ALLA FINESTRA

Alla finestra ci si sta negli altri paesi per veder la gente che passa; in molte parti di Venezia ci si sta sopratutto per discorrere. E chi conosce questa città singolare non deve farne le meraviglie; parecchie delle nostrecallisono così anguste che la camera dell'inquilino dirimpetto è assai spesso la cosa che si vede meglio affacciandosi al verone; le finestre si aprono le une nelle altre e paiono strette in sodalizio di mutuo soccorso; tu guarda qui, io guarderò costà. In queste viuzze, d'inverno, le donne si ammiccano dietro i vetri, si salutano con la mano; nella buona stagione, appena possono, si appoggiano al davanzale e mandano innanzi quei dialoghi che non hanno nè principio nè fine, e che il nostro Goldoni coglieva sul vero. Si ciancia di tutto: del tempo e dell'economia domestica, delle funzioni della chiesa e delle tresche della vicina, del grasso e del magro, delle bizzarrie dei bimbi e dei numeri del lotto, del cappello che la tale aveva domenica a messa e del rincaro del pollame, del puzzo deiriie del travaglioche danno le zanzare. In mezzo a queste chiacchiere innocenti si formano adagio adagio i pettegolezzi, le permalosità; indi mille soggetti di commedia che aspettano l'autore comico. Talora fra le due finestre, se da una parte vi è un uomo, s'inizia un intrigo galante che andrà a terminare nel matrimonio, oppure si risolverà in nulla come una bolla di sapone. Ma in tal caso, disgraziate quelle due finestre! Esse si terranno il broncio fin che non muti l'uno o l'altro degli inquilini.

Fra le tantecalliche vi sono in Venezia ce n'è una chiamataCalle lombarda. Il perchè di questo nome domandatelo agli eruditi; noi profani non sappiamo assolutamente che cosa ci abbia da fare la Lombardia. Da un lato, e precisamente a destra di chi ci entra, nè ci si entra che da una parte sola, sorgono alcune casupole disuguali, povere e affumicate; di fronte c'è il muro posteriore di un palazzone del seicento, la cui facciata guarda sul Canal grande, e un braccio di questo muro facendo angolo retto col lato principale viene ad occupare i due metri che fronteggiano l'imboccatura dellacalle, e le dà appunto in tal modo il carattere di via cieca. Il palazzo, dalla famiglia che l'ha edificato, è conosciuto sotto il nome di Cà Dareni e sul Canale fa abbastanza bella mostra di sè. Verso lacalleinvece esso non presenta che una muraglia sgretolata, nelle cui fessure cresce il musco, e che finisce in un cornicione sotto il quale han posto il nido i colombi. La porta, un po' piccina per quella mole ciclopica,ha un pregevole martello di bronzo raffigurante un Prometeo legato alla rupe. Sopra la porta, a tre piani diversi, ci sono tre finestroni difesi da grosse inferriate. Sono i finestroni delle scale. Del resto, lungo tutto il muro, per quanto è alto e largo, non ci si vede che una finestra, precisamente all'estremità interna del vicolo. Essa dà luce ad un gabinetto, che viene a terminare una fila di stanze, l'ultima delle quali guarda il Canalazzo e le altre guardano unrio. Il muro di Cà Dareni è alto e le catapecchie di rimpetto son basse, ragione per cui il sole conforta le lucertole che sbucano dalle screpolature del palazzo e non manda mai un raggio benefico alle creature umane le quali abitano nelle catapecchie. Quanto allacalle, essa nuota nelle tenebre tutto il giorno, ma è rischiarata la notte da un fanale a gaz posto sull'angolo. Nondimeno la mancanza assoluta di sole mantiene il selciato in una condizione semipaludosa che fa acquistare ai passanti la buona abitudine dei piediluvi. Dico passanti così per dire, perchè in verità non vi passano che gl'inquilini delle case e del palazzo, quando se ne eccettui forse qualche coppia sentimentale che trova il luogo propizio alle sue espansioni. Si sbaglierebbe però a credere che lacallefosse sacra al silenzio. Prima di tutto vi sono i rumori esterni, perchè lacallesbocca in una stradicciuola non larga ma brulicante sempre di gente. Poi c'è il fruttaiuolo sulla cantonata che vale per dieci. Dal giorno in cui la prima castagna raccolta sui monti arriva aVenezia fino al giorno in cui è lecito arrostire castagne, egli vende i suoi marroni caldi, e richiama i compratori gridando a squarciagola —Di bollio! Ma di bollio!Egli intende così di esprimere in pretto toscano che i suoi marroni bruciano anzibollono, secondo la sua elegante dicitura. D'autunno egli lascia l'ufficio di urlare alla moglie, la quale magnifica in note di soprano sfogato la zucca santa e baruca, e non si stanca mai di ripetereCò negra! Ma cò negra!Finalmente nelle sere d'estate i due coniugi a vicenda proclamano ai quattro venti i meriti delle loroangurie(cocomeri).

A ogni modo, nellaCalle lombardala conversazione è languida. Ciò dipende dall'esser tutte le finestre, meno una, da una parte sola, dimodochè per vedersi bisogna sporger la testa fuori del davanzale e rischiare di prendere un torcicollo. Aggiungasi poi che in questa infelice condizione di cosesioraAnnetta può discorrere consioraGertrude che le stamuro con muro, ma stenta a scambiare i suoi pensieri consioraVeronica che abita quattro finestre più in là. Una conversazione generale è difficilissima e non si tiene regolarmente che il sabato dopo l'estrazione del lotto. Quando uno dei monelli che assistettero all'estrazione in piazzetta, passa davanti all'imboccatura dellacallecon le sue polizzine di numeri in mano e gridandoCò bei! sioraAnnetta,sioraGertrude, e siora Veronica balzano tutte alla finestra e una di esse chiama il ragazzo, cala il panierino col suo centesimetto e ritira la listadi cui legge poi ad alta voce il contenuto. Allora si discute sui numeri che naturalmente si trovano assurdi perchè non si è guadagnato, e si conclude che oramai nonc'è più regola, e che anche la cabala è diventata vecchia e bisognerebbe cambiarla.

Abbiamo già detto che sul muro del palazzo, oltre ai finestroni delle scale a cui non s'affaccia mai nessuno, si apre una finestra. Precisamente di fronte ad essa, sulla linea delle casupole, c'è una finestretta molto invidiata dai vicini perchè è la sola che possa vedere dentro Cà Dareni. Non s'invidia però la persona che da tanti e tanti anni siede a quel posto e non se ne muove che per coricarsi sopra un letticciuolo lì presso. Povera Gegia!

Fino a dodici anni ella era stata un amore di bimba. Aveva lunghi capelli biondi, occhi grandi e bruni e una personcina svelta, elegante, su cui i cenci facevano l'effetto di sete e di trine. Mòrtale la mamma mentr'essa era ancora in cuna, ella fu l'orgoglio del padre, gondoliere presso una famiglia signorile, il quale, rimasto vedovo, aveva preso in casa una sorella nubile per attendere alla fanciulla. Filippo (egli si chiamava così) godeva di una singolare reputazione presso i barcaiuoli comequegli che aveva vinto il primo premio in dueregate, e che conosceva tutte le regole dell'arte sua. Lo nominavano padrino nelle sfide, lo invocavano a giudice nelle contese e quando una parola era stata detta da Filippo, nessuno rifiatava più. Egli era inoltre un avvenentissimo uomo e si pavoneggiava nella sua livrea blù coi galloni d'oro. I bimbi lo guardavano con ammirazione e le donne più ancora dei bimbi. Egli faceva buon viso alle donne ed al vino, ma mostrava d'amar sopratutto la sua Gegia, che a nove anni sapeva leggere correntemente, conosceva ladottrinacome un canonico, e dava scacco matto per bellezza a quant'erano le fanciulle della parrocchia. L'accompagnava ogni domenica a spasso e di tratto in tratto la conduceva a visitare i suoi padroni che le regalavano o una chicca, o una moneta, o una vesticciuola. Di questi doni la moneta era il meno gradito per lei, giacchè suo padre la metteva in tasca ed ella non ne sapeva più notizia.

Anche i Dareni, patrizi molto boriosi e molto bene incamminati verso il fallimento, si degnavano di sorriderle e di carezzarla e avevano perfino consentito alle loro bambine d'invitarla a casa. La Gegia ci era entrata come in un castello di fate, era corsa per la lunghissima sala, aveva visto gli specchi e i lampadari di Murano su cui si frangevano i raggi del sole, aveva visto i quadri coi parrucconi e le poltrone dai grandi schienali dorati, aveva visto infine il conte Luca alzar dalle pieghe dellaGazzetta di Veneziail suo naso monumentale, tirar fuoridi tasca un fazzoletto di colore e soffiarsi con uno strepito da svegliare i morti. Ma il suo maggior gusto era stato quello di chiamare a nome dalla finestra del palazzo che dava sullacalletutti i bambini di sua conoscenza e di salutarli con unbondìpieno di degnazione. Le aveva fatto poi un effetto singolare lo spinger gli occhi da colà entro la stanzuccia della sua casa.

