Ahasvero

Ahasvero—————I.L'Olocausto eterno.E l'età rea17non tramontata è ancora!Mille passar sulla mia fronte indomitaEd anni novecento, e ad ogni etadeSul carro da rabbiosi lupi trattoE luridi sciacalli, ed ogni giornoMi flagellar, più sempre imperversando,Con dardi, con torture e spasmi atroci.Ed io pur sempre in mio pensiero chiuso,Qual dentro inoppugnabile fortezza,Che perfurror di torbininon crolla,Sotto iltalondel vil che mi calcava,[pg 50]Mi rialzava, in mia fè securo,Più giovane e più forte. E fu mio sprezzoA miei tiranni rabbia, a me vendetta.***Or qui, nella ferale isola, sacraAl nume loro, squallida, desertaDa ogni consorzio umano, e tomba ai vivi,Chiusa tra roccie e l'onde dell'averno,Mi gettaro, e gravandomi di ferri,Sussuraro con vil ghigno ferino:«Dispera e muori».Ed una vil plebagliaDi briachi in cenci, di vendute lanze,Di sicofanti a prezzo e di segugi,Gavazzanti in bordelli ed in mercato,Ove si vende e si baratta a prezzoGiustizia e libertà, uomini e Dio,Pur di bruttarmi d'odi e dicalunie,Orditaun'infernal tramanel buio,Ghignando, ripetêr: «Dispera e muori.»***E tu l'udisti, o mar che mi circondi,E voi l'udiste, tormentate roccie,Algide, algose; e tu l'udisti, o terra,Che di miasmi pestilenti pregna,Sotto i miei piè ti stendi e mi ravvolgi,Qual funereo lenzuolo,—e non mi uccidi.E voi, rupi, e voi, monti ancor l'udiste,[pg 51]Nè vi siete dai cardini divelti,Tal ch'io sparissi, fra i rottami vostri,Sepolto? E tu non ti levasti, o mare,A denunziar l'empia calunia ai venti,E i venti a piaggie, ad isole lontane;Tal che, qual ripercosso suon sì spandaDi cielo in cielo, egrïdiad ogni popolo:«Non grazia, non pietade,—ma giustizia.«—Si regge sol per la giustizia il mondo».***E qui tutto è silenzio. Anch'essi i ventiPosan su l'ale. E se pur han sussurri,Quei sussurri si cangiano in singulti,Ed il singulto in gemito,—e s'estingue:Tomba non soffre che la turbi il pianto.Cupa qui regna, faticosa, eterna,Solitudine muta,—e mi domando:Vivo od estinto io son? e questo locoÈ bolgia di dannati o cimitero,E bara, che le spoglie algide sface?Cade pei vivi il sole, e doman sorgePer essi ancor. Per me non v'ha domani.Brancolo d'ombra in ombra, ed io pur ombra.E pur, fra tanta tenebra che aghiaccia,Tremulo un lume,—vagola, e una voceVibra, e mi scende in core.—E che? fia vero?O non è questa, illusion de' sensiEgri, fallaci? O non è vacua bolla,Cui l'aria allarga, ed incolora, e rompe?[pg 52]Pur quel lume s'avanza. Pari a raggio,Che dagli ultimi cieli giù calato,I secoli e gli spazi valicando,Dopo lungo cammin, la terra attinge,A me s'appressa. Illumina la mente,E penetra nel cuor.—È la parolaDegli arciavoli miei? Oh! parla, parla!—«Assorgi, o imbelle, schiudi gli occhi e mira».Ed una visïone a me s'apria.II.Le due visioni.In mezzo a vasta, popolosa piazzasorgeva un circo, e in mezzo al circo un rogo.Turba d'uomini, donne, popolani,S'affannano, da pio zelo sospinti,A portare sugli omeri ricurviRami stroncati, ed aride fascine.E all'opra li sospingono i chiercutiMonaci e sacerdoti, a ciò che sorga,Degna del Dio d'amor, l'ampia catasta,Che manda il reo fra demoni combusto.Corrono intorno in lungo ordine, filaDi palchi, di loggiati, da pomposiDrappi coperti e adorni. In alto brillaL'iberica corona, colla croceDi quel Dio, che redime e che perdona.Nella piazza, appo il circo, in ogni via,[pg 53]S'accalca e ondeggia rumorosa follaD'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni gente,Qui ritta, colà incurva, qui prostesa,Lì sui tetti erpicata e sulle torri,Del promesso spettacolo in attesa.Il Re, le dame, i prenci, i cavalieriIn ricche vesti seriche, dorate,Assisi in aurei seggi, sorridenti,Attendono che il sacro ludo s'apra.Entran gli araldi, suonano le trombe;Indi silenzio.—Avanzano gli attori.Deh! Cesare dov'è?, fra me dicea,Ove gli edili, i gladiatori? DondeLe belveirromperrannoin mezzo al circo,I chiomati lioni, le pantere,Che fean grandi e terribili le areneDell'Impero e di Roma?—L'età nuovaÈ mansueta e pia; dal sangue abborre,Ed incruente è il rito. Lunghe fila,Sacre a Maria, di vergine sorelle,Procedean lenti e umili; indi il corteoDi tonsurati, in tunica, osannando:Il divin sacramento, i baldacchini,Il gran Labaro, ondeggiano per l'aure,Al lor passaggio, cadono le turbeInginocchiate, ed alle sacre laudiRispondon salmeggiando. In mezzo a questaSanta milizia chiusa, taciturnaSchiera procede, con fronte dimessa,Di vecchi, adulti, femmine e bambini.[pg 54]Han scalzi i piedi, nuda la persona,Se non che le ravvolge un saio neroDi fiamme e rossi demoni dipinto,Che lor dal collo sino al piè discende.Birri, aguzzini a lor stan stretti al fianco.Chi pur s'indugia nel cammin dolente,Col pungiglion, con uncinate verghe,Il birro ad intimargli: «Avanza, avanza!»Torta al collo una corda, e ciascun recaUn cero acceso in mano.Al circo giuntiLe madri spasimanti, che il bambinoTengono stretto al sen, gli adulti, i figliChe all'egro padre, all'avolo cadenteReggono il passo, floride fanciulle,Raggiante il volto di bellezza e vita,Si collocàro al tetro rogo intorno.Vider gli sgherri, che piantar le traviSulla catasta preparata; videroSoffiar sul rogo, e cumular carboniDi resina cosparsi; e i primi crepitiInteser delle legna arse, fumanti,E gli urli delle plebi: «Al foco, al foco!»Dagli sgherri le vittime sospinteFuron cacciate entro la pira ardente;Nel volto si guardar senza far motto.Negro un lenzuol di fumo in pria gli avvolse,Poi sugl'arsi carbon, gli aridi roviSerpeggiaron le fiamme, e crepitando,Rosolavan le piante: Ed essi, ritti,[pg 55]Assorti in Lui, non dier crollo, nè lagno.Poi divampando, vibrano le lingueDi fuoco, crescon rapide, comburonoLe polpe, ne ghermiscon le ginocchia,E quai branchi di vipere, con spireTortuose, s'avvolgono ai lor fianchi,Succhiando carni ed ossa. In mezzo ai sibiliDei venti, che fra vortici coruschiFischian sbattuti, pïetose vociEmergon fuori e l'aure empion di lai:«Dai profondi, Signore, dai profondiA te clamo...»e ricascon soffocate...«Osanna, osanna», intuonano le turbe,Ed i prelati, mentre che i lacerti,Delle abbruciate vittime sul rogo,Con roco tonfo, cascono disfatti.La piras'adimava: Tutta intornoTaceva, allor che subito per l'aureCorrere udissi, misterioso, un grido.«In te, Signore, in te, tutto m'immergo,Teco m'accogli,—e sulla terra pace!»Onde il flebile sorse grido eccelso?Da quel mucchio di cenere e cadaveriChe dal truce martir santificatiGià s'ergevano in alto?—o fu parolaDal ciel discesa, verbo dell'Eterno,Che dalla morte suscita la vita?Echeggiò sulla piazza,—Come lampo,Le menti rischiarando ottenebrate,[pg 56]Popolo e grandi scosse. Esterrefatti,«Miserere, gridaro, miserere».Poi caddero in ginocchio,—si segnaro...I prelati riprendere tentaronoLe cantiche, gli osanna,—Niun rispose.Di quà, di là, si spersero le turbeSgomente e silenziose. Ed io sentia,Sentia per l'aure, qual dall'ampie arcateDel Tempio, allor che il divosagrifizioDell'ostia consacrata si rinnova,Si confondon più note in un concento,Qual s'uniscon più raggi in una luce,Così quei salmi, gemiti e preghierePoggiando in alto, a sfere ognor più pure,S'ergean, congiunte in un sol inno, in Dio.***La visïone sparve.In me raccoltoStava pensoso ed atterrito,—quandoUna voce degli avoli, che intornoM'alleggiavan pietosi,—mi riscosse;«Sorgi, tuonò: L'istoria eterna è questa.Apri gli sguardi della mente,—e mira...»Novella visione a me si schiuse.***Era in Sion,—sul monte di Morìa,Nel cortile del Tempio.—A me di fronteS'ergeano ancora, come ai tempi antichi,[pg 57]Iachim e Boas, le mistiche colonne;E spaziava in mezzo a lor tuttoraIl vasto mar di bronzo,—e presso al mare,A modo dell'altar del sagrifizio,S'alzava un'arca.E su di lei che vidi?Stava sull'ara steso un gran vegliardo;Bianca e lunga la barba, giù dal mentoSino a terra scendeva,—quai viticciAttortigliati d'edera, giravaIntorno all'arca,—e tutta la copria;Aspre catene aveva al collo attorte,E dal collo pendenti, ai fianchi, ai piedi,Tenevan la persona immobilmenteAl duro marmo e alle pareti avvinta.Avea quel veglio ambo le braccia stese,L'una ver l'ostro e l'altra ver l'occaso,Sì che 'l capo, e il tronco, e le due braccia,Porgean l'immago di vivente croce.Tutto era buio.—Ma dagli occhi suoiPartiva ad ora ad or luce sì fulgidaChe, qual di notte subito baleno,Tempio, cortile, altare illuminava.Io stavo fisso in esso con arcanoSenso d'affetto e di pietà,—quand'ecco,Con subito fragor, si spalancaroLe porte del vestibolo, ed irruppeUn guerrier. Avea d'elmo sfolgorante,Con l'aquila imperiale, il capo cinto,E brandendo l'acciar s'appressa all'ara;[pg 58]Sul vegliardo calatolo, ne fendeIl destro braccio,—e ne sega le vene:Caldo proruppe il sangue,—e qual fiumanaGorgogliando,—giù scese dal Morìa.Poi crebbe nel cammin, s'aprì in torrente,Pei colli dilagando e piani aperti,Ovunque di quell'onda fecondantePassa il tesoro,—germina la terra.Scorre sul Morto Mar, di messe ondeggia;Si stende sul deserto, e l'arse sabbieFioriscono qual rosa, e nel suo corsoÈ tutto moto e vita.Un altro ignotoPenetra nel vestibolo del Tempio;Tacito e cautosguisciaappo l'altare:A la sembianza appar faccia d'uom giusto,Maestoso è l'aspetto; L'Efod sacroEd il pontifical paludamentoCrescon decoro a quell'aspetto augusto.S'appressa all'ara... Tien dentro le piegheDella vesta, un pugnal nudo celato,L'afferra,—e ratto nel sinistro braccioDella vittima eterna, sino all'elsa,Tre volte e tre lo immerge.—Sprizza il sangue,Del sacerdote sopra il volto balza,Tocca appena quel volto, si trasformaIn fiele ed in veleno. Egli compresoDa subito terror, fugge, si ascondeNei velami dell'ara. Il sangue scorreDall'arca nel cortile,—e dal cortile[pg 59]All'occaso si spande, a flutti, a fiume,E si scava una foce, scende al mare,Sposando le spumanti onde vermiglieAl vivo azzurreggiar dell'Oceàno,Lontane isole attinge e continenti;E cittadi obliate e città spente,Scote, ridesta, suscita alla vita.Altre non note scopre,—e splenderannoFaro di luce e libertade al mondo.***E già la mente mia correr sentivaIl soffio animator dell'aspettataAura primaveril, che farà sgombriDi pregiudizi i popoli venturi...Quand'ecco giù, lontan, cupo, un sussurro,Strepito d'orgie, d'ululi, minaccie,D'armi di guerra.—Una perduta genteDi sicari, di sgherri, di lenoni,Da postriboli uscita e da taverne;Un'accozzagliasenza onor, nè fede,Di sacerdoti e nobili impinguatiPer furto, per mendacio, per versatoNella guerra civil sangue fraterno,Or stretti in lega insiem, per opre infami,Irrupper nel vestibolo del Tempio.Di leve, picche, di pugnali armatiNè scardinar le mistiche colonne,Sul veglio s'avventar, imbavagliarloTentaro, e soffocarne entro le fauci[pg 60]La parola, il sospir, sì ch'ei si spengaSenza traccia lasciar sopra la terra,Sdegnoso li guardava e non moriva:E raddoppiar gli strazi e le torture...Ed ei sereno e fiero,—non moriva.Anzi più forte per crescente vita...Fatti allor più furenti, altri suppliziInventar contro il veglio intemerato;Avventar sozza e lurida canaglia,Che di rapine cupida e di sangueAccaneggiarocon sacrileghe artiDi mendacie e calunnie. A lapidarloSi dier furenti in cenere converseAbbandonarne poi le membra ai venti.Allor, siccome suol igne compressoNei convulsi crateri, spalancossiLa terra, e le colonne svelte e l'arcaCol veglio, entro gl'aperti gorghi accolseNel sen materno, e li coprì pietosa...Colà staranno, inviolati, sinoChe il giorno atteso spunti,—e la parolaSmarrita si ritrovi,—e splenda alfine,18Messaggierad'amor, di pace, ai mondi...«E tu, dubiti, imbelle?—Sorgi e spera!»[pg 61]III.Grido d'Ambascia.Sperar! Sperare ancora? E che giovommiStancare, logorar le mie pupille,La tua luce cercando? Che mi valse,Le notti, i dì, scrutar le tue parole,Nei libri tuoi, nel ciel, nell'universo?[pg 62]Che la vita incolpabile? Che valseDi te, di te lo spirto sitibondo,Adorarti, cercarti, e le mie carniMacerar nei digiuni e nei flagelli?A te, per tanteetadi, supplichevoleProstendere le mani?—E tu, silente...E ricadevan sempre le preghiereAi piedi miei, qual foglie inariditeChe disperdono i venti. Te cercaiNella gloria e splendor dell'universo,E tu, nel manto di tue glorie avvolto,Impassibile, muto. All'uom mi volsi;Che mi diè l'uomo? Secoli d'ambascie,Cruenti orgogli, errori, odio e delitti.La terra, il cielo, sono immersi ancoraNell'anticocaosse. Atro l'abissoAll'abisso risponde,—il nulla al nulla:A me Calvario è il mondo. Sulla croce,Come olocausto eterno, io son confitto;Da milleetàdi, flagellato, io clamoInvocando giustizia... E che rispondeLa terra e il ciel? M'irridono le genti,E la giustizia han qui con me sepolta.«Perchè, per chi tu t'immolasti, o Cristo?»[pg 63]IV.Nemesi!Così parlava il prigioniero, strettoIn catene, nell'Isola del Diavolo.E losfurìardei turbini fuggenti,Rifischiando dall'una all'altre roccie,Tra gli alberi sbattuti, e forre ed antri,Disperdevano i gridi e le preghiereDel solitario inascoltato. L'eco,Messeggieradel ciel, ne accolse il grido,Consegnandolo ai venti,—e i venti al mare,E il mar, coi larghi, impetuosi fluttiA le correnti, e queste, che solcavanoL'ampio per gli ocean cammin segnato,Le portavan, coi suoni ripercossiDei marosi, dall'una all'altra sponda,Con voci ognor crescenti. Sì chè pariAl tuon che, al dì nuovissimo, riscuotaI morti dal sepolcro, ad ogni genteL'alto dolor gridava e il gran misfatto,Tal ch'a pietade i popoli commossiInvochino giustizia.—E ripetevaIl mar sonante al cielo, all'Universo:«E tu perchè, per chi moristi, o Cristo?»[image]Note[1]Il nome di Pierre Leroux è abbastanza noto per le opere da lui pubblicate. Lo è meno quello di Charles Fauvety, morto a Asnières, l'11 febbraio 1894 all'età di 80 anni, circondato dall'affetto di tutti i cittadini.Scrittore elegante e profondo, era modestissimo. Non scriveva per vaghezza di rinomanza e di popolarità, ma per propagare le sue idee. Era l'apostolo del pensiero; faceva il bene pel bene. Filosofo spiritualista d'alto valore intellettuale e morale, apparteneva alla scuola socialista, che prevalse in Francia dal 1832 al 1851, la quale non mirava solo alle questioni materiali, al ventre, come il Socialismo attuale, ma si preoccupava sopratutto a formare l'uomo morale: Scuola, che fu via via rappresentata dalPhalanstere,la Phalange,la Democratie pacifique, fondòLe rappresentant du Peuplepoila Voix du Peuplee altri giornali. Collaborò coi suoi amici Michelet, Renouvier,l'Abbé Constant, Erdan in varie riviste,fondò il giornaleLa Solidarité, in cui espose più chiaramente le sue idee religiose, sociali, che interrotto dalle guerre del 1870 fu ripreso e continuato nel 1876 dallaReligion Laique, che divenne nel 1890 e sotto la direzione del suo discepolo,P. Verdad (Lessard)La Religion Universelle. Mandava nello stesso tempo importanti articoli al Giornale Italiano,La Ragione, in cui io collaborava con Ausonio Franchi. Degne di nota sono le sue opere intitolateNouvelle Rivelation, LaVie,e l'altraThéonomie, Démonstration de l'Existence de Dieu.La sua dottrina egli riassunse nel suo Testamento morale con queste parole:Credo alla solidarietà Universale. Voglio la Giustizia e fratellanza umana. Aspiro alla Perfezione. Dio unità suprema, legge universale, Ragione cosciente dell'Universo.Fu la sua vita, come quella di Benedetto Spinoza, la vita di un santo; ed io sono lieto di poterlo ricordare ancora alla Francia e all'Italia, e rendere un supremo omaggio all'amico, all'uomo integerrimo e al pensatore.[2]Ecco alcuni brani del programma di questa società fondata da Mazzini e da altri emigrati Tedeschi, Polacchi, Ungheresi e liberali Francesi nel 1835-1840 e che aveva il centro attivo in Parigi:«1. LaGiovane Europaè l'Associazione di tutti coloro, i quali credendo in un avvenire di libertà, d'eguaglianza, di fraternità per tutti gli uomini, vogliono consacrare i loro pensieri e l'opera loro a fondare l'avvenire.Principî comuni.2. Un soloIddio.Un solo padrone:la legge.Un solo interprete della legge: l'Umanità.3. Costituire l'umanità in guisa che essa possa avvicinarsi il più rapidamente possibile, mercè un continuo progresso, all'applicazione della legge che deve governarla. Tale è la missione dellaGiovane Europa.17. Ogni popolo ha una missione sociale, per cui coopera al compimento della missione generale dell'Umanità. La Nazionalità è sacra.18. Ogni signoria ingiusta, ogni violenza, ogni atto di egoismo, esercitato a danno di un popolo è violazione della libertà, dell'Eguaglianza, della fratellanza dei popoli. Tutti i popoli sono solidari, e devono aiutarsi a vicenda, perchè tale abuso finisca.19. L'umanità non sarà veramente costituita, se non quando tutti i popoli che la compongono, avendo conquistato il libero esercizio della loro Sovranità, saranno associati in una confederazione per indirizzarsi, sotto l'impero d'una dichiarazione diprincipîe di un patto comune, allo stesso fine proclamando, e applicando la legge morale universale...». Tali i principî sopra i quali, Italiani, Francesi, Tedeschi, Ungheresi, Polacchi, sino dal 1835, gettavano le basi dellaNuova Europa. Ora dopo lotte combattute per oltre cinquant'anni, il principio della Nazionalità ha trionfato, e alla Monarchia per diritto divino è succeduto il Monarcato per diritto del popolo e dei plebisciti. Ciò che allora sembrava un sogno di pochi entusiasti.Quando potrà realizzarsi l'altro sogno: la federazione Europea?Fata trahunt.[3]Nel discorso pronunziato dal conte de Mun, ricevuto all'Accademia il 12 marzo, sembra che secondo gli Apostoli della sacrestia, la Francia avanzi sempre di grado nella armata pontificia. Prima era semplice figlia della Chiesa, poi divenne soldato, ora, secondo le parole del Conte,è promossaaSergent de l'Église.[4]L'Ebreo, diceRenan, è meno il prodotto di una razza, che quello di una tradizione, è meno l'opera della carne, che dello spirito; venne formato e fabbricato da suoi libri e da suoi riti. E Anatole Leroy-Beaulieu scrive, che l'Ariano e il Semita sono fratelli, ambo appartengono alla grande razza caucasica mediterranea, che aspira al Governo del mondo.(V. Revue des deux Mondes. Maggio 1891).[5]Israel, diceva il padre Giacinto in una sua predica, è il primo popolo che siasi elevato alla conoscenza dell'unità di Dio. Da quel giorno Israel è divenuto padre della religione-umanità. Il cristianesimo non è che un ramo innestato sopra il suo tronco. E Renan scrive: L'ebreo ha fondato Dio: pure nessun popolo si occupò meno di lui nel disputare intorno a Dio: e fu quello un tratto non solo di buon senso, ma di genio, scegliere a fondamento della comunione religiosa la pratica, non il domma.[6]«Pure sono le sue opere, tutte le sue vie sono Giustizia, nè in lui è fallacia. Giusto e retto egli è». Questo è il domma e riassume l'intero catechismo dell'Ebreo (Deut.XXXII).[7]Ecco le parole, colle quali questa uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge fu, da oltre tre mila anni, proclamata dal legislatore Ebreo: «Vi sarà una stessa giustizia, una sola legge per voi e per lo straniero che dimora in mezzo a voi. Egli è il vostro uguale innanzi a Dio». (Esodo 23,5—Levitico 15,34—Deut. Cap. 21-V-I).[8]Angebat iras, scrive Tacito,quod soli Judaei non cessissent.[9]Purgatorio c. 32, v. 125 e segg.[10]Id. c. 32, v. 149 e segg.[11]Il Sig. Brunetière, in un articoloinscritonellaRevue des deux MondesintitolatoAprès le procès, nel quale però si guarda dal parlare del processo, attribuisce alla scienza l'origine dell'antisemitismo.Questo, in buon italiano, si chiamerebbe gettare nel podere altrui i sassi che fanno inciampo nel proprio; quali le vere cause dell'antisemitismo già accennammo e meglio chiariremo in questo stesso capitolo. Il nuovo direttore dellaRevueriportò poscia poche linee di Renan in appoggio della sua tesi sull'inferiorità della razza semitica. Con sofismisifattitentò ingannare, sviare le menti, per coprire e scolpare i delinquenti veri, come accadde nel processo Dreyfus. Nè l'antropologia, nè l'etnografia e la linguistica sono causa di brutture siffatte.Antico amico del grande scrittore Renan, io lo sentii parlare sempre con ammirazione degli Ebrei, della loro forza nella lotta secolare, intelligenza e attività. Ripetendo la frase biblica, egli dice nell'Histoire d'Israel: «Le Juifétait destiné plutôt à servir de levain au progrès dans tous les pays, qu'à former une patrie séparée dans un point du globe».Lo stesso illustre pensatore Brunetière, parlando della Bibbia, il libro in cui viveIsraelle, così si esprime: «Il y a quelque chose dans l'Histoire du peuple de Dieu qui ne se trouve dans aucune autre; quelque ambition qu'on ait affectée de la rabattre sur le plan des autres histoires, elle y résiste, elle en a triomphé».(Revue des deux Mondes, 1 febbraio 1895).[12]Dopo Antiochio Epifane, scrive Renan nell'Histoire d'Israel, l'Ebreo ha la febbre del Messia, partorisce il Cristianesimo, sospiro dei secoli.Vedi Renan:Le Juif comme race et comme religion,Revue des deux Mondes, 1 maggio 1883.[13]Intorno ai doveri dei Cristiani verso gli Ebrei, giovami ricordare alcuni brani del discorso pronunziato daDisraeli, discutendosi nel Parlamento Inglese la mozione per accordare agli Israeliti i diritti politici.«Io mi levai, diceva, in ogni occasione, a difendere gli Ebrei, perchè secondo me, la razza ebrea è quella verso cui il genere umano ha maggiori obblighi e doveri.«Allorchè io sento oppormi che l'ammissione degli Ebrei distruggerebbe il carattere cristiano di questa assemblea, io dico che appunto per essere voiun'assemblea cristiana, voi dovete accoglierli in mezzo a voi. Quando io considero ciò che noi dobbiamo ad essi, che colla loro storia, le loro leggi, le loro poesie, noi fummo educati, consolati, ordinati; quando io mi sollevo col pensiero ad altre idee d'un carattere più sacro che qui non giova esaminare, io dichiaro, che come Cristiano non posso respingere le istanze di una razza, alla quale i Cristiani sono debitori di tanti benefizi.«Vi ha un'altra ragione per cui io desidero, che i diritti degli Ebrei sieno riconosciuti in Inghilterra; ed è che tutti quei paesi nei quali essi furono perseguitati, furono alla loro volta colpiti nella loro potenza ed energia. Ed è cotesto per me un segno visibile della protezione che Dio concede a questo popolo.«D'altronde, questa è tale una razza, che può aspettare; e se i suoi diritti non sono riconosciuti oggi, non sparirà domani. È un popolo antico, popolo famoso, che perdura e terminerà sempre per raggiungere i suoi scopi».[14]Chi possiede il bandolo di questa matassa e potrebbe portare piena la luce in mezzo a tanta oscurità, che si tenta, con ogni arte, d'infittire, sarebbero alcuni diplomatici. Ma vorranno o potranno essi osare? Vorranno essi obbedire, meglio che alle riserve imposte, ai calcoli, o interessi della professione, alla voce della propria coscienza, al grido della giustizia? Ad essi spetta indicare il vero colpevole, rompere il silenzio con cui, ora più che mai, si tenta di avvolgere esepellirela verità.Ogni viltà convien che qui sia morta.DanteInf. II.[15]Ecco il quadro, che traccia della Francia in questo momento angoscioso per quanti amano questo nobile paese, uno dei suoi scrittori più elevati e indipendenti, il Guyot, nel giornaleLe Siècle:«Nemici mascherati, velati divengono ogni giorno più baldanzosi, più impudenti, più provocatori. Senza osare di attaccarci a fronte aperta, essi si ricercano, si coalizzano, si riconoscono come antichi allievi dei Gesuiti. I circoli cattolici danno la prima scossa e procurano di agitare la piazza, raccolgono e trovano complici per quest'opera nefasta uomini, che sotto pretesto di patriottismo, tentano di ricostituire l'esercito boulangista, cotesta banda la quale, or sono qualche anno, tentò di rendersi padrona di Parigi; questioni di religione ci fanno retrocedere d'oltre cento anni e sono un vitupero per la civiltà e per lo spirito umano. Morte all'Ebreo, si grida nelle strade e nel palazzo di giustizia, nel santuario della legge, in Parigi, nella città-Luce, senza che la coscienza pubblica ne sia sorpresa e turbata! Domani si griderà: morte ai protestanti. Perchè no? Già lo hanno tentato.[16]Isaia, cap. 54, 55.[17]Età rea,soleva appellarsi dai nostri scrittori e poeti del medio Evo e del Rinascimento, come Dante, Petrarca, Cecco d'Ascoli, Boccaccio, Macchiavelli, l'èra nuova e cristiana, contrapposta all'èraantica e romana, la quale appellavanoetàbuona.Soleva Roma che il buon tempo feo.Dante,Purg. XVI.[18]Due croci, secondoun'antica leggendaebraica, si sono innalzate sopra Gerusalemme, negli ultimi tempi della sua lotta contro Roma. L'una sorse sulla vetta del Calvario, parola che significa monte Calvo, od arido; l'altra sulla vetta del Morìa, ossia monte di Dio, monte delle visioni, o dell'avvenire.Esse simboleggiavano la vita d'Israello nei secoli. La prima, l'Era del Paganesimo che finiva; la seconda, l'Era nuova che stava per aprirsi.Due croci, due olocausti. Gli Ebrei, per la loro origine, la loro legge e avversione agli idoli e alla divinità di Cesare, erano tacciati di deicidio.Avendo essirifiutato di adorare Cesare come dio. Perciò i Romani in un solo giorno fecero inchiodare due mila Ebrei, nelle varie provincie della Siria, sopra la Croce. Ma non potendo uccidere il dio ebreo, perchè tutto spirito, si vendicarono col crocefiggere Cristo che lo rappresentava, e voleva elevarsi come mediatore tra il Paganesimo e il Monoteismo.Infatto, alla morte di Cristo, corse un grido sopra tutto il mondo pagano: «Il gran Pane è morto». Inoltre Cristo contrapponeva a Cesare-dio, che rappresentava la violenza, l'arbitrio, la guerra, un nuovo ideale del divino, concepito e nato dal seno del popolo ebreo, il Dio di carità, di rassegnazione, di conciliazione e d'amore.La sua croce significava ilsacrificioindividuale; quella elevata sul Morìa, ilsacrifiziocollettivo, quello di un popolo: l'una il deicidio, l'altra il popolocidio.L'uno durò poche ore di passione e di sofferenze; l'altro dovrà durare per secoli come ad espiare le colpe dell'intera umanità, in ogni parte della terra, significa e porta in sè il sacrifizio universale.—Il Cristo-popolo, allargato all'Umanità. Cristo aveva dettosul Calvario:consummatum est; Israel, il popolo, sul Morìa, sotto le macerie di Gerusalemme, esclamò:Non tutto è finito, tutto è da ricominciare. Esso non volle morire del tutto, ma si sottrasse a' suoi carnefici, entrando nel sepolcro, simile ad Hiram, simbolo dell'operaio eterno, l'operaio intelligente, il quale portò seco nel sepolcro aperto sotto il limitare del Tempio, laparola smarrita; la quale dovrà essere svelata a suo tempo, come parola di redenzione per tutti gli oppressi e ideseredati.Ricercare la parola smarrita è l'enimma forte che, nella nuova Era, si sono proposte molte eresie e i sodalizi secreti,come i Gnostici, i Manichei, gli Albigesi, i Templari, le diverse Massonerie nei loro riti.Qual'è quella parola misteriosa?Secondo l'avviso di alcuni, sarebbeGiustizia. Ma l'idea dovrà divenire realtà: la realtà è l'idea fatta uomo; incarnata in un popolo; per assurgere a forza. Ora, il mezzo per tradurla in forza, sarà l'associazione. Questa la forza per ottenere, con la giustizia il miglioramento fisico, morale, intellettuale di tutte le classi, di tutti i popoli. I due termini,Giustizia,mercè l'Associazione, si compenetrano, si concretano in un solo, che omai domina l'età nuova; Verbo sul quale passando l'afflato del Divino che purifica, innalza ed avviva, divenuto passione e sentimento, potrà sollevarsi come formula, simbolo e labaro di religione futura.[pg 64]

