Al Caffè Merlo.
Usciamo dalle alcove!
Uno splendido sole ravviva le contrade della bella e popolosa Milano.Questo ente collettivo, che rappresenta lo spirito e l'attività di unafra le più illustri famigliedella Unione, si prepara ad eleggere ilGran Proposto che dovrà succedere al dimissionario Berretta.
La lotta elettorale, a norma di Legge, dovrà chiudersi nel termine di dodici giorni, onde il nuovo titolato possa intervenire al Congresso dipartimentale di Napoli e di là trasferirsi a Berlino dove l'Assemblea sovrana suole adunarsi alla fine d'anno.
Il proclama politico del Torresani, la diagnosi dell'umano deperimento e i tremendi pronostici enunziati dal Virey, nonchè i tetri e complicati episodii a cui abbiamo assistito, ci avvertono che, malgrado l'apparente benessere dell'Europa, gli individui vi si muovono a disagio e non paiono troppo soddisfatti dell'ordinamento politico e sociale che li regge.—Vi è un motto che sempre fu mormorato dalle masse all'indomani di ogni conquista, di ogni progresso liberale:si stava meglio quando si stava peggio. Dovremo noi meravigliarci se l'assurda querimonia si va tuttavia ripetendo in un'epoca, nella quale si veggono realizzate le più audaci utopie dei secoli precedenti?… La natura dell'uomo non si muta e il moto delle aspirazioni è infinito.
Fatto è che il Governo dellaUnione(come tutti i governi che furono e che saranno) ha per base… un vulcano.
Duecento sessanta quattro Comuni, oltre quello di Milano, sono chiamati a nominare il loro Capo e rappresentante. Il fervore, l'agitazione, l'entusiasmo degli elettori, nonchè l'apparato dellemacchinee la complicazione dellemanovredimostrano la straordinaria importanza della lotta.
Non dipartiamoci dalla città che fu il teatro degli avvenimenti fin qui riferiti. Lo spettacolo che oggi vorrà offrirci Milano non sarà molto dissimile da quello che potremmo scorgere altrove.
Come ho detto, la giornata è abbellita da uno splendido sole. GliApparatori pubblicihanno allentati ivelarli riparatoriel'estate di S. Martinopenetra allegramente nelle vie a cacciarne le poco salubri esalazioni delle stufe.
Dai balconi e dalle finestre svolazzano bandiere e girandole di mille colori, e al suono delle fanfare a migliaia i subalterni di ogni classe sì spandono nella città per affiggere i proclami di concorso.
Chi potrà reggere alla rassegna di quelle tappezzerie stampate e dipinte?—Si vuole che i pretendenti alla Propostura dell'Olona siano diecimila.—vorreste voi leggere altrettanti proclami?
Attendiamo! Quelle dicerie verranno riprodotte dai giornali: ed ecco appunto una processione diPortavvisisi diparte dal Piccolo Campidoglio per attraversare quella grande arteria cittadina che si intitola il Corso Ossobuco.
Poniamoci a sedere sotto il Padiglione del Caffè Merlo, dove la processione dovrà passare e dove per avventura ci sarà dato raccogliere dalle conversazioni animatissime dei cittadini qualche sintomo della pubblica opinione.
Affrettiamoci. V'è ancora un tavolino libero, e poco lungi da quello, seggono, con alcuni milanesi di nostra antica conoscenza, due Primati dalla fisonomia grave ma altrettanto simpatica.
—Ci siamo, caro Pestalozza!
—La è proprio così, caro Pirotta!
E i due milanesi, scambiandosi un risolino più ebete che sarcastico, tuffano il lorochiffernel caffè e pannera ed esclamano:
—Prepariamoci alla lotta!
—Rinforziamo la macchina!
Esaurita la colazione, i due amici riprendono il discorso.
—Hai fissato il tuo… individuo?
—Non ancora; ma io voterò colla maggioranza de' miei colleghi politici.
—Tu appartieni a qualche circolo?
—Al Circolo deiDroghieri indipendenti.
—Il vostro programma?
—Vogliamo che il governo adotti il caffè igienico fico-patata peiCoscritti dell'Agro.
—Come afferma il vecchio_ Pungolo_, tutte le opinioni politiche sono rispettabili quando si ispirino, al pari delle vostre, ai grandi interessi della patria. Quanto a me, intendoportareil mio voto sul Primate Albani…
—Vedremo il suo manifesto… Pur che vi abbia qualche allusione in favore dell'anzidetto caffè igienico, io vedrò di appoggiarlo.
—L'elezione dell'Albani farebbe scoppiare dalla bile quel bel mobile dell'ex proposto Berretta con tutti i satelliti della infame Consorteria.
—S'io fossi certo di veder crepare l'ex proposto…
—Quel ludro!
—Quel ladro, dico io!
—E che ladro! Si vuole che tutti gli anni mandasse secretamente aMadera un miliardo di lussi!…
—E i buoni Milanesi l'han lasciato partire…
—Oh! la morte del Prina!…
—E noi due a far la parte del cavallo… Ma ecco un compare che sarà del nostro avviso.
—Che vuol dire quell'aria affannata?
IlbrugnonePerelli si accosta al tavolino con un giornale alla mano, esclamando:
—Avete letto? cose da far piangere i sassi!…
—Che è stato?
—È morto l'ex-proposto Berretta.
—Morto! Oh, disgrazia! Ma quando? Ma come?
—Leggete!… sentite! «La mano ci trema… le lagrime ci fan velo agli occhi… il cuore ci si spezza nel trascrivere l'infausta novella… Quell'ottimo patriota, quell'illustre pubblicista, quell'integro amministratore della cosa pubblica, quel solerte funzionario al cui genio, alla cui operosità Milano va debitrice dei tanti abbellimenti edilizii, dei tanti provvedimenti economici e filantropici che in pochi anni la elevarono al rango dicittà capitalissima—l'illustre, il benemerito, il grande, l'immortale nostro concittadino Berretta non è più! Al momento di abbandonare per sempre la sua diletta Milano, quel nobile cuore si è spezzato… di angoscia».
—Povero Berretta!—esclama il Pestalozza;—vero galantuomo!… vero patriota!…
—E una testa!—soggiunge il Pirotta,—una di quelle teste…
—E galantuomo, perdio!
—Uomini che non dovrebbero morir mai!
—Ma Milano farà il suo dovere.
—Apriamo subito una sottoscrizione per erigergli un monumento…
—Approvato!—gridarono molte voci.
—Io proporrei…
—Sentiamo! tu proporresti?…
—Che i Milanesi facessero pubblica e solenne riparazione dei loro torti verso l'illustre estinto, rieleggendolo alla carica di Gran Proposto.
—Sarebbe una dimostrazione degna di noi. L'illustre estinto aveva troppo buon senso per opporsi alla adottazione del caffè igienico fico-patata… Proporrò la nomina al Circolo dei droghieri…
—Frattanto sottoscriviamo! Olà! penna, calamaio! e avanti a chi tocca!
I circostanti si affollano intorno al Pirotta, e mentre, inneggiando al defunto, tutti gareggiano nell'offrir denaro pel monumento, i due Primati prendono a parlare fra loro sommessamente.
—Ecco un altro cittadino benemerito, a cui verrà resa giustizia quando i suoi compatrioti non vedranno più in lui che unuomo di Pietra!—mormora il giovane Foscolo.
—Il volgo fu sempre volgo—risponde il Primate Alfieri, e l'istruzione universale ha cretinizzato le masse completamente. Se il governo non mette un freno alla stampa…
—E tu osi profferire questo voto liberticida?…
—Esso formerà la base del mio programma elettorale. La libertà di stampa fu utile e buona ai tempi in cui l'istruzione era privilegio di pochi. A quell'epoca, l'audacia dello scrivere quasi sempre andava accompagnata alla coscienza del sapere. La falange degli scrittori pessimi non era tanto compatta da chiudere il varco agli intelligenti ed agli onesti, e la voce solitaria del genio poteva ancora soverchiare il raglio collettivo delle plebi. Ma oggi? Tutti leggono, tutti scrivono. La statistica libraria ci afferma che nellaUnione Europeavengono in luce da venti a trentamila volumi ogni giorno. Altrettanti, e forse più, ne produce l'America; e non parliamo delle altre province già invase e corrotte dalla nostra civiltà. A leggere tutti i volumi che si pubblicano in un giorno, appena basterebbe la vita di un uomo! Qual criterio può ora guidare le nostre preferenze? E chi ci addita il buon libro? Chi vorrà sommergersi in questo oceano di insensatezze stampate, colla incerta lusinga di scoprire quando che sia, per favore del caso, qualche perla sepolta fra le alghe? Ammesso che alla espansività dell'idiotismo che scrive non si voglia mettere un freno, qual sarà l'avvenire della nostra letteratura? L'asfissia del senso comune, e un contagio di asinità irreparabile. Uomini di genio, appiccatevi! Il mondo non ha più orecchio per voi, dacchè la stampa è in balia dell'ebete maggioranza.
—I parrucchieri! i parrucchieri!(32) gridano a tal punto molte voci.
