XVIII

Notiamo, tuttavia, come ci sembri molto probabile che l'ultima strofa sia stuta composta dal Manzoni tra il poetico furore delle Cinque gloriose Giornate di Milano.

[2] Un opuscolo tedesco intitolato:Interesse di Goethe per Manzonifu tradotto per cura dell'Ugoni in italiano. Ma alle notizie contenute in quell'opuscolo conviene premettere le poche parole che si trovano negliAnnalendel Goethe, le quali non mi ricordo che siansi finqui citate dai biografi del Manzoni, neppure del Sauer. Raccogliendo dunque il Goethe nella memoria i casi principali della sua vita, nell'anno 1820, scriveva: "Quanto alla letteratura straniera, io m'occupai delConte di Carmagnola. L'amabilissimo autore Alessandro Manzoni, un poeta nato, per avere infranta la legge di unità di luogo, fu da' suoi concittadini accusato di romanticismo, sebbene de' vizii di questo non se ne sia appigliato alcuno a lui. Egli s'attenne al procedimento storico; la sua poesia prese un carattere interamente umano; e sebbene egli indugi poco nelle metafore, i suoi voli lirici divennero gloriosi come gli stessi critici malevoli furono costretti a riconoscere. I nostri buoni giovani tedeschi potrebbero vedere in lui un esempio per mantenersi naturalmente in una semplice grandezza; ciò servirebbe forse a trattenerli da ogni falso trascendentalismo." L'anno seguente, negli stessiAnnalen, il Goethe scriveva che dall'Italia aveva ricevuta l'Ildegondadel Grossi, ove doveva ammirare molte cose, senza essersi tuttavia potuto formare un concetto pieno e preciso del lavoro; e soggiungeva: "Perciò tanto più gradito mi riesce ilConte di Carmagnola, tragedia del Manzoni, un vero e schietto poeta, che concepisce chiaramente, che va a fondo delle cose, e che sente umanamente." L'articolo del Goethe nel giornale:Ueber Kunst und Alterthum, si compendiava in queste parole: "Noi non abbiamo trovato nel suo dramma un solo passo, ove avremmo desiderata una parola di più o di meno. La semplicità, la forza e la chiarezza sono nel suo stile fuse indissolubilmente, e, per questo riguardo, non ci periteremo di definire comeclassicoil suo lavoro."

[3] Dopo aver letto ilCinque Maggio, il Lamartine ne aveva scritto così al suo amico De Virieu: "J'ai été bien plus satisfait que je ne m'y attendais de l'ode de Manzoni; je faisais peu de cas de sa tragédie (Il Conte di Carmagnola); son ode est parfaite. Il n'y manque rien de tous ce qui est pensée, style et sentiment; il n'y manque qu'une plume plus riche et plus éclatante en poésie. Car, remarque une chose, c'est qu'elle est tout aussi belle en prose et peut-être plus; mais n'importe; je voudrais l'avoir faite." Quest'ultima confessione, in bocca del Lamartine, vale quanto il più splendido elogio.

[4] In un articolo intitolato:Storia dei maneggi letterarii in tempo del dominio di Buonaparte, inserito, alla caduta del primo Impero, nel secondo numero del giornaleLo Spettatore, leggiamo che parecchi del così dettopartito filosoficoche manteneva idee repubblicane e però avverse a qualsiasi tirannide, finirono con far la corte al primo Console e poi all'Imperatore. Il poeta Lebrun riguardava come soverchia degnazione, come una discesa, il sedersi del Buonaparte sul trono dei re:

Et l'heureux Bonaparte est trop grand pour descendreJusqu'au trône des rois.

Il poeta Chènier, pel suoCiro, riceveva una pensione di seimila franchi. Non mancarono i poeti genealogisti. L'Esmenard, per esempio, faceva discendere il Buonaparte da un Baldus re degli Ostrogoti, e lo fingeva parente del re di Svezia Gustavo IV. "Il padrone disgradò la ridicola adulazione, non fece alcun caso di quell'ostrogoto lignaggio, e nobilmente dichiarò che la famiglia Buonaparte incominciava dal 18 brumaio, êra di salute per la Francia. Pure il poeta genealogista, sulle prime fischiato, dopo due o tre anni ricavò frutto dalla sua cortigianeria." Nell'elogio del Viennet proferito all'Accademia francese dal conte di Haussonville, troviamo che il Viennet repubblicano avea risposto all'Esmenard con un'Epistola, ov'era questa strofa:

J'estime tes aïeux, mais j'aime mieux te voirÊtre grand par toi-même, et ne leur rien devoir.La France, en t'elevant au trône de ses maîtres,A compté tes hauts faits, et non pas tes ancêtres.

Dicono che l'Imperatore, pur ignorandone l'autore, abbia molto gradito l'Epistola, e siasi esso stesso preso la briga di divulgarla. Quanti fatti consimili avrà avuto occasione di notare e però di ricordare il giovine Manzoni in Francia ed in Italia, e quanto disgusto deve egli aver provato alla caduta di quel Grande, nel vederlo indegnamente insultato da quegli stessi che l'avevano maggiormente esaltato! Il Rosini, ne' suoiCenni di Storia contemporanea(Pisa, 1851), dice del Buonaparte console com'egli "nelle sue prime campagne in Italia onorò gl'ingegni dei viventi e dei trapassati, come una festa solenne celebrar fece per Virgilio, come un'altra egli ne promosse pel trasporto delle Ceneri dell'Ariosto, come una Iscrizione ordinò d'apporre sulla porta della casa, dove abitò Corilla in Firenze, come fondar fece una cattedra di Letteratura dalla Nazione israelitica, per farne grazia al loro poeta (Salomone Fiorentino), e come finalmente, volendo conoscer di persona l'Alfieri, e ributtato da lui, gli rispondesse non già come appare dallaVitadi quello (anno 1800, cap. 28), ma, per quanto allor se ne disse, precisamente così:—Aveva letto le vostre opere, e aveva desiderato di conoscervi; ho letto il vostro biglietto e me n'è passata la voglia.—" Ma il Buonaparte fece destituire il Cicognara, consigliere di Stato in Milano, per aver accettata la dedicazione de' versi del poeta Ceroni Mantovano, il quale sotto il nome diTimone Cimbrolamentava la caduta e il destino della Repubblica di Venezia. Secondo il Cantù (Cronistoria dell'Indipendenza italiana) deve attribuirsi al Ceroni il Sonetto che incomincia:

Tinse nel sangue de' Capeti il ditoIl ladron Franco; e, di sue fraudi forte,Vincitor scese nell'ausonio lito,Ebbro gridando: Libertade o morte.

E finisce:

Che più? fra noi seder dee un Gallo in trono?Ahi! se cangiar tiranno e libertade,O terra, ingoia il donatore e il dono.

In un breve scritto di Giovanni Rosini:Sugli Epistolari del Cesarotti e del Monti, trovo intorno al Cicognara questa notizia: "Tornato in questo tempo in Milano e creato Consigliere di Stato, co' nobili suoi modi e col suo bell'ingegno a sè attirava gli sguardi dell'universale il conte Leopoldo Cicognara, e insieme con lui, anzi, come è più naturale, al disopra di lui, la bella, colta ed animosa sua consorte. Col cuore sempre vòlto a compiangere la caduta e il destino della veneta Repubblica, sua cara patria, ella fece gran plauso a certi versi del poeta Ceroni Mantovano, che trattavano quell'argomento e che furon letti, per quanto mi venne riferito, tra un gran numero di convitati, a pranzo da lei. Per l'arditezza dei sentimenti levaron grido, e mentre alcuni se ne ripetevano imparati a memoria, pochi giorni appresso comparvero stampati colla intitolazione:Versi di Timone Cimbro a Cicognara. Colui che comandava in Milano le armi francesi, partir fece un giandarme, che, cambiatosi di brigata in brigata, recò velocissimamente iVersia Napoleone, il quale colla stessa sollecitudine ordinò la destituzione del Cicognara, e la sua cacciata da Milano. Allora fu che riparossi in Toscana, dove si diede a continuar lo studio delle Belle Arti, che gli affari politici gli avevano fatto interrompere. Ma la Contessa rimase in Milano." Il Monti, invece, del primo Console cantava:

L'anima altera,Che nel gran cor di Bonaparte brilla,Fu dell'italo Sole una scintilla;

poi volgendosi al Console stesso per rappresentargli le miseried'Italia, aggiungeva:

Vedi che,privaDel Creator tuo sguardo, appena è viva.

Il poeta Lodovico Savioli, nel 1803, salutava in Napoleone "ilguerrier della vittoria alunno;" Luigi Lamberti "l'eroe dei Numiamor," e infine esclamava:

Fondar popoli e far con sante leggiLa virtute reina e il vizio domo,Impresa è sol d'immortal Nume, o d'uomoChe a Nume si pareggi.

Il poeta Veneto Buttura diceva da Venezia a Napoleone:

Sull'indegne mio piaghe affisa il ciglio,Vien, vinci, abbatti i coronati mostri;E rendi a te la gloria, a me la vita.

Son note le basse adulazioni del Cesarotti, autore dellaPronea, che parlava in versi a Napoleone, dicendo:

Parlo in prosa ai mortali, in versi ai Numi.

Il Foscolo non inneggiò a Napoleone, ma non fu insensibile allegrazie della vice-regina Beauharnais:

Novella spemeDi nostra patria, e di sue nuove grazieMadre e del popol suo, bella fra tutte,Figlia di regi, e agli Immortali amica.

Un'Ode del Crocco scritta per laNascita del Re di Romae citatadal Cantù, cantava:

Si scosse il Tebro, lo squallor deposeRoma, rinata allo splendor dal soglio,Ed alla maestà si ricomposeDel prisco orgoglio.Brillò limpido il Sol, di repentinaGioia su i sette Colli alzossi un grido,E più superba l'aquila latinaUscì dal nido.

Il Gagliuffi voltava in distici latini il Codice napoleonico. IlMonti aveva celebrato nel vincitore di Marengo il liberatored'Italia:

Il giardino di NaturaNo, pei barbari non è.

Ma nella sua visione presentendo in Napoleone l'ambizione didiventar Sovrano, gli fa consigliar da Dante d'impadronirsi dellasignoria:

Vate non vileScrissi allor la veduta meravigliaE fido al fianco mi reggea lo stileIl patrio amor che solo mi consiglia.

Nel tempo stesso scriveva al Cesarotti: "Il Governo mi ha comandato e m'è forza obbedire. Batto un sentiero, ove il voto della Nazione non va molto d'accordo colla politica, e temo rovinare. Sant'Apollo m'aiuti, e voi pregatemi senno e prudenza." Lo stesso Monti dedicando la traduzione dall'Iliadeal Beauharnais che gli avea ottenuto il posto di storiografo del Regno d'Italia, scriveva nella dedicazione: "Se il cielo, invidiandovi ai nostri giorni, vi avesse concesso agli eroici, Omero vi avrebbe collocato vicino ad Achille fra Patroclo e Diomede. Noi, testimoni delle vostre alte virtù, vi collochiamo in grado più d'assai eminente; tra Minerva ed Astrea, vicino al massimo vostro Padre." Napoleone tuttavia si doleva di avere per sè tutta la piccola e contro di sè tutta la grande letteratura. Non mancò a Napoleone il suo improvvisatore imperiale, Francesco Gianni, che, pensionato con seimila franchi l'anno, cantava:

Quell'eroe terribil tanto,Onde Ettor di vita uscì,In due lustri non fe' quantoBonaparte in un sol dì.

