XXII
E tu, in un angolo di mondo, povera piccola, guardavi senza parlare...
E tu, in un angolo di mondo, povera piccola, guardavi senza parlare...
Il giorno dopo Giaconetta volle passare da Forlì, prima di ritornare a Bologna; volle rivedere la piccola città grugnita dai tre campanili coi cappelli a cono, come tre vecchi maghi.
Non la contraddicemmo, tanto era perfettamente inutile.
Poi io avevo un po' di rimorso per essermi perduto con Arlecchina a cercare la settima rosa, in fondo a un giardino, nella tepida notte di aprile.
Ma Giacometta era come sempre ed Arlecchina, come potei osservare, non portava con sè i ricordi prossimi o remoti; e questo, per non avere un inutile bagaglio sulla sua strada di bella vincitrice.
A me solo balenava, di tanto in tanto, la folle idea di aver tradito il mio amore.
Uscimmo da Porta Assisi e ci lanciammo per la bianca strada che costeggia il fiume Ronco.
Solo, per un improvviso capriccio di Giacometta, ci fermammo a una vecchia villa disabitata:La Monaldina.
Poco dopo Ghibullo, là dove il fiume piega per due gomiti, e la strada con lui, sorge la grande casa dei campi.
Forse un Monaldi, forse un'altra famiglia che non so, la volle nella riposata pace di quel luogo.
Allora aveva l'aspetto delle vecchie cose che non servono più a nessuno.
Era sempre chiusa in fondo a un giardino, nel quale i viali si cancellavano di anno in anno, fra le ortiche e gli sterpi.
Aveva un'aria semplice e severa; una linea architettonica che ricordava il barocco ingentilito delle ville veneziane, fra Brenta e Piave.
Vi si accedeva per una grande scala esterna, a due rami. Alla sua sinistra, e un poco più verso la strada, sorgeva una chiesuola col suo campanile e una piccola campana che non aveva più albe da poter cantare.
Non so quale storia raccontassero, i contadini, della famiglia Monaldi: mi pare dicessero che, l'ultimo dell'antico ceppo, fosse lontano, per le metropoli regali, dimentico della sua terra.
Ed anche favoleggiavano di qualcuna che eramorta di malinconia e di nostalgia nella grande casa dei campi...
E da quel tempo laMonaldinanon si era riaperta mai più.
Sulla strada, due grandi pilastri rossigni, mezzo ricoperti dall'edera, reggevano un rugginoso cancello in ferro battuto, che portava a sommo, l'insegna gentilizia dei Monaldi. Due cancelletti minori si aprivano ai lati. Ma i battenti non si aprivano più per lasciar passare qualcuno.
Vi passavan le ombre e solamente quelle. Questo era il cuore e questa la poesia della Monaldina.
E Giacometta vi si volle fermare.
Ella viveva così, di volontà inattese.
Avrebbe voluto veder tutto, rovistar tutto, fare aprire porte e finestre, posseder l'anima del luogo, vivere dell'incantesimo triste della vecchia villa ravennate.
Ma i contadini non poterono far niente; essi non avevano le chiavi; forse le aveva il fattore.
— Non importa — disse Giacometta. — Ritornerò!
Ed era certo ch'ella sarebbe ritornata.
Arlecchina era seccata e cantarellava un'aria dellaVally.
Poi disse:
— Non capisco come possa interessarti questavecchia villa che fa venire l'ipocondria solo a guardarla!
— Tu non puoi sapere — rispose Giacometta. — È una mia idea!
— Spero non vorrai comprarla!
— Se si vendesse la comprerei.
— Ma non mi avresti ospite...
Giacometta non rispose. Si fermò a raccogliere un fiore e ripartimmo.
Ed ecco i colli foroliviensi e il campanile di San Mercuriale spuntare di fra l'azzurro come il faro delle rondini nel cuore dell'aria.
— E tu aspettami in giardino — disse Giacometta.
Io non volevo esser veduto; e molto meno dalla signora Adalgisa.
Mi inoltrai nella parte più remota del giardino.
Arlecchina era salita con Giacometta. Mi avevano detto che si sarebbero trattenute non più di due ore.
Per ingannare il tempo mi diressi alle serre. Mi proponevo di conversare un poco con Girolamo.
Me ne andavo così strappando qualche foglia alle macchie e guardando le ombre turchiniccie sulla terra e sui prati; ascoltavo gli usignuoli esentivo discendere in me la letizia della primavera.
E mi sentii chiamare:
— Signor Franzi?
Principina era sbucata da una macchia di lillà; mi guardava, rossa come il fior del geranio.
— Oh, Principina!
