Le dimissioni.
Due giorni sono, trascorsi I cittadini dell'Olona si affollano intorno a due proclami apparsi dallo spuntare del giorno sulle muraglie di affissione.
L'un d'essi porta la firma del Gran Proposto, l'altro è segnatoTorresani.
Soffermiamoci dinanzi al primo proclama, e leggiamo:
«Ai presenti ed ai lontani salute e buon senso!
«Duemila telegrammi partiti dai centri esecutivi della Unione domandano che io mi dimetta dalla carica di Gran Proposto dell'Olona.
«Lo stesso voto esprimono le seicentomila cartoline postali che oggi pervennero al mio domicilio. Dinanzi a questa e ad altre manifestazioni imponenti dell'autorità pubblica, io non posso indugiare un istante a svestirmi di un potere più illusorio che reale e punto invidiabile.
«Ma i motivi che contro me provocarono questa unanime protesta della opinione pubblica sono di tal natura che mi terrei disonorato affermandoli col mio silenzio. Nè moralmente, nè civilmente, io so di aver mancato al dovere; e ne faccio solenne giuramento sulle ceneri tuttora fumanti di mia figlia, testè raccolte dal funebre amianto. Nessun altro tesoro all'infuori di queste e di altre ceneri care, io esporterò dal piccolo Campidoglio ove per venti anni tenni il governo della pubblica amministrazione.
«Tanto mi tengo in debito di affermare ai presenti ed ai lontani, e non dubito punto che le mie parole abbiano a trovar fede presso gli onesti di qualunque partito.
—Nobili parole, degne del suo gran cuore!—esclama, tergendosi le lagrime, un meneghino, che il giorno innanzi avea spedita al Gran Proposto la suacartolina di ostracismo.
Volgiamoci all'altro proclama, e vediamo con quali formole il Capo diSorveglianza annunzii la propria dimissione:
«Cittadini ladri, truffatori, manutengoli, barattieri, furfanti d'ogni specie che costituite la maggioranza della Società umana:
«Esultate! Ciò che era nei vostri voti si è compiuto; la dimissione di sua Eccellenza Riveritissima il Gran Proposto Terzo Berretta implica necessariamente la mia.
«Il benemerito dicastero disorveglianza pubblicarimarrà per uno o più giorni senza capo.
«Cittadini ladri, truffatori e furfanti di ogni specie, esultate! ve lo ripeto. E frattanto, i pochi galantuomini—se è pur vero che ve ne abbiano, ciò che a me non consta positivamente—badino alle loro tasche ed alle serrature dei loro forzieri!
«Il mio successore, entrando in carica, vedrà che durante la mia gestione tutto ha proceduto con ordine e con giustizia. Con quale accortezza e tenacità io abbia lottato per oltre venti anni contro la ribalderia umana, apparirà evidentemente dai registri e dai tesseri che io lasciai negli uffizii. Se non che—lo confesso con immenso rammarico—in questi ultimi tempi la mia e l'attività indomabile de' miei subalterni riuscì in molti casi impotente. Già da oltre mezzo secolo, quei nostri famigerati utopisti che ripetevano la frequenza dei crimini dall'analfabetismo delle masse, hanno dovuto convincersi che l'istruzione universale ha quadruplicato il numero dei falsarii e dei ricattatori. Più tardi, la scienza medica e farmaceutica appresa a tutti indistintamente i cittadini della Unione, moltiplicò gli avvelenatori e gli assassinî domestici. Le locomotive aeree agevolarono le contumacie dei bricconi e favorirono la impunità. La sistemazione e applicazione pratica delle forze magnetiche produsse abbominazioni che fanno inorridire.
«A questi, sempre crescenti ausiliarii della iniquità e della corruzione, i governi opposero una resistenza in fino ad oggi abbastanza efficace. Nelle nostre mani le nuove armi fornite dal progresso alla depravazione ed alla colpa divennero una forza riparatrice. La nostra sorveglianza dalla terra e dal mare si estese alle amplissime regioni dell'aria. Abbiamo non pochi esempi di grandi ed audacissimi malfattori, catturati dai nostri agenti a poca distanza dalla luna.
«Ma qual pro' da questa caccia affannosa e piena di pericoli? Noi inseguiamo il calabrone malefico, lo afferriamo, lo rechiamo trionfanti, esultanti, sul banco della giustizia, acciò questa si prenda il bel spasso di aprirci il pugno per ridonare il captivo al libero esercizio de' suoi perfidi talenti.
«Tante grazie, signori riformatori del Codice penale!… Ma non vi par tempo di finirla con questa buffoneria che si chiama il Ministero di Sorveglianza pubblica? A che serve lo inseguire, il catturare dei delinquenti, mentre alla giustizia più non rimane alcun serio mezzo di punizione?
«Nei secoli addietro, allorquando a migliaia a migliaia i galantuomini, o dirò meglio, gli impregiudicati, morivano di fame, un cotal Beccaria finse di intenerirsi sulla sorte degli assassini appiccati alla forca. Tutti i filosofi dell'epoca fecero eco alla nenia, e la canaglia (ciò si comprende) proclamò il Beccaria altamente benemerito della Società umana.
«La pena di morte venne col tempo abolita; tanto è vero che tutte le idee, anche le più strane e più esiziali, seguono il loro corso di rotazione e a lungo andare si traducono in fatto. I briganti, gli aggressori di strada, gli avvelenatori, i parricidi arsero dei ceri alla statua grottesta di Beccaria(23).
«Più tardi, questi signori umanitarii progressisti che mai non seppero formulare un concetto benefico in favore dei così detti galantuomini, si accorsero che negli ergastoli e nelle galere i birbaccioni non godevano le maggiori agiatezze della vita.
«Lugete, Veneres, cupidinesque!
«E mano alle riforme carcerarie!… Le case di pena si tramutino in altrettanti cenobii di fannulloni ben vestiti, meglio pasciuti e confortati, a spese del comune, da ogni sorta di ricreamento.
«È troppo giusto che il vizio ed il crimine dormano sovra un soffice letto, mentre i contadini pusillanimi che rispettano la legge debbon coricarsi a digiuno sulla paglia ammorbata.
«Non basta ancora, non basta, perdio! La reclusione è una infamia…L'uomo è nato libero… La libertà è un inviolabile diritto di tutti.Chi si attenta, sotto qualsivoglia pretesto, di vincolare questoistinto sovrano della umanità, commette un mostruoso fratricidio.
«Si atterrino le case… di riposo!… Uscite, o sfortunati! La società vi riapre le braccia; cittadini ladri, cittadini assassini, i fratelli vi reclamano. La famiglia Europea offrirà a tutti il pane e l'alloggio gratuito; voi sarete vestiti e nutriti a spese del Comune; potrete viaggiare gratuitamente sulle ferrovie e sui piroscafi: alla sera, nelle grandi città, avrete libero accesso ai teatri. Lafamiglianon è abbastanza ricca per offrirvi dei lauti sussidii in denaro. Un lusso al giorno!… è poca cosa, ne conveniamo. Ma alle spese delle gozzoviglie, dei capricci galanti, delle corse aeree, provvederanno i vostri talenti.
«E infatti… si è veduto:
«Non appena questo bel trovato dell'amnistia generale ebbe scatenati sulle famiglie dellaUnionei trentamilafratellidetenuti, a tutte le porte delle abitazioni fu mestieri applicare la serratura arevolver. Il grande avvenimento venne festeggiato nelle principali città di Europa con luminarie e banchetti, ma tutti ricordano quali immediate prove di ravvedimento abbian fornito ai loro concittadini questi antichi martiri delcenobbio. Dalle finestre sparirono i candelabri, dalle mense le posate e le tovaglie.
