Da qual parte vorrà mettersi l'Inghilterra?—Rimanere neutrale?… isolarsi?—non è possibile—Unirsi ai latini?—Gli antichi pregiudizii vi si oppongono.—Mettersi cogli slavi?—C'è troppa ruggine colla Russia.—Farsi tedesca?—Non c'è il suo tornaconto.

L'Inghilterra diplomatizza….. minaccia interventi… piega a destra… piega a sinistra… giuoca di ministeri e di note contraddittorie… oggi parla latino… domani sbuffa degliofftanto lunghi o si prova a belare deglioschi…! A forza di svolgere, di invertire, di avviluppare la questione, l'Inghilterra perde la bussola… non riconosce più la propria razza… minaccia di dichiararsi calmucca…

Tutta Europa rimane per due anni sospesa, aggirata dal vecchio manubrio di lord Palmerston…

Finalmente… la mattina del 20 agosto 1890… un dispaccio dell'Agenzia Stefanileva i popoli dall'ansietà, l'Europa dall'immenso fastidio…

Il dispaccio annunzia un terribile cataclisma già preveduto fino dal secolo precedente…

La grande isola Britannica, a forza di proteggere e di mantenere l'equilibrio di Europa, ha finito col perdere ella stessa il proprio equilibrio, e si è capovolta…, sommersa nell'Oceano!

I bastimenti a vapore partiti quella mattina dall'Havre per approdare alle foci del Tamigi, dopo breve tratto di mare, furono attratti da un flusso irresistibile e condotti a naufragare sovra un informe ammasso di carbon fossile e di balle di cotone, che il giorno innanzi si chiamava Inghilterra.

Questo avvenimento storico era troppo grave perchè io potessi pretermetterlo. E debbo aggiungere—a vergogna dell'umanità—che il raccapriccio dell'orribile cataclisma non fu espresso dall'Europa colla desiderabile ipocrisia. A Parigi e a Pietroburgo si fecero luminarie e fuochi di artifizio. Laquestione di razzaera sciolta, e nel novembre 1890 divenne un fatto compiuto.

Che manca ora all'unificazione completa di Europa?—Un breve passo dell'idea.

Cessate di chiamarvi latini, tedeschi e slavi!—non siete tuttiEuropei? Perchè fantasticare una differenza di origine? Una è la terra che vi ha generati; identici i costumi, pari la civiltà. Per una vicenda di tristissimi secoli, invasori ed invasi, persecutori e perseguitati, rimescolati da cupidigie prepotenti, da odii ed amori nefasti, qual'è di voi che porti nel volto e nello spirito i caratteri originali della propria razza? La Provvidenza vi ha resi bastardi perchè un giorno abbiate ad abbracciarvi e chiamarvi fratelli. Qual marchio vi distingue gli uni dagli altri?… Come potete riconoscervi?—Al diverso linguaggio?—Ebbene: perchè mai questo epilogo di razze non potrà parlare la medesima lingua?… Si stabilisca una lingua per tutti—la lingua universale, la linguacosmica!—e tutte le differenze spariranno.

Credereste?—l'idea della unificazione di Europa fu appena enunziata dai pensatori, che subito venne sancita dall'universale consenso.

Parimenti ben accetto fu il pensiero di creare una linguacosmica; ma la scelta di questa lingua diede origine a fatali dissensioni.

I vecchi pregiudizii tornarono a galla—i puntigli si inviperirono—la lotta fu lunga e piena di fastidi.

—Inventeremo una nuova lingua?—A che pro, mentre tante ne abbiamo?Perchè incomodare tutto il mondo allo studio di un nuovo dizionario?Non è meglio servirci di una lingua già usata…, della francese,per esempio, nota alla maggioranza degli Europei?

La questione fu deferita ad un congresso di filologi, i quali si adunarono a Berlino, e dopo tre anni di discussione, convennero nel proposito di creare la nuova lingua incominciando dal riformare l'alfabeto.

Quella decisione fu accolta in Europa con poco favore. Ma l'assemblea dei filologi stette dura! Erano molti, circa duemila, e caparbii.

Si accinsero in buona fede all'arduo lavoro. Si accapigliarono per ben cinque anni prima di decidere se il nuovo alfabeto avesse a cominciare coll'opiuttosto che coll'a. Millenovecentonovantanove oratori avevano parlatoproecontro. Quando l'ultimo inscritto si alzò per parlarein merito, una grossa bomba venne a cadere sul tavolo del presidente, e scoppiò con orribile fracasso.

Fuggirono tutti. Que' buoni filologi, nel calore della polemica, non si erano accorti che la razza latina e la razza tedesca trattavamo da due anni la medesima questione cogli argomenti delle bombe e delle cannonate.

I latini entrarono in Berlino la mattina del 10 gennaio 1925, e occuparono la città malgrado le proteste e le minacce di tutta la Confederazione germanica. Era fissato che quella occupazione militare affrettasse l'effettuazione delle nuove idee.

I preliminari della unione federativa delle tre razze furono stesi a Berlino. Quei preliminari, due anni dopo, nel 1930, ebbero conferma di un trattato definitivo, che fu steso a Parigi e firmato da duemila rappresentanti del popolo europeo eletti per suffragio universale.

I latini, preponderanti di autorità per le recenti vittorie delle armi, ottennero di far accettare la francese come linguacosmica. Singolare è l'articolo che si riferisce a questa legge. La lingua francese viene accettata a condizione che, per l'uso universale, essa vengatraslocata dal naso alla bocca, e purgata dalla blague.

La grandeUnionenon poteva costituirsi che sopra un sistema di discentramento amministrativo molto frazionato e molto libero.

L'Europa si divise in ventiquattro dipartimenti. L'Italia, suddivisa in quindici comuni di primo ordine o centrali, e centoventidue di secondo ordine, nel 1957 era considerata il più popoloso e il più civile dipartimento dellaUnione.

