CAPITOLO X.

Petizione civile.

La cerimonia religiosa era compiuta; l'Albani e Fidelia erano sposi dinanzi a Dio; la benedizione del sacerdote aveva santificato il loro amore, affermati i desiderii e le promesse con vincolo indissolubile; ma essi non potevano convivere sotto il medesimo tetto prima di aver adempiuto alla formalità del contratto civile. Il matrimonio delle anime non imponeva che alle coscienze—il matrimonio civile stabiliva i doveri e i diritti dei coniugi, legittimava la prole, si faceva riconoscere e rispettare dallafamiglia.

—Ed ora, mia dolce Fidelia—parlava l'Albani alla sua donna durante il tragitto aereo—bisogna affrettare il compimento della nostra felicità… Purchè tu mi assecondi, purchè non insorgano ostacoli d'altra parte, fra un mese e tre giorni, lo squillo di richiamo non avrà più forza di separarci…

—Non è dunque compiuta la nostra felicità?—domandò Fidelia con ingenua sorpresa.—Che altro ci resta a desiderare? sono amata, e ti amo!

Questa sortita di Fidelia portò un leggiero turbamento nell'anima del giovane.

—Tu sai bene, sorella mia—affrettossi a dire l'Albani—che noi non abbiamo diritto di chiamarci sposi dinanzi alla società, fino a quando la nostra unione non sia riconosciuta dallafamiglia.

—È vero!—mormorò Fidelia, e la sua parola parve un gemito.

L'Albani sentì crescere le ansietà.

—Che?… tu dunque non dividi il mio desiderio?

—Poss'io desiderare altra cosa fuor quello che tu desideri?…Pure… non aveva pensato… non credeva che sì presto…

—Spero di comprenderti, Fidelia! Io so bene che, fra giovani amanti, il matrimonio spirituale quasi sempre suol precedere di parecchi anni la unione civile. A diciotto, a venti anni, si stringono i legami religiosi fra due cuori che si amano, ma difficilmente un cittadino della Confederazione Europea si trova in grado di passare alla conferma coniugale, prima di aver compiuto gli studi universitari e gli esercizi dell'agro. Le fanciulle si compiacciono di questi ritardi, ed è orgoglio per esse poter dire: ilmioè stato fedele per tanti anni senz'avere altri vincoli che quelli della propria coscienza! E tu forse, mia buona Fidelia, tu vagheggiavi questa prova di sentimento, che ha pure le sue dolcezze sublimi!—Tu non riesci a comprendere perchè io voglia sì presto rinunziare a questa ineffabile voluttà che deriva dall'amore di una vergine.—Se tu non mi avessi generosamente dispensato dal confessarti le mie colpe, ora non avrei mestieri di spiegarti le mie impazienze. Ti basti sapere che la mia giovinezza non trascorse, come quella dei fratelli, nel severo esercizio degli studi, nell'operoso lavoro dei campi. Io fui esentato dalla coscrizione agraria, per una eventualità dolorosa… che ormai debbo tacerti, poichè tu bramasti di ignorarla. Quei cinque anni per me furono lunghi, segnati di incredibili angosce; all'agro, il cittadino corrobora la sua giovinezza; io, precorrendo le esperienze della vita, ho abbreviato il mio avvenire. Che è mai l'esistenza di un uomo ai tempi nostri? Per chi non esca dalla strada comune, la vita finisce a ventisei anni, o a trenta, al più tardi. Per me, trascinato dalla sventura in una carriera eccezionale, il mondo non ha più attrattive fuor quelle della solitudine e dell'amore.

«In meno di dieci anni, noi apprendiamo tutta lascienza vera—in meno di due mesi, per mezzo dei palloni aerei, noi vediamo tutto il globo nella sua vasta circonferenza, noi conosciamo i costumi di tutti i popoli; nulla più ci resta a sapere. Io aspirava alla gloria, alla ricchezza—ed ecco, mi chiamano primate dell'intelligenza, e l'invenzione del mio meccanismo per la pioggia artificiale mi verrà pagata oltre dieci milioni. Tu vedi bene, o Fidelia, che io non ho quindi più nulla a desiderare… fuori di te—che tu sola puoi riempiere l'immenso vuoto della mia esistenza avvenire; che nel tuo aspetto soltanto io potrò leggere la ragione della mia vita.—Sovvengati, o Fidelia!…—e così parlando la voce dell'Albani mutò improvvisamente di tono—che se mai un ostacolo insorgesse fra noi, se qualche anima sleale…

—Ma ciò non può essere, amico mio!—interruppe Fidelia atterrita.—Poichè tu vuoi… poichè io sono pronta a secondarti… poichè Iddio ci ha già uniti di un vincolo che vuolsi ritenere il più sacro, il più indissolubile…

—Ebbene… domani vedrai pubblicata la mia domanda… Per un mese e tre giorni noi vivremo disgiunti, come impongono le leggi dipetizione. Fra noi ogni comunicazione sarà sospesa… E quand'io tornerò a Milano…

—Quando tornerai a Milano… la tua Fidelia avrà risposto alla domanda come il tuo cuore desidera, come io pure desidero in questo momento.

Il conduttore aveva fermata la sua gondola sopra la Cupola maggiore delPiccolo Campidoglio.—Erano cessati gli squilli delrichiamo.

—Presto! scendiamo!… a sinistra… alla casa del gran Proposto.

I due giovani si abbracciarono, ripetendosi mille giuramenti. Fidelia discese a terra, e l'Albani si elevò di bel nuovo colla sua gondola, ordinando al conduttore di dirigersi alPalazzo di Famiglia.

Quivi giunto, l'Albani entrò nellasala d'amore, e richiesto aglianziani di guardiail libro dipetizione pubblica, vi scrisse le parole seguenti:

«Io, Redento Albani, adulto, costruttore della macchina per la pioggia artificiale, figlio di Primo Albani, inventore dellestufe cittadine(8) chieggo legittimare con la cerimonia civile il matrimonio religioso da me precedentemente contratto con la adulta Fidelia Berretta, figlia di Terzo Berretta, Gran Proposto di Milano.»

Due personaggi di tutti i tempi.

Quella mattina, il funzionario Torresani,Capo di Sorveglianzadella Famiglia Olona, fu svegliato innanzi tempo da dodici squilli della campana elettrica.

—Caspita!—esclamò il vecchio balzando dal letto—il Gran Proposto mi chiama di buon'ora… Qualche cosa di serio!…

E il Capo di Sorveglianza si gettò sulle spalle un mantello grigio, si pose in testa un alto cilindro, poi, discese con passo celere laCava(9), e fece levare unespressoper recarsi alPiccolo Campidoglio.

Il Torresani era un uomo di circa sessantacinque anni, un po' ricurvo, ma ancora vigoroso. La sua faccia ossea, bernoccoluta, dura, affettava una giovialità poco rassicurante. I suoi occhi grigi vibravano dai solchi profondi delle guance una luce sinistra—due occhi, che tratto tratto si eclissavano, rintanandosi nelle palpebre come due teste da serpente.

Cento anni addietro, quel pubblico funzionario si sarebbe chiamatoCommissario superiore di polizia, ovveroQuestore.

Nel 1982, il titolo era mutato, ma le funzioni erano identiche. LaPolizia, laQuestura, l'Uffizio di sorveglianzafurono e saranno una necessità di tutti i tempi.

Quando l'espressovenne a fermarsi presso la portaintimadelPiccolo Campidoglio, il Gran Proposto Berretta stava sulla soglia ad attenderlo. I due funzionari si salutarono con un cenno democratico della mano, cui il Torresani aggiunse un leggiero inchino della schiena.