Gli assembrati si levano come un sol uomo, e iportabandieredel giornalismo cominciano a sfilare dinanzi al padiglione.
—Sai tu—chiede a Foscolo l'Alfieri—a quanti ascendano i nuoviorgani di mistificazioneche oggi si istituirono a Milano per la bisogna delle elezioni?…
—Da seicento ad ottocento, salvo errore.
—Non meno di duemila…
Ma il rullo dei tamburi, il fragore delle tube egizie, e gli urli dei banditori di giornalismo ingrossati daisaxo-pelitti(33) coprono la conversazione dei due Primati di letteratura.
Qual discussione sensata potrebbe reggere a tanto frastuono?
Le arti dellaréclameoggimai costituiscono un caos. Chi leggerà quei duemila giornali quotidiani, proiettati sugli elettori daicarri luminariie dalle gondole volanti?
È una grandine di carta stampata, un nembo di parole che ottenebra l'aria. In questa gara di candidati, che abusano di ogni trovato della industria moderna per ischiacciare i competitori, le idee ed i principii si sommergono, trascinando all'aberrazione anche i criteri più retti.
Quand'anche, mercè un accozzo di elocubrazioni inaudite, riuscisse a me di descrivere la babelica scena, qual mente umana potrebbe oggi comprendermi? Lasciamo che passi la volontà del paese, vale a dire la volontà dei mistificatori più audaci; e frattanto, mentre dura nella città il baccanale politico, usciamo a vedere ciò che si passa in un agro, sotto i limpidi raggi del sole di ottobre, all'epoca del più giocondo ricolto. In questa escursione campestre avremo a compagni due nostri conoscenti, l'Albani ed il Virey, sì l'uno che l'altro indicati agli elettori di Milano quali successori al Berretta nella carica di Gran Proposto.
Vendemmia.
La raccolta delle uve non era abbondante; ma i coscritti dell'agro celebravano allegramente la loro vendemmia. Per molti veniva a spirare il termine delle obligatorie fatiche rurali; fatiche gradevoli e corroboranti, ma, a lungo andare, incresciose. Il più simpatico degli esercizi viene a noia quando sia imposto rigidamente dalla legge.
Il compartimento agrario dove a noi piace introdurci è uno dei più ubertosi, dei meglio coltivati e ordinati. Esso si estende pel colli e sulle pianure circostanti a Stradella, già fertilissimi di uve nel secolo precedente. Ora, la coltivazione della vite ha preso un esclusivo predominio su quei terreni, e mercè l'applicazione dei nuovi concimi fosforo-alcalini, i sapienti coltivatori hanno veduto ringagliardirsi in pochi anni gli arbusti viniferi, già sterminati dalle filossere devastatrici e dalla progressiva viziatura dell'humo.
Le due avventurose città di Stradella e di Broni, ove stettero accasermati durante l'anno più di ottomila coscritti, diventano all'epoca vendemmiale, due luoghi di convegno pel mondo dovizioso che in esse viene a versarsi dai compartimenti lombardi. Le feste bacchiche organizzate e celebrate dai coscritti per la chiusura della stagione costituiscono una solleticante attrattiva pei gaudenti d'ambo i sessi; e la pigiatura delle uve, ritenuta oggimai uno dei mezzi terapeutici più efficaci per combattere l'anemia e il nervosismo, fa accorrere i convalescenti alle piscine del mosto corroborante.
Pigiare! Ecco l'ultima parola della scienza e della moda. Diecimila lussi per pigiatura, un patrimonio per la cura completa di quindici o venti attriti di grappoli, ecco una nuova risorsa della speculazione, che non cesserà mai di lucrare sulla infermità e sulla miseria.
L'Albani, dietro consiglio dell'illustre suo medico, si era appunto recato a Stradella per attingere vigore dai bagni effervescenti. I due primati si vedevano ogni giorno, si comunicavano ogni giorno le loro idee, discutevano. Qualche volta nel calore della disputa si irritavano. Ma erano impeti fuggitivi, ai quali succedeva bentosto una limpida calma.
Il Virey, scienziato profondo, sempre logico ed eloquente nel derivare le sue deduzioni dalle leggi fisiche che governano l'uomo ed ilcosmos, si adoperava a sventare le fantastiche utopie del suo antagonista con fervore da apostolo. L'altro, al finire di ogni controversia, esausto di argomenti, chinava il capo in silenzio, nell'atteggiamento di un convertito, di un discepolo ossequioso e convinto. Quali erano le teorie del gran medico? Noi le conosciamo. Al letto dell'Albani, in quella sapiente diagnosi sulla origine, la natura e gli sviluppi delchiodo fantastico, il Virey aveva ampiamente spiegato il suo programma. Di tutte le calamità pubbliche e private, dell'incessante deperimento della razza umana, del disordine sociale sempre più minaccioso, della infelicità di ogni vivente origine sola la prevalenza dello spiritualismo. Ricostruiamo l'uomo antico, l'uomo primitivo, l'uomo della natura! Imponiamo un limite alle aspirazioni inconcludenti; ripudiamo i bisogni fittizii, per donare alle necessità assolute la più ampia, la più libera soddisfazione.
Corpo sano e vigoroso, ecco ciò che si esige a costituire il benessere. Riempite l'universo di meraviglie industriali; create, a mezzo dell'elettricità o della condensazione radiale, una luce abbagliante che faccia impallidire il sole; inventate dei mezzi di locomozione più rapidi del baleno, ecc., ecc., qual grado di felicità potrà attendersi da tali parvenze di bene l'uomo estenuato, l'uomo deperito e quasi consunto da' suoi abusi vitali? Non vi ha godimento possibile quando non sussistano in noi le condizioni che ci rendano atti a godere. L'individuo malato non gode; ed oggimai l'umanità tutta intera è peggio che malata, è quasi agonizzante.
Tali erano le teorie del Virey, e su queste si aggiravano incessantemente le vivaci polemiche dei due primati.
Frattanto nell'agro regnava una grande agitazione. Da una parte, i preparativi per l'ultima solennità bacchica, la quale doveva vincere in sontuosità e sfrenatezza tutte le feste antecedenti; dall'altra, i tumulti della lotta elettorale, omai prossima a chiudersi. I mistificatori della città erano venuti a inondare l'agro di proclami e di giornali. Tutti si accaloravano nella discussione; la maggioranza dei coscritti parteggiava pei candidatiequilibristi, i quali miravano a distruggere ogni supremazia, fosse pur quella delle alte facoltà intellettuali e morali. Fra questi ed inaturalisticaldeggiati dal Virey esistevano delle affinità; ma gli uni dissentivano dagli altri nella scelta dei mezzi. Gliequilibristivolevano la rivoluzione immediata, micidiale, inesorabile; inaturalistimiravano a combattere gli abusi della intelligenza e della attività umana colla abolizione progressiva di ogni legge derivata dallo spiritualismo. Questi pretendevano di riformare l'umanità riconducendola ai principii naturali ed agli esercizii moderati della energia organica; quelli, allucinati ancora da un fatuo idealismo, si illudevano di poter raggiungere il benessere pubblico colla esagerazione delle utopie più fallaci.
Sì gli uni che gli altri si vantavano progressisti. Gli equilibristi procedevano sulla via dell'errore! i naturalisti recedevano verso il bene. Quale era il più savio dei partiti?
In sull'albeggiare del 18 ottobre, un grande strepito di tube egizie destò gli abitatori dell'agro. Era il giorno della grande, dell'ultima solennità bacchica. Al tripudio che ordinariamente si produce in un centro popoloso dall'aspettazione di grandiosi spettacoli, si univano questa volta le inquietudini e le ansie più che mai eccitate della passione politica. La lotta era finita il giorno precedente; si attendevano da un'ora all'altra i telegrammi annunzianti i nomi degli eletti. L'impazienza era febbrile. Milano, al quarto ed ultimo scrutinio generale, aveva eletto la sua triade definitiva rappresentata dall'Albani (spiritualista), dal Virey (naturalista) e da Antonio Casanova (equilibrista). A quale dei tre verrà deliberata la carica di Gran Proposto dell'Olona? Gli è ciò che i telegrammi annunzieranno fra poche ore.
Le belle pigianti al levar del sole son balzate dai loro letti di piume di cigno per gettarsi nella folla chiassosa che invade tutte le aree di spettacolo. Fanfare da trecento, da quattrocento e più suonatori irrompono dalle colline, riempiendo l'aria di musiche esilaranti. Dapertutto si erigono baracche, si improvvisano eleganti casupole di guttaperca per dar alloggio ai forestieri, avidi di sollazzo e di baccano. I ciarlatani sostano coi loro carri sulle piazze d'industria, mettendo in mostra i loro apparati chirurgici.
