I misteri della nave 2724.
Antonio Casanova, venendo a Milano, aveva già fissata la sua vittima.
Riportiamoci alla data del sei settembre. Al sorgere del mattino, tutti i forastieri venuti a Milano per assistere all'esperimento della pioggia artifiziale, ripartivano per diverse direzioni. L'aria era ingombra di palloni; le locomotive volanti si staccavano dalla terra come bolidi opachi, lanciandosi negli spazii. Una popolazione di oltre cinquecentomila viaggiatori salutava la città ospitale dall'altezza di ottocento metri cogli spari delle bombefraterne, le quali, scoppiando, sviluppavano una pioggia di confetti e di fiori.
La nave 2724, profittando della concorrenza, si era abbassata al livello del Duomo; tanto che il timoniere, lanciando una corda di sospensione, potè attirarvi il Casanova, che fino all'alba stava spiando i movimenti del suo legno dalla cupola maggiore.
Quella operazione si compiva in un lampo. Appena il Casanova fu a bordo della sua nave, questa prese a salire rapidamente in linea diretta, e scomparve tra le nuvole.
Durante quella giornata il nostro cavaliere di industria si tenne chiuso nella sua cabina. Verso mezzanotte fece chiamare quattro uomini di fiducia per concertare con essi il suo piano strategico.
—Io l'ho veduto—cominciò il Casanova—l'ho veduto ieri, di pieno giorno, sulla gabbia della torre centrale che dominava la sua macchina, mentre egli dirigeva le operazioni. Dippiù, l'ho udito parlare, onde io mi tengo sicuro di poter imitare perfettamente la sua voce e le sue inflessioni. L'Albani ha, presso a poco, la mia statura. La sua testa è enorme, la sua corporatura più sviluppata della mia; in una parola, quell'uomo mi va come un guanto. Oramai non mi resta che discendere un'ultima volta per spiare l'entità e la deposizione dei morto(16); voi mi capite! È un'operazione delicata e difficile, per la quale si richiedono tutto il mio accorgimento e la mia potenza di volontà. Questa notte io mi lascierò cadere su Milano, e spero, se il diavolo mi assiste, scoprire nello spazio di due giorni quanto mi abbisogna. Ad ogni modo, io sarò di ritorno posdomani verso le nove e mezzo di notte. Verrò con una gondola; voi tenetevi pronti a discendere immediatamente, perocchè, nel caso nostro, la rapidità è la condizione più essenziale per ottenere il successo.
—Io non credo prudente—osservò uno dei quattro—che voi, per tornare alla nave, vi serviate d'una gondola cittadina. Questi sorveglianti di gondole sono altrettante spie dellaSorveglianza, e noi rischieremmo di venir segnalati a quel vecchio birbone di Torresani…
—Non ti prenda pensiero—rispose il Casanova coll'accento della più ferma sicurezza—io so scegliere i miei uomini. Noi abbiamo degliequilibristiperfino tra gli agenti della Polizia.
—E se mai, durante la vostra assenza, ci vedessimo esplorati… inseguiti?
—Reagite colla volontà!
—Noi siamo pochi di numero…
—Ma concordi… e potenti…!
—Il vecchio Torresani tiene a' suoi ordini duecentomagnetisti…
—E fra questi, sessantaquattro spiriti avversi. Alla distanza di mille e ottocento metri, ventivolontàcompatte e risolute possono tener fronte a centomagnetistidiscordi e spossati. In ogni modo, i poliziotti non potranno agire sulla nave oltre cinque minuti,—e se mai, durante ilfermo, voi vedeste avvicinarsi qualchebrikdel Torresani,—scaricate le pile contro esso, e avvenga che può. Una volta liberati dall'attrazione, manovrate per l'alto in linea diretta. Nel nostro serbatoio c'è tanta aria respirabile pel consumo di quattro giorni!
I quattro uffiziali non mossero altre obiezioni.
Il Casanova uscì dalla cabina, venne fuori all'aperto, esplorò la posizione da un immensochatvuecollocato all'estremità della nave, indi, spiegato l'ombrello di salvezza, spiccò un salto dal ponte.
In meno di due minuti, il Casanova toccava terra nel mezzo dell'anfiteatro dell'Arena.
Le testimonianze prodotte dal Bigino dinanzi al Tribunale del Torresani erano state veritiere. Antonio Casanova, la sera dell'otto ottobre, fece ritorno alla sua nave colla gondola del conduttore settario.
Il nostro industriante avea studiato il terreno e fissato il suo piano strategico.
Appena fu a bordo della nave, egli adunò nuovamente nella cabina i suoi quattro confidenti per metterli al fatto di quanto egli aveva operato, ed impartire ad essi degli ordini.
—Oramai io so tutto quanto mi giovava sapere, non restano che alcuni particolari di niun conto dei quali voi dovrete incaricarvi. Com'io aveva preveduto, all'indomani dell'esperimento per la pioggia artifiziale, il Consiglio di Milano ha decretato all'Albani unsussidiodi due milioni dilussi, elevandolo in pari tempo alla dignità diPrimate. L'Albani è un apostata vile, che per orgoglio ha disertato dalla nostra setta; l'Albani è ricco e potente, e fa parte di quelle caste privilegiate che noi dobbiamo perseguitare e distruggere. I suoi milioni ci appartengono; noi abbiamo il diritto diconfiscarlia benefizio della nostra idea. Fratelli: io voglio sperare che voi converrete pienamente nelle mie vedute, e vi adoprerete a secondarle con tutte le vostre forze, con tutto il vostro zelo.
—DaOmega ad Alfa!—risposero i quattro alzando la mano.
—Sta bene! Una circostanza molto favorevole ai nostri disegni la è questa, che l'Albani, in seguito alla sua petizione di matrimonio ha dovuto assentarsi da Milano per consumare, a distanza legale, il mese didilazioneimposto dalle leggi. Noi dunque potremo agire con sicurezza. L'Albani, prima di partire, ha comperato una deliziosa villa, la villa Paradiso, sorgente sulla sponda destra del Canale Lariano a poca distanza di Camerlata. Egli ha dato trecentomilalussiall'architetto mobiliarePerroni perchè provveda a decorare quell'incantevole albergo durante la sua assenza. Il resto dei due milioni venno depositato presso il Custode della Villa. La sommetta è appetibile alla nostra cassa, un po' esausta, quel denaro può servire. Io mi incarico di far volare ilmarsupioalle alte regioni del firmamento, purchè voi mi aiutiate fedelmente. Scendete tutti e quattro su Milano, nella gondola che ho espressamente trattenuta. Uno di voi si rechi alla Villa per informarsi se l'Albani vi abbia messo di guardia qualcuno dei suoi leoni. Un altro vada domattina allo Stabilimento Rota a levare il ritratto fotoplastico da me ordinato, badando di confrontarlo collaprima copiaper veriflcare se sia veramente identico. Presentando allaDama di commerciola mia carta di visita che porta il nome di Don Fernando Blaga Gran Torreadore di Saragozza, il ritratto vi sarà consegnato. Un terzo raccolga i diversi vestimenti da me ordinati ai cinquanta sarti dei quali vi trasmetto la nota. E il quarto finalmente, si tenga in comunicazione cogli Agenti di Sorveglianza affigliati alla setta, per avvertirmi in tempo utile se mai il Torresani venisse a fiutare le orme nostre.
Il Casanova aggiunse a questi ordini non poche ammonizioni di lieve importanza; poi stretta la mano a' suoi quattro colleghi, li accompagnò sul ponte della nave.
Il Bigino era là ad attenderli. I quattro calarono nella gondola, e immediatamente sprofondarono nelle tenebre.