Ahasvero—————I.L'Olocausto eterno.E l'età rea17non tramontata è ancora!Mille passar sulla mia fronte indomitaEd anni novecento, e ad ogni etadeSul carro da rabbiosi lupi trattoE luridi sciacalli, ed ogni giornoMi flagellar, più sempre imperversando,Con dardi, con torture e spasmi atroci.Ed io pur sempre in mio pensiero chiuso,Qual dentro inoppugnabile fortezza,Che perfurror di torbininon crolla,Sotto iltalondel vil che mi calcava,[pg 50]Mi rialzava, in mia fè securo,Più giovane e più forte. E fu mio sprezzoA miei tiranni rabbia, a me vendetta.***Or qui, nella ferale isola, sacraAl nume loro, squallida, desertaDa ogni consorzio umano, e tomba ai vivi,Chiusa tra roccie e l'onde dell'averno,Mi gettaro, e gravandomi di ferri,Sussuraro con vil ghigno ferino:«Dispera e muori».Ed una vil plebagliaDi briachi in cenci, di vendute lanze,Di sicofanti a prezzo e di segugi,Gavazzanti in bordelli ed in mercato,Ove si vende e si baratta a prezzoGiustizia e libertà, uomini e Dio,Pur di bruttarmi d'odi e dicalunie,Orditaun'infernal tramanel buio,Ghignando, ripetêr: «Dispera e muori.»***E tu l'udisti, o mar che mi circondi,E voi l'udiste, tormentate roccie,Algide, algose; e tu l'udisti, o terra,Che di miasmi pestilenti pregna,Sotto i miei piè ti stendi e mi ravvolgi,Qual funereo lenzuolo,—e non mi uccidi.E voi, rupi, e voi, monti ancor l'udiste,[pg 51]Nè vi siete dai cardini divelti,Tal ch'io sparissi, fra i rottami vostri,Sepolto? E tu non ti levasti, o mare,A denunziar l'empia calunia ai venti,E i venti a piaggie, ad isole lontane;Tal che, qual ripercosso suon sì spandaDi cielo in cielo, egrïdiad ogni popolo:«Non grazia, non pietade,—ma giustizia.«—Si regge sol per la giustizia il mondo».***E qui tutto è silenzio. Anch'essi i ventiPosan su l'ale. E se pur han sussurri,Quei sussurri si cangiano in singulti,Ed il singulto in gemito,—e s'estingue:Tomba non soffre che la turbi il pianto.Cupa qui regna, faticosa, eterna,Solitudine muta,—e mi domando:Vivo od estinto io son? e questo locoÈ bolgia di dannati o cimitero,E bara, che le spoglie algide sface?Cade pei vivi il sole, e doman sorgePer essi ancor. Per me non v'ha domani.Brancolo d'ombra in ombra, ed io pur ombra.E pur, fra tanta tenebra che aghiaccia,Tremulo un lume,—vagola, e una voceVibra, e mi scende in core.—E che? fia vero?O non è questa, illusion de' sensiEgri, fallaci? O non è vacua bolla,Cui l'aria allarga, ed incolora, e rompe?[pg 52]Pur quel lume s'avanza. Pari a raggio,Che dagli ultimi cieli giù calato,I secoli e gli spazi valicando,Dopo lungo cammin, la terra attinge,A me s'appressa. Illumina la mente,E penetra nel cuor.—È la parolaDegli arciavoli miei? Oh! parla, parla!—«Assorgi, o imbelle, schiudi gli occhi e mira».Ed una visïone a me s'apria.II.Le due visioni.In mezzo a vasta, popolosa piazzasorgeva un circo, e in mezzo al circo un rogo.Turba d'uomini, donne, popolani,S'affannano, da pio zelo sospinti,A portare sugli omeri ricurviRami stroncati, ed aride fascine.E all'opra li sospingono i chiercutiMonaci e sacerdoti, a ciò che sorga,Degna del Dio d'amor, l'ampia catasta,Che manda il reo fra demoni combusto.Corrono intorno in lungo ordine, filaDi palchi, di loggiati, da pomposiDrappi coperti e adorni. In alto brillaL'iberica corona, colla croceDi quel Dio, che redime e che perdona.Nella piazza, appo il circo, in ogni via,[pg 53]S'accalca e ondeggia rumorosa follaD'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni gente,Qui ritta, colà incurva, qui prostesa,Lì sui tetti erpicata e sulle torri,Del promesso spettacolo in attesa.Il Re, le dame, i prenci, i cavalieriIn ricche vesti seriche, dorate,Assisi in aurei seggi, sorridenti,Attendono che il sacro ludo s'apra.Entran gli araldi, suonano le trombe;Indi silenzio.—Avanzano gli attori.Deh! Cesare dov'è?, fra me dicea,Ove gli edili, i gladiatori? DondeLe belveirromperrannoin mezzo al circo,I chiomati lioni, le pantere,Che fean grandi e terribili le areneDell'Impero e di Roma?—L'età nuovaÈ mansueta e pia; dal sangue abborre,Ed incruente è il rito. Lunghe fila,Sacre a Maria, di vergine sorelle,Procedean lenti e umili; indi il corteoDi tonsurati, in tunica, osannando:Il divin sacramento, i baldacchini,Il gran Labaro, ondeggiano per l'aure,Al lor passaggio, cadono le turbeInginocchiate, ed alle sacre laudiRispondon salmeggiando. In mezzo a questaSanta milizia chiusa, taciturnaSchiera procede, con fronte dimessa,Di vecchi, adulti, femmine e bambini.[pg 54]Han scalzi i piedi, nuda la persona,Se non che le ravvolge un saio neroDi fiamme e rossi demoni dipinto,Che lor dal collo sino al piè discende.Birri, aguzzini a lor stan stretti al fianco.Chi pur s'indugia nel cammin dolente,Col pungiglion, con uncinate verghe,Il birro ad intimargli: «Avanza, avanza!»Torta al collo una corda, e ciascun recaUn cero acceso in mano.Al circo giuntiLe madri spasimanti, che il bambinoTengono stretto al sen, gli adulti, i figliChe all'egro padre, all'avolo cadenteReggono il passo, floride fanciulle,Raggiante il volto di bellezza e vita,Si collocàro al tetro rogo intorno.Vider gli sgherri, che piantar le traviSulla catasta preparata; videroSoffiar sul rogo, e cumular carboniDi resina cosparsi; e i primi crepitiInteser delle legna arse, fumanti,E gli urli delle plebi: «Al foco, al foco!»Dagli sgherri le vittime sospinteFuron cacciate entro la pira ardente;Nel volto si guardar senza far motto.Negro un lenzuol di fumo in pria gli avvolse,Poi sugl'arsi carbon, gli aridi roviSerpeggiaron le fiamme, e crepitando,Rosolavan le piante: Ed essi, ritti,[pg 55]Assorti in Lui, non dier crollo, nè lagno.Poi divampando, vibrano le lingueDi fuoco, crescon rapide, comburonoLe polpe, ne ghermiscon le ginocchia,E quai branchi di vipere, con spireTortuose, s'avvolgono ai lor fianchi,Succhiando carni ed ossa. In mezzo ai sibiliDei venti, che fra vortici coruschiFischian sbattuti, pïetose vociEmergon fuori e l'aure empion di lai:«Dai profondi, Signore, dai profondiA te clamo...»e ricascon soffocate...«Osanna, osanna», intuonano le turbe,Ed i prelati, mentre che i lacerti,Delle abbruciate vittime sul rogo,Con roco tonfo, cascono disfatti.La piras'adimava: Tutta intornoTaceva, allor che subito per l'aureCorrere udissi, misterioso, un grido.«In te, Signore, in te, tutto m'immergo,Teco m'accogli,—e sulla terra pace!»Onde il flebile sorse grido eccelso?Da quel mucchio di cenere e cadaveriChe dal truce martir santificatiGià s'ergevano in alto?—o fu parolaDal ciel discesa, verbo dell'Eterno,Che dalla morte suscita la vita?Echeggiò sulla piazza,—Come lampo,Le menti rischiarando ottenebrate,[pg 56]Popolo e grandi scosse. Esterrefatti,«Miserere, gridaro, miserere».Poi caddero in ginocchio,—si segnaro...I prelati riprendere tentaronoLe cantiche, gli osanna,—Niun rispose.Di quà, di là, si spersero le turbeSgomente e silenziose. Ed io sentia,Sentia per l'aure, qual dall'ampie arcateDel Tempio, allor che il divosagrifizioDell'ostia consacrata si rinnova,Si confondon più note in un concento,Qual s'uniscon più raggi in una luce,Così quei salmi, gemiti e preghierePoggiando in alto, a sfere ognor più pure,S'ergean, congiunte in un sol inno, in Dio.***La visïone sparve.In me raccoltoStava pensoso ed atterrito,—quandoUna voce degli avoli, che intornoM'alleggiavan pietosi,—mi riscosse;«Sorgi, tuonò: L'istoria eterna è questa.Apri gli sguardi della mente,—e mira...»Novella visione a me si schiuse.***Era in Sion,—sul monte di Morìa,Nel cortile del Tempio.—A me di fronteS'ergeano ancora, come ai tempi antichi,[pg 57]Iachim e Boas, le mistiche colonne;E spaziava in mezzo a lor tuttoraIl vasto mar di bronzo,—e presso al mare,A modo dell'altar del sagrifizio,S'alzava un'arca.E su di lei che vidi?Stava sull'ara steso un gran vegliardo;Bianca e lunga la barba, giù dal mentoSino a terra scendeva,—quai viticciAttortigliati d'edera, giravaIntorno all'arca,—e tutta la copria;Aspre catene aveva al collo attorte,E dal collo pendenti, ai fianchi, ai piedi,Tenevan la persona immobilmenteAl duro marmo e alle pareti avvinta.Avea quel veglio ambo le braccia stese,L'una ver l'ostro e l'altra ver l'occaso,Sì che 'l capo, e il tronco, e le due braccia,Porgean l'immago di vivente croce.Tutto era buio.—Ma dagli occhi suoiPartiva ad ora ad or luce sì fulgidaChe, qual di notte subito baleno,Tempio, cortile, altare illuminava.Io stavo fisso in esso con arcanoSenso d'affetto e di pietà,—quand'ecco,Con subito fragor, si spalancaroLe porte del vestibolo, ed irruppeUn guerrier. Avea d'elmo sfolgorante,Con l'aquila imperiale, il capo cinto,E brandendo l'acciar s'appressa all'ara;[pg 58]Sul vegliardo calatolo, ne fendeIl destro braccio,—e ne sega le vene:Caldo proruppe il sangue,—e qual fiumanaGorgogliando,—giù scese dal Morìa.Poi crebbe nel cammin, s'aprì in torrente,Pei colli dilagando e piani aperti,Ovunque di quell'onda fecondantePassa il tesoro,—germina la terra.Scorre sul Morto Mar, di messe ondeggia;Si stende sul deserto, e l'arse sabbieFioriscono qual rosa, e nel suo corsoÈ tutto moto e vita.Un altro ignotoPenetra nel vestibolo del Tempio;Tacito e cautosguisciaappo l'altare:A la sembianza appar faccia d'uom giusto,Maestoso è l'aspetto; L'Efod sacroEd il pontifical paludamentoCrescon decoro a quell'aspetto augusto.S'appressa all'ara... Tien dentro le piegheDella vesta, un pugnal nudo celato,L'afferra,—e ratto nel sinistro braccioDella vittima eterna, sino all'elsa,Tre volte e tre lo immerge.—Sprizza il sangue,Del sacerdote sopra il volto balza,Tocca appena quel volto, si trasformaIn fiele ed in veleno. Egli compresoDa subito terror, fugge, si ascondeNei velami dell'ara. Il sangue scorreDall'arca nel cortile,—e dal cortile[pg 59]All'occaso si spande, a flutti, a fiume,E si scava una foce, scende al mare,Sposando le spumanti onde vermiglieAl vivo azzurreggiar dell'Oceàno,Lontane isole attinge e continenti;E cittadi obliate e città spente,Scote, ridesta, suscita alla vita.Altre non note scopre,—e splenderannoFaro di luce e libertade al mondo.***E già la mente mia correr sentivaIl soffio animator dell'aspettataAura primaveril, che farà sgombriDi pregiudizi i popoli venturi...Quand'ecco giù, lontan, cupo, un sussurro,Strepito d'orgie, d'ululi, minaccie,D'armi di guerra.—Una perduta genteDi sicari, di sgherri, di lenoni,Da postriboli uscita e da taverne;Un'accozzagliasenza onor, nè fede,Di sacerdoti e nobili impinguatiPer furto, per mendacio, per versatoNella guerra civil sangue fraterno,Or stretti in lega insiem, per opre infami,Irrupper nel vestibolo del Tempio.Di leve, picche, di pugnali armatiNè scardinar le mistiche colonne,Sul veglio s'avventar, imbavagliarloTentaro, e soffocarne entro le fauci[pg 60]La parola, il sospir, sì ch'ei si spengaSenza traccia lasciar sopra la terra,Sdegnoso li guardava e non moriva:E raddoppiar gli strazi e le torture...Ed ei sereno e fiero,—non moriva.Anzi più forte per crescente vita...Fatti allor più furenti, altri suppliziInventar contro il veglio intemerato;Avventar sozza e lurida canaglia,Che di rapine cupida e di sangueAccaneggiarocon sacrileghe artiDi mendacie e calunnie. A lapidarloSi dier furenti in cenere converseAbbandonarne poi le membra ai venti.Allor, siccome suol igne compressoNei convulsi crateri, spalancossiLa terra, e le colonne svelte e l'arcaCol veglio, entro gl'aperti gorghi accolseNel sen materno, e li coprì pietosa...Colà staranno, inviolati, sinoChe il giorno atteso spunti,—e la parolaSmarrita si ritrovi,—e splenda alfine,18Messaggierad'amor, di pace, ai mondi...«E tu, dubiti, imbelle?—Sorgi e spera!»[pg 61]III.Grido d'Ambascia.Sperar! Sperare ancora? E che giovommiStancare, logorar le mie pupille,La tua luce cercando? Che mi valse,Le notti, i dì, scrutar le tue parole,Nei libri tuoi, nel ciel, nell'universo?[pg 62]Che la vita incolpabile? Che valseDi te, di te lo spirto sitibondo,Adorarti, cercarti, e le mie carniMacerar nei digiuni e nei flagelli?A te, per tanteetadi, supplichevoleProstendere le mani?—E tu, silente...E ricadevan sempre le preghiereAi piedi miei, qual foglie inariditeChe disperdono i venti. Te cercaiNella gloria e splendor dell'universo,E tu, nel manto di tue glorie avvolto,Impassibile, muto. All'uom mi volsi;Che mi diè l'uomo? Secoli d'ambascie,Cruenti orgogli, errori, odio e delitti.La terra, il cielo, sono immersi ancoraNell'anticocaosse. Atro l'abissoAll'abisso risponde,—il nulla al nulla:A me Calvario è il mondo. Sulla croce,Come olocausto eterno, io son confitto;Da milleetàdi, flagellato, io clamoInvocando giustizia... E che rispondeLa terra e il ciel? M'irridono le genti,E la giustizia han qui con me sepolta.«Perchè, per chi tu t'immolasti, o Cristo?»[pg 63]IV.Nemesi!Così parlava il prigioniero, strettoIn catene, nell'Isola del Diavolo.E losfurìardei turbini fuggenti,Rifischiando dall'una all'altre roccie,Tra gli alberi sbattuti, e forre ed antri,Disperdevano i gridi e le preghiereDel solitario inascoltato. L'eco,Messeggieradel ciel, ne accolse il grido,Consegnandolo ai venti,—e i venti al mare,E il mar, coi larghi, impetuosi fluttiA le correnti, e queste, che solcavanoL'ampio per gli ocean cammin segnato,Le portavan, coi suoni ripercossiDei marosi, dall'una all'altra sponda,Con voci ognor crescenti. Sì chè pariAl tuon che, al dì nuovissimo, riscuotaI morti dal sepolcro, ad ogni genteL'alto dolor gridava e il gran misfatto,Tal ch'a pietade i popoli commossiInvochino giustizia.—E ripetevaIl mar sonante al cielo, all'Universo:«E tu perchè, per chi moristi, o Cristo?»[image]Note[1]Il nome di Pierre Leroux è abbastanza noto per le opere da lui pubblicate. Lo è meno quello di Charles Fauvety, morto a Asnières, l'11 febbraio 1894 all'età di 80 anni, circondato dall'affetto di tutti i cittadini.Scrittore elegante e profondo, era modestissimo. Non scriveva per vaghezza di rinomanza e di popolarità, ma per propagare le sue idee. Era l'apostolo del pensiero; faceva il bene pel bene. Filosofo spiritualista d'alto valore intellettuale e morale, apparteneva alla scuola socialista, che prevalse in Francia dal 1832 al 1851, la quale non mirava solo alle questioni materiali, al ventre, come il Socialismo attuale, ma si preoccupava sopratutto a formare l'uomo morale: Scuola, che fu via via rappresentata dalPhalanstere,la Phalange,la Democratie pacifique, fondòLe rappresentant du Peuplepoila Voix du Peuplee altri giornali. Collaborò coi suoi amici Michelet, Renouvier,l'Abbé Constant, Erdan in varie riviste,fondò il giornaleLa Solidarité, in cui espose più chiaramente le sue idee religiose, sociali, che interrotto dalle guerre del 1870 fu ripreso e continuato nel 1876 dallaReligion Laique, che divenne nel 1890 e sotto la direzione del suo discepolo,P. Verdad (Lessard)La Religion Universelle. Mandava nello stesso tempo importanti articoli al Giornale Italiano,La Ragione, in cui io collaborava con Ausonio Franchi. Degne di nota sono le sue opere intitolateNouvelle Rivelation, LaVie,e l'altraThéonomie, Démonstration de l'Existence de Dieu.La sua dottrina egli riassunse nel suo Testamento morale con queste parole:Credo alla solidarietà Universale. Voglio la Giustizia e fratellanza umana. Aspiro alla Perfezione. Dio unità suprema, legge universale, Ragione cosciente dell'Universo.Fu la sua vita, come quella di Benedetto Spinoza, la vita di un santo; ed io sono lieto di poterlo ricordare ancora alla Francia e all'Italia, e rendere un supremo omaggio all'amico, all'uomo integerrimo e al pensatore.[2]Ecco alcuni brani del programma di questa società fondata da Mazzini e da altri emigrati Tedeschi, Polacchi, Ungheresi e liberali Francesi nel 1835-1840 e che aveva il centro attivo in Parigi:«1. LaGiovane Europaè l'Associazione di tutti coloro, i quali credendo in un avvenire di libertà, d'eguaglianza, di fraternità per tutti gli uomini, vogliono consacrare i loro pensieri e l'opera loro a fondare l'avvenire.Principî comuni.2. Un soloIddio.Un solo padrone:la legge.Un solo interprete della legge: l'Umanità.3. Costituire l'umanità in guisa che essa possa avvicinarsi il più rapidamente possibile, mercè un continuo progresso, all'applicazione della legge che deve governarla. Tale è la missione dellaGiovane Europa.17. Ogni popolo ha una missione sociale, per cui coopera al compimento della missione generale dell'Umanità. La Nazionalità è sacra.18. Ogni signoria ingiusta, ogni violenza, ogni atto di egoismo, esercitato a danno di un popolo è violazione della libertà, dell'Eguaglianza, della fratellanza dei popoli. Tutti i popoli sono solidari, e devono aiutarsi a vicenda, perchè tale abuso finisca.19. L'umanità non sarà veramente costituita, se non quando tutti i popoli che la compongono, avendo conquistato il libero esercizio della loro Sovranità, saranno associati in una confederazione per indirizzarsi, sotto l'impero d'una dichiarazione diprincipîe di un patto comune, allo stesso fine proclamando, e applicando la legge morale universale...». Tali i principî sopra i quali, Italiani, Francesi, Tedeschi, Ungheresi, Polacchi, sino dal 1835, gettavano le basi dellaNuova Europa. Ora dopo lotte combattute per oltre cinquant'anni, il principio della Nazionalità ha trionfato, e alla Monarchia per diritto divino è succeduto il Monarcato per diritto del popolo e dei plebisciti. Ciò che allora sembrava un sogno di pochi entusiasti.Quando potrà realizzarsi l'altro sogno: la federazione Europea?Fata trahunt.[3]Nel discorso pronunziato dal conte de Mun, ricevuto all'Accademia il 12 marzo, sembra che secondo gli Apostoli della sacrestia, la Francia avanzi sempre di grado nella armata pontificia. Prima era semplice figlia della Chiesa, poi divenne soldato, ora, secondo le parole del Conte,è promossaaSergent de l'Église.[4]L'Ebreo, diceRenan, è meno il prodotto di una razza, che quello di una tradizione, è meno l'opera della carne, che dello spirito; venne formato e fabbricato da suoi libri e da suoi riti. E Anatole Leroy-Beaulieu scrive, che l'Ariano e il Semita sono fratelli, ambo appartengono alla grande razza caucasica mediterranea, che aspira al Governo del mondo.(V. Revue des deux Mondes. Maggio 1891).[5]Israel, diceva il padre Giacinto in una sua predica, è il primo popolo che siasi elevato alla conoscenza dell'unità di Dio. Da quel giorno Israel è divenuto padre della religione-umanità. Il cristianesimo non è che un ramo innestato sopra il suo tronco. E Renan scrive: L'ebreo ha fondato Dio: pure nessun popolo si occupò meno di lui nel disputare intorno a Dio: e fu quello un tratto non solo di buon senso, ma di genio, scegliere a fondamento della comunione religiosa la pratica, non il domma.[6]«Pure sono le sue opere, tutte le sue vie sono Giustizia, nè in lui è fallacia. Giusto e retto egli è». Questo è il domma e riassume l'intero catechismo dell'Ebreo (Deut.XXXII).[7]Ecco le parole, colle quali questa uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge fu, da oltre tre mila anni, proclamata dal legislatore Ebreo: «Vi sarà una stessa giustizia, una sola legge per voi e per lo straniero che dimora in mezzo a voi. Egli è il vostro uguale innanzi a Dio». (Esodo 23,5—Levitico 15,34—Deut. Cap. 21-V-I).[8]Angebat iras, scrive Tacito,quod soli Judaei non cessissent.[9]Purgatorio c. 32, v. 125 e segg.[10]Id. c. 32, v. 149 e segg.[11]Il Sig. Brunetière, in un articoloinscritonellaRevue des deux MondesintitolatoAprès le procès, nel quale però si guarda dal parlare del processo, attribuisce alla scienza l'origine dell'antisemitismo.Questo, in buon italiano, si chiamerebbe gettare nel podere altrui i sassi che fanno inciampo nel proprio; quali le vere cause dell'antisemitismo già accennammo e meglio chiariremo in questo stesso capitolo. Il nuovo direttore dellaRevueriportò poscia poche linee di Renan in appoggio della sua tesi sull'inferiorità della razza semitica. Con sofismisifattitentò ingannare, sviare le menti, per coprire e scolpare i delinquenti veri, come accadde nel processo Dreyfus. Nè l'antropologia, nè l'etnografia e la linguistica sono causa di brutture siffatte.Antico amico del grande scrittore Renan, io lo sentii parlare sempre con ammirazione degli Ebrei, della loro forza nella lotta secolare, intelligenza e attività. Ripetendo la frase biblica, egli dice nell'Histoire d'Israel: «Le Juifétait destiné plutôt à servir de levain au progrès dans tous les pays, qu'à former une patrie séparée dans un point du globe».Lo stesso illustre pensatore Brunetière, parlando della Bibbia, il libro in cui viveIsraelle, così si esprime: «Il y a quelque chose dans l'Histoire du peuple de Dieu qui ne se trouve dans aucune autre; quelque ambition qu'on ait affectée de la rabattre sur le plan des autres histoires, elle y résiste, elle en a triomphé».(Revue des deux Mondes, 1 febbraio 1895).[12]Dopo Antiochio Epifane, scrive Renan nell'Histoire d'Israel, l'Ebreo ha la febbre del Messia, partorisce il Cristianesimo, sospiro dei secoli.Vedi Renan:Le Juif comme race et comme religion,Revue des deux Mondes, 1 maggio 1883.[13]Intorno ai doveri dei Cristiani verso gli Ebrei, giovami ricordare alcuni brani del discorso pronunziato daDisraeli, discutendosi nel Parlamento Inglese la mozione per accordare agli Israeliti i diritti politici.«Io mi levai, diceva, in ogni occasione, a difendere gli Ebrei, perchè secondo me, la razza ebrea è quella verso cui il genere umano ha maggiori obblighi e doveri.«Allorchè io sento oppormi che l'ammissione degli Ebrei distruggerebbe il carattere cristiano di questa assemblea, io dico che appunto per essere voiun'assemblea cristiana, voi dovete accoglierli in mezzo a voi. Quando io considero ciò che noi dobbiamo ad essi, che colla loro storia, le loro leggi, le loro poesie, noi fummo educati, consolati, ordinati; quando io mi sollevo col pensiero ad altre idee d'un carattere più sacro che qui non giova esaminare, io dichiaro, che come Cristiano non posso respingere le istanze di una razza, alla quale i Cristiani sono debitori di tanti benefizi.«Vi ha un'altra ragione per cui io desidero, che i diritti degli Ebrei sieno riconosciuti in Inghilterra; ed è che tutti quei paesi nei quali essi furono perseguitati, furono alla loro volta colpiti nella loro potenza ed energia. Ed è cotesto per me un segno visibile della protezione che Dio concede a questo popolo.«D'altronde, questa è tale una razza, che può aspettare; e se i suoi diritti non sono riconosciuti oggi, non sparirà domani. È un popolo antico, popolo famoso, che perdura e terminerà sempre per raggiungere i suoi scopi».[14]Chi possiede il bandolo di questa matassa e potrebbe portare piena la luce in mezzo a tanta oscurità, che si tenta, con ogni arte, d'infittire, sarebbero alcuni diplomatici. Ma vorranno o potranno essi osare? Vorranno essi obbedire, meglio che alle riserve imposte, ai calcoli, o interessi della professione, alla voce della propria coscienza, al grido della giustizia? Ad essi spetta indicare il vero colpevole, rompere il silenzio con cui, ora più che mai, si tenta di avvolgere esepellirela verità.Ogni viltà convien che qui sia morta.DanteInf. II.[15]Ecco il quadro, che traccia della Francia in questo momento angoscioso per quanti amano questo nobile paese, uno dei suoi scrittori più elevati e indipendenti, il Guyot, nel giornaleLe Siècle:«Nemici mascherati, velati divengono ogni giorno più baldanzosi, più impudenti, più provocatori. Senza osare di attaccarci a fronte aperta, essi si ricercano, si coalizzano, si riconoscono come antichi allievi dei Gesuiti. I circoli cattolici danno la prima scossa e procurano di agitare la piazza, raccolgono e trovano complici per quest'opera nefasta uomini, che sotto pretesto di patriottismo, tentano di ricostituire l'esercito boulangista, cotesta banda la quale, or sono qualche anno, tentò di rendersi padrona di Parigi; questioni di religione ci fanno retrocedere d'oltre cento anni e sono un vitupero per la civiltà e per lo spirito umano. Morte all'Ebreo, si grida nelle strade e nel palazzo di giustizia, nel santuario della legge, in Parigi, nella città-Luce, senza che la coscienza pubblica ne sia sorpresa e turbata! Domani si griderà: morte ai protestanti. Perchè no? Già lo hanno tentato.[16]Isaia, cap. 54, 55.[17]Età rea,soleva appellarsi dai nostri scrittori e poeti del medio Evo e del Rinascimento, come Dante, Petrarca, Cecco d'Ascoli, Boccaccio, Macchiavelli, l'èra nuova e cristiana, contrapposta all'èraantica e romana, la quale appellavanoetàbuona.Soleva Roma che il buon tempo feo.Dante,Purg. XVI.[18]Due croci, secondoun'antica leggendaebraica, si sono innalzate sopra Gerusalemme, negli ultimi tempi della sua lotta contro Roma. L'una sorse sulla vetta del Calvario, parola che significa monte Calvo, od arido; l'altra sulla vetta del Morìa, ossia monte di Dio, monte delle visioni, o dell'avvenire.Esse simboleggiavano la vita d'Israello nei secoli. La prima, l'Era del Paganesimo che finiva; la seconda, l'Era nuova che stava per aprirsi.Due croci, due olocausti. Gli Ebrei, per la loro origine, la loro legge e avversione agli idoli e alla divinità di Cesare, erano tacciati di deicidio.Avendo essirifiutato di adorare Cesare come dio. Perciò i Romani in un solo giorno fecero inchiodare due mila Ebrei, nelle varie provincie della Siria, sopra la Croce. Ma non potendo uccidere il dio ebreo, perchè tutto spirito, si vendicarono col crocefiggere Cristo che lo rappresentava, e voleva elevarsi come mediatore tra il Paganesimo e il Monoteismo.Infatto, alla morte di Cristo, corse un grido sopra tutto il mondo pagano: «Il gran Pane è morto». Inoltre Cristo contrapponeva a Cesare-dio, che rappresentava la violenza, l'arbitrio, la guerra, un nuovo ideale del divino, concepito e nato dal seno del popolo ebreo, il Dio di carità, di rassegnazione, di conciliazione e d'amore.La sua croce significava ilsacrificioindividuale; quella elevata sul Morìa, ilsacrifiziocollettivo, quello di un popolo: l'una il deicidio, l'altra il popolocidio.L'uno durò poche ore di passione e di sofferenze; l'altro dovrà durare per secoli come ad espiare le colpe dell'intera umanità, in ogni parte della terra, significa e porta in sè il sacrifizio universale.—Il Cristo-popolo, allargato all'Umanità. Cristo aveva dettosul Calvario:consummatum est; Israel, il popolo, sul Morìa, sotto le macerie di Gerusalemme, esclamò:Non tutto è finito, tutto è da ricominciare. Esso non volle morire del tutto, ma si sottrasse a' suoi carnefici, entrando nel sepolcro, simile ad Hiram, simbolo dell'operaio eterno, l'operaio intelligente, il quale portò seco nel sepolcro aperto sotto il limitare del Tempio, laparola smarrita; la quale dovrà essere svelata a suo tempo, come parola di redenzione per tutti gli oppressi e ideseredati.Ricercare la parola smarrita è l'enimma forte che, nella nuova Era, si sono proposte molte eresie e i sodalizi secreti,come i Gnostici, i Manichei, gli Albigesi, i Templari, le diverse Massonerie nei loro riti.Qual'è quella parola misteriosa?Secondo l'avviso di alcuni, sarebbeGiustizia. Ma l'idea dovrà divenire realtà: la realtà è l'idea fatta uomo; incarnata in un popolo; per assurgere a forza. Ora, il mezzo per tradurla in forza, sarà l'associazione. Questa la forza per ottenere, con la giustizia il miglioramento fisico, morale, intellettuale di tutte le classi, di tutti i popoli. I due termini,Giustizia,mercè l'Associazione, si compenetrano, si concretano in un solo, che omai domina l'età nuova; Verbo sul quale passando l'afflato del Divino che purifica, innalza ed avviva, divenuto passione e sentimento, potrà sollevarsi come formula, simbolo e labaro di religione futura.[pg 64]

