Chapter 3

Sentiamo Plutarco: «Distrutta ogni fazione contraria, ei trasferì tutto in sè medesimo il dominiod'Atene:tutto dipendeva da lui quanto dipendeva prima dagli Ateniesi, i tributi, le spedizioni militari, le triremi, l'isole, il mare:egli soloavea autorità e potenza grande dinanzi ai Greci, dinanzi ai barbari. Però non era già più quel desso di prima; non cedea più così facilmente alla moltitudine: ma tirando la briglia a quel troppo rilassato popolare governo, lo fece aristocratico, anzi pur quale è quello che dipende da un solo re.... Chiamavano i comici nuovi Pisistratidi i famigliari suoi, a dinotar l'eccesso del suo potere, troppo gravoso e sproporzionato a governo democratico. Teleclide poi dice che gli Ateniesi posero in di lui mano i tributi della città e le città medesime, sicchè potesse altre legarne, altre disciorne a suo talento, e l'autorità di alzar mura, di atterrar le inalzate: e insommale convenzioni, la pace, le forze, le ricchezze, la felicità loro. Nè questo già in circostanze che così richiedessero, nè solo nel breve tempo che era in vigore l'amministrazione sua: ma primeggiò per lo spazio di ben quarant'anni.... e dopo l'ostracismo di Tucidide per ben quindici anni:avendo ristretta in sè medesimo e renduta una sola l'autorità e possanza ch'era divisa in annue magistrature.»[48]

***

Furono è vero, quarant'anni di un'epoca splendida, unica nella storia; e avete ragione, caro Yorick, di ricordarlo, la memoria di essa va sfidando i secoli.

Che importa che in quei quarant'anni diminorità politicasi vada man mano alterando e perdendo nel popolo la dignità e l'abitudine del vivere libero, la coscienza di sè stesso e della sua sovranità, sicchè,quando alla morte di Pericle crederà di averla ripresa, si troverà tornato bambino e inetto a valersene, e della libertà ricuperata non troverà più in sè le virtù nè per usarla nè per mantenerla?

Che importa che si vadan perdendo via via gli istituti, le leggi, i costumi severi, lo spirito di abnegazione, gli slanci magnanimi, e tutte le austere virtù repubblicane dei padri che avean dato ad Atene le pagine più belle della sua storia?

Che importa che Atene vada smarrendo la coscienza della sua grande missione democratica e liberatrice, ond'era sorta un giorno, per libera elezione dello affetto reverente dei popoli, al primato morale nella Grecia?

Che importa che in mezzo a tutti quei nuovi splendori si prepari sordamente la corruzione morale e politica che crescerà rapida e gigante dopo la morte di Pericle, quando la mano sapiente di lui, che ne ha gittati i germi, non sarà più là per correggerne, e infrenarne almeno lo sviluppo? Che quelle apparenze di prosperità materiale debbano un giorno comparire al giusto Socrate niente più di un'enfiatura marciosa, perchè in mezzo ad essa si sarà spento il senso morale del popolo, divenutoingiusto ed intemperante?[49]

Che importa che tutti quelli splendori, tutte quelle magnificenze siano il prodotto di unatirannide odiosa[50]sulle città greche, del loro danaro e delle loro spoglie[51]assai più che non delle spoglie e del danaro dei barbari? Che alle feste ed alle allegrezze di Atene faccian lugubre contrasto le stragi e le catene servili di Nasso, di Samo, della Eubea? Che quel fasto, quelle pompe, quei prodigi dell'arte siano il prezzo delle lagrime, del sangue, e dell'odio(notatela la parola, caro Yorick, voi che mi parlate degliamicidi Atene) dell'odio, dico, dei Greci!

Che importa, che importa!! «La nostra tirannide ci ha fattiodiosiegravosi, lo sappiamo; ma è massima antica che il forte tenga il debole in riga: e ancora ci ringraziino se non li tiranneggiamo di più.»[52]L'essere al presente esosi e gravi, dirà Pericle al popolo,è sorte inevitabile di quanti reputarono sè stessi degni di signoreggiare altrui; ma chi per alti fini si attira odio, quegli rettamente si consiglia. Imperocchèl'odio non contrasta a lungo; laddove il subitaneo splendore e la fama avvenire rimane sempre mai memoranda.»[53]

E il popolo batte le mani, il popolo è contento. Atene serve ad un uomo, ma comanda a molte città. È odiata, è corrotta, ma è splendida. Venga pur l'odio! è dolce raccoglierlo all'ombra del Partenone.

***

Vero è che in quella affettazione di sicurezza celavasi alcunchè di forzato e Pericle in fondo non era così tranquillo sulle conseguenze della sua politica come ostentava di esserlo. Nel bel cielo sereno di quella prosperità viaggiano nuvolette annunziatrici di tempesta. Poche repressioni parziali e brutali non bastano a rendere più spontanea la soggezione della Grecia e a far accettare con maggior rassegnazione l'arrogante tirannia dell'antica liberatrice. Atene lo sa e lo sente. Ella comprende che le città greche non le stan più soggette che per laprepotenza dell'armi[54]e confessa a sè medesima che il giorno in cui quella prepotenza venisse meno, quelle se gli volterebbero contro[55]: pericolo e minaccia permanenti. Gli odii da lei soffocati colla forza perdurano latenti e van guadagnando sordamente intorno a lei di estensione e di intensità. Atene pensa con inquietudine al giorno che quel contagio propagandosi avrà stretto le città greche in una tacita lega contro di lei: perchè colla stessa facilità delle repressioni isolate, non le sarà dato estinguere l'incendio fatto generale.