All'indomani tutti gli ordini del Casanova erano stati eseguiti. I quattro si ricondussero alla nave, portando un ritrattofotoplasticodell'Albani di perfettissima somiglianza, due canestri ripieni di vestiti, ed altri piccoli attrezzi necessari alle strategie di tal genere.
Il Casanova fece recare quegli oggetti nella sua cabina, e quivi si rinchiuse per alcune ore in compagnia di un giovane napolitano, certo Anselmo Furlay, abilissimometamorfo.
Parrà inverosimile quanto io sto per narrare, e voi che mi udite, farete delle esclamazioni di meraviglia, forse anche crollerete il capo da increduli. Voi non riescirete a concepire questi nuovi perfezionamenti della acconciatura, dove la guttaperca è chiamata ad operare delle trasformazioni prodigiose. Ma io non avrò certo la pazienza di spiegarvi tutto un processo, che d'altronde può essere facilmente indovinato dagli spiriti arguti. A me basta accennare il fatto, a me basta di porre in rilievo i mezzi che concorrono a crearlo. Lamaschera ritrattonon è una invenzione del secolo ventesimo; se avete letto iCento annidi Rovani, vi sovverrete degli orribili scandali che ebbero a prodursi a Milano fino dal secolo precedente, per questo trovata della menzogna e della frode. Ma a quei tempi non si conoscevano le meravigliose proprietà della guttaperca, si ignoravano quegli altri mezzi chimici, che ora, nel ventesimo secolo, concorrono a trasformar completamente un profilo, una fisonomia, riproducendo in un individuo le sembianze di un altro.
Nella cabina del settario equilibrista venne dunque ad operarsi una di codeste meravigliose trasformazioni. Uno strato di guttaperca modellato al ritrattofotoplasticodell'Albani, iniettato di cera rosea e diliquido vitale, trasformò il Casanova completamente. IlmetamorfoFurlay questa volta fu sublime di trovati, fu vero artista. Egli riprodusse l'originale nella maschera con insuperabile precisione. E non solo nei contorni del viso e del collo, ma nel colorito delle guance e delle labbra il Casanova rappresentava così fattamente l'Albani, che quegli, mirandosi nello specchio, provò un fremito di terrore, quasichè l'imagine riflessa dovesse accusarlo e svelare l'inganno.
Il Casanova, parlando dell'Albani a' suoi colleghi, aveva detto: quell'uomo mi va come un guanto! Il capo degli Equilibristi aveva calcolato perfettamente.
Ed ora che abbiamo veduto abbigliarsi dietro la scena questo nuovo attore del nostro dramma, precediamolo di poche ore sul teatro dell'azione; scendiamo prima di lui nei penetrali dellaVilla Paradiso.
Alla Villa Paradiso.
Erano venute in lieta comitiva a visitare quel piccolo Eden, quel meraviglioso, elegantissimo palazzo, fabbricato da uno dei più celebriarchitetti di amore.
Un palazzo, che, a vederlo da lontano, pareva un tempio di alabastro galleggiante sulle onde o sospeso in una nuvola di fiori.
Erano venute in sull'ora del tramonto, Fidelia, Speranza, Viola, Luce ed altre sorelle delcircolo delle vergini, tutte legate di tenera amicizia alla figlia delGran proposto…
Si erano slanciate nei viali come uno stormo di cigni—si erano perdute in quel vasto labirinto di alberi e di colonne, dopo aver fissato, per punto di ritrovo, la sala terrena del palazzo.
L'Albani aveva comperata e fatta riabbellire la Villa Paradiso per quivi ritirarsi colla eletta del suo cuore a gioire, fra gli incanti della natura e dell'arte, i primi tripudii di un amore ricambiato. Ed ora l'appassionata Fidelia veniva a pregustare le gioie benedette, a inebbriarsi nei sogni prediletti dell'avvenire.
Era una piccola festa di fanciulle. Le amiche della fidanzata, giusta il costume dell'epoca, avevano portato il loro dono di nozze. Quei doni misteriosi, di cui ciascuna guardava scrupolosamente il segreto, dovevano riuscire altrettante sorprese alla giovane sposa, il giorno in cui ella avrebbe passeggiato per la prima volta a braccio del consorte negli intimi viali del giardino.
E noi rispetteremo il segreto di quelle fantastiche fanciulle; noi ci guarderemo dall'esplorare col nostro occhio profano gl'ingegnosi stratagemmi dell'amicizia, i gentili trovati di quelle anime vergini di donna.
Fidelia non aveva voluto staccarsi dalla suasorella di amore. Ella appoggiava il braccio a quello di Speranza, e senza divagare dal grande viale che metteva al palazzo, camminava a passo lento in quella direzione, e parlava all'amica con angelico abbandono:
—Dieci giorni ancora!… sai che sono lunghi… dieci giorni!
—Cosa sarebbe l'amore, cosa sarebbe la gioia—esclamava Speranza con accento ispirato—senza i giorni del desiderio e della aspettazione! Io credo che Viola avesse perfettamente ragione, quand'ella, nelcircolo, ha dato dell'amore quella sublime definizione così poco apprezzata dalle sorelle. L'amore è desiderio.
—L'amore è perdono!—mormorò Fidelia con un sospiro.
E questo concetto era per lei una soave reminiscenza, queste parole erano una melodia sommessa che le inebbriava tutti i sensi.
Giunsero al palazzo. Le porte erano abbassate, e la sala terrena sfarzosamente addobbata splendeva di fantastica luce. Una tavola oblunga, sfolgorante di preziose suppellettili e imbandita di vivandevespertineattendeva la gioconda comitiva delle ospiti fanciulle.
All'entrare di Fidelia, l'anziana del palazzo e le quattrovolonteroseche stavano a guardia della sala, spruzzarono di faville ivasi purificatori, e da questi subitamente elevossi una nuvola bianco-rosata che, dissipandosi nel vano, imbalsamava l'atmosfera di atomi odorosi.
—Fra un'ora saranno qui tutte!—disse Fidelia alle donne.—Frattanto io e la mia buona sorella di amore visiteremo gli appartamenti.
—Non vi sono appartamenti in questo palazzo—disse sorridendo l'anziana—o piuttosto ve ne sono tanti, quanti ne può ideare la umana fantasia; ma voi potete vederli tutti senza uscire da questa sala.
Fidelia e Speranza si ricambiarono una occhiata di sorpresa.
—Ebbene—domandò l'anziana.—Volete voi godere il meraviglioso spettacolo? Compiacetevi di sedere su quel piccolo divano di muschio satinato, e noi vi mostreremo una ventina di appartamenti, vi offriremo allo sguardo tale varietà di mobilie e di addobbi quale non saprebbe ideare la mente più ingegnosa. Io credo che la moderna architettura non abbia ancora prodotto un palazzo più sorprendente di questo in nessuna città della Unione Europea.
Fidelia e Speranza, tenendosi per mano, quasi impaurite, andarono a collocarsi sopra il divano loro assegnato. E tosto, per un cenno dell'anziana, le quattrovolonterosecorsero ad occupare i quattro angoli della sala, e toccando ciascuna un bottone sporgente dalla muraglia, produssero uno di quei cambiamenti di scena che in teatro producono tanto effetto.
La parete di fondo scomparve… Ciò vi sembra prodigioso, non è vero? Orbene: eccovi in due parole la spiegazione del miracolo. Quella parete non era che un grandioso ventaglio ditaffetàamericano, il quale, disteso, formava un abbagliante sipario azzurro dorato come il lapislazzulì. Le quattrovolonterose, premendo i bottoni che lo tenevano dispiegato, ottennero che immediatamente si contraesse, formando di tal modo una colonna quadrata per cui la vasta scena veniva a dividersi in due grandi scompartimenti.