Chi mai avrebbe immaginato che un sì rapido sviluppo di intelligenza e di moralità, dovesse emergere da un impeto di collera popolare, da un avvenimento barbaro in apparenza, e con tal titolo riprovato dagli storici contemporanei?

Questo avvenimento—poichè ci accadde accennarlo—fu l'incendio e la distruzione di Roma, decretata da quel popolo stesso che pochi anni prima aveva eletta la città dei Cesari e dei papi a capitale del nuovo regno italiano.

Istallarsi in Roma, consenziente la Curia, benevolo il papa, voleva dire per il governo italiano abdicazione di ogni idea liberale, di ogni principio di moralità. Tardi ma in tempo lo compresero gli italiani. Quando ai banali entusiasmi della piazza, alimentati dal baiocco papalino; quando al sacrilego connubio delle mascherate e delle processioni, delle riviste e dei tridui, sottentrò la calma normale di una nazione che grande si crede, allora i disinganni cominciarono, il pericolo si annunziò minaccioso, il tradimento della Curia esalò putrido e nero dalle sentine cardinalizie. Il Parlamento invaso da canonici—il Senato una congrega di cardinali e di cappuccini corpulenti—le riforme del Codice affidate ad una Commissione di Domenicani!

L'Italia, più che mai aggravata dalla cappa di piombo simboleggiata; dall'Alighieri, dopo tanti fastidi e tante guerre per la conquista della capitale, ricominciò a cospirare per disfarsene.

La nuova cospirazione affrontò senza esitanza e senza scrupoli il dogma religioso. Rénan preso il posto di Mazzini. LaVita di Gesù Cristodivenne laGiovine Italiadell'epoca nuova.

Pio X vide gonfiarsi la marea della rivoluzione anticattolica, e tremò di esser l'ultimo dei papi. Assediato dalle riforme fin dentro le mura del Vaticano, mal trincerato negli antichi sofismi e inesorabilmente aggredito dalla logica universale, stolidamente pertinace, pertinacemente crudele, si avvisò di sommergere la idea in un oceano di sangue umano. E il Nerone dei papi non ebbe raccapriccio a pensare che, per riuscire nel suo immane proposito, l'eccidio di tutti gli italiani, di trentadue milioni di italiani, non avrebbe rappresentato che un impercettibile episodio dell'universale macello.

Ad esempio di un suo predecessore, del pari insensato ma meno cannibale, Pio X fuggì da Roma con poco seguito, lasciando dietro i suoi passi benedizioni e scomuniche derise. Ma fuori dell'Italia, segnatamente in Francia e nel Belgio, il gonzume cattolico prestò al pontefice un contingente di armati abbastanza numeroso. Tutto il pantano, tutta la feccia del sanfedismo fermentò per la nuova crociata. Ricondurre il papa a Roma fu l'ultimo grido della setta impotente.

Questo supremo attentato dei papi contro il progresso, quest'ultimo sforzo per estinguere nella umanità la ragione, il soffio di Dio, allarmò gli Italiani, e convertì la pazienza di lunghi secoli in furore disperato. Si distrugga Roma!—fu il grido di tutta Italia.—E l'Italia, stanca di preti e di atroci pregiudizii, era pronta ad incenerire le sue cento città, a suicidarsi in un ammasso di ceneri.

La città dei Cesari, la sentina dei preti, la capitale di un nuovissimo regno, il giorno 24 settembre 1888, non era più che un mucchio di macerie e di carboni.

Due idolatrie, la pagana e la cattolica, furono sepolte in quell'incendio per non lasciare alcuna traccia della loro esistenza. Gli ultimi torsi di Apollo e di Vesta si rovesciarono nell'amplesso degli scheletri santificati, delle carogne adorate. Le due superstizioni sprofondarono nell'immenso rogo, irridendosi, imprecandosi. Da quell'incendio una gran luce si diffuse per tutta la Italia, la luce della riforma. Al vangelo dei papi sottentrò il vangelo che grida all'umanità: siate fratelli!

Che poteva la reazione dopo una protesta sì imponente?—I crociati si perdettero d'animo. Pio X, vedendo la sua causa disperata, domandò asilo alla Francia. Voleva morire nel castello di Avignone. Ma la città che altre volte aveva assaggiato la mala gramigna, non volle saperne di calze rosse nè di chieriche. E certo avrebbe accolto a sassate il venerando corteo, se il papa ed i suoi, con opportuno consiglio, non si fossero arrestati in una cittàmeno guasta.

L'ultimo papa finì i suoi giorni a Carpentras, come un vecchio mobile obliato nel solaio.

Nell'anno 1890 il governo italiano trasferì la sua sede a Napoli, che ebbe titolo di capitale del Regno. Ciò avvenne con grande soddisfazione di tutti. Un conte Ricciardi, che dietro un tal esito avrebbe consentito ad accettare il portafogli degli interni, morì per esuberanza di gioia.

Questa digressione sulle cose di Roma mi ha preso il tempo che io intendeva consacrare ad un quadro statistico di tutti i dipartimenti e dei principali Comuni dellaUnione Europea, nell'anno 1977.

Io vi prego dispensarmi da tale fatica. A chiarire gli avvenimenti che sto per narrare sarà più opportuno un rapido cenno delle leggi che formano la base della nuova Costituzione, delle istituzioni, delle opinioni politiche e religiose dell'epoca, degli usi introdotti nella vita pubblica e privata, delle condizioni morali e fisiche della nuova società, considerata nell'individuo e nelle masse.

Tutto ciò occuperà lo spazio di un breve capitolo.

L'avvenire comincia a beffarsi del presente.

Conciliare la più ampia libertà individuale colle maggiori guarentigie di sicurezza e di ordine pubblico, ecco il principio a cui si informano tutte le istituzioni politiche e sociali dell'Unione Europea.

Il secolo precedente disputava di forme.Monarchia costituzionale o Repubblica, tale il dilemma rappresentato da due frazioni ugualmente ispirate da liberalismo.

