Cinque anni dopo.
La notte del quattro settembre 1982, da un magnifico palazzo posto nelle vicinanze dell'Antico giardinouscivano tre giovani donne—Luce, Viola e Fidelia—tre tipi di quell'angelica bellezza, che l'amore cosmopolita aveva creato da pochi anni rigenerando la specie umana.
—Oh! finalmente si respira!—esclamò Fidelia, la più giovane delle tre.—Se l'ora non fosse tanto avanzata, io proporrei di fare una gita fino alLariettoper vedere gli apparecchi della gran macchina.
—Non sono che dieci ore e mezzo—disse la Viola.—Affrettiamo il passo.
—Oh sì! andiamo!—soggiunse Luce.—Ho proprio bisogno di correre un poco su questi tappeti d'erba. La seduta di questa sera fu lunga fino alla noia… Figuratevi ch'io sono entrata alCircolo delle sorelleprima delle quattro! In verità, io non credeva di aver tanto coraggio civile da reggere ad una discussione di sei ore e mezzo.
—Dunque?
—Dunque! spieghiamo le ali… e via! Hai tu uno zigaretto, mia buonaFidelia?
—Io ne tengo dei famosi, a me regalati da Speranza, mia sorella d'amore.
—Zigari alla Rosa?
—Meglio!
—Alla vaniglia!
—Meglio ancora!
—Al gelsomino?
—Fatene la prova, e giudicate.
E Fidelia si levò dalla tasca un astuccio elegante, dal quale estrasse alcuni zigari bianchi come avorio, che distribuì alle compagne.
Non appena le donne ebbero appressata alle labbra la foglia profumata e sciolto con legger tocco dell'ugna ilnodo fiammifero, proruppero in una specie di ovazione.
—Delizioso!
—Inebbriante!
—Tutti i sapori dell'ananasso!
—Tutti gli aromi della terra benedetta!
—Questi zigari—disse Fidelia—si fabbricano alle Canarie colla foglia dellaFragola vergine, dettaarbusto del paradiso. Il Parlamento della Confederazione ha deciso che in tutti i dipartimenti di Europa venga piantato quell'arbusto, ed ha votato una somma ragguardevole per incoraggiare i coltivatori, accordando la privativa di smerciare i nuovi zigari a duemilasocietà anonime. Lo zigaro dellafragola vergineè dotato di speciali prerogative, ed esercita un'azione benefica sul cuore, moderandone i trasporti. A quanto pare, esso verrà adottato negli stabilimenti di educazione femminile, a preferenza della rosa e della vaniglia, che pure hanno tanto giovato a raddolcire gli istinti.
—E chi è l'inventore?
—Franco Dolosias, un giovane di circa ventisette anni, delDipartimento diPortogallo.
Luce cavò di tasca un portafogli, e soffermandosi al piede di unastella elettrica, scrisse il nome del giovane, dicendo alle compagne:
—L'inventore di questo zigaro deve avere un'anima gentile.—Nelle antiche poesie di Prati Secondo ho letto che la donna allora soltanto potrà dirsi rigenerata, quand'ella avrà succhiato tutti i profumi dei fiori.
—Il Prati ha dimenticato di qualificare i suoi fiori. Pur troppo ve n'hanno di velenosi che rappresentano la essenza del male.
—Hai ragione, Viola; ma il poeta ha forse omessa la distinzione per necessità del verso e della rima. Prati Secondo ha vissuto in un'epoca, che avea ridotta la poesia ad un frivolo giuoco di accenti e di echi. Pure il suo concetto è abbastanza trasparente. Iddio ha posto nel mondo animato gli elementi del male e del bene, spargendoli in tutti gli oggetti visibili ed invisibili, nell'aria, nelle piante, in seno alle onde, perfino nelle intime viscere della terra. Che ha fatto la creatura ragionevole, in luogo di seguire gli istinti che la conducono verso l'utile e il buono? Passando da errore in errore, da abisso in abisso, ella si ridusse al punto da imprecare al Creatore, e da affrettare co' suoi voti il cataclisma. Un branco di scellerati divenne padrone dell'umanità imbecillita, e per dominarla eternamente, la governò colla legge del male fabbricando su quella il despotismo, che durò molti secoli. Quando io penso che il despotismo ha inventato la galera e la forca prima di stabilire ilDiritto all'esistenza, debbo credere che le generazioni precedenti alla nostra non fossero al mondo che per espiare un delitto. Possiamo noi leggere le storie del passato, senza provare una specie di ribrezzo per coloro che ci hanno preceduti? Eppure noi vediamo che i pochi fautori dell'era antica, coloro che in giovane età succhiarono la corruzione, oggi non sono in grado di comprendere il bene. Essi hanno nel sangue il veleno, ereditato dai loro antenati. La loro essenza non è la nostra—e ilCodice di redenzionefu ispirato da somma giustizia quando stabilì maggior mitezza di pena pei delinquenti nati prima del 1925.
—Vero! vero purtroppo!—esclamò Fidelia con voce commossa,—I nostri padri sono molto diversi di noi! Bisogna compatirli e rispettarli nei loro pregiudizi, pensando che essi ci hanno preceduti sul cammino della libertà, ch'essi hanno fatto sforzi da giganti per rimuovere quella diga secolare che stava fra le due grandi epoche dell'umanità.
—Ciò che io trovo inconcepibile—proseguì Luce è che molti dell'Era vecchia, mentre riconoscono i grandi progressi di questi ultimi tempi, la saggezza delle nuove istituzioni, la squisitezza dei nuovi trovati, non solo rimpiangono sovente il passato, ma non possono interamente rinunziare alle orribili abitudini contratte nella loro gioventù. Mio nonno, cui sono riuscita colle dolci violenze della persuasione e dell'amore a rendere graditi gli zigari alla rosa, che egli per molti anni trovò detestabili, ogni mese riceve dalle Antille una cassetta di zigari alla foglia di tabacco fabbricati da una società anonima di Ottentotti. Dippiù egli ha pagato dodicimilalussiper avere mille pacchi di certi fuscellini neri e puzzolenti, di cui si trovarono alcune casse negli scavi dell'anticoForo Bonaparte.—Mio nonno si fuma ogni giorno uno di quegli orribili fuscellini, e li trova deliziosi, e dice che noi abbiamo torto di fuggire di casa quando egli ci ammorba di quella puzza insopportabile.
—Oh! pur troppo li ho conosciuti anch'io i fuscellini di tuo nonno! Fortunatamente mio padre ha esaurito la sua provvista, e n'è disperato.—Ogni qualvolta io sento dire che in città vien proposta la demolizione di qualche antico monumento, pensando al pericolo di vederne uscire quella peste, mi viene la pelle d'oca!
—Eppure quelli erano i famosi zigari Virginia, croce e delizia del secolo passato!
—Ora giudicate se la natura umana doveva essere viziata a quei tempi!—L'altra sera, conversando con maestroUmbold quarto, io gli ho proposto la questione se sia presumibile che nel secolo passato i fiori avessero colori, fragranza od altra proprietà che in oggi non hanno; non potendo io concepire come i nostri avi abbiano potuto deliziarsi nel fetore dei loro tabacchi!—Le leggi di natura sono immutabili—mi rispose il maestro—perchè sono perfette. Ai nostri padri come a noi la primavera offeriva ogni anno le sue rose olezzanti, i ligustri, le viole, i gelsomini… Il profumo del bene esalava dai campi, si spandeva nell'aria e penetrava nelle cose dell'uomo, per adescarlo a seguire il buon cammino—e l'uomo aspirava l'infezione del tabacco, e si avvelenava il sangue e l'intelletto coll'absinzio e coll'acquavite.
—E credi tu, Viola, che a quei tempi esistesse la santa virtù che si chiama l'amore?
—Io credo che l'amore abbia sempre esistito nel mondo—e che a lui si debba ogni sviluppo delle umane perfezioni. Io mi sento orgogliosa di essere donna—perchè ritengo che, nei barbari tempi dell'abbrutimento universale, la donna abbia sempre conservata e alimentata la favilla della carità. Quando tutte le case erano ammorbate di tabacco, e tutti gli uomini imbestialiti nella crapula, o peggio ancora, mummificati dall'egoismo, o fatti macchina dalla cupidigia dell'oro—tutta la poesia del creato si rifugiava nel cuore di poche donne, angioli predestinati al martirio, che viveano per amare e morivano per aver troppo amato.
—Oh! io non avrei potuto amare quei rozzi e balordi animali d'allora—disse Fidelia ridendo.—Ti giuro, o sorella, che se io fossi vissuta nel secolo scorso, piuttosto che lasciarmi baciare da un uomo… Che orrore! Uomini che all'età di trent'anni non avevano più denti in bocca, nè capelli sulla nuca!