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I.

L'Olocausto eterno.E l'età rea17non tramontata è ancora!Mille passar sulla mia fronte indomitaEd anni novecento, e ad ogni etadeSul carro da rabbiosi lupi trattoE luridi sciacalli, ed ogni giornoMi flagellar, più sempre imperversando,Con dardi, con torture e spasmi atroci.Ed io pur sempre in mio pensiero chiuso,Qual dentro inoppugnabile fortezza,Che perfurror di torbininon crolla,Sotto iltalondel vil che mi calcava,[pg 50]Mi rialzava, in mia fè securo,Più giovane e più forte. E fu mio sprezzoA miei tiranni rabbia, a me vendetta.***Or qui, nella ferale isola, sacraAl nume loro, squallida, desertaDa ogni consorzio umano, e tomba ai vivi,Chiusa tra roccie e l'onde dell'averno,Mi gettaro, e gravandomi di ferri,Sussuraro con vil ghigno ferino:«Dispera e muori».Ed una vil plebagliaDi briachi in cenci, di vendute lanze,Di sicofanti a prezzo e di segugi,Gavazzanti in bordelli ed in mercato,Ove si vende e si baratta a prezzoGiustizia e libertà, uomini e Dio,Pur di bruttarmi d'odi e dicalunie,Orditaun'infernal tramanel buio,Ghignando, ripetêr: «Dispera e muori.»***E tu l'udisti, o mar che mi circondi,E voi l'udiste, tormentate roccie,Algide, algose; e tu l'udisti, o terra,Che di miasmi pestilenti pregna,Sotto i miei piè ti stendi e mi ravvolgi,Qual funereo lenzuolo,—e non mi uccidi.E voi, rupi, e voi, monti ancor l'udiste,[pg 51]Nè vi siete dai cardini divelti,Tal ch'io sparissi, fra i rottami vostri,Sepolto? E tu non ti levasti, o mare,A denunziar l'empia calunia ai venti,E i venti a piaggie, ad isole lontane;Tal che, qual ripercosso suon sì spandaDi cielo in cielo, egrïdiad ogni popolo:«Non grazia, non pietade,—ma giustizia.«—Si regge sol per la giustizia il mondo».***E qui tutto è silenzio. Anch'essi i ventiPosan su l'ale. E se pur han sussurri,Quei sussurri si cangiano in singulti,Ed il singulto in gemito,—e s'estingue:Tomba non soffre che la turbi il pianto.Cupa qui regna, faticosa, eterna,Solitudine muta,—e mi domando:Vivo od estinto io son? e questo locoÈ bolgia di dannati o cimitero,E bara, che le spoglie algide sface?Cade pei vivi il sole, e doman sorgePer essi ancor. Per me non v'ha domani.Brancolo d'ombra in ombra, ed io pur ombra.E pur, fra tanta tenebra che aghiaccia,Tremulo un lume,—vagola, e una voceVibra, e mi scende in core.—E che? fia vero?O non è questa, illusion de' sensiEgri, fallaci? O non è vacua bolla,Cui l'aria allarga, ed incolora, e rompe?[pg 52]Pur quel lume s'avanza. Pari a raggio,Che dagli ultimi cieli giù calato,I secoli e gli spazi valicando,Dopo lungo cammin, la terra attinge,A me s'appressa. Illumina la mente,E penetra nel cuor.—È la parolaDegli arciavoli miei? Oh! parla, parla!—«Assorgi, o imbelle, schiudi gli occhi e mira».Ed una visïone a me s'apria.

E l'età rea17non tramontata è ancora!Mille passar sulla mia fronte indomitaEd anni novecento, e ad ogni etadeSul carro da rabbiosi lupi trattoE luridi sciacalli, ed ogni giornoMi flagellar, più sempre imperversando,Con dardi, con torture e spasmi atroci.Ed io pur sempre in mio pensiero chiuso,Qual dentro inoppugnabile fortezza,Che perfurror di torbininon crolla,Sotto iltalondel vil che mi calcava,[pg 50]Mi rialzava, in mia fè securo,Più giovane e più forte. E fu mio sprezzoA miei tiranni rabbia, a me vendetta.

E l'età rea17non tramontata è ancora!Mille passar sulla mia fronte indomitaEd anni novecento, e ad ogni etadeSul carro da rabbiosi lupi trattoE luridi sciacalli, ed ogni giornoMi flagellar, più sempre imperversando,Con dardi, con torture e spasmi atroci.Ed io pur sempre in mio pensiero chiuso,Qual dentro inoppugnabile fortezza,Che perfurror di torbininon crolla,Sotto iltalondel vil che mi calcava,[pg 50]Mi rialzava, in mia fè securo,Più giovane e più forte. E fu mio sprezzoA miei tiranni rabbia, a me vendetta.

E l'età rea17non tramontata è ancora!

Mille passar sulla mia fronte indomita

Ed anni novecento, e ad ogni etade

Sul carro da rabbiosi lupi tratto

E luridi sciacalli, ed ogni giorno

Mi flagellar, più sempre imperversando,

Con dardi, con torture e spasmi atroci.

Ed io pur sempre in mio pensiero chiuso,

Qual dentro inoppugnabile fortezza,

Che perfurror di torbininon crolla,

Sotto iltalondel vil che mi calcava,

[pg 50]

Mi rialzava, in mia fè securo,

Più giovane e più forte. E fu mio sprezzo

A miei tiranni rabbia, a me vendetta.

***Or qui, nella ferale isola, sacraAl nume loro, squallida, desertaDa ogni consorzio umano, e tomba ai vivi,Chiusa tra roccie e l'onde dell'averno,Mi gettaro, e gravandomi di ferri,Sussuraro con vil ghigno ferino:«Dispera e muori».Ed una vil plebagliaDi briachi in cenci, di vendute lanze,Di sicofanti a prezzo e di segugi,Gavazzanti in bordelli ed in mercato,Ove si vende e si baratta a prezzoGiustizia e libertà, uomini e Dio,Pur di bruttarmi d'odi e dicalunie,Orditaun'infernal tramanel buio,Ghignando, ripetêr: «Dispera e muori.»***E tu l'udisti, o mar che mi circondi,E voi l'udiste, tormentate roccie,Algide, algose; e tu l'udisti, o terra,Che di miasmi pestilenti pregna,Sotto i miei piè ti stendi e mi ravvolgi,Qual funereo lenzuolo,—e non mi uccidi.E voi, rupi, e voi, monti ancor l'udiste,[pg 51]Nè vi siete dai cardini divelti,Tal ch'io sparissi, fra i rottami vostri,Sepolto? E tu non ti levasti, o mare,A denunziar l'empia calunia ai venti,E i venti a piaggie, ad isole lontane;Tal che, qual ripercosso suon sì spandaDi cielo in cielo, egrïdiad ogni popolo:«Non grazia, non pietade,—ma giustizia.«—Si regge sol per la giustizia il mondo».***E qui tutto è silenzio. Anch'essi i ventiPosan su l'ale. E se pur han sussurri,Quei sussurri si cangiano in singulti,Ed il singulto in gemito,—e s'estingue:Tomba non soffre che la turbi il pianto.Cupa qui regna, faticosa, eterna,Solitudine muta,—e mi domando:Vivo od estinto io son? e questo locoÈ bolgia di dannati o cimitero,E bara, che le spoglie algide sface?Cade pei vivi il sole, e doman sorgePer essi ancor. Per me non v'ha domani.Brancolo d'ombra in ombra, ed io pur ombra.E pur, fra tanta tenebra che aghiaccia,Tremulo un lume,—vagola, e una voceVibra, e mi scende in core.—E che? fia vero?O non è questa, illusion de' sensiEgri, fallaci? O non è vacua bolla,Cui l'aria allarga, ed incolora, e rompe?[pg 52]Pur quel lume s'avanza. Pari a raggio,Che dagli ultimi cieli giù calato,I secoli e gli spazi valicando,Dopo lungo cammin, la terra attinge,A me s'appressa. Illumina la mente,E penetra nel cuor.—È la parolaDegli arciavoli miei? Oh! parla, parla!—«Assorgi, o imbelle, schiudi gli occhi e mira».Ed una visïone a me s'apria.

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Or qui, nella ferale isola, sacraAl nume loro, squallida, desertaDa ogni consorzio umano, e tomba ai vivi,Chiusa tra roccie e l'onde dell'averno,Mi gettaro, e gravandomi di ferri,Sussuraro con vil ghigno ferino:«Dispera e muori».Ed una vil plebagliaDi briachi in cenci, di vendute lanze,Di sicofanti a prezzo e di segugi,Gavazzanti in bordelli ed in mercato,Ove si vende e si baratta a prezzoGiustizia e libertà, uomini e Dio,Pur di bruttarmi d'odi e dicalunie,Orditaun'infernal tramanel buio,Ghignando, ripetêr: «Dispera e muori.»

Or qui, nella ferale isola, sacra

Al nume loro, squallida, deserta

Da ogni consorzio umano, e tomba ai vivi,

Chiusa tra roccie e l'onde dell'averno,

Mi gettaro, e gravandomi di ferri,

Sussuraro con vil ghigno ferino:

«Dispera e muori».

Ed una vil plebaglia

Ed una vil plebaglia

Di briachi in cenci, di vendute lanze,

Di sicofanti a prezzo e di segugi,

Gavazzanti in bordelli ed in mercato,

Ove si vende e si baratta a prezzo

Giustizia e libertà, uomini e Dio,

Pur di bruttarmi d'odi e dicalunie,

Orditaun'infernal tramanel buio,

Ghignando, ripetêr: «Dispera e muori.»

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E tu l'udisti, o mar che mi circondi,E voi l'udiste, tormentate roccie,Algide, algose; e tu l'udisti, o terra,Che di miasmi pestilenti pregna,Sotto i miei piè ti stendi e mi ravvolgi,Qual funereo lenzuolo,—e non mi uccidi.E voi, rupi, e voi, monti ancor l'udiste,[pg 51]Nè vi siete dai cardini divelti,Tal ch'io sparissi, fra i rottami vostri,Sepolto? E tu non ti levasti, o mare,A denunziar l'empia calunia ai venti,E i venti a piaggie, ad isole lontane;Tal che, qual ripercosso suon sì spandaDi cielo in cielo, egrïdiad ogni popolo:«Non grazia, non pietade,—ma giustizia.«—Si regge sol per la giustizia il mondo».

E tu l'udisti, o mar che mi circondi,

E voi l'udiste, tormentate roccie,

Algide, algose; e tu l'udisti, o terra,

Che di miasmi pestilenti pregna,

Sotto i miei piè ti stendi e mi ravvolgi,

Qual funereo lenzuolo,—e non mi uccidi.

E voi, rupi, e voi, monti ancor l'udiste,

[pg 51]

Nè vi siete dai cardini divelti,

Tal ch'io sparissi, fra i rottami vostri,

Sepolto? E tu non ti levasti, o mare,

A denunziar l'empia calunia ai venti,

E i venti a piaggie, ad isole lontane;

Tal che, qual ripercosso suon sì spanda

Di cielo in cielo, egrïdiad ogni popolo:

«Non grazia, non pietade,—ma giustizia.

«—Si regge sol per la giustizia il mondo».

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E qui tutto è silenzio. Anch'essi i ventiPosan su l'ale. E se pur han sussurri,Quei sussurri si cangiano in singulti,Ed il singulto in gemito,—e s'estingue:Tomba non soffre che la turbi il pianto.Cupa qui regna, faticosa, eterna,Solitudine muta,—e mi domando:Vivo od estinto io son? e questo locoÈ bolgia di dannati o cimitero,E bara, che le spoglie algide sface?Cade pei vivi il sole, e doman sorgePer essi ancor. Per me non v'ha domani.Brancolo d'ombra in ombra, ed io pur ombra.E pur, fra tanta tenebra che aghiaccia,Tremulo un lume,—vagola, e una voceVibra, e mi scende in core.—E che? fia vero?O non è questa, illusion de' sensiEgri, fallaci? O non è vacua bolla,Cui l'aria allarga, ed incolora, e rompe?[pg 52]Pur quel lume s'avanza. Pari a raggio,Che dagli ultimi cieli giù calato,I secoli e gli spazi valicando,Dopo lungo cammin, la terra attinge,A me s'appressa. Illumina la mente,E penetra nel cuor.—È la parolaDegli arciavoli miei? Oh! parla, parla!—«Assorgi, o imbelle, schiudi gli occhi e mira».Ed una visïone a me s'apria.

E qui tutto è silenzio. Anch'essi i venti

Posan su l'ale. E se pur han sussurri,

Quei sussurri si cangiano in singulti,

Ed il singulto in gemito,—e s'estingue:

Tomba non soffre che la turbi il pianto.

Cupa qui regna, faticosa, eterna,

Solitudine muta,—e mi domando:

Vivo od estinto io son? e questo loco

È bolgia di dannati o cimitero,

E bara, che le spoglie algide sface?

Cade pei vivi il sole, e doman sorge

Per essi ancor. Per me non v'ha domani.

Brancolo d'ombra in ombra, ed io pur ombra.

E pur, fra tanta tenebra che aghiaccia,

Tremulo un lume,—vagola, e una voce

Vibra, e mi scende in core.—E che? fia vero?

O non è questa, illusion de' sensi

Egri, fallaci? O non è vacua bolla,

Cui l'aria allarga, ed incolora, e rompe?

[pg 52]

Pur quel lume s'avanza. Pari a raggio,

Che dagli ultimi cieli giù calato,

I secoli e gli spazi valicando,

Dopo lungo cammin, la terra attinge,

A me s'appressa. Illumina la mente,

E penetra nel cuor.—È la parola

Degli arciavoli miei? Oh! parla, parla!

—«Assorgi, o imbelle, schiudi gli occhi e mira».

Ed una visïone a me s'apria.

II.