Le moltitudini si lasciavano imporre dalla parola senza badare all'essenza. Ignare di storia o dimentiche, non comprendevano che la tirannia può prendere tutti i nomi e inalberare tutte le bandiere.

Si discuteva, si pugnava per le apparenze, per le etichette, per il timbro delle carte pubbliche.

L'Unione Europeariflette quegli antichi assurdi nei mirabili risultati della sua tolleranza. I capi dei dipartimenti, e perfino i capi dei comuni si chiamano capricciosamenteGran Proposti,Sindaci,Presidi,Re,Imperatori,Capo-famiglie,Padri,Czarri,Sultani,Borgomastri,Consoli,Dogi,Centurioni,Pretori,Custodi,Moderatori,Gonfalonieri,Istromenti,Bani,Governatori,Commissarii, ecc., ecc. Tanto è vero che la nuova civiltà non fa caso dei nomi.

Le attribuzioni di questi Capi, comunque si chiamino, sono perfettamente identiche. Vittorio Emanuele IIIredel comune Dora, Berretta IIIgran propostodell'Olona, Manin IIdogedi Venezia, Libeny II governatore di Vienna, Camillo Ugo presidente di Parigi, Carlo Bixio borgomastro di Genova, non sono che mandatarii del popolo, eletti per voto universale, incaricati di presiedere ilConsesso degli AnzianioPadri di famiglianelle adunanze Comunali. Vittorio Emanuele III, con titolo di Re, rappresenta il capo del dipartimento Italia, sebbene ipropostidei singoli comuni sieno affatto indipendenti da lui.

Tutti i proposti (usiamo questo titolo per intenderci) sono anche rappresentanti del comune nelle assemblee del dipartimento e nei congressi generali dellaUnione. Leassemblee parzialidel dipartimento, per l'Italia, si tengono a Napoli nell'ultimo giorno di ciascun mese. I congressigeneralisi adunano a Berlino due volte all'anno, alla fine di ciascun semestre. I rappresentanti del popoloEuropeosommavano, nel 1976, a duemilasettecento quattordici.

Lo statuto della Unione ha per base la santificazione di un diritto naturale che l'umanità per lunghi secoli disconobbe; il diritto di esistenza. Ciascun cittadino di Europa, dal giorno della nascita fino al giorno dell'estinzione, è alloggiato, vestito, nutrito a spese del comune.

Questo comune, che noi chiameremoFamigliaper conformarci al linguaggio dei tempi, diviene necessariamente l'esclusivo proprietario delle terre, l'amministratore della sostanza pubblica.

Tutti i cittadini dellaUnionesono guarentiti dalla miseria, e l'educazione si estende a tutte le classi del popolo.—Ed ora, chi vorrà consacrarsi alle manuali fatiche? Chi vorrà sottomettersi ai disagi, alla servitù dei lavori agricoli? I campi e le officine rimarranno deserte…

I terrori del nostro parroco reverendissimo si sono realizzati da oltre venti anni. La rivoluzione del 1935 ha tolto di mezzo le ultime tirannie sociali. Il mondo ha dovuto convincersi che disuguaglianza di condizioni non può esistere dove tutti abbiano raggiunto l'uguale sviluppo di civiltà.

L'uomoche pensanon può essere il volontario dell'aratro. La scienza conquistava gli intelletti, le braccia disertavano dal campo. La reazione del 1835 si provò di respingere alla gleba gli spiriti ribelli, ma si riconobbe impotente. I paria si emanciparono.

L'Europa tremò del futuro—l'umanità tutta intera ebbe a dubitare della propria conservazione.

L'agricoltura è una necessità della esistenza umana—l'agricoltura è dunque un dovere di ciascun uomo.

Questo assioma sociale arresterà il disastro minacciato. Lacoscrizione agrariaprenderà il posto della coscrizione militare. Dai venti ai venticinque anni, per legge del nuovo Statuto, ciascun individuo dellaUnionesarà coltivatore.

Vanno esenti dalla coscrizione gli impotenti ai lavori manuali, e gliEletti dell'intelligenza. A questi ultimi, di numero assai limitato, lo Statuto accorda l'esenzione per rispetto ai privilegi del genio.

Godremo più tardi l'imponente e giocondo spettacolo di un campo di coscritti. Vedremo come la vegetazione si avvantaggi da questa nuova coltura operata da braccia vigorose e intelligenti. I cinque anni diagrariasono pei contadini dell'Unione, i più felici, i più caramente ricordati nella vita. Qual differenza fra l'antica e la nuova circoscrizione! Questa destinata a fecondare la terra, a portarvi la salute e il ben'essere; quell'altra condannata a distruggersi distruggendo, alsoldodi una idea non compresa o ripugnante!

I lavori campestri sono un esercizio riparatore pel giovane estenuato dalle lunghe fatiche della mente. Lo Statuto dell'Unione, accordando a tutti i cittadini i mezzi di esistenza a patto che lavorino, pretende altresì che tutti sappiano. Ma il sapere non è facile conquista—non lo fu mai—oggi meno che mai.

Eccovi, brevemente tracciato, il programma degli studi obbligatorii a ciascun individuo dell'Unione.

La linguacosmicaè la sola adottata nel pubblico insegnamento. Fra pochi anni lo studio di questa lingua sarà molto semplificato. Purchè i padri e le madri si facciano scrupolo di parlarla in famiglia a tutto rigore di grammatica e di stile, i figliuoli la apprenderanno naturalmente, si risparmierà il tempo e la noia degli esercizii scolastici. Ma i padri e le madri, nel 1977, risentono un poco dell'antica barbarie. La linguacosmicanon ha peranco distrutti gli antichi dialetti, e a Milano si odono ancora dei vecchi sessagenarii ricambiarsi il loro meneghino con qualche pretesa di municipalismo.