Quest'amicizia della Gegia coizentilominisuscitava certo qualche malumore, qualche invidiuzza, ma in complesso ella era benvoluta da tutti. Era buona, servizievole, facile ad affezionarsi, e la suaaria di contessinanon le faceva sdegnare la compagnia di quelli ch'erano da meno di lei. L'avevano carissima anche nella fabbrica diconterieove ella era entrata a undici anni e ove si distingueva per la sua assiduità al lavoro e per la sua intelligenza. Il signor Menico, il vecchio commesso che distribuiva le paghe il sabato, le pizzicava volentieri la guancia e ogni tanto le donava un cartoccio di perle colorate ch'ella portava a casa come un trofeo e con le quali si conquistava il cuore di tutti i bimbi del vicinato, comprese le contessine Dareni.

Quest'ultime però dovevano sparir presto dalla scena. Un bel giorno si seppe che il palazzo andava all'asta e che i Dareni si stabilivano in campagna. Infatti essi si dileguarono in silenzio lasciando dietro a sè un lungo strascico di debiti. Le contessine non si curarono punto di salutare la Gegia e la finestra sullaCalle lombardasi chiuse.

La Gegia ne provò un vivo dolore, ma in quell'età le afflizioni non durano a lungo e l'ingresso del nuovo parroco avvenuto dopo alcune settimane la compensò ad usura della conversazione che le era mancata. Che spettacolo quell'ingresso! Tappeti a tutte le finestre, iscrizioni per tutti i muri, festoni lungo le strade, e baracche suicampiove si friggevano igalani, e si vendevano giocatoli. Il babbo, che nella pompa della sua livrea la teneva per la mano, aveva speso dieci centesimi per comperarle una specie di girandola, e l'aveva poi presa in collo in mezzo alla folla affinchè ella potesse veder meglio ogni cosa. In questa posizione eminente ella aveva letto quattro versi scritti in color verde sul muro della canonica nei quali si faceva giocare con molto spirito il nome e cognome del nuovo pastore:

Dei parrocchiani il coreConforti Don Vittore,Il cor dei parrocchianiConforti Don Milani.

Dei parrocchiani il core

Conforti Don Vittore,

Il cor dei parrocchiani

Conforti Don Milani.

Le donnicciuole gridavano in estasi:Siesta benedeta! Co'ben che la leze! Co'bela che la xè!Alla funzione in chiesa ella aveva poi saputo attirare perfino l'attenzione del parroco, che s'era informato con molta premura di lei.

A rendere ancora più memorabile quella giornata, la Gegia seppe che il palazzo Dareni era stato appigionato ad una famiglia forestiera, dimodochèfra poco si sarebbe riaperta la finestra prospettante quella della sua casa.

Ma, prima che ciò avvenisse, la fanciulla infermò di un male strano. Il medico della parrocchia non ci capiva nulla, un altro dottore che Filippo fece venire a veder la figliuola, disse che c'era un rammollimento della midolla spinale, che sarebbe occorsa una cura lunga, una di quelle cure che la povera gente non può fare a casa sua, e per le quali ci sono gli ospedali apposta. Ma alla parola ospedale la Gegia gridò come un'ossessa, Filippo dichiarò che sua figlia non andrebbein quei luoghi, e le comari dellacalledissero a una voce e con molta solennità che i medici non ne indovinano una. Si ricorse quindi ai sapienti consigli di una empirica, la quale si rese mallevadrice della guarigione in quindici giorni. E siccome le febbri che avevano prima travagliato la fanciulla andarono via via rimettendo della loro intensità fino a sparire del tutto, così si cantò vittoria.SioraVeronica, la moglie del falegname, giocò al lotto i numeri della guarigione, e guadagnò un ambo.

Fatto si è che la Gegia non tardò a poter essere levata dal letto e messa sopra una sedia, ma non c'era caso di farle fare un passo. Sarà debolezza — dicevano il padre e la zia e le vicine; ed aspettarono. Ma il tempo, il gran medico, non seppe giovare in nulla alla povera creatura. Le sue gambette che parevano fatte al torno si assottigliarono, s'incurvarono; pareva che un soffio malignoavesse arrestato lo sviluppo della leggiadra pianticella.

Con la beata spensieratezza della sua età, ella non dubitò un momento che sarebbe guarita; si metteva piena di fede certi empiastri che le erano suggeriti dalla ciarlatana, e faceva assegnamento sulla buona stagione. Il male l'aveva colta d'autunno, poi era sopraggiunto l'inverno, ma dopo l'inverno veniva la primavera, e con la primavera, chi non lo sa? rinasce tutto a questo mondo.

Intanto s'era fatta trasportare nella cameretta, la cui finestra guardava nellacalle, e prospettava quella del palazzo Dareni. Questa cameretta si apriva sulla scala, e aveva servito fino allora come luogo di passaggio, ma la Gegia la preferiva alla stanza ove aveva dormito per lo addietro, appunto per poter vedere i nuovi inquilini del palazzo e sentire nellacallele voci dei suoi compagni di giuoco. Ed ogni mattina, o si strascinava ella stessa carponi, o si faceva collocar dalla zia sopra una sedia vicino alla finestra. Teneva uno sgabello piuttosto alto sotto i piedi, e con una ciotola di conterie sui ginocchi e un mazzetto d'aghi in mano passava tutta la giornata a infilar perle. Dietro i vetri foschi e giallastri si vedeva così da mane a sera la sua testina di Madonna, più spesso curvata sull'opera sua, talora volta all'insù a cercar l'azzurro del cielo, e talora intenta a guardar dentro il palazzo che s'era riaperto.

Era venuta ad abitar Cà Dareni una ricca famiglia tedesca e il gabinetto di fronte alla cameruccia della Gegia serviva di abbigliatoio ad una ragazza di tredici anni, già alta di statura e in via di acquistare proporzioni matronali. La chiamavano Lotte (Carlotta), aveva occhi azzurri, capelli castani, di cui le scendevano due lunghe treccie giù per le spalle; le rosee guancie davano l'immagine della salute. Con un po' di tempo sarebbe certo divenuta una bella ragazza. Quando vedeva la Gegia le sorrideva. Ma la vedeva poco, perchè era d'inverno, ed essa sollevava di rado le cortine, e più raramente ancora apriva la finestra.

La buona stagione non portò alla Gegia alcun miglioramento. I fanciulli del vicinato ripigliarono i loro giuochi nellacalle, le rondini tornarono a far sentire i loro trilli armoniosi, ma ella era inchiodata nella sua sedia a infilar perle. Un dolore inatteso le aveva poi recato lo strano contegno di suo padre verso di lei. Nei primi tempi della sua malattia egli le aveva prodigato ogni sorta di cure; adesso, non isperando più ch'ella guarisse, era freddo, ingrugnato, le teneva il broncio. Gli è che Filippo, nel fondo, era un grande egoista. Aveva amato sua figlia finchè la bellezza di lei, gli elogi che le venivanodiretti, lusingavano il suo orgoglio; adesso la commiserazione ch'ella destava negli antichi conoscenti muoveva la sua stizza, gli pareva un'offesa; adesso sarebbe stato lieto di poter dimenticare che aveva una figlia. Aveva amato il suo sorriso, non amava la sua mestizia e le sue lagrime; l'aveva amata ritta, svelta della persona, vispa delle movenze; non sapeva più amarla così rattratta, così pallida, così diversa insomma da quella ch'ella era. E cercava ogni pretesto per venire a casa meno che fosse possibile. Finalmente disse un giorno che d'ora in poi doveva passar la notte nel palazzo dei padroni, ed era vero, ma era vero altresì che aveva sollecitato egli stesso questo favore e che per ottenerlo s'era offerto di far la guardia alpadrone vecchio, il quale contava più di settant'anni, e aveva bisogno che qualcheduno gli dormisse nell'anticamera. Presa questa risoluzione, Filippo lasciava trascorrere anche una settimana senza veder la sua figliola e credeva di adempir largamente a' suoi doveri di padre pagando la pigione di casa, e dando a sua sorella un piccolo peculio per mantenere sè e la Gegia. Ma queste poche lire non avrebbero bastato nemmeno a toccar la metà del mese, se non vi si fossero aggiunti i quattrini che la fanciulla continuava a guadagnarsi anche dopo la malattia col suo mestiere di infilatrice di perle. E l'ottimo signor Menico le portava in persona ogni sabato il suo salario, e non poteva capacitarsi che la più vispa delle sue operaie fosse ridotta così. Ma in cospetto di lei si mostravapieno di fiducia, le discorreva dei miglioramenti introdotti nella fabbrica, dei nuovi locali che si erano aperti, e del posto ove la si sarebbe messa, quando fosse guarita. Ella stava intenta ad ascoltarlo, e sperava, e rinfrancata dalle sue visite, subiva con animo paziente l'abbandono del padre e gli umori bisbetici della zia Marianna. Costei non era cattiva ma brontolona, ed era affetta da una sordità che cresceva ogni giorno. Diceva che la Gegia non aveva voce affatto, ma s'arrabbiava poi s'ella gridava un po' forte, come se avesse da discorrere con una sorda. E nella sua stizza si chiudeva in cucina e faceva al gatto lunghe e feroci requisitorie contro la nipote, che sentiva benissimo le impertinenze a lei dirette, e sospirava.