I due pubblici funzionari entrarono in un gabinetto terreno. E siccome un vecchio commissario di Sorveglianza (di polizia, se meglio vi piace) non ha bisogno della vista magnetica per leggere in quel viscere opaco che si chiama il cuore umano, al Torresani bastò una rapida occhiata, un'occhiata da basilisco, per indovinare il turbamento del suo superiore.

Il Gran Proposto si era tuffato con tutta la persona in unasedia liquida(10) i cui cilindri congelatori girarono con moto rapidissimi. Egli stringeva nella mano una ampolletta di argento, la quale a giudicarne dal timbro, doveva contenere il famoso elisire di ambra distillata, il più potente moderatore degli sdegni umani.

Quelle due circostanze non isfuggirono allo sguardo maligno del Capo di Sorveglianza, il quale non era mai tanto felice come quando poteva accertarsi che alcuno de' suoi superiori versasse in gravi imbarazzi. Il Torresani era stoffa da impiegato. Per dissimulare le proprie impressioni, egli si studiava di prendere un'aria di bonomia che faceva a pugni col suo grugno sinistro. Teneva gli occhi bassi—il labbro semiaperto—e preparava in sua mente dei concettini, delle arguzie, delle banalità umoristiche, tanto da prolungare un colloquio, dal quale prevedeva ottimi risultati. Il Torresani voleva divertirsi a spese del Gran Proposto, e cavare da' suoi imbarazzi il maggior profitto che per lui si potesse.

—Mio caro Torresani… noi viviamo in tempi difficili!—cominciò il Gran Proposto, dopo aver sorbito due o tre gocciole dell'elisire moderatore.

—In verità—rispose l'altro—i tempi non sono facili…

I due interlocutori si sbirciarono di traverso—e ciascuno aspettava che l'altro riprendesse il dialogo.

Il Gran Proposto, dopo breve pausa, dovette intuonare una seconda volta:

—Viviamo in tempi… nefasti!…

—Voi parlate come un giornale dell'opposizione, eccellentissimo signor Proposto.—Moderate le vostre parole, ovvero sarò costretto a registrare il vostro nome fra quelli dei malcontenti, dei pregiudicati politici, dei settari, dei nemici dell'ordine, di quei sciagurati che cospirano contro il migliore dei Governi… contro il Governo attuale…

—Voi non mi avete compreso, ottimo collega—ed io mi affretterò a chiarirvi il mio concetto; altrimenti, da quel fiero e zelante impiegato ch'io vi conosco, voi sareste capace di farmi arrestare al primo tumulto di popolo. I tempi sono difficili—intendiamoci bene—difficili per noi, alti dignitari dello Stato, rappresentanti della legge, e moderatori dell'ordine pubblico!…

—Senza far torto alle sapientissime e ossequiatissime istituzioni della serenissima Confederazione Europea, mi sia permesso di soggiungere che, in ogni tempo, sotto qualsivoglia Governo, gl'impiegati pubblici furono retribuiti meschinamente… Eppure… come si fa?… Bisogna stare col Governo!… sostenere il Governo!… E guai se avessimo ad allentare le redini… alla canaglia!… Nelle rivoluzioni, i primi martiri siamo noi… Meglio la mezza pensione del Governo, che non il congedo assoluto dei popoli!… Basta!… Lasciamo andare questo lugubre argomento… e tiriamo innanzi alle mercè di Dio… e dei nostri superiori!

Nel proferire quest'ultima parola, la voce del Torresani era divenuta fioca e rantolosa, come quella di un infermo accattone.

—Vero… verissimo… quanto voi asserite—riprese il Gran Proposto—i nemici naturali dei governanti sono i popoli governati. Le leggi, per quanto eque e liberali esse sieno—non cesseranno mai di rappresentare, nel giudizio del popolo, altrettanti vincoli di schiavitù. Noi, che ne siamo gli interpreti e gli esecutori, dobbiamo necessariamente subire l'odio delle moltitudini ignoranti e depravate… I popoli troveranno sempre dei pretesti per cospirare contro il principio di autorità che si incarna nei pubblici funzionari…

—Negli uomini più eminenti della Nazione…

—Dunque… come voi dicevate poco dianzi… noi dobbiamo fare a gara nel sostenerci… nel prestarci mano… nel renderci scambievoli servigi… dobbiam stringere una alleanza compatta…

—E solida…

—Usare di tutti i mezzi…

—Solidi…

—Che sono in nostro potere, onde far fronte a questa incessante reazione di popolo, che minaccia la nostra sicurezza personale, i nostri averi, i nostri titoli, e perfino la nostra tranquillità… la nostra pace domestica…

—Gran Proposto—interruppe il Torresani con una animazione artificiale che somigliava ad un impeto di zelo—se dal mio infimo gradino io posso qualche cosa per voi che sedete al più alto vertice della Gerarchia Governativa, non avete che a proferire una parola, ad emettere un ordine, perchè anima e corpo, io mi adoperi a vostro vantaggio… Non dico per vantarmi, ma credo, nel disimpegno delle mie attribuzioni, di avervi sempre dato prova di intelligenza, di abilità e sopratutto di molto zelo.

—Voi portate gloriosamente il nome del Torresani—rispose il Gran Proposto con accento solenne—epperò nelle emergenze difficili, io ebbi sempre ricorso a voi, ed oggi più che mai faccio assegnamento sul vostro ingegno, sulla vostra esattezza…

Il Torresani si levò in piedi e portò la mano al cuore esprimendo la più rispettosa divozione. Poi, ricomponendosi nelpieritto, fissò in volto il Proposto con tutta la malizia dei suoi due occhi da serpente.

Il Gran Proposto portò alle labbra l'ampolla dell'elisire, la sorbì fino all'ultima stilla—indi riprese con calma:

—Voi siete padre di famiglia, mio caro Torresani…

—Colle istituzioni attuali, ciò non porta imbarazzi… I miei dodici figli sono mantenuti a spese del Comune…

—Fino a quando la prole fu a carico dei genitori, gli affetti erano meno vivi, meno intensi…

—E i figli più scarsi di numero…

—La vostra osservazione è profonda, ma non serve al caso mio—rispose il Gran Proposto alquanto turbato.—Iddio non ha voluto gratificarmi di una prole numerosa quanto la vostra. Ebbi una sola figlia, e tutti i miei affetti, tutte le mie speranze si concentrarono in essa. Voi la conoscete—mia figlia, che all'ultimoConcorso di Napoli(11) ha ottenuto il secondo premio di bellezza—una figlia amorosa, buona, che tutti i padri m'invidiano.—Voi sapete ancora che da molti anni ho perduto la moglie; che io non ho sulla terra altro bene, altro conforto ai vecchi giorni fuori della mia Fidelia…

—Se non m'inganno, la vostra Fidelia deve aver compiuto i diciannove anni… Ella è nata nel 1963, all'epoca in cui ebbi anch'io una figlia… una figlia che si chiamava Stella… no… mi inganno… Giacinta… o piuttosto Camelia… Questi tre nomi c'erano nella famiglia… e so di averli iscritti ne' miei registri… Ah! voi siete un padre fortunato, signor Proposto… Avete potuto tenere presso di voi una figlia per diciannove anni, mentre a me, de' miei dodici, non ne rimane più uno. Le mie ragazze, quale a sedici anni, quale a dodici, quale a dieci, se ne andarono al quinto cielo coi palloni a vapore; e quando una ragazza abbia fatto la sua prima corsa in pallone, domando io chi può fermarla!

Il Gran Proposto si fece pallido in viso.