Ohimè! Non vi sono più denti da estirpare, ma in compenso, quanto lavoro, e qual lauto guadagno dalla applicazione dei denti, delle chiome, dallesferoidiposticce! Commetteremo noi l'indiscretezza di rivelare un segreto che accusa inesorabilmente la donna del secolo decorrente? A che gioverebbe il nostro silenzio? I ciarlatani lo vanno gridando sulle pubbliche vie dalle loro bigonce rotabili. La donna del secolo ventesimo ha quasi cessato di appartenere alla classe zoologica dei mammiferi. Le pillole Raspail ed altri surrogati di allattamento insensibilmente hanno quasi atrofizzato ciò che costituiva nell'organismo del sesso muliebre un soave agente della maternità, ed un gentile, attraentissimo accessorio della bellezza. Cento anni prima, il gran Darvin avea lasciato sospettare questo pericolo, ma pur troppo le divinazioni della scienza passano in ogni tempo inavvertite.
Ciò che attirava sull'area massima la più gran folla dei curiosi era un mostruoso cartellone stampato a lettere cubitali. Il Virey e l'Albani, che passeggiavano in mezzo alla moltitudine irrequieta, calmi e sereni, poco o nulla preoccupati del voto che in quel giorno poteva elevare l'uno o l'altro ad uno dei più onorifici seggi della rappresentanza europea, si soffermavano dinanzi a quello stranoreclamo.
—Mo'! vedete dove si arriva!—sclamò il Virey;—e in verità non v'è ragione da stupirne! Io stesso, nella mia prima giovinezza avevo concepito la possibilità di costruire l'uomo.
L'Albani leggeva come trasognato, facendo spiccare le sillabe:
«Elettori, Coscritti, Pigianti d'ambo i sessi:
«Leggete!!!
«Vi si annunzia che oggi, alle ore 6 pomeridiane, il sottoscritto Primate di Scienza Naturale, esporrà alla ammirazione del rispettabile pubblico il suo Gigante chimico-automatico-animalesco, da lui costruito coll'impiego di tutte le sostanze omogenee all'organismo umano sin qui conosciute. Sarà unUomodieci volte più grande del comune, perfettamente costituito e dotato di vitalità a mezzo di una immissione adeguata di sangue taurino. Chi bramasse assistere a quest'ultima operazione della trasmissione del sangue vivo e dell'applicazione delle pile animatrici, potrà, mediante sborso di trentamilalussi, accedere al Padiglione numero 10, via De-Pretis, dove il sottoscritto da oltre venti anni sta elaborando alla confezione dello stupendo meccanismo. Ai serii cultori della scienza, ai veri amici del progresso non parrà soverchio lo spendere trentamila lussi per rendersi edotti di tutti i congegni imaginati e messi in opera ad ottenere un fenomeno che fra poche ore farà stupire l'universo.
Il padiglione sarà aperto a mezzodì.
Primate di Scienze naturali Professoredi chimica applicata e diAntropologia».
—E tu credi—esclamò l'Albani volgendosi al Virey—che questo signorPiria non sia un matto o un ciarlatano?
—Perdona—rispose il Virey con severità;—or fanno pochi mesi, parecchi scienziati di Europa si facevano la stessa domanda all'udire che un Albani si riprometteva di produrre la pioggia artificiale. Vi è del pazzo in ogni uomo di genio; e tutte le audacie dello spirito inventivo provocarono in ogni tempo, prima del fatto compiuto, diffidenza e derisione.
L'Albani arrossì leggermente.
—Io ritengo—proseguì l'altro mutando intonazione di voce,—che il gigante del Primate Piria riuscirà ad agitarsi, a camminare, a compiere fors'anche le funzioni più essenziali alla vitalità, non mai a pensare e ad agire con riflessione.
—Dobbiamo noi—domandò l'Albani colla sua impazienza generosa da scienziato,—spendere bravamente i nostri trentamila lussi per entrare nel Padiglione?
—Serbiamo i nostri capitali per miglior impiego—rispose il Virey.—A sei ore, constateremo l'effetto; a più tardi la diagnosi dellecause.
Clara Michel.
La conversazione dei due scienziati fu interrotta dallo squillo simultaneo di un centinaio di trombe. Una folla di gente irruppe sull'area massima. Mille voci gridarono: «largo alle emancipate! largo alle sapienti della Senna!» E urtandosi, pigiandosi, accavallandosi, i cittadini facevano del loro meglio per dar libero passo ad un pelottone di cavalcatrici, le quali a bandiera spiegata scendevano dalla collina.
Chi erano? Che volevano? Dove andavano quelle cento donne quasi nude, graziosamente atteggiate sulle candide selle?
Erano le rappresentanti del circolo Michel, venute da Parigi per propagare nei dipartimenti italiani le libere idee della emancipazione del sesso femminile. Giovani, belle, vigorose, le chiome ondeggianti sui seni di alabastro, l'occhio radiante, la mente esaltata da ardenti entusiasmi, esse sfilavano sull'area tra le acclamazioni della moltitudine come altrettante amazzoni trionfatrici.
Sostarono sotto un grande baldacchino, eretto il giorno innanzi dalle consorelle del Circolo Olona; e l'onda della folla, momentaneamente divisa dal loro passaggio, si riunì compatta, numerosa, per precipitarsi verso le sbarre che circondavano il padiglione. Di lì a poco, quell'immenso frastuono di grida, quell'urto impetuoso di popolo, si mutarono in un silenzio di sepolcro, in un'immobilità di acqua stagnante. Clara Michel, la capitana delle emancipatrici, si discostò un breve tratto dalle sorelle, e avanzandosi a cavallo verso quella selva di gente, con voce vibrata e sonora da contralto, parlò in tal guisa:
«È a voi, consorelle del sesso avvilito, che io dirigo la parola. I bruti che vi premono i fianchi col titolo di mariti, di padri, di fratelli o di amanti, furono sordi in ogni tempo ai nostri legittimi reclami; nè io pretendo che essi mi prestino orecchio benigno.
«Il nostro maschio è inaccessibile ad ogni sentimento di delicatezza. Dominarci, tiranneggiarci, abbrutirci, ecco il suo statuto sessuale. Fummo chiamatesesso debole; e noi, atterrite dai grossi vocioni, ci lasciammo sottomettere. Parlo della generalità; poichè in epoche poco remote da noi, come oggi, troviamo esempi luminosi di donne emancipate. Quelle emerite si chiamarono etére, cortigiane,cocottes; erano semplicemente delle audaci ribelli. Sentivano di essere forti, e spregiando gli assurdi pregiudizii, schiacciavano chi si arrogava il diritto di dominarle. La gelosia dei contemporanei, l'ipocrisia delle pusille, più tardi la stupida pedanteria degli storici e dei poeti, si piacquero stigmatizzarle come creature viziate ed infami; ma esse, cionnullameno, vissero da regine, e verrà giorno, quando noi avrem vinto la non ardua battaglia, verrà giorno, ripeto, in cui quelle generose iniziatrici della rivolta saran collocate sugli altari. Ciò che noi vogliamo è noto, la nostra unica aspirazione è quella di esser messe a pari col maschio. Non si pretende a supremazia; si esige l'uguaglianza. Uguaglianza di diritti, uguaglianza di posizione sociale, uguaglianza di trattamenti. Noi siamoelettrici; ma quante restrizioni a nostro disfavore! Noi paghiamo il nostro diritto di votare con sacrifizii, i quali talvolta ci costano la vita. La elettrice nubile dev'essere una vergine; la elettrice coniugata deve presentare un certificato di fedeltà segnato dal marito; le figlie del libero amore, assurdamente dichiarate illegittime, non hanno diritto di civile rappresentanza. Sempre la stessa disuguaglianza, la stessa tirannia da parte dell'uomo, e identici i risultati. Si è ottenuto, a forza di restrizioni, che la donna rappresenti una minoranza quasi impercettibile; in ogni lotta legale noi ci troviamo deboli, quasi impotenti; le nostre aspirazioni più legittime sono soffocate dalla violenza grossolana, brutale, dispotica, del sesso dominatore. Da che proviene tutto questo? Via! Non esageriamo di troppo i torti del maschio; l'ambizione del dominio è in lui naturalissima; ciò che fa meraviglia, ciò che rende inescusabile il nostro sesso, è la nostra sommissione volontaria, la nostra condiscendenza codarda. Noi siamo più forti di lui! Tale la coscienza, tale la convinzione delle Frinì, delle Aspasie, delle Dubarry, delle Montes, di tutte le illustri etére che dominarono il maschio nei tempi più difficili. Noi possediamo la forza della bellezza, delle attrazioni affascinanti, delle carezze che inebbriano. Ogni donna, che senta la propria possanza, può governare un migliaio di questi bruti camuffati da eroi o da legislatori, i quali cospirano alla nostra infelicità. Abbiate fede nelle vostre forze, e vincerete. Non si tratta di scendere in campo a mano armata, di sfidare la mitraglia, di guadagnare la posizione con sacrifizi di sangue. Faremmo al maschio troppo buon giuoco; egli si è serbato in ogni tempo, e serba ancora esclusivamente il monopolio delle mitragliatrici e degli altri stromenti micidiali. La nostra lotta deve compendiarsi in un monosillabo, in unNoassoluto e irrevocabile. Ciò che noi propugniamo, ciò che voi, consorelle, dovete esigere, è l'abolizione del matrimonio. Dal matrimonio hanno origine tutte le schiavitù, tutte le miserie, tutte le nefandità umane. Abbasso l'unione forzosa! evviva il libero amore! viva la selezione! Ottenuta l'abolizione del matrimonio, noi potremo rallegrarci di aver raggiunto il massimo grado di felicità alla quale miriamo; la nostra emancipazione non potrà dirsi completa, ma sarà spezzato il più solido anello della nostra catena. Non si tratta, consorelle amatissime, di redigere vane proteste. Conviene tradurre in azione l'idea. Il matrimonio, nelle forzose repressioni degli istinti più simpatici, era per noi l'unica valvola di salvezza. Gli uomini legislatori ci avevano imposta la dura condizione di non poter amare se non a patto di costringere i nostri affetti in un vincolo assurdo. Essi han gridato ad ogni coppia di amanti: Voi non avete diritto di amarvi oggi, se prima non vi obbligate ad amarvi sempre. Illusoria parola ilsempredegli innamorati; ma, via! tanto dolce a profferirsi! Che due innamorati credano alla eternità delle reciproche simpatie, è naturale, è conforme alle esigenze della fantasia sovreccitata dal desiderio. Ciò che è mostruoso, abbominevole, nefando, è che la forza delle leggi intervenga per istabilire, sulla vanità di un'illusione, un contratto indissolubile. Una coppia di amanti! quale spettacolo più bello, più giocondo, più degno di rispetto e di ammirazione? Nel ricambio di uno sguardo, di un sorriso, di una stretta di mano, si è sviluppato da due esseri simpatici il fluido dell'attrazione. I cuori sussultano, le labbra inumidite anelano di baciarsi, il sangue si agita, i due corpi vorrebbero confondersi. Alto là! grida un bramino, un levita, un sindaco od un assessore del palazzo dipetizione: le vostre estasi deliziose sono un abbominio, se io bramino, se io prete, se io sindaco, non intervengo a legittimarle con una cerimonia religiosa, con un atto notarile. Siete voi disposti ad impegnare la vostra fede per sempre, a rendere obbligatoria fra voi la convivenza fino a quando la morte dell'uno o dell'altra non abbia sciolto il vostro patto?