Le due visioni.In mezzo a vasta, popolosa piazzasorgeva un circo, e in mezzo al circo un rogo.Turba d'uomini, donne, popolani,S'affannano, da pio zelo sospinti,A portare sugli omeri ricurviRami stroncati, ed aride fascine.E all'opra li sospingono i chiercutiMonaci e sacerdoti, a ciò che sorga,Degna del Dio d'amor, l'ampia catasta,Che manda il reo fra demoni combusto.Corrono intorno in lungo ordine, filaDi palchi, di loggiati, da pomposiDrappi coperti e adorni. In alto brillaL'iberica corona, colla croceDi quel Dio, che redime e che perdona.Nella piazza, appo il circo, in ogni via,[pg 53]S'accalca e ondeggia rumorosa follaD'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni gente,Qui ritta, colà incurva, qui prostesa,Lì sui tetti erpicata e sulle torri,Del promesso spettacolo in attesa.Il Re, le dame, i prenci, i cavalieriIn ricche vesti seriche, dorate,Assisi in aurei seggi, sorridenti,Attendono che il sacro ludo s'apra.Entran gli araldi, suonano le trombe;Indi silenzio.—Avanzano gli attori.Deh! Cesare dov'è?, fra me dicea,Ove gli edili, i gladiatori? DondeLe belveirromperrannoin mezzo al circo,I chiomati lioni, le pantere,Che fean grandi e terribili le areneDell'Impero e di Roma?—L'età nuovaÈ mansueta e pia; dal sangue abborre,Ed incruente è il rito. Lunghe fila,Sacre a Maria, di vergine sorelle,Procedean lenti e umili; indi il corteoDi tonsurati, in tunica, osannando:Il divin sacramento, i baldacchini,Il gran Labaro, ondeggiano per l'aure,Al lor passaggio, cadono le turbeInginocchiate, ed alle sacre laudiRispondon salmeggiando. In mezzo a questaSanta milizia chiusa, taciturnaSchiera procede, con fronte dimessa,Di vecchi, adulti, femmine e bambini.[pg 54]Han scalzi i piedi, nuda la persona,Se non che le ravvolge un saio neroDi fiamme e rossi demoni dipinto,Che lor dal collo sino al piè discende.Birri, aguzzini a lor stan stretti al fianco.Chi pur s'indugia nel cammin dolente,Col pungiglion, con uncinate verghe,Il birro ad intimargli: «Avanza, avanza!»Torta al collo una corda, e ciascun recaUn cero acceso in mano.Al circo giuntiLe madri spasimanti, che il bambinoTengono stretto al sen, gli adulti, i figliChe all'egro padre, all'avolo cadenteReggono il passo, floride fanciulle,Raggiante il volto di bellezza e vita,Si collocàro al tetro rogo intorno.Vider gli sgherri, che piantar le traviSulla catasta preparata; videroSoffiar sul rogo, e cumular carboniDi resina cosparsi; e i primi crepitiInteser delle legna arse, fumanti,E gli urli delle plebi: «Al foco, al foco!»Dagli sgherri le vittime sospinteFuron cacciate entro la pira ardente;Nel volto si guardar senza far motto.Negro un lenzuol di fumo in pria gli avvolse,Poi sugl'arsi carbon, gli aridi roviSerpeggiaron le fiamme, e crepitando,Rosolavan le piante: Ed essi, ritti,[pg 55]Assorti in Lui, non dier crollo, nè lagno.Poi divampando, vibrano le lingueDi fuoco, crescon rapide, comburonoLe polpe, ne ghermiscon le ginocchia,E quai branchi di vipere, con spireTortuose, s'avvolgono ai lor fianchi,Succhiando carni ed ossa. In mezzo ai sibiliDei venti, che fra vortici coruschiFischian sbattuti, pïetose vociEmergon fuori e l'aure empion di lai:«Dai profondi, Signore, dai profondiA te clamo...»e ricascon soffocate...«Osanna, osanna», intuonano le turbe,Ed i prelati, mentre che i lacerti,Delle abbruciate vittime sul rogo,Con roco tonfo, cascono disfatti.La piras'adimava: Tutta intornoTaceva, allor che subito per l'aureCorrere udissi, misterioso, un grido.«In te, Signore, in te, tutto m'immergo,Teco m'accogli,—e sulla terra pace!»Onde il flebile sorse grido eccelso?Da quel mucchio di cenere e cadaveriChe dal truce martir santificatiGià s'ergevano in alto?—o fu parolaDal ciel discesa, verbo dell'Eterno,Che dalla morte suscita la vita?Echeggiò sulla piazza,—Come lampo,Le menti rischiarando ottenebrate,[pg 56]Popolo e grandi scosse. Esterrefatti,«Miserere, gridaro, miserere».Poi caddero in ginocchio,—si segnaro...I prelati riprendere tentaronoLe cantiche, gli osanna,—Niun rispose.Di quà, di là, si spersero le turbeSgomente e silenziose. Ed io sentia,Sentia per l'aure, qual dall'ampie arcateDel Tempio, allor che il divosagrifizioDell'ostia consacrata si rinnova,Si confondon più note in un concento,Qual s'uniscon più raggi in una luce,Così quei salmi, gemiti e preghierePoggiando in alto, a sfere ognor più pure,S'ergean, congiunte in un sol inno, in Dio.***La visïone sparve.In me raccoltoStava pensoso ed atterrito,—quandoUna voce degli avoli, che intornoM'alleggiavan pietosi,—mi riscosse;«Sorgi, tuonò: L'istoria eterna è questa.Apri gli sguardi della mente,—e mira...»Novella visione a me si schiuse.***Era in Sion,—sul monte di Morìa,Nel cortile del Tempio.—A me di fronteS'ergeano ancora, come ai tempi antichi,[pg 57]Iachim e Boas, le mistiche colonne;E spaziava in mezzo a lor tuttoraIl vasto mar di bronzo,—e presso al mare,A modo dell'altar del sagrifizio,S'alzava un'arca.E su di lei che vidi?Stava sull'ara steso un gran vegliardo;Bianca e lunga la barba, giù dal mentoSino a terra scendeva,—quai viticciAttortigliati d'edera, giravaIntorno all'arca,—e tutta la copria;Aspre catene aveva al collo attorte,E dal collo pendenti, ai fianchi, ai piedi,Tenevan la persona immobilmenteAl duro marmo e alle pareti avvinta.Avea quel veglio ambo le braccia stese,L'una ver l'ostro e l'altra ver l'occaso,Sì che 'l capo, e il tronco, e le due braccia,Porgean l'immago di vivente croce.Tutto era buio.—Ma dagli occhi suoiPartiva ad ora ad or luce sì fulgidaChe, qual di notte subito baleno,Tempio, cortile, altare illuminava.Io stavo fisso in esso con arcanoSenso d'affetto e di pietà,—quand'ecco,Con subito fragor, si spalancaroLe porte del vestibolo, ed irruppeUn guerrier. Avea d'elmo sfolgorante,Con l'aquila imperiale, il capo cinto,E brandendo l'acciar s'appressa all'ara;[pg 58]Sul vegliardo calatolo, ne fendeIl destro braccio,—e ne sega le vene:Caldo proruppe il sangue,—e qual fiumanaGorgogliando,—giù scese dal Morìa.Poi crebbe nel cammin, s'aprì in torrente,Pei colli dilagando e piani aperti,Ovunque di quell'onda fecondantePassa il tesoro,—germina la terra.Scorre sul Morto Mar, di messe ondeggia;Si stende sul deserto, e l'arse sabbieFioriscono qual rosa, e nel suo corsoÈ tutto moto e vita.Un altro ignotoPenetra nel vestibolo del Tempio;Tacito e cautosguisciaappo l'altare:A la sembianza appar faccia d'uom giusto,Maestoso è l'aspetto; L'Efod sacroEd il pontifical paludamentoCrescon decoro a quell'aspetto augusto.S'appressa all'ara... Tien dentro le piegheDella vesta, un pugnal nudo celato,L'afferra,—e ratto nel sinistro braccioDella vittima eterna, sino all'elsa,Tre volte e tre lo immerge.—Sprizza il sangue,Del sacerdote sopra il volto balza,Tocca appena quel volto, si trasformaIn fiele ed in veleno. Egli compresoDa subito terror, fugge, si ascondeNei velami dell'ara. Il sangue scorreDall'arca nel cortile,—e dal cortile[pg 59]All'occaso si spande, a flutti, a fiume,E si scava una foce, scende al mare,Sposando le spumanti onde vermiglieAl vivo azzurreggiar dell'Oceàno,Lontane isole attinge e continenti;E cittadi obliate e città spente,Scote, ridesta, suscita alla vita.Altre non note scopre,—e splenderannoFaro di luce e libertade al mondo.***E già la mente mia correr sentivaIl soffio animator dell'aspettataAura primaveril, che farà sgombriDi pregiudizi i popoli venturi...Quand'ecco giù, lontan, cupo, un sussurro,Strepito d'orgie, d'ululi, minaccie,D'armi di guerra.—Una perduta genteDi sicari, di sgherri, di lenoni,Da postriboli uscita e da taverne;Un'accozzagliasenza onor, nè fede,Di sacerdoti e nobili impinguatiPer furto, per mendacio, per versatoNella guerra civil sangue fraterno,Or stretti in lega insiem, per opre infami,Irrupper nel vestibolo del Tempio.Di leve, picche, di pugnali armatiNè scardinar le mistiche colonne,Sul veglio s'avventar, imbavagliarloTentaro, e soffocarne entro le fauci[pg 60]La parola, il sospir, sì ch'ei si spengaSenza traccia lasciar sopra la terra,Sdegnoso li guardava e non moriva:E raddoppiar gli strazi e le torture...Ed ei sereno e fiero,—non moriva.Anzi più forte per crescente vita...Fatti allor più furenti, altri suppliziInventar contro il veglio intemerato;Avventar sozza e lurida canaglia,Che di rapine cupida e di sangueAccaneggiarocon sacrileghe artiDi mendacie e calunnie. A lapidarloSi dier furenti in cenere converseAbbandonarne poi le membra ai venti.Allor, siccome suol igne compressoNei convulsi crateri, spalancossiLa terra, e le colonne svelte e l'arcaCol veglio, entro gl'aperti gorghi accolseNel sen materno, e li coprì pietosa...Colà staranno, inviolati, sinoChe il giorno atteso spunti,—e la parolaSmarrita si ritrovi,—e splenda alfine,18Messaggierad'amor, di pace, ai mondi...«E tu, dubiti, imbelle?—Sorgi e spera!»[pg 61]

In mezzo a vasta, popolosa piazzasorgeva un circo, e in mezzo al circo un rogo.Turba d'uomini, donne, popolani,S'affannano, da pio zelo sospinti,A portare sugli omeri ricurviRami stroncati, ed aride fascine.E all'opra li sospingono i chiercutiMonaci e sacerdoti, a ciò che sorga,Degna del Dio d'amor, l'ampia catasta,Che manda il reo fra demoni combusto.Corrono intorno in lungo ordine, filaDi palchi, di loggiati, da pomposiDrappi coperti e adorni. In alto brillaL'iberica corona, colla croceDi quel Dio, che redime e che perdona.Nella piazza, appo il circo, in ogni via,[pg 53]S'accalca e ondeggia rumorosa follaD'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni gente,Qui ritta, colà incurva, qui prostesa,Lì sui tetti erpicata e sulle torri,Del promesso spettacolo in attesa.Il Re, le dame, i prenci, i cavalieriIn ricche vesti seriche, dorate,Assisi in aurei seggi, sorridenti,Attendono che il sacro ludo s'apra.Entran gli araldi, suonano le trombe;Indi silenzio.—Avanzano gli attori.Deh! Cesare dov'è?, fra me dicea,Ove gli edili, i gladiatori? DondeLe belveirromperrannoin mezzo al circo,I chiomati lioni, le pantere,Che fean grandi e terribili le areneDell'Impero e di Roma?—L'età nuovaÈ mansueta e pia; dal sangue abborre,Ed incruente è il rito. Lunghe fila,Sacre a Maria, di vergine sorelle,Procedean lenti e umili; indi il corteoDi tonsurati, in tunica, osannando:Il divin sacramento, i baldacchini,Il gran Labaro, ondeggiano per l'aure,Al lor passaggio, cadono le turbeInginocchiate, ed alle sacre laudiRispondon salmeggiando. In mezzo a questaSanta milizia chiusa, taciturnaSchiera procede, con fronte dimessa,Di vecchi, adulti, femmine e bambini.[pg 54]Han scalzi i piedi, nuda la persona,Se non che le ravvolge un saio neroDi fiamme e rossi demoni dipinto,Che lor dal collo sino al piè discende.Birri, aguzzini a lor stan stretti al fianco.Chi pur s'indugia nel cammin dolente,Col pungiglion, con uncinate verghe,Il birro ad intimargli: «Avanza, avanza!»Torta al collo una corda, e ciascun recaUn cero acceso in mano.Al circo giuntiLe madri spasimanti, che il bambinoTengono stretto al sen, gli adulti, i figliChe all'egro padre, all'avolo cadenteReggono il passo, floride fanciulle,Raggiante il volto di bellezza e vita,Si collocàro al tetro rogo intorno.Vider gli sgherri, che piantar le traviSulla catasta preparata; videroSoffiar sul rogo, e cumular carboniDi resina cosparsi; e i primi crepitiInteser delle legna arse, fumanti,E gli urli delle plebi: «Al foco, al foco!»Dagli sgherri le vittime sospinteFuron cacciate entro la pira ardente;Nel volto si guardar senza far motto.Negro un lenzuol di fumo in pria gli avvolse,Poi sugl'arsi carbon, gli aridi roviSerpeggiaron le fiamme, e crepitando,Rosolavan le piante: Ed essi, ritti,[pg 55]Assorti in Lui, non dier crollo, nè lagno.Poi divampando, vibrano le lingueDi fuoco, crescon rapide, comburonoLe polpe, ne ghermiscon le ginocchia,E quai branchi di vipere, con spireTortuose, s'avvolgono ai lor fianchi,Succhiando carni ed ossa. In mezzo ai sibiliDei venti, che fra vortici coruschiFischian sbattuti, pïetose vociEmergon fuori e l'aure empion di lai:«Dai profondi, Signore, dai profondiA te clamo...»e ricascon soffocate...«Osanna, osanna», intuonano le turbe,Ed i prelati, mentre che i lacerti,Delle abbruciate vittime sul rogo,Con roco tonfo, cascono disfatti.La piras'adimava: Tutta intornoTaceva, allor che subito per l'aureCorrere udissi, misterioso, un grido.«In te, Signore, in te, tutto m'immergo,Teco m'accogli,—e sulla terra pace!»Onde il flebile sorse grido eccelso?Da quel mucchio di cenere e cadaveriChe dal truce martir santificatiGià s'ergevano in alto?—o fu parolaDal ciel discesa, verbo dell'Eterno,Che dalla morte suscita la vita?Echeggiò sulla piazza,—Come lampo,Le menti rischiarando ottenebrate,[pg 56]Popolo e grandi scosse. Esterrefatti,«Miserere, gridaro, miserere».Poi caddero in ginocchio,—si segnaro...I prelati riprendere tentaronoLe cantiche, gli osanna,—Niun rispose.Di quà, di là, si spersero le turbeSgomente e silenziose. Ed io sentia,Sentia per l'aure, qual dall'ampie arcateDel Tempio, allor che il divosagrifizioDell'ostia consacrata si rinnova,Si confondon più note in un concento,Qual s'uniscon più raggi in una luce,Così quei salmi, gemiti e preghierePoggiando in alto, a sfere ognor più pure,S'ergean, congiunte in un sol inno, in Dio.***La visïone sparve.In me raccoltoStava pensoso ed atterrito,—quandoUna voce degli avoli, che intornoM'alleggiavan pietosi,—mi riscosse;«Sorgi, tuonò: L'istoria eterna è questa.Apri gli sguardi della mente,—e mira...»Novella visione a me si schiuse.***Era in Sion,—sul monte di Morìa,Nel cortile del Tempio.—A me di fronteS'ergeano ancora, come ai tempi antichi,[pg 57]Iachim e Boas, le mistiche colonne;E spaziava in mezzo a lor tuttoraIl vasto mar di bronzo,—e presso al mare,A modo dell'altar del sagrifizio,S'alzava un'arca.E su di lei che vidi?Stava sull'ara steso un gran vegliardo;Bianca e lunga la barba, giù dal mentoSino a terra scendeva,—quai viticciAttortigliati d'edera, giravaIntorno all'arca,—e tutta la copria;Aspre catene aveva al collo attorte,E dal collo pendenti, ai fianchi, ai piedi,Tenevan la persona immobilmenteAl duro marmo e alle pareti avvinta.Avea quel veglio ambo le braccia stese,L'una ver l'ostro e l'altra ver l'occaso,Sì che 'l capo, e il tronco, e le due braccia,Porgean l'immago di vivente croce.Tutto era buio.—Ma dagli occhi suoiPartiva ad ora ad or luce sì fulgidaChe, qual di notte subito baleno,Tempio, cortile, altare illuminava.Io stavo fisso in esso con arcanoSenso d'affetto e di pietà,—quand'ecco,Con subito fragor, si spalancaroLe porte del vestibolo, ed irruppeUn guerrier. Avea d'elmo sfolgorante,Con l'aquila imperiale, il capo cinto,E brandendo l'acciar s'appressa all'ara;[pg 58]Sul vegliardo calatolo, ne fendeIl destro braccio,—e ne sega le vene:Caldo proruppe il sangue,—e qual fiumanaGorgogliando,—giù scese dal Morìa.Poi crebbe nel cammin, s'aprì in torrente,Pei colli dilagando e piani aperti,Ovunque di quell'onda fecondantePassa il tesoro,—germina la terra.Scorre sul Morto Mar, di messe ondeggia;Si stende sul deserto, e l'arse sabbieFioriscono qual rosa, e nel suo corsoÈ tutto moto e vita.Un altro ignotoPenetra nel vestibolo del Tempio;Tacito e cautosguisciaappo l'altare:A la sembianza appar faccia d'uom giusto,Maestoso è l'aspetto; L'Efod sacroEd il pontifical paludamentoCrescon decoro a quell'aspetto augusto.S'appressa all'ara... Tien dentro le piegheDella vesta, un pugnal nudo celato,L'afferra,—e ratto nel sinistro braccioDella vittima eterna, sino all'elsa,Tre volte e tre lo immerge.—Sprizza il sangue,Del sacerdote sopra il volto balza,Tocca appena quel volto, si trasformaIn fiele ed in veleno. Egli compresoDa subito terror, fugge, si ascondeNei velami dell'ara. Il sangue scorreDall'arca nel cortile,—e dal cortile[pg 59]All'occaso si spande, a flutti, a fiume,E si scava una foce, scende al mare,Sposando le spumanti onde vermiglieAl vivo azzurreggiar dell'Oceàno,Lontane isole attinge e continenti;E cittadi obliate e città spente,Scote, ridesta, suscita alla vita.Altre non note scopre,—e splenderannoFaro di luce e libertade al mondo.***E già la mente mia correr sentivaIl soffio animator dell'aspettataAura primaveril, che farà sgombriDi pregiudizi i popoli venturi...Quand'ecco giù, lontan, cupo, un sussurro,Strepito d'orgie, d'ululi, minaccie,D'armi di guerra.—Una perduta genteDi sicari, di sgherri, di lenoni,Da postriboli uscita e da taverne;Un'accozzagliasenza onor, nè fede,Di sacerdoti e nobili impinguatiPer furto, per mendacio, per versatoNella guerra civil sangue fraterno,Or stretti in lega insiem, per opre infami,Irrupper nel vestibolo del Tempio.Di leve, picche, di pugnali armatiNè scardinar le mistiche colonne,Sul veglio s'avventar, imbavagliarloTentaro, e soffocarne entro le fauci[pg 60]La parola, il sospir, sì ch'ei si spengaSenza traccia lasciar sopra la terra,Sdegnoso li guardava e non moriva:E raddoppiar gli strazi e le torture...Ed ei sereno e fiero,—non moriva.Anzi più forte per crescente vita...Fatti allor più furenti, altri suppliziInventar contro il veglio intemerato;Avventar sozza e lurida canaglia,Che di rapine cupida e di sangueAccaneggiarocon sacrileghe artiDi mendacie e calunnie. A lapidarloSi dier furenti in cenere converseAbbandonarne poi le membra ai venti.Allor, siccome suol igne compressoNei convulsi crateri, spalancossiLa terra, e le colonne svelte e l'arcaCol veglio, entro gl'aperti gorghi accolseNel sen materno, e li coprì pietosa...Colà staranno, inviolati, sinoChe il giorno atteso spunti,—e la parolaSmarrita si ritrovi,—e splenda alfine,18Messaggierad'amor, di pace, ai mondi...«E tu, dubiti, imbelle?—Sorgi e spera!»

In mezzo a vasta, popolosa piazzasorgeva un circo, e in mezzo al circo un rogo.Turba d'uomini, donne, popolani,S'affannano, da pio zelo sospinti,A portare sugli omeri ricurviRami stroncati, ed aride fascine.E all'opra li sospingono i chiercutiMonaci e sacerdoti, a ciò che sorga,Degna del Dio d'amor, l'ampia catasta,Che manda il reo fra demoni combusto.Corrono intorno in lungo ordine, filaDi palchi, di loggiati, da pomposiDrappi coperti e adorni. In alto brillaL'iberica corona, colla croceDi quel Dio, che redime e che perdona.Nella piazza, appo il circo, in ogni via,[pg 53]S'accalca e ondeggia rumorosa follaD'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni gente,Qui ritta, colà incurva, qui prostesa,Lì sui tetti erpicata e sulle torri,Del promesso spettacolo in attesa.Il Re, le dame, i prenci, i cavalieriIn ricche vesti seriche, dorate,Assisi in aurei seggi, sorridenti,Attendono che il sacro ludo s'apra.Entran gli araldi, suonano le trombe;Indi silenzio.—Avanzano gli attori.Deh! Cesare dov'è?, fra me dicea,Ove gli edili, i gladiatori? DondeLe belveirromperrannoin mezzo al circo,I chiomati lioni, le pantere,Che fean grandi e terribili le areneDell'Impero e di Roma?—L'età nuovaÈ mansueta e pia; dal sangue abborre,Ed incruente è il rito. Lunghe fila,Sacre a Maria, di vergine sorelle,Procedean lenti e umili; indi il corteoDi tonsurati, in tunica, osannando:Il divin sacramento, i baldacchini,Il gran Labaro, ondeggiano per l'aure,Al lor passaggio, cadono le turbeInginocchiate, ed alle sacre laudiRispondon salmeggiando. In mezzo a questaSanta milizia chiusa, taciturnaSchiera procede, con fronte dimessa,Di vecchi, adulti, femmine e bambini.[pg 54]Han scalzi i piedi, nuda la persona,Se non che le ravvolge un saio neroDi fiamme e rossi demoni dipinto,Che lor dal collo sino al piè discende.Birri, aguzzini a lor stan stretti al fianco.Chi pur s'indugia nel cammin dolente,Col pungiglion, con uncinate verghe,Il birro ad intimargli: «Avanza, avanza!»Torta al collo una corda, e ciascun recaUn cero acceso in mano.Al circo giuntiLe madri spasimanti, che il bambinoTengono stretto al sen, gli adulti, i figliChe all'egro padre, all'avolo cadenteReggono il passo, floride fanciulle,Raggiante il volto di bellezza e vita,Si collocàro al tetro rogo intorno.Vider gli sgherri, che piantar le traviSulla catasta preparata; videroSoffiar sul rogo, e cumular carboniDi resina cosparsi; e i primi crepitiInteser delle legna arse, fumanti,E gli urli delle plebi: «Al foco, al foco!»Dagli sgherri le vittime sospinteFuron cacciate entro la pira ardente;Nel volto si guardar senza far motto.Negro un lenzuol di fumo in pria gli avvolse,Poi sugl'arsi carbon, gli aridi roviSerpeggiaron le fiamme, e crepitando,Rosolavan le piante: Ed essi, ritti,[pg 55]Assorti in Lui, non dier crollo, nè lagno.Poi divampando, vibrano le lingueDi fuoco, crescon rapide, comburonoLe polpe, ne ghermiscon le ginocchia,E quai branchi di vipere, con spireTortuose, s'avvolgono ai lor fianchi,Succhiando carni ed ossa. In mezzo ai sibiliDei venti, che fra vortici coruschiFischian sbattuti, pïetose vociEmergon fuori e l'aure empion di lai:«Dai profondi, Signore, dai profondiA te clamo...»e ricascon soffocate...«Osanna, osanna», intuonano le turbe,Ed i prelati, mentre che i lacerti,Delle abbruciate vittime sul rogo,Con roco tonfo, cascono disfatti.La piras'adimava: Tutta intornoTaceva, allor che subito per l'aureCorrere udissi, misterioso, un grido.«In te, Signore, in te, tutto m'immergo,Teco m'accogli,—e sulla terra pace!»Onde il flebile sorse grido eccelso?Da quel mucchio di cenere e cadaveriChe dal truce martir santificatiGià s'ergevano in alto?—o fu parolaDal ciel discesa, verbo dell'Eterno,Che dalla morte suscita la vita?Echeggiò sulla piazza,—Come lampo,Le menti rischiarando ottenebrate,[pg 56]Popolo e grandi scosse. Esterrefatti,«Miserere, gridaro, miserere».Poi caddero in ginocchio,—si segnaro...I prelati riprendere tentaronoLe cantiche, gli osanna,—Niun rispose.Di quà, di là, si spersero le turbeSgomente e silenziose. Ed io sentia,Sentia per l'aure, qual dall'ampie arcateDel Tempio, allor che il divosagrifizioDell'ostia consacrata si rinnova,Si confondon più note in un concento,Qual s'uniscon più raggi in una luce,Così quei salmi, gemiti e preghierePoggiando in alto, a sfere ognor più pure,S'ergean, congiunte in un sol inno, in Dio.