Ma ciò che Atene sente, Sparta, la vigile, la gelosa,l'emula Sparta, lo osserva. L'Olimpio Pericle è inquieto, perchè qualcuno lo sta spiando; perchè sente istintivamente l'occhio di Sparta posato su di lui: occhio in apparenza calmo, immobile, ma a cui nulla sfugge: che studia la situazione e calcola il momento. Sparta d'uno sguardo ha misurato i disegni di Atene, e le resistenze de' suoi sudditi. Quelle resistenze abbisognano di una mano che le aiuti a prorompere, intanto che sono ancor fresche e tenaci e Atene è costretta a difendersene: più tardi, quando Atene avrà rassodato colla forza il suo dominio, elle saranno rese impotenti a farsi vive. Più tardi, Atene, se è lasciata fare, avrà realizzato il suo sogno d'impero assoluto su tutta quanta la Grecia; e sarà tardi per opporsele; chè nella parte soggetta, ella già vien spazzando un dopo l'altro gli ultimi avanzi delle greche autonomie; e le triremi di Pericle van sempre più lontano; e una nuova conquista non aspetta l'altra; e dopo aver soggiogata la Grecia jonica, Atene già intende palesemente ad intaccar la Grecia dorica. Infatti alleata con Argo ha già distrutto Micene; ha messo la mano su Megara; si è impadronita d'Egina; vincitrice ad Enofiti è entrata in Tebe[56]; ha battuto quei di Corinto e di Sicione[57]; ha preso Zante e Naupatto; devastate le coste di Laconia; alleatisi gli Achei. È tempo per Isparta, per la metropoli dorica, di muoversi — e provvedere ai casi proprii.

E certo era naturale che Sparta fosse gelosa di Atene; ma sarebbe stata anche sciocca — e avrebbe smentito la sapienza del suo legislatore — se non avesse approfittato delle occasioni che Atene le forniva per ovviare al pericolo che si veniva realmente avvicinando. Le città greche mordono impazienti il giogo di Atene; anelano a liberarsene, come un tempo dai Persiani;e Sparta, oscurata da Atene nella propria gloria, ferita nell'amor proprio, danneggiata nella propria potenza fra i popoli dorici, minacciata nella propria indipendenza e libertà, — Sparta sarebbe rimasta inoperosa, le braccia conserte, ad attendere che l'emula finisse l'opera incominciata e già condotta sì innanzi?

Era troppo pretendere dalla sua abnegazione.

La guerra tra Corcira e Corinto e le mosse di Atene a Corcira e a Potidea (dove Alcibiade comincierà la sua carriera) segnano a Sparta il momento aspettato. Corinto ricorre a Sparta e Sparta non si fa pregare. La scintilla è accesa e la guerra del Pelopponneso scoppia.

***

Come, con che veste, con che titolo scende Sparta sul campo?

«Dalla vetta de' suoi monti, spingendo lo sguardo oltre lo spesso cerchio degli Iloti curvi sulla gleba, lo Spartano cercava ansioso il tremulo orizzonte marino e pel ceruleo piano dell'Egeo indagava fra i gruppi delle ridenti isolette il numero ognora più grande degliamicie degli alleati d'Atene... d'Atene la miscredente, la scettica[58], che osava inalberare il vessillo della libertà, fondare gli ordini dello Stato sul consenso dei cittadini.... Bisognava trovare un pretesto per metter fine allo scandalo.... E il pretesto fu subito trovato.... Atenedurò un pezzo a schermirsi dalla necessitàdi impugnare le armi contro i vecchi commilitoni delle vittorie sui barbari, maprovocata in mille guise[59],messa colle spalleal muro, obbligataa battersi o a perdere inonoratamente la sua preminenza, scese finalmente in campo, e cominciò la lotta tremenda che doveva finire così miseramente per lei....»[60].

«Dalla vetta de' suoi monti, spingendo lo sguardo oltre lo spesso cerchio degli Iloti curvi sulla gleba, lo Spartano cercava ansioso il tremulo orizzonte marino e pel ceruleo piano dell'Egeo indagava fra i gruppi delle ridenti isolette il numero ognora più grande degliamicie degli alleati d'Atene... d'Atene la miscredente, la scettica[58], che osava inalberare il vessillo della libertà, fondare gli ordini dello Stato sul consenso dei cittadini.... Bisognava trovare un pretesto per metter fine allo scandalo.... E il pretesto fu subito trovato.... Atenedurò un pezzo a schermirsi dalla necessitàdi impugnare le armi contro i vecchi commilitoni delle vittorie sui barbari, maprovocata in mille guise[59],messa colle spalleal muro, obbligataa battersi o a perdere inonoratamente la sua preminenza, scese finalmente in campo, e cominciò la lotta tremenda che doveva finire così miseramente per lei....»[60].

È bella, caro Yorick, è commovente, è poetica questa vostra narrazione delle origini della guerra: ma ahimè! la storia, la nuda, la prosaica storia, sciupa le tinte della vostra poesia e mi guasta maledettamente il vostro racconto.

Certo l'antipatia di razza entrava per qualcosa nelle origini della guerra; v'entrava il contrasto degli ordinamenti politici; non tutto era puro nelle intenzioni della gelosa Lacedemone e l'assegnamento fatto sugli ajuti dello straniero basterebbe a provarlo[61]. Ma quante dunque doveva averne fatte Atene, perchè allo scoppiar della guerra, nell'opinione di tutta la Grecia, le intenzioni di Sparta apparissero nobili, e la sua causa diventasse la giusta!

Io interrogo la storia ed essa mi dice che Sparta iniziava la guerra in nome dell'indipendenza dei popoli greci, in difesa delle greche autonomie.

Interrogo la storia e mi dice che Sparta prendea le armi nel momento che l'ambizione di Pericle, deposta la maschera, camminava diritta ed ardita a far servatuttala Grecia[62]; che Sparta prendea le armi come protettrice della libertà greca, e accompagnata del libero appoggio, dal plauso e dai voti de' suoi proprj alleati e delle stesse città suddite di Atene.

Questo schierarsi risoluto delle simpatie di tutta l'opinione nazionale greca dal lato di Sparta è un fatto altrettanto incontrastabile e riconosciuto daglistorici[63], quanto poco considerato finora, secondo me, nel suo valore rispetto alle origini della guerra. Noi vedremo più tardi nel corso di questa le città alleate di Sparta rimanerle generalmente fedeli, anco nella contraria fortuna dell'armi; e all'opposto le città tributarie di Atene ribellarsi e passare a Sparta non appena un qualche rovescio degli Ateniesi o qualche altra vicenda della guerra ne fornisca loro l'occasione[64]. Un giorno son quei di Eritrea e di Chio, dellafedeleChio, che si rivoltano; un altro giorno i Milesj; un altro i Rodii, gli Abideni, i Bizantini, gli Eubei[65]. Questo fatto, caro Yorick, che influirà sull'esito finale della guerra, assai più della defezion d'Alcibiade — da voi reputata sola causa del disastro — questo fatto mi pare valga la pena di tenerne conto, prima di dipingermi, come fate, la mistica, la feroce, la despotica Sparta che esce dal chiuso del suo covile per uccidere in Grecia la libertà. O come mai allora ella si trova aver tutta la Grecia per complice? Alla libertà i Greci di quel tempo ci tenevano pure qualche poco, e la loro opinione — nel giudicar da che parte stessero o almeno prevalessero il diritto e la giustizia —la loro opinionedi interessati e competenti in causa mi sembra debba pure pesar per qualche cosa; magari, se lo permettete, qualche cosa più della vostra e della mia.