—Sì! Sì! rispondono ad una voce i due illusi. Sotto l'impero della passione, quei due si lancierebbero abbracciati tra le fiamme di un rogo. Orbene: quelsì, strappato dal prete o dal sindaco a due creature innamorate, incoscienti dell'avvenire, non segna forse, nella più parte dei casi, una condanna peggiore dei lavori forzati a vita? Cosa accadrà? Ciò che deve necessariamente accadere. Converrebbe disconoscere le leggi di evoluzione che governano il cosmos ed ogni atomo vivente, per contare su altri risultati. Ammettiamo pure, a consolazione degli ipocriti e dei casisti, qualche eccezione; ma il fatto più costante sarà sempre codesto. Dopo un lustro, dopo un anno, dopo un mese; qualche volta, più spesso che non si creda, dopo una notte di godimenti coniugali, la deliziosa attrazione reciproca andrà svanita. Comincieranno le svogliatezze, più tardi le ripugnanze insormontabili. Via! dissimulate! fatevi animo! Siete marito e moglie; a termini di legge, dovete ricoricarvi sul talamo e ricambiarvi delle carezze. Che importa se non vi amate? Forse più tardi vi abborrirete; la vostra conversazione diverrà un ricambio di ingiurie e di minacce; godetevela! è la porzione di felicità domestica che vi siete assicurata per la vita segnando il grazioso contratto. L'amore vi ha illusi, la legge vi ha gabbati; in nome della giustizia e della moralità, voi dovete alla notte accoppiarvi detestandovi, per trascinare durante il giorno la catena del forzato, imprecandovi con tutte le energie della disperazione. Ma, questi matrimonii creati dall'amore furono rari in ogni tempo. La fanciulla vessata dalle leggi, dalle ipocrisie sociali, dalle volgari cupidigie dei parenti, dalle imperiose necessità dell'esistenza, dalla astinenza sessuale imposta alle nubili, si abbandonò, per un errore di calcolo, alla china dell'abisso. Ella accettò il matrimonio vagheggiando l'adulterio; si fece moglie per esercitare con minor pericolo i suoi diritti di amante. Doveva essa, la martire derelitta, abdicare completamente a' suoi istinti più imperiosi e geniali? Ed ecco il sopravvento dei matrimonii di menzogna, ecco il primo passo della schiava verso l'emancipazione: ingannare un uomo per conquistare l'impunità nell'amore, ripararsi dietro un'istituzione balorda e vessatoria, dalle ipocrisie sociali ugualmente stolide e spietate. Vi sembra morale? Noi stesse ne conveniamo: è abbominevole. Può mai scaturire da una impura sorgente la limpida linfa? Lapidiamo l'adultera! gridarono i feroci legislatori. Ma, sciagurati! non siete voi, non è ancora la barbara proscrizione dell'amor libero, che ci ha trascinato su questa via obliqua dello spergiuro e dell'inganno? Ci avete imposto di segnare un contratto ripugnante alla umana natura, e poi fingeste inorridire ogni qual volta noi fummo indotte a violarlo. Ma, infine, quali erano le vostre pretese? Credevate schiacciarci rincarendo sulla nostra colpabilità; otteneste, a forza di cavilli e di sofismi, di stabilire una diversa misura di responsabilità fra le vostre turpitudini e i nostri irresistibili bisogni. Mentre noi, trascinate dall'amore, ansanti, inquiete, trepide del pericolo, correvamo furtivamente, col velo sugli occhi, al convegno desiderato di chi potea darci l'amore; che facevate voi, allora, o grotteschi Otelli da commedia, per affermare la legittimità dei vostri furori gelosi, delle vostre tiranniche rappresaglie? Ciò che voi facevate è scritto nelle statistiche delle antiche e delle nuove Questure. Voi fornivate alle case di tolleranza ed alle alcove delle Immolate il più grosso contingente; voi spendevate dei patrimoni per alimentare il lusso delle etére che vi sputavano in viso. Avete mai dato prova di comprendere l'amore? La tirannia che esercitate su noi non è che stupido orgoglio. Non permettete che si rechi onta al vostro nome, e frattanto oltraggiate ogni giorno la donna che deve portarlo, posponendola alle più vili meretrici. La società non vi disprezza per questo. A voi è lecito menar vanto della vostra abbiettezza; vi terreste piuttosto disonorati, temereste di apparire ridicoli dichiarandovi fedeli al contratto coniugale. Ma non è tutto. Quali furono, nel secolo scorso, quali sono oggi i criteri che vi dirigono nella scelta di una sposa? Le attrattive della gioventù, della bellezza, dello spirito, della bontà, non esercitano verun fascino sui vostri sensi e sul vostro intelletto. Signorina: a quanto ammonta la vostra dote? Mi occorrono trecentomilalussiper riparare a' miei dissesti: li avete? In caso affermativo, mi onorerò di darvi il mio nome, obbligandomi con atto notarile ad amarvi per la vita.—Non li avete! Darò il mio nome ad un'altra qualsiasi, meglio fornita di numerario, imponendomi di abbracciarla con trasporto ad ogni scadenza di cambiale. È questa la santità del vincolo indissolubile? Voi pagate le prostitute, e vi fate pagare dalla moglie; questo si chiama pareggio! Meravigliatevi poi se avviene che qualche povera fanciulla, uscita dalle famiglie nullabbienti, riesca ad accalappiare un ricco merlo, e a farsi pagare da lui tutte le agiatezze della vita, l'amante compreso! Sotto qualunque aspetto lo si consideri, il matrimonio è un'assurdità, un'ingiustizia, un fomite di corruzione, un incentivo al delitto. Dalla disperazione non può generarsi che il male, e la disperazione è in ogni casa dove convivono un marito ed una moglie. I meno ottusi alla percezione del vero definirono il matrimonio una calamità necessaria alla tutela della prole. Un sofisma per giustificare una assurdità! Non sono i figli abbastanza protetti da quella forza di amore che la natura ha posto nel cuore dei parenti? Non è questa forza d'amore, il più nobile istinto di ogni essere animato? Se la femmina dell'uomo ha mostrato talvolta di ribellarsi, le ragioni del fatto mostruoso convien ripeterle dal matrimonio. Ogni violazione della legge naturale genera un mostro; i genitori che abbandonano i figli, che li odiano, che gioiscono nel tormentarli, sono le orribili anomalie prodotte dall'orribile istituzione. La madre che insevisce contro il nato dalle sue viscere, è, nella più parte dei casi, una schiava ribelle, la quale disfoga sul debole le sue rappresaglie contro il forte che la opprime. Ella percuote il figlio, perchè non le è dato di sbranare il marito. Tutti gli affetti svaniscono, tutti i nobili istinti si corrompono in quell'ambiente di tedio e di avversioni che si suol formare nel così detto santuario domestico. Qui abbiamo le vendette della madre legittima, come altrove, fuori dal consorzio coniugale, si hanno gli infanticidii perpetrati, in un accesso di disperazione o di demenza, dalle scomunicate, dalle maledette, le quali osarono concepire senza autorizzazione del prete o del sindaco. Ma, via! oggimai ogni scrupolo è soverchio. Non ci hanno più diseredati, nè derelitti, sotto le leggi che ci governano. Il diritto all'esistenza è sancito dai nuovi codici; dal giorno della nascita sino all'ora di estinzione ogni cittadino dell'Unione è nutrito, alloggiato, vestito a spese del Comune. Se oggidì esistessero dei genitori capaci di abbandonare la prole, il governo, questo padre legittimo di tutti, provvederebbe. Che più si tarda? Affermiamo i nostri diritti, realizziamo il nostro splendido programma! Non più riti religiosi! via le formalità che intorpidiscono i sensi e mettono il ghiaccio nei cuori! Il Dio è in noi quando amiamo; non è più mestieri di invocarlo. Fra due che si amano nessuno ha diritto di intervenire. Cosa significa questa legge di dilazione, che ci obbliga a discostarci quando il torrente della passione irrompe da noi coll'impeto massimo? Ogni unione generata dal libero amore è legittima; fuori di là, tutto è prostituzione e delitto. Viva l'amore che giustifica ogni audacia, che santifica ogni lussuria! Abbasso il matrimonio, che contrista, che abbrutisce! Opponiamo ad ogni petizione civile un assoluto diniego. Sciolte dalla servitù coniugale, qual freno potrà ancora trattenerci dal marciare rapidamente alla meta? L'uguaglianza morale e civile sarà in breve raggiunta dalla donna; chi oserà resisterci? Accarezzato dall'amore spontaneo, il nostro maschio diverrà arrendevole e mite, quanto ostinato e crudele fin qui lo avean reso le nostre riluttanze di moglie e i nostri abborrimenti da schiava. Egli dovrà comprendere che la infelicità da lui imposta al nostro sesso si è mai sempre riflessa su lui. Questo insensato, che dopo aver trascorsa metà della vita nel corrompere fanciulle, nell'irridere ad ogni virtù d'amore, pretendeva, esausto e abbrutito, di sposare una vergine per farne una schiava, dovrà alfine riconoscere i propri torti. Egli griderà con meraviglia e dolore: noi fummo stolti, noi fummo barbari! abbiamo creduto vincolare la fedeltà, e abbiamo scatenato l'adulterio, ci siamo illusi di poter combattere la natura con quattro articoli del codice; ma la natura si è vendicata delle nostre repressioni, immergendoci in un abisso di tenebre e di miserie; benediciamo al libero amore, che ci ha rigenerati!»