«Voi avete supposto che lemulte, ladenunziazione pubblica, lanota di infamiae lamorte civilepotessero costituire, in un secolo illuminato, dei validi freni al delitto. Che faranno i ladri per soddisfare alle multe? La risposta è troppo ovvia: ruberanno. Ledenunzie, lenote di infamiapotranno ancora far breccia, in quelle anime incallite al misfatto? Il più enorme dei vostri supplizii, lamorte civile, ucciderà nel delinquente ogni senso di moralità; e voi lo vedrete, dopo i cinque anni di espiazione, ritornare al consorzio dei fratelli coll'odio di Caino nel cuore e con propositi atroci. I pochissimi rigenerati dalla espiazione, disperando dell'oblio promesso, soccomberanno alla lenta agonia del rimorso e della vergogna, o affretteranno il loro fine in unapiscina dissolvente(24).
«A tale è giunta la Società umana, dopo tante fasi di rinnovamenti e di progressi.
«E guai se io sollevassi il velo che ricopre il mondo latente!
«Unico freno alla esplosione della completa anarchia rimane il terrore dell'ignoto e, diciamolo pure, quella provvidenziale dissidenza di partiti, che noi abbiamo abilmente e con ogni mezzo mantenuta. Ma allorquando una delle tante sette politico-sociali-religiose che fremono nelle viscere corrose dellaUnione, riuscirà ad ottenere una prevalenza assoluta; allora, o signori, aspettatevi il diluvio… la pioggia di fuoco, l'inferno…! I primi furori della spaventevole rivolta si rovescieranno, come di uso, sui Proposti, sugli Imperatori, sugli Czarri, sui Capi di Sorveglianza, sui tiranni che lottarono per scongiurare il cataclisma… In seguito… lasciate fare agliequilibristi…! Vi prometto io, che in pochi giorni l'equilibrio sarà perfetto.
«Prima di finirla, vorrei dire due parole sul fatto speciale che ha provocata la dimissione del Gran Proposto e la mia. Nel rapporto che io presentai ai Tribunali relativo alla violazione della legge didilazioneper parte dell'Albani, io so di non aver peccato contro il dovere di primate legale. L'Albani fu realmente veduto dai miei agenti nella notte dal 27 al 28 settembre entrare nella Villa Paradiso e quivi intrattenersi colla figlia del Gran Proposto. Ma i due verdetti contradittorii della prima e non mai abbastanza deplorata vittima dell'infausto processo, mi hanno dato a riflettere…
«Io non mi accuso di aver mancato per negligenza o mal volere, ma temo che l'impotenza assoluta a lottare contro uno dei più abbominevoli trovati della industria moderna abbia tradito i miei calcoli.
«Che qualche furfante, abusando della maschera-ritratto, a tanto sia riuscito da ingannare la mia accortezza non solo, ma anche quell'istinto di gentile penetrazione, quella direi quasi intuizione divina che è propria delle donne innamorate?… Una tale ipotesi spiegherebbe molte cose; ed io non dispero che, profittando delle molte note da me tracciate in argomento, il mio successore riesca a scoprire la verità e a porgermi i mezzi di una giustificazione più completa.
«E dopo questo, cittadini ladri, manutengoli, ecc. ecc., io rientro nella vita privata, ringraziando voi e la provvidenza, di avermi aperta, a svignarmela sano e salvo dal palazzo di Sorveglianza, una uscita abbastanza sicura, quale difficilmente vorrà offrirsi al mio successore.
Quella sera al teatro Scalvoni e Barbetta si rappresentava una grandiosa tragedia-ballo in venti atti e sessantotto quadri, intitolata laCaduta di un Gran Proposto, ossia il tremendo verdetto della Giustizia divina per opera d'uno specillo galvanico.
Verso le ore sette, una ondata di oltre cinquantamila spettatori irrompeva nel gran teatro popolare. La impazienza e la concitazione del pubblico si rivelava dagli atroci latrati dei binoccoli canini(25).
All'alzarsi del sipario, tutti i palchi erano stipati di spettatori. Solo il palco al numero sette di prima fila si vedeva coperto dalriparatore(26), ed era ovvio, il supporre che dietro quello si nascondeva la cinica figura dell'ex-capo di Sorveglianza.
Il dramma non era che una indigesta e gaglioffa parodia dell'avvenimento della giornata, colle solite invettive aiconsorti, aitiranni, agliuominidellareazione.
Abilmente riprodotti a mezzo dellemaschere guttaperche, sfilavano sulla scena i principali attori del dramma cittadino. Il Gran Proposto e il Barone Torresani ricomparivano in ogni atto per raccogliere le invettive del palco scenico, e quelle più irriverenti e chiassose della platea.
La produzione sortì l'esito che era da attendersi: fanatismo completo… Ma al momento in cui gli autori comparivano per la ducentesima volta al proscenio, il velarioriparatoreche copriva il palco numero sette si alzò improvvisamente, mettendo allo scoperto la sarcastica figura del Torresani.
—Signori e signore!—gridò il barone colla sua voce rantolosa e vibrata;—abbiate la compiacenza di fermarvi un istante per ascoltare la protesta di un libero cittadino!
Tutti gli sguardi si volsero al palco di prima fila, e i cinquantamila spettatori ammutirono come un sol muto.
—Signori e signore—riprese il Torresani nel generale silenzio;—nella mia qualità di ex-ministro di Sorveglianza pubblica io non poteva attendermi dagli autori del nuovo dramma delle allusioni o delle apostrofi gentili. A queste non intendo rispondere; io le ho ascoltate con indicibile compiacenza, le ho raccolte come un glorioso attestato di onoratezza. L'onore di un Capo di Sorveglianza, o altrimenti Questore, è posto sotto la salvaguardia dell'odio generale, ed io mi glorio di essere esecrato. Ciò che mi preme rettificare è una circostanza storica del dramma, la quale, se fosse accolta come veritiera, mi pregiudicherebbe grandemente sotto l'aspetto finanziario. Nell'ultimo atto, l'autore si è piaciuto di farmi appiccare ad un fico. Come vedete, io non mi sono appiccato, e vi giuro che non intendo appiccarmi. Ma in quella vece aprirò domani un grandioso negozio di salumeria in via dei Ghiotti al numero 10. Colgo questa occasione per fare un po' diréclameal mio Stabilimento, e augurando a tutti il miglior appetito, vi abbasso le mie salutazioni più affettuose.
—No! no!—grida una voce dalla platea;—nessun cittadino onesto metterà il piede nel tuo negozio; nessun onesto mangerà il salame della questura!
—Mi importa assai degli onesti!—mormora il Torresani riabbassando il velarioriparatore.—Purchè i ladri onorino la mia bottega, in due mesi diverrò milionario.
Così parlando, il sarcastico vecchietto sovrappose al proprio volto una maschera-guttaperca al sembiante del drammaturgo Scalvoni, e lanciandosi destramente nell'atrio, si fece largo tra la folla plaudente fino alla volante che lo attendeva sulla piazza.
Lasciamo che egli se ne vada pe' fatti suoi, e poniamoci sulle orme di altri personaggi più meritevoli e simpatici.
Il chiodo fantastico.
In una delle più intime stanze della Villa Paradiso, disteso sovra un candido letto, il pallido volto abbandonato ai guanciali, giace l'amante di Fidelia assopito da un letargo affannoso.
Al lato dell'infermo, in atteggiamento di profonda mestizia, sta assiso il Levita che porta il nome di fratello Consolatore.
Il suo sguardo e il suo pensiero sembrano assorti in un fascicolo di carte manoscritte.
Un lieve rumore di passi ha riscosso il Levita.
La porta si apre, e il vecchio custode della villa introduce nella stanza l'illustre primate di medicina Secondo Virey, seguito da due praticanti specialisti, incaricati di esercitare l'azione magnetica sull'infermo.