Questa ingenua sortita di Fidelia portava la conversazione sopra un tema favorito. Ragionando di quella misteriosa e gentile aspirazione dei giovani cuori, di quel bisogno imperioso dei sensi che è l'amore, le tre donne divennero eloquenti.
Amore.
La notte era limpida e serena—il cielo sfavillante di stelle—l'aria imbalsamata. Mille augelletti canori, da poco tempo climatizzati in Europa, svolazzavano tra gli alberi odorosi, tolti alle vergini foreste americane e trapiantati nell'ampio giardino. I vivaci colibrì dalle ali di fuoco precedevano le tre donne, formando sul loro capo una nuvoletta dorata. Tutta la poesia del creato si rifletteva in quei giovani cuori, fecondando i germogli della più sublime, della più santa passione. La voce, la parola, l'accento di quella conversazione era una musica divina, nella quale si fondevano tutte le armonie misteriose della natura.
Presso l'Arco della Pacele tre donne fecero sosta. Il lago era a poca distanza, e i gruppi dei lavoratori e dei passeggieri che si dirigevano a quella volta, divenivano frequenti.
—Mutiamo argomento—disse la Viola, trattenendo le compagne.—Qualche profano dell'antica razza potrebbe udirci e burlarsi di noi. Non esponiamo le cose sante al ludibrio dei pervertiti.
—Noi ci siamo slanciati per una via di fiori; abbiamo discusse le illusioni, i sogni gentili della vita, ma nulla abbiamo concluso.
—La sola conclusione possibile—disse la Viola—è che nell'era antica l'amore fu riguardato come un piacere, mentre il piacere non è nell'amore che un modo di manifestazione ed un complemento.
—Io credo che nessuno sia in grado di definire l'amore—disse la Viola—o piuttosto che ciascuna donna lo senta diversamente, secondo l'indole propria e l'educazione degli eventi. Per me l'amore è desiderio.
—L'amore è sacrifizio!—soggiunse Luce.
—L'amore è perdono!—sospirò Fidelia.
E in quel punto una voce vibrata e sonora ripetè le parole della fanciulla, e un giovane di bellissimo aspetto uscì da un cespo di dalie, e mosse incontro a Fidelia stendendole la mano.
Le tre donne trasalirono di sorpresa. Ma gli occhi di Fidelia furono attratti da forza magnetica verso lo sconosciuto—le due mani s'incontrarono—e un fremito di voluttà corse rapidamente dall'uno all'altro cuore. Quel fremito era la parola misteriosa dell'amore, il muto linguaggio delle anime, che l'una all'altra si rivelano.
—Adulto!—disse la Viola allo sconosciuto—noi non possiamo intrattenerci o camminare in vostra compagnia, se prima non abbiate adempiuto alla legge diricognizione.
—Dispensatemi dal palesare il mio nome—rispose il giovane.—Una sola di voi ha il diritto di conoscerlo… ella che diceva poco dianzi: l'amore è perdono.—Quanto alle mie qualifiche, vi basti sapere che io sono l'inventore della nuova macchina per la pioggia artificiale che domani verrà esperimentata al cospetto dell'universo.
—Voi… il nuovo benefattore dell'umanità!—sclamò Fidelia con entusiasmo.—Voi, l'inventore della macchina che ha destato la meraviglia del mondo!
—Pur troppo io sono quello sventurato!—rispose il giovane con voce commossa. E in quel punto il volto del giovane si coperse di pallore, e una ruga gl'increspò leggermente la fronte.
Luce e Viola si ricambiarono una occhiata significante, poi rivolgendosi a Fidelia:—Vanne,—le dissero,—la pietà accompagni il dolore. Quest'uomo aveva bisogno della confessione, e Dio gli ha mandato il suo angelo!
Fidelia baciò in fronte le amiche, e preso per mano il giovane addolorato, si diresse con lui verso la spiaggia del lago.
—Chi lo crederebbe?—disse Viola alla Luce, seguendo con lo sguardo i due che si allontanavano.—Quest'uomo da oltre venti giorni riempie il mondo della sua fama; domani, per assistere all'esperimento de' suoi meravigliosi meccanismi, dai confini più remoti della terra converranno a Milano tutti i primati dell'intelligenza. Più di tremila areostati sono già scesi quest'oggi all'arsenale di Corsico—laCasa di ospitalitàdell'anticoForoha già ricoverato ventimila forestieri,—domani prima di mezzogiorno arriveranno i tre palloni smisurati del dipartimento Russia, e la grande arca Americana della forza di cinquecento aquile… Tutti i veicoli della Unione saranno in moto per trasportare passeggieri—le viscere della terra fremeranno per elettrico impulso negli scambi della grande novella… Ed ecco: l'uomo che ha dominato gli elementi, che ha sconvolto l'ordine della natura fisica; l'uomo che domani sarà idoleggiato da tutta la famiglia umana, non può emanciparsi dalla tirannia del dolore, non può con tutti gli sforzi della sua volontà e della sua intelligenza sospendere anche per un momento il battito delle proprie passioni. Sarebbe mai vero il paradosso propugnato dalla nuova setta dei Ginevrini, che l'umanità progredisce a scapito degli individui?…
Per giungere al lago, Fidelia e il suo giovane compagno avevano attraversato una folta selva di pini. Uscendo all'aperta, uno spettacolo meraviglioso si presentò al loro sguardo, spettacolo affatto nuovo per la giovinetta, che arrestossi sospesa sulla punta dei piedi, immobile come la statua dell'ammirazione.
Le acque erano sparite—una immensa lastra di metallo ne copriva la superficie, formando sovr'esse una cupola lucente, dal cui centro usciva una piramide colossale, gigantesca, immensurabile, la cui estremità superiore si perdeva negli oscuri spazi della notte.
La torre di Babele è dunque riedificata? E Iddio ha permesso agli uomini del ventesimo secolo di stabilire una comunicazione fra la terra ed il cielo? E perchè non ha egli punito, come in altri tempi, questo sacrilego attentato della superbia umana?
La favola di Babele non è certo la meno immorale delle tante immoralità delle Genesi.—Iddio non può punire quel provvidenziale istinto della azione che è nella mente della umanità. Oggimai nessuno può disconoscere questo vero immutabile. Rimescolare la materia, agitarla, trasformarla, tale è la missione dell'uomo. Orgoglioso, superbo fino a credersi onnipotente, l'uomo non cesserà mai da questa lotta gigantesca che aspira al perfezionamento e forse conduce alla dissoluzione. Il Titano schiacciato non cesserà di agitare i suoi massi, di accumulare i macigni per salire fino a Dio—perchè egli sente di aver qualche cosa di comune con Dio: l'intelligenza e lo spirito creatore!
I terrori del genio.
—Giovinetta—disse l'adulto coll'accento dell'entusiasmo—l'estasi del vostro volto, l'eloquenza del vostro silenzio mi compensano di cinque anni di patimenti!
—Perdonate al mio egoismo—disse Fidelia, riavendosi dallo stupore.—Ammirando la vostra opera, ho dimenticato i vostri dolori.