Il Mascheroni prima di morire scriveva al Serbelloni: "Vi prego dire a Buonaparte ch'egli è in cima di tutti i miei pensieri," e gli dedicò laGeometria del Compasso. "Egidio Patroni, perugino (scrive il Cantù nellaCronistoria), oltre altri componimenti, fece laNapoleonide, collezione di cento Odi, ciascuna preceduta da una medaglia incisa, celebranti i fasti dell'Eroe." Tra i lodatori del Buonaparte, il Cantù ricorda ancora Quirico Viviani, Giulio Perticari, Carlo Porta, Saverio Bettinelli, Paolo Costa, Cesare Arici, Felice Romani, Davide Bertolotti, Mario Pieri che d'aver lodato si pentì troppo tardi, Angelo Mazza. "Il divinizzare Napoleone (scrive ancora il Cantù) fu un luogo comune dei nostri retori. Nell'Università di Padova, dinanzi al suo busto, il Rettore magnifico conchiuse l'orazione;—Veneriamo, o signori, la presenza del Nume. -" Il Giordani nelPanegirico, dove si vanta di "altamente sentire la dignità del secolo," ribocca di espressioni simili a queste: "Il mondo è venuto in potestà di tale, non oso dir uomo. Invitando gl'Italiani a considerare le grandezze de' tuoi benefizii, augusto Principe, in cui la nostra nazione adora il più caro benefizio che riconosca dall'Imperatore in Italia. Quale altro che Iddio, o virtù somiglievole agli Dii, poteva fare sì stupenda consonanza? La virtù di questo divino spirito non ci lascia sembrar temeraria qualunque speranza." Nello stessoPanegiricoil Giordani chiama Napoleone "l'Ottimo e Massimo," e loda Cesena di fare ogni anno riaprire l'Accademia con le lodi del Buonaparte, egli che più tardi biasimò poi l'uso dell'Università di Torino di lodare ogni anno il Re di Sardegna.

IPromessi Sposi.

IPromessi Sposifurono qualche cosa d'impreveduto e di singolare, non pure nella letteratura italiana, ma nella vita stessa del Manzoni. Per quanto i Cattolici abbiano desiderato farne il loro proprio romanzo, nessuno avrebbe mai immaginato che dalle mani dell'Autore degl'Inni Sacrie delleOsservazioni sulla Morale cattolicasarebbero usciti i tipi di Don Abbondio e della Signora di Monza. Come intorno alla conversione religiosa, furono fatte e scritte parecchie congetture intorno alla vera origine deiPromessi Sposi. Pare che, nel primo concetto, il soggetto principale del romanzo dovesse essere la conversione dell'Innominato; e ci vuol poca fatica a indovinare da quella scelta, che il Manzoni voleva ancora col proprio romanzo adombrarci un episodio della propria vita. Secondo il Sainte-Beuve, l'idea di eleggere la forma del romanzo sarebbe venuta al Manzoni dall'intendere che in quel tempo il Fauriel meditava anch'esso un romanzo storico, del quale pare che la scena dovesse collocarsi in Provenza.[1] Ma poichè l'affermazione del Sainte-Beuve mi pare alquanto vaga o non è probabile che il Manzoni abbia fatto un romanzo solamente perchè il Fauriel ne volea fare un altro, ma più tosto si crederebbe vero il contrario, cioè che il Fauriel trovandosi a Brusuglio, quando il Manzoni avea già terminato e stava correggendo iPromessi Sposi, potesse pensare esso a qualche cosa di simile, gioverà ricorrere ad altre spiegazioni. Camillo Ugoni, che poteva forse averne avuto alcun sentore in casa stessa del Manzoni che lo amava e stimava moltissimo, lasciò scritto nella suaBiografia del Filangieri, che l'idea di eleggere ad un suo lavoro educativo la forma di romanzo venne al Manzoni dal leggere un passo dellaScienza detta Legislazionedel Filangieri, ove si raccomanda come ottima lettura educatrice ai fanciulli, che entravano nel decimo anno, i romanzi storici.[2] La congettura dell'Ugoni mi pare avere qualche grado probabile, in quanto che, nell'anno in cui il Manzoni incominciò a scrivere iPromessi Sposicioè nel 1821 (e non dopo pubblicato l'Adelchi, come afferma il Sainte-Beuve), la sua figlia primogenita Giulia avea per l'appunto undici anni, e il figlio Pietro dieci. Alieno com'egli era dal mandare i figli a scuola, dopo il duro esperimento che della scuola aveva fatto egli medesimo, il Manzoni dovette, senza dubbio, desiderare di potere scrivere, se gli riusciva, prima d'ogni cosa, un buon romanzo storico, che in Italia non esisteva pur troppo, per i suoi proprii figliuoli. E mi reca meraviglia che tra le tante cagioni astruse che s'andarono a cercare per chiarirsi come il Manzoni si fosse indotto a scrivere un romanzo, quest'una così ovvia, così semplice, non siasi ancora indicata. Il Manzoni, come ho già avvertito, era un lettore e un postillatore di libri infaticabile; la biblioteca di Don Ferrante dovea, per la varietà, somigliare alcun poco alla sua. Egli era dell'opinione non molto comune, o almeno poco ascoltata, che i libri si stampassero per venir letti; e leggeva di tutto; di storia e di poesia, di teologia e di filosofia, di agronomia e di giurisprudenza; e di tutto facea tesoro nella sua memoria prodigiosa, e succo di vera sapienza più ancora che di semplice dottrina. Egli discorreva volentieri coi libri che leggeva come se fossero persone vive, ed entrava volentieri con essi in segreta e minuta polemica, quando gli pareva che sragionassero. Altre volte egli se ne lasciava inspirare, e questo fu appunto il caso che gli dovette occorrere prima di scrivere iPromessi Sposi. Quando il Manzoni ebbe letto in uno Studio biografico del tedesco Sauer, per quali ragioni artistiche, politiche, religiose, egli si fosse condotto a scrivere iPromessi Sposi, accompagnando le parole con un arguto sorriso, sclamò:Cospetto! questo signore deve essere un gran dotto, perchè di me e delle cose mie ne sa assai più che non ne sappia io. E, dopo aver dichiarato che di quelle intenzionisotterranee, sintetiche, subbiettive o che so io egli non ne avea avute mai, raccontò per la centesima volta ad uno de' suoi amici presenti come l'idea del romanzo gli fosse nata a Brusuglio, dove egli avea per qualche tempo creduto cosa prudente il ritirarsi con Tommaso Grossi e con la famiglia, quando a Milano erano incominciati gli arresti de' Carbonari. Egli s'era portato in campagna due libri: laStoria milanesedel Ripamonti, scritta, com'è noto, in latino, ed un'opera del Gioia:Economia e Statistica. Il Ripamonti gli suggerì l'episodio che, fin dal principio, fissò in particolar modo la sua attenzione e poco mancò non diventasse il pernio di tutta l'opera; l'episodio dell'Innominato. Dal Gioia gli venne l'idea della inutilità delle leggi, quando queste non siano in armonia coi costumi, ed i legistatori rimangano stranieri al paese.[3] È lecito il supporre che, prima di accingersi a scrivere iPromessi Sposi, il Manzoni siasi consigliato col suo confessore canonico Tosi; è lecito il supporre che, nel primo disegno, annunziando il Manzoni di voler narrare la conversione d'un reprobo alla fede, egli abbia incontrato un'approvazione piena ed assoluta. L'Innominato che si convertiva pubblicamente nel cospetto del cardinal Federigo, era il Manzoni stesso che, dopo avere per dodici anni lottato per credere, annunziava finalmente che il canonico Tosi gli avea toccato il cuore, lo avea vinto e fatto cosa di Dio; era il Manzoni stesso che confessava, anzi esagerava ai proprii occhi ed agli altrui la sua antica empietà, per far più grande il miracolo della Chiesa, la quale avea avuto la virtù di attirarlo nel proprio seno. Chi cerca ora in qual modo il Manzoni siasi condotto a credere, non ha da fantasticar molto, ma semplicemente da rileggere con un po' d'attenzione la scena commovente dell'incontro dell'Innominato col cardinal Federigo. Con pochissime mutazioni, si può sostituire al nome dell'Innominato quello del Manzoni, al nome del cardinal Borromeo quello di monsignor Tosi, con la sicurezza d'avere scritta ne'Promessi Sposila propria confessione autentica, ma trasformata, dissimulata ed ingrandita in opera d'arte, del poeta convertito.