Nell'aprile di quel primo anno di malattia, una bella mattina, la Lotte spalancando le imposte si affacciò al davanzale della sua finestra. Aveva un bianco accappatoio sulle spalle e doveva ancora pettinarsi.

Ella vide la Gegia nel solito posto.

La Lotte aveva imparato un po' d'italiano, e raccogliendo tutte le sue cognizioni, chiese:

— Come ti chiami?

— Gegia, signora.

— E stai sempre a quella finestra?

— Sempre.

— O perchè non ti muovi?

La poveretta arrossì, e sentì venirsi le lagrime agli occhi.

— Sono malata — rispose.

— È vero. Sei un po' pallida. O che cosa hai?

— Ho male alle gambe.

— Da un pezzo?

— Da sei mesi.

— Oh, ma guarirai certo.

— Sì, spero, quest'estate.

Da quel giorno le conversazioni fra le due finestre si rinnovarono spesso. La Lotte era riconoscente alla fanciulla della buona cera ch'essa le faceva. In quel tempo (era nel 1862) i Tedeschi non erano avvezzi in Venezia ad esser trattati con cordialità.

— Che cosa fai? — domandò un dì la forestiera alla Gegia, vedendola occupata in un lavoro diverso dall'ordinario.

— Faccio un sottolume di perle a colori.... tanto per distrarmi.

— Dovresti vendermelo.

— Oh! Venderglielo, no.

— Perchè?

— Perchè vorrei regalarglielo.... se non si offende....

— Poverina! No, che non m'offendo.... Ma tu non sei ricca.

— Oh questa roba qui non val nulla.

— Senti, Gegia, accetto il tuo regalo ad un patto.

— Quale?

— Che tu mi permetta ch'io t'insegni un lavoro che ti distrarrà ancora di più.

— Oh magari? E sarebbe?

— Vedrai.

Così dicendo la Lotte si ritirò dalla finestra e scomparve.

Di lì a pochi minuti la Gegia sentì bussare all'uscio della scala, chè quanto alla porta di strada essa soleva rimaner socchiusa gran parte del giorno.

Tirò il cordone ch'era a portata della sua mano ed aperse.

Quale fu la sua maraviglia allorchè si vide dinanzi la Lotte in persona accompagnata dalla cameriera, che per dir la verità aveva un'aria scura ed uggita!

— Non c'è in casa nè il babbo nè la mamma — disse la ragazza — e ho voluto prendermi un po' di vacanza. — Poi rivoltasi alla cameriera, soggiunse in tedesco. — Dà qui. — La donna tolse, brontolando, un involto enorme di sotto il braccio, e lo consegnò alla sua padroncina che lo posò sopra il tavolino, e lo aperse. C'erano fogli di carta di tutti i colori, forbici, fili di ferro, ecc., ecc. La Gegia guardava esterrefatta.

— Non capisci? Voglio insegnarti a fare i fiori di carta?

— Oh! — esclamò la Gegia, battendo le mani per la contentezza.

— Non c'è da sedersi in questa camera? — ripigliò la tedesca. E in pari tempo andò in cucina, ove la zia Marianna stava attizzando il fuoco, prese due seggiole di paglia, una per sè, l'altra per la sua cameriera, e senz'aggiunger parola tornò dalla Gegia.

La sorda, sbalordita da quell'apparizione, le corse dietro col ventolo gridando: — Ehi chi è là? Chi è là?

La Lotte diede in una risata sonora.

Quando la donna riconobbe la signorina dirimpetto cominciò una filza di scuse e di complimenti. La ragazza le rispose qualche cosa, ma visto che l'altra intendeva a rovescio non si occupò più di lei, e si consacrò tutta alla sua lezione.

— To' — diss'ella ad un tratto picchiandosi il fronte. — Ci manca il meglio. — E con un ordine breve e con un gesto imperioso mandò la cameriera a prendere quello che le mancava. Costei uscì borbottando e in un paio di minuti fu di ritorno con un mazzolino di fiori. C'era una camelia bianca cinta di violette.

— Ecco — osservò la Lotte pigliando il mazzolino — gli esemplari dipinti e gli stampi sono belli e buoni, ma quando non s'abbiano i fiori vivi davanti non se ne fa nulla.

La Gegia mostrava una singolare attitudine ad imparare, e la sua maestra la lasciò dopo un paio d'ore assai soddisfatta.

— E questa roba? — chiese timidamente la Gegia.

— Che roba?

— Questa carta, questi modelli?

— Ti regalo tutto, diamine.

— Oh, ma è troppo....

— Ti ripeto che ti regalo tutto, e basta. Nonsono avvezza a sentirmi contraddire. Del resto anche tu mi regali il sottolume.... Via, non vo' sentir altro, — e le pose la mano alla bocca, — ripiglieremo la nostra lezione domani, posdomani, quando vuoi. — Le carezzò i capelli e senza lasciarle tempo a rispondere fu fuori della porta.

La Gegia era tra commossa e confusa. Pur pensava che non poteva trascurare troppo il suo mestiere, e che avrebbe quindi dovuto rallentare un po' la foga della sua amica. Ma non ce ne fu punto bisogno; la Lotte era stranamente volubile, e corsero parecchi giorni prima ch'ella riparlasse dei fiori di carta. Intanto la Gegia faceva singolari progressi da sè, e non ci volle molto prima ch'ella ne sapesse quanto la maestra.

Una volta la Lotte comparve con un signore vestito di nero.

— Ho condotto qui il nostro medico, — ella disse, — voglio ch'egli ti veda.

La Gegia arrossì.

— C'è quella noiosa di tua zia?

— No, è fuori.

— Tanto meglio.

Il medico non sapeva una parola d'italiano, onde la Lotte doveva servirgli d'interprete. Fu un interrogatorio in tutte le regole sulle origini del male, sui sintomi, sulle sofferenze, ecc., ecc. All'interrogatorio succedette un esame. Il dottore fece uno sproloquio alla Lotte in tedesco, indi si ritirò con lei.

Per quel giorno la Lotte non si lasciò vederealla finestra del gabinetto. Il dì appresso ella ritardò a sollevar la cortina.

E la Gegia aveva tanta impazienza di saper da lei che cosa aveva detto il dottore!

Finalmente, quando le due fanciulle si videro, la Lotte pareva imbarazzata.

— Dunque? — chiese la Gegia, — il medico?....

— Ah! Il medico disse che.... guarirai... con un po' di tempo.

E la Lotte finse che qualcheduno la chiamasse per poter allontanarsi subito dalla finestra.

Fatto si è che il medico aveva giudicato la malattia della fanciulla non esser guaribile. Se fosse stata ricca, se avesse avuto i mezzi da fare una cura lunga e regolare, ci sarebbe stato da tentar qualche cosa, ma nelle condizioni in cui ell'era bisognava rinunciarvi. La Lotte se ne dolse vivamente, ma ella non poteva pretender che la sua famiglia sostenesse per un'estranea le spese d'una cura come quella che il dottore reputava necessaria; così era forza ch'ella si rassegnasse. Del resto si finisce sempre col rassegnarsi ai mali degli altri.

Quanto alla Gegia, ella non poteva a meno di dare un triste significato alle parole mozze della sua protettrice. Si disperò e pianse. Ma ella era in una età nella quale le illusioni ripullulano facilmente; aveva sperato nella primavera e poi nell'estate, e adesso andava via via persuadendosi che la primavera era stata troppo rigida e che l'estateera troppo soffocante.... Forse in autunno, chi sa? o, in ogni caso, a un'altra primavera.

Succedette un inverno freddissimo. Nevicava ogni secondo giorno, e la Gegia stava rannicchiata sulla sua sedia collo scaldino allato tanto da poter posarvi di quando in quando le mani che intirizzivano. La neve, cacciata dal vento, si era rappresa sugli sporti, sulle inferriate, nelle screpolature del muro di faccia, e spenzolava dal cornicione del palazzo come il drappo d'un baldacchino, e orlava le imposte della finestra della Lotte che appena ogni due o tre giorni sollevava un momento le cortine e salutava con un cenno l'amica. Giù nellacallec'era un gran baccano. I monelli si rincorrevano gettandosi addosso la neve a manate, e la Gegia sentiva quel chiasso, sentiva le palle di quel bombardamento da burla frangersi sulle porte e sui muri, e il gridio dei fanciulli, e le voci corrucciate dei babbi e delle mamme, e pensava con che voluttà si sarebbe ella pur commista all'ilare schiera. Ma a dover stare così immobile, infilando perle alla luce colata che scendeva dall'alto, quei fiocchi bianchi che venivano a posarsi in silenzio sul suo davanzale le mettevano una malinconia da non dirsi. E salutò con entusiasmo i venti di marzo che portavano via le ultimetraccie di neve, e salutò i colombi, che rinfrancati, non uscivano più dal loro nido soltanto una volta al giorno per andare al tocco delle due in piazza San Marco, ma passeggiavano sul cornicione, traversavano lacallee si posavano sulla sua finestra a beccolarvi le briciole di polenta ch'ella spargeva colà apposta per loro.