In mezzo a vasta, popolosa piazza

sorgeva un circo, e in mezzo al circo un rogo.

Turba d'uomini, donne, popolani,

S'affannano, da pio zelo sospinti,

A portare sugli omeri ricurvi

Rami stroncati, ed aride fascine.

E all'opra li sospingono i chiercuti

Monaci e sacerdoti, a ciò che sorga,

Degna del Dio d'amor, l'ampia catasta,

Che manda il reo fra demoni combusto.

Corrono intorno in lungo ordine, fila

Di palchi, di loggiati, da pomposi

Drappi coperti e adorni. In alto brilla

L'iberica corona, colla croce

Di quel Dio, che redime e che perdona.

Nella piazza, appo il circo, in ogni via,

[pg 53]

S'accalca e ondeggia rumorosa folla

D'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni gente,

Qui ritta, colà incurva, qui prostesa,

Lì sui tetti erpicata e sulle torri,

Del promesso spettacolo in attesa.

Il Re, le dame, i prenci, i cavalieri

In ricche vesti seriche, dorate,

Assisi in aurei seggi, sorridenti,

Attendono che il sacro ludo s'apra.

Entran gli araldi, suonano le trombe;

Indi silenzio.—Avanzano gli attori.

Deh! Cesare dov'è?, fra me dicea,

Ove gli edili, i gladiatori? Donde

Le belveirromperrannoin mezzo al circo,

I chiomati lioni, le pantere,

Che fean grandi e terribili le arene

Dell'Impero e di Roma?—L'età nuova

È mansueta e pia; dal sangue abborre,

Ed incruente è il rito. Lunghe fila,

Sacre a Maria, di vergine sorelle,

Procedean lenti e umili; indi il corteo

Di tonsurati, in tunica, osannando:

Il divin sacramento, i baldacchini,

Il gran Labaro, ondeggiano per l'aure,

Al lor passaggio, cadono le turbe

Inginocchiate, ed alle sacre laudi

Rispondon salmeggiando. In mezzo a questa

Santa milizia chiusa, taciturna

Schiera procede, con fronte dimessa,

Di vecchi, adulti, femmine e bambini.

[pg 54]

Han scalzi i piedi, nuda la persona,

Se non che le ravvolge un saio nero

Di fiamme e rossi demoni dipinto,

Che lor dal collo sino al piè discende.

Birri, aguzzini a lor stan stretti al fianco.

Chi pur s'indugia nel cammin dolente,

Col pungiglion, con uncinate verghe,

Il birro ad intimargli: «Avanza, avanza!»

Torta al collo una corda, e ciascun reca

Un cero acceso in mano.

Al circo giunti

Al circo giunti

Le madri spasimanti, che il bambino

Tengono stretto al sen, gli adulti, i figli

Che all'egro padre, all'avolo cadente

Reggono il passo, floride fanciulle,

Raggiante il volto di bellezza e vita,

Si collocàro al tetro rogo intorno.

Vider gli sgherri, che piantar le travi

Sulla catasta preparata; videro

Soffiar sul rogo, e cumular carboni

Di resina cosparsi; e i primi crepiti

Inteser delle legna arse, fumanti,

E gli urli delle plebi: «Al foco, al foco!»

Dagli sgherri le vittime sospinte

Furon cacciate entro la pira ardente;

Nel volto si guardar senza far motto.

Negro un lenzuol di fumo in pria gli avvolse,

Poi sugl'arsi carbon, gli aridi rovi

Serpeggiaron le fiamme, e crepitando,

Rosolavan le piante: Ed essi, ritti,

[pg 55]

Assorti in Lui, non dier crollo, nè lagno.

Poi divampando, vibrano le lingue

Di fuoco, crescon rapide, comburono

Le polpe, ne ghermiscon le ginocchia,

E quai branchi di vipere, con spire

Tortuose, s'avvolgono ai lor fianchi,

Succhiando carni ed ossa. In mezzo ai sibili

Dei venti, che fra vortici coruschi

Fischian sbattuti, pïetose voci

Emergon fuori e l'aure empion di lai:

«Dai profondi, Signore, dai profondi

A te clamo...»

e ricascon soffocate...

e ricascon soffocate...

«Osanna, osanna», intuonano le turbe,

Ed i prelati, mentre che i lacerti,

Delle abbruciate vittime sul rogo,

Con roco tonfo, cascono disfatti.

La piras'adimava: Tutta intorno

Taceva, allor che subito per l'aure

Correre udissi, misterioso, un grido.

«In te, Signore, in te, tutto m'immergo,

Teco m'accogli,—e sulla terra pace!»

Onde il flebile sorse grido eccelso?

Da quel mucchio di cenere e cadaveri

Che dal truce martir santificati

Già s'ergevano in alto?—o fu parola

Dal ciel discesa, verbo dell'Eterno,

Che dalla morte suscita la vita?

Echeggiò sulla piazza,—Come lampo,

Le menti rischiarando ottenebrate,

[pg 56]

Popolo e grandi scosse. Esterrefatti,

«Miserere, gridaro, miserere».

Poi caddero in ginocchio,—si segnaro...

I prelati riprendere tentarono

Le cantiche, gli osanna,—Niun rispose.

Di quà, di là, si spersero le turbe

Sgomente e silenziose. Ed io sentia,

Sentia per l'aure, qual dall'ampie arcate

Del Tempio, allor che il divosagrifizio

Dell'ostia consacrata si rinnova,

Si confondon più note in un concento,

Qual s'uniscon più raggi in una luce,

Così quei salmi, gemiti e preghiere

Poggiando in alto, a sfere ognor più pure,

S'ergean, congiunte in un sol inno, in Dio.

***

*

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La visïone sparve.In me raccoltoStava pensoso ed atterrito,—quandoUna voce degli avoli, che intornoM'alleggiavan pietosi,—mi riscosse;«Sorgi, tuonò: L'istoria eterna è questa.Apri gli sguardi della mente,—e mira...»Novella visione a me si schiuse.

La visïone sparve.

In me raccolto

In me raccolto

Stava pensoso ed atterrito,—quando

Una voce degli avoli, che intorno

M'alleggiavan pietosi,—mi riscosse;

«Sorgi, tuonò: L'istoria eterna è questa.

Apri gli sguardi della mente,—e mira...»

Novella visione a me si schiuse.

***

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Era in Sion,—sul monte di Morìa,Nel cortile del Tempio.—A me di fronteS'ergeano ancora, come ai tempi antichi,[pg 57]Iachim e Boas, le mistiche colonne;E spaziava in mezzo a lor tuttoraIl vasto mar di bronzo,—e presso al mare,A modo dell'altar del sagrifizio,S'alzava un'arca.E su di lei che vidi?Stava sull'ara steso un gran vegliardo;Bianca e lunga la barba, giù dal mentoSino a terra scendeva,—quai viticciAttortigliati d'edera, giravaIntorno all'arca,—e tutta la copria;Aspre catene aveva al collo attorte,E dal collo pendenti, ai fianchi, ai piedi,Tenevan la persona immobilmenteAl duro marmo e alle pareti avvinta.Avea quel veglio ambo le braccia stese,L'una ver l'ostro e l'altra ver l'occaso,Sì che 'l capo, e il tronco, e le due braccia,Porgean l'immago di vivente croce.Tutto era buio.—Ma dagli occhi suoiPartiva ad ora ad or luce sì fulgidaChe, qual di notte subito baleno,Tempio, cortile, altare illuminava.Io stavo fisso in esso con arcanoSenso d'affetto e di pietà,—quand'ecco,Con subito fragor, si spalancaroLe porte del vestibolo, ed irruppeUn guerrier. Avea d'elmo sfolgorante,Con l'aquila imperiale, il capo cinto,E brandendo l'acciar s'appressa all'ara;[pg 58]Sul vegliardo calatolo, ne fendeIl destro braccio,—e ne sega le vene:Caldo proruppe il sangue,—e qual fiumanaGorgogliando,—giù scese dal Morìa.Poi crebbe nel cammin, s'aprì in torrente,Pei colli dilagando e piani aperti,Ovunque di quell'onda fecondantePassa il tesoro,—germina la terra.Scorre sul Morto Mar, di messe ondeggia;Si stende sul deserto, e l'arse sabbieFioriscono qual rosa, e nel suo corsoÈ tutto moto e vita.Un altro ignotoPenetra nel vestibolo del Tempio;Tacito e cautosguisciaappo l'altare:A la sembianza appar faccia d'uom giusto,Maestoso è l'aspetto; L'Efod sacroEd il pontifical paludamentoCrescon decoro a quell'aspetto augusto.S'appressa all'ara... Tien dentro le piegheDella vesta, un pugnal nudo celato,L'afferra,—e ratto nel sinistro braccioDella vittima eterna, sino all'elsa,Tre volte e tre lo immerge.—Sprizza il sangue,Del sacerdote sopra il volto balza,Tocca appena quel volto, si trasformaIn fiele ed in veleno. Egli compresoDa subito terror, fugge, si ascondeNei velami dell'ara. Il sangue scorreDall'arca nel cortile,—e dal cortile[pg 59]All'occaso si spande, a flutti, a fiume,E si scava una foce, scende al mare,Sposando le spumanti onde vermiglieAl vivo azzurreggiar dell'Oceàno,Lontane isole attinge e continenti;E cittadi obliate e città spente,Scote, ridesta, suscita alla vita.Altre non note scopre,—e splenderannoFaro di luce e libertade al mondo.

Era in Sion,—sul monte di Morìa,

Nel cortile del Tempio.—A me di fronte

S'ergeano ancora, come ai tempi antichi,

[pg 57]

Iachim e Boas, le mistiche colonne;

E spaziava in mezzo a lor tuttora

Il vasto mar di bronzo,—e presso al mare,

A modo dell'altar del sagrifizio,

S'alzava un'arca.

E su di lei che vidi?

E su di lei che vidi?

Stava sull'ara steso un gran vegliardo;

Bianca e lunga la barba, giù dal mento

Sino a terra scendeva,—quai viticci

Attortigliati d'edera, girava

Intorno all'arca,—e tutta la copria;

Aspre catene aveva al collo attorte,

E dal collo pendenti, ai fianchi, ai piedi,

Tenevan la persona immobilmente

Al duro marmo e alle pareti avvinta.

Avea quel veglio ambo le braccia stese,

L'una ver l'ostro e l'altra ver l'occaso,

Sì che 'l capo, e il tronco, e le due braccia,

Porgean l'immago di vivente croce.

Tutto era buio.—Ma dagli occhi suoi

Partiva ad ora ad or luce sì fulgida

Che, qual di notte subito baleno,

Tempio, cortile, altare illuminava.

Io stavo fisso in esso con arcano

Senso d'affetto e di pietà,—quand'ecco,

Con subito fragor, si spalancaro

Le porte del vestibolo, ed irruppe

Un guerrier. Avea d'elmo sfolgorante,

Con l'aquila imperiale, il capo cinto,

E brandendo l'acciar s'appressa all'ara;

[pg 58]

Sul vegliardo calatolo, ne fende

Il destro braccio,—e ne sega le vene:

Caldo proruppe il sangue,—e qual fiumana

Gorgogliando,—giù scese dal Morìa.

Poi crebbe nel cammin, s'aprì in torrente,

Pei colli dilagando e piani aperti,

Ovunque di quell'onda fecondante

Passa il tesoro,—germina la terra.

Scorre sul Morto Mar, di messe ondeggia;

Si stende sul deserto, e l'arse sabbie

Fioriscono qual rosa, e nel suo corso

È tutto moto e vita.

Un altro ignoto

Un altro ignoto

Penetra nel vestibolo del Tempio;

Tacito e cautosguisciaappo l'altare:

A la sembianza appar faccia d'uom giusto,

Maestoso è l'aspetto; L'Efod sacro

Ed il pontifical paludamento

Crescon decoro a quell'aspetto augusto.

S'appressa all'ara... Tien dentro le pieghe

Della vesta, un pugnal nudo celato,

L'afferra,—e ratto nel sinistro braccio

Della vittima eterna, sino all'elsa,

Tre volte e tre lo immerge.—Sprizza il sangue,

Del sacerdote sopra il volto balza,

Tocca appena quel volto, si trasforma

In fiele ed in veleno. Egli compreso

Da subito terror, fugge, si asconde

Nei velami dell'ara. Il sangue scorre

Dall'arca nel cortile,—e dal cortile

[pg 59]

All'occaso si spande, a flutti, a fiume,

E si scava una foce, scende al mare,

Sposando le spumanti onde vermiglie

Al vivo azzurreggiar dell'Oceàno,

Lontane isole attinge e continenti;

E cittadi obliate e città spente,

Scote, ridesta, suscita alla vita.

Altre non note scopre,—e splenderanno

Faro di luce e libertade al mondo.

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E già la mente mia correr sentivaIl soffio animator dell'aspettataAura primaveril, che farà sgombriDi pregiudizi i popoli venturi...Quand'ecco giù, lontan, cupo, un sussurro,Strepito d'orgie, d'ululi, minaccie,D'armi di guerra.—Una perduta genteDi sicari, di sgherri, di lenoni,Da postriboli uscita e da taverne;Un'accozzagliasenza onor, nè fede,Di sacerdoti e nobili impinguatiPer furto, per mendacio, per versatoNella guerra civil sangue fraterno,Or stretti in lega insiem, per opre infami,Irrupper nel vestibolo del Tempio.Di leve, picche, di pugnali armatiNè scardinar le mistiche colonne,Sul veglio s'avventar, imbavagliarloTentaro, e soffocarne entro le fauci[pg 60]La parola, il sospir, sì ch'ei si spengaSenza traccia lasciar sopra la terra,Sdegnoso li guardava e non moriva:E raddoppiar gli strazi e le torture...Ed ei sereno e fiero,—non moriva.Anzi più forte per crescente vita...Fatti allor più furenti, altri suppliziInventar contro il veglio intemerato;Avventar sozza e lurida canaglia,Che di rapine cupida e di sangueAccaneggiarocon sacrileghe artiDi mendacie e calunnie. A lapidarloSi dier furenti in cenere converseAbbandonarne poi le membra ai venti.Allor, siccome suol igne compressoNei convulsi crateri, spalancossiLa terra, e le colonne svelte e l'arcaCol veglio, entro gl'aperti gorghi accolseNel sen materno, e li coprì pietosa...Colà staranno, inviolati, sinoChe il giorno atteso spunti,—e la parolaSmarrita si ritrovi,—e splenda alfine,18Messaggierad'amor, di pace, ai mondi...«E tu, dubiti, imbelle?—Sorgi e spera!»

E già la mente mia correr sentiva

Il soffio animator dell'aspettata

Aura primaveril, che farà sgombri

Di pregiudizi i popoli venturi...

Quand'ecco giù, lontan, cupo, un sussurro,

Strepito d'orgie, d'ululi, minaccie,

D'armi di guerra.—Una perduta gente

Di sicari, di sgherri, di lenoni,

Da postriboli uscita e da taverne;

Un'accozzagliasenza onor, nè fede,

Di sacerdoti e nobili impinguati

Per furto, per mendacio, per versato

Nella guerra civil sangue fraterno,

Or stretti in lega insiem, per opre infami,

Irrupper nel vestibolo del Tempio.

Di leve, picche, di pugnali armati

Nè scardinar le mistiche colonne,

Sul veglio s'avventar, imbavagliarlo

Tentaro, e soffocarne entro le fauci

[pg 60]

La parola, il sospir, sì ch'ei si spenga

Senza traccia lasciar sopra la terra,

Sdegnoso li guardava e non moriva:

E raddoppiar gli strazi e le torture...

Ed ei sereno e fiero,—non moriva.

Anzi più forte per crescente vita...

Fatti allor più furenti, altri supplizi

Inventar contro il veglio intemerato;

Avventar sozza e lurida canaglia,

Che di rapine cupida e di sangue

Accaneggiarocon sacrileghe arti

Di mendacie e calunnie. A lapidarlo

Si dier furenti in cenere converse

Abbandonarne poi le membra ai venti.

Allor, siccome suol igne compresso

Nei convulsi crateri, spalancossi

La terra, e le colonne svelte e l'arca

Col veglio, entro gl'aperti gorghi accolse

Nel sen materno, e li coprì pietosa...

Colà staranno, inviolati, sino

Che il giorno atteso spunti,—e la parola

Smarrita si ritrovi,—e splenda alfine,18

Messaggierad'amor, di pace, ai mondi...

«E tu, dubiti, imbelle?—Sorgi e spera!»

[pg 61]

III.

Grido d'Ambascia.Sperar! Sperare ancora? E che giovommiStancare, logorar le mie pupille,La tua luce cercando? Che mi valse,Le notti, i dì, scrutar le tue parole,Nei libri tuoi, nel ciel, nell'universo?[pg 62]Che la vita incolpabile? Che valseDi te, di te lo spirto sitibondo,Adorarti, cercarti, e le mie carniMacerar nei digiuni e nei flagelli?A te, per tanteetadi, supplichevoleProstendere le mani?—E tu, silente...E ricadevan sempre le preghiereAi piedi miei, qual foglie inariditeChe disperdono i venti. Te cercaiNella gloria e splendor dell'universo,E tu, nel manto di tue glorie avvolto,Impassibile, muto. All'uom mi volsi;Che mi diè l'uomo? Secoli d'ambascie,Cruenti orgogli, errori, odio e delitti.La terra, il cielo, sono immersi ancoraNell'anticocaosse. Atro l'abissoAll'abisso risponde,—il nulla al nulla:A me Calvario è il mondo. Sulla croce,Come olocausto eterno, io son confitto;Da milleetàdi, flagellato, io clamoInvocando giustizia... E che rispondeLa terra e il ciel? M'irridono le genti,E la giustizia han qui con me sepolta.«Perchè, per chi tu t'immolasti, o Cristo?»[pg 63]

Sperar! Sperare ancora? E che giovommiStancare, logorar le mie pupille,La tua luce cercando? Che mi valse,Le notti, i dì, scrutar le tue parole,Nei libri tuoi, nel ciel, nell'universo?[pg 62]Che la vita incolpabile? Che valseDi te, di te lo spirto sitibondo,Adorarti, cercarti, e le mie carniMacerar nei digiuni e nei flagelli?A te, per tanteetadi, supplichevoleProstendere le mani?—E tu, silente...E ricadevan sempre le preghiereAi piedi miei, qual foglie inariditeChe disperdono i venti. Te cercaiNella gloria e splendor dell'universo,E tu, nel manto di tue glorie avvolto,Impassibile, muto. All'uom mi volsi;Che mi diè l'uomo? Secoli d'ambascie,Cruenti orgogli, errori, odio e delitti.La terra, il cielo, sono immersi ancoraNell'anticocaosse. Atro l'abissoAll'abisso risponde,—il nulla al nulla:A me Calvario è il mondo. Sulla croce,Come olocausto eterno, io son confitto;Da milleetàdi, flagellato, io clamoInvocando giustizia... E che rispondeLa terra e il ciel? M'irridono le genti,E la giustizia han qui con me sepolta.«Perchè, per chi tu t'immolasti, o Cristo?»

Sperar! Sperare ancora? E che giovommiStancare, logorar le mie pupille,La tua luce cercando? Che mi valse,Le notti, i dì, scrutar le tue parole,Nei libri tuoi, nel ciel, nell'universo?[pg 62]Che la vita incolpabile? Che valseDi te, di te lo spirto sitibondo,Adorarti, cercarti, e le mie carniMacerar nei digiuni e nei flagelli?A te, per tanteetadi, supplichevoleProstendere le mani?—E tu, silente...E ricadevan sempre le preghiereAi piedi miei, qual foglie inariditeChe disperdono i venti. Te cercaiNella gloria e splendor dell'universo,E tu, nel manto di tue glorie avvolto,Impassibile, muto. All'uom mi volsi;Che mi diè l'uomo? Secoli d'ambascie,Cruenti orgogli, errori, odio e delitti.La terra, il cielo, sono immersi ancoraNell'anticocaosse. Atro l'abissoAll'abisso risponde,—il nulla al nulla:A me Calvario è il mondo. Sulla croce,Come olocausto eterno, io son confitto;Da milleetàdi, flagellato, io clamoInvocando giustizia... E che rispondeLa terra e il ciel? M'irridono le genti,E la giustizia han qui con me sepolta.«Perchè, per chi tu t'immolasti, o Cristo?»

Sperar! Sperare ancora? E che giovommi

Stancare, logorar le mie pupille,

La tua luce cercando? Che mi valse,

Le notti, i dì, scrutar le tue parole,

Nei libri tuoi, nel ciel, nell'universo?

[pg 62]

Che la vita incolpabile? Che valse

Di te, di te lo spirto sitibondo,

Adorarti, cercarti, e le mie carni

Macerar nei digiuni e nei flagelli?

A te, per tanteetadi, supplichevole

Prostendere le mani?—E tu, silente...

E ricadevan sempre le preghiere

Ai piedi miei, qual foglie inaridite

Che disperdono i venti. Te cercai

Nella gloria e splendor dell'universo,

E tu, nel manto di tue glorie avvolto,

Impassibile, muto. All'uom mi volsi;

Che mi diè l'uomo? Secoli d'ambascie,

Cruenti orgogli, errori, odio e delitti.

La terra, il cielo, sono immersi ancora

Nell'anticocaosse. Atro l'abisso

All'abisso risponde,—il nulla al nulla:

A me Calvario è il mondo. Sulla croce,

Come olocausto eterno, io son confitto;

Da milleetàdi, flagellato, io clamo

Invocando giustizia... E che risponde

La terra e il ciel? M'irridono le genti,

E la giustizia han qui con me sepolta.

«Perchè, per chi tu t'immolasti, o Cristo?»

[pg 63]

IV.

