XVI
Non raccontate mai alle vecchie pettegole ciò che avete fatto con l'amor vostro.
Non raccontate mai alle vecchie pettegole ciò che avete fatto con l'amor vostro.
Riuscii ad entrare in casa verso le sette quando la signora Adalgisa era fuori per la spesa. Era mia intenzione di non veder più mia zia e di non aver con lei spiegazioni. Il proposito di andarmene per sempre non era tramontato in me, anzi si era rafforzato per nuove considerazioni ponderate.
Al mondo non avevo, di veramente mio, che una cosa della quale era necessario mi disfacessi.
Mio padre m'aveva lasciato in eredità le gioie della famiglia.
Oh, le gioie della famiglia Balduino!...
Sì, signori miei, erano poca cosa e non certo tale da paragonarsi al tesoro della Basilica di San Marco; però potevo ricavarne qualche migliaiodi lire e cioè il necessario per andarmene.
Presi adunque i piccoli e i grandi astucci, li infilai nelle tasche ed uscii.
Necessariamente la vendita non fu cosa facile ma, dopo vari rifiuti, trovai, in un vicoletto, un vecchio strozzino che comprò tutto per duemila lire.
Ora il problema si complicava. Come ritornare a casa senza incontrare la signora Adalgisa? E non volevo partire senza un vestito e un paio di scarpe e la bicicletta. Affrontai la burrasca.
Mi dissi:
— Tu ti farai di smalto, Francesco Balduino!
Entrai in casa che eran forse le undici del mattino e, la prima cosa che vidi quando aprii la porta, fu la faccia della signora Adalgisa.
Ora, quale non fu la mia sorpresa, quando mi accorsi che mia zia mi sorrideva? Mi domandò:
— Che cos'hai fatto ragazzo mio? Sei tanto pallido!... Hai due occhiaie che sembri malato. Ah, Francesco, non bisogna approfittare così della giovinezza!
E questo?... Che voleva dir questo?... Dovevano davvero toccare a me tutte le esperienze nel più breve tempo possibile?
Mi avviai verso la mia stanza. Donna Adalgisa mi tenne dietro.
— Zia... Vorrei dormire...
— Sì, caro, sì! Ma aspetta che ti faccia un caffè.
— Non lo prendo, zia.
— Vuoi due uova?
— No, vi ringrazio.
— Prendi due uova. Ti faranno bene dopo la notte che hai passata.
E che ne sapeva lei?
— Non ti ho sentito rientrare questa notte, ed ho pensato che tu fossi rimasto con Giacometta.
— Che cosa?
— Lo so bene che certe faccende non si raccontano — riprese fra il furbo e lo scherzoso — ... però bambino mio, non bisogna strapazzarsi tanto...
L'ascoltavo senza risponderle.
— Dunque ti porto due uova frullate nel caffè?
— No, grazie.
— Ma ci vogliono, tesoro mio, ci vogliono!... Chissà che cosa avrete fatto!...
Incominciai a girare per la stanza e a spogliarmi.
— Ti vuol bene veramente quella ragazza...
Un passerotto volò sulla finestra, nel sole d'oro della mia finestra.
— ... e te ne ha dato anche una bella prova!...
Entrò, dal giardino, un calabrone che si dette a ronzare furiosamente.
— Perchè, non tutte, credi a me, non tutte sono disposte a certi anticipi!...
Gettai il colletto sul canterale.
— Come sei rabbioso!... È questo il bell'effetto che ti fa l'amore?...
Mi tolsi una scarpa e la lanciai lontano.
— Di' un po': era davvero come va?...
La seconda scarpa raggiunse la prima.
— Perchè le ragazze d'oggigiorno, molte volte, lasciano la loro primizia fra gli spini della strada. Non è più come una volta che si poteva giurare di trovarle come le aveva fatte la mamma!... Noi portavamo al marito proprio il fiore... sai?... il fiore!...
Dio, che schifo!...
E avevo una voglia matta di dirle:
— E qual fiore potevate portar voi, monna Schifalpoco, con quel naso come una durlindana?...
Questo avrei voluto dirle ma mi trattenni. Mi annoiava parlare. Poi non ne valeva la pena.
Prima di togliermi gli ultimi indumenti attendevo che il mio domestico tormento se ne andasse. Ma ella non ci sentiva da quest'orecchio; era presa dalla curiosità delle vecchie sudicione che vogliono sapere come sono andate le cose.
Dunque la nostra vita in comune mi era valsa a far sì che la signora Adalgisa conoscesse l'anima mia quanto gli anelli di Saturno? Ma poteva ella credere ch'io fossi stato disposto (dato pervero ciò che supponeva) a raccontarle la faccenda ne' suoi particolari? Certo il mio viso non doveva apparirle calmo e sereno se ad un tratto mi domandò:
— Ma si può sapere che cos'hai?
— Sono stanco!
— E va bene... sarai stanco... ma potresti anche confidarti alla tua vecchia zia.
Allora quel po' di pazienza che mi rimaneva se ne andò in fumo.
— Sapete quel che vi ho a dire?... Che mi avete seccato!...
— Eh!... che furia!... Non ti si può più parlare oramai!... Sì, me ne vado... me ne vado... ma non diremo che da ieri sera tu sia stato troppo gentile con chi ti vuol bene!... Hai ragione che ci è di mezzo qualcosa di molto più importante... altrimenti...
E, su tale minaccia, mi voltò le terga e se ne andò.
Non appena rimasi solo, mia prima cura fu quella di chiudere l'uscio a doppia mandata. Volevo assicurarmi la solitudine. Mi accostai poi alla finestra... guardai nel mio ex giardino incantato...
Tutto fioriva, tutto era sereno. Un chiaro d'acqua, nel cuor di una vasca verde di muffe, rispecchiava la pace addormentata del sereno.
Una siepe di tamerici, come una nebbia turchiniccia chiudeva un prato...
C'era il sole del mattino... c'erano i fiori del ciliegio... c'era un'allodola altissima che cantava l'inno di unalarga[1]pastora... c'eri tu, Primavera!... Ma nel mio cuore cadevan le foglie di un albero morto in fondo a una strada... in fondo a un giardino senza nome...
Mi ritrassi e m'abbandonai sul mio piccolo letto bianco. Poi il sonno troncò la favola triste e, in me, non fu più niente, se non un grande riposo.