Fratello Consolatore ha ceduto il posto al Primate. I due praticanti distendono le braccia, e il Virey non tarda un istante ad iniziare l'esplorazione.
—Sei tu in grado di osservare?
—Lo sono—risponde il malato agitando lievemente la testa.
—Hai tu compiuto il tuo corso di scienza medica?…
—Io dovetti interromperlo per forza di legge, ma non vi è arcano della scienza che a me sia sconosciuto.
—Vedi tu nulla di anormale nel colore del tuo sangue arterioso?
—Nulla.
—Al cuore?…
—Una leggiera enfiagione al lato destro.
—Al cervello?
—Delle parziali alterazioni negli organi inferiori; disparizione quasi completa della stearina, e prevalenza di fosforo.
—Sei tu ben sicuro di quanto asserisci circa la prevalenza del fosforo?
Il malato chiude gli occhi, e dopo breve silenzio risponde affermativamente.
Ad un cenno del Virey, i due praticanti magnetisti abbassarono le braccia, e la testa del malato, abbandonata dal fluido possente, ricadde assopita sui guanciali.
Il Virey rivolse la parola al fratello Consolatore.
—Credo esser nel vero affermando che l'illustre infermo rappresenta una delle tante vittime dello spiritualismo esagerato dell'epoca nostro. Porgetemi la biografia di questo sventurato…
Fratello Consolatore si fece innanzi e consegnò il manoscritto alPrimate.
—Le alterazioni del sistema arterioso—riprese quest'ultimo con calma solenne—derivano da grandi sofferenze morali accoppiate ad una violenta attività del cervello. Questa attività ha potuto assorbire, distraendola dal cuore, una delle grandi cause efficienti della malattia. Senza questa circostanza, l'aneurisma avrebbe già prodotto le sue conseguenze mortali. Ma la biografia del malato chiarirà meglio la mia diagnosi. Potete voi giurare, o fratello Levita, che in queste pagine non vi abbia parola la quale non sia ispirata dalla verità?
Fratello Consolatore portò la mano al petto e rispose:
—Pel corso di cinque anni ho diviso tutte le angosce dell'uomo che ci sta dinanzi: la sua anima si è completamente rivelata alla mia e voi la vedrete riflessa in quelle carte…
—Voi fortunati!—esclamò il Virey con un sorriso di sdegnosa ironia—voi che avete il privilegio di scorgere l'anima attraverso le molecole organiche dalle quali risulta la vitalità… La scienza di noi profani non giunge a tanto. Vedete voi la vostra anima, fratello Levita?
—Non la vedo, ma la sento—rispose fratello Consolatore con umile voce.
—E siete proprio persuaso che il battito delle arterie, il respiro dei polmoni, la facoltà di pensare e di agire dipendano da una potenza misteriosa che non ha da fare colla materia?
—Il giorno in cui in me cessasse una tale convinzione, arrossirei di esser uomo e invocherei di morire.
—Mentre io mi occuperò a leggere queste note biografiche—disse il Virey allontanandosi—voi potrete, o fratello, esercitare le vostre pratiche salutari sull'anima dell'infermo. Più tardi, se i vostri rimedi non avranno giovato, io mi permetterò di tentare qualche prova sulla massa corporea. Vi prometto che il vostro metodo di cura non ne rimarrà pregiudicato.
Così parlando, il Virey si ritirò nel vicino gabinetto. Fratello Consolatore cadde in ginocchio presso il letto dell'infermo mormorando una preghiera.
Trascorsa un'ora, il Primate di medicina rientrò nella stanza.
Ai due praticanti magnetisti che lo accompagnavano si era aggiunto un numeroso drappello di giovani studenti, intervenuti spontaneamente al consulto per erudirsi nella dotta e faconda parola dell'illustre scienziato. Il Virey da più mesi non era venuto a Milano; tutti si attendevano che al letto degli infermi egli avrebbe solennemente proclamate e spiegate le sue grandi teorie innovatrici.
L'aspettativa non fu delusa.
I giovani si schierarono silenziosi intorno al letto, e il Primate con accento solenne prese a parlare:
«L'esplorazione magnetica non mi aveva ingannato; la biografia dell'infermo, e più che altro la storia delle sue ultime peripezie ha confermato i miei criterii sulla natura delmaleche reclama i nostri soccorsi.
«La scienza medica ha fatto, nella prima metà del corrente secolo, dei progressi meravigliosi. Oggimai non vi è legge dell'organismo umano che a noi sia ignota, non vi è forza della natura che abbia potuto sottrarsi alle nostre investigazioni ed al dominio delle nostre esperienze. Ogni mistero si è rivelato; l'organismo umano non ha più segreti per noi; la chimica ha messo a nostra disposizione tutte le sostanze vitali disperse negli elementi, tutti i reagenti salutari che rispondono alle umane fralezze.
«Possiamo noi inorgoglirci degli stupendi risultati?
«Possiamo noi esultare dei nostri trionfi, mentre gettando uno sguardo sulla umanità ci è forza di constatare il suo incessante deperimento?
«I nostri legislatori si mostrano sgomentati della frequenza, per verità spaventevole, dei suicidii individuali; eppure—strano a pensarsi—assistono spettatori indifferenti ed improvvidi al suicidio di tutta la specie umana!
«Se fosse lecito dubitare della perfezione matematica dell'universo, che implica necessariamente la perfezione dei singoli elementi cosmici, in verità noi dovremmo chiamare assurda ed improvvida questa grande sproporzione che si manifesta tra la facoltà immaginativa e la forza puramente meccanica dell'uomo. Tutte le malattie, tutte le passioni e le ansie che ci contristano la vita ripetono la loro origine e la loro causa efficiente da questo fenomeno implacabile. Il progressivo sviluppo e la conseguente attività delle forze morali segna nell'organismo dell'uomo le fasi del deperimento che conduce alla morte. Questo attrito incessante fra l'uomo intelligente e l'uomo bruto risponderebbe per avventura ad una misteriosa esigenza dell'ordine universale? Questa legge, così assurda nelle apparenze, costituirebbe forse il principio demolitore, o meglio, la potenza trasformatrice della umanità? La razza umana sarebbe mai destinata a scomparire dopo un lasso di secoli, per vivere e riprendere sotto nuovi aspetti la sua attività cooperativa in un mondo ringiovanito? Ammessa una tale ipotesi, per la quale verrebbero ad eliminarsi molti assurdi concetti, volgendo uno sguardo alle condizioni attuali della umanità, ed ai gravissimi indizi di prostrazione che in ogni parte si manifestano, non possiamo astenerci dall'emettere un grido di allarme—l'agonia della nostra specie è cominciata. Il fuoco della nostra intelligenza ha raggiunto il massimo grado della incandescenza; questo fuoco sta per estinguersi.
«Noi siamo all'ultimo atto della grande tragedia umana. Il Titano intelligente si elevò ad una altezza non mai raggiunta, ma la sua caduta sarà irreparabile.
«Abbiamo spogliate le foreste, abbiamo traforate e abbattute le montagne, abbiamo aperte delle voragini per rapire alla terra le materie combustibili e gazose; abbiamo deviate le correnti elettriche; dapertutto la mano dell'uomo ha portato lo scompiglio e lo sfacelo.
«Che più ci resta a tentare? Dopo aver dominato la terra e le acque, ecco le nostre locomotive ci sollevano ai cieli… Non basta? Fourrier, coll'innesto delle ali, ci comunica una nuova facoltà, ci promette una trasformazione…
«Affrettiamoci, signori! Ciò che abbiamo fatto per suicidarci è poca cosa… Voliamo alle regioni dove spaziano le aquile!… Voliamo colà dove per l'uomo si respira la morte…
«E i sintomi mortali si scorgono dapertutto. L'attività febbrile che nello scorso decennio ha operato dei prodigi, oggi accenna ad estenuarsi; la luce della intelligenza umana è quella del lucignolo prossimo a spegnersi.