L'altro, che già cominciava a comprendere il segreto del suo turbamento, riprese, nel sembiante e nelle parole, il suo fare più ingenuo.

—Il vostro esordio, onorevolissimo Gran Proposto, mi darebbe a credere che voi pure abbiate dei gravi dispiaceri nella vostrafamiglia privata.

—Tanto gravi, che quelli della famiglia pubblica, e sono pure ingentissimi, al paragone mi sembrano inezie.

—Se ciò è, mi spiace, onorevolissimo Gran Proposto, che io non sarò in grado di giovarvi come avrei desiderato.

—Al contrario… Non solamente voi siete in grado di prestarmi aiuto, ma fuori di voi, non avvi persona al mondo sulla quale io possa contare nel terribile frangente in cui mi trovo.

Il furbo Torresani sapeva già tutto, ma proseguiva a fare l'attonito.

—Voi… senza dubbio… avrete letto i giornali di ieri sera—disse il Gran Proposto con un largo sospiro—voi saprete la notizia pubblicata dalFigaro, organo uffiziale dei matrimoni, la notizia… che oggi corre sulle labbra di tutti…

—Ah!… To!… Veh!… La gran testa d'oca ch'io sono…! E dire che io mi era già scordato… Vedete se la politica ci rende imbecilli…! Perdonate se io non mi sono affrettato a rivolgervi le mie congratulazioni.

—Grazie, onorevole collega!… Grazie! Non è il caso di farmi delle congratulazioni, ma piuttosto di condolervi…

—Che?… vediamo un poco se ci intendiamo!—proseguì il Torresani abbandonandosi ad una loquacità che escludeva ogni interruzione.—Io voleva alludere alla petizione di matrimonio inoltrata dal cittadino Redento Albani, dal celebre inventore della pioggia artifiziale, in favore di vostra figlia… Figuratevi, Gran Proposto, qual fu la mia sorpresa ieri sera… sì… ieri sera… al teatro degliAutomi… voi sapete… a quel vecchio teatro che un tempo si chiamava della Scala, e che oggi serve agli spettacoli automeccanici delle grandi marionette. Io vado ogni sera a quel teatro, vi ero abbonato da ragazzo, fino dai tempi in cui vi si rappresentava l'opera in musica… Che volete…? Siamo milanesi… e quindi… per indole… per educazione… fors'anche per influenza di clima… un po' abitudinari. Una sera, invece dei soliti cantanti, delle solite ballerine, ci hanno dato le marionette… Io, e i miei coetanei, piuttosto che abbandonare la nostra sedia fissa, il nostro palco di quarta fila… piuttosto che allontanarci dal nostro vecchio centro, ci siamo accontentati di quel nuovo spettacolo… e vi assicuro… Gran Proposto… che ci si diverte di cuore, e che la vecchia Scala è tuttora il primo teatro del mondo.

Il Gran Proposto sbuffava, ma non ardiva interrompere quella foga di parole. Il vecchio Torresani tirava innanzi con una facondia inesorabile.

—Or bene—voi conoscete il nuovo sistema deisipariadottati recentemente nei grandi teatri—voglio parlare delsipario-giornale, che suol calarsi dopo il secondo atto della rappresentazione. Su quella vasta tela sono stampati, a grandi caratteri, i dispacci più importanti della giornata e buona parte delle notizie cittadine. Figuratevi dunque la mia sorpresa… la mia commozione… la mia gioia… quando, ieri sera, volgendo il mio binoccolo al sipario-giornale, potei leggere la petizione del cittadino Albani, riprodotta testualmente dal foglio uffiziale dei matrimoni. Oh! vi assicuro io, onorandissimo Gran Proposto, che quelle poche linee produssero una viva sensazione in tutta la sala… Tutti si compiacevano della vostra buona fortuna… Tutti dicevano che un partito migliore non poteva presentarsi a quella cara, a quella buona, a quella adorabile figliuola…

—Basta così! basta, Torresani!—proruppe il Berretta balzando dalla sedia liquida—ciò che voi narrate è troppo inverosimile…! Io non posso credere che voi, che un uomo qualunque dotato di sana ragione possa congratularsi meco di un tale avvenimento con sincerità di cuore.

Il Torresani portò le mani al petto e stravolse gli occhi, come uomo che chiegga perdono di un fallo involontario. Nel fondo dell'anima egli tripudiava di aver prodotta nel suo superiore quella impetuosa irritazione.

—Torresani… mio vecchio collega!—riprese il Gran Proposto con accento più moderato—mettete una mano sul vostro cuore di padre… e poi rispondetemi ciò che esso vi detta. Dareste voi in moglie la figlia vostra, l'unica vostra figlia, ad uomo come… lui?…

—In verità… giudicando dietro i calcoli dell'interesse… un primate dell'intelligenza… un uomo che può guadagnarsi dieci o quindici milioni dilussicolla sua invenzione…

—Torresani…

—Sentiamo… dunque…

—Parliamoci da buoni colleghi…

—Da fratelli… se vi piace…

—Come si poteva parlare… ai nostri buoni tempi… ai tempi dell'Unione latina…

Il Gran Proposto parlava con voce commossa, con accento supplichevole:

—Conoscete voi tutta intera la biografia di questo uomo… che osa chiedere in moglie la mia Fidelia…?

—Nella mia qualità di Capo di Sorveglianza, io dovrei conoscere tutti i cittadini che entrano nel circuito del mio Dipartimento; ma pure, dopo l'attivazione di quella malaugurata locomotiva dell'aria, vi confesso, onorevole Proposto, che mi riesce oltremodo difficile assumere su tutti delle informazioni complete…

—Non vi ricorda come or fanno cinque anni e pochi mesi, un giovane, che a quell'epoca si chiamava Secondo Albani, fosse implicato in un processo… in un processo… che fece inorridire la città tutta intera…? io spero che voi m'intendiate… che non vorrete obbligarmi ad esporre certi fatti…

—Fatti… orribili… atroci…

—Voi dunque… vi sovvenite…?

—In verità… nella mia qualità di cittadino… io dovrei…

—Comprendo i vostri scrupoli, mio eccellentissimo…

—Un capo di Sorveglianza…

—Deve necessariamente tener nota di certe precedenze…

—Le quali, in caso di recidiva, o di sospetto…

—Potrebbero fornire… argomenti…

—E servire come prove o titoli aggravanti…

—A meraviglia…! Io vedo che non occorrono altri discorsi… Voi siete una perla d'impiegato!…

—Gran Proposto, voi mi onorate di troppo!

I due funzionari si alzarono come due automi, si ricambiarono un profondo inchino, poi ripresero il loro posto.

Dopo breve silenzio, il Berretta uscì fuori con una domanda risoluta, colla quale egli sperava abbreviare quel disgustoso colloquio.

—Torresani!… Io farei torto al vostro acume, alla vostra perspicacia, e, aggiungiamolo pure, alla vostra provata amicizia, se mostrassi dubitare che voi non abbiate ancora indovinato ciò che io bramo da voi. Siete voi disposto ad assecondarmi?…

—Quanto all'assecondarvi—rispose il Capo di Sorveglianza con un accento di sommissione che fece rabbrividire il Gran Proposto—voi sapete che un misero impiegato di seconda classe, quale io mi sono, deve necessariamente subordinare la sua volontà a quella degli alti dignitari dello Stato… Vi ho già detto che, su questo punto, fra noi non può esistere difficoltà di sorta… Tutto sta che io abbia realmente compresa la situazione vostra, e in conseguenza le vostre intenzioni… Io non vorrei offendere la vostra delicatezza di cittadino… parlandovi con soverchia libertà…

Il Gran Proposto arrossì leggermente. L'altro proseguiva:

—Basta! Nel caso mi fossi ingannato… oso sperare che non vorrete prendere in mala parte le mie supposizioni., e vorrete perdonarle come effetto di zelo soverchio.

