XI.

[5] Il Botta dava a leggere al giovine Manzoni il manoscritto della suaStoria della Indipendenza degli Stati Uniti, della quale il Manzoni scriveva con entusiasmo all'amico Pagani, dicendogli, tra l'altre cose: "Credi che, dopo i nostri storici vecchi, nulla d'eguale è mai comparso in Italia," e gli raccomandava di trovargli un editore in Italia. L'editore non si potè trovare. Il Botta stampò il libro a sue spese; poi, avendo la moglie malata, e bisogno urgente di far danaro, vendette tutta l'edizione a peso di carta!—È noto come, dopo la pubblicazione de'Promessi Sposi, il Botta classicheggiante si schierò tra gli avversarii della Scuola manzoniana.

[6] La prima edizione de' soli cento esemplari, uscita nel febbraio del 1806, non fu messa in vendita; l'edizione di Milano fu di 1000 esemplari, ed uscì nel marzo di quello stesso anno.

[7] Fra i poeti che destarono maggior entusiasmo nel giovine Manzoni vuol essere ricordato, per l'appunto, questo Lebrun. {P. D. E., da non confondersi con un altro poeta Lebrun (P. A.) nato nello stesso anno, in cui nacque il Manzoni, morto membro dell'Accademia Francese, di cui il Dumas figlio ebbe a tessere l'elogio insieme col D'Haussonville. Questo Lebrun ebbe pure una gloria precoce, cantò pure le vittorie napoleoniche, e ottenne perciò anch'esso una pensione annua, ma di soli 1200 franchi.} Egli era nato nel 1729, e s'era acquistato fra i suoi contemporanei il nome diPindare francais. A quattordici anni aveva già fatta un'Ode che prometteva un poeta insigne. Nato nella casa del principe di Conti, che lo prese a proteggere e lo adoperò poi per molti anni come suo segretario, vogliono che egli potesse esserne figlio. Il figlio del grande tragico Racine, poeta egli stesso, innamorò il giovane Lebrun della poesia; naufragato il Racine presso Cadice, il Lebrun lo pianse con un'Ode tenerissima. Sopra il suo quinto lustro, il Lebrun noveravasi già fra i primi Lirici francesi. L'indole satirica del poeta gli fece molti nemici; ma vuolsi pure ricordare che la figlia del grande Corneille ebbe dote per un'Ode famosa, nella quale il Lebrun supplicava in favore di lei il Voltaire. E quando il Voltaire morì, il Lebrun lo onorò con questa strofe efficace:

O Parnasse! frémis de douleur et d'effroi!Pleurez, Muses, brisez vos lyres immortellesToi dont il fatigua les cent voix et les ailes,Dis que Voltaire est mort, pleure et repose-toi.

Ma gli epigrammi pungenti del Lebrun sono molto più numerosi. La morte del prìncipe di Conti, la sua separazione dalla moglie, il fallimento del principe di Guémenée, presso il quale il Lebrun avea collocati i suoi risparmii, ne amareggiarono la vita. Per la intercessione del conte di Vaudreuil e del Calonne, impietosito il re Luigi XVI concesse al povero Lebrun una pensione annua di duemila franchi, il che non impedì, allo scoppiar della rivoluzione, che il Pindaro francese scrivesse le più ardenti odi rivoluzionarie. Ma il regno del Terrore lo spaventò; il Lebrun lamentò allora la libertà perduta e l'umanità oltraggiata. Passata la tempesta rivoluzionaria, creato l'Institut National, ei fu de' primi ad esservi accolto. Sotto il Direttorio, gli fu dato quartiere nel Louvre, con una pensione annua di mille scudi; Napoleone, primo console, la portò nel 1804 a seimila franchi. Negli ultimi anni della sua vita, il poeta perdette la vista; ma la ricuperò, in parte, per le cure del dottor Forlenze, onde il Cournand componeva la graziosa strofa seguente:

D'un nuage fatal tes yeux étaient voilés;Forlenze, par son art, te rendit la lumière.En des siècles plus reculésCe qu'il fit pour Pindare, il l'eût fait pour Homère.

Ma del beneficio della luce il Lebrun godette per poco tempo, poichè morì nel mese di settembre dell'anno 1807. I critici contemporanei del Lebrun non lo stimavano inferiore al lirico Giambattista Rousseau, specialmente per le due Odi al Buffon, per l'Ode sopra il vascelloLe Vengeur, e per le sue traduzioni e imitazioni delleOdid'Orazio. Ebbi sotto gli occhi un ritratto del poeta Lebrun, una figura nervosa, un profilo sottile, che non doveva inspirar molta simpatia; il Manzoni era tuttavia in quell'età, in cui tutti gli scrittori celebri sembrano degni d'essere amati, quando incontrò il Lebrun; e però il 17 marzo dell'anno 1806 scriveva da Parigi al suo amico Pagani: "Ieri ebbi l'onore di pranzare con un grande uomo, con un poeta sommo, con un lirico trascendente, con Lebrun. Avendomi onorato di un suo componimento stampato, volle assolutamente scrivere sull'esemplare, che conserverò per sempre:A. M. Beccaria. Ho avuto l'onore di imprimere due baci sulle sue smunte e scarnate guancie; e sono stati per me più saporiti che se gli avessi colti sulle labbra di Venere. È un grande uomo, per Dio! Spiacemi che le sueOdisieno sparse e non riunite in un volume per potertele far conoscere; il suo nome lo conoscerai certamente. Credimi che noi Italiani siamo alquanto impertinenti, quando diciamo che non vi è poesia francese. Io credo e creder credo il vero, che noi non abbiamo (all'orecchio), che noi non abbiamo un lirico da contrapporre a Lebrun per quello che si chiama forza lirica. E perciò qui lo chiamano comunementePindare Lebrun, e non dicono forse troppo. Per contentare la loquacità che oggi mi domina, e per giustificare la mia opinione, ti trascriverò qualche verso qua e là delle sueOdi. In una imitata dall'Exegi monumentumdi Orazio, egli dice che il suo monumento è più ardito della piramide e più durevole del bronzo. E poi (ascolta, per Dio!):

Qu'atteste leur masse insensée?Rien qu'un néant ambitieux:Mais l'ouvrage de la penséeEst immortel comme les Dieux.

Eh? e nella medesima Ode:

Comme l'encens qui s'évaporeEt des Dieux parfume l'autel,Le feu sacré qui me dévoreBrûle ce que j'ai de mortel.

E nella stessa ancora:

J'échappe à ce globe de fange:Quel triomphe plus solennel!C'est la mort même qui me venge;Je commence un jour éternel.

E, in un'Ode a Bonaparte, due anni fa:

Le peuple souverain qu'un Héros sent défendreN'obéira qu'aux Lois;Et l'heureux Bonaparte est trop grand pour descendreJusqu'au trône des Rois.

In un'Ode per la famosa notte del 10 agosto,—attento bene:

O Nuit, dont le voile imposteurServit un roi conspirateur,Je te dénonce à la mémoire!ors de ta lâche obscurité,Parais dans ton affreuse gloire,Subis ton immortalité!

Se questi non sono versi, quelli d'Orazio e di Pindaro sonocavoli!—E parlando di Dio in un poema;

Au-delà du soleil, au-delà de l'espace,Il n'est rien qu'il ne voie, il n'est rien qu'il n'embrasse,Et la création respire dans son sein.

[8] Una lettera del maggio 1806 diretta in poscritto dalla GiuliaBeccaria al Pagani lo pregava di visitare in Milano la tombadell'Imbonati: "Un vostro purovale(scriveva essa), saràaggradito da Lui, sarà accetto dal mio povero cuore."

[9] L'Autore dellaBiografiadel Manzoni che si legge ora nel_Supplemento all'Enciclopedia popolare_ del Pomba, preferisceinvece far credere che il Manzoni abbia scritto il Carme perl'Imbonati, per riconoscenza della pingue eredità ricevuta!