— Come sono interessanti quelle bestiuole! — esclamò una mattina la Lotte affacciandosi al balcone dopo tanti mesi, e come se ripigliasse un discorso interrotto pochi minuti prima. — E che bene si vogliono! E che baci si danno!... Che cos'hai, Gegia? Perchè mi guardi come una bestia rara?

Ciò che la Gegia guardava era il gran mutamento operatosi nella sua amica durante quell'inverno. I suoi occhi azzurri avevano acquistato un'espressione nuova; parevano divenuti più grandi, più profondi; le lunghe treccie non le scendevano più infantilmente giù per la schiena, ma le erano raccolte intorno al capo; il vivo rossore delle sue guancie aveva ceduto il posto ad un leggero incarnato, la faccia già un po' troppo piena e paffuta s'era affilata alquanto e ridotta di un bell'ovale; il collo lungo, ben tornito, sottile, si posava superbamente sopra un magnifico giro di spalle degne d'esser modellate da uno scultore. Dall'autunno non era forse cresciuta in altezza, ma sembrava che fosse, tanto aveva acquistato ormai l'aspetto d'una ragazza fatta.

La Gegia le esternò la sua ammirazione; ellafece spallucce e sorrise. Era avvezza ormai a ben altri omaggi!

— Ho continuato a intagliar fiori di carta, — osservò la povera inferma, credendo di dir cosa grata alla Lotte. — Oh come debbo esserle riconoscente per le lezioni che mi diede!...

— Bah! — rispose la tedesca con indifferenza. E mutò argomento. — E io ho ballato, cara mia ho ballato tutto questo inverno, ciocchè è meglio che far fiori di carta. Avevo ballato anche negli anni scorsi, ma non tanto, e non col gusto di quest'anno.... Che effetto singolare quell'esser portate in aria.... Tutto si confonde insieme, il suono, la luce, l'alito....

Ma si fermò a questo punto, chè le parve di veder una nube sulla fronte della sua disgraziata interlocutrice. Tolse da un vaso un mazzolino di fiori, e presa la mira lo gettò in camera della Gegia. — Ti servirà pei tuoi lavori, — le disse. Poi, dimentica del riserbo delicato che le aveva fatto poc'anzi interrompere il suo discorso, soggiunse: — Ma non ti darei per tutto l'oro del mondo quella viola lì. — E additò un fiore che era in un bicchiere, posato sul marmo del suo lavamano. — Oh quella viola non la darei a nessuno, a nessuno.

E si allontanò canticchiando la ballata di Goethe:

Es war ein König in ThuleGar treu bis an das Grab....

Es war ein König in Thule

Gar treu bis an das Grab....

La Gegia non era in grado di fare uno studiopsicologico nè sugli altri, nè su sè stessa; ella capiva soltanto che in quei pochi mesi un mondo di pensieri nuovi, di nuove impressioni, di nuovi affetti s'era spalancato dinanzi alla Lotte, e che in quel mondo ella ci era entrata come una regina. Ormai a parlare con lei le sembrava di discorrere con una persona che fosse sulla punta di un campanile; tanto ci correva tra loro! La fortunata fanciulla (chè, grande e grossa com'era, non toccava ancora i quindici anni) aveva la coscienza della sua bellezza, della sua forza, e la lasciava trasparire con la baldanza dell'età sua. Bisognava veder la mattina, quando faceva la suatoilette, come si compiaceva a guardarsi nello specchio! Certa di non aver di fronte altri che la Gegia, ella spesso non si curava nemmeno di abbassar le tendine e terminava di vestirsi a finestre aperte. Eppur la Gegia la divorava cogli occhi come se fosse stata un giovinotto, ed ammirava quelle spalle che parevan tagliate nel marmo, e le curve del seno mal dissimulate dal candido lino, le braccia ignude fin sotto le ascelle e arrovesciate dietro la nuca ad annodare le diffuse treccie dei lunghi capelli. E sentiva in cuor suo come un misto d'invidia, di desideri ancora mal noti, di sfiducia desolata e profonda. Era ella pur nell'età in cui nella fanciulla si sveglia la donna, e acquistavano un senso per lei tante frasi udite, tante cose vedute, e il sangue le correva nelle vene più infiammato, più rapido. Adesso capiva davvero il cinguettìo delle coppie innamorate che ad ora tardavenivano a dirsi qualche paroletta furtiva sotto la sua finestra, e adesso intendeva ciò che significava l'essernovizze, come le si narrava or dell'una, or dell'altra delle ragazze, che, un po' più grandicelle, avevano, anni addietro, giuocato con lei. E, coricatasi, vegliava a lungo pensando, e si voltava e rivoltava nel suo letticciuolo; poi quando cedeva alla stanchezza e chiudeva gli occhi, i sogni si calavano in frotta sul suo capezzale. Era, in sogno, bella anche lei, bella come la Lotte, aveva anche lei il suomoroso, era fidanzata.... Poi si destava in sussulto, la fredda realtà le si parava dinanzi, e piangeva.

Una notte, nella quale non le riusciva di quietarsi, intese aprire adagio adagio le imposte della finestra dirimpetto. Tese l'orecchio e distinse la voce della Lotte, a cui una voce d'uomo rispondeva dal basso. Stettero forse cinque minuti a scambiarsi delle parole in tedesco; poi si udì lo scoccare di due baci, di due baci innocenti, intendiamoci, perchè l'uno scendeva da un primo piano alla strada, l'altro saliva dalla strada a un primo piano. Ma i bacimandatifanno più strepito dei bacidatie quel suono impedì alla Gegia di dormire anche il resto della notte. La mattina poi, quando la Lotte si affacciò alla finestra, ella le mise addosso certi occhi, che quella, contro il suo solito, divenne rossa, parve confusa, ed abbassò il viso.

La Gegia non potè a meno di lasciarsi scappar dal labbro. — Oh sia sicura che non dirò niente.

— Di che cosa? — rispose la Lotte facendosi di tutti i colori.

— Oh bella.... di questa notte.

— Che intendereste dire? — replicò la tedesca rizzando il capo in aria corrucciata ed altiera.

Alla Gegia vennero le lagrime agli occhi. — Scusi, — balbettò, — io non ci ho colpa.... non dormivo....

— Passate la notte alla finestra?

— No, no.... ma sentivo ugualmente... Del resto non potevo capir nulla.... Non capisco mica il tedesco, io.

— Ebbene! che male c'è? Era il cameriere di una mia amica che veniva a domandarmi se la sua padroncina aveva lasciato da me il suo ventaglio.

Non ci voleva un grande acume a capire che questa era una bugia, ma la Gegia non aggiunse parola. La Lotte chiuse la finestra dispettosamente, e non si fece più vedere per alcune ore. Ma sulle due ricomparve con cera rabbonita, si guardò intorno e chiese alla Gegia — C'è nessuno da te?

— Sì, c'è la zia — rispose l'altra cui non pareva vero d'essere interrogata amichevolmente.

— Che seccatura!

— Oh, la sta sempre in cucina e sente appena le cannonate.

— Ebbene, vengo, dopo tanto tempo, a darti una nuova lezione di fiori.

E queste ultime parole le pronunciò ad alta voce, come se desiderasse che fossero intese.

La Gegia aveva lasciato dormire da alcune settimane quei suoi lavorucci di carta, e teneva tutto chiuso in un cassetto del suo tavolino. Aveva bisogno di guadagnar quattrini e perciò doveva attendere a infilar perle e preparar qualche ninnolo di conterie, che il buon Menico vendeva per lei. Adesso tirò fuori dal tavolino la carta a colori, i modelli e gli arnesi che le erano stati regalati dalla Lotte, e stette in aspettazione della bella vicina.

— Buondì, Gegia — disse la Lotte entrando senza preamboli, e voltandosi con una certa compiacenza a raccoglier la coda della sua lunga vesta di percallo, che s'era impigliata nell'uscio. — Stamattina fui cattiva, ma che diamine? Se ti sentivano.... Basta....À quelque chose malheur est bon.

— Le domando scusa di nuovo...

— Ci hai creduto alla storiella del cameriere?

— Ma.... sì.

— Baie! Hai una testolina troppa svelta.

La Gegia non rispose. Dopo una pausa di qualche secondo, ella disse: — Non siede?