Il Torresani fissava le sue grigie pupille nel volto del GranProposto, e tirava innanzi con voce asmatica:

—Eccovi dunque come io la intendo, onorandissimo e colendissimo cittadino Proposto. Voi non bramate che vostra figlia, la vostra unica figlia, si unisca in matrimonio a quell'emerito cittadino, oggi Primate d'intelligenza, che porta il nome di Albani Redento, e ciò per la ragione, un po' illegale, se vogliamo, ma pure assai potente sul cuore di un padre, che quel cittadino, quel Primate, l'Albani in una parola, in epoca non remota, pose… la famiglia tutta intera… e quindi anche voi… noi… tutti quanti… nella necessità di dover dimenticare certe sue azioni… Basta!… Tanto io che voi, onorandissimo e sempre colendissimo Proposto, siamo troppo fedeli osservatori della legge per insistere su quest'ombra di reminiscenza!

—Bravo!

—L'essenziale è di impedire il matrimonio, opponendo alla petizione del giovane, ed al probabile assenso di vostra figlia, ilveto paterno, che le leggi rendono inesorabile ogni qualvolta sia appoggiato da gravi ragioni, e convalidato dal voto degli Anziani.

—Voi leggete nel mio cuore, o nobile amico.

—La lettura è un po' difficile, ma le vostre lodi mi incoraggiano. Non potendo motivare il nostro veto su quelle tali precedenze che tanto io… come voi… abbiamo dimenticato…

—E dimentichiamo…

—Sta bene!… Convien frugare nella vita più recente del nostro uomo, vedere se dopo l'epoca diRedenzioneegli non siasi per avventura macchiato…

—Torresani!… Voi siete un sublime Questore…!

—Capo di sorveglianza—se vi piace!…

—Perdonate!—la parola mi è sfuggita in un impeto di entusiasmo… È unlapsus linguæche vi onora… Torniamo al nostro… uomo.

—Fra la petizione e il contratto finale di matrimonio, giusta le vigenti leggi (capitolo centosettanta, paragrafo novantotto) deve trascorrere un mese ed un giorno, nel qual tempo idue futuridevono vivere separati da una distanza di sessanta miglia, nè avere fra loro comunicazione di sorta.—È unadilazione di provache impone dei rigorosi doveri…

—Dei doveri che molto spesso vengono obliati dall'una parte o dall'altra, nella quasi certezza che nessuno ne tenga conto…

—Si esigerebbe dunque… per parte nostra… un po' di sorveglianza…

—Molta sorveglianza…

—Una sorveglianza perenne, insistente, minuziosa…

—Importuna…

—Irritante…

—Accanita…

—Accanita!… Ecco la vera parola, onorandissimo signor prefetto…

—Gran Proposto… se vi piace!…

—Ilapsus linguæson contagiosi… Vi chieggo mille perdoni!…

—In un mese… anche l'uomo più onesto può commettere delle azioni…

—Nefande!… Il giusto pecca sette volte all'ora, dicono i preti riformati, i preti dellavecchiaportavano la cifra a settanta volte sette!…

—Voi dunque credete?…

—Io credo che in due linee di scritto si trovino sempre dieci capi di accusa per far condannare un imbecille, così l'uomo il più astuto, e diciamolo pure, il più onesto, dopo un mese di sorveglianza fatta a dovere…

—Fatta da voi, mio buon Torresani…

—O da' miei incaricati…

—È un uomo posto fuori dalla legge…

—Un uomo… impossibile!

Il Gran Proposto e il Capo di Sorveglianza si levarono in piedi con moto simultaneo, e si strinsero la mano come due cospiratori.

—Io sono orgoglioso di avervi perfettamente indovinato—disse il Torresani con affettata compunzione.—Ormai ogni altra parola sarebbe superflua; convien mettersi in moto e agire prontamente… Il nostro uomo è partito per Costantinopoli; di là, fra una settimana, dovrà recarsi a Pietroburgo… Prima ch'egli ci sfugga, bisogna mettergli a fianco due dei nostri… due buoni bracchi dei meglio addestrati a simili imprese… Scriverò privatamente a tutti i Capi di Sorveglianza dei principali Dipartimenti della Confederazione… Insomma, non risparmieremo nè cura… nè danaro…

—A proposito… Io mi scordava dell'essenziale—disse il Gran Proposto, trattenendo Torresani che prendeva le mosse per andarsene.—Per compiere il vostro piano, vi abbisogneranno senza dubbio dei mezzi straordinari… Via! che serve?… Facciamo le cose a dovere… No! io non vi lascio partire… se prima… non dichiarate…

—Ma se vi dico che sono inezie! Trattandosi di voi… della vostra famiglia… a cui mi legano tante obbligazioni…

—No!… no!… I fondi segreti debbono servire a qualche cosa… Ed è appunto in tali emergenze straordinarie…

—Basta! poichè voi… lo esigete…

—Duecentomila lussi… Che vi pare, Torresani?… Tanto da cominciare le operazioni…

—Io direi, poichè vi sta tanto a cuore la buona riuscita dell'impresa, io direi che, seguendo l'antico proverbio:omne trinum!…

—Trecentomila lussi!… Ma voi siete troppo discreto, mio vecchio collega! Trattandosi, come dicevate poc'anzi, di rendere un immenso servigio…

—Al Governo…

Il Gran Proposto si sentì trafitto da quest'ultimo sarcasmo. Prese la penna con mano tremante, sottoscrisse un bono di trecentomila lussi, e lo porse al Torresani, senza aggiunger parola. Questi chiuse il viglietto nel portafoglio, e, fatto un inchino grottesco, uscì dal gabinetto.

Quella sera, nell'Unità mondiale, altro dei fogli dell'opposizione, leggevasi la seguente notizia cittadina:

«Stamane, fra il proconsole Terzo Berretta e il famigerato poliziotto Torresani ebbe luogo un lungo conciliabolo a porte chiuse, in seguito a importanti dispacci venuti da Berlino, e da altri capoluoghi della Unione. Noi sappiamo da fonte sicura che il partito governativo (il partitocoda) sta tramando un orribile complotto contro la libertà dei popoli. Il colpo di Stato, già tante volte preconizzato da noi, è tanto imminente, che può dirsi un fatto compiuto. All'erta cittadini!… Popoli dell'Unionepreparatevi ad agire!…»

Strategie di un Capo di Sorveglianza.

Il Torresani, dopo il suo abboccamento col Gran Proposto, si recò all'Uffizio di Sorveglianzaper procedere senza ritardo alle operazioni richieste dal caso.

Il suo zelo fu adeguato alla importanza della missione; ma forse egli non sarebbe riuscito ad appagare pienamente i desideri del suo superiore, se la fortuna non lo avesse singolarmente favorito.

Erano trascorsi quindici giorni dacchè l'Albani aveva lasciato Milano per recarsi a Costantinopoli e quindi a Pietroburgo, e il Torresani, che aveva mandato sulle sue tracce una mezza dozzina de' suoi segugi più fidati per spiare ogni sua azione, ogni suo movimento, non aveva ancora ricevuto alcun dispaccio soddisfacente.

Il vecchio Capo di Sorveglianza già cominciava a dubitare della buona riuscita del suo piano strategico, quando un incidente, che a prima giunta non pareva avere alcun rapporto coll'affare che tanto gli stava a cuore, venne inaspettatamente in suo soccorso.