***

Se fosse qui il caso d'intercalare un confronto storico, (anche per far la parte, caro Yorick, a ciò che havvi di vero nei giudizî vostri) direi che la fisionomia della guerra del Peloponneso offre una singolare analogia con quella della guerra di liberazione che sul principio del nostro secolo finiva a Lipsia e a Waterloo. Napoleone I rappresenta ben Pericle, come la Francia democratica serva dell'uno, rappresenta la democratica Atene serva dell'altro: tutti e due han dato, l'uno alla Francia, l'altro ad Atene, la gloria e il triste vanto di tiranneggiar sugli altri, in compenso della perduta libertà. Atene trascina per forza nella guerra le città alleate tributarie Chio, Samo, Lesbo, ecc., come il primo impero vi trascina, legati per forza alla fortuna delle sue bandiere, i soldati d'Italia e della Confederazione del Reno. E contro Atene la colta, la gentile, la democratica, si leva la rozza, l'aristocratica Sparta; contro la Francia imperiale, la splendida erede degli Enciclopedisti dell'89, si levano l'aristocratica Inghilterra, la Germania feudale e patriarcale, la Russia semibarbara. Naturalmente la Santa Alleanza pensava e mirava a qualche cosa d'altro, oltre la liberazione e la fratellanza dei popoli iscritte nella sua bandiera; ma chi negasse che la guerra del 1813 non fosse per la Germania una guerra di liberazione; che non fosse splendido l'entusiasmo divampante dai palazzi ai tugurî che suscitava come un solo uomo i popoli tedeschi contro l'invasore; che non fosse giusta la causa santificata dagli inni e dal sangue di Körner, costui negherebbe la storia. Il disastro di Sicilia e il disastro di Russia annunziano alla Grecia serva di Atene, all'Europa serva della Francia, l'ora propizia della libertà. I confederati del Reno disertano le odiate bandiere sul campo di battaglia comei confederati Joni disertano da Atene. Le defezioni e le cospirazioni interne completano il quadro, e dentro Parigi come dentro Atene preconizzano e affrettano la catastrofe: qua Francesi che preparano la ristaurazione e cospirano con Wellington e con Blücher; là Ateniesi che instaurano l'oligarchia e cospirano collo Spartano; qua le trame di Marmont e di Fouché, là le trame di Pisandro e di Antifonte[66]: tristi, ignobili spettacoli entrambi, ma frutti della spossatezza generale, del bisogno di pace, della reazione dei tempi. E il giorno che le due catastrofi succederanno, che sotto i colpi della coalizione esterna e delle interne congiure cadranno i due imperi, alla distanza di ventidue secoli i popoli manderanno lo stesso respiro più libero, alzeranno lo stesso grido di soddisfazione e lo saluteranno egualmente come un giorno foriero di libertà. Verranno poi gli storici al minuto, abituati a veder le cose in piccolo, e, dimenticando le grandi leggi della storia, attribuiranno a piccoli episodii le due grandi cadute; qua al tradimento di Grouchy a Waterloo, là alla defezion di Alcibiade, al tradimento dei capitani in Egospotamos. Intanto la storia, guardando dall'alto, dirà che i due imperi caddero per legge fatale di eventi: perchè l'opinione del tempo e la congiura dei popoli stavano contro di loro. Vero è che i popoli saranno delusi nelle loro speranze, perchè all'indomani della vittoria i vincitori avran dimenticate le loro promesse: e la egemonia di Sparta, fatta tirannica, infierirà nella Grecia dopo Egospotamos, come la reazione imperverserà sull'Europa dopo Waterloo. Ma alla umiliazione della Francia sotto l'asta del Cosacco come a quella di Atene sotto la verga dei Trenta, sopravviveranno gli splendori del genio di entrambe; e le due grandi decadute, pure espiando i loro errori, conserveranno il loro posto nella storia della civiltà.

Non è però ancora una ragione perchè la storia non sia severa e imparziale anche con loro, e non constati in quei loro errori la vera causa delle loro catastrofi.

***

Voi mi parlate degliamicidi Atene! Ma allo scoppiar della guerra, lo abbiam veduto, Atene non ne aveva di amici! Avea città suddite che la seguivano per forza, e da cui sapevasi e da cui confessavasiodiata.

Mi parlate delle provocazioni di Sparta! Certo Sparta fu quella che mandò prima le intimazioni[67]; ma ciò riguarda il principio materiale della guerra[68]: e Atene non aveva aspettato fin allora per far capire dove miravano le sue conquiste, e far sapere ai popoli dorici la sorte che li aspettava. Ho già ricordato più sopra i suoi colpi di mano su Megara, Corinto, Egina, Tebe, Sidone, Naupatto. Sparta trae la spada dal fodero all'ultimo momento, quando il pericolo ai Dori sovrasta imminente[69]e i suoi confederati già le rimproverano altamente gli indugi[70].

***

Del resto a mostrar come Sparta rappresentasse realmente in quella lotta la difesa delle autonomie greche, basta uno sguardo di confronto alle due confederazioni avversarie. La jonica, come mostrai, nonha più di confederazione che il nome, ad ironia: le città greche tributarie si trovano in faccia ad Atene nello stato diservitù(δουλεία) come Nasso, o dischiavitù(ἀνδραποδισμὸς) come Ejone, o come Sciro: quelle che serve addirittura non sono, pur serbando le forme democratiche, obbediscono a soprastanti ateniesi (ἐπίσκοποι, φύλακες), dipendono da Atene pei tributi, per le leggi, pei giudizî, per le navi, per tutto, la seguono nelle imprese militari, senza alcun diritto nè di consiglio nè di voto. E Atene decreta la guerra senza pur degnarsi di interpellarne i confederati.