Nemesi!Così parlava il prigioniero, strettoIn catene, nell'Isola del Diavolo.E losfurìardei turbini fuggenti,Rifischiando dall'una all'altre roccie,Tra gli alberi sbattuti, e forre ed antri,Disperdevano i gridi e le preghiereDel solitario inascoltato. L'eco,Messeggieradel ciel, ne accolse il grido,Consegnandolo ai venti,—e i venti al mare,E il mar, coi larghi, impetuosi fluttiA le correnti, e queste, che solcavanoL'ampio per gli ocean cammin segnato,Le portavan, coi suoni ripercossiDei marosi, dall'una all'altra sponda,Con voci ognor crescenti. Sì chè pariAl tuon che, al dì nuovissimo, riscuotaI morti dal sepolcro, ad ogni genteL'alto dolor gridava e il gran misfatto,Tal ch'a pietade i popoli commossiInvochino giustizia.—E ripetevaIl mar sonante al cielo, all'Universo:«E tu perchè, per chi moristi, o Cristo?»[image]Note[1]Il nome di Pierre Leroux è abbastanza noto per le opere da lui pubblicate. Lo è meno quello di Charles Fauvety, morto a Asnières, l'11 febbraio 1894 all'età di 80 anni, circondato dall'affetto di tutti i cittadini.Scrittore elegante e profondo, era modestissimo. Non scriveva per vaghezza di rinomanza e di popolarità, ma per propagare le sue idee. Era l'apostolo del pensiero; faceva il bene pel bene. Filosofo spiritualista d'alto valore intellettuale e morale, apparteneva alla scuola socialista, che prevalse in Francia dal 1832 al 1851, la quale non mirava solo alle questioni materiali, al ventre, come il Socialismo attuale, ma si preoccupava sopratutto a formare l'uomo morale: Scuola, che fu via via rappresentata dalPhalanstere,la Phalange,la Democratie pacifique, fondòLe rappresentant du Peuplepoila Voix du Peuplee altri giornali. Collaborò coi suoi amici Michelet, Renouvier,l'Abbé Constant, Erdan in varie riviste,fondò il giornaleLa Solidarité, in cui espose più chiaramente le sue idee religiose, sociali, che interrotto dalle guerre del 1870 fu ripreso e continuato nel 1876 dallaReligion Laique, che divenne nel 1890 e sotto la direzione del suo discepolo,P. Verdad (Lessard)La Religion Universelle. Mandava nello stesso tempo importanti articoli al Giornale Italiano,La Ragione, in cui io collaborava con Ausonio Franchi. Degne di nota sono le sue opere intitolateNouvelle Rivelation, LaVie,e l'altraThéonomie, Démonstration de l'Existence de Dieu.La sua dottrina egli riassunse nel suo Testamento morale con queste parole:Credo alla solidarietà Universale. Voglio la Giustizia e fratellanza umana. Aspiro alla Perfezione. Dio unità suprema, legge universale, Ragione cosciente dell'Universo.Fu la sua vita, come quella di Benedetto Spinoza, la vita di un santo; ed io sono lieto di poterlo ricordare ancora alla Francia e all'Italia, e rendere un supremo omaggio all'amico, all'uomo integerrimo e al pensatore.[2]Ecco alcuni brani del programma di questa società fondata da Mazzini e da altri emigrati Tedeschi, Polacchi, Ungheresi e liberali Francesi nel 1835-1840 e che aveva il centro attivo in Parigi:«1. LaGiovane Europaè l'Associazione di tutti coloro, i quali credendo in un avvenire di libertà, d'eguaglianza, di fraternità per tutti gli uomini, vogliono consacrare i loro pensieri e l'opera loro a fondare l'avvenire.Principî comuni.2. Un soloIddio.Un solo padrone:la legge.Un solo interprete della legge: l'Umanità.3. Costituire l'umanità in guisa che essa possa avvicinarsi il più rapidamente possibile, mercè un continuo progresso, all'applicazione della legge che deve governarla. Tale è la missione dellaGiovane Europa.17. Ogni popolo ha una missione sociale, per cui coopera al compimento della missione generale dell'Umanità. La Nazionalità è sacra.18. Ogni signoria ingiusta, ogni violenza, ogni atto di egoismo, esercitato a danno di un popolo è violazione della libertà, dell'Eguaglianza, della fratellanza dei popoli. Tutti i popoli sono solidari, e devono aiutarsi a vicenda, perchè tale abuso finisca.19. L'umanità non sarà veramente costituita, se non quando tutti i popoli che la compongono, avendo conquistato il libero esercizio della loro Sovranità, saranno associati in una confederazione per indirizzarsi, sotto l'impero d'una dichiarazione diprincipîe di un patto comune, allo stesso fine proclamando, e applicando la legge morale universale...». Tali i principî sopra i quali, Italiani, Francesi, Tedeschi, Ungheresi, Polacchi, sino dal 1835, gettavano le basi dellaNuova Europa. Ora dopo lotte combattute per oltre cinquant'anni, il principio della Nazionalità ha trionfato, e alla Monarchia per diritto divino è succeduto il Monarcato per diritto del popolo e dei plebisciti. Ciò che allora sembrava un sogno di pochi entusiasti.Quando potrà realizzarsi l'altro sogno: la federazione Europea?Fata trahunt.[3]Nel discorso pronunziato dal conte de Mun, ricevuto all'Accademia il 12 marzo, sembra che secondo gli Apostoli della sacrestia, la Francia avanzi sempre di grado nella armata pontificia. Prima era semplice figlia della Chiesa, poi divenne soldato, ora, secondo le parole del Conte,è promossaaSergent de l'Église.[4]L'Ebreo, diceRenan, è meno il prodotto di una razza, che quello di una tradizione, è meno l'opera della carne, che dello spirito; venne formato e fabbricato da suoi libri e da suoi riti. E Anatole Leroy-Beaulieu scrive, che l'Ariano e il Semita sono fratelli, ambo appartengono alla grande razza caucasica mediterranea, che aspira al Governo del mondo.(V. Revue des deux Mondes. Maggio 1891).[5]Israel, diceva il padre Giacinto in una sua predica, è il primo popolo che siasi elevato alla conoscenza dell'unità di Dio. Da quel giorno Israel è divenuto padre della religione-umanità. Il cristianesimo non è che un ramo innestato sopra il suo tronco. E Renan scrive: L'ebreo ha fondato Dio: pure nessun popolo si occupò meno di lui nel disputare intorno a Dio: e fu quello un tratto non solo di buon senso, ma di genio, scegliere a fondamento della comunione religiosa la pratica, non il domma.[6]«Pure sono le sue opere, tutte le sue vie sono Giustizia, nè in lui è fallacia. Giusto e retto egli è». Questo è il domma e riassume l'intero catechismo dell'Ebreo (Deut.XXXII).[7]Ecco le parole, colle quali questa uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge fu, da oltre tre mila anni, proclamata dal legislatore Ebreo: «Vi sarà una stessa giustizia, una sola legge per voi e per lo straniero che dimora in mezzo a voi. Egli è il vostro uguale innanzi a Dio». (Esodo 23,5—Levitico 15,34—Deut. Cap. 21-V-I).[8]Angebat iras, scrive Tacito,quod soli Judaei non cessissent.[9]Purgatorio c. 32, v. 125 e segg.[10]Id. c. 32, v. 149 e segg.[11]Il Sig. Brunetière, in un articoloinscritonellaRevue des deux MondesintitolatoAprès le procès, nel quale però si guarda dal parlare del processo, attribuisce alla scienza l'origine dell'antisemitismo.Questo, in buon italiano, si chiamerebbe gettare nel podere altrui i sassi che fanno inciampo nel proprio; quali le vere cause dell'antisemitismo già accennammo e meglio chiariremo in questo stesso capitolo. Il nuovo direttore dellaRevueriportò poscia poche linee di Renan in appoggio della sua tesi sull'inferiorità della razza semitica. Con sofismisifattitentò ingannare, sviare le menti, per coprire e scolpare i delinquenti veri, come accadde nel processo Dreyfus. Nè l'antropologia, nè l'etnografia e la linguistica sono causa di brutture siffatte.Antico amico del grande scrittore Renan, io lo sentii parlare sempre con ammirazione degli Ebrei, della loro forza nella lotta secolare, intelligenza e attività. Ripetendo la frase biblica, egli dice nell'Histoire d'Israel: «Le Juifétait destiné plutôt à servir de levain au progrès dans tous les pays, qu'à former une patrie séparée dans un point du globe».Lo stesso illustre pensatore Brunetière, parlando della Bibbia, il libro in cui viveIsraelle, così si esprime: «Il y a quelque chose dans l'Histoire du peuple de Dieu qui ne se trouve dans aucune autre; quelque ambition qu'on ait affectée de la rabattre sur le plan des autres histoires, elle y résiste, elle en a triomphé».(Revue des deux Mondes, 1 febbraio 1895).[12]Dopo Antiochio Epifane, scrive Renan nell'Histoire d'Israel, l'Ebreo ha la febbre del Messia, partorisce il Cristianesimo, sospiro dei secoli.Vedi Renan:Le Juif comme race et comme religion,Revue des deux Mondes, 1 maggio 1883.[13]Intorno ai doveri dei Cristiani verso gli Ebrei, giovami ricordare alcuni brani del discorso pronunziato daDisraeli, discutendosi nel Parlamento Inglese la mozione per accordare agli Israeliti i diritti politici.«Io mi levai, diceva, in ogni occasione, a difendere gli Ebrei, perchè secondo me, la razza ebrea è quella verso cui il genere umano ha maggiori obblighi e doveri.«Allorchè io sento oppormi che l'ammissione degli Ebrei distruggerebbe il carattere cristiano di questa assemblea, io dico che appunto per essere voiun'assemblea cristiana, voi dovete accoglierli in mezzo a voi. Quando io considero ciò che noi dobbiamo ad essi, che colla loro storia, le loro leggi, le loro poesie, noi fummo educati, consolati, ordinati; quando io mi sollevo col pensiero ad altre idee d'un carattere più sacro che qui non giova esaminare, io dichiaro, che come Cristiano non posso respingere le istanze di una razza, alla quale i Cristiani sono debitori di tanti benefizi.«Vi ha un'altra ragione per cui io desidero, che i diritti degli Ebrei sieno riconosciuti in Inghilterra; ed è che tutti quei paesi nei quali essi furono perseguitati, furono alla loro volta colpiti nella loro potenza ed energia. Ed è cotesto per me un segno visibile della protezione che Dio concede a questo popolo.«D'altronde, questa è tale una razza, che può aspettare; e se i suoi diritti non sono riconosciuti oggi, non sparirà domani. È un popolo antico, popolo famoso, che perdura e terminerà sempre per raggiungere i suoi scopi».[14]Chi possiede il bandolo di questa matassa e potrebbe portare piena la luce in mezzo a tanta oscurità, che si tenta, con ogni arte, d'infittire, sarebbero alcuni diplomatici. Ma vorranno o potranno essi osare? Vorranno essi obbedire, meglio che alle riserve imposte, ai calcoli, o interessi della professione, alla voce della propria coscienza, al grido della giustizia? Ad essi spetta indicare il vero colpevole, rompere il silenzio con cui, ora più che mai, si tenta di avvolgere esepellirela verità.Ogni viltà convien che qui sia morta.DanteInf. II.[15]Ecco il quadro, che traccia della Francia in questo momento angoscioso per quanti amano questo nobile paese, uno dei suoi scrittori più elevati e indipendenti, il Guyot, nel giornaleLe Siècle:«Nemici mascherati, velati divengono ogni giorno più baldanzosi, più impudenti, più provocatori. Senza osare di attaccarci a fronte aperta, essi si ricercano, si coalizzano, si riconoscono come antichi allievi dei Gesuiti. I circoli cattolici danno la prima scossa e procurano di agitare la piazza, raccolgono e trovano complici per quest'opera nefasta uomini, che sotto pretesto di patriottismo, tentano di ricostituire l'esercito boulangista, cotesta banda la quale, or sono qualche anno, tentò di rendersi padrona di Parigi; questioni di religione ci fanno retrocedere d'oltre cento anni e sono un vitupero per la civiltà e per lo spirito umano. Morte all'Ebreo, si grida nelle strade e nel palazzo di giustizia, nel santuario della legge, in Parigi, nella città-Luce, senza che la coscienza pubblica ne sia sorpresa e turbata! Domani si griderà: morte ai protestanti. Perchè no? Già lo hanno tentato.[16]Isaia, cap. 54, 55.[17]Età rea,soleva appellarsi dai nostri scrittori e poeti del medio Evo e del Rinascimento, come Dante, Petrarca, Cecco d'Ascoli, Boccaccio, Macchiavelli, l'èra nuova e cristiana, contrapposta all'èraantica e romana, la quale appellavanoetàbuona.Soleva Roma che il buon tempo feo.Dante,Purg. XVI.[18]Due croci, secondoun'antica leggendaebraica, si sono innalzate sopra Gerusalemme, negli ultimi tempi della sua lotta contro Roma. L'una sorse sulla vetta del Calvario, parola che significa monte Calvo, od arido; l'altra sulla vetta del Morìa, ossia monte di Dio, monte delle visioni, o dell'avvenire.Esse simboleggiavano la vita d'Israello nei secoli. La prima, l'Era del Paganesimo che finiva; la seconda, l'Era nuova che stava per aprirsi.Due croci, due olocausti. Gli Ebrei, per la loro origine, la loro legge e avversione agli idoli e alla divinità di Cesare, erano tacciati di deicidio.Avendo essirifiutato di adorare Cesare come dio. Perciò i Romani in un solo giorno fecero inchiodare due mila Ebrei, nelle varie provincie della Siria, sopra la Croce. Ma non potendo uccidere il dio ebreo, perchè tutto spirito, si vendicarono col crocefiggere Cristo che lo rappresentava, e voleva elevarsi come mediatore tra il Paganesimo e il Monoteismo.Infatto, alla morte di Cristo, corse un grido sopra tutto il mondo pagano: «Il gran Pane è morto». Inoltre Cristo contrapponeva a Cesare-dio, che rappresentava la violenza, l'arbitrio, la guerra, un nuovo ideale del divino, concepito e nato dal seno del popolo ebreo, il Dio di carità, di rassegnazione, di conciliazione e d'amore.La sua croce significava ilsacrificioindividuale; quella elevata sul Morìa, ilsacrifiziocollettivo, quello di un popolo: l'una il deicidio, l'altra il popolocidio.L'uno durò poche ore di passione e di sofferenze; l'altro dovrà durare per secoli come ad espiare le colpe dell'intera umanità, in ogni parte della terra, significa e porta in sè il sacrifizio universale.—Il Cristo-popolo, allargato all'Umanità. Cristo aveva dettosul Calvario:consummatum est; Israel, il popolo, sul Morìa, sotto le macerie di Gerusalemme, esclamò:Non tutto è finito, tutto è da ricominciare. Esso non volle morire del tutto, ma si sottrasse a' suoi carnefici, entrando nel sepolcro, simile ad Hiram, simbolo dell'operaio eterno, l'operaio intelligente, il quale portò seco nel sepolcro aperto sotto il limitare del Tempio, laparola smarrita; la quale dovrà essere svelata a suo tempo, come parola di redenzione per tutti gli oppressi e ideseredati.Ricercare la parola smarrita è l'enimma forte che, nella nuova Era, si sono proposte molte eresie e i sodalizi secreti,come i Gnostici, i Manichei, gli Albigesi, i Templari, le diverse Massonerie nei loro riti.Qual'è quella parola misteriosa?Secondo l'avviso di alcuni, sarebbeGiustizia. Ma l'idea dovrà divenire realtà: la realtà è l'idea fatta uomo; incarnata in un popolo; per assurgere a forza. Ora, il mezzo per tradurla in forza, sarà l'associazione. Questa la forza per ottenere, con la giustizia il miglioramento fisico, morale, intellettuale di tutte le classi, di tutti i popoli. I due termini,Giustizia,mercè l'Associazione, si compenetrano, si concretano in un solo, che omai domina l'età nuova; Verbo sul quale passando l'afflato del Divino che purifica, innalza ed avviva, divenuto passione e sentimento, potrà sollevarsi come formula, simbolo e labaro di religione futura.[pg 64]

Così parlava il prigioniero, strettoIn catene, nell'Isola del Diavolo.E losfurìardei turbini fuggenti,Rifischiando dall'una all'altre roccie,Tra gli alberi sbattuti, e forre ed antri,Disperdevano i gridi e le preghiereDel solitario inascoltato. L'eco,Messeggieradel ciel, ne accolse il grido,Consegnandolo ai venti,—e i venti al mare,E il mar, coi larghi, impetuosi fluttiA le correnti, e queste, che solcavanoL'ampio per gli ocean cammin segnato,Le portavan, coi suoni ripercossiDei marosi, dall'una all'altra sponda,Con voci ognor crescenti. Sì chè pariAl tuon che, al dì nuovissimo, riscuotaI morti dal sepolcro, ad ogni genteL'alto dolor gridava e il gran misfatto,Tal ch'a pietade i popoli commossiInvochino giustizia.—E ripetevaIl mar sonante al cielo, all'Universo:«E tu perchè, per chi moristi, o Cristo?»

Così parlava il prigioniero, strettoIn catene, nell'Isola del Diavolo.E losfurìardei turbini fuggenti,Rifischiando dall'una all'altre roccie,Tra gli alberi sbattuti, e forre ed antri,Disperdevano i gridi e le preghiereDel solitario inascoltato. L'eco,Messeggieradel ciel, ne accolse il grido,Consegnandolo ai venti,—e i venti al mare,E il mar, coi larghi, impetuosi fluttiA le correnti, e queste, che solcavanoL'ampio per gli ocean cammin segnato,Le portavan, coi suoni ripercossiDei marosi, dall'una all'altra sponda,Con voci ognor crescenti. Sì chè pariAl tuon che, al dì nuovissimo, riscuotaI morti dal sepolcro, ad ogni genteL'alto dolor gridava e il gran misfatto,Tal ch'a pietade i popoli commossiInvochino giustizia.—E ripetevaIl mar sonante al cielo, all'Universo:«E tu perchè, per chi moristi, o Cristo?»

Così parlava il prigioniero, stretto

In catene, nell'Isola del Diavolo.

E losfurìardei turbini fuggenti,

Rifischiando dall'una all'altre roccie,

Tra gli alberi sbattuti, e forre ed antri,

Disperdevano i gridi e le preghiere

Del solitario inascoltato. L'eco,

Messeggieradel ciel, ne accolse il grido,

Consegnandolo ai venti,—e i venti al mare,

E il mar, coi larghi, impetuosi flutti

A le correnti, e queste, che solcavano

L'ampio per gli ocean cammin segnato,

Le portavan, coi suoni ripercossi

Dei marosi, dall'una all'altra sponda,

Con voci ognor crescenti. Sì chè pari

Al tuon che, al dì nuovissimo, riscuota

I morti dal sepolcro, ad ogni gente

L'alto dolor gridava e il gran misfatto,

Tal ch'a pietade i popoli commossi

Invochino giustizia.—E ripeteva

Il mar sonante al cielo, all'Universo:

«E tu perchè, per chi moristi, o Cristo?»

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Note[1]Il nome di Pierre Leroux è abbastanza noto per le opere da lui pubblicate. Lo è meno quello di Charles Fauvety, morto a Asnières, l'11 febbraio 1894 all'età di 80 anni, circondato dall'affetto di tutti i cittadini.Scrittore elegante e profondo, era modestissimo. Non scriveva per vaghezza di rinomanza e di popolarità, ma per propagare le sue idee. Era l'apostolo del pensiero; faceva il bene pel bene. Filosofo spiritualista d'alto valore intellettuale e morale, apparteneva alla scuola socialista, che prevalse in Francia dal 1832 al 1851, la quale non mirava solo alle questioni materiali, al ventre, come il Socialismo attuale, ma si preoccupava sopratutto a formare l'uomo morale: Scuola, che fu via via rappresentata dalPhalanstere,la Phalange,la Democratie pacifique, fondòLe rappresentant du Peuplepoila Voix du Peuplee altri giornali. Collaborò coi suoi amici Michelet, Renouvier,l'Abbé Constant, Erdan in varie riviste,fondò il giornaleLa Solidarité, in cui espose più chiaramente le sue idee religiose, sociali, che interrotto dalle guerre del 1870 fu ripreso e continuato nel 1876 dallaReligion Laique, che divenne nel 1890 e sotto la direzione del suo discepolo,P. Verdad (Lessard)La Religion Universelle. Mandava nello stesso tempo importanti articoli al Giornale Italiano,La Ragione, in cui io collaborava con Ausonio Franchi. Degne di nota sono le sue opere intitolateNouvelle Rivelation, LaVie,e l'altraThéonomie, Démonstration de l'Existence de Dieu.La sua dottrina egli riassunse nel suo Testamento morale con queste parole:Credo alla solidarietà Universale. Voglio la Giustizia e fratellanza umana. Aspiro alla Perfezione. Dio unità suprema, legge universale, Ragione cosciente dell'Universo.Fu la sua vita, come quella di Benedetto Spinoza, la vita di un santo; ed io sono lieto di poterlo ricordare ancora alla Francia e all'Italia, e rendere un supremo omaggio all'amico, all'uomo integerrimo e al pensatore.[2]Ecco alcuni brani del programma di questa società fondata da Mazzini e da altri emigrati Tedeschi, Polacchi, Ungheresi e liberali Francesi nel 1835-1840 e che aveva il centro attivo in Parigi:«1. LaGiovane Europaè l'Associazione di tutti coloro, i quali credendo in un avvenire di libertà, d'eguaglianza, di fraternità per tutti gli uomini, vogliono consacrare i loro pensieri e l'opera loro a fondare l'avvenire.Principî comuni.2. Un soloIddio.Un solo padrone:la legge.Un solo interprete della legge: l'Umanità.3. Costituire l'umanità in guisa che essa possa avvicinarsi il più rapidamente possibile, mercè un continuo progresso, all'applicazione della legge che deve governarla. Tale è la missione dellaGiovane Europa.17. Ogni popolo ha una missione sociale, per cui coopera al compimento della missione generale dell'Umanità. La Nazionalità è sacra.18. Ogni signoria ingiusta, ogni violenza, ogni atto di egoismo, esercitato a danno di un popolo è violazione della libertà, dell'Eguaglianza, della fratellanza dei popoli. Tutti i popoli sono solidari, e devono aiutarsi a vicenda, perchè tale abuso finisca.19. L'umanità non sarà veramente costituita, se non quando tutti i popoli che la compongono, avendo conquistato il libero esercizio della loro Sovranità, saranno associati in una confederazione per indirizzarsi, sotto l'impero d'una dichiarazione diprincipîe di un patto comune, allo stesso fine proclamando, e applicando la legge morale universale...». Tali i principî sopra i quali, Italiani, Francesi, Tedeschi, Ungheresi, Polacchi, sino dal 1835, gettavano le basi dellaNuova Europa. Ora dopo lotte combattute per oltre cinquant'anni, il principio della Nazionalità ha trionfato, e alla Monarchia per diritto divino è succeduto il Monarcato per diritto del popolo e dei plebisciti. Ciò che allora sembrava un sogno di pochi entusiasti.Quando potrà realizzarsi l'altro sogno: la federazione Europea?Fata trahunt.[3]Nel discorso pronunziato dal conte de Mun, ricevuto all'Accademia il 12 marzo, sembra che secondo gli Apostoli della sacrestia, la Francia avanzi sempre di grado nella armata pontificia. Prima era semplice figlia della Chiesa, poi divenne soldato, ora, secondo le parole del Conte,è promossaaSergent de l'Église.[4]L'Ebreo, diceRenan, è meno il prodotto di una razza, che quello di una tradizione, è meno l'opera della carne, che dello spirito; venne formato e fabbricato da suoi libri e da suoi riti. E Anatole Leroy-Beaulieu scrive, che l'Ariano e il Semita sono fratelli, ambo appartengono alla grande razza caucasica mediterranea, che aspira al Governo del mondo.(V. Revue des deux Mondes. Maggio 1891).[5]Israel, diceva il padre Giacinto in una sua predica, è il primo popolo che siasi elevato alla conoscenza dell'unità di Dio. Da quel giorno Israel è divenuto padre della religione-umanità. Il cristianesimo non è che un ramo innestato sopra il suo tronco. E Renan scrive: L'ebreo ha fondato Dio: pure nessun popolo si occupò meno di lui nel disputare intorno a Dio: e fu quello un tratto non solo di buon senso, ma di genio, scegliere a fondamento della comunione religiosa la pratica, non il domma.[6]«Pure sono le sue opere, tutte le sue vie sono Giustizia, nè in lui è fallacia. Giusto e retto egli è». Questo è il domma e riassume l'intero catechismo dell'Ebreo (Deut.XXXII).[7]Ecco le parole, colle quali questa uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge fu, da oltre tre mila anni, proclamata dal legislatore Ebreo: «Vi sarà una stessa giustizia, una sola legge per voi e per lo straniero che dimora in mezzo a voi. Egli è il vostro uguale innanzi a Dio». (Esodo 23,5—Levitico 15,34—Deut. Cap. 21-V-I).[8]Angebat iras, scrive Tacito,quod soli Judaei non cessissent.[9]Purgatorio c. 32, v. 125 e segg.[10]Id. c. 32, v. 149 e segg.[11]Il Sig. Brunetière, in un articoloinscritonellaRevue des deux MondesintitolatoAprès le procès, nel quale però si guarda dal parlare del processo, attribuisce alla scienza l'origine dell'antisemitismo.Questo, in buon italiano, si chiamerebbe gettare nel podere altrui i sassi che fanno inciampo nel proprio; quali le vere cause dell'antisemitismo già accennammo e meglio chiariremo in questo stesso capitolo. Il nuovo direttore dellaRevueriportò poscia poche linee di Renan in appoggio della sua tesi sull'inferiorità della razza semitica. Con sofismisifattitentò ingannare, sviare le menti, per coprire e scolpare i delinquenti veri, come accadde nel processo Dreyfus. Nè l'antropologia, nè l'etnografia e la linguistica sono causa di brutture siffatte.Antico amico del grande scrittore Renan, io lo sentii parlare sempre con ammirazione degli Ebrei, della loro forza nella lotta secolare, intelligenza e attività. Ripetendo la frase biblica, egli dice nell'Histoire d'Israel: «Le Juifétait destiné plutôt à servir de levain au progrès dans tous les pays, qu'à former une patrie séparée dans un point du globe».Lo stesso illustre pensatore Brunetière, parlando della Bibbia, il libro in cui viveIsraelle, così si esprime: «Il y a quelque chose dans l'Histoire du peuple de Dieu qui ne se trouve dans aucune autre; quelque ambition qu'on ait affectée de la rabattre sur le plan des autres histoires, elle y résiste, elle en a triomphé».(Revue des deux Mondes, 1 febbraio 1895).[12]Dopo Antiochio Epifane, scrive Renan nell'Histoire d'Israel, l'Ebreo ha la febbre del Messia, partorisce il Cristianesimo, sospiro dei secoli.Vedi Renan:Le Juif comme race et comme religion,Revue des deux Mondes, 1 maggio 1883.[13]Intorno ai doveri dei Cristiani verso gli Ebrei, giovami ricordare alcuni brani del discorso pronunziato daDisraeli, discutendosi nel Parlamento Inglese la mozione per accordare agli Israeliti i diritti politici.«Io mi levai, diceva, in ogni occasione, a difendere gli Ebrei, perchè secondo me, la razza ebrea è quella verso cui il genere umano ha maggiori obblighi e doveri.«Allorchè io sento oppormi che l'ammissione degli Ebrei distruggerebbe il carattere cristiano di questa assemblea, io dico che appunto per essere voiun'assemblea cristiana, voi dovete accoglierli in mezzo a voi. Quando io considero ciò che noi dobbiamo ad essi, che colla loro storia, le loro leggi, le loro poesie, noi fummo educati, consolati, ordinati; quando io mi sollevo col pensiero ad altre idee d'un carattere più sacro che qui non giova esaminare, io dichiaro, che come Cristiano non posso respingere le istanze di una razza, alla quale i Cristiani sono debitori di tanti benefizi.«Vi ha un'altra ragione per cui io desidero, che i diritti degli Ebrei sieno riconosciuti in Inghilterra; ed è che tutti quei paesi nei quali essi furono perseguitati, furono alla loro volta colpiti nella loro potenza ed energia. Ed è cotesto per me un segno visibile della protezione che Dio concede a questo popolo.«D'altronde, questa è tale una razza, che può aspettare; e se i suoi diritti non sono riconosciuti oggi, non sparirà domani. È un popolo antico, popolo famoso, che perdura e terminerà sempre per raggiungere i suoi scopi».[14]Chi possiede il bandolo di questa matassa e potrebbe portare piena la luce in mezzo a tanta oscurità, che si tenta, con ogni arte, d'infittire, sarebbero alcuni diplomatici. Ma vorranno o potranno essi osare? Vorranno essi obbedire, meglio che alle riserve imposte, ai calcoli, o interessi della professione, alla voce della propria coscienza, al grido della giustizia? Ad essi spetta indicare il vero colpevole, rompere il silenzio con cui, ora più che mai, si tenta di avvolgere esepellirela verità.Ogni viltà convien che qui sia morta.DanteInf. II.[15]Ecco il quadro, che traccia della Francia in questo momento angoscioso per quanti amano questo nobile paese, uno dei suoi scrittori più elevati e indipendenti, il Guyot, nel giornaleLe Siècle:«Nemici mascherati, velati divengono ogni giorno più baldanzosi, più impudenti, più provocatori. Senza osare di attaccarci a fronte aperta, essi si ricercano, si coalizzano, si riconoscono come antichi allievi dei Gesuiti. I circoli cattolici danno la prima scossa e procurano di agitare la piazza, raccolgono e trovano complici per quest'opera nefasta uomini, che sotto pretesto di patriottismo, tentano di ricostituire l'esercito boulangista, cotesta banda la quale, or sono qualche anno, tentò di rendersi padrona di Parigi; questioni di religione ci fanno retrocedere d'oltre cento anni e sono un vitupero per la civiltà e per lo spirito umano. Morte all'Ebreo, si grida nelle strade e nel palazzo di giustizia, nel santuario della legge, in Parigi, nella città-Luce, senza che la coscienza pubblica ne sia sorpresa e turbata! Domani si griderà: morte ai protestanti. Perchè no? Già lo hanno tentato.[16]Isaia, cap. 54, 55.[17]Età rea,soleva appellarsi dai nostri scrittori e poeti del medio Evo e del Rinascimento, come Dante, Petrarca, Cecco d'Ascoli, Boccaccio, Macchiavelli, l'èra nuova e cristiana, contrapposta all'èraantica e romana, la quale appellavanoetàbuona.Soleva Roma che il buon tempo feo.Dante,Purg. XVI.[18]Due croci, secondoun'antica leggendaebraica, si sono innalzate sopra Gerusalemme, negli ultimi tempi della sua lotta contro Roma. L'una sorse sulla vetta del Calvario, parola che significa monte Calvo, od arido; l'altra sulla vetta del Morìa, ossia monte di Dio, monte delle visioni, o dell'avvenire.Esse simboleggiavano la vita d'Israello nei secoli. La prima, l'Era del Paganesimo che finiva; la seconda, l'Era nuova che stava per aprirsi.Due croci, due olocausti. Gli Ebrei, per la loro origine, la loro legge e avversione agli idoli e alla divinità di Cesare, erano tacciati di deicidio.Avendo essirifiutato di adorare Cesare come dio. Perciò i Romani in un solo giorno fecero inchiodare due mila Ebrei, nelle varie provincie della Siria, sopra la Croce. Ma non potendo uccidere il dio ebreo, perchè tutto spirito, si vendicarono col crocefiggere Cristo che lo rappresentava, e voleva elevarsi come mediatore tra il Paganesimo e il Monoteismo.Infatto, alla morte di Cristo, corse un grido sopra tutto il mondo pagano: «Il gran Pane è morto». Inoltre Cristo contrapponeva a Cesare-dio, che rappresentava la violenza, l'arbitrio, la guerra, un nuovo ideale del divino, concepito e nato dal seno del popolo ebreo, il Dio di carità, di rassegnazione, di conciliazione e d'amore.La sua croce significava ilsacrificioindividuale; quella elevata sul Morìa, ilsacrifiziocollettivo, quello di un popolo: l'una il deicidio, l'altra il popolocidio.L'uno durò poche ore di passione e di sofferenze; l'altro dovrà durare per secoli come ad espiare le colpe dell'intera umanità, in ogni parte della terra, significa e porta in sè il sacrifizio universale.—Il Cristo-popolo, allargato all'Umanità. Cristo aveva dettosul Calvario:consummatum est; Israel, il popolo, sul Morìa, sotto le macerie di Gerusalemme, esclamò:Non tutto è finito, tutto è da ricominciare. Esso non volle morire del tutto, ma si sottrasse a' suoi carnefici, entrando nel sepolcro, simile ad Hiram, simbolo dell'operaio eterno, l'operaio intelligente, il quale portò seco nel sepolcro aperto sotto il limitare del Tempio, laparola smarrita; la quale dovrà essere svelata a suo tempo, come parola di redenzione per tutti gli oppressi e ideseredati.Ricercare la parola smarrita è l'enimma forte che, nella nuova Era, si sono proposte molte eresie e i sodalizi secreti,come i Gnostici, i Manichei, gli Albigesi, i Templari, le diverse Massonerie nei loro riti.Qual'è quella parola misteriosa?Secondo l'avviso di alcuni, sarebbeGiustizia. Ma l'idea dovrà divenire realtà: la realtà è l'idea fatta uomo; incarnata in un popolo; per assurgere a forza. Ora, il mezzo per tradurla in forza, sarà l'associazione. Questa la forza per ottenere, con la giustizia il miglioramento fisico, morale, intellettuale di tutte le classi, di tutti i popoli. I due termini,Giustizia,mercè l'Associazione, si compenetrano, si concretano in un solo, che omai domina l'età nuova; Verbo sul quale passando l'afflato del Divino che purifica, innalza ed avviva, divenuto passione e sentimento, potrà sollevarsi come formula, simbolo e labaro di religione futura.