Una mattina, mentre il Torresani se ne stava, come al solito, nel suo gabinetto, a decifrare i dispacci arrivati nella notte, unesploratore di alto cielo(12) venne a riferirgli che unavolante di terzo ordinegià da parecchi giorni stazionava al disopra della città, mantenendosi ancorata ad una elevatezza molto sospetta.

Quella volante, a dire dell'esploratore, presentava una struttura singolarissima.

Il gran pallone, di colore azzurrognolo, diafano, terso come cristallo, rifletteva siffattamente la tinta atmosferica, che in quella si fondeva, si smarriva, rendendosi quasi impercettibile. La navicella era chiusa, immobili le ruote, lacoda timonieracostantemente abbassata; non sibilo, non fumo, nessun indizio che il cavo contenesse degli abitatori.

Più volte l'esploratore aveva veduto una gondola cittadina elevarsi in quella direzione, e poi disparire, come se il grande veicolo l'avesse assorbita.

Queste ascensioni erano avvenute ad ora molto avanzata della notte, e la gondola cittadina, in onta alle prescrizioni, si era slanciata nell'aria a fanali spenti. L'esploratore due o tre volte si era provato ad inseguirla, ma al momento di raggiungerla, improvvisamente il suochatvuesi era annebbiato, e le ruotelle del suobrikaveano preso a girare in senso retrogrado.

Il vecchio Torresani ascoltò la relazione del suosubalternosenza dar segno di meraviglia. Uscì dal gabinetto, accennò all'altro di seguirlo, e tutti due salirono sulla gran torre che dominava l'intera città.

Quivi giunti, il Capo di Sorveglianza avvicinossi ad un immensoaereoscopio(13), e volgendosi all'esploratore:—sai tu indicarmi—gli disse—in qual punto stazioni la nave sospetta?

—Tirate una retta fra Venere e Marte; dividetela in otto sezioni perfettamente uguali; alla quinta metà dell'ultima sezione d'ovest, abbassate un triangolo, e al latoa, b, c.troverete la nave.

—Sta bene!—mormorò il Torresani incurvato sotto il poderoso cannocchiale.

In quel momento il vecchio Capo di Sorveglianza somigliava ad un ragno, e parlava con voce chioccia, com'egli temesse di essere udito al di sopra delle nuvole.

—Ecco! appunto una nave di terzo ordine a distanza di mille e novecento metri… Presto!… Applichiamo alla lente la nostracamera oscura… fotografiamo!… Ah! La nave si muove…! Mutano di posto…! se ne vanno!… Via! non serve correr tanto, signori miei! Vi ho conosciuti, vi conosco…

—Che!… a tanta distanza, voi avete potuto riconoscere le persone che sono là dentro!—esclamò il subalterno spalancando due grossi occhi da imbecille.

Il Torresani gettò su lui uno sguardo pieno di sarcasmo e di commiserazione.

—E tu, imbecille, non hai ancora capito che razza di gente sia quella, che mostra tanta paura del nostro cannocchiale?

—Gente sospetta… capisco anch'io…—balbettò il subalterno colla persuasione d'aver fatto una grande scoperta.

—Ah! quei signori tu li chiami gente sospetta, imbecille! Di' piuttosto canaglia della peggior specie, furfanti, bricconi, ladri, barattieri, e ignoranti, presuntuosi, che credono sottrarsi al rigore della legge… che pretendono corbellare il vecchio Torresani!… Presto!… Scendiamo abbasso, lumacone!… Lascia in pace quel l'ordigno maledetto… Dire che iprimatidell'ottica non hanno ancora trovato il modo di fornirci unaereoscopio, che si possa nascondere fra i polpastrelli delle dita… Non importa! Abbiamo altre risorse… I birboni della scienza favoriscono le ladrerie e le truffe: ma fortunatamente ci porgono mille mezzi per discoprirle e punirle… C'è progresso da ambe le parti, signori garbatissimi! Peccato che gli statuti dell'Unionenon ci permettano di violentare i cittadini!… Le manette, la prigione, la forca, quelli erano espedienti efficacissimi per tutelare l'ordine pubblico!… Nondimeno, parola da Torresani, fra pochi minuti io farò vedere a quei pirati di alto cielo, che anche noi siamo in grado di far rispettare le leggi e di imporre alla canaglia!…

Così parlando, il Capo di Sorveglianza giunse nella sala didiramazione, dove, appena entrato, fece scattare una molla, la quale, per varii fili elettrici, era in comunicazione coi principali dipartimenti del palazzo.

Le pareti oscillarono, e dopo alcuni minuti, si apersero nei quattro lati della sala parecchie porticelle numerizzate, e a ciascuna porticella affacciossi un individuo, portante la divisa dei subalterni disorveglianza.

Il Torresani salì sovra un pulpito e prese adiramarei suoi ordini.

—Numero uno: convocare i duecento nella sala di magnetismo, e arrestare nel termine di dieci minuti la nave sospetta.—Numero due: recarsi da Duroni, e far ritrarre la nave in ventiquattro copie, dodici a fotografia colorata, dodici a fotografia ponderabile(14).

—Numero tre: riferire il numero preciso delle gondole stazionate nei diversi quartieri, e di quelle che tengono l'alto.—Numero quattro: esaminare itesseridei singoli padroni di gondole, portanti le note giornaliere dal dieci settembre fino a questo giorno, e riferire l'itinerario di ciascun conduttore.

Ciascun subalterno, appena scoccato l'ordine, scompariva come fantasma, gli altri rimanevano in sentinella alle porte ad attendere i cenni del Capo.

Dopo un quarto d'ora di attesa, ilnumero dueentrò nella sala, e depose sul pulpito del Torresani ventiquattro cartoni, sui quali era disegnata lanave volante.

Il Capo di Sorveglianza gettò una rapida occhiata sulle fotografie, indi rispose:

—Numero cinque: prendete una copia di questo disegno, e compite sollecitamente l'ispezione di raffronto.

—Numero sei: portate quest'altra copia nella sala di chimica onde sia ponderata e decomposta.—Numero sette: a voi quest'altro cartone! fate l'inventario dei mobili, degli attrezzi, degli accessorii che appariscono alla superficie della nave.—Numero otto: verificate se da qualche finestra o pertugio apparisce alcun frammento di figura umana, una testa, un naso, un orecchio, una gamba, non importa! riportatemi quei frammenti centuplicati di proporzioni.

Per alcuni minuti, fu nella sala un andirivieni di subalterni.

Il Torresani, dall'alto del suo pulpito, non cessava di impartire ordini a questi e a quelli. I suoi occhi grigi mandavano faville.

In termine di mezz'ora, i documenti più essenziali erano raccolti. Il Torresani li esaminava, li confrontava con feroce compiacenza. Le sue labbra, frattanto, non cessavano di brontolare una specie di monologo, dal quale spiccavano tratto tratto degli ordini, delle interrogazioni, e più spesso dei grugniti di piacere.