Nella confederazione dorica è tutto all'opposto. I confederati, dalla egemone Sparta all'ultima città, conservano nella lega la loro piena autonomia, si governano ognuno secondo le patrie leggi. Autonomi i giudizi in ciascuna città; delle contese fra alleati decide non l'egemone, ma l'oracolo di Delfo o una città qualunque scelta arbitra dai contendenti. La pace, la guerra, gli altri interessi comuni, trattati e decisi in comune assemblea, che la egemone convoca, ma la cui convocazione può essere chiesta dalle città; e nell'assemblea, parità di voto per ogni città confederata, dalla più grande alla più piccola: obbligatorie le decisioni della maggioranza. Gli alleati non pagano a Sparta nessun tributo: ma, a guerra votata, uno dei due re di Sparta ha il comando supremo delle forze, e ciascun confederato contribuisce il suo contingente stabilito di provvigioni, di denaro, di soldati e di navi[71]. Naturalmente, in quella lega così stabilita sul piede di un'assoluta eguaglianza, l'unione tra i confederati era vieppiù cementata dalla spontaneità dell'adesione, dalla libertà del voto, dalle affinità di sangue e dalla somiglianza delle istituzioni, foggiate dal più al meno a repubblica aristocratica, secondo l'indole e il genio delle razze doriche.

Questa lagrande tiranniacon cui Sparta si fa innanzi a nome dei Greci, sullo scoppiar della guerra![72]E non vi si decide se non dopo che l'assemblea delle città confederate a maggioranza di voti l'ha per ben due volte decretata[73]; e incaricata di dar corso al decreto, tenta prima se mai l'apparato delle forze basti a smuovere Atene da' suoi disegni; reclama libera Potidea, libera Egina, revocato il decreto contro i Dori di Megara. E poi che Pericle risponde con ripulse superbe, qual'è l'ultimatumdella tirannica Sparta?

«Vogliono i Lacedemoni la pace: e si avrà, se lascerete che i Greci vivano indipendenti, e si governino colle proprie leggi.»[74].

È onesto, è giusto; ma è precisamente quello che Atene non può accordare e non accorderà. Perchè la sua nuova grandezza, le sue ricchezze, il suo commercio, sono il frutto della sua tirannia, ed essa ormai vivenecessariamentedi questa; perchè gliodjche la tirannide le ha attirati, se appena la tirannide rallentasse, scoppierebbero[75]; perchè rendere ai Greci la libertà significherebbe per lei restar sola e decadere dal primato.

La sua politica è netta, ed è logica; e le sue risposte sono degne della sua politica.

— Sì, è vero, il nostro imperio è tirannico; ma or che l'abbiamo, il timore e l'utile ci prescrivono di tenercelo[76].

Sì, è vero, la nostra tirannide è odiata: ma è massima costante che il forte detti la legge al debole[77].

Sì, è vero, abbiam tolto ai greci alleati il diritto di reggersi colle leggi proprie; ma essi devono ringraziarci sedal nostro grado ci abbassiam fino a loro, e se nei litigi facciam loro l'onore di giudicarli colle leggi nostre![78]

È vero, è verissimo, abbiam tolto loro la libertà; ma essi devonoesserci riconoscenti se non li privammo di maggiori beni.[79]

Così risponde Pericle; rispondono a Sparta gli inviati di Atene; di questa povera, innocente, virtuosa Atene, ingiustamente aggredita,provocata in mille guise, messa colle spalle al muro, che ha impietosite le viscere — pietose sempre — di Yorick! Risposte, nel cinismo, incredibili, se uno storico ateniese e contemporaneo — il più rispettato e il più autorevole degli storici antichi — non ce le avesse conservate — e se le opere non avessero fatto fede delle parole!

Son questi i nuovi principj, le nuove idee di fratellanza e di patriottismo che la Atene di Pericle annunzia al mondo greco; questa è la missione di libertà, di giustizia, di uguaglianza, che la repubblicana Atene, l'antica liberatrice, inalbera e proclama innanzi alla Grecia, cinquantasette anni dopo Maratona, quarantotto anni dopo Salamina, quarantacinque anni dopo il patto fraterno giurato in Delo!

Ah, la politicamaterialedi Pericle ha già ben lavorate le coscienze ateniesi, ha già ben trasformato i rigidi repubblicani! Il carattere ateniese è ben mutato dal giorno che i padri, sul campo di Platea, offrian di cedere al Tegeati il posto d'onore, niun'altra gara chiedendo che di fortezza e di virtù![80]

Una profonda rivoluzione morale evidentemente si è già compiuta all'ombra dei magnifici monumenti del secol d'oro; e alla distanza soltanto di mezzo secolo, un abisso separa due periodi della vita e della storia della stessa città. Ma l'autore di quella rivoluzione non arriverà in tempo a vederne tutte le conseguenze morali e materiali: fortunato ancora, egli non vedrà che l'alba dei giorni tristi che la sua mano ha preparato ad Atene, e morirà ancora in tempo per potersi gloriare dei giorni di splendore che le ha procacciati. Egli morirà in tempo per potersi illudere, dal letto di morte, sul giudizio e sulla severità della storia; egli, il più grande certo e relativamente il più onesto, fra quanti corruttori di popoli si sian mai fatti grandi, sagrificando all'utile il giusto. Il ricordo delle sue glorie verrà solo a visitarlo al capezzale: eppure forse sarà un rimorso e un presentimento segreto, sarà un segreto bisogno di farsi perdonare qualche cosa dai suoi concittadini e dai posteri, quello che morendo lo spingerà a reclamare, per la memoria del suo nome, fra tante glorie, una sola:

«Nessun Ateniese, per cagion mia, non si è mai vestito a bruno.»