—E anch'io li dimentico in questo momento, e siete voi che me li fate obliare!—Prima che l'uomo vi confidi le pene del cuore, permettete che l'artista profitti di questo breve entusiasmo, per rivelarvi le creazioni del suo genio. Questo grande meccanismo che domani verrà posto in azione, io l'ho concepito da oltre cinque anni, nell'estate del 1976, quando una siccità desolante avea costretti buona parte dei cittadini ad emigrare in paesi lontani. Un avvenimento terribile… mi vietò di presentare il mio progetto alla Commissione deiPrimati dell'intelligenza… E forse fu pel meglio… E l'uomo, che a quei tempi mi sconsigliava dal tentare il voto della Commissione, era forse ispirato dalla saggezza e dall'amore. Ma rifuggiamo da queste ricordanze… Pur troppo esse non danno mai tregua al mio spirito, e fra poco io sarò costretto a dividerne con voi l'amarezza. Cinque anni di aspettazione e di meditazione modificarono in diverse guise il mio progetto, finchè, ridotto e semplificato col soccorso di nuove scoperte, riuscì tale da venireammesso all'esperimentocon milleseicento voti favorevoli e quattrocento contrari. La più grande difficoltà del meccanismo stava nel produrre l'ebollizione del lago—ed io spero averla superata, risparmiando le materie combustibili, e derivando il calorico dal sole cogli specchi ustorii di Archimede, riprodotti e perfezionati dal secondo Volta. Questo immenso coperchio di metallo, che si estende alla superficie del lago, chiudendo ermeticamente le acque, non ha che un solo sfogo, la torre gigantesca del centro, dalla quale usciranno i vapori condensati dalla ebollizione sospinti da forza violentissima all'altezza di tremila metri. Gli specchi ustorii verranno posti in attività verso le undici antimeridiane—ho calcolato che, in meno di tre ore, passando pei duecento conduttori che si elevano dalla circonferenza del lago, il calorico si propagherà alle acque, producendo l'ebollizione. Oh quanto mi tarda di udire il brontolìo delle onde commosse!… di vedere una bianca nuvoletta spuntare dalla piccola valvola, e sfumare leggera leggera nell'orizzonte!… Perocchè—lo dico a voi, o fanciulla, a voi sola che avete un'anima per comprendere i dolori e i terrori della vita—io non sono pienamente rassicurato sull'esito dell'opera mia… Io temo che qualche ostacolo impreveduto, qualche fatale combinazione atmosferica, qualche forza fisica da me obliata si interponga fra il concepimento e l'effetto… Temo altresì che la giustizia di Dio mi attenda al varco fatale per intercettare colla sua mano onnipotente l'opera del peccatore!…
—Oh! non dubitate!—esclamò Fidelia coll'accento della convinzione.—Il genio emana da lui, ed egli non lo dona perchè vada sprecato. La vostra opera fu concetta nel desiderio del bene, e ciò che è buono è benedetto da Dio! Ormai non ho bisogno di altre spiegazioni. Contemplando da questo luogo i meravigliosi apparecchi, io già mi figuro il grande spettacolo che deve aver luogo domani. Le acque ribollono come per incanto… I vapori si concentrano nel vasto serbatoio… Al cadere del sole, voi aprite le grandi valvole—una densa colonna di fumo, sospinta dalle trombe pneumatiche, si slancia verso l'orizzonte che in pochi minuti sì copre di nubi… Dalla città si leva un grido di ammirazione, e i vapori agglomerati e rinfrescati nelle alte regioni dello spazio, si sciolgono in pioggia abbondante!…
—L'angelo ha parlato; io non posso più dubitare dell'opera mia;—disse il giovane cadendo in ginocchio dinanzi a Fidelia, e baciandole un lembo dellatunica verginale.—Ora che avete confermata la fede dell'artista, aggiungete, o fanciulla, un miracolo, rendete all'uomo la pace che egli ha perduto da molti anni!
—Alzatevi!—sclamò Fidelia quasi atterrita.—La pace viene da Dio, che la promette e la dona agli uomini di buona volontà.
—La voce della donna è la voce di Dio—proseguì il giovane coll'entusiasmo dell'ispirazione.—Io non leverò le mie ginocchia dalla terra, prima che voi abbiate risposto ad una domanda. Credete voi che un uomo, il quale un tempo si chiamava Secondo Albani, possa aspirare all'amore di una donna?
—Quale strana domanda!—sclamò la giovinetta, fissando gli occhi smarriti nel volto dello sconosciuto. Poi, non potendo indovinare il senso delle misteriose parole, stese la mano al genuflesso, e con voce commossa:—Sorgete—gli disse;—il nome che avete pronunziato è un suono affatto nuovo al mio orecchio; ma se voi siete l'uomo a cui desso appartiene, io lo scolpirò nel mio cuore per non dimenticarlo mai più.
—Voi dunque ignorate la triste storia del mio passato!…—proruppe il giovane levandosi da terra e premendo al cuore la mano di Fidelia.—Gli uomini sono migliori che io non credeva, poichè obbediscono allaLegge di redenzione! Ebbene, poichè le vostre parole mi hanno dimostrato che i fratelli non obliarono il dovere, anch'io avrò il coraggio di prevalermi de' miei diritti. A voi sola, per cui l'amore è perdono, a voi ho rivelato il nome fatale ch'io desiderava nascondere a a tutti. L'inventore della pioggia artifiziale, domani, dopo l'esperimento voleva allontanarsi per sempre da questa città che gli diè vita, per isfuggire ad una amara ricordanza, per involarsi ad una gloria che avrebbe ridestato nei fratelli un'eco di riprovazione. Ebbene, io rimarrò—io sfiderò i pericoli della celebrità—il mio nome allo spuntare dell'alba, verrà proclamato dai banditori—dirigerò io stesso, alla prima luce del sole, i meccanismi preparati nelle tenebre… Voi non potete comprendere quanto vi sia di terribile nella mia risoluzione… Nulla oso dirvi in questo momento; ma domani a notte avanzata, quando tutto vi sarà noto, io sarò qui, tra gli spasimi del terrore e della speranza, tremante, convulso, ad aspettarvi sotto questo platano stesso, dove mi avete detto che il nome di Secondo Albani rimarrà eternamente scolpito nel vostro cuore. Se prima di mezzanotte voi tornerete a me per ripetermi le sante parole, allora avrò il coraggio alla mia volta di chiedervi qual nome abbia imposto il Signore all'angelo di redenzione.
In quel punto, dalla torre Garibaldi squillò ilrichiamo delle vergini. Era la prima volta, dacchè Fidelia avea compiuta l'età dell'emancipazione, che quel suono la sorprendeva fuori della casa paterna. La giovinetta in quella notte avea sorbiti i profumi inebbrianti dell'amore. Ma il tempo inesorabile e pedante non ha riguardo nè pietà per le anime innamorate. Lo squillo del richiamo troncò sul labbro di Fidelia una risposta che il giovane avrebbe pagato a prezzo di sangue.
Il despotismo della legge naturale.
—Che ho mai fatto!—esclamò la giovinetta riscuotendosi, e volgendo intorno lo sguardo smarrito.—Mio padre! Che dirà egli, mio padre, nel vedermi rientrare sì tardi?
—Tu sarai nella tua cameretta all'ora legale—disse una voce ben nota alla fanciulla.
—Oh! voi… mie buone sorelle!
—Presto! a venti passi dall'Arcoc'è una stazione digondole volanti—disse Viola, dando il braccio alla giovane amica…—In meno di tre minuti, prima che la campana abbia cessato di suonare, noi scenderemo alla porta del tuo palazzo.
L'agitazione di Fidelia, sopratutto l'accento di terrore ond'ella proferì il nome del padre, agghiacciarono il cuore del giovane innamorato. Non osò muover passo, non proferire una parola. Ma prima di allontanarsi, Fidelia volse a lui uno sguardo ed un addio, che equivalevano ad una promessa.—E mentre le tre donne si dileguavano per l'ampio viale, l'Albani sentiva nell'anima una voce soave ripetergli in mille toni melodiosi: io ti amo!
Presso l'Arco della Pace, le tre donne salirono in unagondola volante, che elevandosi rapidamente all'altezza di cento metri, si diresse verso la città con moto velocissimo. Luce, Fidelia e Viola, adagiate nella aerea navicella, sorvolavano alle piante ed alle abitazioni, come tre cherubini portati da una nuvoletta.
La campana delrichiamovibrava gli ultimi squilli, allorquando Fidelia, salutate le amiche, entrava negli atrii del palazzo paterno. Corse allasedia ascendente, toccò il bottone dorato, e tosto, pel rapido agitarsi delle carrucole, tra il fremito armonioso delle corde vellutate, ella trovossi negli appartamenti superiori.
Le prime sensazioni dell'amore, i moti involontari dell'anima che sente la seconda vita, riflettonsi nel volto di giovane donna. Le guance di Fidelia erano bianche siccome l'alabastro, l'occhio radiante di nuova luce, le labbra voluttuosamente socchiuse. Un insolito abbandono, una melanconica rilassatezza in tutta la persona.—L'amore, che più tardi rinvigorisce e rigenera la donna, in sulle prime si annunzia coi sintomi della febbre.
Al leggero cigolio delle carrucole, che annunziava l'ascensione di Fidelia negli appartamenti superiori, due gravi personaggi mossero ad incontrarla nella galleria. Non appena la sedia ristette, l'un d'essi stese la mano alla fanciulla per aiutarla a discendere—l'altro, il più vecchio, arrestandosi a pochi passi dalla porta d'onde era uscito—figliuola mia, disse con voce severa, tu sai che io non amo di saperti in volta… ad ora sì tarda della notte… Fidelia non rispose.
—È l'ora legale—disse il più giovane dei personaggi…—Ilrichiamo dello verginisuona tuttavìa…
—Sempre da capo con queste vostre teorie della legalità!—proruppe il vecchio con accento di stizza…—Io rispetto le leggi, e mi adopero con tutto lo zelo per farle rispettare dalla famiglia; ma fra un padre ed una figlia i doveri ed i diritti non vanno misurati alle norme del codice. L'amore che io porto a Fidelia mi impone di ricordarle che l'aria della notte è nociva alla salute, e quand'anche non vi fossero per lei altri pericoli andando in volta ad ora sì tarda, questo solo basterebbe perchè ella dovesse piegarsi a' miei desiderii.