Lo studio della linguacosmicafa dunque parte del programma scolastico. Il fanciullo l'apprende dai cinque ai sette anni. A otto anni egli ne sa quanto basta per comporre i suoi temi in prosa ed in versi, e sostenere un dibattimento improvvisato dalla cattedra di eloquenza.

Poichè tutta Europa parla in linguacosmica, ne viene di conseguenza che lo studio d'altre lingue si rende superfluo. Se l'Asia o l'America vorranno intendersela coll'Unioneconverrà bene che apprendano a parlare come noi. Questa massima vanitosamente praticata dai francesi in epoca più remota, oggi è all'ordine del giorno in Europa.

Ciò fa sperare che fra un altro mezzo secolo la linguacosmicadiverrà praticamente la lingua di tutti.

Dagli otto ai quindici anni—il tempo che i barbari del secolo precedente sprecavano nel latino e nel greco—oggi viene impiegato negli studi matematici e filosofici, nella storia, nella fisica, nella astronomia, nella geologia, e nella spiritodossia, di cui fa parte il magnetismo, il galvanismo animale, e l'ipoteticonia.

Grulli, grullissimi i nostri nonni, che si ebetizzavano dieci anni a imparare una lingua morta, per non averne più traccia cinque anni dopo!

Ma venti volte più grulli, e pazzamente spietati, quando alla povera vittima del Ginnasio e del Liceo, inesperta dei propri talenti, della propria individualità, imponevano la scelta indeclinabile delle quattro professioni universitarie—la medicina, la farmacia, le matematiche, o il diritto!

Forse che ciascun uomo non è tenuto a conoscere le leggi del proprio paese, i diritti e gli obblighi che gli insegnino a governarsi, a tutelare i propri interessi? E la scienza della economia animale, dell'organismo umano, non è forse un bisogno di tutti? Come può l'uomo provvedere alla propria conservazione, alla igiene propria, esercitare la beneficenza e l'amore verso i congiunti e le persone più care, quando non sia in grado di applicare opportunamente i pochi trovati dell'arte farmaceutica?… E la matematica? Potete voi reggervi sulla persona, camminare, muovere un passo—che dico?—affidarvi ad un consiglio della ragione, se questa scienza non vi presti il suo appoggio e la sua logica?

Or bene: dopo un corso regolare nella Università dellaUnione, all'età di venti anni, ciascun cittadino è giurisperito, medico, farmacista, ingegnere, architetto e magnetizzatore. Vale a dire: egli conosce delle singole scienze quanto può occorrergli per l'uso proprio e pel servigio altrui. Le Università dellaUnionevi danno l'uomo completo, l'uomo che basta a sè stesso, che a tutti può giovare.

Nel secolo gaglioffo dellatinoe delgreco, chi avesse osato proporre un tale programma di studii universitarii si sarebbe buscato dell'utopista, del matto! Eppure, a quei tempi, uno studente, purchè si ricordasse di sfogliare il suo testo una settimana innanzi all'esame, apprendeva in poche ore tutta la scienza medica o legale di un intero anno scolastico. Che vuol dir ciò? Vuol dire che i professori di quell'epoca diluivano in otto mesi di insegnamento la scienza aquisibile in poche ore. Vi pare inverosimile che, dopo cinque mesi di studi patologici e chimici e dopo altrettanti mesi di clinica pratica, un giovane di buona volontà sappia conoscere le febbri al moto del polso, e sia in grado di comporre una purga, di forare la vena per un salasso, di strappare un molare o una mascella? Eppure, i grandi dottori del secolo precedente non erano più illuminati nè più pratici.

Ma il massimo torto dei metodi antichi era di insegnare le scienzeab origine, discutendo i vari sistemi, raffrontando, eliminando, riproducendo tutte le ipotesi e tutti gli assurdi, pel gusto di confutarli e di agglomerare nei cervelli una erudizione, al meno danno, superflua.

Che m'importa di Giustiziano e delle Pandette?—fatemi conoscere il mio codice, i miei doveri e i miei diritti! ne saprò abbastanza per l'uso mio, ed anche un poco per l'uso degli altri.—In medicina, riepilogate il buono degli antichi, e i risultati positivi delle esperienze più recenti. In una parola: dateci la scienza dei tempi nostri, la sua ultima parola. Più tardi, per lusso, per capriccio di erudizione, consulterò le Pandette, o leggerò il vecchio Ippocrate.

Così ragiona il secolo nuovo—su questa logica si basa il nuovo programma degli studi universitari. I giovani, che in un ramo speciale della quadrupla scienza, dimostreranno una attitudine fuori della comune; gliEletti della Intelligenzagodranno la esenzione dalla leggeagraria, e a spese dellaFamigliaverranno mantenuti per altri cinque anni in qualcheAteneo di perfezionamento. Ivi, sotto la scorta dei più illustriPrimatisi applicheranno al più ampio svolgimento della scienza preferita, per divenire più tardiMedici consulenti,Legali di ricorso, oIngegneri di miracolo. Meno questi pochi eletti, tutti gli altri escono dalla Università per divenire coscritti dell'agro. Ivi si completano con esercizii corporali molto favorevoli alla salute ed alla vigoria.

Mi sono un po' dilungato sul metodo di educazione, perchè da quello vi sarà facile argomentare il grado di civiltà generale.

Come vedete, i carichi dellaFamigliasono gravi e dispendiosi, ma i proventi, le rendite sono enormi.

Oltre ai prodotti naturali delle terre, che esclusivamente le appartengono, laFamigliapercepisce leimposte sul lusso, lemulte criminali, e gliaccidenti ereditarii.

Le multe criminali costituiscono per la famiglia una sorgente di reddito importantissimo. Desse furono sostituite, nel nuovo codice, alla pena di reclusione. Una volta abolita la pena di morte, dietro il principio che l'uomo non ha diritto per qualsivoglia ragione di togliere la vita al proprio simile; come potreste mantenere l'inumana condanna della carcerazione, per cui il cittadino è privato della libertà, diritto sacro del pari e forse più inviolabile del diritto di esistenza? Allamorte civile, supremo castigo dei grandi delinquenti, nelCodicedi redenzione si coordinano gradatamente le multe criminali.