[4] Aggiungiamo che, quando iPromessi Sposisi pubblicarono, il Tosi era già vescovo, e sarebbe forse stato assunto all'onore del cappello cardinalizio, senza quel po' di giansenismo ch'era rimasto nella sua dottrina, e che dovea dispiacere alla Curia Romana quanto piaceva, invece, al Manzoni. Ciascuno che rilegga que' capitoli de'Promessi Sposi, e li confronti con la diligente biografia che di Luigi Tosi scrisse il professor Magenta, si persuaderà facilmente che il Manzoni innestò la figura del cardinal Federigo sopra quella del proprio santo confessore. Ma ciò che da principio doveva essere l'intiero libro, diventò poi un semplice episodio di esso. Il Manzoni, riuscito, di giorno in giorno più, realista o verista nell'arte sua, desideroso di fare sopra il suo tempo, sopra la gioventù che doveva educarsi per mezzo della lettura, una impressione durevole e profonda, dopo aver concepito un alto e vasto poema, disegnò di scriverlo in prosa. Nel tempo in cui l'amico suo Tommaso Grossi venuto con lui a Brusuglio si provava a vestire di forme più popolari l'ottava epica, scrivendo il poema de'Lombardi alla prima Crociata, il Manzoni intraprendeva una riforma più radicale. Egli era d'avviso che si dovesse pensare e sentir alto, ma scriver piano; e come Dante avea creata la lingua poetica italiana, il Manzoni, anco se non vi pretendeva, riuscì a fondare veramente la nuova prosa italiana. Si dirà; ma come? Il Foscolo ed il Monti non avevano forse preceduto il Manzoni? Sì, ma oltre che nessuno de' due ha presentato all'Italia una prosa così ricca di fatti, di osservazioni, d'idee originali, di affetti veri e di tipi scolpiti come iPromessi Sposi, l'uno e l'altro scrisse sempre con un po' di enfasi rettorica, con un po' di pompa teatrale, che ad ogni lettore di buon senso, per poca che sia, deve sempre apparire soverchia. Il Manzoni dovea fin da giovinetto aver meditato il libretto del suo nonno Beccaria sopra loStile, un libretto scritto male, ma pensato bene;[5] l'articolo del Verri intitolato: "Ai giovani d'ingegno che temono i Pedanti," e i discorsi che si facevano contro l'Arcadia e contro la Crusca nell'Accademia, della quale l'Imbonati era stato presidente; ma, trovando poi giusto tutto ciò che si scriveva contro i parolai, gli Aristotelici della letteratura, i pedanti, i retori, egli credeva pure che si dovesse far qualche sforzo per mostrare che lo stile poteva acquistar nuova nobiltà dalla sua stessa naturalezza. Il Manzoni contribuì ad innamorare più fortemente l'odierna Italia della sua lingua, con l'occuparsene egli stesso per un mezzo secolo, col tornare pazientemente per tre lustri sopra la lingua de'Promessi Sposi, col fine di purgarla dalle sue voci improprie; l'efficacia che per tale riguardo egli esercitò col proprio esempio, si sente ancora e non può venir disconosciuta. Ma la letteratura italiana gli deve molto più, per avere il Manzoni con l'autorità del suo nome e con la prova vivente ed immortale d'un capolavoro avvezzata la lingua ad uno stile così facile, così chiaro, e, ad un tempo, così virile e sostenuto, da rendere impossibile il ritorno alle viete forme accademiche e scolastiche, alla nostra stilistica tradizionale e così detta classica, senza pericolo di cadere nel ridicolo. Dalla descrizione che il Manzoni ci fa della libreria di Don Ferrante ne'Promessi Sposi, rileviamo che quest'uomo enciclopedico (mettendogli solamente dappresso il piemontese Botero) prediligeva sovra tutti un autore "mariuolo sì, ma profondo," il Machiavelli, di cui non si stancava di leggere e di ammirare ilPrincipee iDiscorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio. C'è da scommettere che una parte dell'ammirazione di Don Ferrante non andava al pensatore ed al politico unitario,[6] ma allo scrittore, il quale nella prosa non fu superato fin qui da alcuno, ma emulato dal solo Manzoni, il quale partecipava senza dubbio in proposito dell'opinione di Don Ferrante. Qual merito maggiore per uno scrittore che la sua virtù non solo di dir molto in poco, ma di dire facilmente le cosa difficili, l'arte di far diventare universali le idee più elevate ed originali? E bene questa virtù, quest'arte il Manzoni possedette, come autore de'Promessi Sposi? in grado supremo e singolarissimo. Sotto questo aspetto, la sua prosa è la più democratica che sia stata scritta in Italia. Ma il Manzoni dovette ben presto accorgersi che, ov'egli avesse fatto l'Innominato il centro di tutto il suo poema o romanzo, oltre allo scoprir troppo sè medesimo, non avrebbe mancato di dare al suo romanzo un'aria reazionaria che veramente non ha e che ingiustamente gli fu attribuita dal Settembrini. Chè se nell'Innominatoche potremmo chiamare della prima maniera, come già nelCarmagnola, vi è qualche cosa delWallensteindello Schiller e delGoetz von Berlichingendel Goethe, cioè uno spirito ribelle a leggi che gli paiono ingiuste, del secondo Innominato, dell'Innominato convertito, proposto a modello, i Gesuiti non avrebbero mancato di fare il loro uomo-tipo, il loro modello ideale; e tutto il buon effetto della conversione molto più morale che religiosa operata dal cardinal Federigo si sarebbe guastato, col mettere sul volto dell'Innominato la brutta maschera di Tartufo. Consoliamoci dunque che il Manzoni abbia voluto egli stesso allargare il proprio soggetto, opporre al cardinal Federigo Don Abbondio e la Monaca di Monza, e fra questi due mettere quella brava Donna Prassede che si proponeva di far l'educazione di Lucia, su per giù a quel modo con cui credono di potere educare le famose Dame del Sacro Cuore. Il Manzoni doveva aver conosciuto qualche Donna Prassede; quindi fa vivezza e finitezza del suo malizioso ritratto: "Era Donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene; mestiere certamente il più degno che l'uomo possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d'ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de' nostri giudizii, con le nostre idee, le quali bene spesso stanno come possono. Con l'idee Donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici; n'aveva poche, ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche ce n'era, per disgrazia, molte delle storte; e non eran quelle che lo fossero meno care. Le accadeva quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di crederne leciti di quelli che non lo fossero punto, per una certa supposizione in confuso che chi fa più del suo dovere possa far più di quel che avrebbe diritto; le accadeva di non vedere nel fatto ciò che ci era di reale, o di vederci ciò che non ci era; e molte altre cose simili, che possono accadere, e che accadono a tutti senza eccettuarne i migliori; ma a Donna Prassede troppo spesso e, non di rado, tutte in una volta."—"… Fin da quando aveva sentito la prima volta parlar di Lucia, s'era subito persuasa che una giovine, la quale aveva potuto promettersi a un poco di buono, a un sedizioso, a uno scampaforca, in somma, qualche magagna, qualche pecca nascosta la doveva avere. Dimmi chi pratichi, e ti dirò chi sei. La vista di Lucia aveva confermata quella persuasione. Non che, in fondo, non le paresse una buona giovine; ma c'era molto da ridire. Quella testina bassa col mento inchiodato sulla fontanella della gola, quel non rispondere, o risponder secco secco, come per forza, potevano indicar verecondia; ma denotavano sicuramente molta caparbietà; non ci voleva molto a indovinare che quella testina aveva le sue idee. E quell'arrossire ogni momento, e quel rattenere i sospiri…. Due occhioni poi, che a una Donna Prassede non piacevano punto. Teneva essa per certo, come se lo sapesse di buon luogo, che tutte le sciagure di Lucia erano una punizione del cielo per la sua amicizia con quel poco di buono, e un avviso per far che se ne staccasse affatto; e, stante questa, si proponeva di cooperare a un così buon fine. Giacchè, come diceva spesso agli altri e a sè stessa, tatto il suo studio era di secondare i voleri del cielo; ma taceva spesso uno sbaglio grosso, ch'era di prender per cielo il suo cervello." Qui metteremo un punto d'interrogazione. Quando si pensi che il Manzoni avea corso rischio nella primavera del 1821, di andare a morire sulle forche, a motivo del suo Inno rivoluzionario e della sua amicizia pel Confalonieri, non è egli probabile che sotto quel "poco di buono, quelsedizioso" quelloscampaforcadi Renzo sia da ravvisarsi per un momento il Manzoni stesso, in Lucia che avrebbe dovuto staccarsi da lui la signora Blondel, in Donna Prassede qualche sua bigottissima amica, a cui il Manzoni non dovea parere convertito abbastanza e in ogni modo