—Eravamo uscite un po' tardi dalcircolo… Luce e Viola mi hanno invitata ad accompagnarle fino alLariettoper vedere gli apparecchi della macchina…
Fidelia articolava a stento le parole. Ella appoggiò il suo braccio a quello del padre, e tutti insieme entrarono nella sala.
—Figliuola mia—disse il vecchio assestandosi in unpieritto(3), mentre Fidelia si coricava sovra un divano di velluto—non vorrei che queste scappatelle notturne si rinnovassero troppo spesso… So che tu mi vuoi bene… Spero che la voce dell'affetto figliale in avvenire preverrà di due o tre ore il richiamo delle campane… Vedete, Gran Prestinaio; non vi pare che mia figlia abbia un viso da febbre terzana?
—Più pallida, più estenuata… difatti…
—Immaginate, cittadino Rolland, che sono stata ritta più di un'ora al medesimo posto, per udire la spiegazione dei meravigliosi meccanismi che devono produrre la pioggia artiflziale…
—E chi ebbe la fortuna di svelare i misteri della scienza ad un'allieva sì docile e sì gentile?—chiese Rolland a Fidelia.
—Oh! la fortuna fu tutta mia—rispose la giovinetta arrossendo—io non sperava d'incontrare sulla riva del lago un maestro tanto istruito e sapiente. Figuratevi che la spiegazione della meravigliosa macchina io l'ebbi dall'inventore…
—Tu hai parlato con quell'uomo!—esclamò il padre di Fidelia, balzando dalpieritto.—Tu dici d'aver parlato coll'inventore della macchina…!—ripetè il vecchio con voce corrucciata.
—Gran Proposto:—disse Rolland levandosi in piedi—moderate quei vostri trasporti dinanzi ad una fanciulla… Non vedete? voi la fate tremare!
—Fidelia! mia buona Fidelia!—riprese il vecchio dopo breve silenzio, accostandosi alla figlia e stringendole la mano con tenerezza.—Rispondi sinceramente al tuo vecchio padre: conosci tu il nome del giovine artista, col quale ti sei intrattenuta a conversare? T'ha egli nulla rivelato delle sue vicende… delle sue… sventure?
—Io non conosco la menzogna—riprese Fidelia con voce commossa.—L'inventore della pioggia artifiziale mi ha rivelato il proprio nome coll'accento straziante di chi confessa una colpa. Questo nome, che domani non sarà più un segreto per alcuno, io non ho difficoltà di ripeterlo a voi… Il giovane artista si chiama Secondo Albani…
—Egli ti ha ingannata, figliuola mia!—proruppe il vecchio con ira.—Colui non ha più diritto di chiamarsi Secondo, dacchè la legge lo ha condannato…
Ma il vecchio non potè compiere la frase… perocchè il Rolland, balzando in piedi, e intromettendosi fra il padre e la figlia:
—Gran Proposto!—disse con voce autorevole;—in nome di quella legge che tu, primo magistrato della famiglia Olona, devi affermare coll'esempio, io ti ammonisco che tu mancheresti al più sacro dovere di fraternità, accusando ed infamando un cittadino, che oggi èpuro ed onorabile come al giorno della sua nascita.
—Io sono in casa mia, mastro Rolland. Nella libera cerchia del santuario domestico, fra un padre ed una figlia, ve lo ripeto, non può esservi altro codice che quello dell'amore.
—Con autorità di fratello vi ho ricordato un dovere—proseguì Rolland—ed ora fate ciò che la coscienza v'ispira. Badate che questa legge che voi chiamate di amore, non sia piuttosto un avanzo di pregiudizi ereditati.
Queste parole turbarono la fronte al vecchio Proposto. Rolland gli strinse la mano, uscì dallacomune, e abbandonandosi al pendio dellaglissante(4), scivolò sino agli atrii inferiori.
Il Gran Proposto fece uno sforzo violento sopra sè stesso. Per quella sera egli non proferse altre parole. Prese per mano la figlia, e, accompagnandola fin presso lastanza delle rose, prese commiato da lei col bacio delbuon sogno.
Fidelia era vivamente commossa. Gli sdegni del padre, le parole concitate e interrotte, le strane proteste di Rolland, tutta la scena cui poco dianzi aveva assistito le riempirono il cuore di tristi presagi. Prima di coricarsi, ella si assise al cembalo magnetico e scorrendo colle dita sovra la tastiera di avorio, parlò alla sorella d'amore.
—Vegli, o Speranza?
—Veglio.
—Finalmente le rose diedero fragranza, ma le spine sono cresciute.
—Narrami la storia del tuo cuore—io chino l'orecchio sul cembalo per udire il melodioso canto della vergine innamorata.
La casa di Fidelia e la casa di Speranza erano disgiunte da tre lunghe contrade—ma le due donne conversarono fino all'alba colle oscillazioni del telegrafo. Per comunicare agli avorii le magnetiche parole, Fidelia raccoglieva tutte le forze dell'anima sospingendole colla volontà verso l'estremo delle dita. Gli occhi della giovinetta mandavano fiamme; le labbra oscillavano; i polsi tremavano convulsi per la pressione del fluido sospinto… E quando Fidelia, stanca da quegli sforzi violenti, reclinava la testa sul timpano sonoro, una musica soavissima le parlava allo spirito—una musica di consigli, di speranze e di benedizioni—la musica di un'anima sorella.—Il telegrafo magnetico di Terzo Bonelli riparava ai tanti peccati dei telegrafi antichi—traduttore fedele dell'anima, esso non poteva in verun modo trasmettere la menzogna.
Meneghini puro sangue.
Da tempo immemorabile, alla vasta città dell'Olona non erano affluiti tanti forestieri da tutte parti del mondo.
Nella casa di ospitalità dell'antico Lazzaretto, ove, fino dal giorno antecedente, han preso alloggio trentamila persone—nei quattrocento palazzi di ferro che gli Anziani della famiglia hanno fatto collocare nel Campo Ausiliario, non trovasi più una sola camera disponibile.—Tutti gli alberghi dilusso, tutti gli asili gratuiti riboccano di gente.
E dire che siamo appena al mezzogiorno, e dalle cinque ferrovie giungono ad ogni tratto nuovi convogli—e innumerevoli aerostati, immense arche natanti negli spazi del cielo, si librano a trecento metri di altezza sovra il porto Corsico, attendendo il segnale della calata.
I tardi arrivati, disperando di trovare alloggio, si accalcano nelle vie, o nelle sale da rinfresco. Il grande Caffè Centrale della AssociazioneGnocchi, verso un'ora pomeridiana ribocca di uomini, donne e bestie d'ogni paese.
—Gran bel Milano!—esclama uno dei vecchi abituati del Caffè, il quale da cinque ore sta seduto in compagnia di alcuni buontemponi sulla porta di Occidente.—Gran bel Milano! Per me, ho giurato di non uscir mai dalla mia città quand'anche a due miglia di distanza piovessero beccafichi arrostiti, come ai tempi di Mosè.
—Via! per una pioggia di beccafichi si potrebbe fare il sacrifizio di una piccola corsa in vapore!—dice un altro milanese.—Voi mi avete capito, caro Pirotta—in vapore!
—Che! tu! un uomo che possiede trentamila lussi di rendita… viaggi ancora coi veicoli gratuiti dellaUnione?
—Io amo di andare all'antica, mio caro Perelli; con questi malcreati palloni io lascio viaggiare i matti, che han voglia di rompersi il collo precipitando dall'altezza di due o trecento metri sulla cupola di qualche campanile!
—Non hai torto, mio caro Pestalozza! E pazienza se quei matti, che pretendono viaggiare nell'aria, rischiassero soltanto la propria vita!… Ma pur troppo la loro imprudenza è un continuo attentato alla sicurezza altrui. Anche ieri, causa quei maledetti palloni; avvennero quattro o cinque disastri nella nostra Milano… Il Guardapolli del giardino Balzaretti, mentre stava sulla porta della piccionaia distribuendo il grano alle bestie, ricevette sul ghigno il complimento di un lungo cannocchiale che uno dei viaggiatori si lasciò scappare di mano. Sulla piazza del Duomo, mentre la folla dei nullabbienti si accalcava presso la porta della decima Dispensa per ricevere il pane, venne a cadere una pioggia di grosse ostriche, le quali, ti giuro, non resero il miglior servizio alle nuche pelate di alcuni poveretti…
—Perciò… viva sempre il cilindro! E dicano pure i balordi che noi siamo antiquari, retrogradi, codini, cappelloni, torrioni… Ma un buon cappello a cilindro…
—Della fabbrica Ponzone…
—Bravo! della fabbrica Ponzone! Da centoventisette anni la mia famiglia si serve in quel negozio! Oh!… vedi quanta gente vien su dalla strada dei medici!…. Forestieri arrivati di fresco!