Per comprendere queste multe è mestieri ricorrere alle leggi che provvedono al diritto di esistenza.

Ciascun cittadino della_ Unione_, nato da legale matrimonio, viene, dal giorno di sua nascita, iscritto nel libro difamiglia, e da questa iscrizione ha principio l'assegno di vita. I genitori, o chi per essi, ritirano l'assegno fino a quando il fanciullo abbia toccato l'etàgestiente, vale a dire ch'egli sia in grado di governarsi. Raggiunta questa età—dodici anni—l'adulto percepisce direttamente il proprio assegno. LaFamigliagli fornisce l'alloggio, il mantenimento, l'uniforme, e una somma di centolussi(franchi) all'anno, fino al compimento del corso universitario. La posta lettere, le strade ferrate, i vapori di mare, tutti i mezzi di trasporto sono gratuiti, ad eccezione dei palloni aereostatici, delle navi sottomarine, e delle locomotive a ribalzo. Il popolo ha libero accesso in tutti i teatri di prosa, direttamente amministrati e sorvegliati dal Consiglio di Famiglia.

Sospendete questi provvedimenti, queste agevolezze, questi comodi, questi piaceri al cittadino che ha mancato a' suoi doveri verso la società—ecco un eccellente codice di punizione!

Centolussi!… Ah! voi non potete apprezzare il valore di centolussiper un nullatenente, per un povero diavolo che non abbia risorse fuori della piccola pensione che gli viene pagata dallafamiglia!

Figuratevi la disperazione di un borsaiuolo, quando, alla scadenza del suo premio, udrà la voce del pubblico tesoriere gridargli alla coscienza:—il tribunale ha posto ilvetosu' tuoi centolussiper ilbattizzache hai fatto sparire, per la catena che ti sei appropriato!

Procedete dai minori ai maggiori delitti, applicate le pene in proporzione. Sospendete il premio de' centolussi, vietate l'ingresso ai teatri, negate il trasporto sulle ferrovie, su tutti i veicoli dellaUnione, diminuite l'assegnonecessario, salite di grado in grado alla più terribile delle punizioni, alla morte civile. Voi avrete una idea generica, ma precisa del nuovo codice criminale.

Però anche in queste leggi tanto provvide e benefiche, apparisce, a chi ben le consideri, lo stigmate inevitabile della umana imperfezione.

Perchè esclusi dalbenefizio di esistenzai nati da unione illegittima? Forse hanno colpa i miserelli della loro origine meno legale? Non hanno diritto alla vita?

I dottori dell'epoca vi rispondono:—la eccezione si è fatta per ristabilire e generalizzare il matrimonio, orribilmente screditato nel secolo precedente. Sotto questo aspetto, è mestieri confessarlo, legge più efficace non potevasi ideare.

E perchè l'uniformeobbligatoria agli adulti che percepiscono l'assegno di famiglia?—Una misura economica basata sull'orgoglio umano. Non accordandosi l'assegno agli adulti che a patto di indossare la uniforme delnullatenente, molti si asterranno per vergogna, e penseranno a guadagnarsi l'esistenza col lavoro. Ma i poveretti che moriranno di inedia piuttosto che far mostra della loro miseria? E i ricchi sfrontati che indosseranno la livrea per vivere a spese altrui?—Meno male che laLegge ereditariarestringerà, fino a renderlo impercettibile, il numero degli accumulatori e degli usurai. Ma di questa legge, e d'altre importantissime, come di tutti i progressi giganteschi delle scienze, delle arti e delle industrie, si vedranno manifestamente gli effetti, quando al breve accenno delle istituzioni seguiranno le storie del fatto.

L'anno 1977, da cui appunto principiano queste storie, presenterebbe l'apogeo del moto saliente dell'epoca. L'ordine pubblico, la pace, la moralità, il sentimento umanitario e religioso diffuso in tutte le classi e perfettamente armonizzante colla intelligenza e col sapere, il rapido succedersi delle scoperte, la pronta effettuazione di ogni idea veramente utile, gli incredibili ardimenti del genio, e l'impotente cooperazione di tutte le forze animate e materiali che si associano per tradurli in fatto, ci obbligherebbero a chiamar questo il vero secolo d'oro, l'era preconizzata della felicità universale, se…

Questoseè il punto nero di tutti i tempi, di tutte le storie umane. Noi lo vedremo disegnarsi, prender corpo, agitarsi nella nuova epoca, mischiarsi a tutte le sue aspirazioni, a tutte le sue feste, a' suoi trionfi, per gridarle eternamente: «il secolo peggiore e il secolo migliore per l'umanità non esistono!»

Ma prima che si rivelino i dolori latenti, illudiamoci ancora un istante su questa superficie di bene.

Il prete e la donna.

Il secolo ventesimo è eminentemente spiritualista.

Un secolo di temperamento nervoso, di umore ipocondriaco—sentimentale fino alla affettazione.

Un secolo che abusa di fantasia, che stravizza nello studio e nella operosità, che si strugge dietro l'ideale di una perfezione impossibile.

Un secolo che delira di ascetismo e di amore.

Il prete e la donna, come nel medio evo, rappresentano le figure predominanti di questa nuova società, che intenderebbe sublimarsi emancipandosi da ogni istinto materiale.

Dopo la riforma religiosa, che ebbe principio colla distruzione di Roma, due foggie di preti, il bianco ed il nero, simboleggiarono distintamente la chiesa novella e la antica, le superstizioni del passato e la fede dell'avvenire.

I preti della chiesa riformata vestirono la tunica bianca come gli antichi leviti. I settarii delnon possumusmantennero il loro abito nero, fatto più sudicio e più lugubre.