Un di que' capi un po' pericolosi,

come il poeta Giusti nelSant'Ambrogiodefiniva per l'appunto l'Autore de'Promessi Sposi? Mi provo a indovinare, e malgrado dell'industria grande del Manzoni a mescolar bene le sue carte, mi studio di capire la malizia del suo giuoco. La Blondel, com'è noto, era nella sua nuova fede cattolica molto più ardente dello stesso Manzoni, ed avrà, senza dubbio, cercato o trovato fra le sue nuove amiche qualche consigliera del tipo di Donna Prassede. Noi non sapremmo essere attratti molto, per dire il vero, dalle idee di una povera e rozza contadina come Lucia; ma se si fosse, per un'ipotesi, travestita, anche un solo momento, da Lucia la signora Blondel, quando il Manzoni ci assicura che "quella testina aveva le sue idee," non ne faremmo più le meraviglie. Non dimentichiamo poi che il Manzoni si lagnava spesso della cura d'anime che i così detti amici, e con gli amici si comprendano pure l'amiche, si erano assunta presso la famiglia Manzoni, gli uni per fare di Don Alessandro un santo, gli altri per salvare in lui il liberale, e troveremo, senza dubbio, molto più gustoso il ritratto di Donna Prassede, che, per dire tutta la verità, collocato nel secolo decimosettimo, presso quello di una semplice contadinella, ci riesce quasi strano, ed in ogni modo, indifferente. Il Manzoni voleva bensì credere, ma non passare per un ipocrita; egli si sentiva capace e volonteroso di far del bene, di farne molto, ma anche debole all'occasione e soggetto a cadere; nè desiderava infingersi agli occhi altrui migliore di ciò che egli poteva essere. Ricordiamo il principio del ventesimosesto capitolo deiPromessi Sposi: quanta delicatezza in quel suo interrompersi, quando il cardinal Federigo rimprovera Don Abbondio di non aver resistito a Don Rodrigo, d'avere avuto paura, d'avere preferito al dovere la sua tranquillità; Don Abbondio, confuso, non sa che rispondere e rimane senza articolare parola; l'Autore è preso da uno scrupolo personale, e soggiunge: "Per dir la verità, anche noi, con questo manoscritto davanti, con una penna in mano, non avendo da contrastare che con le frasi, nè altro da temere che le critiche dei nostri lettori, anche noi, dico, sentiamo una certa ripugnanza a proseguire, troviamo un non so che di strano in questo mettere in campo con così poca fatica tanti bei precetti di fortezza e di carità, di premura operosa per gli altri, di sacrifizio illimitato di sè. Ma pensando che quello cose erano dette da uno che poi le faceva (il Manzoni alludeva, senza dubbio, a monsignor Tosi), tiriamo avanti con coraggio." Ciò che nel libro del Manzoni piace è il Manzoni stesso. Inconsapevolmente que' passi, ove egli entra, più o meno dissimulato, in iscena, ove passano i suoi pensieri, le sue impressioni, ci attirano e ci seducono piacevolmente; con quanto maggior diletto li rileggeremo noi dunque ora sapendo che egli, come il Goethe, si è diviso un poco fra tutti i suoi personaggi! Il forestiero ha cercato tutta l'attrattiva del Romanzo manzoniano nella semplice storia dei due fidanzati; ed ha ragione di conchiudere che l'attrattiva è piccola, che il libro si distende troppo a raccontarla; ha ragione ancora s'egli sente qualche po' di dispetto contro l'Autore, il quale, invece di farlo correre speditamente verso lo scioglimento, lo interrompe con descrizioni infinite, e con la citazione di documenti legali poco intelligibili. Se Aristotile avesse dato le regole del romanzo storico, è probabile che il Romanzo manzoniano si troverebbe scritto contro tutte le regole; vi mancano le giuste proporzioni: vi manca pure quelcrescendod'attrattiva che si vuol trovare in quasi tutti i romanzi; l'azione principale è poco importante, od almeno pare di piccola importanza, considerata in sè e non negl'intendimenti sociali dell'Autore, il quale, per mezzo d'un caso minuto e specialissimo, volle rappresentare l'eterna lotta fra oppressori ed oppressi, fra padroni e servi, fra grandi e popolo, aggruppando intorno a questa lotta alcune gravi questioni sociali, come quella del caro dei viveri, della salute pubblica, della legislazione penale, dell'amministrazione delle Opere Pie, de' mali che reca con sè la guerra, del clero, de' conventi, ed altre più, ciascuna delle quali potrebbe dar materia, anco più che a nuovi libri, a nuove ed opportunissime leggi, che, quando fossero veramente buone ed osservate, varrebbero meglio di qualsiasi libro pure ottimo, poichè la più difficile di tutte le traduzioni umane è quella delle idee nei fatti, della teoria nella pratica, della sapienza intellettuale in tanta eccellenza di virtù operativa. Il Romanzo manzoniano di per sè, come invenzione di casi, dice poco; di grandi e forti passioni non vi è quasi traccia; il lettore non rimane stordito e sorpreso da alcuna grande novità; ma è singolare, che in questo solo romanzo si cerchi meno quello che piace di più negli altri, l'elemento romanzesco, e molto più singolare che, privandosi quasi di questo elemento che pare così necessario negli altri romanzi, l'Autore de'Promessi Spositrovi fuori di esso tanta materia di lettura viva ed attraente. Egli trattò il romanzo come l'Autore comico la commedia; vi rappresentò la società nella sua vita solita ed ordinaria, per mostrare che questa vita stessa è una commedia che si rinnova di secolo in secolo, eternamente. L'ingegno satirico che tentava naturalmente il Manzoni giovinetto, gli giovò mirabilmente nella commedia, o nel dramma, o nel poema, o nel romanzo che si voglia chiamare, de'PromessiSposi, i quali sono tutte queste cose insieme, ora molto, ora poco, ed entrano nella condizione privilegiata, e disperante, più che disperata, di tutti i grandi capolavori letterarii, che non si lasciano classificare in verun genere, perchè hanno essi stessi creato un genere nuovo, di cui, per lo più, non essendo l'originalità cosa molto imitabile, rimangono poi soli rappresentanti. Ciò che nellaDivina Commediaattrae più non è il suo soggetto, ma la maniera con cui l'Autore lo pensa, lo sente e lo tratta; il medesimo si può ripetere de'Promessi Sposi: nel primo, cerchiamo la poesia di Dante, l'anima e la mente di Dante; nel secondo; la poesia del Manzoni, l'anima e la mente del Manzoni, e il modo con cui il reale e l'ideale gli appaiono. Chi legge iPromessi Sposicome un libro ordinario, non può gustarli se non mediocremente; chi vi cerca tutto ciò che l'Autore ha voluto mettervi, non può mancare di trovarvelo, e di ammirare, senza fine, l'Autore che, con mezzi quasi umili, seppe ottenere effetti massimi. Si, Renzo e Lucia sono povera e zotica gente, e se il Manzoni ce li figurasse soltanto come tale, senz'altre sue malizie, comprenderemmo poco i motivi che spinsero un così alto ingegno a raccogliersi tutto negli anni più vigorosi e potenti della sua vita sopra una materia così scarsa d'inspirazione. Ma il Manzoni ha voluto appunto l'opposto di quello che si vuole generalmente, non inalzare sè sopra un soggetto nobile, ma inalzare e nobilitare un soggetto quasi ignobile, col versarvi dentro la miglior parte di sè. Egli adopera i suoi poveri contadini con quella stessa malizia, con la quale egli si serve talora di similitudini volgari per dichiarare meglio certi pensieri che, alla prima, non appaiono nella loro piena evidenza. Sotto i grossi panni del villano di Lecco si trova sempre il cervello sottile del Manzoni. Se la fine ironia che vi è dentro non si coglie, il racconto può talora riuscire insipido, e le riflessioni che lo accompagnano sembrare superflue. Quando l'Autore intraprende, per esempio, a descriverci quello che sia propriamente un carteggio fra contadini, i quali sogliono ricorrere ad un letterato della loro condizione per far sapere i loro negozii ai lontani, osserva: "al letterato suddetto non gli riesce sempre di dire tutto quel che vorrebbe, qualche volta gli accade di dire tutt'altro; accade anche a noi altri, che scriviamo per la stampa;" questa specie di prima punta maliziosa c'incomincia ad avvertire di che veramente si tratta; e il fine della descrizione riesce a persuadercene del tutto: "Quando la lettera così composta arriva alle mani del corrispondente, che anche lui non abbia pratica dell'abbicci, la porta a un altro dotto dello stesso calibro, il quale gliela legge e gliela spiega. Nascono delle questioni sul modo d'intendere: perchè l'interessato, fondandosi sulla cognizione dei fatti antecedenti, pretende che certe parole voglian dire una cosa; il lettore, stando alla pratica che ha della composizione, pretende che ne vogliano dire un'altra. Finalmente bisogna che chi non sa si metta nelle mani di chi sa, e dia a lui l'incarico della risposta: la quale, fatta sul gusto della proposta, va poi soggetta a un'interpretazione simile. Che se, per di più, il soggetto della corrispondenza è un po' geloso; se c'entrano affari segreti, che non si vorrebbero lasciar capire a un terzo, caso mai che la lettera andasse persa; se, per questo riguardo, c'è stata anche l'intenzione positiva di non dire le cose affatto chiare; allora, per poco che la corrispondenza duri, le parti finiscono a intendersi tra di loro come altre volte due scolastici che da quattr'ore disputassero sull'entelechia; per non prendere una similitudine di cose vive, che ci avesse poi a toccare qualche scappellotto." Le cose vive, alle quali il Manzoni faceva allusione, potevano essere benissimo le famose polemiche sorte in quel tempo, da una parte fra Classici e Romantici, dall'altra fra il Monti e gli Accademici della Crusca: polemiche, le quali sembravano fatte molto più per imbrogliare le idee che per renderle più chiare e popolari. Così non s'intenderebbe come il Manzoni, dopo aver lasciato fare a Lucia quell'imprudente suo voto di non più sposare Renzo, si désse poi tanta pena per rappresentare l'immagine di un Renzo ideale che le tornava, malgrado del voto, nella mente, se non fosse lecito il supporre che in quelle immagini entrasse la reminiscenza di qualche scena domestica manzoniana. "Lucia, quando la madre ebbe potuto, non so per qual mezzo, farle sapere che quel tale era vivo e in salvo e avvertito, sentì un gran sollievo, e non desiderava più altro, se non che si dimenticasse di lei; o, per dir la cosa proprio a un puntino, che pensasse a dimenticarla. Dal canto suo, faceva cento volte al giorno una risoluzione simile riguardo a lui; e adoperava anche ogni mezzo per mandarla ad effetto. Stava assidua al lavoro, cercava d'occuparsi tutta in quello, quando l'immagine di Renzo le si presentava, e lei a dire o a cantare orazioni a mente. Quell'immagine, proprio come se avesse avuto malizia, non veniva per lo più così alla scoperta; s'introduceva di soppiatto dietro all'altre, in modo che la mente non s'accorgesse d'averla ricevuta, se non dopo qualche tempo che la c'era. Il pensiero di Lucia stava spesso con la madre; come non ci sarebbe stato! e il Renzo ideale veniva pian piano a mettersi in terzo, come il reale avea fatto tante volte. Così con tutte le persone, in tutti i luoghi, in tutte le memorie del passato, colui si veniva a ficcare. E se la poverina si lasciava andar qualche volta a fantasticar sul suo avvenire, anche lì compariva colui, per dire, se non altro: io, a buon conto, non ci sarò. Però, se il non pensare a lui era impresa disperata, a pensarci meno, e meno intensamente che il cuore avrebbe voluto, Lucia ci riusciva fino a un certo segno; ci sarebbe anche riuscita meglio, se fosse stata sola a volerlo. Ma c'era Donna Prassede, la quale, tutta impegnata dal canto suo a levarle dall'animo colui, non aveva trovato migliore espediente che di parlargliene spesso. "Ebbene?" le diceva, "non ci pensiam più a colui?"