—Se non m'inganno, debbon essere scienziati!
—Primati dell'intelligenza, si deve dire…
—Scienziati o primati fa lo stesso… Chiamali come ti pare meglio, sono e saranno sempre sinonimi di gabbamondo.
—Dove andrà ad alloggiare tutta questa gente?
—Con tutta la loro scienza, i signori primati dovranno rassegnarsi, e far di necessità virtù, dormendo a cielo scoperto.
—È proprio una vergogna che il municipio… cioè… volevo dire… come lo chiamano ora?…
—Il Consiglio di famiglia…
—C'è da perder la testa a imparare queste nuove denominazioni! Che ne dici, caro Perelli?… Hanno fatto un gran sfoggio di belle parole, ma nel fatto non si è punto avvantaggiato! Fra le nostre Giunte municipali e i moderni Consigli di famiglia non veggo gran differenza…
—Io direi piuttosto che siamo andati di male in peggio.
—Figurati se in una giornata come questa non si doveva pensare a far venire da Bergamo o da Como duecento o trecento case di ferro!… Signori no! ha detto il Sindaco… o Gran Proposto… come ora lo chiamano… Milano non deve ricorrere alle famiglie minori—non deve disturbare i vicini—Milano deve fare da sè!—Ed ecco… corpo di mille diavoli!… che per voler fare da sè, il Municipio… non ha saputo far nulla… e il decoro della città è compromesso!…
—Questo nostro Sindaco… o Gran Proposto… vuol durar poco nella sua carica!… Ho sentito certe campane…
—Parliamo a voce bassa… Voi sapete che io vado a pranzo da lui due volte la settimana… E non vorrei…
—Eh! non siamo più ai tempi della repubblica rossa! Ora si può parlare liberamente!…
—Non si sa mai… quello che può accadere… Io non ho dimenticato il precetto di mio nonno: delle autorità, dei magistrati, dei funzionari pubblici—fin quando sono in carica—bisogna dirne bene, salvo a lapidarli quando sieno caduti…
—Io poi, non ho tanti scrupoli, caro Perelli… Anche ai tempi della repubblica era permesso dir male dei sindaci e delle Giunte… Toglieteci il piacere di parlare contro il Municipio, e in verità non sapremmo come passare la vita… Volete che io ve la dica schietta e netta come la sento in cuore?… anche in codesta faccenda della pioggia artificiale io ci veggo del marcio…
—Sicuro che c'è del marcio!—sciamano in coro i circostanti.
—Qui sotto c'è qualche imbroglio, qualche brutto intrigo dei signori anziani…
—E aggiungete pure del Gran Proposto!…
—Quando si pensa che Parigi, Berlino, Lucerna, Varsavia, infine le principali città della Unione respinsero la proposta dell'esperimento!…
—Ciò significa che il meccanismo è difettoso…
—Io dubito piuttosto che una pioggia artifiziale possa recare gravi danni all'igiene pubblica, suscitando dalla terra evaporazioni pestifere… Questa dev'essere la vera ragione per cui i Municipii delle capitali più illuminate non vollero tentare la prova… Oh! vedrete! vedrete!… Grazie alla intelligenza ed al senno del nostro Municipio, avremo fra pochi giorni a Milano la petecchiale o la febbre gialla…
—Quanto a me, nessuno mi leva dalla mente che avremo una pioggia di acqua calda, la quale cremerà in poche ore tutta la vegetazione…
—Voi parlate di danni probabili e possibili; ma nessuno di voi ha avvertito il danno certo, reale, inevitabile…. la morte di tutti i pesci del lago…
—E tu credi, Pirotta, che tutti i pesci?…
—Oh, veh l'ingenua domanda! Poichè il lago deve bollire, ne viene di conseguenza…
—Sicuro! ne viene di conseguenza che i pesci si cuoceranno…
—Ora comprendo!—grida il Perelli, levandosi in piedi, e spalancando tanto d'occhi…—E quando i pesci saran cotti…
—Allora…!
—I signori del Municipio…
—Il Gran Proposto…
—Gli anziani…
—Una buona mangiata fra loro… alla barba dei gonzi, che hanno fatto le spese della pioggia!…
La strana conclusione dell'ultimo oratore fu accolta con una esplosione di viva, di applausi e di risa sguaiate. L'idea che il Gran Proposto e gli anziani del Consiglio avessero approvato l'esperimento della pioggia artificiale al solo scopo di fare un lauto pranzo con pesci del lago, percorse i crocchi vicini, ma venne respinta ben tosto e soffocata dai sarcasmi delle persone intelligenti. Un secolo addietro, quella assurdità grossolana e maligna avrebbe trovato eco nelle masse, e venti o trenta pappagalli del giornalismo l'avrebbero stampata per edificazione del popolo.
Le pillole alimentari di Raspali.
Ma lasciamo il vestibolo, e spingiamo lo sguardo nelle sale interne, ove stanno adunate più di duemila persone giunte da lontani paesi. Duecento garzoni ed altrettante donzelle vanno, vengono, si incontrano, si urtano presso la Rotonda centrale, per levare le imbandigioni da distribuirsi nei ventiquattro emicicli.
Ad ogni tratto nuovi forestieri sopraggiungono. Dappertutto è un ricambiarsi di saluti, di augurii, di strette di mano. Amici e conoscenti, che vivono disgiunti da immensurabili spazi di terra e di mare: uomini che senza essersi veduti mai, per mezzo di un filo miracoloso si ricambiarono per molti anni le aspirazioni e le idee—eccoli riuniti in una sola città, in un sol punto del globo, per assistere ad un nuovo prodigio dell'intelligenza.
In uno dei più vasti emicicli, conversavano a voce alta due personaggi, che al vestito ed al distintivo di nobiltà ond'erano fregiati, mostravano appartenere alla onorata congregazione dei Primati.
—Povera umanità—diceva l'un d'essi, volgendo uno sguardo di commiserazione alla folla.—Povera umanità! Studia! lavora! inventa pure il miracolo onde migliorare la tua condizione, tu starai sempre a disagio nel mondo. La scienza non può soccorrere a' tuoi bisogni senza crearne dei nuovi. La noia, il desiderio, il dolore aggraveranno eternamente il fardello della vita!… Questa città nel breve corso di un secolo si è estesa di oltre venti miglia in circonferenza. Le più belle, le più utili istituzioni furono qui favorite dalla ricchezza e dalla generosità de' cittadini. Un migliaio di stabilimenti pubblici e privati si eressero come per incanto nell'ultimo decennio; le case di ospitalità, gli alberghi, i palazzi mobili possono dar ricetto a seicentomila forestieri: nondimeno, ecco venire un giorno in cui il concorso strabocchevole dimostra l'insufficienza dei provvedimenti umani, e i disordini rinascono, la confusione si rinnova, e da ogni parte sorgono grida di malcontento! Nel primo caffè di Milano, fornito di venti fornelli e servito da oltre quattrocentovolonterosi, io veggo dei poveri diavoli che attendono da due ore la colazione!
—Tu hai sempre il tuo umor nero, amico Rousseau;—disse un giovane di circa venticinque anni, che portava sulla fronte il doppio distintivo della nobiltà(5).
—Convengo che il dipartimento Italia, e sopratutto la famiglia dell'Olona, han molto progredito nella civiltà in quest'ultimo decennio; ma rispetto agli altri dipartimenti di Europa, qui trovo ancora un barbarismo deplorabile. Il progresso, come tu dici, crea dei nuovi bisogni, e guai se ciò non avvenisse! l'uomo diverrebbe stazionario, ovvero camminerebbe retrogrado. Una invenzione, una scoperta qualunque, producendo nuovi bisogni, trae seco di conseguenza altre invenzioni ed altre scoperte—e così l'uomo procede gradatamente a quell'apice di perfezione, che è il fine supremo della vita. Guai allo sciagurato che si arresta a mezzo del cammino! Guai tre volte a colui, che si adagia sul presente, rifiutando i benefizi quotidiani della intelligenza! Quest'oggi parecchie migliaia di persone si trovano a Milano senza albergo e senza vitto—ciò non avverrebbe a Parigi, nè a Napoli, nè a Berlino, quand'anche, in un sol giorno, tutti gli abitatori dall'universo si adunassero in quei centri popolosi. In occasione dell'ultima esposizione, a Parigi v'era un'affluenza quotidiana di circa otto milioni di forestieri, ma in meno di due giorni sui tetti delle case vennero elevati cinque o sei piani di piccole camere in guttaperca, e gli alloggi furono quadruplicati. Quanto alla bisogna del vitto, il provvedimento è ancora più facile. Se a Milano i proprietari degli Alberghi e dei Caffè si fossero provveduti dimidollo concentrato di leone, tutti quei poveretti che attendono la colazione da due ore, con una sola pillola potrebbero nutrirsi per l'intera giornata.