Poco ci occuperemo degli avanzi sdrusciti della Curia romana, sopravvissuti all'ultimo papa di Carpentras, all'ultimo Lamoricière della Vandea. Nell'anno 1977 le statistiche delMondee dell'Unionsi gloriavano di poterne contare venticinque in tutta Europa.

Il prete riformato, il prete bianco, era l'incarnazione più pura del progresso del secolo. Per lui l'Europa si era unificata anche nel pensiero religioso. Il Cristianesimo contava sulla terra settecento milioni di credenti.

Un vangelo che si riassume nel sublime precetto:non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi, perdonate, amate, non poteva tradursi nell'osservanza generale che in un'epoca molto civile e illuminata. I secoli ignoranti inneggiarono a Cristo senza comprenderlo. La superstizione, l'idolatria, il fanatismo tennero luogo del culto morale. Era tempo che il cristianesimo riprendesse la sua alta missione libera e umanitaria. Era tempo che una convinzione illuminata si sostituisse al cieco entusiasmo, per proclamare questa verità incontestabile—che un Dio sapiente e benefico non potrebbe dare alla umanità un codice più santo del vangelo.

Il prete bianco divenne apostolo, fratello, consolatore della umanità.

I templi, consacrati esclusivamente alla predicazione ed alle assemblee, rinunciarono alle pompe idolatre. Le cerimonie del culto si celebrarono a porte chiuse. I sacri bronzi, annunziando la preghiera del levita, trasmettevano al popolo la benedizione, del Dio che è dappertutto.

I leviti erano pochi, ma esemplari di moralità e di abnegazione.

Non era ammesso al sacerdozio chi non avesse compiuti i trent'anni.

Il matrimoniospiritualeera permesso ai leviti. Si associavano alla donna per avere in essa una ispiratrice, un'emula di virtù e di sacrifizio, per adoperarla nelle missioni più dilicate e più ardue di carità e di consolazione.

Ma voi non conoscete la donna dei nuovi tempi! Voi non potete figurarvi questo angelico tipo dell'Eva redenta, che tanto più si sublima quanto più i nostri padri la vollero degradata!

La sorveglianza tiranna è abolita.—E tu pure, o vivace farfalla dalle candide ali, esci dalla tua prigionia secolare; percorri liberamente il giardino del creato; inebbriati di luce e di profumi, raccogli il fiore che ti sorride, e, santificato da' tuoi baci, chiudilo nel tuo seno palpitante!

Povera fanciulla!—Aspettare, desiderare, morire…! tale la legge infame degli uomini antichi, de' tuoi oppressori brutali. Per sottrarti a quella legge, a te non si apriva che una via, una via disperata, tremenda—gettarti nell'abisso delle colpe, annegarti nel materialismo e nell'onta.

Tu non potevi esprimere al giovane amato le forti concitazioni de' tuoi sensi. La tua giovinezza si consumava in disperati desiderii.

Venivano cinque… venivano venti… ma egli non veniva!… Che fare?… Morire senza amore, o prostituirti al libertinaggio o, peggio ancora, immolarti in connubii legittimi e nefandi.

Oggi, colle tue note più vergini, tu canti l'amore alla gran luce del sole. Nessuno ti terrà disonorata!

Le scienze e le arti hanno cessato di respingerti. Al contrario, esse ti invocano. Le infermità reclamano la tua mano leggera ed amorosa, i tuoi farmachi ispirati. Il dolore domanda i tuoi sorrisi, i tuoi pianti. La colpa aspetta l'assoluzione della sacerdotessaimmolata!

Due vie ti schiude la bellezza, non avventurose del pari, ma ugualmente onorevoli e benefiche.—L'uomo o l'umanità, l'amore o il sacrifizio.

Quale sarà la tua scelta?…

A tale domanda io mi sento invadere da un dubbio affannoso…

Via! rispondiamo una volta a tutte queste ansie, a queste perplessità dello spirito!

Lo scenario è compiuto—le tinte locali son date—la ribalta è abbastanza illuminata—ilcoroha recitato il suo prologo.

È tempo che i personaggi principali si mettano in azione.

Una sentenza di morte civile.

Trasportiamoci sulla piazza della cattedrale di Milano, nel giorno 15 agosto dell'anno 1977.

Da soli tre mesi fu ridotta a compimento la magnifica facciata del tempio; da soli tre mesi, nella vastissima piazza, larga tre miglia quadrate, auspice il Proposto Terzo Berretta, lafamigliadell'Olona ha solennizzata laNuova Pasqua delle genti.

Ed oggi il funebre squillo dellacampana di Giustiziarichiama i cittadini nella piazza per assistere ad una cerimonia lugubre, alla condanna di un gran delinquente, cui giusta ilCodice di redenzioneè riservata la pena della morte civile.

Allo scoccare dell'ora sesta, una folla di duecentomila persone si estende dalla gradinata del tempio fino alla estremità della contradaSanto è il Lavoro, che termina all'Arco della Pace.

Non una donna fra tanta moltitudine.

Questa elettissima parte dell'umana famiglia è dispensata dall'intervenire alla triste cerimonia.—Nell'anno 1977, una donna che spontanea assistesse a tale spettacolo sarebbe disonorata.

La creatura nata per amare, benedire e compiangere, non deve assistere ai sacrifizii inesorabili della legge.

Ma silenzio…! L'ora giuridica è suonata… L'esecutore della legge ha tolte le cortine che coprivano ilpalco d'infamiaelevato a poca distanza dalla cattedrale… Il colpevole, vestito di gramaglia, le ginocchia strette di catene e il volto velato… deve udire la sentenza…

I magistrati, i savii, gli anziani del popolo, che seggono nelle tribune laterali, si levano in piedi, si scoprono il capo… Le porte del tempio si spalancano. I sacerdoti preceduti dal gran Levita si schierano sulla gradinata, giungendo le mani in atto di preghiera.