—"Io non penso a nessuno," rispondeva Lucia. Donna Prassede non s'appagava d'una risposta simile, replicava che ci volevan fatti e non parole; si diffondeva a parlare sul costume delle giovani, "le quali," diceva, "quando hanno nel cuore uno scapestrato, ed è lì che inclinano sempre, noa se lo staccan più. Un partito onesto, ragionevole, d'un galantuomo, d'un uomo assestato, che, per qualche accidente, vada a monte, son subito rassegnate; ma un rompicollo, è piaga incurabile." E allora principiava il panegirico del povero assente, del birbante venuto a Milano, per rubare e scannare; e voleva far confessare a Lucia le bricconate che colui doveva aver fatte, anche al suo paese. Lucia con la voce tremante di vergogna, di dolore, e di quello sdegno che poteva aver luogo nel suo animo dolce e nella sua umile fortuna, assicurava e attestava che, al suo paese, quel poveretto non aveva mai fatto parlar di sè altro che in bene; avrebbe voluto, diceva, che fosse presente qualcheduno di là, per fargli far testimonianza. Anche sull'avventure di Milano, delle quali non era ben informata, lo difendeva, appunto con la cognizione che aveva di lui e de' suoi portamenti fin dalla fanciullezza. Lo difendeva o si proponeva di difenderlo, per puro dovere di carità, per amore del vero, e, a dir proprio la parola con la quale spiegava a sè stessa il suo sentimento, come prossimo. Ma da questa apologia Donna Prassede ricavava nuovi argomenti per convincere Lucia, che il suo cuore era ancora perso dietro a colui. E, per verità, in que' momenti, non saprei ben dire come la cosa stésse. L'indegno ritratto che la vecchia faceva del poverino, risvegliava, per opposizione, più viva e più distinta che mai nella mente della giovine l'idea che vi si era formata in una così lunga consuetudine; le rimembranze, compresse a forza, si svolgevano in folla; l'avversione e il disprezzo richiamavano tanti antichi motivi di stima; l'odio cieco e violento faceva sorger più forte la pietà; e con questi affetti, chi sa quanto ci potesse essere o non essere quell'altro che dietro ad essi s'introduce così facilmente negli animi; figuriamoci cosa farà in quelli, donde si tratti di scacciarlo per forza. Sia come si sia, il discorso per la parte di Lucia non sarebbe mai andato molto in lungo; che le parole finivan presto in pianto." Io mi potrei facilmente ingannare; ma queste parole che mi parrebbero troppe se fossero dette per ispiegare i sentimenti d'una rozza contadina lombarda, hanno tutto il loro senso se Lucia deve in questo caso nascondere un'altra persona che ci sta a cuore assai più, la quale poteva benissimo trovar qualche piccola imperfezione nel Manzoni, reale e vicino, salvo a sognarlo come un ideale, quand'egli stava lontano, quando lo sapeva perseguitato ed in pericolo, quando, peggiore di tutte le malvagità umane, essa sentiva che la calunnia voleva indegnamente colpirlo. Renzo è compromesso anch'esso quasi involontariamente come il Manzoni ne' casi politici di Milano; e se non ci fosse stato per l'Autore il proposito di mettersi un poco in iscena, ma di farsi povero contadino, per lasciarsi scorgere meno, avrebbero avuto ragione que' primi critici de'Promessi Sposi, quando biasimavano l'Autore d'aver fatto andare Renzo a Milano solamente per avere un'occasione di fare nuovo sfoggio d'ingegno nelle descrizioni del tumulto, della fame e della peste di Milano. E qui prevedo un'obbiezione: non ci diceste che il Manzoni ha forse voluto rappresentare nella conversione dell'Innominato la propria? Ora se egli è l'Innominato, come potrebbe essere ancora Renzo? Egli è l'Innominato, per un verso, Renzo per un altro, Don Ferrante, Fra Cristoforo in altri momenti. I lettori del Goethe conoscono bene questa specie diavatardel genio, questa potenza tutta divina di staccar da sè un attributo per farne un nuovo tipo umano vivente, come nell'Olimpo dalla testa di Giove esce una Minerva, come dagli attributi di un solo Dio vien fuori la pluralità degli Dei. Il Manzoni si moltiplica e si riproduce quasi senza fine ne'Promessi Sposi, non meno che il Goethe nelFaust, nelWilhelm Meister, nelWerner, nell'Egmont, nelTassoe in altri suoi drammi, per tacere delleElegie Romane, ov'egli entra direttamente e quasi furiosamente in iscena. L'aver condensato ad un tempo e distribuito ed esaurito quasi tutto sè stesso in un solo capolavoro è gloria maggiore nel Manzoni, e principal fascino, quasi misterioso, de'Promessi Sposi. Il centro simpatico di tutto il libro è l'Autore stesso, come accade pure nelDon Chisciotte. Tra i due lavori vi è anzi qualche affinità di tóno umoristico; ma nel libro italiano la varietà è molto maggiore, ed i pensieri e i sentimenti si levano più alto. S'io li riscontro qui è perchè oramai stimo necessario che ci avvezziamo a studiare iPromessi Sposi, come si studiano i libri già divenuti classici, i quali si pigliano come sono, senza pretendere, che dovessero riuscire diversi da quelli che i loro grandi Autori gli hanno voluti. Noi non possiamo volere che in questi classici si approvi e si ammiri tutto; crediamo invece che tutto meriti di venire studiato, e che la conclusione di un tale studio sia sempre, per un verso, una somma di maggiore ammirazione, per l'altro, una somma di maggior profitto. Fra le tante cose che s'ammirano neiPromessi Sposi, la più mirabile, se si consideri la difficoltà artistica della composizione, pare a me e ad altri la grande varietà, con la quale l'Autore ci presenta quadri e tipi paralleli, che sono simili senza monotonia, e dissimili senza stonatura. Presso la conversione di Fra Cristoforo noi troviamo quella dell'Innominato, presso la descrizione della fame quella della peste, presso il cardinal Federigo Fra Cristoforo, presso Don Rodrigo il conte Attilio e l'Innominato, presso Don Abbondio Fra Galdino, presso il conte zio il Ferter, Renzo presso Bortolo, e così di seguito, si riproducono ne'Promessi Sposicasi e tipi analoghi, con caratteri distintivi che scusano pienamente, anzi glorificano l'Autore d'averli immaginati. Non vi è nulla di più facile in arte che il creare de' contrasti forti; mettendo dall'un lato chi è tutto buono, dall'altro chi è tutto tristo, la maggior parte degli autori ha combinato rumorosi e stupendi effetti drammatici; il Manzoni sentiva che le proprie forze bastavano a superare maggiori difficoltà; se le creò e le vinse. Nell'arte de' chiaroscuri, delle mezze tinte, nessuno lo supera; ad egli tira ogni linea con mano tanto sicura, che anche i suoi personaggi secondarii diventano tipi popolari, non escluso quel buon sarto di villaggio che pizzicava del letterato perchè sapeva leggere ne'Reali di Francia, divenuti suo Vangelo. S'io non erro, il professore Stoppani fu il primo a cercare ne' tipi de'Promessi Sposile persone reali, delle quali il Manzoni, avendole conosciute, si ricordava nell'immaginarli. Egli credette ravvisarne alcune; così dalla Caterina Panzeri contadina di Galbiate suppose che s'inspirasse per disegnare la figura della Lucia. Ma la Lucia Mondella, in quanto è contadina, non dice nulla; in quanto dice qualche cosa, noi l'abbiamo già accennato, nasconde la signora Blondel. Il Manzoni andò a cercarsi la sposa in un paesello del Bergamasco, come Renzo va nel Bergamasco a metter su casa. Come la Edmengarda dell'Adelchi, anche la Lucia è pudica con lo sposo e parca di parole; ma le poche parole che essa dice a lui, valgono più delle molte dette ad altri. Quando Lucia, uscita dal Lazzeretto, rivede Renzo, non sa dirgli altro che questo: "Vi saluto. Come state?" L'Autore soggiunge: "E non crediate che Renzo trovasse quel fare asciutto, e se l'avesse per male. Prese benissimo la cosa per il suo verso; e come tra gente educata si sa far la tara ai complimenti, così lui intendeva bene che quelle parole non esprimevan tutto ciò che passava nel cuore di Lucia. Del resto, era facile accorgersi che aveva due maniere di pronunziarle: una per Renzo, e un'altra per tutta la gente che potesse conoscere." Quando Renzo passa in rassegna, al fine della sua storia, tutti i brutti casi che gli sono intervenuti e gl'insegnamenti che gliene rimasero, onde egli non si mescolerà più nei tumulti, non si lascerà più andare a bere oltre il bisogno, eviterà di dar sospetto di sè come testa calda, fuggirà, in somma, con una maggior prudenza e moderazione ogni maniera d'impicci, sentiamo ch'è presente il Manzoni; come abbiamo il Manzoni in questo proponimento finale di Renzo: "Prima d'allora era stato un po' lesto nel sentenziare, e si lasciava andar volentieri a criticare la donna d'altri, e ogni cosa. Allora s'accorse che le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi; e prese un po' più d'abitudine d'ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle. Il Manzoni, in verità, pubblicati iPromessi Sposi, si mostrò nel suo contegno pubblico e nei suoi discorsi che potevano esser riferiti, d'un riserbo ebe parve eccessivo; anche le sue lettere, dopo quel tempo, prendono quasi tutte un carattere uniforme di convenienza, in qualche modo, diplomatico e stereotipato; nella lettera straordinariamente sincera ch'egli scrisse venti e più anni dopo a Giorgio Briano, per iscusarsi di non poter fare il deputato, se il Collegio di Arona, come gli veniva scritto, si fosse ostinato a volerlo eleggere, troviamo parole che consuonano perfettamente con gli ultimi propositi pacifici di Renzo, e li dichiarano, "Quel senso pratico delle opportunità, quel saper discernere il punto o un punto, dove il desiderabile s'incontri col riuscibile, e attenercisi, sacrificando il primo, con rassegnazione non solo, ma con fermezza, fin dove è necessario (salvo il diritto, s'intende) è un dono che mi manca, a un segno singolare. E per una singolarità opposta, ma che non è nemmeno un rimedio, perchè riesce non a temperare, ma impedire ciò che mi pare desiderabile, mi guarderei bene dal proporlo, non che dal sostenerlo. Ardito, finchè si tratta di chiacchierare tra amici, nel mettere in campo proposizioni che paiono, e saranno, paradossi; e tenace non meno nel difenderle, tutto mi si fa dubbioso, oscuro, complicato quando le parole possono condurre a una deliberazione. Un utopista e un irresoluto sono due soggetti inutili per lo meno in una riunione, dove si parla per concludere; io sarei l'uno e l'altro nello stesso tempo. Il fattibile le più volte non mi piace. E dirò anzi, mi ripugna; ciò che mi piace, non solo parrebbe fuor di proposito e fuor di tempo agli altri, ma sgomenterebbe me medesimo, quando si trattasse non di vagheggiarlo o di lodarlo semplicemente, ma di promuoverlo in effetto, d'aver poi sulla coscienza una parte qualunque delle conseguenze. Di maniera che, in molti casi, e singolarmente ne' più importanti, il costrutto del mio parlare sarebbe questo: nego tutto, e non propongo nulla. Chi desse un tal saggio di sè, è cosa evidente che anco i più benevoli gli direbbero: ma voi non siete un uomo pratico, un uomo positivo; come diamine non vi conoscevate? dovevate conoscervi; quando è così, si sta fuori degli affari. È una cosa dolorosa e mortificante il trovarsi inutile a una causa che è stata il sospiro di tutta la mia vita. MaIpse fecit nos et non ipsi nos; e non ci chiederà conto dell'omissione, se non nelle cose, alle quali ci ha data attitudine. Scampato al gravissimo pericolo dell'anno 1821 al Manzoni non dovette parer vero, quando pubblicò iPromessi Sposi, di potersi finalmente riguardare al sicuro; quella specie di bando che esisteva contro di lui pareva levato; ed egli vi alluse, come parmi, quando nel fine della storia di Renzo già compromesso ne' tumulti di Milano, si domandò; "Come andava col bando? L'andava benone; lui non ci pensava quasi più, supponendo che quelli, i quali avrebbero potuto eseguirlo, non ci pensassero più nè anche loro; e non s'ingannava. E questo non nasceva solo dalla peste che aveva fatto monte di tante cose; ma era, come s'è potuto vedere anche in varii luoghi di questa storia, cosa comune a que' tempi che i decreti tanto generali, quanto speciali contro le personese non c'era qualche animosità privata e potente che li tenesse vivi e li facesse valere, rimanevano spesso senza effetto, quando non l'avesse avuto sul primo momento." Il Manzoni non ebbe di questi nemici privati e potenti che lo volessero perdere ad ogni costo; e però