—Voi dicevate, subalternonumero uno, che i vostri duecento magnetizzatori hanno durato molta fatica a trattenere la nave per dieci minuti, vuol dire che abbiamo dellevolontà deboli, fors'anche deicontrari, dei traditori, che mangiano la pensione del Governo e servono ai cospiratori… Non importa… I cinque minuti hanno bastato al Duroni per darmi delle buone fotografie… La nave è di costruzione americana, porta il numero 2724, probabilmente un numero falso… Nel gran catalogo delle navi volanti ne abbiamo trovato una perfettamente identica a questa… Lo stesso disegno… la stessa forza… lo stesso peso… non c'è dubbio… Ah! ah!… Questa nave fu fabbricata a Rio Janeiro dagli industriali Thompson e Stefany… tre anni sono, e fu venduta al Primate Michelet, il quale a sua volta la cedette al Bonafous pel servizio dellarettafra Milano e Pietroburgo. Ah!… comprendo…! I Bonafous, due anni sono, la cedettero ai Calzado, fabbricatori di carte da giuoco a Madrid, poi… poi… Dacchè i Calzado vennero sfrattati dallaUnione, la nave scomparve per due mesi, quindi fu riveduta e segnalata da parecchi aereoscopi, dapprima a Torino, poi a Napoli, quindi a Parigi, più tardi a Pietroburgo, a Berlino, a Lucerna. Confrontiamo le date di queste apparizioni colla Cronaca criminale delle città nominate… Ci siamo…! Ecco…! Sta bene!… L'avrei indovinato; a Torino una sorpresa notturna alle guardie del tesoro reale; a Napoli una sottrazione di monete antiche al pubblico Museo; a Parigi vincite considerevoli almaccaoper parte di un truffatore; a Pietroburgo, a Vienna, a Lucerna altri fatti dell'egual genere… Dapertutto, l'apparizione di questa nave ha portato la truffa, l'aggressione, il delitto… Dunque io non mi era ingannato… Là dentro c'era un nido di briganti, di barattieri, fors'anche di assassini… E voi, signori uffiziali di magnetismo, non avete avuto forza di trattenerli una mezz'ora, tanto che io potessi ottenere un mandato di arresto eccezionale… Basta!… C'è ancora una speranza… Non tutti quei bricconi saranno partiti colla nave… può darsi che qualcuno sia rimasto fra noi… Il Lissoni, proprietario di gondole al quartiere del Macello pubblico, riferisce che uno dei suoi conduttori, il nominato Bigino, per cinque notti consecutive fece delle ascensioni fuori di torno, a fanali spenti. Eh! di là! Numero quattordici! conducetemi tosto il Bigino! Egli è disceso stamattina prima dell'albeggiare; non è improbabile che la sua gondola abbia portato abbasso uno di quei gabbamondo… E noi lo conosceremo… perdio! E s'io riesco a pigliar in mano un filo della matassa… giuro districarla in pochi giorni… e vi prometto che quella galera di birboni non farà, quindi innanzi, un lungo viaggio!…

Il Torresani accennò col dito a diversi subalterni, i quali immediatamente gli si fecero appresso, per ricevere alcuni ordini segreti.

Poco dopo, entrò nella sala il Bigino, conduttore di gondole.

Un settario che osserva la legge.

—Bigino… fatti innanzi!… più innanzi!—cominciò con voce alquanto aspra il Torresani.—Sul tuo tessero veggo notate quattro trasgressioni dal primo d'anno a tutt'oggi… Un'altra ancora, e saremo autorizzati a levarti la patente di conduttore… Ciò dipende da noi… dal nostro beneplacito… Bada ora dunque a rispondere con sincerità alle nostre interrogazioni; a tale patto soltanto noi potremo usarti qualche indulgenza. Per tre notti consecutive, contrariamente alle prescrizioni dell'Ufficio di Sorveglianza, tu ti sei permesso di esercitare il servizio fuori di torno, e di prendere l'alto senza accendere i fanali…

Il Bigino, che posava dinanzi al pulpito in un'attitudine da cinico petulante, crollò leggermente le spalle, e fissando i suoi occhi avvinazzati in quelli del Torresani:

—Signor Questore—rispose—il servizio fuori di torno… com'ella può bene imaginare… qualche volta diviene obbligatorio… sopratutto… se gli altri colleghi di professione (ciò che accade sovente…) dopo essersi sbarazzati delsoffietto acustico, si addormentano della quinta, e caschi il mondo, non scendono al richiamo. Quanto poi alla questione dei lumi, la colpa non è mia, dacchè ai fanali della gondola mancano quattro vetri, ed ella sa meglio di me, signor Questore onorevolissimo…

—Io non mi chiamo Questore, ma Capo di Sorveglianza…

—La perdoni…! Noi altri milanesi siamo un po' duri a imparare le parole nuove… sopratutto se queste parole non esprimano che idee antichissime… e rappresentino delle istituzioni altrimenti qualificate nei tempi addietro. Gli è già molto se abbiamo potuto abituarci a denominare Questura ciò che nel secolo scorso si chiamava Polizia…

—Lasciamo andare queste inezie—rispose il Torresani con un suo sorrisetto che aspirava ad essere ingenuo.—Bigino!… Io so bene che malgrado le tue irregolarità nell'esercizio della tua professione, tu sei un buon figliuolo, un buon cittadino, ed all'Università passavi anche per uno spirito pronto e illuminato… Tu conosci le leggi dello Stato e ne comprendi lo spirito e le intenzioni. Tu sai che in un Governo ben ordinato, libero, popolare, dove tutti hanno uguali diritti e uguali doveri, ciascun cittadino che non renda testimonianza del vero contro i malfattori… che non cooperi…

—Non serve studiare le frasi—interruppe il Bigino col suo fare più bislacco.—In un governo ben ordinato, libero, popolare… tutti siamo in dovere di fare la spia…!

—Tu profferisci una parola che in verità… suona alquanto sinistra ed antipatica alle masse… ma pure… ne convengo…

—Via! parliamo giù alla meneghina! Rendere testimonianza e fare la spia… sono due frasi che si equivalgono perfettamente… Ma via! Non sgomentatevi, signor Questore. Io amo alquanto bisticciare sulla elasticità del linguaggio umano e sulle consuetudini dei tempi. Dopo aver compiuto il corso completo nelle Università dellaUnione, anche a noi conduttori di gondole è permesso di filosofare un pochetto. Del resto io vi dichiaro, signor Questore, che fra i tanti doveri che opprimono i liberi cittadini dellaUnione, questo di rendere testimonianza pereffetto di leggelo ritengo il più sacro. Per incoraggiarvi, dirò di più. Io appartengo a quella setta di politici, i quali si accordano nel principio che il mondo non sarà mai perfettamente governato, fino a quando il potere esecutivo non sarà nelle mani di tutti!

Il Torresani fece una smorfia sinistra.

Le ultime parole del conduttore di gondole rimescolavano nella sua mente una terribile idea, una idea che era il tormento delle sue ore inoperose, l'incubo delle sue notti più insonni. Commissari di polizia, questori, capi di sorveglianza, non sacrifichereste voi una metà del vostro stipendio per allontanare questo orribile fantasma che vi grida eternamente con un milione di voci: rivoluzione!… mutamento di Governo! anarchia!?…

Ma il vecchio Torresani riprese ben tosto la sua calma, e fingendo di non aver compreso la minaccia del suo interlocutore:

—Bigino!—gli disse—poichè ti veggo sì ben disposto a secondare l'autorità, nella quale, per ora, si concentrano i poteri necessarii alla tutela dell'ordine pubblico, non dubito che tu vorrai rispondermi con tutta schiettezza. Nelle tue ascensioni fuori di torno, tu hai condotto delle persone sospette alla volante stazionata da circa dieci giorni al disopra della città, portante abusivamente il numero 2724.