«E frattanto, qual forza ci soccorre? La terra, nostra madre, e nudrice, è ormai stanca delle nostre violenze. Essa comincia a ribellarsi. I cereali intisichiscono, la vite non dà più grappoli; gli animali che più abbondante e vigoroso ci fornivano l'alimento, si ammorbano e periscono sui pascoli insteriliti.
«E già i governi mandano un grido di allarme; e il diritto alla esistenza sancito dalle nuove leggi diverrà fra poco una derisione… Ma a ciò provveda chi deve.
«Il nostro compito, o signori, è quello di affermare, per quanto è da noi, la vita individuale, mentre le masse precipitano nella morte.
«L'umanità è colpita là dove ha molto peccato. La prevalenza del succo nerveo ha paralizzato le forze del sangue; l'equilibrio degli elementi vitali è cessato; l'uomo vegetale, l'uomo bruto fu invaso dell'uomo pensante.
«Dalle cattedre, dai libri, dai giornali noi abbiamo reagito costantemente contro l'invadenza di uno spiritualismo micidiale. Ma la superbia umana ha sordo l'orecchio alle verità che la umiliano.
«La religione riformata, accarezzando l'orgoglio dell'uomo e l'idealismo irrazionale della donna, ha messo il colmo alla esaltazione. In ogni paese, in ogni tempo, l'ascetismo fu nemico della nostra scienza; ma a nessuna epoca mai come alla nostra, il prete ed il poeta, questi eterni falsarii della legge naturale, questi allucinati o coscienti mistificatori delle plebi umane, esercitarono più micidiale il loro predominio. I fanatici del nuovo culto impazziscono a migliaia. Parigi, la superba città che era nello scorso secolo denominata ilcervello del mondo, Parigi non rappresenta oggigiorno che un vasto manicomio.
«Ma questi signori vi diranno: ciò che a noi importa è la salute delle anime! Orbene! (e così parlando il Virey si volse a fratello Consolatore) non vi par tempo che noi interveniamo?
«Vorrete poi permetterci di tentare qualche esperienza profana sugli atomi vitali che per avventura serpeggiano tuttavia in questo corpo estenuato?…»
Fratello Consolatore non rispose e chinò la testa mestamente.
Il Virey, per un istante disarmato dall'umile atteggiamento delLevita, riprese la parola con intonazione più dimessa:
«La malattia che ha colpito quest'uomo è una delle più comuni oggidì: la lassitudine nervosa complicata e aggravata da unchiodo fantastico.
«Lo sfinimento dell'apparato nervoso ripete la sua origine da troppo intense e prolungate esercitazioni della macchina cerebrale; ilchiodo fantasticoè frutto di una troppo costante e inesaudita surreccitazione dei globuli simpatici. Il bagno fosforico e le fasciature elettro-magnetiche applicate con prudente moderazione potrebbero in breve tempo rinvigorire il sistema pregiudicato; ma un tal metodo di cura aggraverebbe la crisi dell'organo più compromesso.
«Signori!… occhio al cervello!… occhio al padrone, al governatore, al tiranno della casa vitale! Abbiate per fermo che nessuna malattia è mortale quando l'organo tirannoche siede là dentro conservi piena ed intatta la sua forza divolere.
«Affrettiamoci dunque! Il nostro primo compito sia quello di ristabilire l'equilibrio fra i globi cerebrali. Ottenuto l'equilibrio, quando il malato sarà in grado dipensaree divolere, in pochi giorni la resurrezione delle fibre sarà completa.
«Riassumiamoci. La biografia del paziente ci ha rivelato che un intenso desiderio di possessione riportato sovra una donna fu causa della anomalia. L'idealismo! sempre l'idealismo! fomite di ogni follia, di ogni disordine, per non dire di ogni umana scelleratezza. Questo uomo,credendo di amare, ha fatto violenza alle leggi della natura e si è reso impotente. Io vorrei bene, o signori (e qui la parola del medico riprese una intonazione più vibrata), io vorrei bene, se la situazione del malato non esigesse tutte le nostre sollecitudini, sbizzarrirmi alcun poco nella diagnosi di questa vacuità a cui le moltitudini danno il nome diamore!… Oh! chi scriverà la storia dell'amore? Chi vorrà riprodurre nella sua spaventevole ampiezza la cronaca delle follie e dei delitti derivati da questo equivoco, da questa fatale illusione della superbia umana? E fino a quando proseguiremo noi ad insultare la natura, a pervertirci, a suicidarci, per la mania di idealizzare a mezzo di una insensata parola l'attrazione simpatica dei sessi, comune a tutti gli enti, a tutte le molecole della creazione?
«Ma torniamo al malato. La prevalenza del fosforo, rivelata dalla esplorazione, mi è di buon augurio; l'assenza della febbre mi allarma. Provochiamo la febbre! provochiamo questa benefica agitazione del sangue che tende ad espellere dall'organismo gli atomi eterogenei.
«Soffiamo in questa bonaccia! suscitiamo la tempesta riparatrice!…
«E non perdiamo un istante (proseguì il medico, ritraendo la mano dalla fronte del malato); si chiami tosto… Ma, no!… io stesso sceglierò l'individuo da applicarsi…
«Vi è qui alcuno che possegga un ritratto della donna che questo infelice ha creduto di amare?…»
Fratello Consolatore si levò in piedi, levò dal portafoglio una fotografia e la porse al primato.
—Sta bene!… Conducetemi tosto ad una casa di Immolate… Là troveremo l'individuo simpaticoche ci abbisogna.
E volgendosi ai giovani studenti che in silenzio lo avevano ascoltato:
—Spero—disse—che mi avete compreso. L'estirpazione delchiodo fantasticoallora si effettuerà spontaneamente, quando si ottenga che quest'uomo abbia acrederein un'altra forma di donna… Se a tanto può giungere il talento e la volontà di una Immolata, è indubitabile che lo sviluppo istantaneo della febbre ricondurrà l'equilibrio nelle forze mentali, e allora il cervello potrà gridare a' suoi satelliti: sorgete e obbeditemi!»
Ciò detto, il Virey riconsegnò a fratello Consolatore la fotografia dell'Albani, dopo averne spiccato uno dei tanti ritratti fotografici che vi erano intercalati.
—Levita!—riprese il Primate nell'atto di congedarsi—voi perdonerete alla vivacità di alcune mie espressioni che per avventura possono aver irritate le vostre suscettibilità—la scienza medica non fu mai troppo scrupolosa nella pratica del galateo.—Dopo tutto, se i nostri principii e le nostre credenze si avversano, ciò non impedisce che noi ci chiamiamo fratelli.
—Fratelli!—ripetè il Levita stringendo al cuore la mano che aveva cercato la sua—è pur consolante l'udir profferire questa parola da un uomo che nega l'amoree non crede all'esistenza dell'anima…
Il Virey, irritabile come tutti gli scienziati, stava per riprendere la sua polemica, ma un sospiro affannoso del malato gli ricordò che i minuti erano contati.
Egli volse al Levita un'ultima occhiata piena di ironia e uscì dalla stanza seguito dagli alunni.
Giunto nella via, il Virey fece salire nella sua volante il custode della Villa, e scambiate sommessamente alcune parole con lui, ordinò al conduttore di dirigersi alla piazza dell'antica cattedrale.
Una casa di Immolate.
La gondola volante prese terra presso il vestibolo principale di quel superbo edifizio ideato dall'illustre Mengoni che un tempo si chiamava la Galleria Vittorio Emanuele.