tenuto fuori dai primi processi, quando i processi si chiusero, non si parlò altro di lui; non già per questo ch'egli fosse contento dell'andamento delle cose, e rassegnato al Governo straniero; vi è anzi un passo deiPromessi Sposi, che potrebbe anche essere di Tacito o del Machiavelli, ov'è chiaro che l'Autore intende muover rimprovero agl'Italiani, i quali dopo aver levato alte grida pel supplizio di pochi generosi tollerano poi in pace l'ignominia d'oltraggio di una lunga servitù. "Noi uomini siamo, in generale, fatti così: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi, e sopportiamo, non rassegnati, ma stupidi, il colmo di ciò che da principio avevamo chiamato insopportabile." Altrove l'Autore, nel tempo stesso che gli scusa, sembra rivolgere un biasimo delicato a que' patrioti, i quali espatriavano senza una vera necessità; naturalmente l'Autore vuole aver aria di parlare soltanto di Renzo e di Lucia, che lasciano il loro villaggio per recarsi nell'ospitale e laborioso Bergamasco; ma il Bergamasco potrebbe assai bene nel caso nostro nascondere l'Inghilterra ed il Belgio. "Chi domandasse se non ci fu anche del dolore in distaccarsi dal paese nativo, da quelle montagne, ce ne fu sicuro; chè del dolore ce n'è, sto per dire, un po' per tutto. Bisogna però che non fosse molto forte, giacchè avrebbero potuto risparmiarselo, stando a casa loro, ora che i due grand'inciampi, Don Rodrigo e il bando, eran levati. Ma già da qualche tempo erano avvezzi tutt'e tre a riguardar come loro il paese dove andavano. Renzo l'aveva fatto entrare in grazia alle donne, raccontando l'agevolezze che ci trovavano gli operai; e cento cose della bella vita che si faceva là. Del resto, avevan tutti passato de' momenti ben amari in quello, a cui voltavan le spalle; e le memorie tristi, alla lunga, guastan sempre nella mente i luoghi che le richiamano. E se que' luoghi son quelli, dove siam nati, c'è forse in tali memorie qualcosa di più aspro e pungente. Anche il bambino, dice il manoscritto, riposa volentieri sul seno della balia, cerca con avidità e con fiducia la poppa che l'ha dolcemente alimentato fino allora; ma se la balia, per divezzarlo, la bagna d'assenzio, il bambino ritira la bocca, poi torna a provare, ma finalmente se ne stacca; piangendo sì, ma se ne stacca." Renzo, che cessa di essere un eroe di romanzo, rimane alcun tempo incerto sul modo d'impiegare quel po' di danaro ch'egli ha, se nell'agricoltura o nell'industria; il Manzoni, che ha rinunciato alla vita politica, si ritira a Brusuglio per darsi tutto all'agricoltura ed a' suoi studii di lingua, lieto di trovarsi fuori delle tempeste. Quando Renzo dice alla sua Lucia ch'egli dai molti guai ha imparato almeno molte cose che non sapeva, Lucia, assai dotta e fine e intelligente per una contadina, risponde al suo moralista: "E io cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai; son loro che son venuti a cercar me. Quando non voleste dire" aggiunge soavemente sorridendo "che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi."—"Renzo (prosegue il Manzoni) alla prima rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perchè ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani e che quando vengono, o per colpa, o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benchè trovata da povera gente, ci è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia." Questa conclusione del libro riesce un vero accento acuto; ed è meraviglia che, invece di accusare, come fecero alcuni critici, il Manzoni di aver talora imprestato a "povera gente" sentimenti troppo elevati, non siasi capito alla prima che, da profondo umorista, il Manzoni avea voluto far passare sè stesso per un povero diavolo che s'impicciò da poeta in avventure troppo romanzesche, per le quali non si sentiva nato, riserbandosi poi il diritto di burlarsene come critico, su per giù come il Cervantes avea fatto prima di lui, ma con maggior caricatura, nel suo immortaleDon Chisciotte. In ciascuno di noi vi è un lato comico e un lato drammatico; il proprio lato comico il Manzoni rappresentò talora in Renzo, talora in quel Don Ferrante che in casa sua non voleva nècomandare nè ubbidire, proprio come il Manzoni, ma eradespota in fatto di ortografia; è noto lo scrupolo che il Manzoni metteva nella punteggiatura; nessun autore forse fece un maggior consumo di virgole; e nell'ortografia italiana tanto più legittimamente poteva egli comandare in una casa, ove la padrona, come la signora Blondel, era forestiera; il lato drammatico lo abbiamo personificato in Fra Cristoforo e nell'Innominato. Nella Prefazione un po' stramba aiPromessi Sposi, il Manzoni mette già da sè stesso il lettore sull'avviso che nel preteso vecchio manoscritto da lui ritrovato e rimaneggiato s'incontrano casi e persone ch'egli credeva ricordarsi unicamente da esso, quando invece gli accadde poi di riscontrarli con casi e persone che le storie rammentano. "Taluni di que' fatti (egli dice) certi costumi descritti dal nostro Autore, c'eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo per chiarirci se veramente il mondo camminasse allora a quel modo. Una tale indagine dissipò tutti i nostri dubbii; a ogni passo ci abbattevamo in cose consimili, e in cose più forti e, quello che ci parve più decisivo, abbiam perfino ritrovati alcuni personaggi, dei quali non avendo mai avuto notizie fuor che dal nostro manoscritto eravamo in dubbio se fossero realmente esistiti. E, all'occorrenza, citeremo alcuna di quelle testimonianze, per procacciar fede alle cose, alle quali, per la loro stranezza, il lettore sarebbe più tentato di negarla." Con questa sua malizia l'Autore vuole lasciarci intendere che egli, dopo aver messo in scena sè stesso o persone da lui conosciute, ha voluto cercare se, per caso, esse potessero avere qualche riscontro con persone vissute nella stessa Lombardia due secoli innanzi; e poichè, in tal sorta d'investigazioni, si trova quasi sempre quello che si cerca, poichè gli uomini si modificano nelle forme, ma nel fondo sono sempre gli stessi, egli non dovette troppo meravigliarsi nel trovare ch'egli ed i suoi conoscenti presentavano sotto parecchi aspetti caratteri di molta somiglianza con alcuni veri ed autentici personaggi storici. Così l'Innominato egli non l'inventò tutto; era Bernardino Visconti, a proposito del quale la duchessa Visconti rallegravasi un giorno che il Manzoni le avesse messo in casa "prima un gran birbante, ma poi un gran santo;" il poeta Giusti solevae conversochiamare il Manaoni "un santo birbone," alludendo alla santità della sua vita e della sua fede e all'infinita malizia del suo ingegno. L'Innominato aveva dunque esistito; ma il Manzoni lo riscaldò coi proprii sentimenti e ne fece un gran tipo.[7] Chi dubita dell'esistenza del cardinal Federigo? ma il Manzoni si ricordava la nobile condotta di monsignor Opizzoni innanzi al Buonaparte, e il suo confessore Tosi e il vicario Sozzi, e delle loro virtù riunite animava anco più la bella figura del Borromeo, ed in parte ancora quella di Fra Cristoforo. Si trovò poi che un Fra Cristoforo da Cremona avea realmente sacrificato la propria vita per gli appestati di Milano; ma, in quanto il Manzoni se ne servì per farne un tipo immortale, oltre alla sua particolare simpatia per i Padri Cappuccini, che risaliva alle prime vivaci impressioni d'infanzia, ci doveva entrare lo studio dell'Autore a rappresentarci la vittoria riportata sopra sè stesso dal violento Lodovico che diventa un monaco piissimo, per meglio persuadere sè stesso che nella prima gioventù non avea sempre dovuto essere moderato e temperato, della necessità di domare gl'istinti e di vincere le passioni. Qualche cosa del giovine Manzoni, qualche pagina della sua prima vita è lecito argomentare che si trovi accennata nel racconto della gioventù di Lodovico. Noi non sappiamo se il Manzoni abbia avuto duelli nella sua gioventù; delle cosidette leggi cavalleresche egli ne parla come un uomo che le conosce, meglio che dai libri di cavalleria, i quali si trovano nella biblioteca di Don Ferrante, per un po' di pratica; ed è possibile che qualche caso di provarsi alla scherma, se non di un serio duello, gli sia occorso in Milano innanzi al suo primo viaggio di Parigi; ma non abbiamo per ora alcuno indizio per affermarlo.[8] In ogni modo, Lodovico convertito in Fra Cristoforo rassomiglia tanto all'Autore che par proprio lui, eccetto il tono di predica che non era del Manzoni. "Il suo linguaggio, è detto, era abitualmente umile e posato; ma, quando si trattasse di giustizia o di verità combattuta, l'uomo s'animava, a un tratto, dell'impeto antico, che, secondato e modificato da un'enfasi solenne, venutagli dall'uso di predicare, dava a quel linguaggio un carattere singolare. Tutto il suo contegno, come l'aspetto, annunciava una lunga guerra, tra un'indole focosa, risentita, e una volontà opposta, abitualmente vittoriosa, sempre all'erta, e diretta da motivi e da ispirazioni superiori. Un suo confratello ed amico, che lo conosceva bene, l'aveva una volta paragonato a quelle parole troppo espressive nella loro forma naturale, che alcuni anche ben educati pronunziano, quando la passione trabocca, smozzicate con qualche lettera mutata: parole che in quel travisamento fanno però ricordare della loro energia primitiva." Il professore Stoppani dice aver conosciuto da fanciullo il parroco, che dovette servire al Manzoni come tipo del suo Don Abbondio. Il Manzoni era ancora giovinetto, quando conobbe quel curato, il quale gli raccontava in qual modo avesse preso gli ordini: "Quando mi presentai all'esame, l'esaminatore mi domandò se i parroci erano d'istituzione umana o divina. Io sapeva benissimo che loro volevano si rispondesse che erano d'istituzione umana, e, furbo, risposi tosto: d'istituzione umana, d'istituzione umana!" Il giovine Manzoni si permise domandargli se fosse quello il suo convincimento; il parroco ripose: "Oh! giusto! a me avevano insegnato ben diversamente a Pavia. Ma se avessi risposto come la pensava io, non mi lasciavano dir Messa." Il Manzoni voleva fare qualche obbiezione; ma il curato troncò il discorso con questa sentenza: "Quando i superiori domandano, bisogna saper rispondere a seconda del come la pensano loro." Questo aneddoto è autentico; il Manzoni stesso lo fece conoscere a' suoi amici, e dalla bocca di questi lo Stoppani lo raccolse. È evidente la rassomiglianza di questo curato con Don Abbondio;[9] ma per formarne quel tipo che riuscì, occorreva il concorso di un genio, e la conoscenza de' materiali, dei quali il Manzoni si servì, giova soltanto a mostrare che i grandi poeti son quasi come Domeneddio, poichè, con l'attenuazione di un quasi, creano anch'essi opere divine,ex nihilo.Storico è pur troppo il personaggio della Geltrude, la Monaca di Monza; ma quando il Manzoni ne lesse la storia, per tornare a colorirla potentemente gli giovò il ricordarsi la zia ex-monaca, già da me ricordata, la quale ebbe cura ch'egli imparasse la musica, il ballo, forse pure la scherma, su per giù come quel Lodovico, a cui il padre fece dare un'educazione "secondo la condizione de' tempi e per quanto gli era concesso dalle leggi e dalle consuetudini; gli diede maestri di lettere ed esercizii cavallereschi, e morì, lasciandolo ricco e giovinetto." Ma, senza i frequenti richiami de' tipi manzoniani alla vita dell'Autore e a' suoi conoscenti, che accrescono vivacità o naturalezza alle sue mirabili ipotiposi, per tacere de' casi, ne' quali egli nomina direttamente o sottintende troppo chiaramente i suoi amici Giovanni Torti e Tommaso Grossi, di cui loda i versi "pochi e valenti" di cui raccomanda, con molta industria, la diavoleria ch'egli stava scrivendo a Brusuglio, ossia il poema de'Lombardi alla prima Crociata, iPromessi Sposisono pieni zeppi di osservazioni maliziose tutte manzoniane, traendone talora materia dalle occasioni più impensate. Tutti ricordano il viaggio di Renzo allo studio del dottor Azzeccagarbugli, coi quattro