XVII

XVII

Qualche volta partire a tempo vuol dire raccogliere a tempo.

Qualche volta partire a tempo vuol dire raccogliere a tempo.

Già sopravveniva la sera quando mi destai. Ritornai alla vita come se arrivassi per la prima volta da una incommensurata distanza. Non ricordavo più niente; non sapevo più dove mi trovassi; non avevo nozione nè dell'ora nè del tempo nè del mio essere.

Le prime idee che mi ritornarono alla mente furono tronche e disparate; mi ci volle fatica per raccogliere la memoria e porre l'anima mia sulla strada quotidiana, dietro le orme interrotte.

Comunque fosse, per lungo tempo rimase in me un singolare smarrimento come se, in verità, la morte mi avesse preso e abbandonato di bel nuovo sulle vie della terra.

Girai per la stanza senza sapere che volessi nè che mi cercassi. Mi accostai al canterale, poi altavolo e gli occhi miei si posavano perdutamente sulle cose senza riconoscerle.

Fu un canto che mi richiamò alla finzione dei giorni; un canto che mi arrivò dal fondo del giardino, addolcito dalla lontananza.

Era Principina, il piccolo amore del silenzio.

Di un subito, la trama che il sonno aveva troncata, riprese il palpito del mio cuore, la vita del mio cervello.

Guardai l'orologio. Erano le sette del pomeriggio. Giusto l'ora decisa per la mia partenza.

Ciò che avevo fissato doveva compiersi. Mentre andavo e venivo per la stanza, mi accadde di vedere, vicino alla finestra, un involtino bianco. Lo guardai dapprima distrattamente senza farne gran caso. Mi parve un po' di carta accartocciata ch'io stesso, molto verosimilmente, avevo gettato in quell'angolo; volli accertarmene.

Era una lettera piegata in modo da contenere un ciottolo.

Evidentemente era arrivata dal giardino durante il mio sonno.

L'aprii; riconobbi la scrittura di Giacometta.

Diceva:

«La ghirlandella è sempre al suo posto».

Ebbene, signori miei, quando ebbi letta quella frase, divenni pallido, ebbi un attimo di dubbio e una grande stretta al cuore, ma dissi:

— Se la ghirlandella c'è ancora... tanti saluti!...

E continuai i miei preparativi.

Ormai mi si era ficcata in mente l'idea della partenza con una fissità da incubo.

— Tu devi andartene — mi dicevo — devi andartene!... Non è giusto che ti si debba far soffrire così. Parti finchè puoi farlo... finchè hai ancora un po' di volontà che ti regge. Domani non saresti più in tempo.

Sapevo che la mia signora zia, verso le sette e mezza, era sempre in chiesa. L'ora era adunque propizia. Feci un giro di ispezione per accertarmi se, anche quella sera, aveva seguito il suo costume e, quando non mi rimase dubbio, infilai il mio sacco a spalla, presi la bicicletta e senza rivolgermi, senza guardare nè a destra nè a sinistra, ma solo e diritto dinnanzi a me, infilai le scale e in quattro salti fui nella strada.

Il Borgo dei Cotogni era affollato in quell'ora, ma non feci che inforcare la bicicletta e scivolar via fra uomini e vetture pedalando furiosamente.

In un battibaleno fui alla porta Schiavonìa, attraversai il ponte sul fiume e mi lanciai, in una corsa pazza, per la grande via maestra che costeggiava i colli proseguendo, sempre diritta, fra campi e ville.

Rallentai l'andatura quando riconobbi di essere ormai fuori della zona della mia Tebaide. Scelsiil sentieruccio che correva fra i mucchi della ghiaia e il fosso, come quello più agevole a percorrersi in bicicletta; mi levai sul torso; l'anima mia ritornò in comunione con le cose del mondo.

Mancavano ancora sette chilometri prima di arrivare alla città più vicina e, benchè la luce si spengesse sempre più di secondo in secondo, non provavo ansietà di arrivare.

Ormai me ne andavo per la terra... ma dove?... ma verso quale meta?... Non lo sapevo; non m'importava saperlo. Affidavo me stesso al destino. Il primo vento che passa mi porterà al nord o al sud; la prima corrente mi trascinerà dove vuole. Ciò che sarà di me, sarà sempre bene.

Perchè accorarsi dietro il mistero dei giorni? Io seguivo il mio istinto che mi conduceva verso l'ignoto; immaginando tuttavia che l'ignoto sarebbe stato sempre più lontano, benchè, in realtà, fosse in me e nell'irraggiungibile. Ma la dolce tristezza di partire e di ripartire era già padrona dello spirito mio fin da quel tempo; l'amarezza ineffabile di rifarsi sempre da capo, di soffrire ancora per ancora sperare nella gioia, io la conoscevo fin da quei giorni remoti ormai e inabissati nell'ombra che dovrà inghiottirmi.