[10] "Il Manzoni (scrive lo Stoppani) si ricordava fin negli ultimi suoi anni della buona zia, la quale gli aveva lasciato delle impressioni vivissime, che egli ricordava agli amici, come fossero ancora quei giorni. Ritornata ai patrii lari, l'ex-monaca si era assunta lei una parte dell'educazione di Lisandrino, a cui aveva preso a volere un gran bene, e questa parte era di farne un giovinotto… se vi par troppo il dire galante, diremo brillante, chè non daremo così occasione di pensar male a nessuno. Non pare che per una coltivazione di questo genere il terreno fosse così facile, come avrebbe desiderato la coltivatrice. Anche il Manzoni dovette subire il supplizio inevitabile delle lezioni di musica e di danza…. Non vi cadesse mai in mente che l'ex-monaca fosse una donna meno che ammodo, anzi meno che pia; ella non mancava mai di condur seco Lisandrino alla benedizione nella chiesa dettaalla Pace. Vuol dire che lungo la via c'era tempo di discorrere d'altre cose.—Vede lei,—diceva un giorno il Manzoni, in uno degli ultimi anni della sua vita, ad un amico, mentre passavano per la Via di Santa Prassede,—vede lei quella finestra? Un giorno ero là colla zia che m'insegnava il viver del mondo. D'un tratto eccoci alle spalle lo zio monsignore; e la zia svelta a regalargli, come si dice, una buona cavatina, cambiando discorso con tale disinvoltura, da fare invidia al comico più provetto.—Dove mai aveva la zia appreso una tattica così sorprendente? Ma!… La cosa aveva fatto un gran senso al giovinetto, e gli avrà dato certamente da pensare. Talvolta certamente nella conversazione il discorso cadeva sulla soppressione, con tutti quei pro e contro che udiamo anche noi a' nostri giorni. La zia a questo proposito non si lasciava mai cogliere nelle spire di un ragionamento qualsiasi. Con quel suo fare spigliato e disinvolto saltava a piè pari alla conclusione.—Io per me—diceva—sono del parere di Giuseppe II. Aria: Aria!—soggiungeva, trinciando nell'aria di gran cerchi colla mano destra, quasi avesse voluto farsi largo, e sgombrarsi dattorno quel non so che, da cui aveva impedito per tant'anni il respiro."

[11] Questa pareva una preoccupazione forte nel Manzoni: noi abbiamo veduto nelle lettere che scrive intorno all'Arese moribondo com'egli si sdegni contro il sacerdote che viene a crescere il terrore della morte; è noto poi come l'estrema agonia del Manzoni sia stata dolorosa, pel terrore che lo invase nell'ultimo momento.

[12] Egli ricordava senza dubbio, in quel punto, il proprio già citato Sermone contro i cattivi poeti.

[13] L'indole intieramente soggettiva del Carme, le lodi date all'Imbonati amico di sua madre, quando il padre ancora viveva, e la possibilità che alcuno venisse un giorno, come venne pur troppo, a sospettare ch'egli cantasse l'Imbonati per riconoscenza venale, dopo che il Conte aveva diseredato i proprii parenti per lasciare le proprie sostanze alla bella ed intelligente amica, furono, senza dubbiò, i motivi gravissimi, per i quali il Canzoni ebbe più tardi a dolersi d'avere scritto quel Carme giovanile.

Il Manzoni a Parigi.

Il nome che portava la madre del Manzoni l'avea fatta accogliere in tutte le conversazioni più eleganti e più dotte del Consolato e del Primo Impero. Ad Auteuil, presso Parigi, viveva la vedova dell'Helvetius, in una casa già frequentata dai famosi Holbach, Franklin, Jefferson, Condillac, Diderot, D'Alembert, Condorcet, Laplace, Volney, Garat, Chenier, Ginguenè, Daunou, Thurot, Tracy l'ideologo e Cabanis. Ma il Cabanis frequentava specialmente la Maisonnette ove viveva la vedova del Condorcet, sorella del maresciallo Grouchy e della moglie di Giorgio Cabanis. Fu alla Maisonnette, ove la signora Beccarla si recava con particolare frequenza, che il Manzoni dovette conoscere il grande medico filosofo di Auteuil. Dal Sainte-Beuve apprendiamo che il Manzoni, parlandone col Fauriel, lo chiamavacet angélique Cabanis. Il Cabanis era nato nel 1757 a Cosnac e morì nel 1808 presso Meulan. Il Manzoni lo conobbe dunque negli ultimi tre anni della sua vita, e al colmo della sua gloria. Nell'anno 1806 il Cabanis aveva indirizzata al Fauriel una bella lettera sopra le cause prime, che fu pubblicata solo parecchi anni dopo la sua morte; probabilmente il Manzoni la lesse manoscritta presso il Fauriel. Il Sainte-Beuve riportò un passo eloquente della lettera del Cabanis; io ne riferirò qui, invece, la conclusione, nella quale il medico filosofo si rivolgeva allo storico sperato dello Stoicismo: "C'est a vous, mon ami, qu'il appartient de nous offrir les images des grandes âmes formées par ces maximes, de retracer dignement des souvenirs si touchants et si majestueux. Sans doute il est toujours utile de proposer aux hommes de semblables modèles; mais, aux époques des révolutions politiques, le bon sens et la vertu n'ont de garantie que dans la constance des principes, dans l'inébranlable fermeté des habitudes. Le débordement de toutes les folies, de toutes les fureurs, les excès de tous genres, inséparables de ces grands bouleversements, troublent les tètes faibles, leur rendent problématique ce qu'elles ont regardé comme le plus certain; les exemples corrupteurs, les succès momentanés du crime, les malheurs, les persécutions qui s'attachent si souvent aux gens de bien, ébranlent la morale des âmes flottantes; le ressort des plus énergiques s'affaiblit lui-même quelquefois, et toutes celles qui ne sont affermies dans la pratique des actions honnêtes que par le respect de l'opinion publique, voyant cette opinion toujours équitable à la longue dans les temps calmes, alors incertaine, égarée et souvent criminelle dans ses jugements, s'habituent à mépriser une voix qui leur tenait lieu de conscience; et si elles ne finissent bientôt par traiter de vaines illusions les devoirs les plus sacrés, il ne leur reste plus du moins assez de courage pour les faire triompher, dans le secret de leurs pensées, des impressions de terreur dont elles sont environnées de toutes parts. Poursuivez donc, mon ami, cet utile et noble travail: si la plus grande partie des temps historiques vers lesquels il vous ramène doivent remettre sous vos yeux les plus horribles et les plus hideux tableaux, vous y trouverez aussi celui des plus admirables et des plus touchantes vertus; leur aspect reposera votre coeur, révolté et fatigué de tant de scènes d'horreur et de bassesse. Jouissez, en le retraçant avec complaissance, des encouragements qu'il peut donner à tous les hommes en qui vit quelque étincelle du feu sacré, surtoutà cette bonne jeunesse, qui entre toujours dans la carrière de la vie avec tous les sentiments élevés et généreux;et ne craignez pas d'embrasser une ombre vaine, en jouissant d'avance encore de la reconnaissance des vrais amis de l'humanité." A me pare tra le cose probabili che il Cabanis, quando scriveva queste parole, scritte, prima del Manzoni, un pocoalla manzoniana, per le quali insieme col Fauriel si confortava nella speranza che la nuova gioventù avrebbe raccolto l'esempio delle virtù stoiche, di cui il Fauriel dovea scrivere la storia, sebbene fosse avvezzo a terminare i suoi scritti con una generosa perorazione ai giovani, pensasse questa volta, particolarmente, al giovine amico del Fauriel, al Manzoni, che, nel suo Carmein morte di Carlo Imbonati, fin dal mese di febbraio dello stesso anno 1806 si era fatto un vero programma poetico di Filosofia stoica. In parecchi scritti poi del Cabanis trovo traccie di quello stile modestamente arguto, un po' vago d'antitesi e di paralleli, che piaceva pur tanto al Manzoni e che gli divenne proprio, ma ch'egli potè forse sentirsi capace di rinnovare leggendo alcuno degli scrittori francesi. Non vorrei ingannarmi, innanzi ai professori di stilistica, dicendo che riconosco, per esempio, anticipato in parte il fare manzoniano in queste parole, con le quali si termina la prefazione delCoup-d'oeil sur les révolutions et sur la réforme de la Médecine, del Cabanis: "Cette introduction est la seule partie que j'aie pu terminer. Je m'étais refusé jusqu'à ce moment à la rendre publique, dans l'espoir de compléter un jour l'ouvrage entier tel que je l'avais conçu. Mais le dépérissement total de ma santé ne me permet plus de nourrir cet espoir, qui fut toujours peut-ètre beaucoup trop ambitieux pour moi. Je finis donc par céder aux voeux de quelques amis, et par livrer au public cette faible esquisse. J'aurais voulu la rendre plus digne de lui et d'eux, mais la même raison qui m'engage à la tirer de mon portefeuille, m'ôte le courage et les moyens de la perfectionner. Telle qu'elle est, elle renferme, je crois, des idées utiles, c'est assez pour écarter les conseils de mon amour-propre, qui peut-ètre la condamneraient a l'oubli; et si nos jeunes élèves, auxquels elle est particulièrement destinée, retirent quelque fruit de cette lecture, l'avantage de les avoir aidés dans leurs travaux sera pour mon coeur bien au-dessus de tous les succes les plus glorieux." Io non dico che qui dentro ci sia il Manzoni; ma mi pare di ritrovarci, fino ad un certo segno, il suo modo di dire, e però non ho creduto di doverlo tacere. Nel Cabanis, oltre al medico filosofo, vi era l'apostolo, un bisogno continuo di comunicarsi vivamente ed utilmente agli altri; questo bisogno il Manzoni non l'ha sentito in pari grado, anzi, per dire il vero, egli mi pare averlo sentito pochissimo. Il Cabanis non si contentava che il medico fosse dotto; lo voleva principalmente buono; e tutti i suoi migliori scritti riescono ad una tale conclusione. Ma, se il Manzoni non provava la stessa impazienza nel manifestare i proprii sentimenti e nel farli attivi leggendo gli scritti e ascoltando i discorsi di colui che gli parveangelico, dovette provare più volte una viva simpatia, e, approvando in cuor suo i pensieri del sapiente di Auteuil, trarne qualche profitto per la regola della propria vita, ed in parte, anche, in quanto il Cabanis gli parve scrittore efficace, giovarsene per dare, ad un tempo, rilievo singolare e disinvoltura alla propria prosa. Il Manzoni entrò nella vita con un programma etico ben determinato. Così il Cabanis, quando, nel 1783, ottenne il dottorato, avea proferito innanzi a' suoi giudici un generoso giuramento in versi non molto eleganti, ma, in compenso, molto sinceri, onde rilevo questi brani:

Je jure qu'à mon art obstinément livréeMa vie aux passions n'offrirà nulle entrée;Qu'il remplira mes jours; que, pour l'approfondir,L'embrasser tout entier, peut-être l'agrandir,Mon âme à cet objet sans repos attachée,Poursuivant sans repos la vérité cachée,Formera, nourrira, par des efforts constants,Sa lente expérience et ses trésors savants.Je jure que jamais l'intérêt ni l'enviePar leurs lâches conseils ne souilleront ma vie;Que partout mes respects chercheront les talents;Que ma tendre pitié, que mes soins consolantsAppartiendront surtout au malheur solitaire,Et du pauvre d'abord trouveront la chaumière;Que mes jours, dont mon coeur lui réserve l'emploi,Pour conserver les siens ne seront rien pour moi………………………………..………………………………..Libre de vains égards ou d'un orgueil coupable,Je jure que ma voix, de détours incapable,Montrera sans faiblesse, ainsi qu'avec candeur,Et l'erreur étrangère et surtout mon erreur.Je jure encor, fidèle à mon saint ministère,Je jure, au nom des moeurs, que mon respect austèreNe laissera jamais mes désirs ni mon coeurS'égarer hors des lois que chérit la pudeur.………………………………..………………………………..Ah! si mon coeur jamais, dans de honteux moments,Abjurait sans puàeur ses vertueux serments,Attache à tous mes pas les remords et le blâme,Dieu vengeur qui m'entends! qu'en me fermant son âme,La sévère amitié me laisse en un désert!Dans ce coeur maintenant aux goûts simples ouvertFlétris les vrais désirs, étouffe la nature,Frappe-le des terreurs que nourrit l'imposture;Et que plein de l'effroi d'un obscur avenir,Je meure sans laisser aucun doux souvenir!Mais, si de la vertu dont l'image m'enflammeLa sévère beauté toujours parle à mon âme;Si, malgré tant de maux dont les assauts constantsOnt flétri mes beaux jours et glacé mon printemps,À mes devoirs livré, moi-même je m'oublie,Pour ne songer qu'aux maux qu'un autre me confie;Si toujours mes serments sont présents a mon coeur,Dieu juste, sur mes jours répands quelque douceur;Veille sur les amis qui consolent ma vie;Nourris les sentiments dont tu l'as embellie!Chéri du malheureux, du puissant révéré,Que mon nom soit béni plutôt que célébré!