Un colpo di cannone annunzia ai presenti ed ai lontani fratelli dell'Olona che il banditore della giustizia è salito sullatorree sta per proferire la sentenza…

La coscienza del dovere ha imposto silenzio alla folla… Duecentomila persone ammutoliscono… al primo cenno della legge.

Qual è dunque la voce potente, che si propaga dall'un capo all'altro della città, come eco di tuono?

Il banditore della giustizia parla dallatromba elettroeufonica, che ha facoltà di centuplicare il volume dei suoni…

L'Angelo dell'Apocalisse potrebbe servirsi di quella tromba per evocare i morti al giudizio finale.

Ascoltiamo la voce del banditore:

«A me, Federico Manfredi, banditore del Tribunale di Giustizia nella famiglia centrale dell'Olona, incombe il triste ufficio di partecipare ai presenti ed ai lontani, ai cittadini d'Italia e di tutta laUnioneEuropea, nonchè agli abitatori delle altre parti del globo che a noi si legarono o fecero solenne adesione ai nuovi patti sociali e politici dell'Era di Redenzione, qualmente all'adultofratello Secondo Albani, reo, confesso e convinto di parricidio, dietro sentenza concorde dei trecento consiglieri giurati, e il voto dei savii e degli anziani del popolo, sia decretata la condanna suprema della morte civile.

«Le sagge riforme del Codice, le benefiche istituzioni civili e i tanti provvedimenti umanitarii introdotti nella famiglia sociale, resero il delitto meno frequente. Da quattro anni il nostro Tribunale di Giustizia non ebbe a giudicare alcun individuo imputato di assassinio. Ma pur troppo alle leggi e alle savie istituzioni sociali non è concesso mutare la natura dell'uomo. Il progresso ha temperato gli istinti, raddolciti i costumi; ma il germe del male, inerente alla creta viziata, non può a meno di svilupparsi in qualche individuo, e produrre il misfatto.

«Finalmente, oggi abbiamo a deplorare una anomalia di tal genere. Secondo Albani, l'adulto ventenne, che oggi vediamo relegato sul palco dell'infamia, sospinto da una passione indomata, acciecato dall'ira, trafisse di propria mano l'autore de' suoi giorni. Le circostanze del fatto constatate e determinate da giudici incorruttibili, stanno scritte nel resoconto che da tre giorni venne sottoposto al pubblico sindacato nelDiario del dipartimento. Nessun difensore essendosi presentato innanzi l'ora prefissa dalla legge, è ritenuto che la coscienza pubblica abbia facoltà di confermare la sentenza del Tribunale. Da questo momento la condanna di Secondo Albani è divenuta irrevocabile.

«Ed ora mi rivolgo a te, fratello reietto; e bada che la mia voce è la voce di tutta l'umanità che grida anatema sul tuo capo.

«In epoca non lontana che con stolida jattanza intitolossi civile, l'assassino era condannato a morire per mano del carnefice sulla piazza, al cospetto di un popolo, che assisteva a quella scena di sangue come a spettacolo giocondo. Il delitto punito col delitto, in luogo di moralizzare le masse, le abituava al ribrezzo dell'orribile vista. Il popolo fu veduto ammirare ed applaudire al cinismo del condannato.—Sul palco di morte il delitto parve circondarsi di un'aureola gloriosa—la vittima fu compianta, il boia imprecato.—E nondimeno, a quell'epoca, molti eminenti legisti facevano l'apologia della forca. I più miti, riconoscendo l'immoralità del supplizio, lo dissero terrore indispensabile a reprimere istinti feroci.—Non avrei evocate le memorie dei barbari tempi, se non fosse rarissimo il caso in cui ilTribunale di Giustiziadebba applicare ad un grande colpevole gli estremi rigori delCodice di redenzione.—È necessario che al fratello del reietto, e a tutta la famiglia che mi ascolta, io ricordi in che consista la pena della morte civile, e come debbasi applicare, e quali sieno quindi innanzi i soli rapporti possibili fra il condannato e la società che lo respinge dal suo grembo.

«A te dunque, Secondo Albani, da questo momento è tolto il diritto di portare il nome de' tuoi avi e dei tuoi congiunti di sangue, perocchè non è giusto che tu abbia cosa veruna di comune con uomini onesti e rispettati.

«Il titolo diSecondo, a te conferito nelgiorno dell'adolescenza, per stimolarti all'emulazione di un padre benemerito della umanità, verrà trasmesso fra due giorni al minore fratello, cui rimarrà il privilegio di portarlo e trasmetterlo al figlio primogenito.

«Per cinque anni e un giorno dovrà cessare ogni comunicazione fra te e il resto della umana famiglia. Non potrai soggiornare oltre ventiquattro ore in una città o circondario, nè penetrare nelle case dei fratelli che ti hanno reietto, nè assiderti alla mensa de' tuoi simili, nè profittare di alcun istituto pubblico, nè viaggiare coi veicoli dellaUnione, nè servirti di cosa veruna che appartenga alla Comunità degli uomini.

«I tuoi fratelli, a qualunque famiglia appartengano o circondario o dipartimento della grande Unione Europea e delle altre comunità che adottarono ilNuovo Codice, non ricambieranno con te un saluto nè una parola quando ti incontrino pel loro cammino. Passerai fra le genti come un'ombra invisibile, come larva di un uomo che ha cessato di esistere.

«E perchè tutti ti riconoscano, e nessuno per inscienza o inavvertenza possa opporsi ai voti della legge, l'Esecutore della Giustizia ti imporrà ilcollare di riprovazione, che tu porterai al collo per cinque anni ed un giorno fino ad espiazione compiuta. L'esecutore di Giustizia sarà tenuto a conservare la chiave di detto collare, che egli stesso discioglierà in questo luogo medesimo, al cospetto dei magistrati e del popolo, quando, esaurlta la condanna, tornerai all'amplesso dei fratelli.