Io sapevo fin da allora che il mio destino segnato era la solitudine perchè ciò che agli altri era pace, riusciva tormento al mio spirito e ciòche i miei simili sognavano come un confine desiderato, appariva agli occhi miei come una insoffribile catena.

Io dovevo partire e ripartire; essere il pellegrino di tutti i soli; il pastore che appare un attimo per una strada remota, con la sua stella, dietro una bianca gregge di sogni.

Questa era la mia innamorata malinconia; questo il cuor mio di passante; questa l'ebbra canzone e l'elegia de' miei giorni.

Mi intenderà forse chi ha ascoltato, come io ascoltavo ogni notte, fanciullo, il rombo di un treno perdersi nella remota distanza fino al confine della nostalgia e più in là della nostalgia; mi intenderà chi ha avuto sempre una nomade speranza in fondo al suo sistemato cuore e con quella ha riposato, sognando, il giorno in cui la vita gli è apparsa più vana e monotona e gli uomini sedentarî più insopportabili; e meglio mi intenderà ancora colui che sente morire nella quotidiana povertà dei giorni, ogni poesia: e sogna e spera e inutilmente cerca la nuova parola di Dio, il nuovo rito dell'amore, la freschezza di una nuova acqua fontana che scenda fra le genti abbrutite e angosciate, come una purificazione.

Costoro m'intenderanno quando ci sarà dato incontrarci in un silenzio propizio; soli costoro che sono i poeti del mondo.

E se anche dovessi rimanere senza compagno come sempre sono stato fino a questo punto della vita mia, non mi dorrei ora, come pure più tardi, fino all'attimo mio del trapasso; non mi dorrei della decisione che presi quella sera quando mi affidai al primo vento che passava e alla prima corrente, allorchè mi dissi:

—Ciò che sarà di me, sarà sempre bene!

E il canto più remoto fu quello dell'amor mio; e la strada più lontana quella del mio desiderio; e la sete del mistero fu la mia sola sete.

La luce era ancora sui colli in una delicata bordatura di croco e già cominciavano a comparire le stelle. Io portavo con me l'eredità della mia malinconia.

E ciò farà sorridere, voi, signori, che mi leggete nei vostri salotti dal discreto profumo e bene illuminati..., vi farà sorridere un poco perchè è giusto che così sia con chi, come me, è statoil giullare della propria vita!Ha fatto cioè della vita non un tutto organico come un sistema filosofico; non una cosa ordinata giorno per giorno: un po' per la donna, un po' per gli affari, o per l'arte, o per la famiglia... No!... Anzi ha gettata questa sua vita al primo vento che passava: senza temere la povertà, senza impaurirsi della solitudine... ma solo per partire e ripartire... solo per cercare Iddio e l'amore nel solco della sua tristezza,nell'impeto della sua gioia, nell'angoscia eterna del suo cuore sempre innamorato e sempre insoddisfatto.

Sì,io sono stato il giullare della mia vita, signori e signore, e questa cosa tremendamente seria, per voi, io me la sono giuocata al giuoco di tutte le esperienze, incominciando dai diciannove anni.

Me la son giuocata a tutti i giuochi; l'ho gettata alla prima corrente, sempre felice di poter vivere un giorno che non sapevo e un'ora che non avevo preveduta.

Ma anche quella sera, pure seguendo il mio istinto, ero più innamorato che mai.

Io ero perduto in te, Girometta dall'ignoto paese, e avevo, pure allontanandomi, ferma speranza di rivederti.

Giunsi a Bologna a notte alta.

Scesi ad un primo albergo.

Fin da quel tempo, benchè povero, non sapevo rassegnarmi a risparmiare per battere la strada della povera gente come me. Il mio primo pensiero fu quello di scrivere a Giacometta.

Fui felice quando mi portarono innanzi, nella bene addobbata sala di scrittura, dove presi posto, della carta da lettere e delle buste come non avevo usate mai.

E, Giacometta... (ma in fondo a quale strada sarai ora?...) ero quasi felice di poterti scrivere così riccamente.

Però quando incominciai e fui tutto solo, con te sola, la mia commozione mi vinse e dimenticai il luogo e gli accessorî.

Lo ricordi tu quel che ti scrissi allora?... Quella lettera mia, in fondo a quale cassetto sarà ancora, se ancora esiste?...

Mi parve di averti dette tante cose belle e tu lo sentisti, perchè due giorni dopo, quando mi levai, c'era un tuo telegramma che mi aspettava.

Un tuo telegramma come un mattutino squillo di campane d'argento:

«Amore amore — aspettami domani a mezzogiorno — aspettami all'albergo amore mio

Giacometta.»

E forse non ti eri accorta di avere scritto in versi. Ah, quanto, quanto eri mai bella, mia dolce Bologna, in quel mattino della fine di aprile!


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