—Persone sospette!… Ecco delle parole molto elastiche e molto abusate dagli antichi e dai nuovi rappresentanti dell'autorità governativa. Sarebbe ormai tempo di sopprimerle, onorevolissimo Questore. Il sospetto è il nemico più naturale della equità, ed è quasi sempre il precursore della ingiustizia. Basta! A suo tempo muteremo il frasario… Io vi ho detto, onorevole Torresani, che intendo adempiere al dovere di testimonianza con iscrupolosa sincerità. Risparmiatevi dunque la pena delle subdole interrogazioni, e lasciate che io esponga i fatti nella schiettezza dell'animo mio. Il vostro metodo di inquisizione potrebbe irritarmi, ed io sarei tentato di reagire con quelle medesime armi che voi siete soliti adoperare in tali occasioni.

Il Torresani si morse le labbra, e ripensò ai tempi beati, quando una osservazione di tal genere, indirizzata ad un Commissario di Polizia, avrebbe valso all'inquisito due o tre mesi di arresto.

Il Bigino, senza attendere altro cenno, si fece a narrare la sua istoria:

—La sera dell'otto corrente, verso nove ore, uno sconosciuto venne a patteggiare la mia gondola per una ascensione diretta, eccedente l'elevatezza legale. Per altri mi sarei rifiutato; ma l'individuo mi si diede a conoscere per un graduato della setta equilibrista, ed io dovetti obbedire. Salimmo rapidamente, i lumi si spensero, il mio uomo non fece parola durante l'ascensione; egli governava il timone per dirigere la gondola, e frattanto girava rapidamente il suochatvueper esplorare gli spazi tenebrosi. Giunti alla nave ancorata, egli stesso volle gettare gli uncini di presa, e dopo avermi generosamente regalato, mi pregò di attendere alcuni minuti. Poco dopo, quattro individui discesero nella mia gondola, staccarono gli uncini, e mi ordinarono di calare verso gli orti Balzaretti. Nell'atto di pagarmi, gli sconosciuti mi imposero di tornare la sera appresso in quel medesimo luogo, donde sarebbero ripartiti per l'alto colla mia gondola. Promisi e tenni parola. A dieci ore della notte, io presi l'alto co' miei quattro individui per risalire alla volante ancorata. Essi entrarono nella nave; io, dietro loro richiesta, patteggiai di risalire la notte seguente per tenermi pronto ad ogni cenno. Si fecero parecchi viaggi…

—Basta!—interruppe il Torresani, il quale durante l'esposizione del Conduttore non aveva cessato mai di sfogliare i documenti che erano ammassati nel suo pulpito—so quante volte sei asceso, quante volte sei calato, e con quanti individui, e in quali circostanze. Lodo la tua schiettezza, Bigino. Ma ora, per abbreviare le formalità dell'esame, io ti prego rispondere alle poche domande che sono per indirizzarti: Nell'ultima tuacalata, hai tudepostoin Milano qualcuno degli abitatori della Nave?

—Uno.

—Il primo, forse, lo stesso che, la sera dell'otto, venne a noleggiare la tua gondola, dandosi a conoscere per un graduato della setta equilibrista…?

—Un altro…

—Uno dei quattro…?

—Un individuo, che io non aveva mai visto, una persona molto seria, molto interessante.

—E questa persona… molto seria… molto interessante… ti ha fatto promettere di tornare colla tua gondola… a rilevarlo…?

—Al contrario, gusta volta io fui licenziato, e congedato formalmente.

—Bigino!… Un ultimo favore, poi ti lascio andare pei fatti tuoi, senz'altra molestia: ti prego di salire un istante sul mio pulpito…

Il conduttore si avanzò verso il pulpito colle mani in saccoccia, e giunto presso i gradini, si fermò come un ciuco restìo.

—Salite, dunque, cittadino fratello!…

—Cittadino questore, io non amo i luoghi alti…

—Tu! un conduttore di gondole volanti!…

—Le gondole si elevano nell'aria libera; ma qui… più si va in alto… e più manca il respiro…

—Dunque, cittadino Bigino, tu vuoi proprio che il vecchio Torresani discenda?…

—Chi è salito discenda, chi è caduto si rialzi, tale è il motto degliEquilibristi.

Il Torresani scese dal pulpito, e accostandosi al Bigino con affabilità carezzante, gli pose sottocchio un ritratto fotografico.

—Conosci tu questa figura?

—È lui!… quegli che la sera dell'otto richiese pel primo la mia gondola…

—Sta bene! Ed ora, sfogliamo rapidamente l'Albumdei pregiudicati; e vediamo se fra questi duecento ritratti tu puoi riconoscere anche l'altro individuo che haidepostoin città nell'ultima tua calata.

Il Bigino sfogliò rapidamente il gran libro, e poi crollò la testa in segno negativo.

—Dunque egli non è qui? Osserva bene! Non v'è alcun figuro qua dentro di tua conoscenza?

—Ho detto di no!

—Bigino!… Tu hai parlato di una persona seria… interessante…Non sapresti fornirmi altri connotati di quell'uomo?… Aspetta…Bigino!… Una idea!… Colui è iscritto tra gli affigliati alla settadegliEquilibristi!… Vediamo un po'!…

Così parlando, il Torresani spiccò un salto verso il suo pulpito, aperse un cassettino, ne levò un ritratto in fotografia, e tornando presso il conduttore di gondole, glielo pose sotto gli occhi.

Il Bigino guardò fissamente l'effigie, poi il vecchio Capo di Sorveglianza che sorrideva maliziosamente, e obbedì alla voce del dovere, che gli imponeva la testimonianza legale:

—È lui!…

-Lui!!!—esclamò il Torresani—lui… a Milano!…

Ma il Capo di Sorveglianza non lasciò intravedere che un lampo della immensa sua gioia. Immediatamente egli congedò il conduttore, salì di nuovo in bigoncia, e adunati intorno a sè tutti i subalterni che durante l'interrogatorio erano rimasti sulle porticelle come altrettante cariatidi, riassunse con voce convulsa le sue deduzioni:

—Nella volante incriminata si trova il famigerato Antonio Casanova, altro dei graduati della setta di Equilibrio, ladro, falsario, truffatore, barattiere da giuoco, già processato in contumacia in due dipartimenti della Unione, privato d'ogni diritto di famiglia, e oggimai posto fuori della legge. Gli agenti di Sorveglianza hanno dunque sulla nave e sull'individuo il diritto di cattura e di esterminio, del quale possono prevalersi in ogni tempo e in qualsivoglia circostanza senza obbligo di intimazione. IlCompartimento di complicitàè incaricato di segnalare la detta nave a tutti gli Uffizii dello Stato, trasmettendo a ciascun Uffizio una copia fotografica del veicolo, col ritratto del reo inassolvibile. Quanto poi all'altro individuo, parimenti affigliato alla setta degliequilibristisecondo ogni probabilità residente ora in Milano, noi possiamo constatare essere questi un celebre industriale da pochi giorni elevato al rango dei Primati dell'intelligenza, l'inventore della macchina per la pioggia artificiale, noto attualmente sotto il nome di Albani Redento. Non risulta dai nostri cataloghi verun delitto a di lui carico, ed essendo l'Albani nel suo pieno diritto di percorrere ed abitare a suo beneplacito tutti i dipartimenti della Unione, noi non ci terremo obbligati ad esercitare su lui una speciale sorveglianza. Pure, considerata la circostanza pregiudiziale di aver egli viaggiato in un veicolo sospetto e in compagnia di uomini riprovati e processati e condannati a tutto rigore di legge, credo opportuno e prudente far seguire le sue tracce, e far sindacare le sue azioni da quattro uffiziali diprevenzione, i quali verranno scelti fra i più cauti e manierosi del compartimento. Questi quattro uffiziali si pongano immediatamente sulle peste. L'Albani è proprietario di una villa suntuosa, sulle sponde del canale Lariano, a venti miglia dalla città. I nostri bracchi fiutino per quella parte, e troveranno il loro uomo. Prudenza, discrezione, alacrità, rapporti celeri e immediati!—Abbiamo inteso? Il processo è esaurito!…

Il Torresani, dopo queste parole, toccò la molla di congedo, i subalterni sparirono com'erano venuti, le porticelle si chiusero, e la sala rimase deserta.