Dopo l'attivazione deivelarii trasparentie dellestufe cittadine, quel passaggio coperto di cristalli ha cessato di rappresentare un rifugio ed un luogo di convegno per le avventuriere e pei fannulloni eleganti. Le contrade principali di Milano, meglio riparate dalle intemperie e dai geli, riscaldate nell'inverno dalle stufe o rinfrescate nella calda stagione daiventilatori roteanti, attraggono di preferenza i passeggieri.
Fin dal 1958, gli Anziani di famiglia hanno deliberato di utilizzare la galleria derelitta, convertendola in una casa di Immolate.
Quattro porte di bronzo dorato chiudono gli accessi, già complici nel secolo precedente di tante stragi reumatiche. Quelle porte, superbamente cesellate, narrano ai risguardanti tutta la storia deisacrifizi di beltàconsumati dall'eroismo femminile attraverso le barbarie dei secoli.
Non arrestiamoci a contemplare questi quadri, che rappresentano altrettanti capolavori. Il Virey ha sorpassato il vestibolo e già si è introdotto nel gabinettodi informazioneoccupato dalleemerite.
Le vecchie matrone seggono gravemente agli scrittoi. Donna Transita, là direttrice, sta per assidersi ad una piccola mensa in compagnia di unCommesso di bellezzaarrivato in quel punto dalle Isole Mormoniche(27).
All'apparire del Virey, che portava sospeso al collo le insegne del suo ordine accademico, donna Transita fece un leggiero cenno di saluto gridando con voce secca alle emerite:
—Attenzione a questo… Czarre!…(28).
Il Virey espose brevemente la sua richiesta.
—Si tratta di un caso urgentissimo… Io domando un mandato diestradizione momentaneaper una delle vostre alunne.
—Un mandato di estradizione!—ringhiò nuovamente la Direttrice;—veramente… all'ora della refezione… non dovrei… non potrei…
—Si tratta di un uomo che sta per morire—disse il Virey bruscamente—e a termini di legge…
—Non è il caso… non è il caso—interruppe donna Transita;—il nostro stabilimento, nol dico per vantarmene, può esser preso a modello di ordine e di disciplina… La carità delle nostre alunne non ha mai esitato dinanzi al sacrifizio…
E volgendosi ad una delle emerite: «A te, Miracolosa! Sia fatto il beneplacito del postulante! Trecento lussi all'ora per lamartire… e le buone grazie dello czarre pel nostro incomodo».
Donna Transita, alla vista di una pernice truffata apparsa sulla mensa, piombò sulla scranna con tutto il peso della sua formidabile corporatura e non disse più motto.
L'emeritache portava il nome di Miracolosa stese rapidamente il mandato; e il Virey, dopo aver depositata la somma di lussi novecento, venne introdotto nella galleria.
Quel grandioso ed elegante quadrivio coperto di cristalli offre un colpo d'occhio stupendo.
Tutto è disposto per la refezione dellesuore. Sulla grande via lastricata di marmi dove in altre tempi si affollavano i passeggieri, ora si estendono le mense coperte di candidi lini. I candelabri, i fiori, il vasellame d'argento rivelano il gusto artistico e il sensualismo raffinato dell'epoca.
La illuminazione è abbagliante.
La cupola gigantesca dell'ottagono sfolgora come un sole. Duecento serpentelli di bronzo stillano dalle fauci una pioggia fosforescente; lagrime di fuoco, che cadendo nella sottoposta piscina, formano l'onda letale destinata a dissolvere il suicida(29).
Al momento in cui il Virey entrava nella galleria, leimmolatescendevano dai loro appartamenti per assidersi alle mense. Immaginate l'effetto di ottocento donne, splendenti di gioventù, abbigliate con quella elegante semplicità che rivelando tutti i contorni della persona, non cessa di irritare il desiderio.
Le vesti hanno il colore e la trasparenza dell'ambra. Le capigliature lussureggianti riflettono i bagliori della luce artifiziale come nuvole baciate dal sole.
Ciascuna si è assisa al suo posto. Un'onda vaporosa di suoni esce dai sotterranei per confondersi ai bisbigli delle donne, ai sussurri delle vesti, al giocondo tintinnio delle suppellettili.
Le leggi dell'Istituto esigono che all'ora della refezione il sesso forte si tenga in disparte. Ma vi hanno alle finestre ed ai balconi degli spettatori, che fumando il lorofragola(30), contemplano dall'alto il lieto spettacolo, lanciando motti e sorrisi alle belle commensali.
Il divieto di scendere al piano-terra durante la refezione dellesuore, non poteva estendersi ai visitatori premuniti di unmandato legale.
Al momento in cui le ancelle si accingevano ad esportare dalle mense ildesiderium(31), l'illustre Virey avea quasi compiuta la sua rassegna di donne. Raffrontando col ritratto fotografico di Fidelia le svariate sembianze che si offrivano al suo sguardo, egli procedeva esitante e turbato. In quel giardino di bellezze viventi non vi era dunque una forma che riproducesse i divini contorni della estinta fidanzata dell'Albani?…
Ma un lampo di gioia irradia improvvisamente la fronte dello scienziato. Il tipo che egli va cercando gli sta dinanzi: ecco la realtà che potrà surrogare una idea; ecco la donna meglio adatta per sostituirsi ad una larva…
Il Virey fece il giro della tavola, e in un batter di ciglio fu presso alla immolata.
—Sorella di amore—disse lo scienziato all'orecchio della bella—sono dolentissimo di dovervi importunare in tal momento… Vi è un malato… un morente… che reclama i vostri soccorsi… La sua vita dipende da voi… Abbandonate la mensa e seguitemi!…
—La preferenza che voi mi accordate—rispose la donna con amabile accento—mi colmerebbe di troppa gioia, se in questo istante la mia vanità femminile non fosse dominata da un istinto più volgare. Gli stimoli deldesideriummi hanno surreccitate le papille nervee a tal segno, che il mio appetito di vivande si è reso feroce, e voi converrete meco che questi ninnoli non potranno ottenere altro effetto fuor quello di irritare davvantaggio la rabbia de' miei denti.
Così parlando, la bella portò al labbro un elegante spillone d'argento, sulla cui estremità stavano infisse due lingue di usignuolo affumicate.
—Il nostro collega Raspail ha provveduto a tali urgenze—disse il Virey traendo da una scatoletta due pillole di midollo concentrato di leone.—Questi due globuletti racchiudono gli atomi sostanziali di due pranzi lautissimi.
—Sia fatta la vostra volontà!—rispose con tristezza la donna inghiottendo le pillole;—ma un buon pranzo è una grande consolazione dei sensi, mentre invece questi surrogati della scienza…
Poi, mutando improvvisamente di tono:
—Ditemi, Primate, è egli bello il vostro malato?
—Giudicatene!—rispose il Virey.
E in così dire, pose innanzi alla donna una fotografia colorata che ritraeva l'Albani in tutto il fulgore della sua bellezza giovanile.
Che è stato? perchè mai al vedere quelle sembianze l'Immolata trasalisce e balza dalla seggiola con febbrile agitazione?
—Presto! che tardiamo? non si perda un istante!—esclama la donna con voce affannata, appoggiandosi al braccio del medico.
E già entrambi muovevano per uscire, quando un uomo, o piuttosto un mostro della specie umana sbucò improvvisamente da una delle porte che mettevano agli appartamenti superiori, e chiuse il passo alla donna esclamando con terribile voce:
—Fermatevi! voi obbliate le vostre promesse!…
L'Immolata si strinse al braccio del Virey, tremante e spaurita come una capinera in presenza dell'aspide.
Cardano.
Chi era quel personaggio… terribile? Lo sapremo più tardi; vediamo ora qual fosse nell'aspetto.