—Bella invenzione davvero, le vostre pillole di midollo concentrato!—disse Rousseau, crollando la testa.—I Milanesi non diedero mai prova di tanto buon senso, quanto nel rifiutare questo nuovo metodo di alimentazione, che debilita lo stomaco e priva l'uomo de' più squisiti piaceri.
—E credi tu, che se in questo momento giungesse a Milano uno speculatore, il quale mettesse in vendita due o tre barili delle mie pillole, non sarebbe un gran benefizio per gli stomachi digiuni?…
Un sorriso di dubbio, quasi di scherno, increspò leggermente il labbro di Rousseau. E già stava per rispondere una amara parola, quando una ondata di giovincelli bizzarramente vestiti irruppe nella sala.
Erano i piccoli banditori del commercio e della industria, venditori di giornali, di zigaretti e fotografie, porta voci di notizie, anticamente denominatibarabini, ed ora distinti col titolo espressivo didemonietti di città. Abbigliati di una semplice blouse di seta color scarlatto, la fronte protetta da un elegante berettino di velluto azzurro, i capelli lunghi e scendenti sulle spalle, la gamba ignuda fino al ginocchio, il piede serrato in uno stivaletto rosso colle calze riverse, di una candidezza incensurabile; snelli, petulanti, loquaci, attraversavano la folla senza toccarla, filtravano nei crocchi, strillavano, sparivano come esseri fantastici.
Il grido di quei piccoli demoni pose fine alla quistione dei due scienziati. Un pallone da commercio giunto da Parigi in quel punto aveva recato a Milano quattromila case di guttaperca e parecchi barili di pillole Raspail preparate col midollo di leone.
All'annunzio inaspettato, tutte le sale furono in moto. I forestieri, che già da parecchie ore languivano a stomaco digiuno, e che non avevano trovato alloggio nella città, assediano la sporta dei piccoli venditori, i quali strillano a tutta gola:—avanti, fratelli!—Una camera per cinque lussi!—Un pranzo in una pillola!—Midollo concentrato di leone! Un vaso di trenta pillole Raspail per sessanta lussi!—Non più fame per un mese!—Non più osti! Palazzi di guttaperca con mobili e senza mobili!!!
—Che il diavolo vi porti!—brontola Rousseau, levandosi impetuosamente dal sedile. E salutando con aria dispettosa il collega scienziato:—amico—gli dice—io non posso reggere a questi orribili spettacoli della umana follia. Le tue pillole di midollo affrettano di due secoli il suicidio totale dell'umanità.
—Il tempo farà ragione delle nostre differenze—rispose l'altro scienziato, il quale era appunto l'illustre Raspail III, inventore dell'alimento omeopatico.—Ma i tuoi sofismi non possono distruggere nel mio cuore la compiacenza che io provo in questo momento!
In meno di un quarto d'ora, i ragazzi aveano infatti esaurita la loro provvisione di pillole; e buona parte dei forestieri, confortato lo stomaco dai sughi efficaci, erano usciti dal Caffè, ciascuno col suo rotolo di guttaperca sotto braccio, che doveva trasformarsi in camera o in palazzo ammobigliato.
L'uomo alato di Fourrier.
Mentre Rousseau usciva dall'emiciclo, entravano dalla porta Orientale tre nuovi personaggi, i quali dopo breve ricambio di saluti, sedettero presso Raspail. Erano tre primati del dipartimento francese: Virey, Michelet e Fourrier, celebri innovatori o piuttosto trasformatori della scienza zoologica.
Michelet era seguito da due magnifiche tigri, sommesse e docili come cani di Terranuova. Le due fiere dell'africano deserto, ammansate da quella forza simpatico-magnetica che Dio ha dato all'uomo quando lo istituì signore del creato, si sdraiarono sul pavimento facendo sgabello del dorso ai piedi del potente domatore. Alla vista delle ammirabili belve, quanti sedevano nell'emiciclo si alzarono mandando un grido di sorpresa. Da oltre dieci anni, i leoni, le iene, gli orsi ed altri animali, che ai tempi andati si chiamavano feroci, soggiogati dal magnetismo e raddolciti dalla educazione, viveano famigliarmente coll'uomo. La sola tigre avea resistito alla potenza dell'elettrico animale, sfidando il coraggio e l'imperiosa volontà dei più temerari. Immaginate la meraviglia dei circostanti in vedere lo scienziato distendere sbadatamente le gambe sui cuscini della pelle contratta, e solleticare colla punta dello stivaletto gli irti mustacchi della belva!
Se non che, a scemare l'impressione terribile di quella scena, un altro fatto meno sorprendente, perchè constatato da altre esperienze, ma sempre interessante e giocondo, distrasse l'attenzione dei curiosi. Un centinaio di augelletti d'ogni specie e d'ogni colore aveano invasa la sala, e svolazzavano dai capitelli alle cornici, dai ventilatori ai lampadari, cinguettando festosamente. Fourrier levò lo sguardo, e sorrise coll'espressione di chi risponde ad un cortese saluto con animo profondamente addolorato. Poi trasse dalla bisaccia una elegante scatoletta ripiena di semi odorosi—e gli augelletti a discendere tosto, beccare il loro granello, e di nuovo sparpagliarsi nelle regioni più elevate.
Sulla fronte dello scienziato era una nube di tristezza. Raspail se ne avvide, gli stese la mano, e coll'affetto dello sguardo gli chiese il segreto de' suoi dolori.
—Il mio dolore non è più un segreto pei miei compagni di viaggio—prese a dire Fourrier coll'accento della più viva commozione, e accennava a Virey e a Michelet.—Pure io ripeterò la confessione, perocchè la mia anima ha bisogno di rivelarsi.
Nella sala si fece un silenzio solenne. Gli augelli ristettero e cessarono dal canto.
—Colleghi, amici, fratelli—riprese Fourrier—la scienza genera la superbia, e la superbia genera l'errore. Questa antica sentenza oggi mi ricorre al pensiero nella sua verità più terribile. Seguendo le orme d'un mio illustre antenato, io mi era prefisso di concorrere alla rigenerazione della umana famiglia perfezionando l'organizzazione fisica dell'uomo, facendo violenza alle leggi istesse della natura. Ho consumata la giovinezza in lunghi e pazienti studi, in esperienze terribili, che più volte mi costarono dei rimorsi; ma l'idea fissa, irremovibile, l'idea dominatrice di tutti i miei pensieri era quella di dare all'uomo una nuova facoltà, la facoltà di volare come l'aquila delle Alpi, come il Condoro delle Indie. Io mi ero detto: finchè l'uomo non potrà elevarsi negli spazi infiniti dell'aere, solo, per suo proprio impulso, senza dipendere da meccanismi che richieggono il concorso di altri uomini; indipendenza e libertà saranno aspirazioni vane, parole vuote di senso. I palloni aerostatici, i vagoni delle ferrovie, i fili telegrafici, le navi sottomarine, saranno mai sempre subordinati a quel dispotismo sociale, che niuna legge può distruggere. Ove altro non esistesse, rimarrebbe la tirannia del denaro, principio e fomite di schiavitù.—Per compiere il volo di Dedalo, si vorrebbe denaro a provvedere la cera e le piume; ali non si avrebbero senza il soccorso di meccanismi costosi. Non sarà dunque possibile modificare la conformazione fisica dell'uomo in guisa da fargli spuntare in sulle spalle questo nuovo organo, che deve aprirgli le libere vie del firmamento? Nel 1940, proposi il quesito ad una assemblea di scienziati americani,—ed ebbi lo scherno per sola risposta. Due anni dopo, passeggiando nel podere di un industre colono di Strasburgo, questi mi fece notare una magnifica pianta, sulla quale maturavano dieci qualità di frutti differenti, sicchè dall'un ramo pendevano le più belle pesche, dall'altro fichi prelibati, qui grappoli d'uva, più in alto pere, e mandorle, e noci; e tutta questa varietà di frutta era cresciuta sullo stesso tronco per effetto di innesto…
—Comprendo,—interruppe Raspail;—l'innesto dei vegetali ti ha suggerito l'idea… di tentare l'ugual prova nei regno animato.