— Chè! Bisogna ch'io me ne vada subito.... I miei genitori sono andati a fare una visita. Se tornano e non mi trovano in casa, sto fresca.

— Ah! Credevo fosse venuta per i fiori — osservò la Gegia guardando un po' mortificata tutta la roba ch'ella aveva messo sul tavolino apposta.

— No, no, i fiori non c'entrano — replicò la Lotte. E si diresse verso un cassettone sul quale erano collocati alcuni gingilli in conterie. — Oh!il bel panierino! Oh il bel monile! Come mi piacerebbe averli!

— Li prenda.

— Purchè non sia come l'altra volta, sai. Voglio pagarli.

— Valgono così poco...

— Alle corte. Se non lasci ch'io me li pigli e li paghi, vado in collera.

— Che debbo dirle? Faccia lei.

— Così mi piace. — Involse i due oggetti nel fazzoletto bianco, poi si avvicinò alla Gegia e le diede una moneta chiusa diligentemente entro un pezzo di carta. Infine, chinandosele all'orecchio, le disse: — Se domani viene qui una donna portandoqualche cosaper me, mi prometti di passarmi quella cosa dalla finestra? — E per prevenire ogni obbiezione, soggiunse: — Ho un panierino di paglia che farò scorrere lungo una cordicella di cui ti getterò uno dei capi. Mi prometti?

La Gegia non s'era ancor formata un'idea chiara di ciò che le si domandava. Aveva un confuso barlume che ci fosse qualche cosa di male, ma come risponder di no alla Lotte, che, bella e gran signora com'era, aveva tanta degnazione per lei? Così, divenendo rossa, articolò un sì appena percettibile.

— Grazie! — disse la Lotte. Le passò la mano sui capelli e soggiunse: — I bei capelli che hai! E anche il viso è bellino... Sembri una Madonna.

Indi, senz'altri indugi, sgusciò via rapida e leggera com'era venuta, e la lasciò mezzo sbalordita.

Ma lo sbalordimento della Gegia s'accrebbe, quando, rimasta sola, ella spiegò la cartolina che aveva ricevuta e vi trovò un napoleone d'oro. Senza saper precisamente il perchè, ella si sentì montar le fiamme al viso; credette per un istante a uno sbaglio, ma poi si ricordò che quella cartolina era preparata, e che doveva essere stata preparata appunto per evitare le obbiezioni ch'ella avrebbe mosso senza dubbio nel ricevere un compenso tanto maggiore del prezzo di ciò ch'ella dava. Non erano, no, i suoi gingilli che le venivano pagati con quel napoleone d'oro; era il servigio che si era chiesto da lei e ch'ella aveva promesso di rendere. Oh se avesse potuto ritirar la sua parola! Se avesse potuto consigliarsi con qualcheduno! Ma con chi? Suo padre non capitava quasi mai a casa, ed era diventato poco men d'un estranio per lei; colla zia Marianna bisognava rinunziare a discorrere, tanto era sorda; il signor Menico ella non lo vedeva che di lì a cinque giorni. E poi poteva tradire il segreto della Lotte? E se, dopo tutto, la Lotte non le avesse chiesto che la cosa più naturale del mondo? E se avesse voluto beneficarla? Aveva ella il diritto di essere orgogliosa? Di rifiutare un piacere a chi glielo domandava con tanta grazia? Ma se non fosse un piacere onesto? Onesto! E sapeva ella veramente ciò ch'era onesto e ciò che non era? Chi glielo aveva insegnato? Torturata da questi dubbi, la Gegia passava quel napoleone d'oro da una mano all'altra quasi fosse rovente, e si guardavaintorno come a cercare un'ispirazione che non veniva, un buon suggerimento che nessuno le dava. Ma quando vide entrare la zia Marianna, la fanciulla ripose istintivamente la moneta nel cassetto del suo tavolino; non era a lei ch'ella avrebbe potuto confidarsi. La zia Marianna era brontolona per indole; quel giorno poi ella accusava cento malanni, prevedeva che sarebbe caduta inferma e che l'avrebbero spedita all'ospedale. E si lamentava in anticipazione della sua cattiva stella e del pessimo cuore degli altri. La Gegia era avvezza a questi pronostici e a questi lamenti; pur quel giorno ne fu colpita più del consueto; pensò che una volta tanto la zia poteva dire la verità e che s'ella infermava sul serio sarebbe convenuto fare ogni sacrifizio per salvarla dallo spauracchio dell'ospedale. In questo caso i quattrini non sarebbero stati mai troppi e quel famosomarengoavrebbe servito a fare una buona azione. Così si decise a tenerlo, lieta forse in cuor suo d'aver trovato un motivo che giustificasse a' suoi occhi un tale proposito.

Il panierino tragittò più d'una volta fra le finestre lungo la cordicella. I bimbi dellacalle, ne ridevano e salutavano questi passaggi aerei coi loro frizzi; ledonnicciuole facevano i loro comenti, tanto più ch'esse avevano visto una femmina ignota salire replicatamente della Gegia. Nondimeno le cose sarebbero andate liscie se un bel giorno il paniere non si fosse piegato troppo da una parte e non avesse lasciato cadere il suo prezioso carico nella via sottoposta. Il carico, che consisteva in una semplice letterina scritta in carta sottile, fece parecchie leggiadre giravolte prima d'arrivare in istrada, ma alla fine andò a terminare in grembo ad un monello che giuocava sullo scalino di una porta. Si può immaginare l'agitazione delle due ragazze. L'una, la Lotte, spintasi fuori con mezza la persona dalla finestra, seguiva collo sguardo il volo del suo biglietto; l'altra, la Gegia, che non poteva muoversi dalla sedia, lo seguiva col pensiero e non era la meno inquieta. — Ps! Ps! — fece la Lotte al ragazzo, vedendo che in quel momento non c'erano altri nellacalle. E avvicinate le mani alla bocca in modo da raccogliere il suono, gli disse: Vieni subito al portone che scendo io. — Lasciò la finestra e fu presto sulle scale. Il fanciullo, cui non pareva vero di prendersi una mancia dalla signorina, aveva prontamente obbedito e, tenendo delicatamente fra le dita il biglietto, aspettava che il portone si aprisse. Volle sfortuna che in quel momento arrivasse dalla strada nientemeno cheHerr Grafvon Rheinstadt, il padre della Lotte. Come costui vide il garzoncello all'uscio di casa sua, gli domandò brusco che cosa volesse. L'interrogato, tra pella confusione, tra pel dubbio dinon farsi intendere in veneziano, si spiegò a gesti segnando prima la finestra della Gegia, poi quella del palazzo e sforzandosi a descrivere con la mano la caduta della lettera. Ma prima che la spiegazione fosse compiuta, la porta si aprì, comparve la Lotte, la quale rimase pietrificata alla vista del suo maestoso genitore.Herr Grafcredette d'aver capito abbastanza, strappò il biglietto dalle dita del ragazzo e a titolo di mancia gli amministrò uno scappellotto. Indi, spingendo avanti di sè la figliuola, entrò in casa e si tirò dietro il portone con gran fracasso. Di lì a poco la cameriera tedesca, che, mesi addietro, aveva accompagnata la Lotte in casa della Gegia, venne alla finestra del gabinetto della sua padroncina, rivolse alla povera inferma uno sguardo velenoso e le gridò due volteUnverschämte! Unverschämte!(svergognata). Indi chiuse le imposte. Nello stesso tempo il ragazzo ch'era stato così mal ricompensato dei suoi servigi pensò di sfogar la sua stizza andando sotto al balcone della Gegia e urlando: — Tutto per colpa tua, brutta storpia! brutta....! E qui c'era una parola brutta davvero che il lettore mi dispenserà dal ripetere.

Quando la cosa si divulgò nel vicinato, le femminuccie dellacallesi mostrarono tutte piene di scrupoli virtuosi. Il giudizio meno ostile alla Gegia fu quello disioraVeronica.Poverazza! Bisogna compatirla. Non la pol far ela e la tien terzo ai altri.E il barcaiuolo Filippo, informato della faccenda, s'infiammò di un sdegno veramente magnanimo. — Quellalì, vedete — egli disse, parlando della Gegia — dopo una roba simile, io non la conosco quasi più per mia figlia. — Onde gli spiriti timorati convennero che Filippo era unuomo giustoun uomo il quale,in materia d'onore, non guardava in faccia nemmeno alle sue creature. In quanto alla zia Marianna, ella aveva subodorato qualche novità. Ma siccome nessuno voleva perdere il fiato con lei, così alle sue interrogazioni si rispondeva gridandole nell'orecchio: —Domandate a vostra nipote. Era un altro martirio per la Gegia che diceva con voce supplichevole: —Mi lasci stare. Ma mi lasci stare.E la sorda si ritirava in cucina sbuffando e ripetendo su tutti i tuoni: —Mi par d'essere in una gabbia di matti.