La sua testa era enorme. Figuratevi la materia organica di quattro teste, impiegata a formarne una sola. Al vederlo, il Virey provò un fremito di ribrezzo e si arrestò come impietrito.
—Non è dunque una favola la testa di Medusa? Se alla capacità di questo cranio—pensò lo scienziato—corrisponde il volume del midollo cerebrale, qual genio portentoso… qual grande scellerato dev'essere costui!…
Indubbiamente quell'uomo era un mostro; pure, alla immane testa non poteva rimproverarsi altro difetto fuor quello di essere sproporzionata al restante della persona. Spiccate il capo al Mosè di Michelangelo e ponetelo sulle spalle di un nano, voi avrete una immagine approssimativa dello strano personaggio.
I suoi grandi occhi bovini, coronati da grandi sopracciglia e iniettati di sangue, rivelavano una straordinaria potenza di percezione.
L'espressione del suo sguardo era tetra, non sinistra. Le grosse labbra, perfettamente delineate, dinotavano la energia e il sensualismo di un carattere ardente.
Era una testa che a primo tratto eccitava lo sgomento e il ribrezzo, ma l'occhio che sovr'essa osava arrestarsi un istante, ne rimaneva abbagliato.
La corporatura, comparativamente tozza e deforme, si faceva ammirare per lo spiccato rilievo dei contorni. Sotto la elegante sopraveste del nano si indovinavano un torace di granito, due braccia di acciaio e una muscolatura da atleta.
Il Virey, dopo aver contemplato in silenzio i singoli tratti di quel fenomeno vivente, prese animo a parlargli:
—Potete voi affermare dei diritti legali sullasuorache io intendo esportare per opera di carità umana?… In tal caso soltanto…
—Dessa mi appartiene!—interruppe il nano vivamente.—Interrogatela!… Non posso supporre che ella abbia obliati gli impegni con me presi or fanno pochi minuti.
—Noi apparteniamo alla umanità tutta intera—rispose l'Immolata sospirando;—ma quelli che soffrono, quelli che partono dalla terra hanno su noi dei diritti più urgenti.
Così parlando, la donna guardava il nano fissamente, colla espressione supplichevole e mesta del delinquente che chiede grazia all'arbitro de' suoi giorni.
E vedendo che quegli non accennava ad arrendersi, la trepida donna rivolse la parola all'uomo che le dava di braccio, invitandolo a mostrare il mandato di estradizione di cui era munito.
Il Virey non esitò un istante a porgere il foglio.
Il nano lo percorse rapidamente coll'occhio, e parve disarmato.
—Intorno a questa mensa—riprese lo strano personaggio volgendo la parola al Virey con intonazione più mite—vi hanno ottocentosuoredisposte a prestarvi i loro servizi; non sareste voi abbastanza cortese per riferire la vostra scelta sovra una di quelle?
—Ragioni di scienza me lo vietano—rispose il Virey gravemente.—L'illustre malato reclama l'applicazione di un assorbente eminentemente simpatico, e in questa donna soltanto ho potuto scorgere le facoltà che al mio caso si confanno.
Il nano aggrottò le ciglia, le sue labbra impallidirono e parvero minacciare una violenta esplosione di collera. Girò una occhiata d'intorno, un'occhiata bieca, sospettosa, tremenda; ma scorgendo due ufficiali di sorveglianza che si avanzavano alla sua volta, coll'accento cupo di chi si reprime, disse:
—Sia fatta la volontà della legge! Noi ci vedremo più tardi…
Il Virey fece un saluto del capo, e la donna, cui erano state dirette le ultime parole del nano, rispose con una intraducibile occhiata piena di angoscia e di sommissione.
Poco dopo, la volante che stazionava sulla piazza della cattedrale, accoglieva nel suo grembo il Primate e lasuora, e dirigevasi con moto rapidissimo verso la villa Paradiso.
Durante il tragitto, l'Immolata appariva turbata.
—Quest'uomo—le disse il Virey—ha prodotto sui vostri nervi una impressione dolorosa. Procurate di ricomporvi e di obliare. Per la missione che ora andate a compiere si esige molta calma e molta energia di volere.
—Se voi conosceste quel mostro!—esclamò l'Immolata rabbrividendo.
—Egli è dunque di una specie ben trista, se voi tremate e vi coprite di pallore al ricordarlo?…
—Egli è un mistero più buio della notte e più profondo del mare.
—Voi dunque ignorate affatto chi egli sia?
—Se ogni sua parola non è una menzogna, debbo credere che egli si chiami Cardano, e ch'egli sia ricco e potente come un re.
—E viene spesso in cerca di voi?
—Mi ama!—sospirò la donna con un gesto di orrore.—Se sapeste quale tremenda cosa sia per noi il dover subire di tali amori!…
Uno scoppio di lacrime troncò le parole della donna. Il medico accerchiò la bellissima testa col braccio e premendola al petto esclamò mestamente:
—La società moderna, designandovi col titolo diImmolate, ha reso giustizia al vostro eroismo.
—No! no!—riprendeva la desolata singhiozzando.—La mente dell'uomo non riuscirà mai a concepire le atrocità del nostro martirio. Uno dei più orrendi supplizii ideati dalla scelleraggine antica fu quello di legare ad un vivo il corpo di un estinto per seppellirli abbracciati nella medesima tomba. Orbene: nelle prepotenze a cui la Immolata si assoggetta vi è qualche cosa che assomiglia all'accoppiamento di un morto e di un vivo… Essere amata da quel mostro, dover subire i suoi amplessi, dover fingere al segno, ch'egli talvolta possa illudersi di essere amato!… È orribile… è spaventoso!…
—Da quanto tempo conoscete quell'uomo?—domandò il Virey.
—Da sei o sette mesi. Dal giorno in cui a Milano ebbe luogo l'esperimento della pioggia artifiziale ideata dal celebre Albani. Non potrò mai obliare le tremende parole ch'io lo intesi profferire in quella occasione. Al cadere delle prime stille, mentre dalla città si alzava un grido di sorpresa e di plauso, l'esplosione di un ghigno satanico mi trasse a rivolgere il capo. I miei occhi si incontrarono per la prima volta in quelli del basilisco. Ed egli, senza smettere il suo ghigno beffardo, e guardandomi fissamente: «applaudite! applaudite!—ringhiava colla sua voce cavernosa;—questo meccanismo, migliorato, corretto e opportunamente applicato, al meno danno potrà fra pochi mesi riprodurre il diluvio!»
Il Virey prestava la massima attenzione alle parole della Immolata e a sua volta diveniva tetro.
Il moto discendente della gondola avvertì lo scienziato che era tempo di avviare la conversazione sovra altro tema.
—Adunate le vostre forze—diss'egli;—cacciate dalla mente ogni avversa preoccupazione; il nuovo sacrificio a cui andate incontro darà la vita ad un fratello che ha resi i più segnalati servigi alla umanità. Poco dianzi avete nominato l'Albani, l'inventore della pioggia artifiziale. Orbene, sappiatelo: gli è appunto quell'insigne cittadino che reclama le vostre cure. Poco fa, nel gettar gli occhi sulla di lui effigie, le vostre guance si animarono di un vivo rossore, e se io non mi sono ingannato, i vostri nervi furono scossi da unelettrismosimpatico.
—Primate!—esclamò la donna rianimandosi improvvisamente—gli è che quella effigie… quelle sembianze…
—Ebbene!—esclamò il medico colla impaziente curiosità di chi sta per afferrare l'ultima parola di un enigma.
—Ebbene!—sospirò l'Immolata—quella effigie e quelle sembianze mi hanno ricordato ciò che una donna della mia condizione ha l'obbligo di obliare, che anch'io sulla terra ho amato una volta, e molto, e intensamente amato pel solo diletto di amare.
