XII
Se trovi una ghirlandella, non perdere troppo tempo
Se trovi una ghirlandella, non perdere troppo tempo
Questa era adunque la cosa che Giacometta ricordò di aver dimenticata quando eravamo sul punto di cadere avvinti fra l'erba di un prato deserto; e questi i barbarici riti che la mia bella spietata aveva appresi e conservava in sacra eredità dalla sua selvaggia antenata Tatiana.
Ora Giacometta, voltasi intorno e veduto Girolamo passare con una scala a pinoli, lo chiamò a gran voce e, come fu vicino, gli ordinò di posar la scala sopra una vecchia ed altissima betulla che sorgeva in mezzo ad un prato, dietro il muro dei gelsomini.
Quando ebbe fatto questo il vecchio giardiniere riprese la strada lemme lemme, a testa bassa, scomparendo tra i fiori ch'egli faceva nascere.
Poi che fummo soli, Giacometta riprese:
— Vedi quel ramo?... Quell'ultimo ramo là, in alto?
— Sì.
— Bene: tu devi appendere la nostra ghirlanda lassù.
L'impresa non era facile ma la condussi a termine.
Riprendemmo la strada con l'ultima luce del giorno. Però non era tanto buia l'aria che, giunti presso la finestra della mia soffitta, non scoprissimo, io con orrore e Giacometta con curiosità, un'ombra appoggiata al davanzale delle mie lunghe attese.
Ed io vidi bene di che si trattava e avrei voluto cambiar cammino, ma non così Giacometta la quale mi domandò:
— Chi c'è lassù, alla tua finestra?
— Non saprei!... — risposi per distogliere l'attenzione di Giacometta dallo sgradevole fenomeno.
Ma proseguendo ella, scoprì nella pallida luce un fantasma giallo il quale coi più svenevoli e barocchi atteggiamenti pareva voler richiamare l'attenzione nostra.
— Con chi ce l'ha? — chiese Giacometta.
— Sarà una pazza! — risposi.
— La conosci?
— Mai veduta!
— E allora come si trova in casa tua?
— È appunto quello che non mi spiego.
— Guarda come ci saluta...
Io vedevo infatti la mia formidabile zia, nel suo giallo addobbo di raso, agitarsi e protendersi e salutar con le mani e col capo e col torso. E temevo ch'ella stesse per compromettere la mia lunga fatica, come infatti tentò di fare.
Ad un tratto levò la querula voce a un confidenziale saluto, tanto che mi si gelò il sangue quando l'udì dire:
— Buonasera nipotini miei!... Buonasera!...
Giacometta si fermò e scoppiò a ridere.
— Ma è pazza!...
— Non c'è dubbio — risposi.
— E non hai paura di trovartela in casa quando ritorni?
— No. Ci ho fatto l'abitudine.
— Dunque la conosci?
— Mi par di sì. Deve essere una mia vicina.
— E quando è impazzita?
— Dopo la morte del marito... molti anni fa.
— E perchè veste in quel modo?
— Chi lo sa? Forse era il gusto del suo povero marito.
— Quanto è brutta, povera donna — fece Giacometta avviandosi.
Ed era tempo che si abbandonasse il luogo perchèla signora Adalgisa si disponeva a parlare e sa Iddio che cosa sarebbe uscito da quella sua bocca nera. Però non tanto in fretta ci allontanammo che non la si udisse gridare:
— Checco? Checchino?... Vieni, sai, che ti aspetto a cena!... Ci sarebbe un posto anche per Giacomettina se volesse degnarsi di venire in casa nostra! Hai capito, Checco?... Guarda che ti ho preparato i cappelletti con un cappone che ha fatto un brodo da leccarsi le dita!... Hai capito, Checco?
Non fui tranquillo se non quando Giacometta, con la sua estrema facilità di tramutare, non mi disse:
— Senti, Franzi, questa sera tu resti con noi, è vero?... Resti a cena con noi!
Poi, siccome non rispondevo, soggiunse:
— Vuoi farti pregare?
— Ma no, amor mio, — risposi — no!... Resto anche per tutta l'eternità...
Quando fummo di fronte alla casa bianca dai grandi cristalli, i due zii di Giacometta erano appoggiati agli stipiti della porta, la faccia all'aria. E non ci salutarono neppure, intenti come erano a rifare il verso a un fringuello cieco che cantava alla disperata.