Parole sante. Ma la storia non le accetterà. Essa accorderà a Pericle il suo posto nel Panteon: ma fra i colpevoli illustri. Perchè il pervertimento lento, blando del senso morale, dell'anima di un popolo, è colpa più triste delle violenze e degli eccessi della tirannide brutale. Questi hanno già in sè ed affrettano da sè stessi il rimedio: quello lascia più lungo e più funesto il suo solco nel tempo. Atene sorge più balda, più forte dalla tirannide sanguinaria di Ippia: ma il veleno lento di Pericle la consegnerà morta al Macedone. Da Tarquinio v'è appello a Bruto: ma dalla corruzione del magno Cesare, si va diritto a Comodo e a Caracalla.

Nel nostro secolo, che ha visto difendere tutte le tesi, si doveva veder difesa — che dico? malamente copiata in trono — anche la politica di Pericle. Grote, il principe degli storici della Grecia, andrà ancora un passo innanzi, e secondando lo spirito ardito di critica innovatrice che ha invaso le regioni della storia, intraprenderà la difesa anche dei demagoghi successori di Pericle, e prenderà sotto il suo sapiente patrocinio Cleone il conciapelli e i suoi illustri colleghi. Ma la morale resta una sola sotto tutte le forme politiche, e formula le sue condanne, anche dopo tutte le scoperte della critica sapiente ed erudita[81].

***

Malamente copiata in trono— ho detto dianzi: e certo sarebbe uno studio interessante quello di chi, senza fermarsi a Cesare, nè ad Augusto, nè a Leone X, nè a Cosimo o Lorenzo de' Medici, nè a Luigi XIV, cercasse i punti di confronto tra il figliuolo di Zantippo e il suo infelice imitatore morto in esilio a Chislehurst. Entrambi arrivano al potere puntellandosi sulla democrazia. Entrambi si accattano popolarità, ostentando zelo per il benessere delle classi inferiori, e facendo al bisogno del socialismo di falsa lega. L'uno spazza via l'opposizione cogli ostracismi, l'altro cogli esilii e le deportazioni. E l'uno e l'altro fanno il popolo rassegnato alla perdita delle sue franchigie, adescandolo coi vantaggi materiali, e paralizzando le virtuose resistenze col contagio della venalità. L'uno mette a prezzo tutti gli uffici della sovranità popolare; l'altro apre mercato di impieghi, dallo stallo del senatore e del consigliere di Cassazione all'ultimo dei sostituti Procuratori. Là senatori a una dramma il giorno, qui senatori a trentamila lire l'anno. Là un'assemblea venale, qui un Corpo legislativo cortigiano. Là eliasti venali, qui giudici compiacenti e servili.

E all'uno e all'altro abbisogna il lustro dell'armi. Quello assolda per la prima volta la milizia, e collalue dei mercenari corrompe nell'esercito le tradizioni pure ed eroiche del patriottismo; questo satolla l'esercito di favori, di paghe e ne dissocia gli interessi e gli affetti dagli affetti e dagli interessi del paese.

Intanto l'uno si vanta che, se dipende da lui solo,i suoi concittadini ponno far conto di vivere sempre immortali[82]. L'altro rimette la formula a nuovo e annunzia che l'impero è la pace.

Ciò non impedisce naturalmente agli Ateniesi di morire nelle spedizioni lontane del Chersoneso e del Ponto Eusino, a Samo, a Tanagra, a Sidone, nell'Eubea; e quanto alla pace dell'impero, essa pianta i suoi ulivi in Crimea e in Africa, nel Messico e in Cocincina, a Gravellotte ed a Sedan.

Ma per giungere al primato materiale anco un po' di prestigio morale, di influenza morale sui popoli non guasta. Qualche bella iniziativa pacifica od umanitaria, a tempo e luogo, è tanta polvere eccellente nell'occhio dei popoli.Per alzar l'animo del popolo a pensieri più grandi,[83](intanto che lavora a farne la libertà un po' più piccola) Pericle invita ad uncongressoinAtenetutti gli Stati greci dell'Europa e dell'Asia, tutte le città grandi e piccole, per consultare in comune sui sagrifici agli Dei, sulle cose del mare, sui modi di provvedere alla sicurezza della navigazione, del commercio, alla conservazione della pace. Ventidue secoli dopo, il Napoleonide trova l'idea ancora ottima; e siccome anch'egli ha bisogno di dare alla Francia qualche soddisfazione morale in cambio delle tante di cui l'ha privata, così anch'egli bandisce il suo bravocongresso, e invita i Potentatia Parigiper discutere sui mezzi di assicurare ai popoli la pace e la prosperità. E come inillo temporegli staterelli più piccoli tra i Greci — i piccini sono sempre di buona pasta — così fan ressaad accettare i sovranelli europei; ma Sparta capisce il latino — anzi il greco — di Pericle e gli manda sul più bello il suo congresso in fumo; la Prussia capisce il francese delle Tuileries e manda l'altro congresso a farsi benedire.

Dai fiaschi morali però c'è sempre ricorso alle rivincite. Pericle si consola del fiasco del suo congresso, colla guerra sacra — la spedizione a Delfo — e il Napoleonide del fiasco del suo, con un'altra guerra sacra — il secondo intervento a Roma. Pericle va contro Delfo in odio di Sparta,[84]perchè questa ha la strana idea di pretendere che Delfo, la città santa, appartenga ai Delfiesi; Napoleone va contro Roma in odio di Bismark, perchè sospetta la sua zampa dietro quella di Garibaldi, e trova assurda la pretesa che Roma, la città santa, appartenga ai Romani.

È vero che la pietosa Eugenia di Montijo soffia nel fuoco; la mano gentile di una donna dirige nelle Tuileries il mestolo della politica e spinge il compiacente marito a sperimentare sui volontarj le meraviglie dei nuovi Chassepot. Era probabilmente per non invidiar nulla ad Aspasia, l'antica e gentile mestatrice politica, consigliatrice dell'olimpico marito; ad Aspasia,per le cui istanze e per compiacere alla quale[85]Pericle anch'egli si risolve alla iniqua spedizione contro Samo, e va a sperimentare su quei poveri isolani che difendono la loro libertà, le nuove macchine guerresche di Artemone «la novità delle quali recava perfino meraviglia a lui stesso»[86]!