Su queste parole della Immolata la gondola toccò terra. Il Virey offerse il braccio alla donna, e si inoltrò con essa nella galleria che metteva alla stanza del malato.
—Nessun sintomo allarmante?—chiese il medico entrando.
—Nessuno—rispose fratello Consolatore.
—Lasciamo con lui questasuorae ritiriamoci. Ciò che importa—soggiunse il medico volgendosi alla Immolata—è che quest'uomocreda in voiprima che siano trascorse due ore.
Tutti uscirono dalla stanza ad eccezione della donna.
Questa si appressò tremando al letto dell'infermo.
La luce melanconica della lampada azzurra, rischiarando il pallido volto, lo abbelliva di una tristezza funerea.
L'Immolata, al vedere quelle sembianze, potè a stento reprimere un grido.
Si gettò su quel corpo assiderato coll'impeto di una madre selvaggia che trova il proprio figlio ucciso da una serpe.
Le sue braccia, incrociandosi tra le chiome dell'infermo, sollevarono dai guanciali il capo estenuato; le sue labbra tumide di sangue, esuberanti di ardore, corsero avidamente a baciare una bocca, dove la morte già delineava il suo glaciale sorriso.
Quel bacio poteva essere eterno. L'Immolata, affiggendo le sue labbra a quelle dell'Albani, dovea trasmettere la vita o assorbire la dissoluzione.
Ma i presagi del Virey non tardarono ad avverarsi. L'infermo dopo alcuni istanti aprì gli occhi.
—Che è stato?—domandò con fioca voce.
L'Immolata trasalì, e cadendo in ginocchio presso il letto del malato, gli mormorò all'orecchio una parola che parve rianimarlo.
—Il vostro nome! il vostro nome!—ripeteva l'Albani, guardandola fissamente.
E allora, con un accento pieno di soavità e di tristezza, la genuflessa prese a parlare di tal guisa:
Sogno di una notte di estate.
—Lassù, al paese, dove le figliuole non hanno cessato di portare con orgoglio i nomi delle loro madri, mi chiamavano Maria. Più tardi, mutando dimora e condizione, io presi il nome di Glicinia…
—La Glicinia è un pallido fiore—mormorò l'Albani.—Se voi non vi chiamate Fidelia, come accade ch'io vi vegga inginocchiata davanti al mio letto?
—È il posto che mi spetta; e non credo che altra persona al mondo più di me ci avrebbe dritto. Noi donne siamo portate ad amare con istinto materno coloro ai quali abbiamo dato la vita, e quando una di queste vite è in pericolo, noi sappiamo che per salvarla nessuna potenza umana uguaglierebbe la nostra!
—Mia madre è morta!—sospirò l'Albani;—le sue carezze e i suoi baci mancarono alla mia giovinezza.
—Nè vi resta il sovvenire di altre carezze, di altri baci, più impetuosi, più ardenti, che in una notte di spasimi atroci, in un'ora di tremenda agonia vi fecero esclamare: la giustizia degli uomini mi avea ucciso e l'amore di un angelo mi richiama alla vita?…
L'Albani si rizzò sui guanciali, ma tosto, vinto dalla spossatezza, piegò il capo su quello della Immolata esclamando: parlami!
—Parlami ancora! la tua voce mi fa bene al cuore.
—Or fanno cinque anni—riprese la donna—al cadere del giorno, io sedeva con mia madre fuor della casetta tutta coperta di edera e di glicinie, posta sul declivio di una collina. Il sole tramontava dietro un padiglione di nuvole ardenti, i cui riflessi di porpora rischiaravano il villaggio come vampa di Incendio. Si respirava un'aria di fuoco. Regnava intorno a noi quel silenzio lugubre che sembra presagire l'uragano. Allo svolto del sentiero che metteva alla nostra abitazione apparve un viandante affannato. Si appoggiò al muricciuolo, e scuotendosi la polvere dagli abiti, pareva cercare collo sguardo una persona a cui chiedere soccorso. Vestiva la tunica bianca del prete riformato, e sotto il suo largo cappello da pellegrinaggio si disegnavano i contorni di un bellissimo viso. Mia madre si alzò. Quel movimento attrasse a noi gli sguardi del Levita, che tosto si diresse alla nostra volta esclamando una parola di benedizione.—La volontà di Dio e la saggezza degli uomini—proseguì egli colla sua voce piena di angelica dolcezza—mi hanno imposto di accompagnare pel duro calle della espiazione uno sventurato, che oggimai non ha più il diritto di coabitare coi fratelli. Ma la pietà di Dio impone dei temperamenti alla giustizia della società, e l'arbitro di questi temperamenti suoi essere il sacerdote. Ora, ecco un caso nel quale io posso di tutta coscienza invocare pel mio martire la tregua dei rigori legali. Il reietto è là… giacente sul terreno… affranto dalla stanchezza e dalla febbre… L'uragano è imminente… Io non debbo permettere che quell'infelice muoia sulla via maledicendo agli uomini ed al cielo. Consentireste voi a dargli asilo per questa notte? Mia madre ed io ci ricambiammo uno sguardo, e introducemmo il Levita nel cortiletto. Benedette le case dei nostri padri!—esclamò il prete;—questi porticati erano una ispirazione della carità! qui le rondini fabbricavano i loro nidi, e qui dormivano nella sicurezza i perseguitati e i mendichi. Non volete salire agli appartamenti superiori?—chiese mia madre al Levita.—No!… l'infrazione della legge eccederebbe i limiti che mi sono prescritti. Si stabilì di collocare un pagliericcio al piede della scala. Mia madre ed io ci affrettammo ad apprestare quel povero letto, corredandolo di un guanciale e di una coltre. Noi stendemmo fra le colonne del portico una tenda di riparo: una scranna, un'anfora d'acqua, un lavacro ed una lampada elettrica completarono il mobilio di quell'andito terreno, dove la pietà, sposandosi all'infortunio, doveva in quella notte tramutarsi in un amore infinito.
«Frattanto, il sacerdote era uscito con due famigli per soccorrere il caduto e sorreggerlo fino alla porta della nostra casa. Il vergine cuore di una fanciulla ha dei presentimenti divini. Ciò che noi proviamo all'appressarsi di quelluiignorato che dovrà essere il sole della nostra esistenza è qualche cosa che simiglia ad un'aurora. La nostra anima si rischiara, i nostri sensi tripudiano; noi ci sentiamo inondate di una beatitudine rivelatrice… Nella attonita fantasia il mistero prende forma, ed è una forma indeterminata, volubile, che ad ogni tratto svanisce per ricomporsi, per rassodarsi, per isfuggirci di nuovo, fino a quando, all'apparire di un essere reale, il cuore non ci gridi con un sussulto:eccolo! è lui!Ho cercato di esprimere le ansie della attesa, ma invano tenterei dipingere a parole la emozione che provai nel vedermi innanzi… quello sventurato. Egli era bello della tua bellezza; egli era pallido come tu lo sei; egli soffriva come tu soffri… I due famigli, sorreggendolo, lo accompagnarono fino al letto. Mi passò accanto, levò gli occhi, e il suo sguardo—poichè la parola gli era contesa daldovere—esprimeva un ringraziamento affettuoso.
«I miei occhi non si affissarono che un istante su lui, ma la sua imagine rimase avvinta al mio cuore per non più dipartirsene. Mia madre, all'atto di allontanarsi, chiese al Levita se di nulla abbisognasse. «Troverò il mio posto per riposarmi—riprese quegli, e accennando al compagno che si appoggiava alla muraglia per sorreggersi, ci fece comprendere che la nostra presenza cominciava a divenire importuna. Ci avviammo per salire agli appartamenti superiori. Io non proffersi parola; le lacrime agglomerate sul cuore facevano intoppo alla voce. Prima che noi fossimo entrate nelle nostre stanze, uno scoppio fragoroso di tuono annunziò lo scatenarsi dell'uragano».