Al di là di quella colonna si apriva un mondo incantevole, che offriva allo sguardo tutte le seduzioni della natura, e non era di fatto che un meraviglioso accordo di tutte le industrie, di tutte le arti umane.
Fidelia e Speranza rimasero alcun tempo assorte nella contemplazione di quel nuovo spettacolo, mentre l'anzianacon affettuosa compiacenza descriveva alle due fanciulle le bellezze del quadro.
—Da quella parte… al lato destro—accennava l'anziana—voi vedete una collina di facile pendìo, dei praticelli, delle grotte, dei chioschi, dei cespugli di fiori. Sono altrettante camere, altrettanti ricoveri copiati fedelmente dalla natura. L'architetto, nel costruire quei nidi di velluto, quei chioschi di bambagia, quelle nuvole di guttaperga, era ispirato dall'amore, come il Dio della Genesi nella creazione del paradiso terrestre. Il primo palazzo di Eva, ideato dall'architetto divino, non poteva essere più confortevole e più delizioso. Voi stupite, o gentile Fidelia!… Voi non credevate che unpensatore di casepotesse elevarsi a tanta sublimità di concetti… Quella nuvola che vedete agitarsi mollemente al di sopra della collina è la stanza che deve accogliervi fanciulla per iniziarvi ai misteri deliziosi dell'amore… Osservate quella grotta!… Da quelle stalattiti bianche trasudano gli unguenti più odorosi, i balsami più delicati. È il vostro gabinetto di acconciatura. Attraversandolo, ne uscirete profumata e vivificata. A poca distanza da quella grotta, una magnolia gigantesca distende i suoi rami di un bel verde opaco… Quella è la vostra biblioteca. I libri stanno raccolti nel tronco dell'albero, e le eleganti legature formano intorno a quel tronco una corteccia di oro e di gemme. Abbassate lo sguardo a quella pianura lucente… a sinistra della colonna! Non vi sembra che quel tappeto imiti perfettamente le onde tremolanti di un lago? È un tappeto di mercurio bianco imprigionato in una tela di vetro elastico. Voi sentite il mercurio agitarsi sotto il vostro piede, e la illusione di passeggiare sulle acque è tanto verosimile, che quasi vi meravigliate di poterne uscire a piede asciutto. Come vedete, due gondole eleganti galleggiano su quel piccolo lago artifiziale. Una di quelle gondole è destinata ad essere il vostro gabinetto musicale. Noi vi abbiamo collocato un pianoforte a corde di cigno, ed un'arpa magnetica. Assisa al pianoforte, per la rifrazione dei vari specchi mirabilmente congegnati, vi parrà di trovarvi isolata in mezzo ad un lago senza confini. I vostri canti, i vostri suoni si ispireranno nella poesia della solitudine e delle onde… Quel pianoforte ha due pedali, per cui potrete modificare a grado vostro la calma e le procelle del piccolo oceano. Il tappeto mercuriale, sotto la pressione del vostro piede, potrà fingere tutti i commovimenti della marina. L'altra gondola è una sala di refezione; e questa, a piacere dei naviganti, può scivolare fino alla estremità della pianura, dove, per una porticiuola che da questo luogo non si scorge, essa uscirà dal lago artifiziale per islanciarsi nel lago vero. Qual sorpresa per voi, qual gioconda sensazione, al finire di una cena iniziata nel palazzo fra le carezze ed i baci dello sposo, uscire sulla prora della gondola, e veder sfilare le cento ville del Lario, una meravigliosa fantasmagoria di palazzi e di giardini emergenti dalle onde! Ma basti!… Gli è un vero peccato quello che io sto commettendo, un peccato di indiscrezione che il vostro sposo non saprebbe perdonarmi. A che buono svelarvi tutti i misteri di questo meraviglioso palazzo?… Che altro è la gioia se non la sorpresa del nuovo, dell'inaspettato?… Ma pure io mi ravvedo in tempo… Io non vi ho palesato che la millesima parte delle delizie che qui vi attendono. L'ho fatto a fine di bene; per serenare l'animo vostro, per alleviare colle promesse dell'avvenire le crudeli impazienze del presente. Ho tracciato il cammino alla vostra fantasia di fanciulla e di amante. Se in questi giorni didilazioneche ancora vi rimangono, il vostro spirito verrà a spaziare su questi prati di seta, fra questi alberi a foglie di piume che stillano rugiade di diamante, fra queste onde di metallo animato; voi troverete una distrazione soave alle cure che vi opprimono. Io però mi tengo sicuro che voi non riescirete mai ad indovinare la centesima parte delle meraviglie qui adunate da quei due creatori sublimi di poesia che sono il vostro Albani e Regolo Mengonipensatori di edifizii.
Poichè l'anziana ebbe finito di parlare, la fidanzata dell'Albani, nell'ingenuità della sua anima innamorata, si lasciò sfuggire una esclamazione che rivelava tutto il suo cuore:
—Ma egli!… il mio sposo!…
—Comprendo il vostro pensiero—affrettossi a dire l'anziana.—Egli… il vostro Albani non verrà a dimorare in questa villa, che tutta vi appartiene. Vi spiegherò il suo concetto come io credo di averlo compreso. Dell'Albani voi non dovete conoscere che l'amante e lo sposo. Egli verrà in questo luogo per portarvi il suo amore, per cogliervi il vostro, per godere dei vostri tripudii, per consolare le vostre afflizioni, per chiedere a sua volta il diletto e la forza a sostenere i dolori della vita. I vostri rapporti, in una parola, non devon essere che rapporti d'amore. Perchè riesca feconda di bene, l'unione coniugale vuol essere circondata di poesia. In altri tempi, quando era obbligatorio agli sposi convivere sotto il medesimo tetto, vedersi a tutte l'ore del giorno e della notte, dividere le cure disaggradevoli e qualche volta un po' volgari del regime di famiglia, avveniva sovente una rilassatezza di affetti, che a lungo andare degenerava in fastidio, in avversione. C'è molta differenza fra il vedersi spesso e il vedersi sempre. L'augello che rinnova così frequenti i trasporti dell'amore, si allontana dalla sua compagna dopo l'ebbrezza vivace del connubio, e si perde negli spazi finchè quella non lo richiami co' suoi gorgheggi, finchè quella non gli dica coi suoi gemiti melodiosi: ritorna! ho bisogno delle tue carezze, dei tuoi baci! Desideriamoci, se vogliamo amarci eternamente! Il vostro Albani, ispirandosi a questo concetto, verrà in questa casa come un ospite. Egli vi apparirà inaspettato—egli giungerà fino a voi per cento vie misteriose. Lo vedrete uscire da questa gondola, lo troverete adagiato in quella grotta, udrete la sua voce carezzante rispondervi da quella nube. Quando i vostri due cuori si chiameranno per quella voce arcana che esala dall'amore, vi sentirete allacciati da soavissimo amplesso. Io credo, Fidelia, che il vostro animo gentile avrà compreso il delicato pensiero che io ho tentato di esprimervi.
Lo sguardo di Fidelia splendeva di angelica luce. Quell'anima giovane era inebbriata di felicità.
Si levò in piedi, e con timida voce, qual di fanciullo che non osa manifestare un capriccio per paura di vedersi contrariato, disse all'anziana:
—Vi par egli che io sia troppo indiscreta nel domandarvi una concessione?… Amerei di attraversare quel lago… di salire in quella gondola… di provare, sull'istromento che dovrà essere l'interprete dei miei pensieri, una canzone che ho composta per… lui! Sarà la canzone di richiamo. E tu, mia buona Speranza, tu l'ascolterai da questo luogo, e mi dirai qual effetto essa avrà prodotto sull'animo tuo!… E poi!… ho in mente un pensiero… Mi pare che i suoni di quel cembalo debbano attraversare gli spazii immensi… e giungere fino a lui.