Il Cabanis, come più tardi il Manzoni, tenne fede al suo programma giovanile. E, se fu caso che due uomini come il Cabanis ed il Manzoni, l'uno al tramonto, l'altro al principio della vita, s'incontrassero e si amassero, quel caso almeno non si potè dir cieco, poichè, se il temperamento dei due scrittori era diverso, non potevano incontrarsi due uomini che si somigliassero di più nel desiderio del bene. Il ritratto del Cabanis che accompagna il primo volume della edizione delle sue opere fatta nell'anno 1823 a Parigi dal Didot, ci offre la figura d'uomo pensoso e malinconico, ma benevolo e dall'espressione soave. La gioventù del Cabanis era stata molto agitata; giovinetto, egli aveva seguito, in qualità di segretario, un signore polacco a Varsavia; tornato a diciott'anni a Parigi, vi aveva atteso per alcuni anni a lavori letterarii, tra gli altri, a una versione dell'Iliade; ma non trovandosi abbastanza incoraggiato, elesse infine di studiar la medicina; laureato dopo sei anni di studio, si stabilì ad Auteuil, dove ebbe la ventura di conoscere la vedova del celebre Helvetius, che lo trattò come proprio figlio e gli fece conoscere gli uomini illustri che ne frequentavano la casa, tra i quali quel Beniamino Franklin, di cui il Cabanis ci ha poi raccontata così bene e con tanta efficacia morale la vita. Per mezzo dell'Holbach, divenne amico del Diderot, del D'Alembert e del Voltaire. All'arrivo della rivoluzione, il Cabanis ne approvò i principii e ne deplorò gli eccessi. Amico intimo del Mirabeau, ne descrisse la malattia e la morte. Assistette fino all'ultima ora il Condorcet, ne raccolse gli scritti, ne consolò la vedova; poco dopo, si congiunse in matrimonio con una cognata di lei, sorella del generale Grouchy. Nominato quindi professore, membro dell'Istituto, membro del Senato, la sua fama d'allora in poi andò sempre crescendo e la sua vita potè dirsi relativamente felice. Tutti gli scrittori francesi contemporanei s'accordarono nel chiamare il Cabanis non solo un gran medico, professore e filosofo, maun homme de bien. Questa lode ch'egli ambiva sopra ogni altra, gli meritò pure la gloria di essere amato ed ammirato dal nostro Manzoni; ora, poichè nessuna delle ammirazioni del Manzoni rimase sterile per la sua vita, noi non possiamo tacere che, se il Manzoni tornò in Italia migliore che non ne fosse partito, una parte del merito vuole pure riferirsi all'angelico Cabanis. Quando il Cabanis morì, nel 1808, il suo posto nell'Accademia francese fu occupato da un altro filosofo, un amico, una conoscenza intima anch'esso del Fauriel e del Manzoni, l'ideologo Destutt de Tracy, l'autore dei celebriÉlements d'idéologie, nato nel 1751, morto nel 1836.[1] Sebbene, per l'età, il Tracy potesse essere padre al Fauriel, sappiamo tuttavia che egli avea tanta fiducia nel criterio di lui, che gli dava ad esaminare e giudicare i proprii scritti prima di pubblicarli. Scrivendo poi al Fauriel, il Tracy gli diceva, citando un bell'adagio orientale, che l'albero dell'amicizia "est le seul qui porte des fruits toujours doux." Ma il grande amico, l'anima gemella, nella gioventù del Manzoni, fu Claudio Fauriel. La signora di Staël, scrivendo al Fauriel, fra le altre cose gli diceva: "Ce n'est pas assurément que votre esprit aussi ne me plaise, mais il me semble qu'il tire son originalité de vos sentiments." Queste parole ci possono dare la ragione della profonda simpatia, della viva amicizia che il Manzoni sentì pel Fauriel. La forza, la grandezza originale del Manzoni consiste pure nella sua capacità di sentire vivacemente e di tradurre sinceramente il proprio sentimento. Ammiratore del Parini e di Carlo Imbonati, due stoici, il giovine Manzoni arrivava a Parigi e vi incontrava lo stoico Fauriel, nel 1805, cioè nell'anno in cui questi preparava una storia dello Stoicismo ed attirava alle dottrine stoichei suoi migliori amici. Ma lo stoicismo del Fauriel non si scompagnava da un sentimento filantropico, più moderno che lo raddolciva. Amico del vero, e persuaso che il vero si può conciliar sempre col buono, per amor del vero egli amava pure nell'arte la naturalezza. Il Manzoni trovò dunque nel Fauriel più tosto un consenso che un ammaestramento; i due amici confermarono a vicenda, ne' loro lunghi e geniali discorsi, e determinarono meglio a sè stessi la loro poetica letteraria che riusciva al tempo stesso una poetica della vita. Anche al Manzoni si sarebbero forse potute rivolgere le parole che la Stael indirizzava al Fauriel: "Vous aimez les sentiments exaltés, et, quoique vous n'ayez pas, du moins je le crois, un caractère passionné, comme votre âme est pure, elle jouit de tout ce qui est noble avec délices." Ingegni critici entrambi, ossia correttivi, erano impediti essi stessi da una clamorosa e tumultuosa dimostrazione de' loro sentimenti; poeti entrambi, non potevano tuttavia guardare con freddezza alcun oggetto della loro critica; moderavano dunque la passione e scaldavano la riflessione con una specie di compenso euritmico che le metteva quasi sempre fra loro in perfetta armonia. Il Fauriel sarebbe stato amato con ardore dalla Stael, se egli lo avesse voluto; ma preferì una soddisfazione più viva, quella di essere ammirato da lei, che, deposta oramai ogni speranza di una corrispondenza amorosa, poteva quindi scrivergli: "Je croirai moins de mal de la nature humaine quand votre âme noble et pure me fera sentir au moins tout le charme et tout le mérite des ètres privilégiés." Si comprende il fascino che un tal uomo dovette esercitare sopra il giovane Manzoni al suo arrivo in Parigi, e si capisce ancora come il Fauriel dovesse fortificarsi ne' suoi virtuosi convincimenti, trovando adesione ad essi nell'animo di un Manzoni. Vuolsi egli da ciò argomentare che il Fauriel fosse, nella sua qualità di stoico, insensibile all'amore, e fargli quasi un merito di una tale insensibilità? Non è questo il mio pensiero. Pare, invece, che l'animo del Fauriel fosse preso, più ancora che dalle grazie, dalle virtù della vedova del Condorcet. Essa era nata sei anni prima di lui, ma, se egli amò alcuna donna, fu quella; ed amando fortemente quella, non ne poteva onestamente amare un'altra; perciò Beniamino Constant, scrivendo al Fauriel, dopo avere chiamata la Stael "la meilleure et la plus spirituelle des femmes," si scusa, soggiungendo queste altre parole significanti: "Je m'aperçois que le superlatif est malhonnête, et je le rétracte pour l'habitante de laMaisonnette." Il Fauriel era nato per sentire fortemente l'amicizia, degno quindi d'incontrarsi col Manzoni che si mostrò anch'esso affettuoso e costante nelle sue amicizie. E si può ancora riferire al Manzoni quello che il Sainte-Beuve scrisse del Fauriel: "En lui les extrémités, les terminaisons de l'âge précédent se confondent, se combinent à petit bruit avec les origines de l'autre; il y a de ces intermédiaires cachés qui font qu'ainsi deux époques, en divorce et en rupture à la surface, se tiennent comme par les entrailles." Come il Fauriel comunicò al Cabanis, ad un ideologo, ad un filosofo, che era pure non grande, ma neppure infimo poeta, il proprio amore delle indagini storiche, così ne innamorò un altro poeta più grande e più originale, il nostro Manzoni. Il drammastorico, il romanzostorico, il discorsostorico, laStoria della Colonna infame, riconoscono per loro padre legittimo, effettivo, il Manzoni; ma se il Manzoni ne fu il padre, il Fauriel ne vuol essere tenuto come l'amoroso padrino. Alla sua volta, il Manzoni, rapito da un nuovo profondo sentimento religioso, dovea forse contribuire ad animare di nuova poesia cristiana il sentimento stoico, quasi pagano, del Fauriel, e aggiungere a' pensieri virili dello storico una maggior soavità di espressione poetica. Il Fauriel poi ed il Manzoni erano di quegli uomini, in compagnia del quali, anche non volendo, si diventa migliore: il poeta danese Bággesen, per esempio, che era temuto da' suoi avversarii per i suoi frizzi e per le sue invettive, presso il sereno e virtuoso Fauriel diveniva o voleva almeno apparire un agnello: i frammenti delle sue lettere al Fauriel pubblicati dal Sainte-Beuve lo dimostrano. Lo stoico Fauriel, amico della vedova del Condorcet, ma, senza dubbio, amico nel più nobile senso della parola, dovea tenere il posto presso il Manzoni di quel Carlo Imbonati, lo stoico discepolo del Parini, ed amico della signora Giulia Beccaria. Quando la signora Condorcet morì nel 1822, il Fauriel venne a cercare conforto al suo vivo, irreparabile dolore, presso il suo Manzoni, a Brusuglio. Premesse queste poche parole intorno alle ragioni profonde della simpatia ed amicizia che legò insieme il Manzoni ed il Fauriel, mi giova ora, con la guida del Sainte-Beuve, seguire i discorsi che i due grandi scrittori tennero in Parigi sull'arte loro. Ma io discorderei tosto dall'illustre critico francese, il quale attribuiva al Fauriel il merito d'avere, dopo la lettura del noto CarmeIn morte dell'Imbonati, non pure consigliato al Manzoni di perfezionarsi nel verso sciolto, ma indicatigli "les modèles qu'il préférait." Per quanto il Fauriel fosse intelligente di poesia italiana, conviene ammettere che il Manzoni se ne intendesse un poco più: il Fauriel provavasi egli pure a scrivere sonetti italiani e li leggeva al Manzoni; ma, se que' sonetti avessero avuto un vero valore, è assai probabile che gli avrebbero sopravvissuto. Il Fauriel deve avere semplicemente ammirato i bei versi del Manzoni, e convenuto con lui che il miglior modello di verso sciolto italiano era quello del Parini, che molto probabilmente il Manzoni fece conoscere al Fauriel e non, di certo, viceversa. Il Sainte-Beuve scrive, del rimanente, egli stesso parlando del Manzoni: "Le divin Parini, comme il l'appelait quelquefois, fut son premier maître; mais, en avançant, son vers tendit de plus en plus à se dégager de toute imitation prochaine, à se retremper directement dans la vérité et la nature." Il che è vero soltanto, se si confronti lo sciolto della tragedia con quello del Carme per l'Imbonati, ma non potrebbe stare se si volesse riguardare come un progresso l'Uraniaed altri componimenti lirici immediatamente successivi, rispetto a quel primo Carme mirabile per verità e naturalezza. Ma a questo punta non mi giova più citare; mi conviene invece riferire, per intiero, quanto il Sainte-Beuve ci lasciò scritta intorno ai discorsi principali che si tennero su argomenti letterarii fra il Manzoni ed il Fauriel, dall'anno 1806 all'anno 1808. "Quante volte (scrive il Sainte-Beuve), correndo l'estate del 1806 o alcuno degli anni dipoi, nel giardino dellaMaisonnettee fuori, per le colline di Saint-Avoie, sul pendio di quella vetta, onde si scorge sì bello il corso della Senna, e l'isoletta coperta di salici e di cipressi, da cui l'occhio si allarga contento su quella fresca e tranquilla vallata, quante volte i due amici andavano ragionando tra loro sul fine supremo d'ogni poesia, sulle false immagini di che conveniva spogliarla, sull'arte bella e semplice che bisognava richiamare alla vita! Certo, il Cartesio non fu tanto insistente nel raccomandare al filosofo di deporre le idee della scuola e i pregiudizii dell'educazione, quanto il Fauriel nel raccomandare al poeta di liberarsi intieramente da quelle false immagini che sogliono ricevere nome di poetiche. Bisogna che la poesia sia cavata dall'intimo del cuore, bisogna sentire e saper esprimere i proprii sentimenti con sincerità. Quest'era il primo articolo della riforma poetica meditata dal Fauriel e dal Manzoni. Non è però che di mezzo alle speranze questi non sentisse un'amarezza nel cuore. Ben intendendo che la poesia non può corrispondere nè alle sue origini nè al suo fine, se non opera sulla vita del popolo e della società, scorgeva facilmente, che, per mille titoli, l'Italia non poteva arrivare a tanto. La divisione degli Stati, il difetto d'un centro comune, l'ozio, l'ignoranza, le pretensioni locali avevano arrecato differenze troppo profonde tra la lingua scritta e le parlate. Quella divenne addirittura una lingua morta. Non potè quindi prendere ed esercitare sulle varie popolazioni un'azione diretta, immediata, universale. E così, per una contradizione veramente singolare, la prima condizione in Italia d'una lingua poetica, pura e semplice, era di fondarsi sull'artificio. Il Manzoni sentì assai presto la gravità di questo inconveniente. Egli non poteva contemplare senza un certo piacere, misto d'invidia, il pubblico di Parigi tutto plaudente alla commedia del Molière. Quel vedere un popolo intero che gustava e intendeva in tutte le loro parti i capolavori del genio, come cosa sua, quasi ponendosi in comunicazione con esso, gli pareva un sintomo di quella vita attiva che temeva fosse divietata a una nazione divisa In tanti dialetti. Egli ch'era destinato a riunire un giorno i più eletti ingegni del suo paese in un concorde sentimento d'ammirazione, egli allora non credeva possibile siffatta unanimità, o almeno dolevasi che non potesse partire dal maggior numero. Il Fauriel lo incoraggiava con autorità, e ponevagli sott'occhio molti illustri esempi, anche di scrittori italiani, ricordandogli che tutti, più o meno, ebbero a lottare con difficoltà della stessa specie." Il soggiorno in Francia non valse di certo al Manzoni per fargli imparar meglio quella lingua italiana, allo studio della quale egli si appassionò poi tanto dopo il suo ritorno in Italia. Ma gli diede, quanto allo stile, quella naturalezza, quell'agevolezza e disinvoltura che le nostre scuole e le nostre Accademie non ci hanno mai insegnate, avendo anzi mirato molto spesso a nascondere con la frase elegante i pensieri, o il vuoto de' pensieri, più tosto che ad esprimerli. Il Manzoni ammirava grandemente e sovra tutti i prosatori il Voltaire, le opere del quale egli citava spesso, avendole fino al suo trentesimo anno 1820 avute sempre fra le mani! Se ne privò poi, per farne dono al proprio confessore monsignor Tosi, canonico del Duomo, poi vescovo di Pavia, e togliersi così la tentazione di ascoltare il Voltaire altrimenti che come scrittore, e di sorbire con l'ambrosia delle belle parole il veleno di pensieri che quella fede cattolica, della quale egli aveva assunta la difesa, gli comandava di riprovare.[2]

[1] L'Elogio del Cabanis recitato dal Tracy fu tradotto in italiano da Defendente Sacchi sopra il manoscritto dell'Autore e pubblicato nel 1834 a Piacenza.