Inique meraviglie; esperimenti infami: d'accordo. Ma intanto, di impresa in impresa, la gloria delle armi sorride al genio del figlio di Zantippo e alla fortuna del suo coronato imitatore. Atene e la Franciaservono ad un uomo; ma il loro orgoglio nazionale è soddisfatto. Al di fuori la gloria delle armi e il primato fra i popoli le compensano entrambe della perduta libertà. Al di dentro, la prostrazione morale dei caratteri è nascosta sotto uno strato di prosperità materiale. I due despotismi camminano entrambi per le stesse vie; spargono entrambi sui loro passi il vizio colle sue magnificenze, perchè sia semenza di servi. Chiamano complici entrambi dell'opera le Muse, perchè la loro presenza dissimuli la scomparsa della gran Dea che se n'è andata. Atene e Parigi, divenute belle, magnifiche, grandiose, vedono rifiorir l'era degli artisti e dei letterati, dellelorettese dellecocottes. La casa di Pericle e di Aspasia ha per succursali l'Academia e i tempj diVenere etéra; i ricevimenti delle Tuileries completano le sedute dell'Istituto e i balli di Mabille. Si assiste alla efflorescenza delle menti e alla depravazione dei costumi; le arti sono in rialzo e le coscienze sono in ribasso.

E in mezzo a tutto ciò, ad Atene come a Parigi, una irrequietudine vaga, incessante, prodotto di una quantità di cattivi umori che la tirannide ha fomentato, di cattivi istinti che essa ha accarezzato; un senso indefinito, profondo di malessere, il senso della mancanza di qualche cosa, che lascia il popolo insoddisfatto, che sveglia incessantemente in lui desiderî, rancori, memorie, passioni, a cui bisognerà pur trovare uno sfogo, perchè non diventino un pericolo. Atene, malcontenta fra i suoi splendori, guata il Peloponneso; la Francia, malata in mezzo alla sua opulenza, adocchia il Reno. Antipatie di razza, ad arte fomentate, aizzano le funeste cupidigie; e le due tirannidi, felici di aver trovato al di fuori questo potente diversivo ai pericoli di dentro, slanciano i due popoli a cuor leggiero sulla via delle grandi catastrofi e delle grandi espiazioni. E nel secolo V avanti l'Era volgare come nel secolo XIX il mondo assiste egualmente all'identicospettacolo di un popolo elegante, spiritoso, ciarliero, leggiero, vivacissimo; banditore un giorno di libertà agli altri, incapace a serbarla per sè; democratico di principj, arrogante di fatti; rappresentante di una civiltà splendida, raffinata, ma corrotta, snervante, dissolutrice della famiglia e del senso morale; di questo popolo che si scaglia ad un duello tremendo contro una stirpe ruvida, tarda, riflessiva, austera, fatta gagliarda dalla ferrea disciplina, dalla severità del costume, dal culto religioso della patria e della famiglia; più che sobria di parole, lenta, ponderata al risolvere, tenacissima all'opere. E perchè il riscontro sia più completo, tutte e due le volte è la nazione democratica che provoca alla lotta colla prepotenza; ed è il popolo cresciuto nella tradizione autoritaria che prende l'armi a difesa della sua indipendenza minacciata. L'urto è terribile e le vicende dei due conflitti son diverse, ma l'esito finale è il medesimo; perchè è forse scritto nelle leggi segrete della storia che agli stessi errori dei popoli presiedano gli stessi castighi. Il calcolo la vince sulla leggerezza; la disciplina sull'avventataggine, la scienza militare sulla presunzione, Lisandro su Tideo. — La ignoranza superba dei generali d'Atene in Egospotamo dà l'esercito ateniese, quasi senza colpo ferire, tutto quanto prigione in mano di Lisandro, e l'incapacità vanitosa dei marescialli consegna a Moltke gli eserciti della Francia. Lisandro entra ad Atene e Moltke a Parigi. La grandezza politica dell'Atene di Pericle finisce nella umiliazione di Lampsaco, la potenza del secondo impero nel fango di Sedan; e i due popoli espiano ben duramente la complicità morale coi loro padroni, nella provocazione della lotta spaventosa.

Atene, tornata libera e datasi ai demagoghi dopo la morte di Pericle, avea continuato nondimeno la guerra, come la continuò la Francia tornata repubblicana dopo caduto Napoleone III. Ma gli uomini erano scomparsi,e le conseguenze della loro opera restavano; ed erano queste — appunto queste — che rendevano ai due popoli non iscongiurabile il destino.

***

Però Atene fu assai più tarda a subirlo, e potè lottare contro di esso per ben trent'anni: e perchè potentissima la sua marina, e perchè troppo diverse le circostanze e i metodi di guerra; e perchè in tempo la sovvenne il genio militare di Alcibiade: e perchè infine lo stato di Atene, quando Pericle morì, era ancora lungi dall'essere così fracido come lo stato della Francia alla caduta di Napoleone III. I germi, i fattori della dissoluzione sociale e morale che doveano portar lo stato alla rovina, Pericle pur troppo ve li avea deposti già tutti e alimentati da un pezzo: ma, come dissi più addietro, essi avean trovato lui, vivente, un correttivo nella sua moderazione, nel suo genio, nella sua stessa onestà relativa: era alla morte di lui che essi dovevano trovare il loro pieno e tristo sviluppo, invadere senza ritegno e corrodere dalle radici tutto quanto l'organismo politico e sociale dello Stato. Ciò dovette esigere qualche tempo: ma i risultati dovettero esserne ugualmente ben terribili, perchè nè la marina potentissima, nè il genio di Alcibiade non bastassero più neppur essi a scongiurarli, e Atene dovesse un bel giorno cader in mano del suo nemico come una pera fracida distaccata del ramo.

E alla morte di Pericle che troviamo la demagogia ateniese, come un pupillo malamente educato ed uscito in mal punto di tutela, impaziente di rifarsi dei suoi quarant'anni di inazione perduti; tanto più avida di far valere, per dritto o per traverso, la sua sovranità, quanto più priva per il lungo disuso e per la indecorosa abdicazione di tanti anni, delle virtù necessarie al suo esercizio; provvista di tutti i mezzi, di tuttigli incentivi di corruzione che Pericle le ha posto in mano, senza saperli, come lui, indirizzare a qualche altezza di fini politici;[87]prorompente sfrenata e vanagloriosa dappertutto, spargente dappertutto il contagio dei vizi che lasapienzadi Pericle le ha inoculati, ma già abbastanza lontana, per distanza di tempo, dalle grandi tradizioni del principio del secolo, perchè il riflesso ne arrivi come un rimprovero sino a lei, e le imponga almeno il pudore del rispetto per la memoria delle antiche virtù.