—E l'idea era troppo logica perchè io non mi affrettassi a realizzarla; io, che da tanti anni non vagheggiava che una sola speranza al mondo!… Prima di tentare la prova nell'animale ragionevole, feci parecchie esperienze sui bruti, le quali riuscirono a meraviglia. Nell'anno 1945 non restandomi più alcun dubbio sul risultato delle mie operazioni, presi in alloggio una villa a poca distanza da Lima, e quivi, col soccorso di pochi amici e la benedizione di Dio, produssi per la prima volta il grande fenomeno dell'uomo alato. Due gentili bambini, che oggi amo con cuore di padre, sottoposero le tenere membra al ferro incisore… Le lacrime ch'essi versarono in quel giorno doveano essere compensate ad usura dal benefizio della libertà. Incisi le tenere carni all'estremità della scapola, v'innestai prontamente le ali ancora palpitanti di una colomba… Chiusi la cicatrice con cera vergine ed aromi glutinosi. I due bimbi, nutriti di sughi animatori, per tre giorni rimasero in fasce… Nel quarto giorno, al levarsi dei lini, io vidi le ali agitarsi di novella vitalità… Il ramo innestato non poteva deperire… Le due piccole creature, che mi stavano dinanzi, avevano le forme dell'angelo immaginato dai cristiani.
Il tuono di una cannonata interruppe la conversazione di Fourrier.—Era il primo segnale della pioggia.—Due minuti ancora, e le valvole della gran macchina dovevano aprirsi…
Tutti quanti si levarono per uscire dalla sala. Fourrier, dando il braccio a Raspail e seguito dai colleghi, si condusse sulla porta di occidente, proseguendo a narrare la sua istoria…
I quattro scienziati, affacciandosi alla grande apertura che dominava la piazza del Duomo, ristettero meravigliati.
Il terreno, i balconi, le muraglie, i tetti e gli orti superiori delle case erano spariti. Da qualunque parte volgessero lo sguardo, non incontravano che una folta selva di gente.
A un tratto la folla parve agitarsi come l'onda dell'Oceano ai primi soffi della bufera.—Tutte le teste si levarono verso il firmamento, le braccia e le mani accennarono—un milione di cannocchiali si volsero a due corpi bianchi che nuotavano nello spazio con moto discendente.
A quella vista Fourrier non potè trattenere un grido di gioia.—Son dessi!—esclamò lo scienziato.—Le mie creature!… Rondine e Lucarino, i miei figli di adozione!… Oh! mi perdoni il Signore la colpevole diffidenza!
—Miracolo della scienza!—esclamò Raspail seguendo con estatico sguardo i due giovani alati, che calavano rapidamente sovra la maggiore aguglia del Duomo…
—Io non aveva calcolato le ore del riposo—soggiunseFourrier…—Questa fu la sola causa del loro ritardo!…
—Ma donde vengono essi? Qual fu il loro viaggio?—chiesero ad una voce i circostanti…
—Presero il volo da Filadelfia ieri notte, due ore prima che io partissi coll'aerostata La Hoeu… Ma ecco!… Vedete! han raccolte le ali!… Essi precipitano come due frecce!…
Un grido si levò dalla folla… Poi successe il silenzio terribile dell'ansia repressa… Fourrier con moto involontario appoggiò la mano convulsa sulla spalla dell'amico, e levossi sulla punta dei piedi…
Il terrore fu breve… I due pellegrini dell'aria, dopo una discesa precipitosa di oltre mille metri, improvvisamente distesero le immense ali… e scherzando con leggerissimo volo intorno alla cupola del Duomo, ristettero abbracciati sulla testa dorata della Madonna…
In quel punto il cannone della gran torre diede il secondo segnale, che annunziava l'apertura delle valvole!…
La pioggia artifiziale.
I cinquantasubalterni, che fino a quel momento erano rimasti a guardia dei tubi ustorii, si diressero verso il centro della cupola, e concentrando le loro forze intorno ai manubrii, fecero scattare il coperchio della gran torre.
Allora fu udito un rumore simile al ruggito di mille Leoni; e una densa colonna di vapore lanciossi verso il firmamento; e il limpido azzurro si coperse di nuvole opache, divenne torbido e fremente come un lago all'irrompere di torrente impetuoso.
Io non vi saprei descrivere l'effetto meraviglioso di quella scena, e molto meno ritrarre le agitazioni, le impazienze, i terrori del giovane Albani, il quale da una gabbia sporgente dalla gran torre, aveva dirette le operazioni del pericoloso meccanismo; ed ora, avvolto da una nuvola ardente, fra lo scroscio spaventevole del vapore, somigliava ad Elia profeta, sospeso fra il cielo e la terra sul carro di fuoco.
L'Albani combatteva l'ultima crisi di quella febbre che uccide il genio col disinganno, o lo ravviva col successo.
Ma l'eruzione è cessata—le sorgenti inaridite—il cielo plumbeo, opaco, minaccioso—gli augelli sorpresi dalla improvvisa caligine, si smarriscono per l'aere mandando strida lamentose…
La città si è dunque mutata in deserto?—Ma no—le vie, i balconi, i tetti, le torri, gli alberi sono scomparsi sotto quest'onda di popolo, che dall'agitazione rumorosa è passato d'un tratto all'immobilità, al silenzio più solenne. Si direbbe che, a punire questa titanica ribellione contro l'ordine della natura, Iddio abbia pietrificato di uno sguardo l'umanità tutta intera.
Dopo dieci minuti di attesa terribile, l'Albani sentì piovere sulla fronte uno gocciola refrigerante. Era la stilla invocata dal dannato Epulone… Il giovine levò al cielo uno sguardo più eloquente di ogni parola… e quello sguardo era l'inno di riconoscenza, era l'omaggio dell'intelligenza subordinata, che rimonta alla sorgente divina da cui emana e dipende.
Tutti i calcoli dell'Albani si erano avverati. Una pioggia lenta, fresca, abbondante, simile in tutto alla pioggia naturale, scendeva sulla terra a vivificare gli animali, le piante, i campi e le onde. L'artista non potè contenere un grido di soddisfazione; ma quel grido andò perduto negli applausi, nell'urlo di dieci milioni di spettatori. Quando l'Albani abbassò lo sguardo con sublime compiacenza per leggere su quella immensa superficie di teste l'ammirazione dell'opera sua, le teste erano già sparite sotto uno sterminato padiglione di ombrelli, ed egli potè sorridere, come Dio, sulla umana debolezza.
Due ore dopo, per mezzo dei fili telegrafici, la riuscita del nuovo meccanismo era annunziata agli estremi confini dell'universo, e l'artefice prendeva il suo posto fra i primati dell'intelligenza col nome diprimoAlbani.
La Confessione.
Al cader della notte, era cessata per l'Albani l'ebbrezza del trionfo. La sua fronte si era nuovamente increspata di una ruga profonda. Le memorie del passato, le trepidanze dell'avvenire riprendevano imperiosamente il loro posto nell'anima del giovine.
Prevedendo il pericolo di una ovazione popolare, l'Albani salì in una gondola volante onde uscire liberamente dalla folla.
Per due ore, il giovane artista si aggirò negli spazi dell'aere, in preda a' suoi cupi pensieri. Il tempo era lento per lui. Le ore per lui si svolgevano lente e terribili, come quelle del delinquente che aspetta il giudizio degli uomini. Ma in quella meditazione, fosca e lugubre come l'inferno, traluceva di quando in quando un raggio di paradiso. La sua anima travolta nelle tenebre si riscuoteva al suono di una voce melodiosa che gli diceva: l'amore di una donna è il santo riflesso del perdono di Dio; per esso si cancellano tutti i peccati e tutti i rimorsi dell'uomo.
—Bada di non iscostarti troppo dalla città—disse l'Albani alconduttoredella gondola.—A undici ore io debbo trovarmi sulla riva del lago, presso l'anticoArco della Pace.
—Il granfaro cittadinosegna le dieci e cinque minuti—rispose il gondoliere dell'aere, volgendo gli occhi ad un immenso globo di luce che sorgeva a poca distanza dalla cattedrale.—Colla mia gondola potrei condurvi fino a Bergamo, e restituirvi alla spiaggia per l'ora indicata.
—Due ore di attesa!… ancora due ore di incertezza… di terribile agonia!—mormorò l'Albani.—No, io non potrei reggere più a lungo a questa lotta.
Poi, volgendosi di nuovo al gondoliere—ritorniamo alla città—disse ad alta voce—alla contrada diRiparazione, numerozero.
Mentre la gondola drizzava rapidamente ilrostroverso il faro cittadino, la fronte dell'Albani si andava rasserenando, riflettendo le intime compiacenze di un'anima che crede aver trovato il farmaco a' suoi dolori.