[1]Il nome di Pierre Leroux è abbastanza noto per le opere da lui pubblicate. Lo è meno quello di Charles Fauvety, morto a Asnières, l'11 febbraio 1894 all'età di 80 anni, circondato dall'affetto di tutti i cittadini.Scrittore elegante e profondo, era modestissimo. Non scriveva per vaghezza di rinomanza e di popolarità, ma per propagare le sue idee. Era l'apostolo del pensiero; faceva il bene pel bene. Filosofo spiritualista d'alto valore intellettuale e morale, apparteneva alla scuola socialista, che prevalse in Francia dal 1832 al 1851, la quale non mirava solo alle questioni materiali, al ventre, come il Socialismo attuale, ma si preoccupava sopratutto a formare l'uomo morale: Scuola, che fu via via rappresentata dalPhalanstere,la Phalange,la Democratie pacifique, fondòLe rappresentant du Peuplepoila Voix du Peuplee altri giornali. Collaborò coi suoi amici Michelet, Renouvier,l'Abbé Constant, Erdan in varie riviste,fondò il giornaleLa Solidarité, in cui espose più chiaramente le sue idee religiose, sociali, che interrotto dalle guerre del 1870 fu ripreso e continuato nel 1876 dallaReligion Laique, che divenne nel 1890 e sotto la direzione del suo discepolo,P. Verdad (Lessard)La Religion Universelle. Mandava nello stesso tempo importanti articoli al Giornale Italiano,La Ragione, in cui io collaborava con Ausonio Franchi. Degne di nota sono le sue opere intitolateNouvelle Rivelation, LaVie,e l'altraThéonomie, Démonstration de l'Existence de Dieu.La sua dottrina egli riassunse nel suo Testamento morale con queste parole:Credo alla solidarietà Universale. Voglio la Giustizia e fratellanza umana. Aspiro alla Perfezione. Dio unità suprema, legge universale, Ragione cosciente dell'Universo.Fu la sua vita, come quella di Benedetto Spinoza, la vita di un santo; ed io sono lieto di poterlo ricordare ancora alla Francia e all'Italia, e rendere un supremo omaggio all'amico, all'uomo integerrimo e al pensatore.[2]Ecco alcuni brani del programma di questa società fondata da Mazzini e da altri emigrati Tedeschi, Polacchi, Ungheresi e liberali Francesi nel 1835-1840 e che aveva il centro attivo in Parigi:«1. LaGiovane Europaè l'Associazione di tutti coloro, i quali credendo in un avvenire di libertà, d'eguaglianza, di fraternità per tutti gli uomini, vogliono consacrare i loro pensieri e l'opera loro a fondare l'avvenire.Principî comuni.2. Un soloIddio.Un solo padrone:la legge.Un solo interprete della legge: l'Umanità.3. Costituire l'umanità in guisa che essa possa avvicinarsi il più rapidamente possibile, mercè un continuo progresso, all'applicazione della legge che deve governarla. Tale è la missione dellaGiovane Europa.17. Ogni popolo ha una missione sociale, per cui coopera al compimento della missione generale dell'Umanità. La Nazionalità è sacra.18. Ogni signoria ingiusta, ogni violenza, ogni atto di egoismo, esercitato a danno di un popolo è violazione della libertà, dell'Eguaglianza, della fratellanza dei popoli. Tutti i popoli sono solidari, e devono aiutarsi a vicenda, perchè tale abuso finisca.19. L'umanità non sarà veramente costituita, se non quando tutti i popoli che la compongono, avendo conquistato il libero esercizio della loro Sovranità, saranno associati in una confederazione per indirizzarsi, sotto l'impero d'una dichiarazione diprincipîe di un patto comune, allo stesso fine proclamando, e applicando la legge morale universale...». Tali i principî sopra i quali, Italiani, Francesi, Tedeschi, Ungheresi, Polacchi, sino dal 1835, gettavano le basi dellaNuova Europa. Ora dopo lotte combattute per oltre cinquant'anni, il principio della Nazionalità ha trionfato, e alla Monarchia per diritto divino è succeduto il Monarcato per diritto del popolo e dei plebisciti. Ciò che allora sembrava un sogno di pochi entusiasti.Quando potrà realizzarsi l'altro sogno: la federazione Europea?Fata trahunt.[3]Nel discorso pronunziato dal conte de Mun, ricevuto all'Accademia il 12 marzo, sembra che secondo gli Apostoli della sacrestia, la Francia avanzi sempre di grado nella armata pontificia. Prima era semplice figlia della Chiesa, poi divenne soldato, ora, secondo le parole del Conte,è promossaaSergent de l'Église.[4]L'Ebreo, diceRenan, è meno il prodotto di una razza, che quello di una tradizione, è meno l'opera della carne, che dello spirito; venne formato e fabbricato da suoi libri e da suoi riti. E Anatole Leroy-Beaulieu scrive, che l'Ariano e il Semita sono fratelli, ambo appartengono alla grande razza caucasica mediterranea, che aspira al Governo del mondo.(V. Revue des deux Mondes. Maggio 1891).[5]Israel, diceva il padre Giacinto in una sua predica, è il primo popolo che siasi elevato alla conoscenza dell'unità di Dio. Da quel giorno Israel è divenuto padre della religione-umanità. Il cristianesimo non è che un ramo innestato sopra il suo tronco. E Renan scrive: L'ebreo ha fondato Dio: pure nessun popolo si occupò meno di lui nel disputare intorno a Dio: e fu quello un tratto non solo di buon senso, ma di genio, scegliere a fondamento della comunione religiosa la pratica, non il domma.[6]«Pure sono le sue opere, tutte le sue vie sono Giustizia, nè in lui è fallacia. Giusto e retto egli è». Questo è il domma e riassume l'intero catechismo dell'Ebreo (Deut.XXXII).[7]Ecco le parole, colle quali questa uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge fu, da oltre tre mila anni, proclamata dal legislatore Ebreo: «Vi sarà una stessa giustizia, una sola legge per voi e per lo straniero che dimora in mezzo a voi. Egli è il vostro uguale innanzi a Dio». (Esodo 23,5—Levitico 15,34—Deut. Cap. 21-V-I).[8]Angebat iras, scrive Tacito,quod soli Judaei non cessissent.[9]Purgatorio c. 32, v. 125 e segg.[10]Id. c. 32, v. 149 e segg.[11]Il Sig. Brunetière, in un articoloinscritonellaRevue des deux MondesintitolatoAprès le procès, nel quale però si guarda dal parlare del processo, attribuisce alla scienza l'origine dell'antisemitismo.Questo, in buon italiano, si chiamerebbe gettare nel podere altrui i sassi che fanno inciampo nel proprio; quali le vere cause dell'antisemitismo già accennammo e meglio chiariremo in questo stesso capitolo. Il nuovo direttore dellaRevueriportò poscia poche linee di Renan in appoggio della sua tesi sull'inferiorità della razza semitica. Con sofismisifattitentò ingannare, sviare le menti, per coprire e scolpare i delinquenti veri, come accadde nel processo Dreyfus. Nè l'antropologia, nè l'etnografia e la linguistica sono causa di brutture siffatte.Antico amico del grande scrittore Renan, io lo sentii parlare sempre con ammirazione degli Ebrei, della loro forza nella lotta secolare, intelligenza e attività. Ripetendo la frase biblica, egli dice nell'Histoire d'Israel: «Le Juifétait destiné plutôt à servir de levain au progrès dans tous les pays, qu'à former une patrie séparée dans un point du globe».Lo stesso illustre pensatore Brunetière, parlando della Bibbia, il libro in cui viveIsraelle, così si esprime: «Il y a quelque chose dans l'Histoire du peuple de Dieu qui ne se trouve dans aucune autre; quelque ambition qu'on ait affectée de la rabattre sur le plan des autres histoires, elle y résiste, elle en a triomphé».(Revue des deux Mondes, 1 febbraio 1895).[12]Dopo Antiochio Epifane, scrive Renan nell'Histoire d'Israel, l'Ebreo ha la febbre del Messia, partorisce il Cristianesimo, sospiro dei secoli.Vedi Renan:Le Juif comme race et comme religion,Revue des deux Mondes, 1 maggio 1883.[13]Intorno ai doveri dei Cristiani verso gli Ebrei, giovami ricordare alcuni brani del discorso pronunziato daDisraeli, discutendosi nel Parlamento Inglese la mozione per accordare agli Israeliti i diritti politici.«Io mi levai, diceva, in ogni occasione, a difendere gli Ebrei, perchè secondo me, la razza ebrea è quella verso cui il genere umano ha maggiori obblighi e doveri.«Allorchè io sento oppormi che l'ammissione degli Ebrei distruggerebbe il carattere cristiano di questa assemblea, io dico che appunto per essere voiun'assemblea cristiana, voi dovete accoglierli in mezzo a voi. Quando io considero ciò che noi dobbiamo ad essi, che colla loro storia, le loro leggi, le loro poesie, noi fummo educati, consolati, ordinati; quando io mi sollevo col pensiero ad altre idee d'un carattere più sacro che qui non giova esaminare, io dichiaro, che come Cristiano non posso respingere le istanze di una razza, alla quale i Cristiani sono debitori di tanti benefizi.«Vi ha un'altra ragione per cui io desidero, che i diritti degli Ebrei sieno riconosciuti in Inghilterra; ed è che tutti quei paesi nei quali essi furono perseguitati, furono alla loro volta colpiti nella loro potenza ed energia. Ed è cotesto per me un segno visibile della protezione che Dio concede a questo popolo.«D'altronde, questa è tale una razza, che può aspettare; e se i suoi diritti non sono riconosciuti oggi, non sparirà domani. È un popolo antico, popolo famoso, che perdura e terminerà sempre per raggiungere i suoi scopi».[14]Chi possiede il bandolo di questa matassa e potrebbe portare piena la luce in mezzo a tanta oscurità, che si tenta, con ogni arte, d'infittire, sarebbero alcuni diplomatici. Ma vorranno o potranno essi osare? Vorranno essi obbedire, meglio che alle riserve imposte, ai calcoli, o interessi della professione, alla voce della propria coscienza, al grido della giustizia? Ad essi spetta indicare il vero colpevole, rompere il silenzio con cui, ora più che mai, si tenta di avvolgere esepellirela verità.Ogni viltà convien che qui sia morta.DanteInf. II.[15]Ecco il quadro, che traccia della Francia in questo momento angoscioso per quanti amano questo nobile paese, uno dei suoi scrittori più elevati e indipendenti, il Guyot, nel giornaleLe Siècle:«Nemici mascherati, velati divengono ogni giorno più baldanzosi, più impudenti, più provocatori. Senza osare di attaccarci a fronte aperta, essi si ricercano, si coalizzano, si riconoscono come antichi allievi dei Gesuiti. I circoli cattolici danno la prima scossa e procurano di agitare la piazza, raccolgono e trovano complici per quest'opera nefasta uomini, che sotto pretesto di patriottismo, tentano di ricostituire l'esercito boulangista, cotesta banda la quale, or sono qualche anno, tentò di rendersi padrona di Parigi; questioni di religione ci fanno retrocedere d'oltre cento anni e sono un vitupero per la civiltà e per lo spirito umano. Morte all'Ebreo, si grida nelle strade e nel palazzo di giustizia, nel santuario della legge, in Parigi, nella città-Luce, senza che la coscienza pubblica ne sia sorpresa e turbata! Domani si griderà: morte ai protestanti. Perchè no? Già lo hanno tentato.[16]Isaia, cap. 54, 55.[17]Età rea,soleva appellarsi dai nostri scrittori e poeti del medio Evo e del Rinascimento, come Dante, Petrarca, Cecco d'Ascoli, Boccaccio, Macchiavelli, l'èra nuova e cristiana, contrapposta all'èraantica e romana, la quale appellavanoetàbuona.Soleva Roma che il buon tempo feo.Dante,Purg. XVI.[18]Due croci, secondoun'antica leggendaebraica, si sono innalzate sopra Gerusalemme, negli ultimi tempi della sua lotta contro Roma. L'una sorse sulla vetta del Calvario, parola che significa monte Calvo, od arido; l'altra sulla vetta del Morìa, ossia monte di Dio, monte delle visioni, o dell'avvenire.Esse simboleggiavano la vita d'Israello nei secoli. La prima, l'Era del Paganesimo che finiva; la seconda, l'Era nuova che stava per aprirsi.Due croci, due olocausti. Gli Ebrei, per la loro origine, la loro legge e avversione agli idoli e alla divinità di Cesare, erano tacciati di deicidio.Avendo essirifiutato di adorare Cesare come dio. Perciò i Romani in un solo giorno fecero inchiodare due mila Ebrei, nelle varie provincie della Siria, sopra la Croce. Ma non potendo uccidere il dio ebreo, perchè tutto spirito, si vendicarono col crocefiggere Cristo che lo rappresentava, e voleva elevarsi come mediatore tra il Paganesimo e il Monoteismo.Infatto, alla morte di Cristo, corse un grido sopra tutto il mondo pagano: «Il gran Pane è morto». Inoltre Cristo contrapponeva a Cesare-dio, che rappresentava la violenza, l'arbitrio, la guerra, un nuovo ideale del divino, concepito e nato dal seno del popolo ebreo, il Dio di carità, di rassegnazione, di conciliazione e d'amore.La sua croce significava ilsacrificioindividuale; quella elevata sul Morìa, ilsacrifiziocollettivo, quello di un popolo: l'una il deicidio, l'altra il popolocidio.L'uno durò poche ore di passione e di sofferenze; l'altro dovrà durare per secoli come ad espiare le colpe dell'intera umanità, in ogni parte della terra, significa e porta in sè il sacrifizio universale.—Il Cristo-popolo, allargato all'Umanità. Cristo aveva dettosul Calvario:consummatum est; Israel, il popolo, sul Morìa, sotto le macerie di Gerusalemme, esclamò:Non tutto è finito, tutto è da ricominciare. Esso non volle morire del tutto, ma si sottrasse a' suoi carnefici, entrando nel sepolcro, simile ad Hiram, simbolo dell'operaio eterno, l'operaio intelligente, il quale portò seco nel sepolcro aperto sotto il limitare del Tempio, laparola smarrita; la quale dovrà essere svelata a suo tempo, come parola di redenzione per tutti gli oppressi e ideseredati.Ricercare la parola smarrita è l'enimma forte che, nella nuova Era, si sono proposte molte eresie e i sodalizi secreti,come i Gnostici, i Manichei, gli Albigesi, i Templari, le diverse Massonerie nei loro riti.Qual'è quella parola misteriosa?Secondo l'avviso di alcuni, sarebbeGiustizia. Ma l'idea dovrà divenire realtà: la realtà è l'idea fatta uomo; incarnata in un popolo; per assurgere a forza. Ora, il mezzo per tradurla in forza, sarà l'associazione. Questa la forza per ottenere, con la giustizia il miglioramento fisico, morale, intellettuale di tutte le classi, di tutti i popoli. I due termini,Giustizia,mercè l'Associazione, si compenetrano, si concretano in un solo, che omai domina l'età nuova; Verbo sul quale passando l'afflato del Divino che purifica, innalza ed avviva, divenuto passione e sentimento, potrà sollevarsi come formula, simbolo e labaro di religione futura.