Poco dopo, il vecchio Capo di Sorveglianza spediva a Pietroburgo un telegramma:

«Bolza,—sei un imbecille!—Albani è a Milano da otto giorni, e tu l'hai veduto ieri a Pietroburgo; da questo momento ti metto in disponibilità con un quarto di stipendio».

E subito da Pietroburgo un telegramma di risposta:

«Albani è qui; ho fatto colazione con lui stamattina al Caffè Kertzel. Mettendomi in disponibilità commettereste un abuso di potere, e la vedremo!

«Bolza».

Il Torresani, letto il dispaccio, rimase alcuni minuti sopra pensiero. I suoi occhi erano quelli del gatto che vede levarsi a volo una allodola sfuggitagli dall'ugna.

—Non importa!—esclamò poco dopo—le deposizioni del Bigino varranno a qualche cosa, se non altro a convincere il Gran Proposto della nostra buona volontà.

Antonio Casanova(15).

La strategia dell'astuto Torresani, tuttochè abilissima, questa volta non giunse a salvarlo dalle mistificazioni del più scaltrito industriante dell'epoca.

Questo industriante, o meglio cavaliere di industria, chiamasi AntonioCasanova.

Per discoprire i suoi ingegnosi stratagemmi ci converrà salire nelle regioni dell'aria, all'altezza di mille e novecento metri, per introdurci nella sua cabina riservata.

La sua nave si era ancorata al disopra di Milano fino dal 4 settembre, sebbene gli esploratori dell'alto cielo non l'avessero avvertita che tre giorni più tardi.

Antonio Casanova aveva scelto il suo tempo per venire a Milano. La straordinaria affluenza di veicoli aerei e terrestri che portavano alla famiglia dell'Olona tante migliaia di forestieri attratti dal nuovo spettacolo della pioggia artifiziale, era una circostanza molto propizia a' suoi disegni. I cavalieri di industria corrono dov'è la folla.

La biografia del nostro barattiere fornirebbe un romanzo poco edificante, ma pieno di interesse. Io mi limiterò ad accennarne alcuni tratti, nei quali si scorge come il progresso delle scienze, delle arti e delle industrie si possa facilmente usufruttare dai birboni al maggior danno della società.

Le prime scene del mio racconto splendevano di poesia, di amore e di felicità; io mi compiaceva di spaziare nella luce di questo secolo avanzato e meraviglioso, che io godeva raffigurarmi tanto diverso dal nostro nel più completo sviluppo di ogni idea liberale e umanitaria, nella soddisfazione di tutti i desideri più nobili e più audaci. Ed eccoci, troppo presto, intricati in quel labirinto di miserie, di bassezze, di fatuità, di stravaganze, di delitti, che costituiscono il fondo reale e positivo di tutta la istoria umana!

La nostra fantasia può ben colorire di rose tutta un'epoca, e abbellirla di un prestigio incantevole; può rappresentarsi la perfezione ideale dello spiritualismo e della virtù, incarnata nei suoi molteplici personaggi; ma essa non può mentire a sè medesima al punto da rinnegare uno dei due elementi che costituiscono la natura dell'uomo. Esageriamo il bene a comodo nostro, e noi vedremo, sulle orme di quello, insorgere il male in proporzioni gigantesche. Estraete il fuoco dalla silice; e mentre gli assiderati ne ritrarranno la vita, il prete si trarrà in disparte a meditare l'orrendo supplizio dei roghi. Mentre voi benedite l'acciaio che vi fornisce il vomere a coltura dei campi, il boia imaginerà la mannaia. Quale è la scienza, quale l'industria, che possa vantarsi innocente di corruzione e di calamità? La stampa, che diffonde la luce, moltiplica i pregiudizii, il telegrafo accelera il moto del pensiero, e serve alla menzogna dei despoti, alle frodi della Borsa. Dappertutto i due elementi dell'uomo si rivelano: il bene ed il male camminano di pari passo. Il secolo d'oro è inconcepibile.

Perdonate la digressione, e proseguiamo il racconto.

Antonio Casanova di poco oltrepassava i trent'anni, e già il suo nome era tristamente famoso nella Cronaca criminale dell'epoca. Questo insigne barattiere avea già posto in allarme tutti gli uffizi di sorveglianza dei Dipartimenti dellaUnione, le Questure e le Polizie dell'altre parti del mondo.

Dotato di una forza fisica sorprendente, magnetizzatore di prima potenza, il Casanova aveva incominciate le sue prodezze nelle case da giuoco.

La sua volontà efficiente si esercitava con mirabile effetto sulle carte e sulle palle da bigliardo. Aveva viaggiato parecchi anni con unasteccadi sua invenzione, nel cui legno perforato scorreva un zampillo di mercurio iniettato in una vena capillare di nervi umani. Quel tubo era un inalterabile conduttore della volontà. Il Casanova, lanciando la sua biglia, non aveva che a prescriverle il corso nella sua mente, perchè quella obbedisse al suo volere come un corpo intelligente. La palla descriveva sul verde tappeto delle curve, dei circoli inverosimili. Lacolla, il salto degliuomini, la carambola, nessuna difficoltà di giuoco imbarazzava quell'avorio prudente e sicuro, il quale trionfava di ogni ostacolo, e pareva schernire la trepidazione dei circostanti. Il Casanova, usando della sua stecca, poteva dare venti punti al più abile giuocatore…

Al macao, al lanzichenecchi, all'ecarté, le istesse risorse magnetiche. Il Casanova, purchè avesse le carte nelle mani, col semplice tocco delle dita, mutava i picche in fiori, i cuori in quadri, sostituiva un fante ad un asso, creava il suo giuoco. Egli vinceva colla volontà, portando ne' suoi competitori il turbamento e la disperazione. Guadagnava tesori.

Ma questa professione del giuoco era troppo monotona per uno spirito insofferente e fantastico. Il Casanova ne fu presto annoiato. La sua natura era perversa. Più che l'utile proprio egli amava il danno d'altrui. Il giuoco non gli offriva che delle vittime volontarie, uscite per la più parte dai ranghi più screditati della società; egli aveva bisogno di portare il male nelle famiglie oneste, nelle classi più stimate e, a suo vedere, più felici. Sopratutto egli si compiaceva di truffare gli uomini altolocati, i funzionari del Governo, i primati dell'intelligenza. Tutto ciò che era talento, illustrazione, rappresentanza di moralità e d'ordine pubblico, per lui, anima di Caino, era oggetto di odio e di persecuzione. Affigliato alla setta degli Equilibristi propugnatori della anarchia universale, in breve era salito ai primi gradi dell'ordine. Gli Equilibristi domandavano la perfetta uguaglianza sociale, ma fra essi era già stabilita la gerarchla. I settarii di buona fede cooperavano, inconscii od illusi, alle sue ladrerie. Nelle città più importanti della Unione e d'altre parti del mondo, il Casanova poteva impiegare al servizio de' propri disegni una camorra potente. Rubava, e divideva co' suoi correligionarii il quinto deiredditi. Il resto spendeva in gozzoviglie, ovvero in procacciarsi nuovi mezzi a compiere le sue imprese temerarie.

Ed ora, dopo questi brevi cenni, vediamo il nostro uomo nell'azione che direttamente si riferisce alla nostra istoria.


Back to IndexNext