—Non vi è ragione perchè io mi opponga a così onesto desiderio—rispose l'anziana—venite!
La fanciulla, dopo essersi congedata con un bacio dallasorella di amore, sorvolò con piede leggerissimo al mobile tappeto, salì nella gondola, e disparve colla sua guida.
L'anziana, per un sentimento di deferenza e di rispetto che erale imposto dalla sua condizione, non si intrattenne con Fidelia nel piccolo gabinetto. D'altronde, ella aveva l'obbligo di far gli onori del palazzo, e in quel momento suonava l'ora di refezione, e le amiche della fidanzata, giusta il patto convenuto, entravano nel vestibolo.
—Rilasciate il gran ventaglio! rilevate le mense!—ordinò l'anziana allevolonterose—prima che le ospiti fanciulle fossero entrate nella sala.
E subito la scena mutò di aspetto, e l'incantevole panorama scomparve dietro il velario ondulato, che formava una muraglia di lapislazzulì.
Nel momento in cui le fanciulle entravano nella sala, dalla sua gondola invisibile Fidelia sciolse la voce.
Speranza portò il dito alle labbra, e le fanciulle ristettero ad ascoltare coll'estasi in volto.
Erano le più dolci note che mai si modulassero pel labbro di una vergine innamorata. Quelle note, attraversando l'azzurro padiglione, parevano il canto di un cherubino smarrito negli spazii del firmamento.
E davvero Fidelia aveva dimenticato la terra. Ella si sentiva isolata nel suo piccolo gabinetto come una sirena sugli scogli dell'oceano. Immersa negli elementi più vergini del creato, nell'aria e nelle acque, la sua anima possedeva le ali bianche e il melodioso sospiro del cigno.
Le parole della sua canzone esprimevano questi pensieri gentili:
«Iddio ha creato la terra, ma l'amore soltanto ha creato il paradiso.
«No! questo non è il paradiso, dacchè, aggirandomi fra i miracoli della creazione, io sento che il creatore è lontano.
«Quando il creatore sarà tornato, quando l'aria di questo giardino sarà l'alito della sua bocca o il dolce fremito del suo cuore, allora io potrò dire: egli mi ha riportato il mio paradiso.
«Oh venga presto colui che può creare il paradiso, perchè il paradiso è in lui, soltanto in lui!»
Il canto di Fidelia era una estasi voluttuosa.
Mentre il labbro scioglieva le note, mentre il cuore modulava gli accenti, lo sguardo della fanciulla errava nelle illusioni di un mondo fantastico.
Questo mondo fantastico si creava dinnanzi a lei per una combinazione di specchi metallici, i quali ritraevano perfettamente un cielo di zaffiro, un lago placido e sereno. Gli occhi di Fidelia aspettavano che quella solitudine di spazio e di acque si animasse improvvisamente di una figura umana, di una figura che per lei, per la fanciulla innamorata, avrebbe rappresentato il Dio animatore.
Era delirio?… Era sogno?…
La fanciulla sentì mancarle le forze, la sua voce si spense, un tremito le invase tutte le membra…
Quella vasta solitudine si era davvero animata: l'uomo dell'amore, ilDio era comparso…
Fidelia non osava li volgere il capo, ma lo specchio inesorabile che le stava dinanzi riproduceva una figura umana, riproduceva un essere vagheggiato e invocato, che per lei aveva nome di Redento Albani.
Quell'uomo, ritto ed immobile dietro il seggio della fanciulla, pareva assorto nel contemplare le forme perfette di lei. La fronte di quell'uomo era calma; i tratti del volto non rivelavano veruna commozione; ma l'occhio irrequieto, iniettato di viva luce, aveva una espressione quasi sinistra.
Fidelia ne fu atterrita più che sorpresa. Dalla sua fronte sgocciolava il sudore a grosse stille, pure non aveva forza di portarvi la mano ad asciugarle.
Come si spiega questo terrore della fanciulla alla vista di un amante, di un fidanzato, di lui che era l'oggetto de' suoi ardenti desiderii, delle sue invocazioni?
Se quell'uomo fosse stato l'Albani, Fidelia non avrebbe esitato un momento a levarsi dal seggio, ad avvincerlo tra le sue braccia, a inondarlo di baci.
Ella esitava… tremava…
Erano le sembianze ben note; la sua statura, i suoi capelli ondeggianti e fosforici, il suo labbro perfettamente delineato, i suoi denti pieni di sorriso. Ma pure, qualche cosa mancava a quell'uomo per essere l'amante, il fidanzato di Fidelia. Mancava la magnetica corrente che si espande dai cuori innamorati, il flusso che non si può suscitare dai nervi e dal sangue, se questi nervi, se questo sangue non sieno agitati da una vera passione.
La fanciulla non poteva penetrare l'orribile inganno di quella apparizione. Ella fissava quella larva con occhio attonito; meditava quelle sembianze come si medita un sinistro problema. Quella contemplazione, quella meditazione angosciosa doveva risolversi per lei in un giudizio altrettanto erroneo che tremendo: «Egli è ben desso, ma egli ha cessato di amarmi».
Era la logica più naturale che il cuore della fanciulla innamorata potesse seguire, la sola spiegazione che ella potesse ammettere dello strano turbamento che l'invadeva.
A sì triste convincimento, Fidelia nascose il volto fra le mani e proruppe in dirotto pianto.
Ma il Casanova (noi gli daremo il suo vero nome) non era uomo da smarrirsi di coraggio per quella fredda accoglienza. Magnetista di prima potenza, egli contava sulla forza del proprio volere per dominare quella gracile fanciulla estenuata dalle commozioni dell'amore e della paura.
Egli stese la mano sul capo di Fidelia, e accarezzando le chiome odorose per innondarle del suo fluido irresistibile, parlò con accento animato:
—Fidelia!… mia buona… mia bella Fidelia!… non era mestieri che tu mi chiamassi…. Sarei venuto ugualmente…. Anch'io numerava i giorni e le ore. Avevo bisogno di vederti. Un bacio, un solo tuo bacio potrà darmi la forza per reggere a questi ultimi giorni di prova…. Fidelia!… I momenti sono contati. Nessuno mi ha veduto entrare, nessuno mi vedrà uscire da questo luogo…. Non c'è a temere di nulla!… Oh! la mia bella Fidelia! Abbandonati agli istinti del cuore…. Poichè mi ami… poichè hai giurato di esser mia…. Mia sorella… mia sposa…. Tu mi ami: Io sapeva bene che tu non avresti negato questa gioia!… Le tue fibre sono commosse…. Allacciami il collo colle tue braccia di neve…. Che io respiri il fresco alito della tua bocca!… Le mie labbra erano arse, e la sete di amore mi avrebbe consumato, senza il refrigerio di un tuo… bacio divino!
Così parlando, il Casanova si era impadronito della fanciulla attraendola al proprio petto colla potenza affascinante della volontà.
Fidelia, inebbriata da quelle parole, da quelle carezze, si abbandonò a lui come un corpo morto. I dubbi, i terrori erano svaniti. La sua faccia inondata di lacrime era divenuta radiante. In quel momento di suprema illusione, la fanciulla sognava il paradiso.
Quel sogno fu un lampo.
Nell'amplesso di quella larva adorata, Fidelia si attendeva una inondazione di delizie. Ma appena le labbra dell'avventuriero ebbero sfiorate le sue, la fanciulla arretrò con ribrezzo, mandò dal petto un grido affannoso, e cadde al suolo tramortita. Il bacio di quell'uomo, o piuttosto di quella maschera umana, le era sembrato gelido come il bacio di un morto.