Alla fine della calorosa allocuzione, un uragano di applausi insorse dalla folla. I giovani coscritti e le donne gridarono ad una voce:
—Viva Clara Michel! Viva la selezione! Viva l'uguaglianza morale e civile!
—No! No!—rispondeva una debole minoranza di oppositori:—Abbasso la cortigiana! Rispetto alle istituzioni! Viva il matrimonio!
—Ah! vi sono ancora—riprese con impeto la bella presidentessa delle emancipate;—vi sono ancora degli zotici, dei bruti, che ardiscono ribellarsi alla evidenza della verità? Vediamoli un poco alla prova della tentazione, questi falsi apostoli della fedeltà obbligatoria e del vincolo santo! Alzate gli occhi, o mamalucchi, e guardatemi bene!
Così parlando, la Michel aveva dato un balzo, e levandosi in piedi sulla sella, aveva esposto all'attonita folla tutte le formosità delle sue membra rigogliose, leggermente accarezzate da un velo trasparentissìmo. Un urlo di entusiasmo maschile si sollevò dall'area. Tutte le pupille si dilatarono per tuffarsi in quel bagliore di bellezza.
—Orbene—ripigliò la Michel sempre più animata;—mi vedete? vi paio bella? Io mi dono a quello di voi, che essendo stretto ad una donna dal vincolo coniugale, nullameno salirà in groppa del mio cavallo, e riuscirà pel primo a baciarmi la punta d'uno stivaletto!
In un attimo quella immensa moltitudine di gente fu veduta agitarsi come un mare in tempesta. Gli uomini si spingevano innanzi, urlando, manovrando coi pugni e coi bastoni, dilaniandosi l'un l'altro i vestimenti e le carni. Le sbarre che difendevano il padiglione caddero rovesciate ed infrante in quell'impeto erotico di maschio calore. L'eroina del congresso, sgomentata, diede l'allarme alle compagne; i cavalli nitrirono scalpitando… Ma… ecco… il ruggito della folla echeggia più gagliardo e minaccioso. Cos'è avvenuto? Un uomo contuso, sanguinolento è riuscito a farsi innanzi… ha sorpassato la barriera frantumata… si è spinto fino al proscenio del padiglione… e salito sul destriero della vezzosa cavalcatrice… ha stretto al labbro il profilato piedino ch'ella ha vibrato nell'aria…
Clara Michel dà il segnale della partenza; la comitiva equestre si slancia a briglia sciolta sullo stradonesportheno(34) che conduce alla capitale dell'Olona…
Il padiglione rimane sgombro.
Di là a pochi minuti, nell'agro circolava la notizia che il fortunato quanto audace mortale, trascinato in groppa dalla famosa emancipatrice, era un tal Settimio Crispani, già processato per bigamia, padre di quattordici figli di ignota dimora.
Disordine anarchico.
Non era cessata sull'area massima l'agitazione suscitata dalla Michel, quando una volante di alto cielo seguita da un centinaio di gondolette venne ad attraversare gli spazii sovrastanti all'agro. Un fragore come di tuono rimbombò nell'aria. Tutti gli occhi si levarono al cielo, tutte le braccia si distesero. Il rombo dellemitragliatrici pacificheannunziava una scarica di telegrammi. Chi poteva dubitarne? Quei cartoncini pioventi dalle regioni eteree erano altrettanti elenchi di nomi, e quei nomi rappresentavano il risultato delle ultime elezioni. Il silenzio e l'immobilità regnavano nell'agro. Tutti leggevano con ansia, avidamente, come si trattasse per ognuno di un proprio, individuale interesse.
I duecentosessantacinque Comuni dell'Unione si erano pronunziati. Il partito deglispiritualistiaveva subito uno scacco completo; inaturalistiavevano guadagnato sessanta voti; duecento cinque eletti rappresentavano la schiacciante prevalenza del partito equilibrista.
I primi commenti della folla furono un mormorio di approvazione. I coscritti dell'agro tripudiavano.
In ogni tempo i giovani si lasciarono inconsideratamente trascinare dalle utopie esagerate.
Recava però meraviglia, anche a molti dei più enfatici aderenti al programma degli equilibristi, che la colta ed onesta famiglia di Milano avesse scelto a suo reggitore e rappresentante uno degli uomini più scandalosamente famigerati della Confederazione. Per succedere al compianto Berretta nella carica di Gran Proposto i milanesi avevano eletto Antonio Casanova. Il ragionamento degli elettoriequilibristiera stato codesto: «Casanova è un furfante, Casanova è un falsario, Casanova è un barattiere da gioco; ma egli è il solo della triade che professi i nostri principii, e noi dobbiamo concordi e compatti votare per lui. Al disopra di tutto e di tutti, il trionfo del partito!»
L'Albani si sentiva umiliato.
—Se tu fossi riuscito—disse l'ingenuo quanto orgoglioso Primate stendendo la mano al Virey—avrei provato una grande soddisfazione. Tu sei migliore di me; nella tua elezione avrei ammirato il senno de' miei concittadini e applaudito al trionfo della giustizia. Ma lui!… quel furfante! quel ladro!…
Il Virey crollò la testa sorridendo.
—Ladro! furfante! Chi tien conto di queste inezie? Il candidato non rappresenta che il congegno d'una locomotiva politica; che importa se questo congegno sia di vile metallo e lordato da ogni bruttura? Purchè agisca sulle rotaie del partito, non si chiede di più. Accordando una specie di impunità agli eletti della nazione, i nostri sapienti legislatori hanno mostrato di saper interpretare lo spirito delle masse. Credilo, amico: le masse, analfabete od erudite, barbare o civili, saranno sempre cretine; correranno sempre dietro il carro del ciarlatano che batterà più forte la gran cassa. Ti fa meraviglia che un Antonio Casanova abbia trionfato di noi?
Mentre i due primati discorrevano nel frastuono dei commenti generali succeduti alla tacita sorpresa, da una torre di sorveglianza partì un razzo color porpora. Era un segnale di allarme. Tutti gli uffiziali e gli agenti di sicurezza pubblica si chiamarono a raccolta a mezzo dei soffietti acustici, e riunendosi in pelottone, si posero in marcia dirigendosi verso Broni. Una ciurma diequilibristiimpaziente e fatta audace dall'esito delle elezioni, minacciava di realizzare immediatamente le utopie del partito, invadendo e saccheggiando le case degli abbienti privilegiati. Uno dei più reputati stabilimenti di pigiatura, occupato dai convalescenti più doviziosi e dalle etére più famigerate, era preso di assalto. I sopraintendenti e i subalterni resistevano debolmente; le belle pigianti si sbandavano ignude e rosseggianti di mosto pei vasti corridoi, invocando soccorso. Uno dei capi della rivolta, entrato per la finestra di una cabina di pigiatura, si dibatteva furiosamente sulla scaletta di una piscina uvaria colla bella moglie di unoczarre, la quale con ceffate e con graffi da pantera tentava di schermirsi.