L'Immolata si interruppe. Il tremito convulso onde l'infermo era assalito lo avvertiva che i dettagli spaventevoli di quella scena potevano ucciderlo.
La crisi fu passeggiera. Il sembiante dell'Albani si ricompose, una leggiera tinta di rossore traspirò dalle pallide guance, gli occhi si animarono di viva luce.
L'Immolata raccolse tra le braccia il bel capo che per un istante si era scostato da lei, e riprese a parlare di tal guisa:
—Le grandi commozioni della natura non durano a lungo. Di là a pochi istanti, la tempesta era cessata, e il cielo raggiante di stelle, gli alberi ed i fiori rinfrescati dalla pioggia si scambiavano un saluto di luce e di profumi. La notte riprendeva la sua calma solenne, e tutto il creato pareva gioire. Ciò che non poteva placarsi era il turbamento, l'agitazione, la febbre del mio povero cuore. Io non mi era coricata. Durante l'uragano, io non aveva cessato di pregare, di piangere, di baciare col desiderio della pietà e dell'amore il bel volto dell'ospite infelice. L'atmosfera della stanzetta mi soffocava. Apersi la finestra; la dolce frescura e le esalazioni del giardino non valsero a confortarmi. Sotto la finestra che sovrastava al porticato, io vedevo al soffio dell'aere agitarsi una tenda. Dei singulti affannosi giungevano al mio orecchio, e penetrandomi nel cuore, parevano tradursi in richiami e rimproveri. Sorpassando quel debole riparo di tela, il mio pensiero penetrava nell'andito lugubre, ove un bello, un giovane uomo, reietto dalla società, implorava nei tremiti della febbre quella stilla ravvivatrice che è una parola di perdono e di amore. E mentre nell'animo mio si dibattevano le esitanze e i desiderii; mentre i pregiudizii contrastavano a quegli istinti di pietà e di sacrifizio che fanno santa la donna, io aveva sorpassata la soglia della stanzetta; ero discesa al piano terreno, ero caduta in ginocchio presso il giaciglio di un infelice…
—E quegli?—domandò l'Albani con voce animata.
—Sollevò il capo e mi stese le braccia, profferendo la parola delCristo morente… «ho sete!»
—Gli sventurati hanno sete di pietà e di amore—interruppe l'Albani.
—Infatti—proseguì l'Immolata—l'acqua che io gli porsi non valse a dissetarlo…
—Oh! mi sovvengo—riprese l'Albani contemplando con espressione di viva riconoscenza e di affetto il bel volto della donna; mi sovvengo di tutto… Eppure, in quella notte gli ardori del mio labbro furono ammorzati!…
—Ti rammenti di qual maniera?—chiese Glicinia sollevandosi e affiggendo amorosamente la bocca a quella dell'infermo.—Tu mi attiravi al tuo petto esclamando: «io ti ringrazio… io ti benedico… I tuoi baci mi daranno la forza di vivere… e di soffrire.»
La reminiscenza di una ebbrezza sovrumana, ravvivata dall'aspetto, dalla voce, dalle ardenti carezze di una donna incomparabilmente leggiadra, operarono il miracolo.
Ripetendo con voce sussultante le parole della enfatica narratrice, l'Albani aveva ripreso, colle illusioni del passato, tutta la energia del suo temperamento giovanile. Quel lungo duetto di amore si chiuse con una cabaletta che il gusto musicale dell'epoca nostra ci impone di sopprimere.
L'impeto della passione non poteva durare a lungo nella fibra estenuata dell'infermo. Quando il Virey e fratello Consolatore rientrarono poco dopo nella stanza, l'Albani era ricaduto nel letargo; ma il pallido volto supino ai guanciali pareva tuttavia irradiato di felicità, e il labbro atteggiato al sorriso rivelava la calma serena degli organi intelligenti.
Il Primate si accostò al letto. Posò la mano sul cuore dell'infermo, e guardando fissamente la donna, colla espressione di chi si attende una risposta affermativa, le chiese a bassa voce: «ha creduto?»
—Ha creduto—rispose l'Immolata.
E la porpora delle guance, lo splendore degli occhi, l'ansia del petto, prestavano alla pudica parola il più espressivo dei commenti.
—Voi potete ritirarvi—disse il medico all'Immolata;—la vostra missione è compiuta; dopo il breve letargo, avremo la reazione febbrile, e in seguito a quella potremooperaresul sangue con sicurezza di riuscita.
In quel punto entravano nella stanza gli alunni e alcuni subalterni della villa.
—Ho l'onore di annunziarvi—proseguì il Virey solennemente—che fra dodici giorni l'illustre Albani avrà ricuperata l'integrità del suo essere, e potrà presentarsi alla Assemblea elettorale del nobile Dipartimento che intende elevarlo alla carica di Gran Proposto.
L'Immolata esitava ad uscire.
Fratello Consolatore la prese per mano e traendola in disparte:
—Sorella—le disse all'orecchio;—al sacerdote e all'Immolata non è mai permesso di obliare che la vita è un sacrifizio.
—No! no!—rispose la donna colla vivacità di un fanciullo contrariato;—noi viviamo di amore, e ogni voto, ogni legge sociale che si oppone a questo sovrano istinto della natura, è una mostruosità di cui Dio deve inorridire. Io amo quest'uomo!… Egli mi ha insegnato i più intensi piaceri e i dolori più tremendi della vita… per lui divenni madre!…
Il Levita levò gli occhi nel bellissimo volto soffuso di lacrime, e quello sguardo gli ravvivò nel pensiero mille memorie assopite.
E traendo seco la donna oltre il vestibolo per passare nel giardino:
—Non era dunque—esclamava—un sogno di inferma fantasia ciò che il mio povero compagno di viaggio ebbe a rivelarmi dopo quella notte angosciosa che noi passammo a Losanna. Ma voi…? Come avviene che io debba rivedervi fra le Immolate, dopo che Iddio vi aveva fatta santa col maggiore de' suoi benefizii, rendendovi madre?…
—Io perdetti mio figlio—rispose la donna con un sospiro.
—Morto?…
—Rapito in età di due mesi.
Fratello Consolatore giunse le mani esclamando:—E Iddio vorrà permettere che duri eternamente impunita questa tratta misteriosa di neonati per cui piangono tante madri!… Duemila e cinquecento bimbi scomparsi dall'Europa in meno di tre anni… e nessun indizio… nessuna traccia…
—Tacete!…—interruppe la donna rabbrividendo.
—Che è stato?…
—Vedete… quell'uomo?…
—Un orribile uomo!—disse il Levita, guardando verso la cancellata del giardino.
—Ebbene… quel terribile nano… quel mostro… in un momento di esaltazione amorosa… mi avrebbe promesso…
—Vi avrebbe promesso?…
—Di restituirmi la mia creatura a patto che io infranga i miei voti, a patto ch'io mi sacrifichi a lui per tutto il resto de' miei giorni.
Fratello Consolatore alzò gli occhi al cielo e dopo breve silenzio esclamò con fatidico accento:
—È necessario che il sacrificio si compia; i figli sono la redenzione dei padri.
Così parlando, il sacerdote e la donna erano giunti allaporta maestradel gran parco.
—Sorella di amore!—ringhiò il nano che stava ad attenderli oltre il cancello—itermini della estradizionesono spirati—vorrete voi permettere, o bella fra le belle, che io vi riconduca all'ovilenella mia gondola?…
L'Immolata si ritrasse con ribrezzo; ma appena il sacerdote le ebbe mormorato all'orecchio una misteriosa parola, abbandonando il suo braccio a quello del mostro, ella salì con lui nella gondola e disparve.