capponi che doveano servirgli di commendatizia. Renzo, agitato dalla viva passione, "dava loro di fiere scosse e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate," al qual punto l'Autore soggiunge: "le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una coll'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura." Quest'osservazione messa lì, come per sotterfugio, è forse più potente, pel suo effetto, di tutto il bellissimo Coro della battaglia di Maclodio, che lamenta le discordie italiane, più potente perchè meno enfatico, e più opportuno, più speciale. Gli esuli italiani che si laceravano, talora, senza pietà, da quelle poche parole erano invitati a pensare. Ed il pensare, in simili casi, è, quasi sempre, un rimediare. Quanta forza satirica in una sola frase manzoniana! La serva del dottor Azzeccagarbugli, per un esempio, sa bene che il suo padrone è così abile, così destro avvocato da far parere galantuomo qualsiasi birbante che si raccomandi a lui; non vi è causa spallata che nelle sue mani non sia diventata buona; perciò, dopo ch'ella serve il dottore, non ha mai visto tornar via il ricorrente co' suoi doni rifiutati; il primo caso è quello di Renzo venuto dal dottore a domandar giustizia contro un prepotente; ma alla serva non può venire in capo che si tratti d'un innocente perseguitato; nel restituirgli dunque le quattro bestie per ordine del padrone, le dà a Renzo "con un'occhiata di compassione sprezzante, che pareva volesse dire:bisogna che tu l'abbia fatta bella." Bisogna che Renzo sia più birba di tutte le altre birbe che il dottore ha rivendicate all'onore del mondo, perch'egli si decida a lasciarlo partire col suo vistoso regalo. Il torto che la serva fa a Renzo, pensando così male di lui, è men grave della condanna del dottore e di tutti i dottori di legge che gli somigliano, sottintesa in quel giudizio temerario. Renzo torna a casa indignato, e non sa dir altro col cuore in tempesta, se non queste parole: "Saprò farmi ragione, o farmela fare. A questo mondo c'è giustizia finalmente." Al che il Manzoni è pronto a soggiungere: "Tant'è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica." Quanta profonda ironia in questa frase! Renzo torna da una spedizione, nella quale ha pur troppo potuto accorgersi che giustizia nel mondo proprio non ce n'è; ma vi sono parole che si dicono senza alcun perchè; Renzo vuole la giustizia, e non la trova; per rendere questo suo sentimento usa un'espressione popolare, e dice che la giustizia finalmente c'è, quando ha proprio fatto esperimento del contrario; il Manzoni, da quel fine umorista che è, nota la contradizione che esiste talora fra le cose che si dicono e quelle che si pensano, e come nel dolore si ragioni meno e si dica qualche volta precisamente l'opposto di quello che si pensa. E, in somma, la conclusione vera del terzo capitolo è, che non c'è da fare assegnamento di sorta su quella che si chiama giustizia umana, in genere, ma che nel caso nostro, nell'intendimento manzoniano; dovea chiamarsi giustizia straniera, giustizia de' signori in Lombardia, ossia nessuna giustizia, arbitrio, violenza, che le leggi in parte mantenevano e l'abuso delle leggi accresceva a dismisura. Talora incontriamo qualche passo che appare una stonatura. Renzo non ha ancora avuto il tempo di far chiasso in paese pel caso di Don Rodrigo; anzi il caso è tale, che non se ne può parlare con alcuno senza grave pericolo di guastarlo. Non è verosimile dunque che Renzo ne abbia fatto rumore nel villaggio; e pure, malgrado della inverosimiglianza, il Manzoni ci lascia credere che Renzo siasi sfogato con gli amici, e che questi, invece di prestargli una mano al bisogno, siansi ritirati tutti; onde Renzo se ne sfoga con Fra Cristoforo: "Oh, lei non è come gli amici del mondo! Ciarloni! Chi avesse creduto alle proteste che mi facevan costoro, nel buon tempo; eh! eh! Eran pronti a dare il sangue per me; m'avrebbero sostenuto contro il diavolo. S'io avessi avuto un nemico? Bastava che mi lasciassi intendere; avrebbe finito presto di mangiar pane. E ora, se vedesse come si ritirano!" Per Renzo e pel caso suo queste parole ci paiono troppe e sproporzionate e strane; ma se il Manzoni si nasconde sotto Renzo, alludono a qualche abbandono simile da lui patito, e poich'egli ci preme, in verità, molto più di Renzo, prendiamo a cuore il suo caso. Vi è una scenetta domestica fra Renzo e Lucia, che il Manzoni deve aver colta proprio sul vivo, Renzo va in collera, vorrebbe uccidere Don Rodrigo, rovinarsi, se Lucia non consente a recarsi con lui dal curato per sorprenderlo. Lucia si spaventa e gli si butta in ginocchi, e promette che farà tutto quel che egli vorrà, pur che diventi più trattabile, più umano, pur che torni buono. L'Autore a questo punto si fa una domanda, che obbliga molto naturalmente un lettore intelligente a farsene un'altra. Siamo noi in casa Mondella, od in casa Manzoni? E la domanda è questa: In mezzo a quella sua gran collera, aveva Renzo pensato di che profitto poteva esser per lui lo spavento di Lucia? E non aveva adoperato un po' di artifizio a farlo crescere, per farlo fruttare? Il nostro Autore protesta di non saper nulla; e io credo che nemmen Renzo non lo sapesse bene. Il fatto sta che era realmente infuriato contro Don Rodrigo, e che bramava ardentemente il consenso di Lucia; e quando due forti passioni schiamazzano insieme nel cuor di un uomo, nessuno, neppure il paziente, può sempre distinguer chiaramente una voce dall'altra, e dire con sicurezza qual sia quella che predomini, "Ve l'ho promesso," rispose Lucia, con un tono di rimprovero timido e affettuoso; "ma anche voi avevate promesso di non fare scandoli, di rimettervene al padre…."—"Oh via! per amor di chi vado in furia? Volete tornare indietro ora? e farmi fare uno sproposito?"—"No, no," disse Lucia, cominciando a rispaventarsi, "Ho promesso e non mi ritiro. Ma vedete come mi avete fatto promettere. Dio non voglia…."—"Perchè volete far de' cattivi augurii, Lucia? Dio sa che non facciam male a nessuno."—"Promettetemi almeno che questa sarà l'ultima."—"Ve lo prometto, da povero figliuolo."—"Ma questa volta, mantenete poi," disse Agnese.—Qui l'Autore confessa di non sapere un'altra cosa; se Lucia fosse, in tutto e per tutto, malcontenta d'essere stata spinta ad acconsentire. Noi lasciamo, come lui, la cosa in dubbio.[10] La persona dell'Autore viene, per lo più, ad accrescere la forza de' sentimenti de' suoi personaggi; a colorirli più gagliardamente; occorreva un grande poeta per far così commovente l'addio di Lucia ai suoi monti, occorreva un buon patriotta per far sentire con tanta tenerezza il dolore di chi si stacca dalla patria. Ma talora i sentimenti dell'Autore che si mettono fra quelli de' suoi personaggi appaiono soverchianti e guastano una parte dell'effetto artistico. Chi è rimasto veramente commosso, per un esempio, dall'addio di Lucia, desidera rimanere in quella commozione, e non vorrebbe accogliere nell'animo alcun sentimento diverso da quello. Ma il Manzoni vuole ad ogni costo che prevalga ne' dolori umani il sentimento della rassegnazione cattolica; quindi, senza pure accorgersi che la commettitura o la toppa cattolica riesce troppo evidente, non badando ad alcuna regola di transizione, dopo l'ultimo addio di Lucia, soggiunge senz'altro: "Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de' suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande." Per arrivare a un tal sentimento, Lucia avea bisogno di un po' di preparazione; e il Manzoni, da quel profondo psicologo che era, lo dovea sentire meglio d'ogni altro. Ma è assai possibile che nella prima composizione del romanzo quella pia appendice non esistesse, e che per solo suggerimento di alcuno dei suoi revisori egli l'abbia introdotta nel secondo manoscritto o sulle prove di stampa. Sappiamo invero che il Manzoni avendo incominciato il romanzo il 24 aprile dell'anno 1821, cioè appena fallita la rivoluzione piemontese, e dopo i primi arresti de' patriotti lombardi, lo avea terminato nel 1823, e precisamente il 17 settembre. Il Grossi ch'era con lui a Brusuglio dovette essere il primo a leggerlo,in camera charitatis; ma il Grossi, l'amico e collaboratore di Carlo Porta, poteva al Manzoni parere un confessore di manica larga. Un lettore più difficile fu di certo l'amico critico e filosofo Ermes Visconti, al quale il Manzoni passò la sua prima minuta de'Promessi Sposi; il Visconti la copri di note, appunti, correzioni; il Manzoni ne tenne buon conto nella nuova trascrizione del proprio lavoro ch'egli fece nell'anno 1824; la diede quindi a ricopiare per passarla ad altri amici; il Fauriel, il Tosi, Gaetano Giudici, il Tommaseo, furono nel numero de' lettori privilegiati; ricevute le osservazioni, egli corresse nuovamente di proprio pugno tutta la copia, che passò quindi alla Censura, e finalmente alla Tipografia; sulle prove di stampa che si conservano, il Manzoni fece nuove correzioni; la stampa del primo volume incominciò nell'anno 1825, quella del secondo nel 1826, il terzo ed ultimo volume si finì di stampare nella primavera dell'anno 1827.[11] L'aspettativa del romanzo era grande; il Fauriel ne parlava a' suoi amici in Francia; Victor Cousin che avea visitato il Manzoni a Brusuglio ne recava notizie al vecchio Goethe a Weimar. In Italia, alla sola notizia che il Manzoni stava scrivendo un romanzo storico, parecchi letterati si misero a scrivere romanzi storici, confondendo la speranza di far più presto con quella di far meglio.[12] Non sapevano, non pensavano che il Romanzo manzoniano avrebbe tratto tutta la sua gloria non dall'essere storico, ma dall'averlo immaginato, sentito e scritto a modo suo, e come sapeva farlo egli solo, il Manzoni. Il 12 marzo dell'anno 1827, ad una domanda della contessa Diodata Saluzzo relativa al romanzo il Manzoni rispondeva: "La filastrocca, della quale Ella ha la bontà di richiedermi, è bensì stampata in gran parte, ma nulla ne è ancor pubblicato, nè sarà che ad opera compiuta. Del quando non posso fare alcuna congettura un po' precisa; perchè di quel che manca alla stampa, una parte manca ancora allo scritto; e il compimento di questo dipende da una salute incerta e bisbetica, la quale spesso mi fa andare assai lento, e talvolta cessare affatto per buon numero di giorni. Dell'essersi poi, come Ella mi accenna, veduto costi il già stampato, io non so che mi dire nè che pensare, non ve ne avendo io spedita certamente copia, nè in altra parte d'Italia. Nè anche posso tacere che, siccome l'aspettazione di alcuni mi aveva già posto in gran pensiero, così in grandissimo mi pone codesta ch'Ella si degna mostrarmi: che, riguardando al mio lavoro, sento troppo vivamente quanto sia immeritevole di una sua curiosità; e troppo certamente prevedo quanto questa sia per essere mal soddisfatta. Ma, ad ogni modo, la prova non sarà terribile che per la vanità; e io confido ch'Ella si contenterà di dimenticare il libro noioso, senza cacciar per questo l'autore dal posto accordatogli nella sua benevolenza." Da questa lettera rileviamo che nel marzo 1827 il libro era al suo fine, ma che il Manzoni doveva ancora scriverne gli ultimi fogli. È potuto parere strano ai lettori de'Promessi Sposiche il Manzoni fissasse il numero de' suoi lettori a soli venticinque; o eran troppi, o troppo pochi; si disse che in quel caso il Manzoni affettava soverchia modestia; ma è difficile il cogliere il Manzoni in fallo; il buon senso è stato forse più vicino a lui che a qualsiasi altro mortale. Ora noi sappiamo che, prima di venir pubblicati, iPromessi Sposifurono veramente letti e talora molto criticati da un numero scelto di amici, che potrebbero per l'appunto sommare insieme al numero di venticinque. Essi furono, dal 1823 in cui iPromessi Sposifurono finiti di comporsi, al 1827, ossia per ben quattro anni, per un caso singolare, il solo vero pubblico de'Promessi Sposi; e, per quanto nel trovarsi così limitato ci fosse da sperare che usasse discrezione e riserbo, non pare che una tal regola siasi osservata da tutti; sembra anzi che alcuno de' venticinque lettori parlasse troppo e che si permettesse un genere di censure irritante per ogni autore, ma specialmente per un autore come il Manzoni; ond'egli preparò per la stampa e pubblicazione definitiva del libro, destinato da prima ai soli amici fidati, una frecciata delle sue, e la lanciò in modo che il pubblico potesse non capire, e la dovessero sicuramente sentire gli amici indiscreti, ai quali essa era diretta.