Tutta questa scena era passata rapidamente, mentre lesorelle delCircolo, nel compartimento anteriore del palazzo, attendevano cheFidelia ripigliasse la canzone, ovvero ritornasse nella sala perprendere parte al convito.
Il grido della fanciulla destò lo sgomento nella piccola comitiva. L'anziana fece allentare il gran ventaglio, e le amiche di Fidelia accorsero tutte verso la gondola.
Quand'esse posero il piede nel gabinetto musicale, il Casanova era già scomparso; nessun indizio, nessuna traccia di lui.
Fidelia giaceva a terra coll'abbandono della morte. Le sue chiome, le sue vesti scomposte davano a supporre che ella avesse dovuto soccombere ad un assalto violento.
Le fanciulle non si perdettero in vane esclamazioni. Improvvisarono una catena magnetica, e scaricando il loro fluido sulla giacente, in men che non si pensi, la ridonarono alla vita.
Fidelia si levò in piedi, girò intorno gli occhi smarriti come chi, risvegliandosi da un orribile sogno, tremi di rivedere una larva.
Poi sorrise alle amiche, e appoggiandosi al braccio di Speranza uscì con quella dal gabinetto.
—Domani ti dirò tutto—disse Fidelia alla sua prediletta. E per quella serata non si tenne più parola del misterioso avvenimento.
Durante la cena, le fanciulle ripresero insensibilmente la loro abituale gaiezza. Fidelia sorrideva alle amiche, e pareva dividere i loro ingenui tripudii. Di tratto in tratto ella trasaliva, portava la mano agli occhi come a rimuovere un velo, a dissipare una nube. E subito, dopo quel gesto, la sua fronte tornava serena, e l'occhio riacquistava la sua luce.
Ai primi squilli delrichiamo delle vergini, quella gioconda comitiva uscì dallavilla Paradisoper disperdersi nei varii compartimenti della città.
Fidelia baciò le amiche ad una ad una, e salita in unagondola volante, si fece ricondurre al palazzo di famiglia.
Quella sera, il Gran Proposto era di umore assai lieto. Quell'inesorabile partigiano delle antiche discipline, che non poteva tollerare nella propria famiglia ciò che egli chiamava insubordinazione legale agli ordini della natura; quel padre severo che non aveva mai perdonato a Fidelia le lunghe assenze notturne, mosse ad incontrarla con volto radiante, l'accolse con insolita profusione di amorevolezze.
C'era qualche cosa di misterioso, qualche cosa di sinistro nella bonomia di quel vecchio. Le sue carezze parvero a Fidelia una affettazione di cattivo augurio, ond'ella, per sottrarsi a quell'impeto di tenerezza paterna, pose in campo un pretesto e ritirossi nel suo appartamento. Il Gran Proposto, dopo averla accompagnata com'era suo costume, e salutata col bacio delbuon sogno, rientrò nel suo gabinetto.
Sullo scrittoio del primo funzionario dell'Olona stava spiegato un dispaccio portante il timbro del Ministero di Sorveglianza pubblica.
Erano poche linee di scrittura, ma il vecchio non si saziava di rileggerle, e pareva che da quel foglio uscisse un riflesso di beatitudine ad irradiargli tutto il volto.
Il dispaccio era così concepito:
«Onorevole Gran Proposto,
«Ho la soddisfazione di annunziarvi che il nostro zelo, le nostre sollecitudini, la nostra pertinacia hanno trionfato di ogni difficoltà. Redento Albani ha violato la legge didilazione. Questa notte egli era a Milano, ha visitato laVilla Paradiso, si è intrattenuto colCustode-direttore, ed ebbe anche un segreto colloquio con vostra figlia nel piccolo gabinetto musicale addetto alla villa stessa. Non è mestieri che io vi aggiunga altre parole; vostra onorevolezza sa troppo bene ciò che le resta a fare. Aggradite, onorandissimo Gran Proposto, gli umili ossequi del vostro subordinato devotissimo, e comandatemi in ogni occasione.
«Dato dal primo gabinetto di Sorveglianza pubblica la notte del ventisette settembre 19…
Il veto del Gran Proposto.
Velocissima è la corsa del tempo, anche per gli addolorati e per gli amanti, cui le ore sembrano secoli.
E l'Albani, compiuto il mese didilazione, superata la terribile prova della lontananza e dell'isolamento, tornava a Milano più innamorato che mai, coll'anima piena di entusiasmi e di terrori.
In quel mese egli aveva percorse le principali città dell'Unione, soffermandosi di preferenza a Berlino, a Pietroburgo, a Parigi, a Pest, dove era stato chiamato per dirigervi i suoi sorprendenti meccanismi.
Negli ultimi giorni didilazione, egli aveva provate quella febbre tormentosa della impazienza che, all'avvicinarsi di una catastrofe desiderata, sviluppa nei temperamenti irritabili i sintomi della follia.
Per illudere sè stesso, per placare quelle ansie affannose, egli aveva anticipata di ventiquattro ore la sua partenza da Pest, servendosi di quei mezzi di trasporto che erano i meno veloci, e come tali, accordati gratuitamente dagli statuti dellaUnionealla classe deinullabbienti. Era venuto da Pest a Parigi colla ferrovia a pressione atmosferica; da Parigi a Saint Jean de Maurienne colla Messaggeria pneumatica dei Bonafous; e da ultimo aveva sorpassato il Cenisio colla locomotivaertoascendentedella Società Goudar e Blondeau, una locomotiva che aveva fatto obliare il meraviglioso traforo praticato fino dal secolo precedente nelle viscere del monte.(17)
L'Albani giunse in Milano verso le nove della sera. Prima di oltrepassare lacinta balsamica(18), egli si fermò un istante per consultare il suoorologio calamitato, poi, come uomo che tema di essere veduto o riconosciuto, sbottonò dalle spalline ilberretto succursaleper riporselo in capo, rialzando al tempo stesso i dueparaventi acustici(19) fino al disopra dell'orecchio.
Se un agente dellapubblica sorveglianzalo avesse sorpreso in quell'atto, avrebbe creduto di mancare al proprio debito omettendo di segnalare i di lui connotati sul tessero dei forestieri sospetti.
Quella esitanza, quelle precauzioni, non erano per parte dell'Albani che uno scrupolo eccessivo di legalità. Egli aveva notato che mancavano ancora dieci minuti al termine assegnato dalle leggi per la prova didilazione.
—Conviene ch'io sia rigoroso fino all'eccesso!—pensava egli.—Il bene cui vado incontro è così grande, e d'altra parte sono così grandi i pericoli che mi circondano, che io mi riterrei uno scellerato quando dovessi imputare alla mia trascuratezza od alla mia imprudenza un disastro qualunque.
Come ognun vede, quell'anima ardente ed onesta era sempre agitata dal dubbio e dai presentimenti sinistri.