«Trascorsi i cinque anni ed un giorno, se, per malattia, o per altre circostanze indipendenti dal tuo libero arbitrio, tu non fossi in grado di tornare in questo luogo stesso per ricevere l'assoluzione della famiglia; in qualunque Dipartimento, o Circondario della Unione Europea, avrai diritto di invocare larisurrezione morale, che ti verrà prontamente accordata, in dipendenza al messaggio telegrafico che oggi si trasmette a tutti i Tribunali di Europa determinante il tempo e la durata della tua condanna.

«Trascorsi i cinque anni ed un giorno, dacchè l'esecutore della Giustizia ti abbia levato il collare di riprovazione e i fratelli ti abbian reso l'amplesso del perdono e dell'oblio, tu riprenderai il tuo nome di casato, sopprimendo il titolo onorifico che ad altri venne trasmesso. Da quel momento verrai riammesso al libero esercizio di tutti i diritti—tu sarai puro ed onorato al cospetto degli uomini come al giorno della tua nascita. Noi confidiamo nella saviezza del popolo, perchè i voti della legge vengano esauditi. Quegli stessi che oggi si allontanano dal condannato, troncando ogni rapporto con lui, e cooperando per tal modo alla espiazione della orribile colpa, fra cinque anni saranno i primi ad abbracciare il redento e ad accoglierlo come fratello.

«Ed ora, o parricida, la tua espiazione incomincia. L'esecutore del Tribunale faccia l'opera sua. Al terzo squillo di tromba, la piazza sia sgombrata dal popolo—sullaVia della Misericordia, che il condannato dovrà percorrere per uscire dalla città, non veggasi persona;—tutte le finestre e le porte dei palazzi si chiudano.—Giorno di lutto è codesto, e gravissimo lutto per l'umanità! Un fratello è morto alla vita civile!»

Le parole del Banditore furono obbedite. Appena le trombe mandarono il terzo squillo, i cittadini silenziosi e commossi abbandonarono la piazza.

Era triste spettacolo.—Le tribune e le logge nello spazio di pochi minuti rimasero vuote.—I magistrati, i savii e gli anziani erano scomparsi… I cittadini pei larghi sbocchi delle vie si disperdevano, affrettando il passo come a fuggire un luogo di desolazione. Sulla piazza deserta, poco lungi dal tempio, non rimaneva che un solo essere vivente—e questi, curvato, immobile, incatenato al palco di infamia, dominava la vasta solitudine, simile ad uno di quei neri fantocci che i contadini pongono a guardia dei campi.

L'Albani, durante la tremenda cerimonia, aveva provato tutti gli spasimi dell'agonia morale. Atterrito dal silenzio e dalla solitudine, il condannato fece uno sforzo per sollevare la fronte… aperse gli occhi… Poi, ricurvando la testa, ruggì coll'accento della disperazione: «Tutti dunque mi hanno abbandonato!»

—Non tutti!—rispose una voce melodiosa e soave come la voce di un angelo.—Non tutti! Gli uomini hanno sentenziato nella giustizia, ma Dio viene a te nella misericordia!

E l'uomo che parlava di tal guisa, posò la mano sulla spalla del condannato: e questi rianimandosi, levò di nuovo lo sguardo, e vide un giovane levita, coperto di bianche vesti, che con affettuosa pazienza si adoperava a rimuovergli le catene.

—Coraggio, fratello mio!—proseguì il sacerdote…

—Voi mi chiamate fratello?—mormorò l'Albani ricurvando la testa.

—Io solo ho questo diritto; è un santo diritto, che mi accorda l'altare, che il tribunale degli uomini non potrebbe contendermi. Al condannato, al reietto dalla umana famiglia, la Chiesa accorda un fratello, un compagno di pellegrinaggio, perchè sostenga il paziente sul cammino della espiazione. Questo incarico di sublime pietà venne a me accordato dal grande Levita, ed io gli resi grazie—e il mio cuore esulta di trovarmi teco.—Sorgi dunque! sorgi, cristiano fratello, appoggiati al mio braccio—noi procederemo insieme o insieme cadremo.

L'Albani si levò macchinalmente, e discese i gradini del palco sorreggendosi al braccio del giovane sacerdote.

Attraversarono a lenti passi laVia della Misericordia. Il bianco levita, colla bisaccia sulle spalle, un largo cappello in testa, e un bastone di giunco alla mano, era costretto di soffermarsi ad ogni tratto perchè il compagno riprendesse lena. La lunga via era affatto deserta, le finestre e le porte serrate, la solitudine resa più tetra dalle ombre crepuscolari.

Dopo un'ora di cammino, i due pellegrini si trovarono lunge dalle case, all'aperta campagna. Le ombre si eran fatte più dense—laStella d'Amorespuntava nel firmamento.

I due viandanti udirono uno squillo lontano—entrambi si fermarono.

—Fratello!—disse il levita—è l'ora di benedizione! Questo suono tu devi conoscerlo. In questo punto tutti i tuoi fratelli piegano il ginocchio, e ringraziano Dio colla preghiera del cuore che in parole non si traduce. Il gran levita dalla torre del tempio inaccessibile, stende la mano a benedire tutti i figli della terra… Inginocchiati, o fratello!

L'Albani piegò le ginocchia—un tremito convulso gli scosse le membra—indi proruppe in uno sfogo di lacrime.

Quand'egli levossi per riprendere il cammino:—Ho sentito la voce di Dio!—esclamò l'Albani con accento rassegnato:—io avrò forza per compiere il duro pellegrinaggio… Espierò la mia colpa… rivivrò nella stima e nell'amore dei fratelli… purchè voi non mi abbandoniate!

—Abbandonarti!—esclamò il levita colla sua voce d'angelo—qual altra missione può avere il sacerdote di Cristo fuori quella di portare la croce degli infelici, di perdonare e di redimere?

I due viandanti si abbracciarono, e di nuovo si posero in cammino.


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