Ella discese fino al limite del prato; ma rimase sull'erba co' suoi piedi scalzi.
— È dei nostri, ancora?...
— Sono di passaggio...
Si volse a guardare i fiori delle serre aperte.
— Non ritornerà più con noi?
— Non lo so, Principina...
— E... sua zia?
— Per quella non è un gran male se non ritorno più!
— Sa che è venuta a cercarlo?
— Qui?
— Sì, ier l'altro! Ha parlato al signor Stefano.
— Poco male.
Passò un silenzio.
— Dove va, adesso?
— Andavo a cercare Girolamo...
— È fuori... È andato al mercato a Faenza... Tornerà questa sera...
La brezza muoveva le pannocchie delle sirene fiorite.
— Deve aspettare la signorina?
— Sì...
— Ripartiranno in automobile?
— Sì...
— Come deve essere bello!...
Strappò un fior di sirena e vi affondò la dolce faccia di bambina.
— Senta come sa di buono!
— E tu... che fai Principina?...
— Io?... Che vuol che faccia?... Niente!...
— Non esci mai?
— Uscire?... E per andar dove?...
— Alla tua età!... Non hai proprio nessuno che ti aspetti?...
Divenne di bragia. Mi guardò conturbata.
— Chi deve aspettar me?... Sono una povera!
— Questo non vorrebbe dir niente!
— Vuol dir tanto, invece!
— Ma tu sei bella...
— Bella?... — Mi guardò fissamente negli occhi. — E poi... anche se fosse vero, a che cosa mi servirebbe?...
— Ma... mi pare debba essere sempre una gioia sentirsi guardare!
— No, signor Franzi. Io ho una strada sola...
— E dove va la tua strada?
Ella mi levò in faccia gli occhi ad un tratto serii e malinconici. E non rispose.
Mi domandò, dopo una pausa:
— Ha niente da fare?
— No.
— Vuol venire con me?
— Volentieri.
— Vado a dar aria alla serra delle orchidee.
Ci avviammo attraverso ai prati. Ella camminava guardando a terra.
Povera piccola cara!... Ora che ti ripenso... ma allora ero troppo cieco!...
Vi sono creature che ci stanno accanto accanto, tante volte, e chenon vediamo mai.
Passano nella nostra vita, spente nell'abitudine.
Se ci si chiedesse all'improvviso di quale colore hanno gli occhi, non sapremmo dirlo.
Le udiamo parlare, le sentiamo vivere la nostra vita di ogni giorno; accanto alla nostra gioia e alla tristezza nostra, eppure ci sono lontanissime...
Non una loro parola penetra nell'essere nostro; non un loro sorriso ci illumina il cuore.
Ne conosciamo il nome, eppure è come se non lo sapessimo nemmeno.
Chi sono? Dove vanno? In che consiste la loro povera vita?
A tali domande non sapremmo rispondere.
Per noi sono o furono la cieca abitudine, il niente.
La cenere del focolare; le ore grige senza volto. Sono o furono la giornata più inutile; quella che non lascia ricordo; che si chiude nella tetraggine dell'infinita inutilità!...
Sono o furono il più intiero silenzio nelle disperate pause che si vogliono dimenticare.
Ma talvolta, negli anni più gravi, queste creature della povera vita si presentano alla deserta soglia del cuore...
E vediamo ciò che non vedemmo mai...
Ci accorgiamo allora di un bene perduto. Perchè esse sole, le creature della povera vita, ritornano quando nessuno ritorna più; e non dicono parola...
Ma le vediamo piangere del nostro pianto, nel silenzio che non ruppero mai, per lasciarsi più libera la strada...
Ora che ti ripenso, povera piccola cara!
Ma allora ero troppo cieco.
— Quanti anni hai, Principina?
— Sedici, signor Franzi.
— E sei sola?
— Sì, siamo soli, il babbo ed io.
— Sei nata qui?
— No. Sono nata a Terra del sole, ma venni qui che non avevo ancora due anni.
— E anche tu ti occupi di giardinaggio?
— Sì. Mi piace tanto!
— E pensi di rimaner sempre in questo giardino?
— Dove vuole che vada?
— Non sposerai?
— Per sposare bisogna essere due...
— Grazie! Ma non vorrai trovarne di giovani che ti vogliano?
— Per trovarli bisognerebbe volere...
— E tu non vuoi?
— Non ci penso.
— Già, sei tanto giovane!
— No, non è per questo.
— E allora?
—Certe volte si guarda alla casa più lontana, sui monti e... non si trova la strada per arrivare!
— Allora sei innamorata?
— No, signor Franzi... non posso essere innamorata!