Per comprendere il cuore dell'Albani e le lotte tremende del suo spirito, è mestieri che noi ricordiamo sempre ciò che egli non poteva mai dimenticare, il suo terribile passato. Quest'uomo si era macchiato di un orrendo delitto, aveva subito una pubblica condanna, per cinque anni morto alla società, egli non era mai riuscito a persuadersi che questa avesse realmente obliato e perdonato. Nella rettitudine della sua coscienza, egli si giudicava inferiore a tutti gli incolpevoli. E quando la voce della coscienza parea placarsi, un'altra voce più lugubre gli rintronava nell'anima, quella delpubblico banditore, che dall'alto suo pergamo, in mezzo ad una piazza gremita di popolo e muta non di meno come una tomba, veniva ad intimargli lamorte civile. Gli accadeva sovente di fermarsi col pensiero in questa meditazione angosciosa… Lo spirito della legge gli appariva eccellente. La condanna dellamorte civile, dopo i cinque anni di espiazione, prometteva l'oblìo del delitto, e la riabilitazione completa. Tutto ciò era scritto nei codici, tutto ciò era articolo di legge. Ma i codici, gli statuti, le leggi sono un contratto sociale, che non può mutare la essenza, la natura dell'uomo, quand'anche quest'uomo apparisca grandemente modificato dalla così detta civilizzazione.—I sofismi sono vani.—No! io non posso arrendermi a codesto assurdo del convenzionalismo contemporaneo—gridava l'Albani con accento disperato ogni qualvolta gli avveniva di soffermarsi in questo doloroso argomento.—Io non cesserò mai di essere un morto; la società tutta intera non cesserà mai di considerarmi come tale, sebbene ella debba, in forza di una legge, accogliermi come un essere vivente. Mentiranno. Taluni vorranno anche prodigarmi delle speciali amorevolezze… Ma questo sentimento, questo atto di carità, o peggio di compassione, accuserà il non senso della legge. Mentre io non ho mai potuto, nè potrò mai cancellare dalla mia mente le terribili impressioni di quella condanna; potranno essi obbliarle? essi!… Gli uomini!… gli spettatori del lugubre palco, che hanno inorridito del mio misfatto e del mio nome?
Ma in questa procella di pensieri che turbava incessantemente lo spirito dell'Albani, un astro solitario brillava di luce perenne—la fanciulla dell'amore e del perdono—Fidelia! La fede dell'Albani era tutta in quel punto luminoso, che egli vedeva brillare attraverso alle nuvole opache; in quella vergine bianca e diafana, che in una notte di supreme angosce posando una mano di neve sulla sua fronte inaridita, aveva dato dell'amore quella sola definizione in cui egli poteva aver fede.
L'avvenire dell'Albani era Fidelia. Il cuore di Fidelia era un mondo, che gli offriva un rifugio, un paradiso dov'egli sperava di obliare sè stesso e di farsi obliare.
Ed ora, ritornando dopo l'assenza di un mese, dopo la prova di una legge, per la quale era vietata qualunque comunicazione fra due amanti fidanzati, l'Albani riportava a Milano tutto il suo amore e tutta la sua fede nella donna che già gli era sposa nel vincolo religioso; ma i suoi dubbi, le sue diffidenze, i suoi terrori non potevano dissiparsi completamente fino a quando, sul libro dipetizione pubblica, non avesse letto l'adesione formale di Fidelia, e ciò che egli tremava di vedersi negato, lo assenso del Gran Proposto.
Ma l'ora, che doveva risolvere i suoi dubbi, che doveva metter fine a quelle ansie febbrili, era giunta. I dieci minuti trascorsero. Il termine legale didilazioneera spirato, e l'Albani poteva entrare liberamente nella città.
Salito in una gondola volante, ordinò al conduttore di prendere la via delPalazzo di Famiglia, laddove un mese prima, quasi alla medesima ora, egli era entrato coll'anima inebbriata di amore, per iscrivere la sua domanda di legittimazione civile al matrimonio religioso da lui precedentemente contratto colla figlia del Gran Proposto.
La volata fu breve. Disceso dalla gondola, l'Albani precipitò nel palazzo, corse allasala di amore, si fece portare il gran libro, e dopo averlo sfogliato, arrestò gli occhi sulla pagina che portava la sua petizione.
Sotto i caratteri, una mano di donna, la mano gentile di Fidelia, avea tracciato queste poche linee, che l'Albani lesse avidamente.
«Io Fidelia, adulta, figlia di Terzo Berretta Gran Proposto di Milano, attestandosi unita dall'indissolubile vincolo religioso all'adulto Redento Albani qui sopra iscritto, aderisco di cuore, per quanto a me spetta, alla petizione di civile matrimonio formolata daluisalvo sempre il rispetto del veto paterno, come di legge, e l'adempimento delle cerimonie obbligatorie».
L'adesione di Fidelia era esplicita, senza condizioni, quale l'Albani l'aspettava, quale egli aveva il diritto di attenderla.
Ma al piè di quelle cifre così gentilmente tracciate dall'amore, spiccavano due linee di carattere diverso, due linee improntate da altra mano, difformi, contorte, quasi illegibili. All'occhio, al cuore dell'Albani, quelle due linee produssero l'impressione di un rettile nero, raggruppato sotto un cespo di rose.
Gli occhi dell'Albani si iniettarono di sangue. A lui non era mestieri di leggere quello scritto per accertarsi della propria sciagura, per riconoscere avverati i suoi presentimenti sinistri.
E nondimeno portò la mano alla fronte e fece un gesto come a rimuovere un velo che gli offuscasse la vista. Le sue pupille avide e truci sibilavano le parole,—e ciascuna di quelle sillabe gli sgocciolava sul cuore come una stilla di piombo infuocato.
Ilvetodel Gran Proposto portava una data recente, ad era formulato nei termini più assoluti.
«Io sottoscritto, appoggiandomi ai miei diritti di paternità, e rassicurato in questi diritti da gravi ragioni che io farò valere, dietro reclamo delle parti interessate, dinanzi al Consiglio inappellabile degli Anziani di famiglia; credo di opporre il miovetoalla petizione di matrimonio civile inoltrata dall'inscritto Redento Albani in favore dell'accettante Fidelia Berretta, mia figlia adulta.
TERZO BERRETTAGran Proposto della famiglia Olona».
Sotto il peso di un'accusa inaspettata e terribile, avviene che l'uomo più incolpevole provi il bisogno di scandagliare la propria coscienza, non foss'altro per attingervi il coraggio e la forza di respingere gli attacchi. Ma l'Albani era troppo sicuro di sè stesso per discendere a questo esame. Il veto delGran Proposto, per tutt'altri che per lui, poteva essere considerato un atto di accusa; ma egli, per quella logica di sospetti e di diffidenze che era stata il supplizio de' suoi giorni di esilio, per quella divinazione del presentimento che rare volte fallisce, per gl'impeti sdegnosi del suo nobile cuore, non rimase perplesso un istante. Quelle linee fatali scritte dal Gran Proposto erano la dissimulazione del codardo, la calunnia, il tradimento, il principio di un assassinio legale.
I pugni serrati alla sbarra del leggio, le labbra livide e spumanti, l'Albani rimase alcun tempo nella immobilità contratta del forte che vuoi resistere agli impeti della passione.
Orribili disegni gli attraversavano la mente. I truci lampi del suo sguardo rivelavano l'anelito della vendetta. Quell'uomo era il nembo che si condensa per esplodere terribilmente.
E forse, nell'impeto, della disperazione, l'Albani avrebbe tutto dimenticato, il suo amore, la sua donna, i suoi doveri verso la società, i mezzi più pronti e più validi che la legge istessa gli offriva per ottenere giustizia; se a scuoterlo dal cupo letargo non fosse intervenuta una voce piena di dolcezza, una voce santa come le aspirazioni di Dio, cui quel carattere indomito e procelloso non aveva mai resistito.
Era la voce del suo compagno di espiazione, di lui che lo aveva sorretto per cinque anni sul cammino del dolore; del giovine levita che portava il nome di Fratello Consolatore.
La parola, l'aspetto di quell'amico produssero nell'anima dell'Albani una reazione benefica.
—Tu qui, fratello!—esclamò l'Albani volgendosi al Levita, e gettandogli al collo le braccia.
—Io!… E poteva essere altrove in questo momento?… L'ora del tuo ritorno era scritta nel mio cuore, ed io sapeva che i tuoi primi passi sarebbero diretti a questo luogo, e che qui… avresti avuto bisogno di conforti e di consigli.