In quale stato d'animo fosse la Gegia è facile immaginare. Il rimprovero che la sua coscienza le aveva già diretto faceva sentir più acerba la sua puntura dopo che la disgraziata ragazza trovava intorno a sè la riprovazione degli altri. Perchè così nel biasimo come nella lode che l'uomo dà a sè medesimo accade ben di rado che si astragga affatto dal giudizio altrui, e la coscienza dell'individuo, per altera, per illibata che sia, muta i suoi responsi col mutar dell'ambiente in cui vive. Ma la Gegia, in mezzo alla sua mortificazione, aveva un altro pensiero che la crucciava. Era il pensiero della sua amica alla quale ella non sapeva che punizioni si fossero inflitte. A veder sempre chiusa la finestra, ove la bella giovinetta soleva venir così spesso aconversare con lei, ella sentiva stringersi il cuore. Certo la Lotte era stata mandata via di casa, forse la si era cacciata in un ritiro, povera creatura! La Gegia se la figurava già vestita di saio, coi capelli corti, come, da bambina, aveva visto le monache nel convento delleTerese. E anche lei, anche la Lotte, doveva dunque rinunziare al mondo, doveva rinunziare all'amore!Anche lei!Chi può assicurarci che nel pronunziar questa frase le Gegia non provasse in cuor suo quell'amaro conforto che è pur nella certezza del dolore diviso? Chi può assicurarci che ella non fosse in preda a quella strana contraddizione, che, mentre sveglia in noi tutto lo spirito di sacrifizio necessario a toglier di pena un amico, di farebbe accogliere come un disinganno la notizia che l'amico non ha nulla sofferto?

Questo disinganno, se era tale, la Gegia non tardò a subirlo. Pochi giorni dopo l'avvenimento della lettera, ella sentì salir dalla strada la voce della Lotte, il fruscio della sua vesta, lo scoppiettar del suo riso.Cò presto la ghe xè passada!dissero le comari della calle vedendola vispa, ilare, elegante. Il romanzo della Gegia era andato in fumo, la sua amica era sempre felice, ed ella piangeva a lagrime dirotte.

Col chiudersi della finestra di facciata s'era chiusa per la Gegia una gran parte del suo piccolo mondo. Ella passava intere giornate senza scambiare una parola, chè con la zia Marianna era inutile discorrere e le sue vicine non capitavano che di rado a visitarla. E poi queste visite erano quasi sempre unafonte di mortificazioni per lei. Ogni momento le si diceva: — Sai, la tale si marita a Pasqua e la tal'altra fa l'amore con questo o con quello. — E qualche volta era la fidanzata stessa che veniva a darle la buona nuova. Veniva tutta in fronzoli, fresca, rosea, ridente, mostrando lebuccoleche le aveva regalatoel novizzo, vantando, col freddo egoismo dei felici, la buona ventura che l'era toccata e descrivendo in lungo e largo i suoi piani per l'avvenire.

Povera Gegia! E pensare che queste ragazze erano, da bimbe, men belle di lei. Pensare che suo padre, il quale allora l'amava, non si stancava di ripetere: — Come la mia figliuola non ce n'è una in tutta la parrocchia! — Adesso ella conservava ancora un pallido ricordo di quel suo profilo di vergine, conservava i suoi bei capelli biondi, i suoi grandi occhi bruni. Ma quegli occhi erano scemi dell'usato splendore, e giravano intorno null'altro esprimendo che una mestizia quasi rassegnata; ma le guancie avvizzite avevano ormai la tinta giallastra della cera. Nel suo complesso aveva il curioso aspetto di una bambina vecchia. La statura, la sottigliezza delle braccia, la curva appena visibile del seno, le avrebbero fatto dare tredici anni al più, ma guardandola in viso, specialmente se vinta dalla stanchezza ella chiudeva un istante gli occhi, si sarebbe detto: È una donna di trenta. Nel fatto, al momento di cui parliamo, non ne aveva che sedici.

Era il principio del 1866. L'aria era piena d'elettricità. Si sentiva vicina una nuova guerra, l'ultima forse, quella che dopo tanti amari disinganni avrebbe finalmente riunito Venezia alla patria comune. Non si discorreva d'altro; due nomi che da sì lungo tempo erano nel cuore di tutti, tornavano sulle labbra e si ripetevano dagli adulti, dalle donne, dai fanciulli con una baldanza che nulla valeva a temperare:VittorioeGaribaldi. I muri erano coperti ogni notte di questa iscrizione bizzarra:Viva VERDI. Era un anagramma a cui il celebre maestro di musica prestava ben volentieri il suo nome, e significavaViva Vittorio Emanuele Re d'Italia. La polizia aveva un bel dar di bianco al voto sacrilego; era lavoro di Sisifo. I monelli canticchiavano sommessamente per le strade l'inno di Garibaldi; gli adolescenti aspettavano con impazienza che venisse il giorno opportuno di passare il confine; dietro le vetriate dei merciai facevano capolino le stoffe verdi, rosse, bianche, mal dissimulate dalle lane e dalle sete d'altri colori.

Di tutto questo rimescolìo la Gegia capiva qualche cosa delle chiacchiere delle vicine, ma le informazioni più esatte le riceveva dal signor Menico, quand'egli veniva il sabato a pagarle la sua settimana. Il signor Menico era stato guardia civica nel 1848-49,e se lo tiravano in lingua raccontava come uno degli ultimi giorni dell'assedio, essendo in fazione davanti una caserma in Cannaregio, da cui si vedevano i forti, una palla di cannone era piombata sul tetto d'una casa vicina, e dopo molti giri e rigiri era caduta a due passi da lui portandosi dietro la grondaia. — Capite? a due passi! egli diceva. E ingrossava la voce e tentennava il capo con aria d'importanza come a significare: Una cosa simile è toccata a pochi! Malgrado di ciò il signor Menico non era un leone, e con la teoria chei muri parlano, egli lasciava volentieri da parte la politica. Ma adesso, con la Gegia, egli si faceva coraggio e dopo averle chiesto regolarmente se la zia Marianna continuava ad esser sorda, le raccontava le novità del giorno, e le assicurava sulla sua parola d'onore che questa volta i Tedeschi se ne sarebbero andati davvero. Glielo aveva detto persona che non era solita ad ingannarsi. E la Gegia a poco a poco andava infiammandosi per questa idea della patria che non le riusciva ben chiara, ma che pur doveva essere assai bella, e che forse l'era tanto più accetta quanto più le dava da pensare e la distraeva dalla muta contemplazione delle sue miserie. Del resto, gl'infelici sono rivoluzionari per loro natura. Chissà che il mondo cambiando non diventi migliore per essi, chi sa che le loro pene non si alleviino, che l'egoismo altrui non si corregga! Se avessero domandato alla Gegia: credi tu chegli Italianirestituiranno il vigore alle tue membra, faranno giungere alla tua finestra il solealla tua anima sitibonda l'amore? ella avrebbe, sospirando, risposto di no; ma poichè nessuno glielo chiedeva, ella si nutriva, inconsapevole, di dolci illusioni. Pur la martellava un pensiero, il pensiero della Lotte che, quantunque dimentica di lei, ella non aveva cessato di amare. Che sarebbe avvenuto della giovinetta col mutar delle cose? Avrebbe ella dovuto soffrire? S'era pur scritto anche sul muro di Cà Dareni —Morte ai tedeschi— e quando nellacallegiungevano gli accordi del pianoforte della Lotte e il suono del suo canto, i monelli, ormai imbaldanziti, urlavanoCanta, canta, che presto te tocarà pianzer. Oh se la Gegia avesse potuto consigliarla a fuggire! Ma non ci fu bisogno del suo consiglio, perchè una settimana prima della dichiarazione di guerra il conte di Rheinstadt risolse improvvisamente di andarsene con la famiglia. La Gegia non ne sapeva nulla quando una mattina vide aprirsi improvvisamente la finestra del palazzo e comparire la Lotte in abito e cappellino da viaggio.

— Addio, Gegia.

— Oh, va via? — rispose questa, che avrebbe voluto dirle tante cose.

— Sì, addio di nuovo, chè se i miei genitori sanno che sono venuta di qua, mi fulminano.

— E — balbettò l'altra — non ci vedremo,... più?

— Sì, di qui a un mese.... Questa volta metteremo presto giudizio ai matti....

— E se si vince noi, invece?

— Chi? noi...? Oh, anche tu, Gegia, — esclamòla Lotte col tuono deltu quoque, Brute. Poi soggiunse ridendo: — Va là, che non c'è questo pericolo. — E volò via. Pochi minuti dopo un servitore che rimaneva a custodia del palazzo venne a richiudere le imposte.