— E perchè?
— Perchè... con una solagugliatanon si cuce un lenzuolo...
Rispondeva dolcemente col suo parlar figurato e non mi guardava mai. Mi precedeva di un passo, scivolando fra le macchie, leggera e sottile. Passava sotto i grandi alberi, nel sole; smuoveva appena i fiori dei ranuncoli, sui prati.
— Ah, Principina! Tu non vuoi dirmi chi è il tuo innamorato...
— Perchè mi tormenta, signor Franzi?
— Hai ragione. Perdonami.
— Che devo perdonarle... io?... Mi fa piacere sentirla parlare. Era tanto tempo che non la vedevo più! Solo non posso dirle niente, perchè non ho niente da dirle...
Arrivammo alla serra delle orchidee. Principina ne aprì i battenti. Il sole si precipitò in un gran fiotto d'oro ad inondare la serra.
— Vede come sono belle!
— E tu sai il nome di tutte?
— Sì.
— E sai anche il nome latino?
— Sì, signor Franzi. Forse dirò qualche sproposito, ma per quello che ho studiato io!
— Che classe hai fatto?
— La terza elementare. Poi basta. Il babbo aveva bisogno di me. Ma leggo molto. Ho letto anche il suo libro...
— Tu?...
La mia sorpresa domanda le fece abbassar gli occhi.
— Ha ragione. Io sono una povera ignorante e non dovevo dirglielo neppure!
Alle mie tarde proteste cambiò discorso ma sempre con dolcezza, senza dimostrarsi offesa.
Più tardi mi domandò:
— Quand'è lontano, ci pensa qualche volta al suo paese?
— Quasi mai — risposi.
— Non c'è niente che le piaccia al suo paese?
— Forse... non so bene. Ma è certo che mi ci sento morire!
— Dunque andrà via per sempre?
— Lo vorrei.
— E andrà molto lontano?
— Anche al di là degli oceani andrei, pur di acquistare l'intiera libertà della mia vita...
— Ha ragione...
Certe volte tu incontri degli occhi puri, senza egoismo e non sai vederli. La bontà è lieve; passa col volo della rondine.
E quando è morta, allora una voce ti parla dentro e dice: — Quella era la bontà!...
— Signor Franzi — riprese Principina, — a Bologna ha conosciuto qualcuno?
— Perchè mi domandi questo?
— Così!... So che la signorina ha tante conoscenze a Bologna...
— Fino ad ora non ho conosciuta che Arlecchina.
— Vedrà che la signorina le farà conoscere anche gli altri amici...
— E che ne sai tu?
— Non sono sempre insieme?
— Sì.
— Allora vedrà!
— Ma perchè lo dici?
— Per niente...
— Per niente, no! Tu sai qualcosa...
— Signor Franzi, che vuol che sappia, io?
— Tu sai qualcosa che non vuoi dirmi!
— Io vorrei dirle una cosa sola...
— Quale?
— Vorrei dirle di non sperare troppo...
— E perchè?
— Perchè ci son tante strade che non conducono a casa!... Mi perdoni, signor Franzi! Mi sono presa la confidenza di dirle questo perchè mi pare di conoscerla tanto bene... tanto bene!... Ho avuto torto?
— No, Principina...
— Lei è come un bambino!... E una volta ha fatto quel salto dalla finestra... e poteva ammazzarsi!...
— Ora esageri!
— Be', io ebbi paura!... Io non avrei voluto mai ch'ella avesse fatto,per me, una cosa simile!
— Che c'era di male?
— Niente! Ma non si vuol bene così!
Volse la faccia da un'altra parte e rimanemmo muti in un reciproco imbarazzo.
Ella aveva parlato troppo e un disagio invincibile era nell'anima mia, fuori strada. Nell'anima di lei c'era un'angoscia fonda. Ci avviammo verso una piccola casa bianca, fra le roveri.
C'era un solo nido di rondine sotto la gronda arrugginita...
C'era una sola stanza sotto la gronda... Principina disse:
— Io dormo lassù...
Guardai la casa e l'aria turchina... La primavera eri tu, piccola rondine sola...
— E in queste notti, con la finestra aperta, sento cantare i rosignoli e vedo tutte le stelle...
Due grandi occhi di bambina spalancati sulle notti di aprile...
perchè il piccolo cuore non dovesse morire dì solitudine fra le quattro mura di una stanza...
— Io dormo lassù... e sento le campane dell'alba e il primo volo della rondine...
Il primo volo di una rondine; qualcosa che si allontana per sempre!
E così in un angolo di mondo, povera piccola mia, tu guardavi e ascoltavi senza parlare mai.