È in quest'epoca che si svolge il mio dramma — e le leggi austere e i costumi virtuosi dell'epoca solonica quanto sono già lontani, quanto sono lontani da lei!

E l'epoca di cui abbiamo le informazioni in Aristofane, in Tucidide, in Platone, in Senofonte, in Isocrate, e nelle lettere di Alcifrone e neiCaratteridi Teofrasto: di cui possiamo chieder conto allo stesso Demostene; perchè sebbene ei sia vissuto nel secolo dopo,il periodo morale e storico è uno soloe medesimo: le piaghe morali che danno Atene in mano al Macedone sono le stesse che l'han data in mano di Sparta: e son già tutta roba ereditata dai contemporanei di Socrate i bei progressi del costume fulminati dall'eloquenza del Peanese[88].

Le Assemblee del popolo — ormai cessate negli ultimi tempi di Pericle (da che egli non avendone omai più bisogno, avea trovato più comodo di farne senza) — richiamano di nuovo il popolo in folla, colla raddoppiata avidità de' tre oboli. — Ma la nuova tèmpra del costume ha reso già troppo incomode e viete le prescrizioni di Solone, che pretendeano escludere dal foro gl'indegni, gli oziosi, i rotti ai vizi, e sottoporre a sindacato la moralità degli oratori. Tanto varrebbe spopolar le adunanze. Anzi, al contrario, da che i vizi hanno invaso tutto, i peggiori, i più corrotti son quelli naturalmente che più gridano, più si danno attorno, più spadroneggiano nell'Assemblea. Una moltitudinepigra, cianciatrice, avara, ingorda di salarj[89], venuta su nell'ozio e nelle tristi abitudini dell'ozio[90],ascolta oratori, senza onestà e senza meriti, rotti a ogni bruttura, a ogni mercato[91], ladri dell'erario[92], corrotti e corruttori, dediti alle ambizioni più basse e all'adulazione più servile[93]. Siam lontani dal tempo che la legge puniva i venali, i ladri, i corruttori, d'infamia e di morte: oggi gli oratori in voga, i capi del popolo, i beniamini dell'Assemblea si chiamano Cleone che ruba a man salva i talenti dell'erario, e Iperbolo le cui laidezze arriveranno a disonorar l'ostracismo. Oggi non si tratta più per gli oratori di dar giusti e sapienti consigli per il bene della città; si tratta di salire in alto, mendicando suffragi per le piazze[94]e raggirando il popolo colle arti de' sofisti; perchè ora sono i sofisti — eviratori di menti e di caratteri — che da Pericle in poi tengono il campo, e il nuovo gusto del popolo vuol oratori usciti dalle loro scuole. Egli non vuol più che bei giuochi di parole e adulazioni ben condite. Non va più allo Pnice per sentirsi rampognare o far la predica da un Aristide o da un Cimone: ma per esserespettatore di discorsi[95]che siano bene declamati e gesticolati, o di buffonerie che lo tengano di buon umore: e ride e batte le mani al ciarlatano Cleone che entra già ubbriaco all'assemblea, avvisando il popolo ch'egli non ha tempo di parlar d'affari, e che differirà la seduta a un altro giorno perchè ha invitato degli amici a pranzo.

La lotta di influenza tra gli oratori ridotta gara di smancerie: a chi più basso, adula il popolo, lo liscia di più.[96]Il resto lo fa il danaro. La corruzione regola i voti, crea le improvvise fortune.

«Ora tutto come in mercato sta a prezzo ed è scambiato da passioni che già appestarono la Grecia: avara sete di mancie: riso a chi la confessa: perdono al convinto: e tutte l'altre necessità di corruzione.»[97]

«Una volta i convinti di corruzione eran dannati nel capo; ora vengono eletti generali.»[98]

Una volta s'ammiravano le case modeste di Temistocle e di Cimone: ora i poveri, venuti da jeri agli affari, andar in cocchio a tiro due;[99]«alzar case più sontuose e superbe de' pubblici edificj, comprar sì vaste distese di terreno, cheneppur sognando l'avrebbero potuto sperare.»[100]

E non il foro soltanto ma i tribunali or sono teatro a' mercati. I cittadini a frotte abbandonano le officine, i ginnasj, per correre all'Eliea, poi che la mancia deldicasticoè stata portata da un obolo a tre:[101]addio sane ed oneste abitudini del lavoro; la manìa dei giudizj moltiplica i processi, le condanne: la plebe, invasa dalla epidemia litigiosa, è tutta una vastaconfraternita di triobolisti[102]. La vita del cittadino è un perpetuo conflitto legale: non passa dì, tranne le feste, ch'ei non sia occupato d'affari legali, o come giudice, come parte, o come procuratore, o come testimone[103]. Non vede, non pensa, non parla che diprocessi; «di notte non dorme e se chiude gli occhi un pocolino, la sua mente vola intorno alla clessidra dei giudizj; nel sonno sogna aver in mano il ciottolo dei voti, e scrive sulle porte:Bello è il bossolo dei voti. Se il gallo canta in sulla sera, grida che si è lasciato corrompere per isvegliarlo, e ha preso danaro dagli accusati. Dopo cena, corre al tribunale; sul far del giorno corre al tribunale, ci dorme appoggiato a una colonna, e tira dormendo lunghe righe in segno di condanna; in tal modo vaneggia e ha sempre la mente rivolta a quel suo giudicare[104].

E la manìa dei giudizj sviluppa naturalmente la manìa delle accuse: fioccano le false denunzie, pullula d'ogni parte — nuova piaga del senso morale — la ignobile genìa dei sicofanti. Un triste, incessante, sospettarsi a vicenda: e più sospettar di coloro che più si tengono appartati dal contagio de' costumi; già si mormora di Socrate perchè s'astiene da' giudizi e dal foro[105]. Se altre accuse mancano affatto, ci son quelle di irreligione o di cospirazione, che non mancan mai.