Frattanto, al vedere gli agenti di sicurezza attrupparsi per marciare verso il centro della sommossa, in altri punti dell'agrosi formavano degli assembramenti minacciosi. I coscritti, affigliati per la più parte alle sètte anarchiche, affiggevano ai berettoni solari le coccarde riottose. L'uragano della sommossa si annunciava terribile e spietato. Le botteghe si chiudevano; i merciaiuoli smontavano le baracche; le madri paurose traevano i bambini fuor della folla; altre più audaci, invase da un ardore di ribellione, coi pargoli in sulle braccia, animavano all'azione i giovani esitanti. Ciò che accadeva in quel momento nei dueagricollegati di Stradella e di Broni non era che un minimo episodio della grande rivoluzione, suscitata per naturale coincidenza di passioni politiche, in ogni quartiere popolato dei dipartimenti dell'Unione.
—Che si fa?—chiese il Virey all'Albani, traendosi in disparte per dar passo ad un pelettone di sorveglianti i quali si avanzavano intimando l'ammonitoad un gruppo di rivoltosi.
—Io sarei d'avviso che ci imbarcassimo bravamente in unavolante, e ci facessimo condurre a Milano, senza preoccuparci dei nostri bagagli, i quali, c'è da scommetterlo, a quest'ora devono aver già assaggiate le garbatezze dei nostri futuri governanti.
—Credi tu che a Milano si abbia a godere maggior sicurezza?… Ma, via! Si può tentare… Forse giungeremo in tempo da poter assistere al saccheggio della mia villa. Vorrei che di quell'edifizio maledetto, nel quale ho sommerso tutti i milioni da me guadagnati coll'invenzione della pioggia artifiziale, non rimanesse più vestigio. Oggimai è penetrata nel mio animo questa convinzione, che ogni attentato violento fatto alla natura è opera da pazzo, per non dire da scellerato, e che io, al par di altri orgogliosi della mia specie, colla mia superba invenzione mi sono reso complice dei più grandi disastri che affliggono il mondo.
—Tu, dunque, vorrai essere dei nostri?—chiese il Virey radiante di gioia.
—Sì! per la vita dell'umanità!—rispose l'Albani con ardore entusiastico.—Torniamo alla natura! Il vostro programma quindi innanzi sarà il mio.
—Dunque?… A Milano?…
—A Milano!…
—Presto! Facciamo calare una volante!… Ecco là una aerea da due posti, che pare fatta per noi. Diamo il segnale!
Il conduttore della volante, all'udire il fischio, lasciò calare il veicolo a quattro metri dalla testa dei reclamanti.
—Più basso!—gridò il Virey;—si vuol partire immediatamente.
—Più basso?—esclamò l'auriga di cielo in tono più beffardo.—Io son disceso di quattro metri, ora spetta a voi di salire altrettanto. Siamo, o non siamo equilibristi? Animo, dunque! Salite!
—Bella pretesa davvero!—sclamò l'Albani irritato.—Via! non son momenti di celie codeste! Vien giù!… Sarai pagato lautamente.
—Non potete salire? peggio per voi—rispose l'auriga di cielo;—e nemmen io posso scendere. Sono uomo di principii. Il vostro denaro non mi tenta… Chi più ha, meno ha diritto di avere. Il Bigino ha l'onore di augurarvi la buona notte. Viva Antonio Casanova e l'abolizione della moneta! Viva l'equilibrio sociale!
E cantando una gaia ballata, l'auriga fece risalire la volante, che andò a smarrirsi nelle brume vespertine.
Il tumulto cresceva nell'agro. Ai ribelli si aggiungevano i curiosi; pochi atti di violenza si commettevano, ma lo strepito saliva alle stelle. I rappresentanti del governo legale ripetevano indarno le ammonizioni.
Plochiù, il generale comandante della spedizione eletta a sedare la rivolta, prima di ricorrere ai mezzi estremi, esitava, temporeggiava, attendendo rinforzi. Verso le cinque pomeridiane, in luogo delle truppe arrivò un telegramma. Il generale lo lesse esprimendo cogli accenni del capo la più viva soddisfazione:
Assemblea generale in seduta permanente delibera ed ordina nessuna resistenza movimento anarchico generale—passi la volontà del paese—passerà presto. Dato a Berlino, ore quattro.
—A meraviglia! Lasciamo che si arrabattino fra loro. Se la godano un paio di giorni la loro anarchia! Nessuno dei militi volonterosi da me dipendenti rischierà una scalfittura per mettere al dovere questi pazzi!
Di là a pochi minuti, i rappresentanti del potere legale si ritiravano dai centri tumultuosi. Una grande aerostata governativa e duemila volanti di seconda mole ancoravano alla stazione centrale per accogliere e trasportare iben pensanti. Un razzo fosforescente proiettò sull'agro una luce azzurrognola, che subito si spense. Era un segnale ben noto ai ribelli; un segnale che voleva dire: il governo si dichiaranolenteo impotente a resistere:si salvi chi può!
L'Albani e il Virey si gettarono nella corrente dei fuggenti, incalzati dagli urli, o piuttosto dai ruggiti di quella belva capace di tutti gli orrori, che è un popolo scatenato.
A Stradella ed a Broni si saccheggiava impunemente, e, diciamolo ad onore del vero, con ordine, con garbatezza, coi più delicati riguardi alle suscettibilità dei saccheggiati. Sulle aree, la ripartizione e l'equilibrio dei beni faceva le sue prime prove gaiamente. Ad un cittadino che aveva nel portafoglio diecimila lussi, si accosta unnullabbienteper esigere la metà del suo avere.
—Presto fatto! Eccovi cinquemila lussi, e buona notte… per ora!
La ripartizione amichevole è approvata dall'applauso popolare; ma ecco i dueequilibristison presi in mezzo da altriequilibristiche esigono la metà della metà toccata a ciascuno.
—È troppo giusto. A ciascuno duemila e cinquecento lussi—siete soddisfatti?—Ma non è finita, convien ripartire anche i duemila cinquecento; e così via, via, di ripartizione in ripartizione, i capitali vanno siffattamente assottigliandosi, che all'ultima fase dell'equilibrio generale ciascuno risulta possessore di circa dieci centesimi.
Ci vorrebbero dei volumi per riprodurre gli episodi tragi-comici di quel breve trabordo di anarchiche utopie. Basti dire che ad un laceronullabbienteil quale si era fatto cedere ilpaletotdal droghiere Pirotta, toccò indi a poco di dover dividere le sue spoglie con un correligionario sprovveduto di giubba. E ciascuno dovette andarsene mezzo vestito, con un solo braccio insaccato in una manica e un frammento di bavero attorno al collo.
Malgrado le irritazioni inevitabili in ogni attrito di popolo, la giornata prometteva di chiudersi con un allegro chiasso di canti e di balli. Un fratellevole accordo si produceva dalla comunanza degli interessi; dall'uguaglianza nella miseria tutti si attendevano l'età dell'oro; dal deprezzamento delle intelligenze, l'uniformità del sapere e lo schianto di ogni supremazia.
Ma sul far della notte, le cose mutarono aspetto.
I caporioni della sommossa, che pei primi si erano slanciati all'assalto degli stabilimenti di pigiatura, non riflettendo al pericolo, dopo essersi immersi nel mosto fino alla gola e aver tracannato a larghe fauci il licore effervescente, avean levate le spine alle botti. Il vino inondava gli appartamenti e scorreva a rigagnoli per le scale. L'esalazione alcoolica saliva ai cervelli; i bevitori quasi asfissiati si avvoltolavano come giumenti in una melma rossiccia; i meno briachi, per uscire da quell'afa irrespirabile, si aprivano il varco rompendo la folla coi pugni. Frattanto, irrompevano altri bevitori. I fanciulli camminavano carponi leccando i pavimenti; le donne succhiavano dalle spine le ultime sgocciolature. Nelle cantine dei ricchi proprietari, i coscritti stappavano bottiglie di vecchio barbera; decapitavano l'Asti spumoso e trincavano senza freno. La fedeequilibristaera scossa; non vi era più alcuno in Stradella ed in Broni che fosse in grado di tenersi in equilibrio. Si vedevano dei vecchi avvinazzati strappar le gonnelle alle donne, affermando il diritto all'uguaglianza dei sessi; le donne, a loro volta, pretendevano all'onore dei calzoni. Rotolavano come botti, sul pendio dello stradone curricolare, delle coppie di ubbriachi, strettamente collegate. L'agro era invaso dalla follia contagiosa; abbracciamenti e ceffate, lacrime di tenerezza e invettive, danze a suono di calci, baci e morsi di lussuria impotente, tutte le maniere di amplessi imaginate dall'Aretino e dal Carnicci; l'orgia del sabbato antico coi raffinamenti e gli orrori della sensualità alcoolizzata.
Chi porrà fine a questo orrendo scompiglio?…
Udite! Udite!