—Oh! troppo tardi mi è venuta questa ispirazione—pensava egli.—Nelle perplessità, nei pericoli della vita, non mi ha egli pregato di ricorrere a lui? Ed io ho potuto dimenticare le ultime parole del mesto congedo, le promesse che ci siamo ricambiate nel bacio dell'addio? Non fu egli il solo compagno, l'amico mio, nel lungo pellegrinaggio di cinque anni? Quando gli uomini scagliarono sul mio capo l'anatema e la morte, le sue parole furono amore e speranza. Ogni volta che, estenuato dai patimenti, dalla vergogna e dal rimorso, io cadeva a terra, invocando la fine di una insopportabile esistenza, la sua mano mi rialzava dolcemente, ed io sentiva rinascere le forze smarrite, io riprendeva il coraggio al suono di quella voce santa che mi diceva: Prosegui, l'espiazione cancella la colpa!
Mentre l'Albani era assorto in tali pensieri, la gondola, oltrepassato ilFaro cittadino, sostava all'altezza di duecento metri sopra ilQuartiere di Misericordia.
Il gondoliere, per riconoscere la contrada sulla quale doveva calarsi, si pose agli occhi unachatvue(6), e dopo alcuni minuti di esplorazione, diede moto a' suoi meccanismi, e scese rapidamente nella via diRiparazione, toccando terra presso la casa che gli era stata indicata.
Il giovane balzò dai cuscini, ed entrò nella casa senza dir motto al conduttore. Questi riprese l'alto colla sua gondola, e ristette sopra la porta ad aspettare che quegli uscisse.
L'Albani attraversò rapidamente la galleria terrena, o piuttosto un viale di rose d'ogni colore e fragranza, rischiarato da una luce artifiziale, in cui parevano fondersi il raggio melanconico della luna e il vivace candore del mattino.
Ad incontrarlo mosse una donna vestita di tunica bianca, le chiome raccolte in una reticella di perle e di topazi, splendenti come foglie irrorate dal mattino. La tunica, chiusa sul petto da una croce di diamanti, scendeva con ricca onda di pieghe fino all'estremo dello stivaletto. Senza cintura, senza ornamenti. Lo splendore dello sguardo, il vermiglio delle labbra, l'ebano delle chiome, rivelavano la donna sotto la effige dell'angelo.
—Che cercate, o fratello, nella casa di benedizione?—chiese la donna all'Albani con soavissimo accento.
—Io cerco—rispose il giovane con voce commossa.—io cerco il predicatore dell'evangelo, che fra i ministri porta il nome di fratelloconsolatore.
—Il ministro è assente—disse la donna—ma egli sarà di ritorno fra poco. Noi dobbiamo uscire insieme per assistere ad una cerimonia nuziale, che deve compiersi prima di mezzanotte in un quartiere alquanto discosto dal nostro.
—Una cerimonia nuziale prima di mezzanotte!—esclamò il giovane radiante di gioia…—Dunque… sarebbe vero?… Fidelia avrebbe acconsentito?…
—Fidelia!… Il nome che voi profferite—disse la donna—mi dà a conoscere il vostro… Voi siete l'Albani… il fidanzato della mia sorella d'amore!… Venite!… Affrettiamo gl'istanti della consolazione, perocchè sulla terra i dolori sono sempre imminenti… La vostra fidanzata è là, nell'intimo sacrariodel ministro, ad attendere quell'ora che voi avete prevenuta coll'impaziente desiderio.
Così parlando, la sposa del ministro prese per mano l'Albani e lo introdusse in unarotondascolpita nell'alabastro, dove, sovra un divano coperto di bianchi drappi, sedeva la figlia del Gran Proposto.
L'Albani, al primo vederla, la credette una statua.
Ma le candide forme erano animate, la statua levossi in piedi, e sciolse la voce:
—Amico! fratello!—esclamò Fidelia coll'accento della più viva commozione.—E tu pure hai indovinato la strada più breve per toccare la meta! I nostri cuori si attraggono!
L'Albani non potè profferire parola, e cadde alle ginocchia diFidelia.
—Poichè l'istinto del bene vi ha qui riuniti innanzi l'ora prefissa—parlò la sposa del ministro—noi compiremo la cerimonia in questo luogo. Fratello Consolatore sarà qui fra pochi minuti; ma i minuti dell'uomo benefico sono preziosi agli infelici, e noi che respiriamo la gioia, non dobbiamo usurpare i diritti del dolore. Prima che il ministro ritorni, noi possiamo dar passo ai preliminari della vostraunione spirituale. Innanzi tutto, voi dovete adempiere al dovere diconfessione, a quel sacro dovere, che ora non vuolsi più considerare, come ai tempi del pervertimento curiale, una formalità ripugnante ed assurda, ma sibbene un attestato di reciproca fiducia necessaria a guarentire la vostra pace avvenire; io vi lascio, o figliuoli! Quando la vostra confessione sarà compiuta, io verrò qui, col ministro, a benedire i vostri legami di spirito!
La sacerdotessa pose la mano di Fidelia in quella del suo giovane fidanzato, e uscì dallarotonda.
Allora l'Albani, rimanendo genuflesso, la mano di Fidelia stretta alle labbra, cominciò la sua confessione:
—Oh sì! Una santa istituzione è codesta, che ci obbliga a rivelare tutte le nostre debolezze, tutte le nostre colpe, prima che il giuramento d'amore sia profferito. Due cuori non possono amarsi davvero se prima non si conoscano. Miserabile quell'uomo che pretende affermare la fede della sua compagna colla dissimulazione e coll'inganno! Ed era la mia una immensa stoltezza di affidarmi ai rigori delle leggi umane perchè tu avessi ad ignorare il triste mistero del mio passato. A te dunque, o giovinetta, che mi rivelasti il divino istinto del perdono; a te, che assumendo la missione dell'angelo, hai steso la mano al caduto per redimerlo dalla vergogna e dai rimorsi, io narrerò quella orribile istoria…
—No!… basta!—interruppe Fidelia con un leggiero brivido di terrore—la confessione non è obbligatoria. Io posso dispensarti dall'accusare le tue colpe, prevenendoti col mio perdono. La donna che si consacra ad un uomo per tutta la vita, non solo deve assolvere il di lui passato, ma anche il di lui avvenire. In ciò la donna è più sublime di Dio!
Così parlando, Fidelia chinò le labbra sulla fronte infuocata, dell'Albani, e vi ristette con un lungo bacio. Poi ella fece un movimento per levarsi in piedi e cedere il suo posto al giovane, che tuttavia rimaneva inginocchiato.
—Mio fidanzato, mio fratello d'amore—riprese Fidelia con dolcissimo accento—dispensandoti dalla confessione io mi sono prevalsa di un mio diritto, ma non intendo perciò esonerarmi da' miei doveri. Al contrario, io ti prego di acconsentirmi questo sfogo dell'anima che la legge mi impone, perocchè io sappia che l'uomo non può gustare, nelle braccia di una donna, tutta intera la voluttà dell'amore, quand'egli non sia ben certo che questa donna non abbia mai appartenuto ad alcuno…
—E potrei io dubitare della tua illibatezza?—esclamò l'Albani trattenendo la giovinetta con dolce violenza.—Tutta la tua vita si riflette nel tuo purissimo sguardo. Nella freschezza delle tue mani, nella fragranza del tuo alito, nelle caste pieghe dei lini che disegnano le tue membra, io respiro la vergine, indovino una limpida fonte, a cui nessuno ha mai portato le labbra! La legge mi comanda di proferire a mia volta la parolaperdono; ed io, per obbedire a questa legge, ti perdono la sola colpa che in te riconosco, quella di aver amato un uomo immeritevole di possederti.
I due fidanzati, nell'estasi di un lungo abbracciamento, non si accorsero che la porta si era aperta, che non erano più soli.
Speranza e fratello Consolatore entrarono nellarotonda.
Il ministro si accostò al due amanti per compiere la cerimonia dell'unione spirituale colla formola prescritta dai canoni religiosi.
—Io ti amo e ti amerò sempre!—disse l'Albani—mentre il sacerdote univa la sua mano a quella di Fidelia.
La giovinetta replicò la promessa con tremula voce. E mentre il ministro baciava in fronte i due sposi, dalla torre Garibaldi partirono i primi squilli delrichiamo delle vergini.
La cerimonia era compiuta. I due giovani si levarono in piedi. La sposa del ministro offerse il braccio a Fidelia, e tutti quanti uscirono dal sacrario.
Appena sboccati nella via, l'Albani scosse la funicella che pendeva dalla sua gondola, e ilconduttore, svegliandosi al suono dell'organetto acustico(7), calò a terra presso la porta.