Nel 1866 Venezia attraversò un periodo di alcune settimane che fu tra i più curiosi ed originali che si riscontrino nella storia. Abbiamo mille esempi dell'ansietà di un popolo che attende da una guerra il proprio riscatto e di questa guerra segue con animo intento le varie vicende, ma non son molti i casi nei quali una intera città per venti e più giorni esulta della indipendenza conquistata sotto gli occhi dei nemici che si trovano ancora entro le sue mura, e che di feroci e spietati ch'erano prima diventano indifferenti e quasi benevoli e assistono, con l'arma al braccio alle dimostrazioni fatte contro il loro governo. Uno spettacolo simile l'offerse Venezia dalla metà di agosto al 19 ottobre di quell'anno 1866. Sottoscritto l'armistizio, si trasse come un gran sospiro dai petti. Finalmente! Finalmente se ne vanno! Dopo tante disillusioni, dopo tante lagrime, dopo tanto sangue è giunto il gran giorno! e la vita del paese era tutta in questo pensiero, e ciascuno aveva bisogno di espandere la sua gioia, di narrare agli altri ciò che gli altri sapevano, e di farsi narrare ciò che un momento prima egli stesso aveva narrato. Le cose ripetute cento volte non perdevano mai della loro novità, erano come una musica divina che l'orecchio non si stanca di intendere. Nè si parlavapiù a bassa voce come per lo addietro, nè si cercavano i crocchi fidati degli amici; era amico chiunque favellasse italiano. Si consumava la giornata nelle vie, in piazza, ai caffè. Di tratto in tratto circolava per le bocche una voce. Son passati pel Canalazzo, son scesi al Municipio o al Comando militare due, tre ufficiali del nostro esercito venuti a trattare degli alloggi, delle formalità della consegna, ecc., ecc. Talvolta era vero, talvolta no; nondimeno bastava il dubbio perchè nessuno rimanesse fermo, ed era un correre, un urtarsi, un farsi strada a furia di gomiti per giungere sino al luogo indicato, ove molto spesso si restava con un palmo di naso, perchè gli ufficiali o erano già partiti, o non erano neppure arrivati. Ma se spuntava un kepy, le grida, gli applausi non terminavano più, e lungo il passaggio della gondola che accompagnava i parlamentari alla stazione la gente si accalcava ai traghetti, sullefondamente, alle finestre, sventolando i fazzoletti e salutando di giocondivivai fratelli che entro pochi giorni sarebbero venuti a fermar stabile dimora in Venezia. E le bandiere tricolori, preparate a migliaia nel segreto delle pareti domestiche, cominciavano a mostrarsi qua e là come se non potessero tollerare più a lungo l'ipocrisia di quel nascondiglio e anelassero all'aure aperte e serene. In qualche luogo solitario e remoto della città si addestrava intanto con serietà eroicomica una larva di guardia nazionale, vestita d'uniformi di fantasia, armata di fucili di legno, che i fucili buoni non erano ancora permessie forse avrebbero fatto paura ai guerrieri, e già si disegnavano in lontananza le ambizioncelle del pizzicagnolo aspirante a caporale, e del chincagliere che si sentiva chiamato agli alti destini di luogotenente.

Di questo moto, di questa vita un'eco giungeva sino alla buia ed angusta viuzza abitata dalla nostra Gegia e interrompeva la triste e monotona esistenza della poveretta.

I grandi avvenimenti rendono espansivi e loquaci, e le vicine, perdonatole nella loro infinita clemenza lo scandalo del biglietto, salivano adesso più sovente da lei a chiacchierar delle cose del giorno. Inoltre una sua amica d'infanzia che aveva la commissione di parecchie bandiere tricolori per l'ingressodegli italiani, sentì che non poteva fare a meno di un aiuto e richiese la Gegia s'ella volesse lavorare con lei e spartire i guadagni. L'offerta fu accettata con entusiasmo, chè in quel tempo l'arte delle conterie dava alla Gegia ben poco da fare ed ella aveva supplicato invano suo padre di crescerle la mesata. Siccom'ella non si poteva muovere, l'altra trasportò da lei il proprio laboratorio, e le due ragazze stavano insieme dall'alba al crepuscolo a tagliare, a cucire quelle enormi pezze di lana, che coi loro vivi colori parevano illuminare la malinconica cameretta.L'amica della Gegia era una giovine vispa ed allegra e si divertiva un mondo a ridere a spese della zia Marianna, la quale non sapeva raccapezzarsi in mezzo a quelle novità. Si aveva un bel gridarle nell'orecchio che i Tedeschi andavano via d'amore e d'accordo; ella ripeteva sempre che li aveva visti per la strada con la loro brava baionetta al fianco e che bisognava aver perduto il senno a far le bandiere tricolori mentr'essi erano qui.

— Ne ho conosciuti di quelli che andarono sulla forca per meno, — ella soggiungeva, ed era vero. Ma non c'era caso di farle intendere che i tempi erano cambiati. Ella scrollava le spalle e si ritirava nel campo trincerato della sua cucina ove la si sentiva brontolare: — Che il Signore ce la mandi buona! Sono impazziti tutti!

Il signor Menico invece, dacchè non v'era più dubbio sulla prossima partenza degli Austriaci, era diventato un eroe, e non era contento della soluzione pacifica delle cose. — Credete pure,tose mie, — egli diceva alla Gegia e alla sua compagna, — che ci voleva un altro poco di sangue.

— Com'è cattivo, signor Menico! — osservavano le ragazze tra il serio e il faceto.

— Cattivo! Cattivo! — egli rispondeva, prendendo tabacco. — Non è cattiveria.... È che noi altri uomini del 48 siamo fatti così. Quando si son vedute le bombe a due passi.... capite.... eh!... Non racconto frottole.... vi sono testimoni.

Anche il padre della Gegia, Filippo, faceva in queigiorni men rare apparizioni nella camera della figliuola. I maligni susurravano che non gli dispiacesse fare il galante alla Pina, l'amica della Gegia, la quale era piuttosto belloccia ed appetitosa.

— Quel Filippo, — soggiungevano le donnicciuole con un sorriso indulgente, — benchè non sia lontano dai cinquanta, sta sempre dietro alle gonnelle. È vero ch'è un uomo da poter piacere ancora meglio di tanti zerbinotti.

Una volta egli magnificava alle due ragazze la nuova livrea che avrebbe indossato il giorno dell'arrivo del Re.

— Oh come pagherei a vederlo in gran gala, — esclamò la Pina.

— Paghereste a vedermi,fia mia? — egli replicò chinandosi verso di lei tutto ingalluzzito. — Ebbene, volete venir quel giorno a palazzo? Dirò ai padroni che siete una mia parente e vi troverò un posticino sullarivao a una finestra perchè possiate assistere allo spettacolo e veder davvicino anche me.

— No, no, questi sotterfugi non mi vanno a genio.

— Eh che scrupoli.... Via!

— No, no e no.

— Andiamo, bella ragazza, non pigliate il caldo. Fatemi piuttosto sapere per quel giorno dove sarete, a che finestra, a chetraghetto, e io farò il possibile perchè la gondola passi da quella parte, e quando sarò presso vi farò un segno, che, capite, coi padroni in barca, non posso mica chiamarvi....

— Diamine, s'intende. Ma, quando sarà?

— Il giorno preciso non è ancora stabilito. Bisogna prima che entrino le truppe.

— E queste entreranno?...

— Il 19 del mese. — S'era già in ottobre.

— Che spettacolo sarà anche quello! — esclamò la Gegia.

C'era un tal fondo di mestizia nella sua voce, che la Pina ne fu commossa, e soggiunse:

— Poverina! Che peccato che tu non possa veder nulla! — Indi battendosi il fronte con la palma, continuò: — A proposito; dicono che lasceranno andar la gente nell'entrata del palazzo di fronte che guarda sul Canal grande. Sapete, Filippo, che bella cosa dovreste fare? Un po' prima di andare in gondola coi padroni, venir qui, trasportar la Gegia abbasso, trovarle un buon posto, e poi, più tardi, passare a prenderla e riportarla su.

Mentr'ella parlava, la Gegia la guardava prima con maraviglia, poi con commozione e con riconoscenza. Dopo tanti anni avrebbe potuto davvero uscire dal suo tugurio, risalutare il sole, riveder l'azzurro del cielo? Avrebbe potuto mescolarsi alla gioia degli altri, vivere un giorno nel mondo, ella, la sepolta viva? Ma quando i suoi occhi s'incontrarono in quelli del padre, ella capì che aveva sognato.

— Ma, Pina, che idee vi saltano in capo? — proruppe Filippo con aria infastidita. — Come volete che la Gegia, nello stato in cui si trova, vadain mezzo a quella calca? Sono momenti in cui rischiano di rompersi le gambe anche i sani, e lasceremo schiacciar lei ch'è malata?... Un bel servizio che fareste alla vostra amica!... Quanto a me poi avrò proprio tempo di portare in collo la gente....

La Pina stava per replicare, ma l'altra le accennò che tacesse.

— Basta, — ripigliò Filippo in tuono più dolce, — quasi quasi andavo in collera con voi, e io con le belletosevoglio esser sempre in buoni termini.