—Io ti ringrazio, fratello!—rispose l'Albani, dopo aver sfogato sul petto del levita la piena delle lagrime—io ti ringrazio!… Ebbene!… Vediamo; quali conforti, quali consigli puoi tu offrirmi? Vedi!… Io mi era affidato alle tue promesse… Io aveva contato sulla giustizia di Dio… ed anche un poco sulla giustizia de gli uomini!…
—E troppo presto hai cominciato a disperare soggiunse amorevolmente il levita.—I conforti che io ti posso offrire derivano sempre della medesima sorgente, dalla fede nello spirito del bene; i consigli saranno ora come sempre quelli della ragione e della legalità. Non hai tu nulla da rimproverare a te stesso? Sei tu disceso nella tua coscienza per investigarne le pieghe più occulte? Hai chiamato a rassegna le tue azioni dal giorno in cui la umanità ti aperse le braccia rendendoti il bacio del perdono e dell'oblio? Or bene: poichè nessuna ricordanza di colpe viene ora ad affliggere il tuo spirito; poichè a nessun dovere hai mancato verso la patria, verso la società e verso le leggi, non è mestieri che io ti insegni ciò che ti resta a fare. Quel libro sul quale è registrata l'accusa, ti aprirà le vie della giustizia, ti accorderà tutti i mezzi della discolpa. Se ti preme l'amore della tua donna, se ti è cara la tua onoratezza, se non hai ripudiata quella fede religiosa che grida alla coscienza: esser dovere dell'uomo cooperare incessantemente sulla terra al trionfo del bene, tu guarderai in faccia alla verità, e la sfiderai al cospetto dell'universo!
L'Albani stette alcun tempo senza proferir parola. Poi, coll'accento dell'incredulo che sì piega ad una convinzione autorevole:
—Amico… fratello—disse al levita—fino dal primo momento che mi occorse agli occhi quelveto, ho riconosciuto che esso racchiudeva una calunnia, una trama inqualificabile, contro la quale io sarò impotente a lottare. Essi… gli infami… avranno calcolato tutte le evenienze possibili… Egli che occupa un posto tanto eminente nella società, non potrebbe lanciare un tal colpo, se prima non fosse ben sicuro che non avesse a ricadergli sul capo. Io ti giuro, fratello, che il mio cuore non ha più fede nella giustizia degli uomini. Nondimeno voglio cedere ancora una volta a' tuoi amichevoli consigli che mi furono legge negli anni più desolati della mia esistenza. Ma, bada! questa è la mia ultima prova! Se dessa non riesce quale tu me la prometti, quale dovrebbe riuscire perchè io riconosca il tuo Dio, allora tu stesso dovrai assolvermi dall'obbedire alle leggi del male, ed io diverrò quello che fui nei primi tempi della mia giovinezza: un vindice della umanità conculcata, un fulmine dei soperchiatori e dei despoti.
Ciò detto, l'Albani si accostò di nuovo al leggio, prese una penna, e sotto ilvetodel Gran Proposto scrisse le due linee seguenti:
«Io domando che, a termine di legge, entro le ventiquattro ore prescritte, il Gran Proposto Terzo Berretta mi renda ragione del suovetodinanzi al Consiglio degli Anziani.
Compiuta quella formalità, i due amici si separarono. L'Albani salì nella suagondolae ordinò al conduttore di calarlo allaVilla Paradiso.
Giunto alla Villa, il fidanzato di Fidelia diede il segnale perchè si aprissero i cancelli. Entrò senza volger parola al Custode che era mosso ad incontrarlo. Attraversò i viali a passo concitato; congedò bruscamente levolonteroseche lo attendevano negli atrî, ordinando che fosse tolta la luce al palazzo.
Rimasto solo in quel vasto salone reso tetro dall'oscurità come una grotta popolata di immobili spettri, l'Albani si sdraiò sul tappeto ruggendo:
—Guai a loro! guai a tutti… se domani io dovessi portare le fiamme dell'inferno in questo paradiso creato dall'amore!
Catastrofe impreveduta.
Se quella notte fu lunga ed angosciosa per l'Albani, ciascuno di leggieri comprende che anche il Gran Proposto Berretta e il Capo di Sorveglianza Torresani non dormirono sovra un letto di rose.
Quanto alla buona e sensibile Fidelia, basti sapere ch'ella vegliò fino all'alba in lacrime e preghiere.
Chi all'indomani apparve più rassicurato e fidente, fu l'Albani. Nella propria coscienza egli aveva attinto il coraggio; se qualche cosa gli rimaneva ancora a temere dalla malvagità degli uomini o dalla soperchieria dei potenti, pur si sentiva agguerrito alla lotta dalla propria rettitudine e dalla inesorabilità della legge.
Serena la fronte e l'occhio infiammato di febbrile impazienza, egli uscì dalla villa, e dopo aver errato alcun tempo nei quartieri più popolosi della città, si diresse verso il palazzo diGiustizia Civile.
La sala del Consiglio si apriva nelle ore pomeridiane, al principiare dei crepuscoli.
Quando l'Albani comparve alla piccola Tribuna degliappellanti, i trecento anziani già occupavano le scranne dell'Emiciclo. I cinqueSeniori, ai quali spettava esclusivamente il diritto di interrogare e di discutere, già avevano compiuto l'esame dei molti documenti ammucchiati sulla tavola. Il Gran Proposto Berretta, calmo in apparenza, ma in cuore vivamente preoccupato, era assiso, colla testa raccolta fra le mani, alla tribunadi ragione.
All'apparire dell'Albani, si riscosse, alzò gli occhi, ma non ardì sostenere il lampo di uno sguardo che pareva sfidarlo.
I quattro compartimenti dell'anfiteatro superiore frattanto si inondavano di una folla di curiosi, avida di emozioni.
Un dibattimento nel quale dovevano trovarsi di fronte due grandi notabilità della famiglia, il Proposto Terzo Berretta e il celebre inventore della pioggia artifiziale Redento Albani doveva naturalmente destare nella moltitudine il più vivo interesse. La vertenza offriva altresì una speciale attrattiva ai malcontenti di tutte le classi, ai nullabbienti, ai federati dei partiti estremi, nemici naturali di ogni autorità costituita, bramosi di scandali e impazienti di lotte.
Allo scoccare dell'ora settima, il Presidente temporaneo degli Anziani annunziò l'apertura del dibattimento. Tutti i labbri ammutirono.
Tutti gli sguardi si volgerò al SenioreInquirenteche dal suo seggio elevato ripetè quattro volte il nome delGran Proposto.
Questi a sua volta si levò in piedi.
—Cittadino Berretta—tuonò la voce dell'Inquirente—la legge ti interroga, la famiglia ti ascolta e Dio ti vede nel cuore(20). Perchè hai tu posto il veto allapetizione di matrimonio civileinoltrata dal fratello Primo Albani in favore di Fidelia tua figlia?
—Nella mia qualità di Supremo Magistrato dell'Olona—risponde il Gran Proposto con voce commossa—sento che la più rigida osservanza delle leggi mi è sacro dovere. L'Albani ha violato la legge didilazione; nella notte del 27 settembre, egli venne a Milano furtivamente e si intrattenne parecchie ore nei giardini della Villa Paradiso.
—È falso!—urlò l'Albani balzando in piedi coll'impeto del suo ardente carattere. E quel grido dell'anima concitata destò nella sala un eco tumultuoso.
Il Gran Proposto si fece pallido in viso.