[2] Il fatto ci è affermato dal professor Magenta, il quale aggiunge che il Voltaire appartenuto al Manzoni "era un magnifico esemplare parigino del 1785, di circa 100 volumi in-8°, legati in marocchino col labbro dorato. L'egregio Carlo Tosi ne tiene quattro soltanto, che degli altri alla morte del Vescovo non si trova che i cartoni."

L'Urania.—L'Idillio manzoniano.

Fu scritto molto e forse troppo sopra gli amori molteplici e non tutti egualmente ammirabili e confessabili di Volfango Goethe. Il capitolo che tratta degli amori del Manzoni sarà assai più breve e più discreto, ma, come parmi, non privo d'importanza per chi s'occupi di psicologia letteraria. Io non piglio molto sul serio e però non dovrei curar qui il breve disgraziato amoretto di Venezia, del quale ho già fatto un breve cenno, perchè non sembra aver lasciata alcuna traccia profonda nell'arte manzoniana. Ma non posso, tuttavia, passare sotto silenzio che Niccolò Tommaseo aveva veduto un Sonetto giovanile del Manzoni, ov'era un verso molto espressivo. Il nostro Poeta, fin da giovinetto, aveva fermata la sua mente ad un alto ideale, e rivolgendosi alla sua Musa inspiratrice le prometteva di serbar fede al virtuoso ideale, arrecandone in pegno una ragione stupenda per la sua naturalezza:

Perch'io non posso tralasciar d'amarti!

Questo bel verso ci assicura già che per Alessandro Manzoni l'amore non sarà una debolezza, ma una sola grande virtù, e che dalla donna egli avrebbe ricevuto soltanto inspirazioni gentili e benefiche. Dopo avere pubblicato il CarmeIn morte dell'Imbonati,e ricevute per esso magnifiche lodi in Italia ed in Francia,[1] il Manzoni che, in una variante del suo SonettoRitratto giovanile,aveva scritto questo verso singolarissimo:

Di riposo e di gloria insiem desìo,

contento di quel primo saggio della propria gloria, si riposò, e trovò in quel riposo una specie di voluttà, della quale, mi si perdoni la confusione di parole che sembrano farsi guerra, pensando prima da stoico, poi da cristiano, godette molte volte, nella sua vita, con una squisita compiacenza, non vorrei dire da epicureo. Di questa sua beata pigrizia poetica egli fu più volte piacevolmente rimproverato e canzonato da' suoi amici, uno de' quali, il poeta Giovanni Torti, lo raffigurava, anzi, sotto il nome di

Cleon nostroDi beato far nulla inclito speglio.[2]

Dicono che il Manzoni vecchio si compiacesse molto di quella canzonatura dell'amico, e non mi parrebbe niente improbabile, che quelle famose parole de'Promessi Sposi,le quali si pigliano generalmente come un complimento puro e semplice al poeta Giovanni Torti, fossero pure un'amabile vendetta intima di Cleone. L'Innominato una volta avea intorno a sè molti bravi, e tra questi, come si capisce, pochi galantuomini; dopo la conversione del padrone si dispersero, e rimasero soltanto presso l'Innominato alcuni fidati amici,pochi e valenti come i versi del Torti, il quale probabilmente ne aveva pure anch'esso dispersi e distrutti molti cattivi, prima di far grazia ai pochi che gli parevano riusciti secondo il suo cuore.[3] Ad ogni modo, per molti mesi dopo la pubblicazione del CarmeIn morte dell'Imbonati, il Manzoni non iscrisse più versi; nè gli valse "il dolce sprone" materno a toglierlo da quella specie di letargia. Quale fu dunque l'occasione, o, per dirla con Massimo d'Azeglio, latentazione tentanteche mosse il giovine Poeta, nell'anno seguente, a comporre il nuovo poemettoUrania? A me pare di non ingannarmi dicendo semplicemente che il Manzoni, in quell'anno, s'era innamorato della fanciulla, che divenne poi sua moglie, Enrichetta Blondel, e che l'Uraniafu scritta specialmente per piacerle. Il Poeta incomincia ad invocare le Grazie per cantare un nuovo inno, il quale sia ascoltato, non solo all'ombra de' pioppi lombardi, ma anco presso i sacri colli dell'Arno, ai quali il Carme foscolianoDe' Sepolcri, uscito nella primavera di quell'anno, dovea più fortemente tentarlo. Anch'egli desidera venire ascritto, non alla turba, ma "al drappel sacro" de' poeti d'Italia "antico ospizio delle Muse." La recrudescenza nel desiderio della gloria presso i poeti risponde quasi sempre ad una recrudescenza d'amore; le donne amanti di poeti furono quasi sempre o autrici o principali collaboratrici della loro gloria; anche il Manzoni, il meno erotico forse di tutti i nostri grandi poeti, sentì crescere l'ardore poetico all'improvviso sollevarsi nel suo petto di una fiamma gentile. Ma, dopo ch'egli s'era scostato dagl'imitatori per accostarsi, com'egli canta, "ai prischi sommi," la poca gloria poetica non bastava più alla sua giovanile ambizione,aut Caesar, aut nihil; anche il nostro pensava dunque fra sè, dopo avere conosciuto il Pindaro Lebrun, o Pindaro, o Dante, o Manzoni; e, dopo avere lodato il primo, si velava sotto la figura del secondo; per avere il diritto di ascoltare il glorioso discorso delle Muse. Dante vien celebrato per aver primo dato le bende ed il manto alla poesia italiana, per averla, primo, condotta a fonti illibate, per averla, maestro dell'ira nell'Infernoe del sorriso nelPurgatorioe nelParadiso, creata degna di emular la madre latina:

…. e nelle stanze sacreTu le insegnasti ad emular la madre,Tu dolce maestro e del sorriso,Divo Alighier, le fosti. In lunga notteGiaceva il mondo, e tu splendevi solo,Tu nostra.

Quanta maestà e virgiliana soavità di affetto In quelnostro!—A questo punto, nondimeno, il Poeta che non ha per anco rinunciato a tutte le reminiscenze della scuola, si ricorda troppo d'avervi studiata la Mitologia greca; onde quello stesso Manzoni che, pochi anni dopo, scriverà l'Ode satirica intitolata:L'ira d'Apollo, nella quale, in pena d'aver posto da banda le vecchie ciarpe mitologiche, il poeta riformato si farà giocosamente condannare da Apollo a non più bere l'onda Castalia, a non cingersi più la fronte d'alloro, a non più salire sul Pegaso, a non più volare, a cantar sempre in umile stile quello ch'egli sentirà e nulla più:

Rada il basso terren del vostro mondo,Non spiri aura di Pindo in sua parola;Tutto ei deggia da l'intimoSuo petto trarre e dal pensier profondo;

quello stesso poeta, per rappresentare gli antichi beneficii che le nove Muse recarono un giorno ai mortali, immagina che, discesa dal cielo, la stessa dea Urania gli abbia un giorno cantati al poeta Pindaro. Non sono da sperare stupendi effetti poetici da una tale intonazione mitologica, e però tutto l'Inno, nel tutt'insieme, riesce manierato e freddo. Pure qua e là la natura potente vince l'arte delle scuole, e ne vien fuori qualche verso di calore, di colore e di sapore tutto manzoniano, ove l'effetto è proprio cavato, come in molte delle immagini dantesche, dalla potenza di meditar sopra lo impressioni: questi, per esempio:

Fra il romor del plauso,Chinò la bella gota, ove salìaDel gaudio mista e del pudor la fiamma.