[13] Non sarà troppa temerità la nostra il supporre che una delle persone più colpite doveva essere Niccolò Tommaseo: l'articolo critico ch'egli pubblicò nel fascicolo di ottobre del 1827 nell'Antologia, è forse, fra tutti gli articoli che si scrissero allora sopra iPromessi Sposi, il più malizioso, Il Tommaseo parla della "degnazione," con la quale il Manzoni "si è abbassato a voler fare un romanzo," e si domanda: "Chi mi sa dire per quali pensieri e sentimenti passasse lo spirito di quest'uomo singolare nel corso del suo lavoro? Chi mi sa dire se egli non l'abbia compiuto in uno stato di opinione molto diverso da quello, in cui l'ha cominciato?" Dopo aver censurato i caratteri de'Promessi Sposi, trovato Renzo, per un villano, troppo gentile, Lucia priva di carattere, troppo poco villana, Agnese pesante, avvertito che il cardinal Federigo compare troppo tardi, che l'Innominato si converte troppo presto, dice: "Quel della Signora sarebbe più individuale e più vivo, se l'Autore,come la pubblica voce afferma, non avesse per eccesso di delicatezza troncata la parte de' suoi traviamenti;" trova Don Abbondio quasi noioso, perchè troppo simile a sè stesso; il lepore manzoniano gli sa talvolta "del mendicato e del picciolo." E qui, nel tempo stesso che l'accusa, vuole parer di scusarlo, accusandolo un po' di più: "Se non che (scrive il Tommaseo) da un uomo che segue con amabile semplicità i miti impulsi del suo bel cuore e del suo raro ingegno, non è poi da esigere un freddo rigore in seguire quella certa convenienza di tuono, ch'è così facile a degenerare in sistema, ed a farsi monotonia. Egli è lecito però l'affermare, che nel tuono di questo libro domina insieme col vasto non so che di vago, che alla fin fine potrebbe essere il difetto di chi si abbassa a soggetti minori della propria grandezza. Perchè se quel libro è fatto pel volgo, è tropp'alto; se per gli uomini colti, è tropp'umile. In questo libro sarebbe a desiderare un far più svelto e più franco. La modestia dell'Autore si spinge, se è lecito dire, talvolta sino a diventare orgogliosa. Egli teme di non iscolpire abbastanza i caratteri, di non fare abbastanza impressione; perciò si ferma su tutto. Se invece di mostrarsi conoscitore degli uomini in genere, Manzoni avesse voluto spiegarci solamente i misteri di quel pezzo d'uomo che è l'uomo morale, allora egli sarebbe stato sempre grande; ma allora non avrebbe fatto un romanzo. Manzoni talvolta lascia immaginar troppo al lettore, talvolta nulla; il suo tuono è il tuono d'un uomo superiore che si abbassa per giovare altrui, ma talvolta par non si abbassi che per piacere; e questo lo fa troppo lepido. La sua naturalezza è quasi sempre artifiziata, ma di un'arte sublime; le sue intenzioni vanno sempre al di là delle sue parole; e per gustare molte espressioni, molti tratti, e lo spirito dominante dell'opera, bisognerebbe aver conosciuto l'Autore, dappresso. Si conosce più il libro dall'Autore, che non l'Autore dal libro." A malgrado del bisticcio, si capisce quello che il Tommaseo voleva dire; egli era stato in casa Manzoni, avea letto in casa sua iPromessi Sposiprima che si pubblicassero, ed era di quelli che potevano legger molto fra le linee. L'articolo che il Tommaseo amico osò stampare in Firenze, quando il Manzoni si trovava con la sua famiglia festeggiato, ammirato, invidiato forse anco, non è punto simpatico, e ci lascia facilmente supporre quali altri giudizii il Tommaseo dovesse permettersi contro il romanzo nei privati discorsi, prima che si pubblicasse. Quelle censure anticipate, per la maggior parte ingiuste e piene di sofisticherie, irritarono, senza dubbio, il Manzoni, al quale vennero riportate; perciò, nell'ultimo foglio del suo romanzo, poco prima di mandarlo in giro, egli volle inserire una sua pagina tutta significativa: il lettore di romanzi che arriva al fine de'Promessi Sposied intende che quella Lucia e quel Renzo, ai quali o poco o molto s'è affezionato, vanno a finire in un paese, dove non sono poi bene accolti, ha un po' ragione di mettersi di malumore contro l'Autore, che non seppe immaginare alcun'altra miglior conclusione; ma, se il lettore di romanzi è persona intelligente, la quale più de' casi straordinarii di un eroe o di un'eroina sappia ammirar l'arte, con la quale l'Autore crea, egli passerà invece, tosto, dal breve malumore ad una viva e durevole ammirazione. Dopo il cenno che ho qui fatto sopra il modo singolare con cui si preparò in Milano la stampa de'Promessi Sposi, tutti possono intendere la finezza di questa pagina, che si può pertanto tornare a rileggere: "Il parlare che, in quel paese, s'era fatto di Lucia, molto tempo prima che la ci arrivasse, il saper che Renzo aveva avuto a patir tanto per lei, e sempre fermo, sempre fedele; forse qualche parola di qualche amico parziale per lui e per tutte le cose sue, avevan fatto nascere una certa curiosità di veder la giovine, e una certa aspettativa della sua bellezza. Ora sapete come è l'aspettativa: immaginosa, credula, sicura; alla prova poi, difficile, schizzinosa; non trova mai tanto che le basti, perchè, in sostanza, non sapeva quello che si volesse; e fa scontare senza pietà il dolce che aveva dato senza ragione. Quando comparve questa Lucia, molti, i quali credevan forse che dovesse avere i capelli proprio d'oro, e le gote proprio di rosa, e due occhi l'uno più bello dell'altro". e che so io? cominciarono a alzar le spalle, ad arricciare il naso, e a dire: "Eh! l'è questa? Dopo tanto tempo, dopo tanti discorsi, s'aspettava qualche cosa di meglio. Cos'è poi? Una contadina come tant'altre. Eh! di queste e delle meglio ce n'è per tutto." Venendo poi a esaminarla in particolare, notavan chi un difetto, chi un altro; e ci furon fin di quelli che la trovavan brutta affatto. Siccome però nessuno le andava a dir sul viso a Renzo queste cose, così non c'era gran male fin lì. Chi lo fece il male, furon certi tali che gliene rapportarono; e Renzo, che volete? ne fu tocco sul vivo. Cominciò a ruminarci sopra, a farne di gran lamenti, e con chi gliene parlava, e più a lungo tra sè "E cosa v'importa a voi altri? E chi v'ha detto d'aspettare? Son mai venuto io a parlarvene? a dirvi che la fosse bella? E quando me lo dicevate voi altri, v'ho mai risposto altro, se non che era una buona giovine? È una contadina! V'ho detto mai che v'avrei menato qui una principessa? Non vi piace? non la guardate. N'avete delle belle donne? guardate quelle." E vedete un poco come alle volte una corbelleria basta a decidere dello stato di un uomo per tutta la vita. Se Renzo avesse dovuto passar la sua in quel paese, secondo il suo primo disegno, sarebbe stata una vita poco allegra. A forza d'esser disgustato, era ormai diventato disgustoso. Era sgarbato con tutti, perchè ognuno poteva essere uno de' critici di Lucia. Non già che trattasse proprio contro il Galateo; ma sapete quante belle cose si possono fare senza offender le regole della buona creanza; fino sbudellarsi. Aveva un non so che di sardonico in ogni sua parola; in tutto trovava anche lui da criticare, a segno che, se faceva cattivo tempo due giorni di seguito diceva: "Eh già, in questo paese!" [14] Vi dico che non eran pochi quelli che l'avevan già preso a noia, e anche persone che prima gli volevan bene; e col tempo, d'una cosa nell'altra, si sarebbe trovato, per dir così, in guerra con quasi tutta la popolazione, senza poter forse nè anche lui conoscer la prima cagione di un così gran male." Così il Manzoni pigliava non due, ma tre colombi ad una fava; conchiudeva la sua storia in un modo certamente insolito, per quanto sia sembrato umile; alludeva forse ai discorsi che si fecero in Milano intorno alla sua sposa, quando egli la menò dal contado bergamasco in Milano; e dava una sferzata allegra a que' critici impazienti, che si preparavano a gettare il discredito sul libro prima che venisse pubblicato. Io potrei ora proseguire questa indagine biografica manzoniana sopra iPromessi Sposi, ma temerei recarvi tedio. Non terminerò tuttavia senza avvertire come l'ottimo commento aiPromessi Sposisi possa fare soltanto a Lecco. Chi voglia ammirare veramente tutta la potenza artistica dell'ingegno manzoniano deve recarsi sopra la scena stessa del romanzo. Non mai si è rivelata meglio la virtù d'uno scrittore a idealeggiare il reale. Quello che il Manzoni aveva fatto degli uomini, lo fece pure de' luoghi; col suo genio plastico gli espresse, con la sua fantasia poetica li sollevò, col suo proprio sentimento diede loro una tinta calda ed un calore simpatico. Il Manzoni, io l'ho già detto, aveva dovuto con suo grave dolore vendere la propria palazzina detta ilCaleottoche sorge presso Lecco (ove il Manzoni possedeva pure alcune terre, come il suo Renzo un orto), in faccia ad Acquate ed al bel Resegone, e sovrasta all'Adda. V'è una leggenda a Lecco, che io vi ripeto come la intesi: secondo essa, dopo la vendita dolorosa de' beni paterni, il Manzoni non sarebbe più tornato a Lecco, ma a ricordo de' vecchi, un giorno, nel tempo in cui egli scriveva iPromessi Sposi, una vettura si sarebbe fermata in vista delCaleottoe di Acquate; in quella vettura vogliono che si trovasse il Manzoni, e che alla vista de' cari luoghi della sua infanzia abbia dato in uno scoppio di pianto, e mancatogli il coraggio di scendere, egli sia invece ripartito prontamente per Milano, per sottrarsi alla vivezza del dolore subitamente provato. Sia storia o storiella, questo racconto esprime, in ogni modo, il sentimento vivissimo che il Manzoni aveva, senza dubbio, del panorama incantevole ch'egli aveva più volte, essendo fanciullo, ammirato dal suoCaleotto. Si direbbe che di là tutti i luoghi principali de'Promessi Sposinon solo s'abbracciano con gli occhi, ma si pigliano, per così dire, con le mani. La viottola, per la quale passeggiava Don Abbondio, la chiesa d'Acquate, la casa di Agnese e di Lucia, la palazzina di Don Rodrigo, il Resegone, il convento di Pescarenico, il passo del Bione, le rovine del supposto castello dell'Innominato, tutto si spiana alla vista di chi contempli la scena ridente e svariata dalCaleotto. Chi visita ora que' luoghi li trova certamente bellissimi; ma bisogna proprio visitarli per vedere coi proprii occhi, con piena evidenza, quale meraviglioso artista, quale stupendo poeta anche scrivendo in prosa siasi rivelato il Manzoni.[15] Nessuno che legga iPromessi Sposiin vista d'Acquate troverà una sola linea che si discosti dal vero; ma la poesia di quel vero prima di lui l'aveva forse sentita in parte qualcuno, egli la sentì e la espresse tutta; ecco dunque, in qual modo il Manzoni è stato verista; ecco in qual modo io vorrei pure che lo diventassimo noi tutti, imparando nel tempo stesso da lui a fare molto con assai poco e non viceversa assai poco con molto. Di montagne come il Resegone se ne trovano certamente in Italia parecchie altre; ma quella è la montagna d'Acquate, cioè del villaggio, ove Renzo e Lucia son nati e cresciuti; tutti i loro ricordi, tutti i loro affetti sono là, ma un signore prepotente viene a cacciare dal loro tetto, dal loro nido e disperde nell'esiglio i giovani fidanzati; allora il Resegone appare più bello, più grande, più poetico di tutti gli altri monti, perchè quel monte vuol dire ai fuggiaschi la patria; ed ecco, in qual modo naturale, il Manzoni converte l'addio di una povera contadina al suo villaggio in un vero inno commovente dell'esule italiano alla patria.


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