—Cittadino Albani—riprese l'Anziano Inquirente—moderate i vostri impeti che a nulla giovano, se non forse a pregiudicarvi, quando in vostro favore non intercedano le irresistibili prove del fatto. Il cittadino Berretta ha recato sul banco della giustizia dei gravi documenti che appoggiano la sua asserzione, e noi, col vostro beneplacito, ne daremo contezza a quanti ci ascoltano.
—Si leggano i documenti!—rispose l'Albani assidendosi e chinando la testa fra le mani.
Al cominciare della lettura, l'attesa del pubblico era solenne e imponente il silenzio; ma appena il nome dell'ex barone Torresani autore del rapporto segreto risuonò nella sala, insorse da ogni parte un mormorio sinistro e provocante. Un Capo di sorveglianza pubblica non era meno detestato sotto il fraterno regime dellaUnione, che nol fossero un secolo addietro un prefetto di polizia od un questore.
L'Albani, che ascoltava con angoscia impaziente, appena fu esaurita la lettura di quel primo documento, si rialzò dal suo seggio, e tutti notarono con meraviglia come il di lui volto, poco dianzi allibito dalla collera, esprimesse calma e fiducia.
—Onorevoli Seniori, onorevoli Anziani, onorevolissimi cittadini e fratelli—parlò l'Albani con ferma voce—i voti del mio cuore sono appagati, ciò che io ardentemente desiderava si è avverato; il rapporto del cittadino Torresani mi apre l'unica via sulla quale mi sarà dato di raccogliere a mia giustificazione delle prove assolute. In detto rapporto si afferma che nei giardini della Villa Paradiso io mi trattenni colla figlia del Gran Proposto, Orbene: se il padre di Fidelia acconsente, io eleggo atermine impreteribiledi assoluzione o di condanna, la pubblica testimonianza di quell'angelo di luce e di bontà, di quella santa creatura, inaccessibile alla menzogna, che porta il nome di Fidelia… Il suo verdetto mi sarà sacro, ed io mi appresto ad ascoltarlo col sorriso nel volto e colla fede nel cuore.
L'Albani guardava fissamente il Gran Proposto, ma nessun segno di turbamento o di esitazione appariva su quella fronte marmorea. Quel vecchio non poteva aver scrupoli nè rimorsi in presenza de' suoi istinti di padre; quel magistrato si sentiva agguerrito dalla coscienza del vero. Prima che l'Anziano Inquirente gli ripetesse, come d'uso, la proposta dell'avversario civile, il Berretta si levò in piedi profferendo queste due semplici parole: «accetto la testimonianza di mia figlia cometermine impreteribile; venga Fidelia!»
La figlia del Gran Proposto non era lungi.
Gli Anziani, prevedendo l'incidente, l'avevano chiamata al giudizio, e la giovinetta, circondata dalle amiche, attendeva l'appello dellamatrona legalenella sala di aspetto riservata alle fanciulle. Nel di lei volto non appariva alcun segno delle interne agitazioni: ma quella calma sgomentava le amiche, e la buona Speranza ne era siffattamente allarmata che a stento reprimeva i singulti.
Al primo appello della matrona, Fidelia si levò in piedi e appoggiata al braccio delle amiche, la persona castamente avvolta nelpeplo mattutino, si diresse verso la porticella che metteva alla tribuna.
Quella apparizione destò nella sala un mormorio di simpatia. I Seniori e gli Anziani si scopersero il capo.
Il Gran Proposto e l'Albani rimasero al loro posto come impietriti. Sì l'uno che l'altro furono investiti da un tremito che pareva un presagio. Gli occhi di Fidelia, eretti al cielo, si irradiavano tratto tratto di una luce fosforescente.
—Abbassate la reticellavitrea!(21)—ordina il Presidente Temporaneo degli Anziani aimeccanici di legge;—il risultato della testimonianza vuol essere decisivo; è necessario che la verità non venga pregiudicata da influssi magnetici o da altri poteri occulti.
—È vano!—rispose dalla tribuna la voce di Fidelia;—nessuna volontà umana potrebbe violentare il mio libero arbitrio. L'anima di mia madre è con me, e la menzogna non può uscire dal mio labbro.
Così parlando, la giovinetta sviluppò dal peplo il suo candido braccio, e alzando la destra fece brillare allo sguardo degli assembrati un bellissimocarbonchio umano(22) sfavillante come l'astro di Venere.
L'emozione degli astanti toccava il parossismo.
L'inquirente, dopo breve attesa, raccolse dalla mano del Presidente ilquesito finalegià formulato e riveduto dagli Anziani e dai Seniori; indi, nel silenzio più opaco della assemblea, si volse a Fidelia:
—Adulta Fidelia Berretta: la legge ti interroga, la famiglia ti ascolta e Dio ti vede nel cuore. Puoi tu asserire che nella notte dal ventisette al ventotto settembre dell'anno corrente, l'adulto Redento o Primo Albani siasi intrattenuto teco a colloquio in Milano, e precisamente nella sua villa detta del Paradiso?…
—Sì!—rispose Fidelia senza esitare un istante. L'Albani, che durante la interpellanza si era levato in sulla punta dei piedi, col labbro ansante e l'occhio iniettato di una luce che era fede e certezza, ricadde sulla seggiola mettendo un grido.
Ma un altro grido uscito da molti cuori di donne in quel medesimo punto, distrasse dall'Albani l'attenzione degli astanti per portarla sovra la figlia del Gran Proposto.
Il monosillabo affermativo partito dalla tribuna delle vergini era stato l'ultimo sospiro vitale di Fidelia. La giovinetta, nel profferirlo, era caduta nelle braccia delle amiche come un giglio reciso.
—Morta! morta!—gridavano le donne.
—Uccisa dalla menzogna!—ruggì l'Albani insorgendo e accennando alGran Proposto.
—La prova galvanica! la prova galvanica!—urlarono mille voci dall'emiciclo.
Il Presidente degli Anziani sollevò lamazza di primo ammonitoper sedare il tumulto. E frattanto, in men che io nol dica, quattromatrone di ufficiotrasportarono il corpo di Fidelia nel centro della sala, e il chirurgo primate del tribunale le applicò ilpungiglione galvanicoall'occipite.
La folla irruppe dalle sbarre. Seniori, Anziani, bidelli, subalterni, spettatori, si pressarono compatti intorno al banco di risurrezione. L'Albani stringeva nelle sue la mano di Fidelia.
Il Gran Proposto piangeva desolato ai piedi della figlia.
Al tumulto scapigliato era succeduto come per incanto il silenzio della riverenza e della aspettazione.
Lapuntura galvanicanon tardò molto ad agire. Fidelia si riscosse…
—Discendi in te stessa—disse il primate di chirurgia parlandole all'orecchio;—visita il tuo cuore e i tuoi visceri, e dimmi qual fu la sincope che ti ha colpita.
Le labbra di Fidelia si agitarono e proffersero la parolamorte.
Il primate le applicò ilpungiglione galvanicoalla fronte.
—Puoi tu asserire—domandò l'inquirente—che Primo Albani abbia avuto teco un colloquio nella notte dal ventisette al ventotto settembre?
—No!—rispose la morta.—In quella notte l'Albani era ben lungi… ben lungi… da Milano.
—Perchè dunque—riprese l'Inquirente—hai tu voluto, quando eri in vita, affermare un fatto che ora sei costretta a smentire?…
—Perchè desso… perchè colui…
—Parla!… una sola voce!… una parola… ancora!—gridò l'Albani!
—È vano!—disse il primate ritirando il pungiglione dalla fronte dell'estinta e riponendolo nell'astuccio.—Il galvanismo non ha più azione su lei: la materia animale è ottusa.
Ciò che avvenne in quel punto nella sala non può descriversi a parole.
Caliamo la tela su questa scena di desolazione e di tumulto.