Sono versi pittoreschi; ma il Manzoni ricordava senza dubbio, nel comporli una impressione propria, essendo ben noto agli amici del Poeta, com'egli soleva, innanzi a lodi che gli facevano piacere, arrossire come fanciullo. In questi altri versi, il primo è da notare per l'equivoco della parolaamanti, la quale si può riferire alla Gloria, come a tutte le donne amate in genere; ed è vero pur troppo, che di mille innamorati, i quali sognano la gloria, uno solo riesce, con pena, a conseguirla; parecchi de' versi che seguono, sentono come un soave afflato virgiliano:

V'è la Gloria, sospir di mille amanti:Vede la schiva i mille, e ad un sorride.Ivi il trasse la Diva. All'appressarsi,Dell'aura sacra all'aspirar, di lietoOrror compreso in ogni vena il sangueSentìa l'eletto, ed una fiamma lieveLambir la fronte ed occupar l'ingegno.Poi che nell'alto della selva il poseNon conscio passo, abbandonò l'altezzaDel solitario trono, e nel segretoAsilo Urania il prode alunno aggiunse.Come talvolta ad uom rassembra in sognoSu lunga scala, o per dirupo, lieveScorrer col piè non alternato all'imo,Nè mai grado calcar, nè offender sasso;Tal su gli aerei gioghi sorvolando,Discendea la Celeste.

L'immagine seguente ci ricorda un'analoga similitudine dantesca; quella che vien dopo ha pure per noi qualche importanza biografica, perchè, sotto la impressione provata dal poeta Pindaro, reso improvvisamente dubitoso delle sue forze, dopo aver fatto concepire di sè solenni speranze, sono da riconoscersi i sentimenti particolari che dovea provare il Manzoni divenuto quasi inerte, dopo le lodi forse più ambite che sperate, onde fu coronato il Carme per l'Imbonati; ed anco questi versi, ove l'Autore trae l'espressione dal proprio modo di sentire, riescono pieni di poetica efficacia:

Come la madre al fantolin caduto,Mentre lieto al suo piè movea tumulto,Che guata impaurito e già sul ciglioTurgida appar la lagrimetta, ed ellaNel suo trepido cor contiene il grido,E blandamente gli sorride in voltoPer ch'ei non pianga; un tal divino risoCon questi detti a lui la Musa aperse:"A confortarti io vegno. Onde sì rattoL'anima tua è da viltade offesa?Non senza il nume delle Muse, o figlio,Di te tant'alto io promettea."—"Deh! come,Pindaro rispondea, cura dei vatiAver le Muse io crederò? Se cultoPlacabil mai degl'Immortali alcunoRendesse all'uom, chi mai d'ostie e di lodi,Chi più di me, di pregi e di cor puro,Venerò le Camene?[4] Or, se del mioDolor ti duoli, proseguir, deh! vogliL'egro mio spirto consolar col canto"Tacque il labbro, ma il volto ancor pregava,Qual d'uom che d'udir arda, e fra sè temaDi far, parlando, alla risposta indugio.Allor su l'erba s'adagiàro, il plettroUrania prese; e gli accordò quest'innoChe, in minor suono, il canto mio ripete.

Ma spogliando il Carme del suo apparato mitologico, noi troviamo in esso i sentimenti particolari del poeta e però un nuovo elemento biografico, del quale ci giova tener conto. Il poeta Pindaro, dopo aver dato prove del suo valore poetico ed onorate le Muse, riesce improvvisamente dubitoso delle proprie forze; onde la Musa discende a rimproverarlo insieme ed aggiungergli coraggio. Il Manzoni, quantunque vago di riposo, quando s'accingeva all'opera non s'arrestava facilmente innanzi alle cose difficili; anzi, metteva più forte impegno per riuscire; il modo con cui tormentò sè stesso negliInni Sacri, lo sforzo giovanile per frenare i versi volubili e ribelli, il lungo, ostinato studio ch'egli, lombardo, pose nella parlata fiorentina, possono servire di commento a questi versi dell'Urania:

…. Baldanza a quel voler non tolseDifficoltà, che all'impotente è freno,Stimolo al forte.

Le Muse e le Grazie discendono sulla terra e recano i loro benefici ai mortali, cioè la pace, la concordia, la pietà. I versi seguenti del Manzoni, non ancora cattolico, concordano perfettamente col fine dell'Inno sullaPentecoste, e col precetto evangelico che la mano sinistra non deve sapere quello che fa la destra, e ci dimostrano insomma ch'è una poco pia menzogna il miracolo della conversione dall'ateismo, dal materialismo e dal cinismo del Manzoni, che non fu mai nè ateo, nè materialista, nè cinico. Ma su questo argomento avremo occasione di ritornare; intanto, spogliando della loro veste classico-mitologica i versi che seguono, compiacciamoci di veder già vivo sotto di essa un Manzoni cristiano. Scrivendo nel 1805 al Monti, il giovine Manzoni gli ricordava già che le lettere non sono buone a nulla, se non servono a ringentilire i costumi; nell'Urania, le Muse devono fare qualche cosa di più, insegnarci la pietà ed il perdono delle offese, e la carità benefica e modesta:

Così dal sangue e dal ferino istintoTolser quei pochi in prima; indi lo sguardoDi lor, che a terra ancor tenea il costumeChe del passato l'avvenir fa servo.Levâr di nuova forza avvalorato.E quei gli occhi giraro, e vider tuttaLa compagnia degli stranier divini,Che alle Dive fea guerra. Ove furenteImperversar la Crudeltà soleaOrribil mostro che ferisce e ride,Viver pietà che mollemente intornoAi cor fremendo, dei veduti maliDolor chiedea: Pietà, degl'infeliciSorriso, amabil Dea. Feroce e stoltaCon alta fronte passeggiar l'OffesaVider, gl'ingegni provocando, e miteOvunque un Genio a quella Furia opporsi,Lo spontaneo Perdon che con la destraCancella il torto e nella manca recaIl beneficio, e l'uno e l'altro obblia.

Per virtù delle Muse nasce nell'uomo l'amor della fatica industre, il sentimento dell'onore, della fedeltà, dell'umana ospitale fratellanza,

…. che gl'ignoti astringeDi fraterna catena; e tutta in fineLa schiera pia nell'opra affaticarsiVidero, e nuovo di pietà, d'amoreNegli attoniti sorse animi un senso,Che infiammando occupolli.

I poeti si destano e cantano alla turba levedute bellezze, la terra non più squallida, ride; al discendere dell'armonia nel cuore dei mortali, l'ira tace e sii sveglia un secreto ardente desiderio di carità e di pace, onde la vita si fa bella e riposata:

L'iraV'ammorzava quel canto, e dolce, invece,Di carità, di pace vi destavaIgnota brama.

Dopo aver'cantato, le Muse risalgono all'Olimpo e ne ricevono le lodi di Giove, ma per tornar sollecite presso Pindaro, a que' luoghi che un gentile ricordo rende cari,

…. chè amenoOltre ogni loco a rivedersi è quelloChe un gentil fatto ti rimembri.

Le Muse spiegano a Pindaro che, se egli, a malgrado dell'amor delleMuse, non potè ancora sciogliere canti immortali, ciò accade per lavendetta d'un Nume, poich'egli, fino ad ora, negò il canto alleGrazie; senza le quali nè pure gli Dei

…. son usiMover mai danza o moderar convito.Da lor sol vien se cosa in fra i mortaliE di gentile, e sol qua giù quel cantoVivrà che lingua dal pensier profondoCon la fortuna delle Grazie attinga.Queste implora coi voti, ed al perdonoFacili or piega. E la rapita lodePiù non ti dolga. A giovin quercia accantoTalor felce orgogliosa il suolo usurpa;E cresce in selva, e il gentil ramo eccedeCol breve onor delle digiune frondi:Ed ecco il verno le dissipa; e intantoTacitamente il solidario arbustoGran parte abbranca di terreno, e milleRami nutrendo nel felice troncoAl grato pellegrin l'ombra prepara.Signor così degl'inni eterni,un giorno,Solo in Olimpia regnerai: compagnaQuesta lira al tuo canto, a te soventeIl tuo destino e l'amor mio rimembri.

Qui il Manzoni sembra certamente voler fare qualche allusione personale. È evidente ch'egli lascia rivolger la parola a Pindaro, perchè gli parrebbe cosa troppo vana ed orgogliosa obbligar le Muse a discendere dall'Olimpo per lui e augurargli di regnar solo in Olimpia. Se così è, noi dobbiamo riconoscere in questa giovine quercia olimpica, che un giorno regnerà sola, il Manzoni stesso, e domandargli chi possa nascondersi sotto la felce orgogliosa che ingombra intanto la via alla giovine quercia, ma che, in pena della sua temerità, vivrà un anno solo. Gl'indizii precisi od anco probabili ci mancano per arrischiarci a qualsiasi congettura. Osservo, invece, come una potente ragione segreta dovette determinare il Manzoni a compiere la sua prima formola poeticasentir e meditare, con un nuovo elemento che le mancava,la grazia. Il Manzoni vecchio diceva che l'arte deve aver per oggetto ilvero, per finel'utile, per mezzol'interessante, ossia il bello. Il senso dei versi dell'Uraniaè il medesimo:

…. sol qua giù quel canto Vivrà che lingua dal pensier profondo Con la fortuna delle Grazie attinga.