Un muggito reboante, che par quello di cento tori riuniti, ha percosso l'aria con spaventose vibrazioni. Dalla via De-Pretis è uscito un gran fragore di terremoto; un padiglione è crollato, è un fuggi fuggi di gente che urla come fosse pigiata.
Cos'è avvenuto? Pressochè nulla: un leggerissimo errore di calcolo nella mente di un grande scienziato. Chi farà la storia delle infinite sciagure derivate alla famiglia umana dalle lievi abberrazioni dei forti intelletti! L'illustre primate Piria avea perfettamente costruito il suo gigante automatico-chimico-vitale. La macchina umana era riuscita; tutti gli elementi essenziali che la chimica poteva prestare alla formazione dell'ossatura, dei muscoli, dei condotti, delle parti viscerali, dei glutini nervei, erano stati da Piria impiegati e coordinati sapientemente. Un gigante dell'altezza di trenta metri, proporzionatamente sviluppato nelle singole membra, giaceva disteso nel padiglione di via De-Pretis. Verso le cinque pomeridiane, in presenza di un centinaio di spettatori, l'illustre scienziato aveva operato la trasmissione del sangue e del movimento. Incisa la carotide del mostro inanimato e messala in comunicazione, a mezzo di un tubo elastico, con quella di un toro parimenti svenato, l'illustre creatore dell'uomo colossale avea veduto realizzarsi con rapidità l'assorbimento e la dejezione. Si volle il sangue di dieci tori per fornire al vasto cuore ed ai grandi condotti arteriosi del gigante il liquido vitale occorrente. L'azione simultanea di due pile elettriche di quadrupla potenza diede impulso alla circolazione, suscitò l'irritazione nervosa e il movimento dei muscoli. La materia inerte si scosse… Due grandi occhi si spalancarono assorbendo la luce, le nari si gonfiarono, il petto parve scoppiare pei forti aneliti di aria ossigenata, le braccia si agitarono, le mani si distesero per afferrare l'ignoto; e finalmente…
Chi poteva prevedere un tal impeto di vita? Dalle fauci del gigante elettrizzato proruppe un muggito spaventoso. L'immane corpo si sollevò, atterrò con un calcio poderoso l'enorme banco sul quale stava adagiato, e lanciandosi colla violenza di un toro inferocito verso la porta di uscita, si diede a percorrere la via, sorpassando ogni barriera. Trecento baracche di merciaiuoli andarono capovolte; quattro olmi secolari, urtati da lui, si rovesciarono sradicati. Egli cozzava, rompeva, abbatteva ogni ostacolo, impiegando a tal uopo, con istinto taurino, la catapulta di un cranio resistente ad ogni urto.
Imaginate il terrore di quella apparizione, in una folla esaltata dagli entusiasmi politici e dai fumi del vino! Dove la gente non era lesta a sgombrare, il gigante si faceva largo coll'impeto della persona, colle irruzioni del capo, colla violenza dei calci. I più accorti tentavano schermirsi da lui passandogli fra le cosce o saltandogli sul capo per scivolare al suolo tra le curve della schiena interminabile; ma i fortunati ai quali riusciva di salvarsi, se la davano poi a gambe esterrefatti, annunziando il finimondo e la comparsa dell'anticristo. Quello sgomento generale aveva fatto passare la generale ubbriacatura; in meno d'un'ora il vasto agro di Stradella e di Broni si era mutato in un deserto.
La popolazione che prendeva il largo, sbandandosi pei vigneti e cercando rifugio nei letti dei fiumi, verso le otto della sera fu colpita da un nuovo terrore. Nell'impeto bestiale della corsa, il gigante aveva dato il capo in un campanile, quattro metri più alto di lui. La torre era crollata, ma anche il grosso cranio, con tanta sapienza di mezzi chimici confezionato dal Piria, si era spezzato nell'urto. Slanciando il suo uomo chimico-meccanico, il dabben Piria non aveva riflettuto che in ogni essere animato la percezione sensuale non può svilupparsi che gradatamente. Per la conservazione di quel mostruoso fenomeno vitale si esigeva un trattamento di neonato; supponendo in lui ingenita quella facoltà di discernimento che può formarsi soltanto nell'adulto per una successione di esperienze, l'illustre primate vide sfasciarsi in un attimo la più ardita creazione che mai fosse concepita e realizzata dal genio umano.
Coll'ultimo muggito del gigante chimico-meccanico, e col fragore di un campanile in rovina, a Stradella ed a Broni ebbe fine in quella notte il baccanale rivoluzionario degliequilibristi.
A dieci ore l'ordine più perfetto regnava nell'agro.
Malthus.
Negli altri dipartimenti dell'Unionela rivolta assumeva proporzioni spaventevoli, ma i rappresentanti governativi adunati in permanenza a Berlino non si davano la pena di prendere verun provvedimento. Gliequilibristi, inferociti da parziali resistenze, avevano perpetrato in parecchi comuni le più feroci rappresaglie contro i facoltosi, abbattendo e incendiando edifizii, violentando persone. Negli ultimi bollettini del 22 ottobre, il numero delle vittime si faceva ascendere a due milioni cinquemila e ottocento.
Il Presidente temporario del Consiglio, nel rilevare questa cifra, si fregò le mani esclamando: «Il nostro sistema di non repressione ha dato ottimi risultati. Lasciar passare la volontà dei pazzi è il migliore stratagemma per ricondurre alla ragione le maggioranze. La violenza e l'eccesso generano mai sempre la reazione. Fra una ventina di giorni il partitoequilibristasarà schiacciato, nè si udrà più riparlarne in Europa, nè anche a Manicopoli.
Le previsioni dell'arguto presidente si avverarono. Di là ad un mese, quel moto rivoluzionario che aveva scompigliato tante proprietà e distrutte tante vite, era appena ricordato come una sfuriata ridicola di pochi imbecilli. I nuovi rappresentanti della nazione protestarono contro gli abberramenti dei loro elettori; e lo stesso Casanova, l'Acclamato di Milano, il Redentore del popolo, il Messia dell'uguaglianza universale, nella adunanza del 30 Novembre dichiarava in pieno Parlamento che i suoi elettori, prendendo sul serio il programma da lui pubblicato per scroccare un milione di voti, aveano mostrato di essere una mandra di ciuchi. Un secolo addietro, i ciarlatani della politica non giudicavano altrimenti il criterio dei pecoroni che si affidavano alle loro ciance; ma non eran abbastanza civilizzati per dichiarare alla Camera i loro apprezzamenti.
Mentre il fascio degliequilibristisi andava scomponendo, i naturalisti guadagnavano aderenti. Nei centri più popolosi e più illuminati si aprivano nuovi Circoli. I recenti affigliati si prestavano con fervore da neofiti alla propaganda del principio. Nelle alte sfere governative, questa diversione dello spirito pubblico verso una riforma comparativamente retriva, era veduta di buon occhio.
Pel giorno quindici dicembre inaturalistifurono invitati ad un solenne comizio nella capitale della gioia(35). L'importanza di quel convegno era rilevata dai giornali coi più strani commenti. Non uno degli illustri capi del partito sarebbe mancato all'appello; si trattava di deliberare intorno al modo ed al tempo dell'azione, si volevano discutere le controversie dei dissidenti, stabilire ilcredounico ed universale della prossima rigenerazione europea.
Si parlava di un misterioso personaggio, di un antico profeta e legislatore che sarebbe uscito prodigiosamente dalla tomba per affermare nel comizio i principii divini, per dissipare molte erronee credenze relative agli istinti dell'uomo ed alle leggi dell'universo. I cronisti meglio informati pretendevano sapere che quell'uomo straordinario era vissuto cinquant'anni sulla sommità di una montagna coperta di gelo, orando e meditando; che la parola di Dio era scesa nel suo spirito; che, infine, le più sublimi rivelazioni erano da attendersi da lui. L'Albani, recentemente convertito alla fedenaturalistae già iscritto negli ordini superiori del partito non poteva mancare all'appello. Nel giorno fissato per la solenne adunanza, egli giunse a Napoli in compagnia del Virey, e all'ora di mezzodì, indicata per l'apertura del comizio, andò col collega a prender posto in una galleria del teatro massimo.
Non si è ancora perduta a quest'epoca la consuetudine di adunare il popolo a discutere di politica nei luoghi ordinariamente destinati agli spettacoli dell'opera e della commedia; vi è sempre qualche cosa di teatrale, di spettacoloso e di comico in ogni assembramento di politicanti; l'ambiente, in ogni caso, risponde al carattere dei personaggi e consuona coll'enfasi dei discorsi.
La folla si pigiava nella platea; gli uomini del governo, i rappresentanti della nazione, i primati, le etére, le dame di capriccio, le Immolate, le mogli emerite prendevan posto nelle sedie riservate o salivano ad occupare le logge.
Una impazienza febbrile agitava quel pubblico di trentamila persone. Quando la sfera del grande orologio elettrico sovrastante al palco scenico toccò il mezzodì, il sipario si alzò rapidamente e gli occhi della folla furon paghi.