«L'accusa dicospirarper la tirannide è fatta più comune della carne salata. Se alcuno compera triglie e lascia le sardelle, tosto grida colui che lì presso vende le sardelle:sembra che costui di tali viveri provvedendosi, abbia in animo di farsi tiranno.Se alcuno poi chiede un porro per condire le acciughe, l'erbivendola, guatandolo coll'occhio del porco, gli dice:dimmi un po': tu chiedi il porro: vuoi forse farti tiranno?»[106]

E quel che avanza di tempo ai giudizj e alle condanne, le feste e gli spettacoli se lo portan via. Ildiobolodi Pericle fa furore, e il popolo è sempre più puntuale nell'esigerlo. Altro che i tempi in cui rinunziavaai danari del Laurion per provveder di navi la città! Ora in un giorno delle Dionisiache, in ecatombi di buoi per un banchetto popolare, l'Erario spende l'importo di intere spedizioni navali[107]; or fra poco si bandirà pena di morte contro chitenterà di stornare per le spese militari i denari delle feste[108]; ora fra poco sentiremo Demostene prorompere indignato:Voi popolo invilito, fiacco, spiantato, derelitto, più non siete che schiavi: e tanto sol che vi snocciolino il denaro degli spettacoli o vi ingoffino di un pezzo di bue ne fate gran festa; così incatenandovi nella patria stessa, vi ammansano ad abbiettezza e servitù: chè non sorge a grandi e generosi sentimenti chi infiacchisce in vili cure, e dai costumi del vivere non van disformi i pensieri.[109]

Infatti, tra quelli ozj, tra quelle baldorie, la fortezza de' padri se n'è andata. La legge, sopraffatta dall'ignavia del costume, non colpisce più come un tempo dei rigori estremi — chè troppi dovrebbe colpirne — i renitenti, i disertori, i codardi, che nelle battaglie fuggirono, abbandonarono l'armi e le schiere[110]. Già sotto Pericle, come accennai, la paga di una dramma a mala pena bastava ad allettare i cittadini poveri all'armi; dopo Pericle, diminuita di due oboli, per sopperire agli scialaqui e ai vuoti dell'erario, e ridotta a quattro oboli soli, non basta più. In fuor di quelli che non han proprio altro modo di procacciarsi il vitto[111], la ripugnanza alla milizia si va ogni dì facendo più estesa; invano le liste di leva dei cittadini sono affisse alle statue degli eroi; è di forestieri, di mercenarj traci, tessali, cretesi ed acarnani che bisognariempir per forza i vuoti delle falangi e delle triremi[112].

Nè già i ricchi fan fronte al contagio: chè come i poveri ricusano il servizio, ed essi ricusano il denaro delle triremi[113]: alla guerra poi non amano andarci, perchè troppe mollezze li adescano nelle case, e in campo rifuggono dal trovarsi colla ciurmaglia de' mercenarj. Frattanto illanguidirsi ogni spirito di emulazion militare; ogni gara di valore; più frequenti in battaglia gli esempj di codardia, non puniti tutt'al più che da qualche motteggio de' comici[114]; moltiplicarsi invece in ragione inversa, e prodigarsi a piene mani, e immeritati, gli onori, le ricompense serbate in antico solo a' fortissimi; d'altrettanto scaderne lo allettamento ed il pregio; incapaci ed indegni salire spesso a' primi gradi dell'armi[115]; indi affievolirsi la disciplina, la fiducia, e tutte le virtù che in campo fanno valente il soldato, e le armate salde e poderose.

E intorno intorno a questo quadro di costumi publici, la brutta cornice de' costumi privati: una licenza, una oscenità di modi, di linguaggio, di usanze, così laidamente sfacciata, che Aristofane per flagellarla è costretto a far uso di altrettanta sfacciataggine[116]; rotti i vincoli della famiglia; i giovanispendere tuttoil dì per le bische e per le case di suonatrici di flauto[117]; l'adulterio, il concubinato, sottratti ai rigori delle leggi antiche, liberamente, publicamente ostentati; comune usanza de' mariti il publico trescar colle etere; e queste — bandite da Sparta — qui cresciute di numero, di fasto, di importanza, occupare sole il posto serbato alla donna nella società; le mogli — laggiù a Sparta così influenti e rispettate — qui fatte arredi di casa, appartate da ogni vita sociale, confinate in fondo a' ginecei, a lavorar di conocchia e di cucina, e là nelle lascivie riscattarsi della perduta libertà[118]; lenoni, buffoni, barattieri, sofisti, parassiti, — non più ministri di riti sacri, ma scrocconi di mense profane — invadere i trivii, le piazze, le case, rallegrar l'orgie de' voluttuosiCalocágati, spargere fra il popolo la scioperataggine e le dissolutezze delle classi più ricche, spargere fra i ricchi la trivialità e le sconcezze della plebe.

Questa l'epoca. I fatti, le stragi di Melo e di Scione; il bando di Alcibiade; la condanna dei capitani delle Arginuse; la condanna di Socrate. La conclusione — per il momento Egospotamo: più tardi Cheronea.

***

E poichè l'epoca era tale, e tutte le eleganze fiorite della vostra prosa, caro Yorick, non valgono a cambiarla — io, repubblicano, amante della mia fede e credente nel suo avvenire, non auguro alla repubblicadel mio paese nè di alcun altro iprogressi moralidi quel periodo della repubblica ateniese.

Sono stato ingiusto io dunque, nel mio dramma, verso Atene? bugiardo in faccia alla storia?

Ma come crederlo, quando voi per il primo siete costretto a darmi ragione e ridotto a non poter sostenere la vostra tesi altrimenti che con curiosi anacronismi, con una strana confusione di tempi e di date, che nessuno storico vi può menar buona, e che ancora non capisco come al vostro acume storico possa essere sfuggita?

Come crederlo, quando voi stesso, per dar le prove della vostra affermazione, siete costretto a risalire ad un periodo che non ha nulla,nulladi comune col periodo del dramma mio; e le vostre prove me le andate pescando in un'epoca la cui grandezza morale e le cui virtù formano appunto il rimprovero più eloquente alla ignavia dei tempi che il mio dramma dipinge?

Io attacco i costumi dell'età di Alcibiade: e voi, per difenderli, che cosa mi rispondete? Ah, sentiamovi un po', che val la pena:


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