Io dubito che l'amore abbia dettato que' versi, e che nell'anno 1807 il Poeta avesse già veduta la giovinetta che dovea l'anno seguente sposare. L'Urania, a malgrado della bellezza di alcune parti, riesce, tuttavia, un componimento freddo e stentato, a motivo specialmente della morta Mitologia evocata a velare più che a significare i sentimenti vivi e contemporanei del Poeta. Lo studio ch'e' fece per nascondersi, dopo essersi molto e forse troppo scoperto nel Carme per l'Imbonati, gli fece parer buoni quegli stessi mezzi mitologici, sopra i quali, pochi anni dopo, egli medesimo dovea gettar tanto ridicolo. Ed è a dolersi che l'amico Fauriel non abbia sconsigliato il Manzoni dal ritentar quella vana forma poetica. È da dolersi, ma non da stupire; poichè, in quel tempo medesimo, il Fauriel traduceva laParteneide, poema alpestre del poeta danese Jens Bággesen,[5] ove non solamente si rimettono in iscena gli Dei ma si crea una nuova dea dellaVertigine, dove laJungfrauo laVergineè allegoricamente rappresentata come una poetica persona viva. Nè pago il Fauriel di tradurre in francese il poema che il Bággesen avea composto in tedesco, invitava il Manzoni a tradurlo in italiano. Ma il Manzoni, che intanto avea già fatto, con la madre, nel 1806 il suo viaggio in Isvizzera e ammirato dappresso le montagne, che vi ritornò forse nel 1807, invece di tradurre, si provò a comporre un poema originale sopra le montagne, accompagnandone l'invio al Fauriel suosecondo ducaalpestre, come il Bággesen era stato il primo, con una epistola in versi, della quale il Sainte-Beuve ci ha fatto conoscere un frammento "Alla Vergine ideale" del Danese egli opponeva nell'epistola e nel poema una Vergine che le somigliava, da lui conosciutasui colli orobii, in una villa del Bergamasco: siamo, ove precisamente egli conobbe la sua Enrichetta Blondel. Il suo matrimonio con essa si celebrò in Milano il 6 febbraio dell'anno 1808 innanzi all'ufficiale civile. Enrichetta Blondel aveva sedici anni, era nata a Casirate, apparteneva ad una famiglia di origine ginevrina, di confessione evangelica riformata, onde nel giorno stesso in cui celebravasi il matrimonio civile, veniva in Milano da Bergamo il pastore protestante Giovanni Gaspare Degli Orelli a benedire quelle nozze evangelicamente; testimone dello sposo era non solo un cattolico, ma un prete, il sacerdote Francesco Zinammi (o Zinamini?). Dopo le nozze, gli sposi partirono per Parigi, ov'era rimasta la signora Beccaria. Il 31 agosto dell'anno 1808, il Manzoni scriveva da Parigi al suo amico Pagani: "Ho trovato una compagna che riunisce veramente tutti i pregi che possono rendere veramente felice un uomo e me particolarmente; mia madre è guarita affatto, e non regna fra di noi che un amore ed un volere." In Parigi nasce al Manzoni una figlia; vien battezzata secondo il rito cattolico e le s'impone il nome di Giulia, in onore della madrina ch'era la nonna, e di Claudina, in onore del padrino Claudio Fauriel.

[1] Per la Francia bastavano in ogni modo quelle del Fauriel, perl'Italia quelle del Foscolo.

[2] Il signor Romussi crede pure che il Torti nellaTorre di Capuaraffigurasse il Manzoni convertito in Fra Calisto da Firenze:

……rifuggissi alla Scrittura, o quandoS'avvenne al loco, ove il Maestro disseChe stretto è in quel d'amare ogni comando,Fu come gli occhi della mente aprisse:Tutto qui sta (diss'ei) vivere amando,E amar fu sua scienza fin ch'ei visse;Di che pur reso in suo sermon potenteInnamorava di ben far la gente.

[3] Anche il Monti, del resto, scrivendo nel 1818 a Giovanni Torti, gli avea detto: "Da chi avete voi imparata l'arte di far versi così corretti, così belli? _Fatene di più spessi _e crescete la gloria degl'Italiani, il più caldo lodatore della vostra Musa sarà sempre il vostro Monti."

[4] In quell'anno medesimo il Manzoni aveva composto una Canzone di tessitura classica, in onore delle Nove Muse. Ne ho veduto un frammento non molto felice. Ogni strofa dovea descrivere una Musa.

[5] L'incontro del Manzoni in Parigi con questo illustre poeta danese non fu, di certo, senza risultamenti. Il Bággesen era nato nel 1761 da una povera famiglia; ricevuto gratuitamente all'Università di Copenhagen, diede tosto parecchi saggi del suo valore nel poetare. In età di ventun anno avea pubblicata la prima raccolta de' suoi versi, alla quale, dopo sette anni, era serbato l'onore di una versione tedesca; a ventiquattro anni, usciva il suo drammaUggiero il Danese, che cadde intieramente dopo la parodia che ne fece l'Heiberg intitolata:Uggiero il Tedesco. Allora il giovine poeta disgustato desiderò lasciare il proprio paese e visitare la Germania, la Svizzera e la Francia; il Duca di Augustemborgo, suo protettore, gliene fornì i mezzi. Il Bággesen viaggiò così fuori di patria per quattro anni, e s'addestrò in questo tempo specialmente nella lingua tedesca, la quale divenne per lui come una seconda lingua. Impromessosi a Berna con una nipote dell'Haller, rientrò per poco in patria, per ripartirne nell'anno 1793 e visitare nuovamente la Svizzera, Vienna e l'Italia. Lo ritroviamo nel 1796 a Copenhagen, aggregato a quel Corpo universitario; ma l'anno dipoi egli s'era già rimesso in viaggio, avea perduto la moglie a Kiel e sposava, in seconde nozze, a Parigi, come più tardi il Manzoni, la figlia di un pastore di Ginevra, con la quale, nell'anno 1798, ritornava in Danimarca. Chiamato a prender parte nella direzione di quel Teatro reale, vi rappresentava un proprio dramma, che fu molto applaudito. Ma, nel 1800, tornava a chiedere un congedo per recarsi a Parigi, dove, dopo avere pubblicato in Amburgo due volumi di poesie tedesche assai maltrattate dai giornali di quel tempo, e il suo poema dellaParteneide, scritto pure in tedesco, nell'anno 1806 faceva ritorno a Copenhagen, dove intanto il Rahbez e l'Oehlenschlaeger, coi giovani ammiratori del Goethe e della scuola romantica di Weimar, avevano preso il posto del Bággesen nella simpatia del pubblico. Il nostro poeta ne sentì pena. Volle col suoLabirintoprovare di esser anch'esso capace di trattare quel genere di poesia che piaceva ai romantici, ma intanto non si rattenne dallo scrivere una satira contro la moderna scuola, dal pubblicare epigrammi contro i capi romantici, e specialmente contro il Goethe che avea ammirato e certamente molto studiato, come lo prova lo stesso suo drammaIl perfetto Faust, e contro l'Oehlenschlaeger da lui prima molto onorato. Non potendo più esser riguardato come primo fra i poeti della Danimarca, il Bággesen lasciava nuovamente il suo paese nell'anno 1807, e soggiornava ora in Francia, ora in Germania, fino all'anno 1814, scrivendo ora satire ed epigrammi, ora inni d'amore pel suo paese, secondo il suo vario umore poetico. Natura mobile, egli subiva facilmente e mutava impressioni ed idee, in contradizione e lotta continua fra lo spirito romantico ed il classico, fra la fede e lo scetticismo. Il nostro giovane Manzoni, per mezzo del Fauriel, conobbe il Bággesen in Parigi fra gli anni 1806 e 1808, e fu tra i suoi più caldi ammiratori. Il Fauriel non fu amico inutile dei letterati e filosofi, dei quali divenne famigliare; com'egli rivedeva, prima della stampa, gli scritti del Tracy, attirava il Cabanis alle ricerche storiche, come più tardi traduceva e raccomandava ai Francesi le tragedie del suo Manzoni, così, innamoratosi dellaParteneidedel Bággesen, imprese a tradurla e quasi a rifarla, facendola precedere da una introduzione, ove scriveva il Sainte-Beuve: "A la définition délicate qu'il donne de l'idylle, à la peinture complaisante et suave qu'il en retrace, je crois retrouverà travers l'écrivain didactique l'homme heureux et sensible, l'hôte de laMaisonnetteet l'amant de la nature." Il Fauriel confessava poi che, primo il Bággesen, nellaParteneide, gli aveva dato: "le sentiment des Alpes," e per questo pregio gli perdonava molte stranezze; il Botta ed il Manzoni parteciparono a quell'ammirazione. Quando nel 1810 il Fauriel pubblicò finalmente laParteneidein francese, il primo gli scriveva: "Vous avez rencontré des beautés pures et presque angéliques, vous avez été attiré vers elles, vous les avez saisies, vous en avez été pénétré et nous les avez rendues avec le ton et le style qui leur conviennent;" il secondo, come scrive il Sainte-Beuve, "réinstallé à Milan, adressaitA Parteneideune pièce de vers allégoriques dans le genre de sonUrania, et il semblait se promettre de faire en italien une traduction, ou quelque poème analogue sur ses montagnes. Voici" prosegue il Sainte-Beuve "un passage dans lequel il exprime l'impression vive qu'il ressentit lorsque la belleViergelui fut présentée par son second guide, par ce cher Fauriel, qui la lui amenait par la main. Manzoni nous pardonnera d'arracher à l'oubli ces quelques vers de sa jeunesse, ce premier jet non corrigé (non corretto, est-il dit en marge); il nous le pardonnera en faveur du témoignage qu'il y rend a son ami:"