[1]Il nome di Pierre Leroux è abbastanza noto per le opere da lui pubblicate. Lo è meno quello di Charles Fauvety, morto a Asnières, l'11 febbraio 1894 all'età di 80 anni, circondato dall'affetto di tutti i cittadini.Scrittore elegante e profondo, era modestissimo. Non scriveva per vaghezza di rinomanza e di popolarità, ma per propagare le sue idee. Era l'apostolo del pensiero; faceva il bene pel bene. Filosofo spiritualista d'alto valore intellettuale e morale, apparteneva alla scuola socialista, che prevalse in Francia dal 1832 al 1851, la quale non mirava solo alle questioni materiali, al ventre, come il Socialismo attuale, ma si preoccupava sopratutto a formare l'uomo morale: Scuola, che fu via via rappresentata dalPhalanstere,la Phalange,la Democratie pacifique, fondòLe rappresentant du Peuplepoila Voix du Peuplee altri giornali. Collaborò coi suoi amici Michelet, Renouvier,l'Abbé Constant, Erdan in varie riviste,fondò il giornaleLa Solidarité, in cui espose più chiaramente le sue idee religiose, sociali, che interrotto dalle guerre del 1870 fu ripreso e continuato nel 1876 dallaReligion Laique, che divenne nel 1890 e sotto la direzione del suo discepolo,P. Verdad (Lessard)La Religion Universelle. Mandava nello stesso tempo importanti articoli al Giornale Italiano,La Ragione, in cui io collaborava con Ausonio Franchi. Degne di nota sono le sue opere intitolateNouvelle Rivelation, LaVie,e l'altraThéonomie, Démonstration de l'Existence de Dieu.La sua dottrina egli riassunse nel suo Testamento morale con queste parole:Credo alla solidarietà Universale. Voglio la Giustizia e fratellanza umana. Aspiro alla Perfezione. Dio unità suprema, legge universale, Ragione cosciente dell'Universo.Fu la sua vita, come quella di Benedetto Spinoza, la vita di un santo; ed io sono lieto di poterlo ricordare ancora alla Francia e all'Italia, e rendere un supremo omaggio all'amico, all'uomo integerrimo e al pensatore.[2]Ecco alcuni brani del programma di questa società fondata da Mazzini e da altri emigrati Tedeschi, Polacchi, Ungheresi e liberali Francesi nel 1835-1840 e che aveva il centro attivo in Parigi:«1. LaGiovane Europaè l'Associazione di tutti coloro, i quali credendo in un avvenire di libertà, d'eguaglianza, di fraternità per tutti gli uomini, vogliono consacrare i loro pensieri e l'opera loro a fondare l'avvenire.Principî comuni.2. Un soloIddio.Un solo padrone:la legge.Un solo interprete della legge: l'Umanità.3. Costituire l'umanità in guisa che essa possa avvicinarsi il più rapidamente possibile, mercè un continuo progresso, all'applicazione della legge che deve governarla. Tale è la missione dellaGiovane Europa.17. Ogni popolo ha una missione sociale, per cui coopera al compimento della missione generale dell'Umanità. La Nazionalità è sacra.18. Ogni signoria ingiusta, ogni violenza, ogni atto di egoismo, esercitato a danno di un popolo è violazione della libertà, dell'Eguaglianza, della fratellanza dei popoli. Tutti i popoli sono solidari, e devono aiutarsi a vicenda, perchè tale abuso finisca.19. L'umanità non sarà veramente costituita, se non quando tutti i popoli che la compongono, avendo conquistato il libero esercizio della loro Sovranità, saranno associati in una confederazione per indirizzarsi, sotto l'impero d'una dichiarazione diprincipîe di un patto comune, allo stesso fine proclamando, e applicando la legge morale universale...». Tali i principî sopra i quali, Italiani, Francesi, Tedeschi, Ungheresi, Polacchi, sino dal 1835, gettavano le basi dellaNuova Europa. Ora dopo lotte combattute per oltre cinquant'anni, il principio della Nazionalità ha trionfato, e alla Monarchia per diritto divino è succeduto il Monarcato per diritto del popolo e dei plebisciti. Ciò che allora sembrava un sogno di pochi entusiasti.Quando potrà realizzarsi l'altro sogno: la federazione Europea?Fata trahunt.[3]Nel discorso pronunziato dal conte de Mun, ricevuto all'Accademia il 12 marzo, sembra che secondo gli Apostoli della sacrestia, la Francia avanzi sempre di grado nella armata pontificia. Prima era semplice figlia della Chiesa, poi divenne soldato, ora, secondo le parole del Conte,è promossaaSergent de l'Église.[4]L'Ebreo, diceRenan, è meno il prodotto di una razza, che quello di una tradizione, è meno l'opera della carne, che dello spirito; venne formato e fabbricato da suoi libri e da suoi riti. E Anatole Leroy-Beaulieu scrive, che l'Ariano e il Semita sono fratelli, ambo appartengono alla grande razza caucasica mediterranea, che aspira al Governo del mondo.(V. Revue des deux Mondes. Maggio 1891).[5]Israel, diceva il padre Giacinto in una sua predica, è il primo popolo che siasi elevato alla conoscenza dell'unità di Dio. Da quel giorno Israel è divenuto padre della religione-umanità. Il cristianesimo non è che un ramo innestato sopra il suo tronco. E Renan scrive: L'ebreo ha fondato Dio: pure nessun popolo si occupò meno di lui nel disputare intorno a Dio: e fu quello un tratto non solo di buon senso, ma di genio, scegliere a fondamento della comunione religiosa la pratica, non il domma.[6]«Pure sono le sue opere, tutte le sue vie sono Giustizia, nè in lui è fallacia. Giusto e retto egli è». Questo è il domma e riassume l'intero catechismo dell'Ebreo (Deut.XXXII).[7]Ecco le parole, colle quali questa uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge fu, da oltre tre mila anni, proclamata dal legislatore Ebreo: «Vi sarà una stessa giustizia, una sola legge per voi e per lo straniero che dimora in mezzo a voi. Egli è il vostro uguale innanzi a Dio». (Esodo 23,5—Levitico 15,34—Deut. Cap. 21-V-I).[8]Angebat iras, scrive Tacito,quod soli Judaei non cessissent.[9]Purgatorio c. 32, v. 125 e segg.[10]Id. c. 32, v. 149 e segg.[11]Il Sig. Brunetière, in un articoloinscritonellaRevue des deux MondesintitolatoAprès le procès, nel quale però si guarda dal parlare del processo, attribuisce alla scienza l'origine dell'antisemitismo.Questo, in buon italiano, si chiamerebbe gettare nel podere altrui i sassi che fanno inciampo nel proprio; quali le vere cause dell'antisemitismo già accennammo e meglio chiariremo in questo stesso capitolo. Il nuovo direttore dellaRevueriportò poscia poche linee di Renan in appoggio della sua tesi sull'inferiorità della razza semitica. Con sofismisifattitentò ingannare, sviare le menti, per coprire e scolpare i delinquenti veri, come accadde nel processo Dreyfus. Nè l'antropologia, nè l'etnografia e la linguistica sono causa di brutture siffatte.Antico amico del grande scrittore Renan, io lo sentii parlare sempre con ammirazione degli Ebrei, della loro forza nella lotta secolare, intelligenza e attività. Ripetendo la frase biblica, egli dice nell'Histoire d'Israel: «Le Juifétait destiné plutôt à servir de levain au progrès dans tous les pays, qu'à former une patrie séparée dans un point du globe».Lo stesso illustre pensatore Brunetière, parlando della Bibbia, il libro in cui viveIsraelle, così si esprime: «Il y a quelque chose dans l'Histoire du peuple de Dieu qui ne se trouve dans aucune autre; quelque ambition qu'on ait affectée de la rabattre sur le plan des autres histoires, elle y résiste, elle en a triomphé».(Revue des deux Mondes, 1 febbraio 1895).[12]Dopo Antiochio Epifane, scrive Renan nell'Histoire d'Israel, l'Ebreo ha la febbre del Messia, partorisce il Cristianesimo, sospiro dei secoli.Vedi Renan:Le Juif comme race et comme religion,Revue des deux Mondes, 1 maggio 1883.[13]Intorno ai doveri dei Cristiani verso gli Ebrei, giovami ricordare alcuni brani del discorso pronunziato daDisraeli, discutendosi nel Parlamento Inglese la mozione per accordare agli Israeliti i diritti politici.«Io mi levai, diceva, in ogni occasione, a difendere gli Ebrei, perchè secondo me, la razza ebrea è quella verso cui il genere umano ha maggiori obblighi e doveri.«Allorchè io sento oppormi che l'ammissione degli Ebrei distruggerebbe il carattere cristiano di questa assemblea, io dico che appunto per essere voiun'assemblea cristiana, voi dovete accoglierli in mezzo a voi. Quando io considero ciò che noi dobbiamo ad essi, che colla loro storia, le loro leggi, le loro poesie, noi fummo educati, consolati, ordinati; quando io mi sollevo col pensiero ad altre idee d'un carattere più sacro che qui non giova esaminare, io dichiaro, che come Cristiano non posso respingere le istanze di una razza, alla quale i Cristiani sono debitori di tanti benefizi.«Vi ha un'altra ragione per cui io desidero, che i diritti degli Ebrei sieno riconosciuti in Inghilterra; ed è che tutti quei paesi nei quali essi furono perseguitati, furono alla loro volta colpiti nella loro potenza ed energia. Ed è cotesto per me un segno visibile della protezione che Dio concede a questo popolo.«D'altronde, questa è tale una razza, che può aspettare; e se i suoi diritti non sono riconosciuti oggi, non sparirà domani. È un popolo antico, popolo famoso, che perdura e terminerà sempre per raggiungere i suoi scopi».[14]Chi possiede il bandolo di questa matassa e potrebbe portare piena la luce in mezzo a tanta oscurità, che si tenta, con ogni arte, d'infittire, sarebbero alcuni diplomatici. Ma vorranno o potranno essi osare? Vorranno essi obbedire, meglio che alle riserve imposte, ai calcoli, o interessi della professione, alla voce della propria coscienza, al grido della giustizia? Ad essi spetta indicare il vero colpevole, rompere il silenzio con cui, ora più che mai, si tenta di avvolgere esepellirela verità.Ogni viltà convien che qui sia morta.DanteInf. II.[15]Ecco il quadro, che traccia della Francia in questo momento angoscioso per quanti amano questo nobile paese, uno dei suoi scrittori più elevati e indipendenti, il Guyot, nel giornaleLe Siècle:«Nemici mascherati, velati divengono ogni giorno più baldanzosi, più impudenti, più provocatori. Senza osare di attaccarci a fronte aperta, essi si ricercano, si coalizzano, si riconoscono come antichi allievi dei Gesuiti. I circoli cattolici danno la prima scossa e procurano di agitare la piazza, raccolgono e trovano complici per quest'opera nefasta uomini, che sotto pretesto di patriottismo, tentano di ricostituire l'esercito boulangista, cotesta banda la quale, or sono qualche anno, tentò di rendersi padrona di Parigi; questioni di religione ci fanno retrocedere d'oltre cento anni e sono un vitupero per la civiltà e per lo spirito umano. Morte all'Ebreo, si grida nelle strade e nel palazzo di giustizia, nel santuario della legge, in Parigi, nella città-Luce, senza che la coscienza pubblica ne sia sorpresa e turbata! Domani si griderà: morte ai protestanti. Perchè no? Già lo hanno tentato.[16]Isaia, cap. 54, 55.[17]Età rea,soleva appellarsi dai nostri scrittori e poeti del medio Evo e del Rinascimento, come Dante, Petrarca, Cecco d'Ascoli, Boccaccio, Macchiavelli, l'èra nuova e cristiana, contrapposta all'èraantica e romana, la quale appellavanoetàbuona.Soleva Roma che il buon tempo feo.Dante,Purg. XVI.[18]Due croci, secondoun'antica leggendaebraica, si sono innalzate sopra Gerusalemme, negli ultimi tempi della sua lotta contro Roma. L'una sorse sulla vetta del Calvario, parola che significa monte Calvo, od arido; l'altra sulla vetta del Morìa, ossia monte di Dio, monte delle visioni, o dell'avvenire.Esse simboleggiavano la vita d'Israello nei secoli. La prima, l'Era del Paganesimo che finiva; la seconda, l'Era nuova che stava per aprirsi.Due croci, due olocausti. Gli Ebrei, per la loro origine, la loro legge e avversione agli idoli e alla divinità di Cesare, erano tacciati di deicidio.Avendo essirifiutato di adorare Cesare come dio. Perciò i Romani in un solo giorno fecero inchiodare due mila Ebrei, nelle varie provincie della Siria, sopra la Croce. Ma non potendo uccidere il dio ebreo, perchè tutto spirito, si vendicarono col crocefiggere Cristo che lo rappresentava, e voleva elevarsi come mediatore tra il Paganesimo e il Monoteismo.Infatto, alla morte di Cristo, corse un grido sopra tutto il mondo pagano: «Il gran Pane è morto». Inoltre Cristo contrapponeva a Cesare-dio, che rappresentava la violenza, l'arbitrio, la guerra, un nuovo ideale del divino, concepito e nato dal seno del popolo ebreo, il Dio di carità, di rassegnazione, di conciliazione e d'amore.La sua croce significava ilsacrificioindividuale; quella elevata sul Morìa, ilsacrifiziocollettivo, quello di un popolo: l'una il deicidio, l'altra il popolocidio.L'uno durò poche ore di passione e di sofferenze; l'altro dovrà durare per secoli come ad espiare le colpe dell'intera umanità, in ogni parte della terra, significa e porta in sè il sacrifizio universale.—Il Cristo-popolo, allargato all'Umanità. Cristo aveva dettosul Calvario:consummatum est; Israel, il popolo, sul Morìa, sotto le macerie di Gerusalemme, esclamò:Non tutto è finito, tutto è da ricominciare. Esso non volle morire del tutto, ma si sottrasse a' suoi carnefici, entrando nel sepolcro, simile ad Hiram, simbolo dell'operaio eterno, l'operaio intelligente, il quale portò seco nel sepolcro aperto sotto il limitare del Tempio, laparola smarrita; la quale dovrà essere svelata a suo tempo, come parola di redenzione per tutti gli oppressi e ideseredati.Ricercare la parola smarrita è l'enimma forte che, nella nuova Era, si sono proposte molte eresie e i sodalizi secreti,come i Gnostici, i Manichei, gli Albigesi, i Templari, le diverse Massonerie nei loro riti.Qual'è quella parola misteriosa?Secondo l'avviso di alcuni, sarebbeGiustizia. Ma l'idea dovrà divenire realtà: la realtà è l'idea fatta uomo; incarnata in un popolo; per assurgere a forza. Ora, il mezzo per tradurla in forza, sarà l'associazione. Questa la forza per ottenere, con la giustizia il miglioramento fisico, morale, intellettuale di tutte le classi, di tutti i popoli. I due termini,Giustizia,mercè l'Associazione, si compenetrano, si concretano in un solo, che omai domina l'età nuova; Verbo sul quale passando l'afflato del Divino che purifica, innalza ed avviva, divenuto passione e sentimento, potrà sollevarsi come formula, simbolo e labaro di religione futura.

Il nome di Pierre Leroux è abbastanza noto per le opere da lui pubblicate. Lo è meno quello di Charles Fauvety, morto a Asnières, l'11 febbraio 1894 all'età di 80 anni, circondato dall'affetto di tutti i cittadini.

Scrittore elegante e profondo, era modestissimo. Non scriveva per vaghezza di rinomanza e di popolarità, ma per propagare le sue idee. Era l'apostolo del pensiero; faceva il bene pel bene. Filosofo spiritualista d'alto valore intellettuale e morale, apparteneva alla scuola socialista, che prevalse in Francia dal 1832 al 1851, la quale non mirava solo alle questioni materiali, al ventre, come il Socialismo attuale, ma si preoccupava sopratutto a formare l'uomo morale: Scuola, che fu via via rappresentata dalPhalanstere,la Phalange,la Democratie pacifique, fondòLe rappresentant du Peuplepoila Voix du Peuplee altri giornali. Collaborò coi suoi amici Michelet, Renouvier,l'Abbé Constant, Erdan in varie riviste,fondò il giornaleLa Solidarité, in cui espose più chiaramente le sue idee religiose, sociali, che interrotto dalle guerre del 1870 fu ripreso e continuato nel 1876 dallaReligion Laique, che divenne nel 1890 e sotto la direzione del suo discepolo,P. Verdad (Lessard)La Religion Universelle. Mandava nello stesso tempo importanti articoli al Giornale Italiano,La Ragione, in cui io collaborava con Ausonio Franchi. Degne di nota sono le sue opere intitolateNouvelle Rivelation, LaVie,e l'altraThéonomie, Démonstration de l'Existence de Dieu.

La sua dottrina egli riassunse nel suo Testamento morale con queste parole:Credo alla solidarietà Universale. Voglio la Giustizia e fratellanza umana. Aspiro alla Perfezione. Dio unità suprema, legge universale, Ragione cosciente dell'Universo.

Fu la sua vita, come quella di Benedetto Spinoza, la vita di un santo; ed io sono lieto di poterlo ricordare ancora alla Francia e all'Italia, e rendere un supremo omaggio all'amico, all'uomo integerrimo e al pensatore.

Ecco alcuni brani del programma di questa società fondata da Mazzini e da altri emigrati Tedeschi, Polacchi, Ungheresi e liberali Francesi nel 1835-1840 e che aveva il centro attivo in Parigi:

«1. LaGiovane Europaè l'Associazione di tutti coloro, i quali credendo in un avvenire di libertà, d'eguaglianza, di fraternità per tutti gli uomini, vogliono consacrare i loro pensieri e l'opera loro a fondare l'avvenire.

Principî comuni.

2. Un soloIddio.Un solo padrone:la legge.Un solo interprete della legge: l'Umanità.

3. Costituire l'umanità in guisa che essa possa avvicinarsi il più rapidamente possibile, mercè un continuo progresso, all'applicazione della legge che deve governarla. Tale è la missione dellaGiovane Europa.

17. Ogni popolo ha una missione sociale, per cui coopera al compimento della missione generale dell'Umanità. La Nazionalità è sacra.

18. Ogni signoria ingiusta, ogni violenza, ogni atto di egoismo, esercitato a danno di un popolo è violazione della libertà, dell'Eguaglianza, della fratellanza dei popoli. Tutti i popoli sono solidari, e devono aiutarsi a vicenda, perchè tale abuso finisca.

19. L'umanità non sarà veramente costituita, se non quando tutti i popoli che la compongono, avendo conquistato il libero esercizio della loro Sovranità, saranno associati in una confederazione per indirizzarsi, sotto l'impero d'una dichiarazione diprincipîe di un patto comune, allo stesso fine proclamando, e applicando la legge morale universale...». Tali i principî sopra i quali, Italiani, Francesi, Tedeschi, Ungheresi, Polacchi, sino dal 1835, gettavano le basi dellaNuova Europa. Ora dopo lotte combattute per oltre cinquant'anni, il principio della Nazionalità ha trionfato, e alla Monarchia per diritto divino è succeduto il Monarcato per diritto del popolo e dei plebisciti. Ciò che allora sembrava un sogno di pochi entusiasti.

Quando potrà realizzarsi l'altro sogno: la federazione Europea?Fata trahunt.

Nel discorso pronunziato dal conte de Mun, ricevuto all'Accademia il 12 marzo, sembra che secondo gli Apostoli della sacrestia, la Francia avanzi sempre di grado nella armata pontificia. Prima era semplice figlia della Chiesa, poi divenne soldato, ora, secondo le parole del Conte,è promossaaSergent de l'Église.

L'Ebreo, diceRenan, è meno il prodotto di una razza, che quello di una tradizione, è meno l'opera della carne, che dello spirito; venne formato e fabbricato da suoi libri e da suoi riti. E Anatole Leroy-Beaulieu scrive, che l'Ariano e il Semita sono fratelli, ambo appartengono alla grande razza caucasica mediterranea, che aspira al Governo del mondo.

(V. Revue des deux Mondes. Maggio 1891).

(V. Revue des deux Mondes. Maggio 1891).

(V. Revue des deux Mondes. Maggio 1891).

Israel, diceva il padre Giacinto in una sua predica, è il primo popolo che siasi elevato alla conoscenza dell'unità di Dio. Da quel giorno Israel è divenuto padre della religione-umanità. Il cristianesimo non è che un ramo innestato sopra il suo tronco. E Renan scrive: L'ebreo ha fondato Dio: pure nessun popolo si occupò meno di lui nel disputare intorno a Dio: e fu quello un tratto non solo di buon senso, ma di genio, scegliere a fondamento della comunione religiosa la pratica, non il domma.

«Pure sono le sue opere, tutte le sue vie sono Giustizia, nè in lui è fallacia. Giusto e retto egli è». Questo è il domma e riassume l'intero catechismo dell'Ebreo (Deut.XXXII).

Ecco le parole, colle quali questa uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge fu, da oltre tre mila anni, proclamata dal legislatore Ebreo: «Vi sarà una stessa giustizia, una sola legge per voi e per lo straniero che dimora in mezzo a voi. Egli è il vostro uguale innanzi a Dio». (Esodo 23,5—Levitico 15,34—Deut. Cap. 21-V-I).

Angebat iras, scrive Tacito,quod soli Judaei non cessissent.

Purgatorio c. 32, v. 125 e segg.

Id. c. 32, v. 149 e segg.

Il Sig. Brunetière, in un articoloinscritonellaRevue des deux MondesintitolatoAprès le procès, nel quale però si guarda dal parlare del processo, attribuisce alla scienza l'origine dell'antisemitismo.

Questo, in buon italiano, si chiamerebbe gettare nel podere altrui i sassi che fanno inciampo nel proprio; quali le vere cause dell'antisemitismo già accennammo e meglio chiariremo in questo stesso capitolo. Il nuovo direttore dellaRevueriportò poscia poche linee di Renan in appoggio della sua tesi sull'inferiorità della razza semitica. Con sofismisifattitentò ingannare, sviare le menti, per coprire e scolpare i delinquenti veri, come accadde nel processo Dreyfus. Nè l'antropologia, nè l'etnografia e la linguistica sono causa di brutture siffatte.

Antico amico del grande scrittore Renan, io lo sentii parlare sempre con ammirazione degli Ebrei, della loro forza nella lotta secolare, intelligenza e attività. Ripetendo la frase biblica, egli dice nell'Histoire d'Israel: «Le Juifétait destiné plutôt à servir de levain au progrès dans tous les pays, qu'à former une patrie séparée dans un point du globe».

Lo stesso illustre pensatore Brunetière, parlando della Bibbia, il libro in cui viveIsraelle, così si esprime: «Il y a quelque chose dans l'Histoire du peuple de Dieu qui ne se trouve dans aucune autre; quelque ambition qu'on ait affectée de la rabattre sur le plan des autres histoires, elle y résiste, elle en a triomphé».

(Revue des deux Mondes, 1 febbraio 1895).

(Revue des deux Mondes, 1 febbraio 1895).

(Revue des deux Mondes, 1 febbraio 1895).

Dopo Antiochio Epifane, scrive Renan nell'Histoire d'Israel, l'Ebreo ha la febbre del Messia, partorisce il Cristianesimo, sospiro dei secoli.

Vedi Renan:Le Juif comme race et comme religion,Revue des deux Mondes, 1 maggio 1883.

Intorno ai doveri dei Cristiani verso gli Ebrei, giovami ricordare alcuni brani del discorso pronunziato daDisraeli, discutendosi nel Parlamento Inglese la mozione per accordare agli Israeliti i diritti politici.

«Io mi levai, diceva, in ogni occasione, a difendere gli Ebrei, perchè secondo me, la razza ebrea è quella verso cui il genere umano ha maggiori obblighi e doveri.

«Allorchè io sento oppormi che l'ammissione degli Ebrei distruggerebbe il carattere cristiano di questa assemblea, io dico che appunto per essere voiun'assemblea cristiana, voi dovete accoglierli in mezzo a voi. Quando io considero ciò che noi dobbiamo ad essi, che colla loro storia, le loro leggi, le loro poesie, noi fummo educati, consolati, ordinati; quando io mi sollevo col pensiero ad altre idee d'un carattere più sacro che qui non giova esaminare, io dichiaro, che come Cristiano non posso respingere le istanze di una razza, alla quale i Cristiani sono debitori di tanti benefizi.

«Vi ha un'altra ragione per cui io desidero, che i diritti degli Ebrei sieno riconosciuti in Inghilterra; ed è che tutti quei paesi nei quali essi furono perseguitati, furono alla loro volta colpiti nella loro potenza ed energia. Ed è cotesto per me un segno visibile della protezione che Dio concede a questo popolo.

«D'altronde, questa è tale una razza, che può aspettare; e se i suoi diritti non sono riconosciuti oggi, non sparirà domani. È un popolo antico, popolo famoso, che perdura e terminerà sempre per raggiungere i suoi scopi».

Chi possiede il bandolo di questa matassa e potrebbe portare piena la luce in mezzo a tanta oscurità, che si tenta, con ogni arte, d'infittire, sarebbero alcuni diplomatici. Ma vorranno o potranno essi osare? Vorranno essi obbedire, meglio che alle riserve imposte, ai calcoli, o interessi della professione, alla voce della propria coscienza, al grido della giustizia? Ad essi spetta indicare il vero colpevole, rompere il silenzio con cui, ora più che mai, si tenta di avvolgere esepellirela verità.

Ogni viltà convien che qui sia morta.DanteInf. II.

Ogni viltà convien che qui sia morta.

DanteInf. II.

DanteInf. II.

Ecco il quadro, che traccia della Francia in questo momento angoscioso per quanti amano questo nobile paese, uno dei suoi scrittori più elevati e indipendenti, il Guyot, nel giornaleLe Siècle:

«Nemici mascherati, velati divengono ogni giorno più baldanzosi, più impudenti, più provocatori. Senza osare di attaccarci a fronte aperta, essi si ricercano, si coalizzano, si riconoscono come antichi allievi dei Gesuiti. I circoli cattolici danno la prima scossa e procurano di agitare la piazza, raccolgono e trovano complici per quest'opera nefasta uomini, che sotto pretesto di patriottismo, tentano di ricostituire l'esercito boulangista, cotesta banda la quale, or sono qualche anno, tentò di rendersi padrona di Parigi; questioni di religione ci fanno retrocedere d'oltre cento anni e sono un vitupero per la civiltà e per lo spirito umano. Morte all'Ebreo, si grida nelle strade e nel palazzo di giustizia, nel santuario della legge, in Parigi, nella città-Luce, senza che la coscienza pubblica ne sia sorpresa e turbata! Domani si griderà: morte ai protestanti. Perchè no? Già lo hanno tentato.

Isaia, cap. 54, 55.

Età rea,soleva appellarsi dai nostri scrittori e poeti del medio Evo e del Rinascimento, come Dante, Petrarca, Cecco d'Ascoli, Boccaccio, Macchiavelli, l'èra nuova e cristiana, contrapposta all'èraantica e romana, la quale appellavanoetàbuona.

Soleva Roma che il buon tempo feo.Dante,Purg. XVI.

Soleva Roma che il buon tempo feo.

Dante,Purg. XVI.

Dante,Purg. XVI.

Due croci, secondoun'antica leggendaebraica, si sono innalzate sopra Gerusalemme, negli ultimi tempi della sua lotta contro Roma. L'una sorse sulla vetta del Calvario, parola che significa monte Calvo, od arido; l'altra sulla vetta del Morìa, ossia monte di Dio, monte delle visioni, o dell'avvenire.

Esse simboleggiavano la vita d'Israello nei secoli. La prima, l'Era del Paganesimo che finiva; la seconda, l'Era nuova che stava per aprirsi.

Due croci, due olocausti. Gli Ebrei, per la loro origine, la loro legge e avversione agli idoli e alla divinità di Cesare, erano tacciati di deicidio.Avendo essirifiutato di adorare Cesare come dio. Perciò i Romani in un solo giorno fecero inchiodare due mila Ebrei, nelle varie provincie della Siria, sopra la Croce. Ma non potendo uccidere il dio ebreo, perchè tutto spirito, si vendicarono col crocefiggere Cristo che lo rappresentava, e voleva elevarsi come mediatore tra il Paganesimo e il Monoteismo.Infatto, alla morte di Cristo, corse un grido sopra tutto il mondo pagano: «Il gran Pane è morto». Inoltre Cristo contrapponeva a Cesare-dio, che rappresentava la violenza, l'arbitrio, la guerra, un nuovo ideale del divino, concepito e nato dal seno del popolo ebreo, il Dio di carità, di rassegnazione, di conciliazione e d'amore.

La sua croce significava ilsacrificioindividuale; quella elevata sul Morìa, ilsacrifiziocollettivo, quello di un popolo: l'una il deicidio, l'altra il popolocidio.

L'uno durò poche ore di passione e di sofferenze; l'altro dovrà durare per secoli come ad espiare le colpe dell'intera umanità, in ogni parte della terra, significa e porta in sè il sacrifizio universale.—Il Cristo-popolo, allargato all'Umanità. Cristo aveva dettosul Calvario:consummatum est; Israel, il popolo, sul Morìa, sotto le macerie di Gerusalemme, esclamò:Non tutto è finito, tutto è da ricominciare. Esso non volle morire del tutto, ma si sottrasse a' suoi carnefici, entrando nel sepolcro, simile ad Hiram, simbolo dell'operaio eterno, l'operaio intelligente, il quale portò seco nel sepolcro aperto sotto il limitare del Tempio, laparola smarrita; la quale dovrà essere svelata a suo tempo, come parola di redenzione per tutti gli oppressi e ideseredati.

Ricercare la parola smarrita è l'enimma forte che, nella nuova Era, si sono proposte molte eresie e i sodalizi secreti,come i Gnostici, i Manichei, gli Albigesi, i Templari, le diverse Massonerie nei loro riti.

Qual'è quella parola misteriosa?

Secondo l'avviso di alcuni, sarebbeGiustizia. Ma l'idea dovrà divenire realtà: la realtà è l'idea fatta uomo; incarnata in un popolo; per assurgere a forza. Ora, il mezzo per tradurla in forza, sarà l'associazione. Questa la forza per ottenere, con la giustizia il miglioramento fisico, morale, intellettuale di tutte le classi, di tutti i popoli. I due termini,Giustizia,mercè l'Associazione, si compenetrano, si concretano in un solo, che omai domina l'età nuova; Verbo sul quale passando l'afflato del Divino che purifica, innalza ed avviva, divenuto passione e sentimento, potrà sollevarsi come formula, simbolo e labaro di religione futura.

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