Ma la Pina non gli diede retta e si voltò da un'altra parte. Alla Gegia intanto colavano due grosse lagrime per le gote, e Filippo che non voleva veder musi lunghi uscì dalla stanza, dicendo: — Ecco ciò che si guadagna a tener discorsi senza sugo.

Son passati sei mesi, sono entrate le truppe, è arrivato il Re, è arrivato Garibaldi, la città a poco a poco è tornata nel suo stato normale, e laCalle Lombardaha ripreso un aspetto più calmo. Nondimeno le bandiere sventolano ancora dai balconi per qualunque pretesto, e gliorganetti, che meriterebbero un po' d'indulgenza dai signori perchè sono l'orchestra del povero, vengono di tratto in tratto a suonare sotto la finestra della Gegia l'inno diBrofferio o quello di Garibaldi. È l'unica distrazione che le abbiano recato i tempi nuovi; ella non si è mossa neppur nei dì più solenni; non ha visto i bersaglieri, non ha visto il Re, non ha visto l'eroe di Marsala. Ha tutt'al più un'idea dellecamicie rosse, perchè Maso, un ragazzo ch'era cresciuto sotto i suoi occhi ed era andato ad arruolarsi volontario nel maggio 1866, reduce in patria, volle farsi ammirare nella sua divisa dai vecchi suoi conoscenti e salì anche dalla Gegia. Del resto, ella non si occupa di politica, non legge nè ilRinnovamento, nè ilCorriere di Venezia, quantunque li senta gridar dalla strada, non è informata nè delle tendenze radicali del fruttaiuolo il quale sparla volentieri del Governo, nè delle tendenze reazionarie disioraVeronica che comincia a vedere in pericolo la religione e teme si voglia assassinare il Papa. La solitudine si è rifatta intorno a lei; non ci sono più gli Austriaci, ma per essa il mondo è com'era prima. Aveva sperato senza saper precisamente nè per che ragioni sperava, nè che cosa sperava; ora che tutti quei bei sogni si sono risolti in nulla, la vince uno scoraggiamento infinito. Si prova spesso, tanto per ingannare il tempo, a cantar qualche aria che le ha insegnato la Pina, ma la sua voce esile, dolce, simpatica, muore nelle lagrime. Ed ella guarda la finestra chiusa del palazzo Dareni, e ripensa alla Lotte che con tanta sicurezza le aveva detto di tornare e ormai non sarebbe tornata più.

Non andò molto infatti che i proprietari del palazzolo appigionarono ad altri. Una parte ne fu presa da certo dottor Galeni, avvocato di grido, il quale consacrò ad uso di studio due stanze sulrioe il gabinetto respiciente lacalle. La Gegia, che seguiva con grande attenzione questi preparativi, vide una mattina l'avvocato, persona grave e dall'aria diplomatica, accompagnar nel gabinetto un giovine alto, macilento, e vestito di panni sgualciti.

— Si metterà qui, — disse l'avvocato accennando al suo interlocutore il tavolino appoggiato alla finestra. — Qui c'è penna, carta e calamaio. Adesso le porteranno un documento da copiare e vedremo la sua calligrafia.

Ciò detto, il dottor Galeni uscì.

L'altro sedette, si guardò intorno, rimboccò le maniche del vestito, mise nell'asticciuola una penna nuova, che premette prima sull'unghia del pollice sinistro, quindi lambì con la lingua e finalmente immerse nel calamaio. Dopo fatti questi preparativi, egli segnò alcune cifre sopra un foglio e parve soddisfatto dell'opera sua. Intanto un uomo di mezza età venne nel gabinetto con una carta in mano.

— Copii da qui sin qui, — egli disse posando la carta sul tavolino e ponendo il dito successivamente sul punto da cui doveva cominciare e su quello ove doveva finire la trascrizione. — Quando ha terminato passi dal cavaliere.

— Col manoscritto? — chiese il giovane timidamente.

— Già. Non si tratta appunto di questo?.... Ebadi che il cavaliere non vuole che ci siano pentimenti e scancellature.

Il cavaliere, com'è agevole intendere, non era altri che l'avvocato Galeni, insignito appunto in quei giorni dell'ordine de' SS. Maurizio e Lazzaro.

Rimasto solo, il candidato si accinse con grande impegno al lavoro che doveva decidere delle sue sorti. Tanta era la sua paura di distrarsi ch'egli non alzava mai gli occhi dal foglio, ma scriveva con la fronte increspata e morsicandosi il labbro inferiore.

Dopo una mezz'ora, egli diede un'occhiata complessiva al suo compito e con qualche trepidazione uscì dal gabinetto per sottoporre la sua scrittura all'esame del principale. Quand'egli tornò, era un altr'uomo. Il saggio era riuscito soddisfacente e Carletto Miglioli era stato assunto all'altissimo ufficio di giovine di studio presso l'avvocato cavaliere Galeni collo stipendio cospicuo ditrentalire al mese e con l'obbligo di lavorare soltanto sette ore al giorno, dalle nove alle quattro.

Bisogna riconoscere che il buon Carletto era uomo di facile contentatura. Il giovine d'avvocato, almeno in Venezia, è ilpariadella società, da' cui non riceve altro compenso che quello di esser chiamatogiovinetutta la sua vita fino ai cent'anni inclusivi, se ha la poco invidiabile fortuna di arrivarvi. Egli può scegliere due strade, una dritta, ed una tortuosa. Seguendo la prima, egli adempie coscienziosamente a' suoi doveri, copia con meccanica esattezza le scritture forensi, porta ai clienti le lettere,del principale, si mantiene un perfetto galantuomo, e nel termine di un lustro al più perviene allo stato di piena indigenza e di compiuto idiotismo. Seguendo la seconda egli aggiunge alle sue mansioni altri piccoli uffici, assume certe cause minuscole che l'avvocato disdegna, si fa consigliere dei negozianti che vogliono fallire senza inciampare negli articoli del Codice penale, e aguzza così il poco ingegno e campa alla meno peggio, ma diventa in pari tempo un tipo esoso diazzeccagarbugli, uno degli esseri più sfuggiti dai galantuomini.

In media il giovine d'avvocato guadagna meno del più modesto artigiano, ma ha d'altra parte l'inestimabile vantaggio di dover vestire con una certa cura affine di non esser preso in isbaglio per un facchino quando si reca nelle aule tribunalizie, e di non offendere con unatoilettetroppo democratica i nervi della moglie dell'avvocato quando ella viene nello studio del consorte. È vero che qualche volta all'abbigliamento del subalterno provvede la liberalità del principale, che cede algiovinela roba usata. Allora ilgiovine, secondo la sua statura, ha corte o lunghe le maniche, lunghi o corti i calzoni, e secondo il suo diametro acquista nel suo vestito l'aspetto di un naufrago che non riesce ad emerger dall'onda, o quello di un fiume che non può più stare fra le sue rive.

Tra il signor Carletto e la Gegia non si tardò a scambiarsi ogni mattina il saluto. E al saluto tenne presto dietro qualche parola.

— Gran bella giornata — disse una volta il giovine alzando gli occhi dalla carta e guardando il cielo ch'era tinto del più limpido azzurro.

— Beato lei che può passeggiare — rispose la Gegia.

— Passeggiare! Passeggiare!... Il troppo moto fa appetito.

— Tanto meglio.

— Eh signora Gegia, tanto meglio per chi può soddisfarlo. Ma chi ne ha pochi del mese....

Rituffò la penna nel calamaio e si rimise a scrivere.

La Gegia ricominciò anch'ella a infilare le sue perle. Di lì a poco ella chiese: — Ha famiglia?

Carletto mise un punto su uni, forbì la penna sulla manica, e poi rispose: — La mia vecchia mamma.... Povera mamma!... Magari vivesse sempre.... Non so rassegnarmi all'idea di star solo.

— Via, signor Carletto — disse la ragazza — loro uomini hanno sempre qualcheduno cheglivuol bene. Se non ci fosse la mamma ci sarebbe la sposa.

— Oh sì, con un franco al giorno.

— È poco, assai poco, ma una brava massaia risparmia più che non costi.... Veda, per esempio, una moglie la divezzerebbe da quel brutto vizio....

— Che vizio?

— Quello di forbirsi la penna nel vestito.... Sa, gli abiti non si conservano mica a quel modo....

— Ha ragione, lo dice anche la mamma, povera vecchia.... Ma per quanto faccia ci ricasco sempre.... Oh dove siamo? — egli ripigliò come fra sè. — Sicuro,sicuro.... Ecco il punto. — E lesse per meglio raccapezzarsi:Non è vero e si nega essere l'istromento dotale fatto in modo da ingenerare equivoci. L'istromento dotale della sullodata nobil donzella, in data 8 giugno 1850 rogito Paolucci, dice chiaro: sono assegnati alla sposa di dote sessanta mila fiorini austriaci.... Corbezzoli. Sessanta mila fiorini! Ha inteso, signora Gegia?

— Altro che inteso! Ma, così va il mondo! Chi troppo, chi troppo poco.


Back to IndexNext