Un applauso fragoroso ma breve salutò i capi della assemblea, assisi in atteggiamento grave attorno ad un tavolo coperto di nero tappeto. Il presidente si levò in piedi, diè una scossa al campanello e parlò nel generale silenzio:
«Io vi ammonisco, o cittadini, che le sorti del nostro partito, l'avvenire della umanità, il coronamento del benessere pubblico al quale mirarono sempre i nostri studii e le opere nostre, dipendono dal presente comizio. Aspettatevi delle grandi sorprese; preparatevi gli orecchi e la mente a rivelazioni inaudite. Le indiscrezioni della stampa vi hanno prevenuti, ma ciò che qui vedrete, ciò che udrete fra pochi istanti, sorpasserà ogni esigenza della vostra aspettativa. Non è il caso di ripigliare le viete questioni, sulle quali tutti gli argomenti vennero già esauriti. Oggimai i criterii fondamentali sono stabiliti; ulteriori ciance a nulla approderebbero. Noi ci troviamo in presenza di un grande mistero; dobbiamo constatare un fatto nuovo, quasi inverosimile, ed avvisare al miglior partito che da noi si possa trarne a benefizio dell'umanità e ad onore dei nostri principii. I dilettanti di rettorica inutile si tengano per questa volta in disparte; l'avvenimento che qui vedranno compiersi porgerà ad essi materia di cicalare per dieci anni.
Ciò detto, il Presidente si volse ad uno deivolonterosi di cappa magnae gli ordinò di introdurre il Venerando Fabbristol.
L'apparizione del nuovo personaggio fu salutata da triplice acclamazione.
Il Venerando si avanzò fino al proscenio, sedette sopra il tripode di onore, e con voce sonora espose la seguente relazione:
—Io mi chiamo Arnaldo Fabbristol; ho fatto da parecchi anni adesione al vangelo deinaturalisti, e, grazie alle circostanze che ora sto per esporvi, venni dal Consiglio supremo dell'ordine incaricato di una delle più importanti missioni che ad uomo fosse mai dato di compiere.
«Or fanno cinquant'anni vivea sulla terra un grande scienziato, un uomo di forte intelletto e di straordinaria energia morale, chiamato Malthus. Era nipote di un altro filosofo vissuto in epoca avversa ad ogni lume di verità, un banditore di sapienti teorie mal comprese e peggio apprezzate da' suoi contemporanei.
«Quelle teorie racchiudevano i germi dei principii indiscutibili che formano oggi la base della nostra fede politica. Il Malthus che oggi ricomparisce sulla scena del mondo, avendo raccolta e fatta sua la splendida eredità di idee lasciate dallo zio, pensò di istituire un'associazione la quale si incaricasse di diffonderle. Gli apostoli delle dottrine Malthusiane si prestarono allo scopo con zelo entusiastico, ma incontrarono un'opposizione accanita e pertinace. I tempi non erano maturi. La nuova generazione, invasa da un fervido spiritualismo, chiudeva l'orecchio alle nostre dottrine. Il prete riformato, poetizzando gli antichi dogmi, avea riconquistata la donna, questo essere volubile e fantastico, sempre mai allettato dalle parvenze, sempre facile ad esaltarsi per ogni sentimentalismo insensato. Tutte le nuove istituzioni, tutte le leggi dello stato si ispiravano alle tendenze dell'epoca; nei nostri codici si riflessero tutte le stravaganze e le follie di un popolo abberrato. Correva l'anno 1932. Il nostro Malthus, che allora toccava appena i trent'anni, si lasciò prendere dallo scoramento, e disperando di riuscire ne' suoi alti disegni, un bel giorno, adunati i suoi apostoli più fedeli, annunziò ad essi il suo proposito di abbandonare la vita. Sì: quel grand'uomo voleva morire nel fiore dell'età; voleva fuggire da un mondo che, a suo vedere, non sarebbe mai stato capace di comprenderlo. Perdoniamo al genio un istante di debolezza; le più alte intelligenze, le nature più energiche subiscono delle prostrazioni inesplicabili. Le esortazioni, i conforti, le preghiere degli amici, nulla valeva a smuovere quello scorato dalla nefasta risoluzione. Se non che, all'ordine naturale delcosmosera necessaria quella esistenza. Malthus e il trionfo delle sueteorienon potevano esimersi dall'entrare e dal compiere la loro parabola ascendente nel moto provvidenziale di rotazione imposto dalla legge fisica universale.
«Fra gli apostoli del principio che in quel giorno stavano adunati intorno al Capo, c'era uno scienziato, o, come allora si diceva, un utopista di zoologia, chiamato Gorini, discendente per linea indiretta da quell'illustre diseredato che già aveva fatto nel secolo precedente delle meravigliose scoperte sulla origine del mondo, e riuniti gli elementi chimici più atti alla pietrificazione dei cadaveri. Al momento in cui Malthus, nel suo implacabile desiderio di finirla, colla vita, portava alla bocca una pillola asfissiante, un grido imperioso risuonò nell'aula: fermate! Malthus guardò fissamente l'apostolo che si era alzato per accorrere a lui; l'altro con piglio più assoluto, ripetè l'intimazione: fermate! In quel grido c'era una potenza irresistibile.—Che hai tu a dire ad un moribondo?—domandò Malthus, trattenendo la pillola sospesa fra l'indice e il pollice.—Due logiche e serie parole—rispose il Gorini:—voi volete morire, perchè avete riconosciuto, come noi riconosciamo, non essere l'epoca attuale matura alla realizzazione delle nostre sublimi teorie. Orbene, se qualcuno venisse a proporvi di sostituire alla morte un lunghissimo sonno, un sonno di dieci, di vent'anni, di mezzo secolo, persistereste voi ancora nel proposito disperato?—Ho piena fede nell'avvenire—rispose Malthus;—ma un mezzo secolo dovrà trascorrere prima che l'umanità riconosca erroneo e rovinoso il principio da cui oggi è trascinata,—Ebbene!—replicò il Gorini;—dormite per mezzo secolo, e il vostro risveglio segnerà l'epoca delle nostre vittorie. Voi mi guardate con stupore, come se le mie parole uscissero dalla bocca di un pazzo. No! io non sono pazzo, io non posso ingannarmi ne' miei calcoli; mi tengo sicuro della riuscita. Quello che nella rigida stagione avviene dei serpenti e d'altri animali soggetti al torpore, deve necessariamente riprodursi nell'uomo a mezzo di una ben praticata assiderazione. Nell'uomo assiderato la vitalità può durare parecchi secoli, fino a quando, per una accidentale combinazione o per effetto del volere altrui, non venga ad operarsi il disgelo. Volete voi, illustre pontefice dell'avvenire, sottomettervi alla prova? Io vi ho additata la via; io metterò a vostra disposizione i miei trovati scientifici. Voi prescriverete la durata ed il termine del vostro assopimento. Nel giorno e nell'ora da voi prefissi, i discepoli, istruiti per tradizione dei vostri voleri, verranno a ridestarvi dal lungo sonno, e voi potrete, uomo antico e precursore dell'evo felice, gioire delle mondiali acclamazioni e dirigere l'umanità verso la meta altissima infino ad oggi inutilmente vagheggiata da voi.
«All'udire tale risposta, Malthus stette un istante silenzioso; ma i suoi occhi sfavillanti esprimevano soddisfazione ed assenso. I due scienziati si erano compresi. Di là a quattro ore, il Malthus, il Gorini e gli apostoli seniori, a mezzo della ferrovia funicolare Agudio, salivano alle alture nevose del Moncenisio. Inutile che vi riferisca e descriva di qual maniera si compiesse lassù, per opera dell'immaginoso zoologo, la prova non mai tentata dell'assideramento umano. Ciò che importa sapere, ciò che io sono impaziente di annunziarvi, è che il Malthus, il sapiente Malthus, il divino Malthus, il nostro legislatore, il nostro profeta, or fanno tre giorni, dopo mezzo secolo di torpore, si è ridestato alla vita attiva. La volontà dell'illustre sopito è compiuta. I depositarii della tradizione Malthusiana, consapevoli di ogni patto, penetrarono, nel giorno e nell'ora stabilita, dentro la cavità granitica, dove il profeta dormiva da cinquant'anni in una temperatura di sessanta gradi sotto zero. Seguendo le istruzioni lasciate dal Gorini, in meno di due ore quei prudenti operatori ottennero gradatamente il disgelo: il corpo irrigidito si riscosse, si riapersero gli occhi, la favella si sciolse… Gli apostoli si gettarono a terra adorando, inneggiando al redivivo.
—Sospendete, o fratelli, quei plausi; imponete al vostro entusiasmo! Serbate gli osanna a lui solo. Fra pochi istanti, allo squillar dei due tocchi pomeridiani, il gran Malthus sarà qui. Egli lo ha promesso, egli mi ha incaricato di recarvi la buona novella. Sì, fra dieci minuti… egli sarà in mezzo a noi… Egli avrà preso il mio posto su questa tribuna per rivelarvi l'ultimo verbo del suo genio divino. Che se mai…
—Da Manicopoli!—gridò un volonteroso di alto grado, avanzandosi verso il proscenio e presentando un dispaccio al Presidente del Comizio.