……… Col tuo secondo ducaTe vidi io prima, e de lo sacre danzeO dimentica o schiva; e pur sì franco.Sì numeroso il portamento, e tantoDi rosea luce ti fioriva il volto,Che Diva io ti conobbi, e t'adorai.Ed ei sì lieto ti ridea, sì lietaD'amor primiero ti porgea la destra,Di sì fidata compagnia, che primoGiurato avrei che per trovarti ei l'ertaSuperasse de l'Alpe, ei le tempesteAffrontasse del Tuna, e tremebondoDa la mobil Vertigo e da l'ardenteConfusïon battuto in sul petrosoOrlo giacesse. Entro il mio cor fêan liteQuegli avversarii che van sempre insieme,Riverenza ed Amor; ma pur sì pioAprivi il riso, e non so che di notoMi splendea ne' tuoi guardi, che Amor vinse,E m'appressai sicuro. E quel cortese,Di cui cara l'immago ed onorataSarammi, infin che la purpurea vitaM'irrigherà le vene, a me rivolto,Con gentil piglio la tua man levando,Fêa d'offrirmela cenno. Ond'io più baldoLa man ti stesi.

Mi piace ora aggiungere cheParteneiderispose al Manzoni, in lingua tedesca, per bocca dello stesso Bággesen in una poesia intitolata precisamente:Parthenais au Manzoni, la quale si legge nella quinta parte delle Poesie del Bággesen pubblicate dal figlio del poeta a Lipsia nell'anno 1836. Una nota dice: "Questa poesia si fonda sul fatto che dopo che il Fauriel ebbe tradotta laParteneidein francese, il Bággesen ricevette dal Mansioni la promessa ch'egli l'avrebbe tradotta in italiano. La traduzione francese è in prosa; il Manzoni si proponeva di adoperare la terza rima. Non sappiamo per quali motivi il lavoro non sia poi stato seguito." Debbo questa notizia alla cortesia del signor Kr. Arentzen, autore di un pregiato lavoro biografico sopra il Bággesen pubblicatosi di recente in lingua danese. Il signor Arentzen ebbe pure la bontà di trascrivermi gli esametri tedeschi del Bággesen diretti al Manzoni. Anche in essi come nel poema dellaParteneide, egli si cela sotto il nome diNordfrank, il poeta viaggiatore.Parteneideparla e dice come, guidata dal Bággesen, ella visitò la regione del Nord, guidata dal Fauriel la regione dell'Occidente; l'amicizia del Fauriel, essa dice, mi è cara, come quella diNordfrank. Si compiace in tale compagnia, quando sente un dolce richiamo verso il Mezzogiorno; le par di sognare, le par di viaggiare verso un mondo incantato, e stende la mano al nipote di Dante, del Tasso e del Petrarca, all'amico del Fauriel e del Bággesen, al simpatico Manzoni:

Ach! und ich ahne dass mildere Duft and sanftere TüneWonniger noch mit der blühenden Gluth lebhafterer FarbenWürden umwehn und vollenden den Schmück, wenn irgend ein EnkelDantes', Tasso's oder Petratk's mit gönnte der BildungBlümenkron, geflückt in des jungfraubeiligen Maro'sMuttergefild. O reichte die Hand mir Fauriel's Freund undNordfranks!Liebe zuletzt noch lernte, holder Manzoni!Hold sunt Erröthen Dir schon die freundschaftseliger Jungfrau.

Questi due versi sembrano lasciar capire che al Bággesen fosse noto che nel tempo in cui il Manzoni tornato in Lombardia si preparava a tradurre laParteneide(1807), per la prima volta conoscesse veramente l'amore, nel suo incontro con un'altra Vergine, la giovinetta Blondel, che divenne, poco dopo, sua moglie e che ciò possa essere, lo confermerebbe pure la seguente nota che troviamo nel caro libriccino dello Stoppani:I primi anni di Alessandro Manzoni, pag. 234: "I versi pubblicati di preferenza dal Sainte-Beuve, perchè gli tornavano bene ad illustrare il suo soggetto, sento ora con piacere che esistono fra le carte del Manzoni, preceduti da pochi altri che formano il principio del Carme, e seguiti da un numero maggiore che ne costituiscono come il corpo, sia questo o non sia del tutto compiuto." Chi mi dà questa notizia aggiunge che, dopo aver letti quei versi, glien'è rimasta l'impressione che il Manzoni abbia cominciato il suo Carme col richiamo della Vergine ideale dellaParteneide, per dire in seguito, come infatti dice, che egli ha trovato in Italia, sulcolli orobii, una Vergine a lei somigliante. Sarebbe poi sua opinione che questa seconda Vergine del Manzoni non fosse ideale, ma reale, molto probabilmente la stessa Enrichetta Blondel, che fu poi sua sposa, o che egli deve aver conosciuta la prima volta da vicino, o presso i di lei zii Mariton in una lor villa, nelle vicinanze di Bergamo. Ad ogni modo non sarebbe questo Carme, secondo lui, quel lavoro, a cui allude il Sainte-Beuve, che il Manzoni sembravapromettersi di fare in italiano, perchè un poemettosul gusto di quello di Bággesenil Manzoni diceva di averlo fatto realmente_ in ottava_ rima, e alcune stanze le recitava, anche in questi ultimi anni, a chi l'accompagnava nella passeggiata. Sfortunatamente questo poemetto non si trovò fra i suoi scritti, e pare indubitato che egli l'abbia consegnato alle fiamme. La stessa Vergine ci descrive finalmente il Poeta in un'Ode giovanile, della quale citerò te strofe più espressive. Il Poeta, ancora irretito nelle immagini mitologiche, ci assicura che la sua fanciulla gli apparve la prima volta in forma somigliante a quella della dea Cinzia. Crediamogli sulla parola, e compiacciamoci ora nel veder partitamente descritte le qualità esteriori della sedicenne sposa sperata dal Manzoni, la quale dovea poi aver tanta parte, per quanto destramente dissimulata, nell'arte sua:

Tal prima agli occhi miei,Non ancor dotti d'amorose lagrime,Appariva costei,Vincendo di splendor l'emule verginiPer mover d'occhi dolcemente graveE per voce soave.Dagl'innocenti sguardi,Che ancor lor possa e gli altrui danni ignorano,Escono accesi dardi;Non certi men, nè di più lieve incendio,Se dal fronte scendendo il crine avaroLor fa lene riparo;Oh qual tutta di nuoveFatali grazie ride allor che l'invidoCrin col dito rimove:E doppio appresta di beltà spettacoloSul fronte schietto, trascorrendo lieveCon la destra di neve.Nè tacerò la bellaBocca gentil, fonte di riso ingenuoE di cara favella;E in cui prepara, ahi, per chi dunque! VenereI casti baci e le punture arditeE le dolci ferite.

Non giova al Poeta il suo proposito, fatto nel Carme per l'Imbonati, di voler seguire la dottrina di Zenone; l'Amore lo ferì; egli è invitato ad amare e a cantare d'amore, quando per l'appunto ben più alti soggetti e più fieri gli occupavano la mente; Amore non vuole, egli esclama:

……….ch'io canti rossaDi sangue Italia, onde ancor pochi godano;Nè di plebe commossaLe feroci vendette ed i terribiliBrevi furori, e i rovesciati scanniDei tremanti tiranni.

Il Poeta, come nell'Urania, cede alle grazie di Venere, e, per essa, lascia le cure della politica. Notiamo ora questa sua prima confessione poetica, perchè essa ci potrà aiutare, in appresso, a comprender meglio le sue tragedie ed il suo romanzo, e a scusare, in parte, il Manzoni della poca parte attiva ch'egli prese con la sua persona alle vicende politiche Italiane, alle quali diede pure co' suoi proprii scritti pieni d'efficacia educativa una spinta così gagliarda.


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